Membro di
Socia della

Archivio Rassegna Stampa

Come Greta ha portato noi giovani a batterci per la giustizia climatica

La nascita del più giovane movimento per l’emergenza climatica e i punti di con-tatto e azione con la più antica associazione per la difesa dell’ambiente in Italia.

Gaia Bottazzi e Pietro Furbatto

Era il 20 agosto del 2018 quando Greta Thunberg, una ragazzina svedese di 15 anni, si è seduta per la prima volta davanti al Parlamento svedese a Stoccolma esibendo il cartello “Skolstrejk för klimatet”, ovvero “sciopero scolastico per il clima”. Da lì il suo attivismo è stato capace di smuovere coscienze in stallo da decenni o che mai prima di quel momento si erano poste il problema del cosiddetto riscaldamento globale, termine al quale gli attivisti preferiscono emergenza climatica o crisi climatica per passare dalla constatazione della situazione all’azione imposta dall’emergenza nella quale viviamo. Si tratta di parole forti che rendono giustizia a un fenomeno globale drammatico e urgente, troppo spesso negato.
Peccato che le conseguenze del fenomeno che i leader mondiali negano e deridono siano già percettibili in modalità che non lasciano spazio a fraintendimenti e a parole morbide e diplomatiche. Per fare due esempi, in Mozambico poco più di due mesi fa è stata quasi rasa al suolo dal ciclone Idai la seconda città più popolosa del paese, Beira, provocando una devastante crisi umanitaria mentre la scorsa estate si è registrato un picco spaventoso nel tasso di incendi in Europa e Stati Uniti. Gli effetti e la concentrazione dei cataclismi degli ultimi anni, che nel 2018 hanno colpito 61,7 milioni di persone anche in Italia, introducono la necessità di interrogarsi e riflettere su una nuova questione, quella della giustizia climatica.
Chi è che paga davvero i danni dell’emergenza climatica? Se è vero che i paesi industrializzati occidentali e non sono i principali responsabili del surriscaldamento globale e della crisi degli ecosistemi,  è ugualmente vero he i paesi che ne pagano le conseguenze sono per la maggior parte i paesi poveri e in via di sviluppo. Questi sono più vulnerabili in quanto non hanno le risorse sufficienti per mitigare e adattarsi sia ai cambiamenti di lungo corso che agli effetti più violenti dell’emergenza climatica: i cataclismi. Allo stesso modo, all’interno di un paese sono le classi sociali più svantaggiate a subire gli effetti dell’inquinamento sulla salute e la qualità della vita.
Sulle orme di Greta, il movimento FFF si sviluppa a partire da una collettiva e graduale presa di coscienza dell’attuale situazione di ingiustizia climatica, unita ad un senso di sdegno verso un sistema di produzione fondato su sfruttamento, maltrattamento, produzione intensiva e sprechi. Rispetto all’associazionismo tradizionale, visto dai giovani come distante dal loro modo di comunicare e agire, l’elemento innovativo del movimento, in cui risiede la chiave del suo successo globale, è costituito dalla sua intrinseca spontaneità: le proteste di Greta hanno innescato una reazione a catena capace di coinvolgere persone provenienti da tutto il mondo unite contro un nemico comune, rappresentato da tutti coloro che negli anni hanno assecondato e incentivato politiche distruttive per l’ambiente, gli ecosistemi e l’uomo. La finalità di FFF è una sola: salvare l’uomo e le specie animali e vegetali. Questo è il punto di contatto tra l’associazionismo tradizionale e il movimento che possono coesistere e darsi forza nelle proprie specificità. Le modalità con cui i giovani si prefiggono il raggiungimento di tale obiettivo sono varie, proprio come vari e disparati sono gli attivisti che si riconoscono nel movimento e operano a suo nome: dalla promozione di abitudini alimentari sostenibili, al bando della plastica, alla nuova tendenza no fly (non prendere aerei per non inquinare), alle semplici ma costanti manifestazioni del venerdì in piazza, davanti alla sede del comune o del Parlamento. Questo essere costantemente presenti tra i giovani riempie un vuoto lasciato dalle associazioni tradizionali (per motivi anagrafici) che possono dar molto in termini di esperienza e conoscenza alla battaglia per la conservazione della natura e la mitigazione del cambiamento climatico in corso. In molte realtà l’FFF, è costituito infatti da un comitato interassociativo a organizzazione orizzontale di associazioni tradizionali che intervengono senza logo e da giovani indipendenti. In molti altri casi l’FFF è costituito solo da giovani indipendenti ed auto-organizzati. La maturazione del FFF sarà nella riuscita della protesta e nella realizzazione delle proposte. Tutte le modalità di protesta riflettono il desiderio di invertire un trend che ci porterà alla distruzione del mondo e, come immediata conseguenza, della nostra specie.
È in quest’ottica e in questo contesto che abbiamo deciso, pochi mesi fa, di lanciare un’iniziativa volta alla riduzione degli imballaggi di plastica nei supermercati: si tratta di una petizione sulla piattaforma change.org che 58800 persone hanno accolto e sostenuto.
a Federazione Nazionale Pro Natura, da noi contattata, ha sostenuto da subito la nostra proposta nella quale chiediamo ai supermercati di introdurre una sezione dedicata allo sfuso, in modo da facilitare i consumatori più responsabili ed invitarne altri a fare lo stesso.
Questa nostra azione nasce da una constatazione: il riciclo della plastica, non è efficace: per ogni chilo di plastica riciclata se ne producono otto, con danni immensi per il pianeta sia nel momento della produzione (per 1 kg di plastica PEC servono 2 kg di petrolio e 17 lt di acqua) che in quello dello smaltimento. I nostri oceani stanno soffocando: mentre nel Pacifico si è creata un'isola di rifiuti grande quanto gli Stati Uniti, 700 kg di plastica finiscono in mare ogni secondo. Isole di plastica e fondali inquinati sono stati recentemente documentati anche nel Mar Tirreno. L’emergenza climatica di cui l’inquinamento è una delle cause principali, è in atto anche da noi. Ancora prima del riciclo quindi, la vera priorità è la riduzione della produzione di materiale plastico. Il principale responsabile della produzione di rifiuti da imballaggio (2/3 del totale) è il settore agroalimentare ed insieme, come consumatori, possiamo fare in modo che la situazione cambi. La petizione propone quindi al legislatore e ai supermercati di cambiare radicalmente il modo in cui facciamo la spesa e introdurre lo sfuso nella nostra vita quotidiana. Esistono già esempi virtuosi ma l’azione richiesta prevede un passaggio di scala imposto dall’alto così come si fece per le sigarette, in cui i prodotti plastic free dominino i prodotti in vendita utilizzando materiali da imballaggio alternativi.
Questa petizione, così come le migliaia di iniziative che compongono l’attività di Fridays for Future nel mondo, è un modo per far sentire la nostra voce e pretendere un mondo più giusto, libero da sfruttamenti e sprechi. Non ci resta che sperare che FfF, con il supporto attivo anche della Federazione Nazionale Pro Natura, continui nel percorso che ha intrapreso e si mostri capace di coinvolgere sempre più persone nella lotta per la vita.

Qui il link della petizione:
https://www.change.org/p/introduciamo-il-reparto-sfuso-nei-supermercati

EEB - Dissonance at Davos

The World Economic Forum has woken up to the scale and urgency of the global climate and environmental crises, yet the business and political elites who gathered at Davos acted as though lofty words were enough to save the world, Khaled Diab explains.

https://meta.eeb.org/2020/01/29/dissonance-at-davos/

EEB - Burning questions about the new EU Waste Incineration Standards

The EU recently published a new set of environmental standards for waste incineration, raising the bar for one of Europe’s most controversial industries. But emissions from burning waste are still putting our health, the environment and the climate at risk.

https://meta.eeb.org/2020/01/09/burning-questions-about-the-new-eu-waste-incineration-standards/

EEB - Environment Ministers feel the heat in Brussels

Temperatures hit new record highs in parts of Europe as environment ministers meet to discuss a range of environmental issues.

https://meta.eeb.org/2019/06/27/environment-ministers-feel-the-heat-in-brussels/

IUCN - Almost half of World Heritage sites could lose their glaciers by 2100

Glaciers are set to disappear completely from almost half of World Heritage sites if business-as-usual emissions continue, according to the first-ever global study of World Heritage glaciers, co-authored by scientists from the International Union for Conservation of Nature (IUCN).

https://www.iucn.org/news/world-heritage/201904/almost-half-world-heritage-sites-could-lose-their-glaciers-2100

Consumo di suolo: rapporto 2019

Riccardo Graziano

Il consumo di suolo è uno dei principali problemi dell’era industriale e nel nostro Paese è particolarmente acuto. Abbiamo già avuto occasione di occuparcene e ora ci torniamo per aggiornare la situazione con gli ultimi dati ISPRA-SNPA, che riflettono una situazione in ulteriore peggioramento nei centri urbani, con la lodevole eccezione di Torino che, seppure di poco, aumenta gli spazi verdi.
I dati relativi alle aree urbane ad alta densità dicono che nel 2018 abbiamo perso 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell’ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense.
A Roma, su 75 ettari di consumo totale, ben 57 sono stati sottratti ad aree verdi. Ancora peggio fa Milano, che cementifica 11 ettari di aree verdi su un totale di 11,5.
In controtendenza, come dicevamo, Torino, che recupera 7 ettari di suolo, estensione non trascurabile, oltre all’importante segnale di una inversione di rotta rispetto alla tendenza precedente e a quella di tutti gli altri.
La cosa illogica e preoccupante è che ormai il consumo di suolo e la continua pulsione edificatoria sono totalmente disgiunti dal fattore demografico. Ovvero, se negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso il boom edilizio aveva un suo perché, vista la crescita demografica del Paese e il progressivo inurbamento della popolazione, oggi non è più così. La curva demografica è pressoché stabile, la popolazione non cresce e non di rado le città perdono abitanti, con i centri storici che si svuotano progressivamente, tuttavia si continua a costruire. Attualmente ogni cittadino italiano “occupa” una superficie di oltre 380 m2 di aree coperte da cemento, asfalto o costruzioni in altri materiali artificiali, estensione che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, mentre la popolazione diminuisce.
La cementificazione acuisce anche il fenomeno dell’aumento delle temperature, dal momento che le superfici ricoperte da materiali artificiali assorbono quantità di calore sensibilmente superiori rispetto a quanto fa il suolo libero, creando l’effetto cosiddetto delle “isole di calore”, dove la temperatura può risultare superiore di alcuni gradi rispetto alle zone non urbanizzate. Un fenomeno che non solo aumenta le temperature diurne, ma impedisce o comunque riduce il raffrescamento notturno, quando il calore immagazzinato durante il giorno si irradia nel microclima metropolitano.
L’analisi del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) sul territorio nazionale evidenzia altri 51 chilometri quadrati di superficie costruita nel 2018, pari a 14 ettari al giorno in media, ovvero 2 metri quadrati al secondo, un ritmo tuttora insostenibile, anche se inferiore ai valori record degli anni pre-crisi, ma ancora lontano dall’obiettivo europeo che prevede l’azzeramento del consumo di suolo netto, ovvero il pareggio fra suolo occupato da nuove costruzioni e aree recuperate con interventi di demolizione, deimpermeabilizzazione e rinaturalizzazione.
I numeri dicono che, tra i comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti, Roma guida la classifica della cementificazione con i suoi 75 ettari di consumo di suolo, seguita a distanza da Verona (33 ettari), L’Aquila (29), Olbia (25), Foggia (23), Alessandria (21), Venezia (19) e Bari (18). Tra i comuni più piccoli, spicca Nogarole Rocca, in provincia di Verona, con quasi 45 ettari di incremento.
Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture, quindi con perdita permanente e irreversibile.
Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori, +923 ettari, seguita da Lombardia +633, Puglia +425, Emilia-Romagna +381 e Sicilia +302. Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).
Il consumo di suolo cresce perfino nelle aree protette, sia per abusi, sia regolarmente autorizzato (+108 ettari nell’ultimo anno), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari) e nelle zone a pericolosità sismica (+1803 ettari).
Secondo alcune stime l’Italia ha perso negli ultimi sei anni superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua piovana che ora, oltre a non contribuire più a ricostituire le risorse idriche nelle falde acquifere, scorreranno veloci sulle nuove superfici impermeabilizzate, aggravando la pericolosità idraulica del nostro territorio.
La perdita di questi servizi ecosistemici garantiti dal suolo naturale viene valutata con un corrispettivo economico che gli esperti valutano essere compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno.
Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore che minaccia il suolo e il territorio, che sono soggetti anche ad altri processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la desertificazione, la perdita di habitat, di produttività e di carbonio organico.
Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 km quadrati, quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 km quadrati.
ISPRA e SNPA, all’interno del progetto europeo SOlL4LIFE, stanno lavorando con le Regioni alla realizzazione di Osservatori Regionali sul consumo di suolo, ai quali spetterà il compito di supportare, con il monitoraggio del SNPA, le attività di pianificazione sostenibile del territorio.
Un nuovo assetto normativo a livello nazionale che regolamenti in senso restrittivo il consumo di suolo è infatti ormai urgente e indifferibile.
Il Rapporto ISPRA sul Consumo di suolo in Italia e le schede dettagliate delle regioni, province e comuni (da cui sono state prelevate le immagini riportate nella presente pagina), sono disponibili on line all’indirizzo http://www.isprambiente.gov.it.

Fabio Clauser: ha 100 anni il decano dei forestali italiani

Gianni Marucelli

È giunto a 100 anni, non in punta di piedi, ma pubblicando nell'ultimo quadriennio ben due libri di grande interesse, “Romanzo forestale” e “La parola agli alberi”. Fabio Clauser, nato in Trentino nel 1919, decano dei Forestali italiani, è stato festeggiato nell'ottobre scorso presso il Teatro degli Antei”, a Pratovecchio (AR), in quella magica vallata, il Casentino, che è stata per molti decenni il suo luogo di lavoro.
Non basterebbe un voluminoso tomo, per narrare compiutamente le vicende della lunga vita di questo studioso e amministratore del patrimonio forestale del nostro Paese: lui, sobriamente, l'ha riassunta in un libro di 190 pagine (“Romanzo forestale”, appunto), che reca come sottotitolo la dicitura “Boschi, foreste e forestali del mio tempo”. Un tempo, potremmo aggiungere, che non si è ancora affatto esaurito, se Clauser, con la stessa solidità e pacata energia di un faggio secolare, continua a darci lezione di amore per la Natura e a esortarci a preservarla.
Con umiltà e decisione, come io stesso posso testimoniare, quando, alla presentazione del suddetto volume, quattro anni fa, ebbe a dirmi, mentre me lo autografava: “Continuate a battervi, voi di Pro Natura, perché, senza voi ambientalisti, noi possiamo fare poco!”.
Entrato nella Milizia Forestale nel 1940 (il regime aveva voluto cambiar nome al Regio Corpo forestale, per suggerire un che di bellicoso), e  conseguita la laurea presso l'Accademia Militare di Scienze forestale di Firenze, Clauser fu spedito a “farsi le ossa” in Piemonte, da dove poi fu trasferito nel natio Trentino. Il tragico periodo degli ultimi anni di guerra è narrato, con sobrietà ma anche con stimolante ironia e autoironia da Clauser: tra le pagine più godibili certamente quelle in cui il giovane Forestale rifiuta di far giuramento nel nome di Mussolini e della Repubblica di Salò, pena il licenziamento, e le righe che narrano la brevissima e incruenta adesione alla Resistenza, prima del 25 aprile.
Le successive esperienze, quale direttore del Parco Nazionale dello Stelvio quando questa importantissima area protetta era ridotta allo stremo per mancanza assoluta di risorse economiche, e poi, per molti anni, all'Azienda di Stato delle Foreste Demaniali del Casentino, quella zona che sarebbe in seguito divenuta l'attuale Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, esaltarono le capacità di gestione selvicolturale di Fabio Clauser, sempre più orientata nel senso della valorizzazione naturalistica della foresta. In questo contesto, prese vita l'idea di preservare totalmente un'area, destinata al taglio, di accesso difficilissimo, un'area situata sulle pendici di Poggio Scali, versante settentrionale. Il bosco era qui caratterizzato dalla presenza di alberi di alto fusto di varie specie diverse: faggi, abeti, frassini, aceri, tassi, olmi, querce, alberi, scrive lo stesso Clauser “di dimensioni inconsuete nei boschi appenninici, piante in parte piene di vita, malgrado la loro secolare esistenza, in parte espressione evidente di una maestosa e vigorosa vecchiaia, in parte disfatte in un lungo processo di riciclaggio del legno in humus, in parte piantine giovanissime, segno di una rinnovazione lenta, ma sicura del bosco”.
Altri, al suo posto, avrebbero ordinato di procedere all'abbattimento anche di questo lembo di bosco antico. Non il Forestale venuto dal Trentino, che, abusivamente, “risparmia” un centinaio di ettari: “non era il caso di turbarne l'aspetto così commovente nemmeno con il taglio di un solo albero”.
Naturalmente, Clauser si rendeva perfettamente conto che la situazione restava di fatto precaria, e suscettibile di distruzione non appena fosse cambiato il Direttore: perciò decise di intraprendere una strada all'epoca (siamo negli anni '50) assai audace: l'istituzione di una Riserva Naturale Integrale quale ne esistevano in altri paesi europei, create dall'UICN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).
Fu un'impresa lenta e difficile, che incontrò ostacoli non solo dalla burocrazia, ma anche dal mondo accademico. Finché non intervennero con il loro peso scientifico il prof. Mario Pavan e il prof. Gosswald (Università di Wurzburg), e la proposta fu alla fine approvata (1959) con l'istituzione di una Riserva su una superficie di 113 ettari, in seguito ampliata per altri 400 ettari circa. Nacque così la Riserva Naturale Integrale di Sassofratino, che il prof. Pavan riuscì a far inserire fra le Riserve del Consiglio d'Europa. Quest'ultimo conferì molti anni dopo (1985) alla stessa l'ambito riconoscimento del Diploma Europeo per la Conservazione della Natura.
Se la Riserva di Sassofratino rimarrà per sempre legata al nome di Fabio Clauser (e perché non intitolargliela ufficialmente?), l'impegno del decano dei Forestali continuò ad espletarsi ancora per decenni, prima come funzionario dello Stato poi come libero cittadino e studioso impegnato nella difesa dell'ambiente forestale, ed è per questo che, in tanti, noi compresi, al compimento del secolo di vita, si sentono onorati di averlo conosciuto e di potergli ancora augurare “cento di questi giorni!”.

L'Associazione Pro Natura L'Aquila in alta quota

per il giardino alpino di Campo Imperatore

Laura Asti (Presidente Pro Natura L’Aquila) & Loretta Pace (Responsabile scientifico Giardino Alpino, Univaq)

Il Gran Sasso d’Italia rappresenta per la città dell’Aquila la sua essenza ed il suo carattere: forte e gentile. La montagna austera con i suoi rigidi inverni, le copiose nevicate, gli ambienti straordinari e solitari inducono ad un profondo rispetto. Il risveglio primaverile e l’allungarsi delle giornate soleggiate mostrano una signorile bellezza con spettacolari scenari che riempiono il cuore e la vista di variegate fogge, colori, profumi. È in questo scenario che si inserisce il Giardino Alpino di Campo Imperatore, localizzato lungo il pendio meridionale di Monte Aquila sul versante occiden-tale del Gran Sasso d’Italia, in prossimità del valico tra Campo Imperatore ed i Tre Valloni a 2.117 m, oltre il limite della vegetazione forestale.
Fondato nel 1952 dal Prof. Vincenzo Rivera, docente di Botanica e primo rettore dell’Università dell’Aquila, è attualmente gestito dalla sezione di Scienze Ambientali del Dipartimento di Medicina clinica, Sanità pubblica, Scienze della Vita e dell’Ambiente.
Il Giardino Alpino, situato nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, è stato riconosciuto di interesse regionale ai sensi della L.R. 9 Aprile 1997 n. 35 “Tutela della biodiversità vegetale e gestione dei giardini ed orti botanici” dalla Regione Abruzzo.
Nel Giardino vengono coltivate le piante degli habitat altitudinali dell’Appennino Centrale che vivono in un ambiente molto selettivo a causa delle bassissime temperature, della forte irradiazione solare, dei venti spesso violenti e del prolungato innevamento. Per tale ragione la stagione vegetativa è brevissima, inferiore, in media, ai 130 giorni per anno. Nel Giardino sono presenti circa 300 specie vegetali autoctone, molte delle quali rare e vulnerabili, numerosi endemismi e relitti glaciali.
Gli argomenti esposti dai relatori Laura Asti, presidente Pro Natura L’Aquila, ed i responsabili scientifici del Giardino Gianfranco Pirone (past), Fernando Tammaro (past) e Loretta Pace (attuale) hanno messo in evidenza la necessità di sostenere ed incrementare le attività di questo importante centro di ricerca e di divulgazione didattica. A conclusione del Progetto, il Rettore ha donato una targa ricordo all’Associazione Pro Natura L’Aquila per “esprimere il più vivo apprezzamento per l’impegno profuso con passione e generosità”.

Bibliografia breve:
PACE L., CATONICA C., 1998 - Origine ed attualità del Museo Giardino Alpino di Campo Imperatore. Aree Protette in Abruzzo, Carsa Edizioni : 204- 209.
PACE L.,PACIONI G., 2002 - Il Giardino Alpino di Campo Imperatore a cinquant’anni dalla fondazione; Boll. IV serie n°9 : 33- 50.Giugno 2002 C.A.I., Gruppo Tipografico Editoriale.
PACE L., 2002 - A Campo Imperatore una preziosa eredità da custodire: il Giardino Alpino, CARSA Edizione, 72 -75.
PACE L., PACIONI G, PIRONE G., RANIERI L., 2005 – Il Giardino Alpino di Campo Imperatore (Gran Sasso d’Italia, L’Aquila). Informatore Botanico, 37 (2) 1211-1214, Atti “I Giardini della Sapienza”.

Maglie della rete - Termina un annus horribilis

Fabio Balocco

Da quando siamo entrati nell’Antropocene probabilmente nessun anno come questo che sta per terminare ha confermato la follia delle attività poste in essere dalla specie umana.
Gli incendi dell’Amazzonia, gli incendi della Siberia, il primo ghiacciato estinto in Islanda, con tanto di funerale, la “spirale della morte dell’Artide”, la terribile estate calda che abbiamo vissuto, sono lì a testimoniare, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che stiamo rapidamente distruggendo la nostra casa, la sola che abbiamo. Siamo l’unica specie che distrugge talvolta solo per il gusto di distruggere ("Siamo animali crudeli noi umani. Siamo animali terribili" ricorda Sebastiao Salgado), talaltra soprattutto per raggiungere e mantenere condizioni di vita che non si può permettere.
La cartina al tornasole è l’overshoot day che quest’anno per l’Italia è caduto ancor prima, il quindici maggio.

Eppure i politici di tutto il mondo non sanno/non vogliono prendere provvedimenti adeguati per fronteggiare la catastrofe che stiamo vivendo.
Sono solo capaci di prenderci in giro, parlando di green economy, quasi che non sapessimo che non è captando tutti i corsi d’acqua con impianti idroelettrici, non è costellando di turbine eoliche i crinali dei monti, non è installando pannelli solari a terra e consumando ulteriore suolo, non è azzerando boschi per alimentare centrali a biomassa che si può fronteggiare la crisi, bensì solo con provvedimenti drastici di riduzione dei consumi, solo con una brusca virata verso la decrescita. Ma può un regime democratico prendere provvedimenti in direzione esatta e contraria rispetto all’andamento di quella economia che la politica stessa sostiene? Andiamo, su, non viviamo sulla luna. Lo stesso Luca Mercalli in una recente intervista ha solo auspicato che i provvedimenti li possa prendere un regime democratico, intendendo che forse solo con la forza essi possano essere adottati.

D’altra parte il 2019 è stato anche l’anno della presa di coscienza da parte soprattutto di una frangia di giovani che non ci si può più permettere di vivere così: i Fridays for Future con le loro divise colorate e i loro motti che ricordano quelli movimentisti (da “avete rotto i polmoni”, a “se credete che l’economia sia importante, provate a trattenere il fiato mentre contate i soldi”), ma soprattutto gli inglesi Extinction Rebellion, con le loro clamorose azioni di protesta, ne sono esempi.
Ma sono una ristrettissima minoranza, la stragrande maggioranza della popolazione se ne frega dell’estinzione delle altre specie, o della possibilità che l’uomo stesso si estingua, supportata in questa direzione da una informazione sempre meno libera, sempre più legata al capitale, un’informazione che ci dice che bisogna preoccuparsi se il PIL diminuisce, o se diminuisce la popolazione, ma bisogna esultare se fa bel tempo, o se si realizzano la TAV o la Pedemontana Veneta, e che comunque bisogna mangiare carne.

Del resto, è anche vero quello che afferma Timothy Morton: la catastrofe in atto è un iperoggetto dentro al quale noi viviamo giornalmente e che non riusciamo ad apprezzare nella sua reale gravità. Quindi, continuiamo così, continueremo così: come i ciechi di Bruegel il Vecchio che finiscono dentro al fosso. Ormai, non c’è più spazio per l’ottimismo né per la speranza. Facciamocene una ragione.