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Il Museo Laboratorio della Fauna Minore di San Severino Lucano (Potenza)

Valentino Valentini (entomologo e scrittore naturalista, direttore del Museo)

Negli incantevoli luoghi che la Natura ci ha preservato, a valere per tutti gli organismi viventi e non soltanto per i “sapiens”, una grande famiglia formata da piante, animali e esseri umani è cresciuta da secoli nel rispetto e in armonia.
Una perfetta simbiosi tra l’Uomo e la Natura ha permesso da tempo immemorabile di convivere in un pianeta sano e ricco di risorse, un legame fatto di rispetto, protezione e amore. Purtroppo le cose oggi sono cambiate, e, come sta dimostrando l’attuale pandemia, non si vive più quel legame, l’abbiamo perso. Inoltre le prospettive e la
“minaccia” d’un enorme aumento della popolazione umana già da qualche tempo stanno mettendo in primo piano una sommatoria di problemi ambientali, questo soprattutto perché la volontà e la possibilità dell’uomo di modificare (e inquinare) l’ambiente in cui vive si sono sviluppate molto, ma molto più in fretta della sua capacità di comprendere come funziona il nostro ambiente naturale, in modo da preservare il costante sviluppo della vita. Ciò posto, attraverso la dura lezione del Coronavirus oggi abbiamo l’opportunità di riconsiderare seriamente come facciamo “business” con la biosfera per rifondare la convivenza umana in senso ecologico, per rinsaldare la relazione Uomo-Natura, assumendoci la piena responsabilità nei confronti degli ecosistemi naturali.  
Ho motivo di ritenere che la realizzazione di un civico museo di scienze naturali e ambientali, costruito sulla falsariga di quanto realizzato in San Severino Lucano – stiamo parlando del Museo Laboratorio della Fauna Minore sul Parco Nazionale del Pollino – può avere l’ambizione di provare a ricucire quel rispetto e quell’attenzione per la Natura e per ogni vivente.  

Proviamo a descrivere brevemente in cosa consiste l’istituzione di un moderno museo di storia naturale e ambientale, un tipo di museo inesistente, peraltro, nelle estreme regioni meridionali.  
Il “Museo di Scienze Naturali è un’istituzione permanente al servizio della società e del suo sviluppo (oggi si parla anche e soprattutto di “sviluppo sostenibile”…), è aperto al pubblico e ha funzioni di ricerca, conservazione e valorizzazione di un insieme di beni naturali e culturali che acquisisce, conserva e soprattutto espone ai fini di studio, educazione e diletto, e serve ad integrare anche la scuola e la famiglia nell’orientare i ragazzi verso scelte di vita consapevoli e sostenibili”.  
A dispetto di quanto sopra nel nostro Paese la situazione dei musei naturalistici è tutt’altro che rosea: Franco Andreone, Conservatore del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, scrive che in Italia i musei naturalistici costituiscono la “cenerentola” del mondo museale italiano, tanto che ciascuno fa storia a sé, chi dipende dall’Università, chi dalla Regione o dal Comune, chi addirittura dalla beneficenza o dalla Parrocchia, altri dalla “politica” che sostanzialmente se ne disinteressa, col risultato che ciascuno fa quel che crede o che può, senza una direzione univoca e coerente. L’ex presidente della S.E.I. (Società Entomologica Italiana) prof. Francesco
Pennacchio, ha scritto che: “da sempre le regioni centro meridionali del nostro Paese sono purtroppo tragicamente prive di musei e strutture di tipo naturalistico ove svolgere, soprattutto a favore dei ragazzi, quella fondamentale attività divulgativa di avvicinamento alla natura (che poi genera “bioempatia”), e che potrebbe spingerli, una volta adulti, a non ripetere gli errori commessi contro i beni ambientali  dalle generazioni che li hanno preceduti”. E su quel suo “tragicamente” ci sarebbe tanto da riflettere!  

La bioempatia, appunto, la capacità cioè di considerare le cose anche dal punto di vista della Natura, c'insegna ad apprezzare il modo in cui tutte le creature viventi, uomo compreso, sono interconnesse, ci fa scoprire tutto il buono, il giusto, il bello del ciclo della vita, il che non è poco visto i tempi che corrono.
Imparare la bioempatia attraverso la visita e la frequentazione di un museo di storia naturale moderno, dove non vi siano solo piante e animali morti e rinsecchiti ma soprattutto utili riferimenti alla struttura e funzioni degli ecosistemi naturali (E.P.Odum, 1969), oggi costituisce uno degli strumenti più avanzati e moderni per adeguarci anche alle direttive dell’Agenda Europea 2030 sulla Sostenibilità Ambientale, un complesso di principi che preludono certo ad un ritorno ai valori autentici dell’uomo, un uomo cui la modernità ha imposto invece ritmi che lo hanno pericolosamente allontanato dai suoi bisogni primari e fondamentali: natura, ambiente e salute.

Non dimentichiamo, inoltre, che la Direttiva UE più recente definisce un Atto del Ministero della Transizione Ecologica secondo il quale è necessario proteggere e migliorare la biodiversità a mezzo del mantenimento in salute del nostro territorio e degli ecosistemi, e implementare le azioni di salvaguardia degli “insetti impollinatori” in Parchi e aree naturali protette, ma con sguardo attento anche, e bioempaticamente, al resto del territorio delle estreme regioni meridionali a vocazione naturalistica.

La realizzazione di presidi culturali permanenti, muniti anche di adeguati laboratori didattici, potrebbe portare anche posti di lavoro e grandi benefici per il territorio e per l’ambiente, stimolando la popolazione e facendola crescere in bioempatia, oltre a rappresentare un’ottima meta per le visite scolastiche e un’importante attrattiva per quell’ecoturismo, oggi in via di maggiore sviluppo che, com’è noto, costituisce uno dei segmenti basilari del turismo “verde” nel nostro Paese.

Il Museo Darwin Dohrn (DaDoM)

Ferdinando Boero (Stazione Zoologica Anton Dohrn, Fondazione Dohrn)

Un Museo sull'ecologia marina, motore dell'evoluzione
Charles Darwin, con la selezione naturale, spiega l'origine delle specie in termini ecologici. La parola ecologia fu coniata da Ernst Haeckel in tempi successivi e non compare ne L'Origine delle specie; al suo posto Darwin usa: l'economia della natura. Nella prima edizione del saggio non c'è neppure la parola evolution, anche se il testo finisce con la parola evolved. Darwin non conosceva la genetica e la sua teoria necessitò di continue integrazioni: il neo-darwinismo prima, la sintesi moderna dopo, e molti altri contributi in tempi più recenti, dagli equilibri punteggiati all'evo-devo. L'impalcatura teorica realizzata da Darwin con la selezione naturale, un processo eminentemente ecologico, regge comunque tutti gli sviluppi successivi.
Nel 1872 Anton Dohrn, folgorato dalla teoria darwiniana, fondò la Stazione Zoologica, che oggi porta il suo nome, proprio per contribuire all'affermazione delle teorie evoluzionistiche attraverso lo studio della vita marina, promuovendo l'esplorazione della biodiversità e le ricerche sulla biologia degli organismi marini.
In questi 150 anni il contributo determinante della Stazione Zoologica alle scienze marine è riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale, ma non è noto al grande pubblico che, invece, ben conosce l'Aquarium.
Il Museo Darwin Dohrn (DaDoM) è stato concepito proprio per "raccontare" la Stazione Zoologica creata da Anton Dohrn, collegandola alla figura di Charles Darwin che ne ispirò la fondazione.

L'edificio e il progetto espositivo
Il DaDoM occupa la Casina del Boschetto, realizzata nel 1948 da un progetto degli architetti Luigi Cosenza e Marcello Canino: un esempio dello stile razionalista del dopoguerra. Rimasto abbandonato dalla metà degli anni Novanta, nel 2015 il Comune di Napoli ha ceduto l'edificio in comodato d'uso alla Stazione Zoologica Anton Dohrn.
Durante il restauro, completato nel 2019, un gruppo di biologi marini e museologi, coordinato da Ferdinando Boero, costituito da Elisa Cenci, Marco Signore e Andrea Travaglini, affiancati dall'architetto Maria Cristina Maiello, ha iniziato ad elaborare il progetto espositivo. Il Presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn, Roberto Danovaro, ha "monitorato" lo stato di avanzamento dei lavori fornendo continue indicazioni.
L'edificio ha un grande salone, ma il resto degli spazi è costituito da piccoli locali un tempo adibiti a diverse finalità. I vincoli architettonici non hanno permesso alcuna modifica strutturale e il progetto espositivo ha dovuto rispettare la pianta originale, tenendo conto anche delle norme di sicurezza previste in locali aperti al pubblico.
Nel 2015 Papa Francesco chiede la "conversione ecologica" nell'enciclica Laudato Sì e la Convenzione di Parigi pone le basi della "transizione ecologica" perseguita negli anni seguenti dalla Commissione Europea. La convergenza tra la massima autorità religiosa del Cattolicesimo e i Grandi di tutto il mondo segna una svolta culturale che, in Italia, ha visto anche l'inserimento di biodiversità ed ecosistemi nell'articolo 9 della Costituzione, accanto al paesaggio.
Come comunicare attraverso un Museo la necessità di una conversione e una transizione che riconoscano l'importanza dell'ambiente nell'impostazione del nostro vivere quotidiano?

Da ohhh ad ahhh
L'importanza della Natura è sottolineata in fiorenti attività di comunicazione, dai documentari, ai film, agli articoli su giornali e riviste. La strategia comunicativa si basa su organismi e habitat carismatici, attraverso i quali si intende sensibilizzare il pubblico con le "bellezze della natura". L'intento è di sollecitare ammirazione e stupore: la strategia ohhh (in inglese wow). Per quel che riguarda il mare, i testimoni sono i cetacei, le barriere coralline, i rettili marini, gli squali, le foche e poco altro. L'aspettativa era che, partendo dai carismatici, si sarebbe ottenuta la consapevolezza che molto altro "regge" gli ecosistemi planetari. Il passaggio dallo stupore alla consapevolezza avrebbe dovuto sollecitare una reazione ahhh da parte del pubblico, indotto quindi non solo a stupirsi della bellezza ma anche a prendere coscienza dell'importanza di moltissimi organismi sconosciuti ai più.
Questa transizione dallo stupore alla consapevolezza, però, non si è verificata. La conversione ecologica, e la conseguente transizione ecologica, richiedono un'evoluzione culturale che stenta ad affermarsi.

La chiesa dell'ecologia e dell'evoluzione
Le chiese sono stracolme di arte: affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate colorate, reliquie e presepi costituiscono un apparato comunicativo che illustra le "storie" e i dettami religiosi che vengono comunicati durante le funzioni. Le chiese sono "musei" dove si possono ammirare opere concepite per trasmettere concetti ed emozioni.
La conversione ecologica predicata da Francesco deve essere predicata: perché non usare la tecnica comunicativa adottata nelle chiese per trasmettere i principi dell'ecologia e dell'evoluzione in mare?
Una volta costruito il percorso concettuale che unisce tutte le sale del Museo, una schiera di artisti e grafici ha "interpretato" i vari concetti. Nel Museo si possono ammirare le opere di Massimo Colombo, Alberto Gennari, Ray Troll, Luis Rey, Gioacchino Cennamo, Asad Ventrella, Lorenzo Possenti, Giuseppe Bruno, Enrica D'Aguanno, Ester Vollono, e le botteghe d'arte Naturaliter e Fossil Design. Inoltre sono state utilizzate illustrazioni storiche realizzate dagli artisti della Stazione Zoologica, come Comingio Merculiano e Vincenzo Serino.

Le sale
1 - Darwin e Dohrn
All'ingresso del Museo i visitatori sono accolti dai busti di Anton Dohrn e Charles Darwin, inseriti in un'opera che mostra, in alto, la corrispondenza epistolare tra i due e, sotto, da una parte la casa di Darwin, in Inghilterra, e, dall'altra, la Stazione Zoologica sulla spiaggia di Chiaia. Darwin è nel suo studio, Dohrn è al microscopio. Entrambi sono in mare e, a fianco di Darwin, veleggia la Beagle, con cui fece il giro del mondo. Sotto Dohrn, invece, campeggia l'imbarcazione dei pescatori della Stazione Zoologica, intenti a raccogliere campioni per gli scienziati ospiti. L'Acquario, i tavoli di studio e i campioni venduti in tutto il mondo convogliano finanziamenti per il funzionamento della Stazione. A fianco di quest'opera, in una grande carta geografica, è tracciata la rotta del Beagle e tutte le "stazioni" visitate da Darwin. La cartina mostra anche le prime Stazioni marine che, nell'intento di Dohrn, avrebbero dovuto creare una rete osservativa analoga a una rete ferroviaria che, in effetti, è stata realizzata, spesso su ispirazione della "sua" Stazione di ricerca. Oggi sono centinaia, ma sono raffigurate solo le più antiche.
Di fronte, in una nicchia, c'è un disegno tratto dai taccuini di Darwin, in cui, dopo le parole I think (io penso), Darwin tratteggia il "corallo della vita": da un unico progenitore (la specie 1) si sono evolute tutte le altre specie, legate da discendenza comune. Le specie estinte sono i "rami rotti" del corallo. Davanti al disegno campeggia una grande colonia di coralli profondi (Dendrophyllia ramea) raccolta nel Golfo di Napoli.
Dohrn costruì la sua Stazione per confermare la teoria di Darwin e, per farlo, promosse la ricerca in mare. La sala successiva, quindi, racconta l'oceano: il palcoscenico dove si svolge la storia.

2 - L'Oceano
Al centro campeggiano diversi campioni di plancton gelatinoso, dominante nella colonna d'acqua, e, appesa al soffitto, una "statua" di Rhizostoma pulmo, il polmone di mare, la seconda medusa più grande del Mediterraneo, descritta da Macrì proprio nel Golfo di Napoli nel 1778. L'oceano comprende la quasi totalità dell'acqua presente sul pianeta, sia in forma liquida sia solida. Di fronte all'ingresso è raffigurato il Grande Nastro Trasportatore Oceanico, generato dalla formazione del ghiaccio polare. A contorno del planisfero si vede l'acqua marina che evapora, lasciando i sali in mare, sale in cielo e diventa nuvole e poi ricade al suolo come pioggia o neve, per poi tornare al mare.
Le previsioni del tempo mostrano che le perturbazioni atlantiche si spostano verso l'Europa. L'acqua che forma le nuvole è di origine atlantica: l'Atlantico bagna l'Italia! Il Po è in secca perché non piove. La pioggia che rifornisce di acqua il Po viene dall'Atlantico!
In un'altra cartina si mostra che il Mediterraneo è un oceano in miniatura, dove le acque fredde del Golfo del Leone, del Nord Adriatico e del Nord Egeo innescano correnti termo-aline analoghe a quelle che mettono in moto il grande nastro trasportatore oceanico.
In un'altra bacheca si mostrano reperti di animali misteriosi per i più, come i pirosomi, le cui colonie possono raggiungere anche i 15 m di lunghezza e che hanno generato le leggende dei serpenti marini.
L'Oceano copre il 70% della superficie del pianeta, ma non è una superficie, è un volume e rappresenta più del 90% dello spazio abitabile dalla vita che, a causa della profondità media (4.000 m), è per lo più privo di luce. Come può esserci vita in assenza di fotosintesi, il processo che sta alla base del funzionamento degli ecosistemi?

3 - La Neve Marina
La risposta si trova nella sala successiva, buia, uno schermo che prende un'intera parete mostra una "nevicata sottomarina". Gli organismi (dagli unicellulari alle balene) che basano la loro sopravvivenza sulla produzione degli esseri fotosintetici viventi nello spazio illuminato della colonna d'acqua, una volta morti precipitano verso le tenebre del fondo e sono decomposti dai batteri. Si forma così un particolato organico che, visto da un sottomarino, sembra proprio neve.
La neve marina sostiene i detritivori che se ne cibano, sia quelli sul fondo sia quelli che la intercettano durante la sua discesa verso l'abisso. I predatori si nutrono di detritivori. Sulle pareti bassorilievi di pesci, molluschi, anellidi, cnidari e crostacei: speciali luci esaltano le parti luminescenti. La sala è molto immersiva, e rappresenta la stragrande maggioranza dello spazio abitato dalla vita: il volume oceanico illuminato solo dalla luce degli organismi che lo abitano.

4 - Le risorgive idrotermali e l'origine della vita
Usciti dalla sala della neve marina, ci si trova di fronte alla ricostruzione di un "fumatore nero", un camino sottomarino da cui esce acqua ad altissima temperatura. Attorno ci sono enormi vermi, i pogonofori, anellidi privi di intestino che si alimentano grazie alla simbiosi con batteri chemioautotrofi. Attorno al camino ci sono crostacei, molluschi bivalvi, polpi. Queste comunità, diffuse lungo le dorsali oceaniche, sono nel buio perenne ma non vivono del detrito che piove dall'alto: traggono energia proprio dai batteri chemiosintetici e dalle reti trofiche, indipendenti dalla luce solare, che su essi si basano. L'energia arriva dal vulcanesimo sottomarino. Tra le più accreditate ipotesi sull'origine della vita c'è proprio quella che vede nei batteri chemioautotrofi gli antenati di tutti i viventi. La comparsa dei batteri fotoautotrofi che, producendo ossigeno, cambiarono le condizioni del pianeta, favorì l'evoluzione che ha portato fino a noi. I batteri, sia chemio- che fotosintetici, assieme ai batteri eterotrofi che digeriscono sostanza vivente, degradandola, sono ancora alla base dei processi vitali: senza di loro la vita "complessa" non potrebbe esistere. La complessità della vita, a partire da progenitori semplici, è aumentata moltissimo, ma le funzioni essenziali per i processi ecologici sono ancora a carico di esseri semplici, molto simili ai progenitori di tutti i viventi: i batteri sono gli organismi più importanti della biosfera!

5 - Le pagine di pietra
Nella sala successiva, tappezzata di strati rocciosi (le pagine di pietra), si viaggia nel tempo. Lo spiega una magnifica opera dove si vedono gli organismi del passato preservati nelle rocce. Si parte da "ora" e si scende per milioni di anni all'interno delle pagine di pietra che contengono le testimonianze di vite passate, attraverso le quali possiamo ricostruire come si sia evoluta la diversità biologica di oggi. I periodi geologici si susseguono, con i loro nomi, riassunti nelle ere che li comprendono, dal Precambriano al Paleozoico, continuando nel Mesozoico, e poi nel Cenozoico, fino all'Antropocene, pieno di spazzatura. Dentro gli strati ci sono i fossili.
La vita, a partire dalla sua origine, è sempre cambiata e i fossili ci raccontano la sua storia. Il primo evoluzionista moderno è Jean Baptiste Lamarck che, nel 1809, anno di nascita di Darwin, pubblica il Trattato di Filosofia Zoologica, in cui introduce il concetto di Trasformismo: la vita si trasforma nel corso del tempo, per una tendenza interna al miglioramento che porta al cambiamento. Il Trasformismo è l'Evoluzione. Un coetaneo di Lamarck, Georges Cuvier, non crede al trasformismo, è un fissista. Ma vede le stesse "trasformazioni" descritte da Lamarck, interpretandole in modo differente. Il Creatore cancella periodicamente tutte le forme viventi e ne crea di nuove: il catastrofismo. Ovviamente aveva ragione Lamarck. Nella sala sono esposti molti fossili, e modelli di come gli animali del passato avrebbero potuto essere da vivi. Un video che ricostruisce scene dal Cambriano anima la sala.

6 - La passeggiata nel tempo
Dalla sala delle Pagine di Pietra una tenda ci porta in un lungo corridoio. Le pareti sono decorate da un'opera che raffigura specie marine a partire dal Neogene fino all'origine della vita. Il visitatore cammina a ritroso nel tempo tra due pareti d'acqua stracolme di esseri del passato e, in pochi passi, ripercorre la storia della vita in mare. Le specie rappresentate sono moltissime, alcune popolari e ben conosciute, come trilobiti e megalodonti, altre sono meno note.

7 - L'evoluzione in mare
Qui entrano in scena la selezione naturale, spiegata graficamente in modo semplice, attraverso il concetto di variabilità delle caratteristiche degli individui di una specie che, in base al possesso di particolari "doti" (in questo caso una velocità superiore a quella di altri membri della stessa specie) hanno successo nel trasmettere le loro caratteristiche alle generazioni successive. La selezione naturale "rimuove" gli individui meno efficaci e la specie, con le parole di Darwin, "migliora". Ogni miglioramento di una specie, però, diventa un problema per altre specie. Entra allora in gioco la coevoluzione, esemplificata dalla corsa agli armamenti tra un predatore (un granchio) e una preda (un mollusco protetto da conchiglia). L'aumentare dell'efficacia di protezione, grazie alla sopravvivenza di individui con conchiglia sempre più spessa, porta alla prevalenza di predatori con sistemi di frantumazione della conchiglia, le chele, sempre più efficienti. Predatore e preda, per restare stabili-fermi nella loro interazione, sono costretti a correre. Il concetto è stato chiamato anche Ipotesi della Regina Rossa e, in Italia, potrebbe essere etichettato come l'Ipotesi Gattopardo: cambiare tutto perché tutto resti come prima. Ogni cambiamento genera altri cambiamenti: l'evoluzione è una reazione a catena che, una volta innescata, non si ferma più.
Ci sono esseri, però, che non hanno avuto bisogno di cambiare e, oggi, sono quasi identici ai progenitori di centinaia di milioni di anni fa: le meduse, i limuli, gli squali, le spugne, i nautili, per esempio, oltre ai già citati batteri. Ma ce ne sono altri che erano conosciuti solo come fossili e che, all'improvviso, sono apparsi quasi dal nulla, con individui quasi uguali ai loro progenitori: i fossili viventi!
La Latimeria chalumnae, rappresentata da un modello molto realistico, è un pesce dalle pinne lobate che rappresenta un gruppo di pesci ritenuti estinti da milioni di anni. Alle isole Comore, invece, questi pesci sono ancora presenti e testimoniano quelli che avrebbero potuto essere i primi passi che portarono dai pesci ai tetrapodi, i vertebrati con quattro arti. La nostra bis bis nonna (la latimeria), una statua a grandezza naturale, con i suoi colori, è in compagnia di Neoplilina galatheae, un mollusco monoplacoforo: un altro fossile vivente. Limuli, squali, meduse e nautili non sono fossili viventi: questa etichetta si applica a organismi ritenuti estinti da molto tempo e che vengono scoperti, vivi e vegeti, in qualche parte del globo.
Una vetrina dedicata ai molluschi, con grande varietà di forme e adattamenti, e un'altra dedicata ai nematodi, con adattamenti paragonabili a quelli dei molluschi ma con forme immutate, insegnano che l'evoluzione non necessariamente porta a grande varietà strutturale (come avviene nei molluschi) e l'architettura di alcuni gruppi (ad esempio nematodi e meduse) è talmente versatile da rispondere a diverse pressioni selettive senza necessità di cambiare.

8 - Vivere in mare
I paesaggi terrestri sono caratterizzati dalla vegetazione: gli animali più facili da osservare sono gli erbivori, mentre i carnivori sono più difficili da incontrare. Dove è la vegetazione nei paesaggi marini? Certo, alghe e piante marine crescono sul fondo e costituiscono la vegetazione. Ma nella colonna d'acqua? Lì vediamo solo carnivori. Un'opera spiega questa apparente incongruenza. Uno squalo bianco mangia un tonno, che mangia uno sgombro, che mangia una sardina... tutti carnivori che si mangiano tra loro. E gli erbivori? e le piante? L'opera ci mostra che tutti i pesci ossei hanno cicli biologici che prevedono stadi larvali e giovanili molto piccoli. Un grande tonno inizia la sua vita come piccolo uovo che poi diventa un embrione, una larva, un giovanile e, in quelle condizioni, è un esserino di piccole dimensioni. Le sue prede sono piccoli crostacei planctonici, ad esempio i copepodi, che non percepiamo visivamente, viste le ridottissime dimensioni. Sono loro gli erbivori, e mangiano fitoplancton costituito da diatomee e flagellati fotosintetici: l'erba! Le meduse mangiano i crostacei del fitoplancton e le uova e larve dei pesci, di cui sono grandi predatrici.
Tutti questi esseri prima o poi muoiono e sono decomposti dai batteri che li trasformano in sostanze elementari, i nutrienti, rimessi a disposizione dei produttori primari (il fitoplancton).
Gli ecosistemi marini si reggono su organismi piccoli (batteri, alghe unicellulari, piccoli crostacei e affini), che noi non possiamo vedere, ma che hanno importanza capitale.
Dove non c'è luce, nella stragrande maggioranza dello spazio abitato dalla vita, questi processi non avvengono, ma la sostanza organica proveniente dallo strato di acqua dove la luce è sufficiente per la fotosintesi precipita verso il fondo, carica di batteri decompositori: la neve marina che già abbiamo visto. I detritivori mangiano la sostanza organica e i batteri che la decompongono, e innescano una rete trofica a base di detrito. Le correnti discendenti portano ossigeno in profondità e innescano correnti ascendenti che portano i nutrienti verso la superficie, dove saranno utilizzati dai produttori primari. Gran parte della biosfera funziona così!
In questa sala ci sono anche i tre comparti principali dei sistemi marini: plancton, benthos e necton, e si mostrano anche le connessioni che li collegano attraverso i cicli biologici.
Le filtrazione, la più diffusa modalità di alimentazione degli animali marini, viene spiegata portando come esempio i mitili (le cozze) e le balene. Sono illustrate anche le altre modalità di alimentazione degli animali marini e i modelli di distribuzione del benthos, in base alla luce o all'idrodinamismo.

9 - Scienziati dell'evoluzione
Qui ci sono i busti di Ernst Haeckel e di Karl von Baer. Haeckel era il professore di Zoologia di Dohrn. Sviluppò la Legge biogenetica, l'ontogenesi ricapitola la filogenesi: lo sviluppo di un organismo (dall'uovo fecondato all'adulto) ricapitola la storia evolutiva della specie a cui quell'organismo appartiene e permette di identificare i suoi "antenati" (filogenesi). Von Baer coniò quattro leggi, oggi ritenute più attendibili rispetto a quella di Haeckel, che dicono esattamente il contrario. Non a caso, nella sala degli affreschi della Stazione Zoologica ci sono i busti di Darwin e di von Baer.
Haeckel era un maestro nella raffigurazione di alberi filogenetici che ricostruiscono i rapporti evolutivi tra gli organismi. Sulla parete accanto a quella con i busti troneggia una grande opera di Ray Troll: l'albero della vita. In basso a destra c'è la Stazione Zoologica, con Anton Dohrn che mostra l'albero a Darwin che, in mano, ha un corallo. Accanto c'è una tartaruga delle Galapagos che mangia una pizza!!!!
Dall'albero che mostra i rapporti filogenetici tra i vari phyla si passa alla parata della biodiversità marina, con 12 pannelli che raffigurano i phyla animali che vivono in mare, e le classi più importanti. I bozzetti sono esposti sulla ringhiera della balconata che dà sulla sala successiva.

10 - La sala polifunzionale
La grande sala che costituisce il perno di tutta l'esposizione è stata progettata per assolvere diverse funzioni, come suggerisce il nome. Le sedie sono facilmente amovibili e permettono una capienza di più di 120 spettatori. Sopra al palco, una grande parete funge da schermo per le proiezioni. Tolte le sedie la sala può servire per mostre speciali, workshop con molti tavoli, ricevimenti, e altre iniziative che richiedano ampio spazio. L'ingresso della sala, partendo dall'albero della vita, porta a una grande vetrata e a un colonnato. Appoggiata alla colonne troneggia la ricostruzione di una whale fall. I grandi cetacei, dopo la morte, affondano e i loro cadaveri si posano sul fondo, proprio come la neve marina. Uno scheletro di capodoglio lungo otto metri è stato utilizzato per ricostruire le fasi di predazione sul cadavere di un grande cetaceo da parte di squali, pesci, molluschi, crostacei e vermi marini.
Entrati nella sala polifunzionale, dopo aver costeggiato il capodoglio si arriva allo studio di Salvatore Lo Bianco, maestro della conservazione degli animali marini, seduto a una scrivania d'epoca con tanti preparati in liquido che si vendevano in tutto il mondo.
Facendo due o tre passi indietro, si ammira una parete alta sei metri che contiene migliaia di animali in liquido, recuperati dai fondi della Stazione Zoologica.
La sala polifunzionale servirà ad allestire mostre temporanee dedicate, ognuna, alle varie componenti della biodiversità marina. La prima, dedicata agli squali, ha previsto l'acquisizione di modelli a grandezza naturale di specie di squali mediterranei, compreso un grande squalo bianco. Sulla parete nord della sala troneggia un pesce luna, il più grande pesce osseo attualmente vivente, un re di aringhe, il più lungo pesce osseo, e un coloratissimo pesce re, oltre a una tartaruga liuto, il più grande rettile marino. Alcuni armadi a vetri contengono campioni a secco, un algario, e attrezzature storiche.
La sala può anche diventare un cinema e ospiterà festival cinematografici come il Pianeta Mare Film festival.

11 - Storia della biologia partenopea
Su una grande carta del golfo di Napoli sono indicate le storiche stazioni di campionamento dove il servizio pesca si recava per raccogliere i reperti richiesti dai ricercatori. Ci sono anche illustrazioni storiche che rappresentano organismi presenti nel  Golfo.
C'è anche una lista di specie descritte per la prima volta nel Golfo di Napoli. Inizia con Rhizostoma pulmo, il polmone di mare. Macrì la battezzò a partire da esemplari catturati nel Golfo, nel 1778. I primi ad essere descritti furono gli organismi più evidenti, come questa grande medusa bianca con la striscia blu. Seguendo gli anni di descrizione si può vedere che le scoperte si susseguono senza interrompersi mai. Nel 2021 sono state descritte specie sconosciute, trovate per la prima volta nel golfo di Napoli. L'esplorazione della biodiversità e la descrizione di specie sconosciute è da sempre una missione che caratterizza le attività della Stazione Zoologica. Una missione tutt'altro che compiuta.

12 - La scienza del mare
L'oceanografia biologica si effettua a partire da navi oceanografiche, mentre la biologia marina si vale delle stazioni marine. Questi due approcci sono complementari e non mutualmente esclusivi. Nelle stazioni di biologia marina, accanto allo studio della biodiversità, si usano gli organismi marini per compiere osservazioni ed esperimenti sui fenomeni basilari oggetto di studio della biologia, come la biologia dello sviluppo, la neurobiologia, la genetica e molto altro. Su una parete campeggiano i premi Nobel che sono passati dalla Stazione Zoologica e che hanno tratto ispirazione dalla cosiddetta "esperienza napoletana", grazie alla quale i ricercatori condividevano lo spazio dedicato alla ricerca, discutevano, si confrontavano, in un ambiente culturale ricchissimo.
C'è anche una lettera scritta al presidente della Stazione, Roberto Danovaro, da parte del Premio Nobel Tim Hunt, un componente del Consiglio Scientifico della Stazione Zoologica, deliziato dal vedere l'entusiasmo dei ricercatori e i loro risultati. La sala mostra anche antichi filmati che illustrano le attività "storiche" come la conservazione degli esemplari, e moderne attività subacquee. Ci sono alcuni veicoli sottomarini e si illustrano i vari approcci allo studio della biodiversità, da quello morfologico, più tradizionale, a quello genetico-molecolare, più moderno.
In questa sala è anche ricavato il piccolo negozio che vende libri e gadget ai visitatori.

13 - Il Museo Didattico
Una serie di tavoli e di microscopi e una lavagna collegata al computer permettono di effettuare esercitazioni pratiche in cui i visitatori, su prenotazione, possono effettuare osservazioni dettagliate su quanto hanno visto nel museo. Potendo anche toccare con mano alcuni oggetti esposti. Si tratta di uno spazio dedicato prevalentemente alle scolaresche, ma viene anche utilizzato per workshop scientifici e per particolari studi sulle collezioni presenti nel Museo.

14 - Il giardino
Fuori c'è una grande mascella di megalodonte, l'enorme squalo fossile di cui conosciamo solo i denti. Perfetta per fotografie di gruppo. Nel giardino, con vista su Capri e Posillipo, ci sono due sottomarini da ricerca, donati dall'associazione Mareamico. Invece di essere smantellati, sono ora una testimonianza storica di come si scendeva negli abissi qualche decennio fa. Sul retro, sempre in giardino, una grande scultura rappresenta un polpo che si arrampica sul muro di cinta.

Conclusioni
Il percorso espositivo segue una logica precisa e sviluppa un solo grande discorso, illustrato da tutto il materiale in esposizione. La bellezza di quanto esposto ovviamente tenta di strappare qualche ohhh e wow ai visitatori, ma il fine ultimo non è di stupire con immagini mirabolanti. Il museo vuole stupire i visitatori raccontando storie essenziali su fenomeni che non sapevano di non sapere, portandoli appunto a fare ahhh!!!!
Chi esce dal museo non deve solo essersi divertito, deve uscire sapendone di più. A questo fine ci sono le guide che spiegano il significato di tutto il percorso, perfettamente addestrate. E ci sono molti pannelli esplicativi che forniscono le necessarie chiavi interpretative, oltre a una guida in italiano e in inglese scaricabile con codice QR.
Questo primo allestimento del museo non è definitivo e sono molti gli argomenti che dovranno essere inseriti nelle varie sale, prima tra tutti la selezione sessuale, che troverà posto accanto alla selezione naturale e la coevoluzione.
Le conferenze, i congressi, i festival e le mostre tematiche già costituiscono un'offerta molto dinamica che garantisce novità ad ogni visita.
Il libro dei commenti, all'uscita che dà sul giardino, nel punto vendita di libri e gadget, è la migliore testimonianza della soddisfazione dei "clienti", per ora tutti entusiasti.

Il futuro dei Parchi nella voce dei protagonisti

A cura della Redazione

In una tavola rotonda virtuale abbiamo cercato di costruire un confronto tra alcuni protagonisti dell’impegno consolidato per la politica nazionale delle aree protette, sottoponendo loro nove domande sui temi dei parchi e di ciò che ruota loro intorno.

Non hanno bisogno di presentazione, tuttavia spendiamo qualche parola perchè tutti abbiano coscienza e conoscenza della loro autorevolezza su questo argomento.

Cominciamo con Giampiero Sammuri (GS), Presidente di Federparchi/Europarc, Associazione che riunisce i responsabili della maggior parte delle aree protette nazionali. Si tratta di 160 organismi di gestione di parchi nazionali e regionali, aree marine protette, riserve naturali regionali e statali.

Gianluigi Ceruti (GC), già Vicepresidente di Italia Nostra, poi parlamentare dei Verdi. È il padre della legge quadro sui parchi e le aree protette, la 394 del dicembre 1999.

Carlo Alberto Graziani (CAG), docente alla Facoltà di Giurisprudenza di Siena e Preside di quella di Macerata, già europarlamentare e Presidente del Parco nazionale dei Monti Sibillini, oggi presiede il Gruppo di San Rossore, Associazione che opera per sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica e degli amministratori nei confronti delle tematiche ambientali, in particolare quelle riferite alle aree protette.

Renzo Moschini (RM) del Gruppo di San Rossore è stato fondatore e Presidente. Ma prima ancora ha fondato Federparchi, oltre a esse stato Presidente della Provincia di Pisa e parlamentare per tre Legislature (1976-1987).

Dunque un parterre di tutto rispetto. Ecco le risposte alle nostre domande.

1. Tempo di anniversari per le aree protette. 150 anni per il decano internazionale, Yellowstone; 100 a dicembre per il nostro primo parco nazionale, il Gran Paradiso, e altrettanti a gennaio del prossimo anno per l’Abruzzo, ora Abruzzo Lazio e Molise. Ma 30 anni li ha anche compiuti, in sordina e senza festeggiamenti, la legge quadro nazionale sui parchi e le aree protette, cercata e inseguita per decenni e giunta in porto al Parlamento nel dicembre 1991 con il numero 394. Probabilmente c’è davvero poco da festeggiare, stante la situazione dei parchi e delle aree protette e della biodiversità nazionale e internazionale. Tutti concentrati su una nebulosa transizione ecologica – tanto invocata quanto poco perseguita – se non nella declinazione energetica e con qualche timido accenno al patrimonio di biodiversità del nostro paese. Come facciamo, nel registrare questa situazione, a introdurre un po’ di ottimismo e di speranza?

GS. Credo che un po’ di ottimismo possa derivare dai numerosi buoni risultati che hanno ottenuti i parchi, soprattutto in quella che è la loro mission principale, ossia la tutela della biodiversità. Basta guardare, ad esempio, la salvaguardia di numerose specie condotta in particolare dai due parchi centenari, il Gran Paradiso e quello d’Abruzzo, Lazio e Molise, che hanno messo in sicurezza lo stambecco, l’orso marsicano e il camoscio appenninico. Ma risultati importanti sono stati ottenuti da molti altri parchi nazionali e regionali, come l’Adamello Brenta, con la reintroduzione dell’orso nell’arco alpino, o il parco della Maremma che, insieme ad altre aree protette, ha consentito la reintroduzione del falco pescatore. Pensiamo inoltre alla salvaguardia di piante e altre specie vegetali rare e delicate, come il pino loricato del parco del Pollino o tante altre piante endemiche. Possiamo quindi affermare che, nonostante le difficoltà, i parchi nella loro mission primaria, quella della tutela della biodiversità, hanno ottenuto risultati significativi, anche grazie l’entusiasmo e alla competenza di quanti operano nelle aree protette.

GC. Certamente la transizione ecologica è più invocata che perseguita perché il Presidente del Consiglio (per certi aspetti dotato di eccezionali qualità e di esperienza) e il Ministro preposto alla cosiddetta transizione dimostrano di non avere sensibilità ambientale e credono di poter affrontare ogni problematica con il ricorso alla tecnologia. Certamente la tecnologia, se avanzata, può annullare l'inquinamento ove applicata alla fonte di una industria insalubre: in altre parole può essere efficace in taluni casi, ma non costituire il taumaturgico rimedio in ogni situazione. Il Ministro attuale deve sapere che talvolta bisogna ricorrere ai divieti come accade in ogni Paese avanzato.

CAG. È vero, la situazione attuale dei parchi, delle altre aree protette, della biodiversità nazionale e internazionale – cioè la situazione in cui oggi versa la natura nel mondo – non sembra poter indurre all’ottimismo. I dati che appaiono continuamente sulla stampa specializzata, ma anche quelli che leggiamo sempre più spesso sui mezzi di comunicazione di massa, ci mostrano la drammaticità del momento. Nel rispondere alla domanda, però, mi limito alla mia esperienza specifica, che è quella di chi da oltre cinquanta anni affronta questioni che riguardano i parchi e le altre aree protette, soprattutto italiane, dal punto di vista della gestione nei suoi aspetti concreti e teorici. Anche da questo punto di vista non possiamo avere motivi per essere ottimisti. Indico in maniera necessariamente sintetica quelle che mi sembrano le cause principali di una situazione molto critica:

a) le istituzioni – dal Ministero della transizione ecologica (anche quando si chiamava Ministero dell’Ambiente) a gran parte degli Assessorati Regionali all’Ambiente – hanno di fatto, e da tempo, rinunciato a prendere in effettiva considerazione i problemi della conservazione della natura;

b) nel dibattito della cosiddetta politica, cioè dei partiti, la natura è completamente assente. Sarebbe interessante verificare se e quale posto essa occupa nell’attuale campagna elettorale: certamente non è sufficiente lo scontato riferimento alla centralità della questione ecologica che, proprio per la sua genericità, è presente in tutti i programmi;

c) le Associazioni di protezione ambientale, anche quelle tradizionalmente più impegnate nella difesa della natura, dimostrano un forte disorientamento, che oggi le rende deboli e per di più incapaci di essere unitarie sulle questioni fondamentali;

d) Federparchi è sempre meno in grado di svolgere quel ruolo di riferimento generale che le competerebbe;

e) il sistema delle comunicazioni, tranne qualche rarissima eccezione, tratta i parchi e, in generale le aree protette, in maniera molto superficiale e spesso distorta.

È significativo quanto è accaduto e sta avvenendo in occasione dei 30 anni della legge quadro (dicembre 2021) e dei 100 anni dei primi parchi italiani (Gran Paradiso dicembre 2022, Abruzzo gennaio 2023). Nessuna seria analisi nel primo caso, a conferma di una profonda involuzione: dal fervore iniziale alla chiusura burocratica di oggi. Scontati e fortemente e autoreferenziali i festeggiamenti nel secondo caso, dove solo la riflessione storica apre squarci di luce (vedi il recentissimo libro di Luigi Piccioni Cento anni di parchi. Scritti sulla storia delle aree protette, ed. Università di Camerino).

Anche su questo specifico fronte dunque dilaga il pessimismo? A coltivare la speranza che si possa uscire da una crisi comunque profonda vi sono a mio avviso due elementi. Innanzi tutto l’esistenza di persone che, malgrado tutto, si adoperano con concretezza e coraggio, singolarmente o in gruppo, per salvare lembi di natura e nello stesso tempo per testimoniare alcuni principi fondamentali che sono proprio quelli contenuti nell’art. 9  della Costituzione. Si tratta di un fenomeno molto interessante per l’originalità e l’innovatività e anche per l’entusiasmo, la forza e la costanza dei protagonisti, quasi sempre donne: un fenomeno che si va diffondendo nel nostro Paese, ma che purtroppo presenta una sua debolezza strutturale data dal fatto che sia i singoli sia i gruppi si muovono isolatamente e i pochi tentativi di costruire reti e movimenti vengono strumentalizzati da forze esterne. Di qui la difficoltà di incidere sul piano politico e su quello della comunicazione. L’altro elemento di ottimismo lo traggo dal fatto che il grande movimento giovanile sviluppatosi in questi ultimi anni a livello internazionale, e anche italiano, continua a essere vivo e vitale, come ha dimostrato, tra le altre iniziative, il “Climate Social Camp” che si è svolto di recente a Torino: una nuova generazione reclama il diritto al futuro e chiede una vera transizione ecologica che esige un’inversione radicale di rotta prima che sia troppo tardi. Questo movimento non ha incontrato ancora la tematica delle aree protette e in particolare dei parchi, ma manifesta un forte desiderio di vivere la natura nella sua pienezza. Perciò l’obiettivo che il mondo dei parchi deve porsi è quello di individuare adeguati strumenti di comunicazione e innanzitutto quello di aprirsi a nuove idee e a nuove visioni che consentano di costruire rapporti con questo movimento. Grande è la difficoltà, anche perché a occupare la scena dei parchi, sia nei ruoli apicali sia nei dibattiti sempre più stanchi, sono solo maschi disorientati e nello stesso tempo incapaci di dare spazio alle donne che, benché silenti, sono le protagoniste delle esperienze più interessanti e innovative che si svolgono sul campo e proprio per questo in grado di cogliere la vera essenza dei parchi e la loro importanza fondamentale. Ma vorrei andare oltre perché penso occorra guardare a tutta la natura e che l’obiettivo fondamentale sia, oggi soprattutto, la cura della terra nella sua complessità. È questo del resto quanto ci indica con grande chiarezza la nostra Costituzione, quando, con l’art. 9, modificato all’inizio di quest’anno, fa riferimento alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi: la natura – ci dice – non ha confini e quindi può essere salvata, “anche nell’interesse delle future generazioni”, solo se si cura il territorio nella sua unitarietà.

E allora qual è il ruolo dei parchi e in generale delle aree protette?

La Carta di Fontecchio – presentata nel 2016 da molte delle più importanti Associazioni ambientaliste italiane – offre alcune indicazioni fondamentali. Soprattutto i parchi, che sono le aree protette più complesse e importanti, devono potenziare la loro funzione tradizionale di baluardo fondamentale di conservazione, in quanto sono eccezionali serbatoi di biodiversità, ricchi di paesaggi, di testimonianze storiche e artistiche, di bellezza; ma nello stesso tempo debbono porsi come veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile: modelli ricchi di sfaccettature, articolati, non interpretabili in senso esclusivamente economico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura, tensione verso la bellezza.

Mi permetto di riportare un passo particolarmente significativo della Carta sulla missione attuale delle aree protette: «Le aree protette indicano concretamente come la tutela del patrimonio naturale e di quello culturale sia un’opportunità straordinaria per il genere umano e non una spesa improduttiva: se questo segnale non è stato generalmente accolto fino a oggi è perché la società e coloro che ci amministrano nel suo insieme non hanno saputo investire energie, progettualità e risorse in tale direzione, accecati dai miti illusori di un progresso fondato solo sulla crescita dei consumi, svincolata da ogni altro valore. Le aree naturali protette sono grandi serbatoi di biodiversità che contribuiscono in maniera determinante ad arrestarne la diminuzione. Ma esse contengono e proteggono anche le tracce preziose e decifrabili delle vicende (pastorali, agricole, artigianali, insediative) della cultura e della creatività umana, altrove quasi completamente scomparse o alterate. Tracce che permettono di individuare i variegati e segreti alberi genealogici delle comunità e di impedire il pericolo delle fratture generazionali. Le grandi e piccole aree naturali protette sono altresì luoghi particolarmente idonei per scoprire, o riscoprire, il significato autentico del rapporto con la natura, per appagare l’aspirazione alla bellezza, per promuovere i valori che rendono armoniosa la vita delle persone: la sobrietà e il risparmio, il cammino e il silenzio, l’osservazione e i liberi orizzonti, il senso della comunità e le sinergie. Nelle aree protette grande è la possibilità di cogliere il senso profondo della natura che non conosce barriere fisiche e proprio per questo è in grado di abbattere le barriere esistenziali, sociali, geopolitiche che dividono l’umanità. Così i sistemi e le reti diventano strumenti in grado di salvaguardare, con la natura, i diritti delle persone, a partire dall’inclusione dei più deboli e degli emarginati, e i diritti dei popoli, a partire dalla pace tra le nazioni e dalla collaborazione tra gli stati».

Le aree protette non sono isole: sono veri e propri laboratori in grado di indicare soluzioni che valgono ben oltre i loro confini: perciò hanno un valore generale e assolvono a un ruolo fondamentale.

RM. È stato sempre difficile ricondurre le politiche ambientali ad un contesto nazionale, dove si potessero coinvolgere Parlamento, Regioni Speciali e Ordinarie, Enti locali (Comuni e Province).

Personalmente ricordo le vicende del Parco d’Abruzzo e del suo direttore, che tennero banco per lunghi periodi senza scomodare la politica.

I non molti appuntamenti politici nazionali infatti non ebbero vita facile, a partire dalle conferenze nazionali. Neppure l’approvazione della Legge quadro del 1991 aprì la strada alle aree protette marine, che stanno ancora faticando. Anche i parchi regionali, dopo un primo periodo di grande vivacità, immediatamente successivo all’istituzione delle Regioni a Statuto ordinario, con l’approvazione della legge quadro sulle aree protette segnarono una battuta di arresto. In particolare, risultarono mortificate le Regioni che più si erano distinte nella politica delle aree protette regionali. Ne so qualcosa essendomi occupato per anni del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli in Toscana. Qui ci sono vicende ancora aperte, quali la base militare a Coltano. Ma la stessa siccità, che sta attanagliando la penisola e non solo, con il riscaldamento del clima ripropone la necessità di un raccordo delle politiche territoriali, dove Parchi e aree protette terrestri, marine e fluviali hanno un ruolo decisivo.

La vicenda delle Province non può essere dimenticata, per i guai e i danni che ha provocato. Su questo tema la storia è lunga, quando prese avvio in Parlamento negli anno ‘70ed ’80, io mi opposi, anche come rappresentante del PCI nell’UPI e con Marisa Rodano, allora Presidente della Provincia di Roma, andammo a protestare anche dal Presidente del Repubblica che ci ricevette. Anche questo rimane un problema irrisolto nonostante il Parlamento abbia ritoccato alcune norme. Occorre ora ritornare ad una politica che sappia guardare al medio e lungo periodo per trovare la strada per affrontare le molteplici situazioni che ora chiedono urgenza di risoluzione.

 

2. Se trasferiamo la nostra attenzione dalla terra al mare le tinte si offuscano ancora di più, tranne lodevoli ma sparuti esempi. Le nostre acque sono sempre più impoverite da attività di sfruttamento tutt’altro che compatibili e sostenibili. L’industria della pesca declina le solite ragioni del profitto, con l’aggravante che si nutre di beni comuni cui attinge liberamente senza alcun investimento e solo con l’onere della raccolta. In più inquina, lascia reti a mare che compromettono l’ecosistema...

Non sarebbe il caso di arrivare a una disciplina più stringente che richiami i pescatori alle loro responsabilità?

GS. Non penso che la pesca sia il principale problema che ha oggi il mare. Credo che le minacce più gravi siano l’inquinamento da plastica e microplastiche nonché quello dell’innalzamento delle temperature, che altera le condizioni delle acque e incide profondamente sulla biodiversità marina. È comunque vero che ci sono dei casi di pesca illegale, che devono essere perseguiti con azioni incisive, anche perché vanno a ledere gli interessi di quanti svolgono l’attività di pesca nel rispetto delle regole. Bisogna essere più incisivi sia nei controlli che, soprattutto, nelle sanzioni. Con il costo a cui è arrivato il pesce, le sanzioni hanno quasi perso il loro valore di deterrenza.

GC. Tutti gli utenti del mare, a cominciare dai pescatori, debbono essere abituati, sin dall'inizio della loro esperienza di vita e di lavoro, ad usare forme di autodisciplina, ma il legislatore deve prevedere anche inosservanze e, quindi, stabilire sanzioni dissuasive. La pesca, in questo momento, ha bisogno anche di sostegni finanziari.

CAG. Quando prima ho fatto riferimento ai parchi e alle aree protette non ho distinto tra terra e mare, anche se devo riconoscere che generalmente quando si dibatte su conservazione della natura, su parchi e su aree protette si guarda soprattutto alla terra: così le aree marine protette finiscono per restare al margine dell’attenzione. È questo un limite molto grave che contribuisce in misura non marginale a rendere più debole la tutela. Faccio un esempio che mi sembra significativo: quando ci preoccupiamo per le sofferenze degli animali non pensiamo anche agli animali del mare, con la conseguenza, tra l’altro, che l’industria della pesca continua, tranne che in casi eclatanti, a operare pressoché indisturbata.

A parte questo esempio, è vero che lo sfruttamento del mare – sia delle acque sia dei suoi viventi – è sempre più intenso e drammatico, a causa di quelle tecnologie sempre più sofisticate che non significano necessariamente progresso e a causa della complessità dei problemi politico-istituzionali che il mare solleva, con la conseguenza che deboli sono le tutele, malgrado gli sforzi da parte di molte istituzioni nazionali e internazionali. Se lo sfruttamento impoverisce mare e terra, è nel mare che l’attacco ai beni comuni da parte delle attività antropiche diventa dominante: si pensi all’intero settore della pesca e a quello delle concessioni che riguardano gran parte del demanio marittimo. Si tratta di un fenomeno così esteso che può apparire normale, tale da giustificare la feroce opposizione alla necessaria riforma delle concessioni balneari.

In via generale ritengo che proprio la riflessione sui beni comuni può aiutarci ad affrontare il delicatissimo problema, partendo dal principio contenuto nella nota definizione di Stefano Rodotà (sono comuni quei beni “che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona” e che “devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico anche a beneficio delle generazioni future”) e sottolineando come per la concreta attuazione di questo principio, non ancora espressamente codificato, occorra un forte impegno da parte di chi opera per tutelare gli interessi generali. Il diritto alla natura è un diritto fondamentale, ora confermato dall’art. 9 della Costituzione, e quindi i beni funzionali all’esercizio di questo diritto, e perciò al godimento della natura, sono comuni. Le acque del mare sono bene comune proprio perché non sono solo produttive, ma costituiscono un elemento di conservazione della biodiversità, di contrasto all’effetto serra, di fornitore di ossigeno fonte di vita.

È questa la strada che il movimento ambientalista oggi deve percorrere e su questa strada le aree marine protette hanno un ruolo fondamentale.

RM. Nella società occidentale negli ultimi decenni è stato accettato, in maniera eccessivamente acritica, il concetto che il bene della società si raggiunge attraverso la libera concorrenza, cui non devono essere posti limiti di alcun tipo. Non vorrei ora soffermarmi sulle conseguenze, oggi sotto gli occhi di tutti, di quello che ciò ha portato in termini sociali e di svilimento e svuotamento della democrazia, sempre più ridotta ad un aspetto formale che nasconde il vero concentrarsi nel potere nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone, e che trova un indice inconfutabile nella percentuale sempre più bassa di coloro che partecipano alle votazioni, ma analizzare le conseguenze sull’ambiente, in particolare su quello marino. Infatti l’attività di pesca condotta in modo “industriale” dalle grandi compagnie ha come finalità il profitto, per massimizzare il quale si ignorano completamente le esigenze del mare e di chi in esso vive. Tale situazione ha raggiunto livelli tali che una parte degli stessi imprenditori si sta ponendo il problema della permanenza della risorsa ittica. Purtroppo le attività di pesca artigianali stanno seguendo gli stessi modelli di profitto e spesso operano, nel piccolo, con logiche ancora più distruttive. In questo quadro non è più prorogabile il rinvio di una seria politica internazionale di tutela dell’habitat marino e delle specie che in esso vivono, ponendo regole stringenti per l’attività di pesca e tutelando la piccola pesca che ancora molte popolazioni attuano come elemento di sostentamento, legata ad una tradizione che da sempre ha mantenuto l’attenzione e il rispetto per il mare e le specie che in esso vivono.

3. Il mare va tutelato per le risorse che spontaneamente può fornire ma che non possono esser razziate senza riguardo. Non vanno solo sfruttate ma coltivate. Ciò che può accadere solo con una sensibilizzazione generale sull’importanza delle acque libere come elemento non solo produttivi ma di conservazione della biodiversità ,di contrasto all’effetto serra, di fornitore di ossigeno fonte di vita. Le aree marine protette che ruolo possono svolgere e come possiamo chiedere siano rafforzate per quantità, qualità ed efficacia?

GS. Le Aree Marine Protette possono svolgere un ruolo molto importante, non tanto per la loro estensione, che è abbastanza limitata, ma per il ruolo di educazione e di diffusione di una cultura del mare attraverso comportamenti virtuosi. In ogni caso ricordiamo che le Direttive Europee dicono che bisogna arrivare al 30% di superficie marina protetta entro il 2030. Purtroppo le AMP sono le figlie povere del sistema dei parchi che fanno capo al Ministero. I parchi nazionali fruiscono di finanziamenti adeguati mentre le Aree Marine hanno dispongono di poche risorse, sia finanziarie che umane, e quindi abbiano grosse difficoltà nella gestione; nonostante queste difficoltà spesso svolgono azioni di eccellenza per quanto riguarda la tutela della biodiversità.

GC. L'attuale Ministro della Transizione Ecologica pensi ad attuare integralmente la legge 394/1991 istituendo le aree protette marine ancora sulla carta. Se correttamente gestite, esse possono esercitare un ruolo fondamentale nell'assicurare la protezione della fauna e preservare le acque per il richiamo del turismo nelle zone preposte nei pressi delle riserve marine. La salvaguardia ambientale ha anche ricadute economiche e sociali positive.

CAG. In Italia le AMP costituiscono, almeno potenzialmente, un fondamentale asse portante della protezione della natura, al pari dei parchi e delle riserve naturali. Sono però, tra le varie aree protette, quelle che hanno incontrato maggiori difficoltà, per la limitatezza delle risorse umane e finanziarie, per la complessità e la problematicità della gestione, per la forza degli interessi contrari alla conservazione, per gli ostacoli burocratici che si frappongono all’azione dei gestori, ma anche perché non sono stati risolti – e forse mai adeguatamente affrontati – i problemi di fondo che riguardano i rapporti tra aree protette di terra e aree protette di mare: l’estraneità delle AMP rispetto a molti degli Istituti contemplati dalla legge quadro sulle aree protette (legge 394 del 1991) costituisce il principale problema irrisolto.

Alla luce delle riflessioni di chi ha esperienza e competenza dirette in questo settore – mi riferisco in particolare a Fabio Vallarola – ritengo che occorra riconsiderare la classificazione generale delle aree protette sotto un duplice aspetto:

a) introdurre la figura del parco (nazionale e regionale) con estensione a mare e conseguentemente modificare il secondo comma dell’art. 19 della legge 394, secondo cui la gestione di un’AMP confinante con un parco viene attribuita al gestore del parco: quando un parco confina con un’area protetta di mare si deve invece procedere alla loro trasformazione in un’unica area protetta (rientrante appunto nella categoria dei parchi con estensione a mare);

b) distinguere, sul modello della distinzione tra parchi e riserve naturali, tra aree protette di mare più complesse, con diverse destinazioni d’uso, e aree più semplici, con esclusiva o prevalente destinazione a riserva integrale: le prime dovrebbero essere equiparate ai parchi nazionali per quanto riguarda, in particolare, l’autonomia e perciò dovrebbe essere previsto un soggetto gestore equiparabile all’Ente Parco; per le aree più semplici (destinate a riserva integrale) dovrebbe essere conservata l’attuale diversificazione di soggetti gestori, come del resto avviene attualmente per le riserve naturali. In questo quadro le AMP possono, al pari dei parchi, costituire un grande ed efficace laboratorio di esperienze diversificate e diventare un vero modello di gestione del mare.

RM. Le Aree Protette Marine sono state istituite per tutelare ambienti marini particolarmente ricchi di biodiversità, che spesso rischiavano di scomparire di fronte alla scarsa attenzione delle attività antropiche a tali ricchezze. Ma se osserviamo il numero e l’estensione di tali aree comprendiamo subito che, fatto salva un’azione puntuale comunque necessaria, la salvaguardia che le AMP possono attuare nei confronti della biodiversità non ha un peso effettivo di protezione. Se poi analizziamo l’organizzazione prevista dalla normativa italiana per la gestione di tale aree non possiamo non evidenziare la fragilità del sistema. Infatti, la struttura organizzativa non è definita a livello nazionale, ma è demandata a ciascun Ente di Gestione, ma i finanziamenti statali non possono essere utilizzati per gli stipendi dei dipendenti. Importante il ruolo educativo che in questi anni hanno svolto le aree marine protette, pur dovendo fare i conti continuamente con la fragilità che caratterizza le strutture. Occorre quindi superare le difficoltà derivanti da un sostanziale disinteresse dello stato per l’organizzazione delle AMP, dando modelli utili per la loro organizzazione, prevedere finanziamenti adeguati, allineando le modalità di rapportarsi e di finanziare tali aree alla stessa stregua dei parchi nazionali. Infatti oggi i finanziamenti dedicati alle AMP sono notevolmente inferiori a quelli per i parchi nazionali e tali finanziamenti non possono essere utilizzati per il costo del personale. Si capisce perciò che la struttura delle AMP è fortemente condizionata dal soggetto o dai soggetti gestori, che a differenza dei parchi, non è un soggetto autonomo, ma un soggetto esistente o un consorzio di soggetti esistenti sul territorio. Inoltre la politica nazionale delle AMP va inserita in una programmazione seria di difesa della biodiversità marina.

4. La legge quadro ha avuto modifiche infilate in vari provvedimenti omnibus per iniziativa governativa, sollecitata da interessi diversificati. Perchè non si torna a discutere con un dibattito serio, scientificamente e amministrativamente fondato? Intanto per capire come mai alcune sue parti fondanti e fondamentali sono state via via dimenticate o addirittura surrettiziamente stralciate anche con il silenzio del mondo degli amministratori della aree protette e la distrazione di parte del movimento ambientalista....

GS. Nella scorsa legislatura abbiamo provato ad aprire un dibattito, ma non si è sviluppato un confronto che tenesse presente le esigenze di chi, in prima persona, è chiamato a gestire le aree protette. Purtroppo ci si è divisi sugli slogan e su temi di bandiera, senza approfondire i nodi reali. Uno dei punti di maggiore contrapposizione è stato quello relativo all’abolizione dell’albo dei direttori, che pure non mi sembrava una questione centrale della legge istitutiva dei parchi. Si voleva riportare la scelta della figura del direttore alle modalità standard di tutta la Pubblica amministrazione, invece c’è stata una levata di scudi preconcetta che ha bloccato tutto. Adesso non ci sono le condizioni per una riforma organica, assistiamo, soprattutto con la legislazione di emergenza, prima per il Covid e ora per gli effetti della guerra, ad una serie di provvedimenti inseriti in decreti legge di varia natura dove troviamo alcune norme per i parchi, a volte sconclusionate e dannose, a volte utili e migliorative per la governance. Il tutto comunque senza alcun confronto con chi gestisce le aree naturali protette.

GC. Uno degli sport più praticati in Italia è quello di fare a gara per peggiorare la legge 394/1991. Il "dibattito serio, scientificamente e amministrativamente fondato" presuppone una diffusa educazione ambientale che, secondo me, oggi manca nella società italiana e quindi, anche negli amministratori pubblici, anche perché i programmi scolastici continuano ad ignorare i principi fondamentali del civile rispetto dell'ambiente, che è la casa di tutti. Che cosa aspettano i ministri della transizione ecologica e dell'istruzione ad istituire d'intesa, ad esempio, le "settimane verdi" nei Parchi per le scolaresche, come già invocava alcuni decenni fa Renzo Videsott? In mancanza, le benemerite associazioni come Pro Natura sono chiamate a svolgere necessariamente funzioni di supplenza.

CAG. Ho parlato prima di un dibattito su questi temi che si è trascinato sempre più stancamente: un dibattito, aggiungo, che ha tradito la tensione originaria contenuta nel libro di Giacomini e Romani, Uomini e parchi (v. l’edizione aggiornata a cura di Valter Giuliano, 2005, Franco Angeli ed.) al quale tutti dicono di ispirarsi, anche se non tutti l’hanno letto. È come se la lotta alla “legge sfasciaparchi” – cioè a quell’insieme di proposte di legge che nelle scorse due ultime legislature ha tentato, non riuscendovi, di smantellare alcuni dei punti più importanti della legge 394 – avesse stancato sia chi difendeva la legge, sia chi cospargeva di mine il suo cammino. A quella lotta che ha dato vita al Gruppo dei 30, al quale fanno oggi riferimento tanti operatori di aree protette e tante persone comunque a esse interessate, deve subentrare una nuova fase, consistente in una riflessione e in un confronto aperti, e soprattutto non ideologici, sulle questioni poste in questa domanda.

RM. La legge quadro sulle aree protette è nata in un momento di forte rilancio della politica ambientale e di forte partecipazione popolare. La legge ha scelto che alla guida dei parchi fossero insediati organi politici, per poter meglio calibrare le scelte sulle necessità e le caratteristiche dei singoli territori. Inoltre, alcuni aspetti innovativi contenuti nella legge programmavano una diversa organizzazione della tutela della diversità e dell’ambiente per tali aree, rispetto a quanto era maturato positivamente sino a quel momento. Un modello ,questo, fatto proprio dagli Stati mediterranei europei, ma diverso da quello dei paesi nordici, che hanno organizzato i parchi come “uffici operativi” del Ministero dell’Ambiente, quindi con una direzione politica centralizzata. Due modelli diversi, ma che si basano su situazioni e condizioni diverse. Una riflessione seria su tali modelli, e in generale sulla legge quadro, credo sia importante e penso che la sede naturale sia all’interno della conferenza nazionale delle aree protette, da me, e non solo da me, inutilmente, più volte auspicata e sollecitata, anche con lettere al Ministro

Sulla mancata attuazione di parti significative della legge 394/1991 vorrei ricordare, a titolo di esempio, la questione delle riserve naturali dello Stato, che avrebbero dovute essere gestite dagli Enti Parco. Su questo punto ci fu un grosso impegno di Federparchi, poi vanificato dalla opposizione dei gestori, fatto salvo poi, da parte degli stessi gestori, invocare sostegni economici ai relativi Enti Parco.

Inoltre, la legge quadro è stata emanata in un momento in cui c’era una forte spinta partecipativa da parte degli Enti locali, delle Associazioni e della popolazione. Gli organi erano stati pensati per permettere la più ampia partecipazione e condivisione nella gestione. Ma con il tempo alcune cose sono cambiate. Ad esempio, oggi alcuni parchi hanno difficoltà a convocare organi quali la Comunità del Parco per la rigidità delle norme e, in alcuni casi, il gran numero di partecipanti che rende difficile organizzare sedute con il raggiungimento del numero legale.

Credo sia urgente un serio momento di riflessione sulla legge quadro, e questo non può che avvenire coinvolgendo tutti i soggetti interessanti all’interno di una nuova conferenza nazionale sulle aree protette, per rilanciare una politica nazionale dei parchi e delle aree protette, accantonando la riduzione che ne è stata fatta, in cui il Ministero ha attuato solo una politica dei parchi nazionali.

5. Il rappresentante degli ambientalisti nel Consiglio direttivo del Parco Nazionale Gran Paradiso ha proposto di individuare una “montagna sacra” all’interno dell’area protetta, invitando ad astenersi dal raggiungerne la cima come atto simbolico di rispetto e di senso del limite. Un’azione paradigmatica da introdurre proprio per sottolineare, nel centenario dell’area protetta, la necessità della rinuncia e del senso del limite come elementi essenziali per mutare davvero l’atteggiamento degli umani nei confronti del pianeta, via maestra per salvare la nostra specie. Non sarebbe stato opportuno rivendicare anche qualche atto concreto di tutela? Ad esempio chiedendo a TERNA, che lo sta già facendo in alcuni territori, di valutare la possibilità di interrare l’elettrodotto internazionale ad alta tensione nel tratto in cui attraversa il pianoro del Nivolet, cuore del parco? Tra l’altro una straordinaria occasione di promozione pubblicitaria...

O qualcos’altro in grado di lasciare concretezza?

GS. Sulla “montagna sacra” non colgo in pieno il senso della proposta. Nei parchi c’è la zonazione, nelle zone A, quelle di riserva integrale, non si può accedere se non per fini scientifici. Più che un gesto simbolico sono orientato a intervenire in base alle esigenze di tutela della biodiversità. Nessun problema a chiudere l’accesso a determinate aree per proteggere una specie animale o vegetale. Personalmente l’ho fatto molte volte, ultimamente per la tutela della foca monaca o del falco pescatore. Proprio nel parco del Gran Paradiso, nel periodo di nidificazione del gipeto, non si possono svolgere scalate sulle cascate di ghiaccio nei pressi dei nidi. Quindi un parco deve scegliere con oculatezza e solo per motivi di tutela in quali punti interdire alla fruizione. Mi sembra importante intervenire sugli elettrodotti, anche se le linee elettriche che andrebbero isolate o interrate per prime sono quelle a media e bassa tensione. Queste, al contrario dell’alta tensione, hanno i fili abbastanza vicini e sono spesso una trappola per uccelli con ampia apertura alare che muoiono per elettrocuzione. Le linee di alta tensione, invece, hanno i cavi più distanziati e incidenti del genere non si possono verificare. In alcune aree sorvolate dal capovaccaio, ad esempio, si sono svolti interventi di messa in sicurezza degli elettrodotti grazie al progetto Life Eyptian Vulture, al quale ha partecipato anche Federparchi.

GC. Nel Centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso mi trovano perfettamente d'accordo le considerazioni e le proposte che la domanda pone.

CAG. Conosco bene la proposta di Toni Farina per il centenario dell’istituzione del Parco nazionale del Gran Paradiso, del quale è attualmente apprezzato consigliere. La proposta ha sollevato un interessante dibattito sul concetto di limite in montagna, soprattutto all’interno di Mountain Wilderness (v. il relativo sito). Anche io sono intervenuto per sottolineare un aspetto che non mi sembrava emergere dal dibattito: sul piano logico assegnare la qualifica sacrale a una montagna specifica significa escludere la sacralità per tutte le altre montagne; se soltanto una montagna è sacra, tutte le altre, inequivocabilmente, non lo sono e perciò possono essere violate da chi per qualsiasi finalità – sincera passione, affermazione dell’ego o avida speculazione – intende affrontarle in piena libertà, senza limiti. Vi sono poi altri aspetti da considerare e in particolare quello secondo cui questa visione elitaria, puntiforme, legata cioè alla scelta di un’unica montagna come sacra, contraddice la visione olistica che oggi emerge nella riflessione più approfondita intorno alla grande questione della conservazione e che, come abbiamo visto, è recepita dalla Carta di Fontecchio (per salvare il pianeta occorre “tutelare la natura nella sua totalità”). Avevo quindi proposto di scegliere una montagna non per attribuire solo a essa la qualifica, ma per farne il simbolo della sacralità di tutte le montagne e avevo suggerito – dal momento che il centenario riguardava anche il Parco nazionale d’Abruzzo – di scegliere come simbolo per questo parco il Balzo della Chiesa, montagna che si erge al centro della catena delle Camosciare, non solo per il suo nome, ma soprattutto per la sua bellezza e imponenza.

Comunque, al di là di questo dibattito e dell’uso del termine “sacro”, forse troppo enfatico per la nostra cultura, è giusto quanto la domanda propone: celebrare il Centenario con un atto concreto di tutela, ad esempio interrare l’elettrodotto internazionale ad alta tensione nel tratto in cui attraversa il pianoro del Nivolet, cuore del Parco del Gran Paradiso.

Non so se questa bellissima proposta avrà seguito. So invece, e ne sono costernato, che l’attuale gestione del Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise celebra il centenario di questo Parco, famoso anche per avere tutelato rigorosamente i suoi boschi negli ultimi 50 anni, aggredendo la Pineta di Villetta Barrea (rinomata internazionalmente per il suo Pinus nigra) con la pretestuosa giustificazione della sicurezza contro gli incendi e ponendo al centro della sua politica di gestione forestale non già la conservazione, gli equilibri ecologici e idrogeologici, il paesaggio, ma l’utilizzazione produttiva, cioè il taglio a fini commerciali.

A questo attacco scandaloso alla conservazione della natura, portato avanti nel più assoluto (almeno finora) silenzio ministeriale, occorre reagire con immediatezza e con forza, anche perché esso non è isolato, ma rischia, per l’importanza del Parco, di costituire un ballon d’essai per diffondere negli altri parchi e nei boschi più belli del resto del territorio la logica produttivistica del Testo unico in materia di foreste e filiere forestali (Tuff) emanato nel 2018. A tal fine a Villetta Barrea è stato costituito il Comitato civico per la difesa della Pineta (tel. 338 733 5978), cui aderiscono cittadini, amici della pineta, importanti botanici e zoologi: è anche l’occasione per verificare la capacità e la volontà delle Associazioni di affrontare unite un problema che per la conservazione è strategico.

RM. In questi anni abbiamo registrato nei nostri parchi una molteplicità di proposte e di iniziative lodevoli ed apprezzabili. I parchi non sono stati immobili, anche in una situazione generale che li ha sempre più marginalizzati. Questa proposta, sicuramente provocatoria, è comunque interessante, perché pone all’attenzione di tutti alcuni elementi. Il primo è che la finalità del parco è la conservazione della natura e questa può richiedere anche limitazioni al libero agire dell’uomo, non per il gusto di imporre limiti, ma per la necessità di preservare un bene, il patrimonio naturale, essenziale per la stessa sopravvivenza dell’uomo. Il secondo è che la transizione ecologica non ha i territori dei parchi come aree di sperimentazione, ma come modelli di equilibrio tra lo sviluppo dell’uomo e la natura. Non sono un punto di partenza per trovare soluzioni innovative più ecocompatibili, ma il punto di arrivo dell’equilibrio necessario per mantenere un ambiente adeguato alla stessa sopravvivenza dell’uomo. Terzo: il limite è connaturato con la vita dell’uomo, pur nel tentativo e nella ricerca di nuovi equilibri. Non è una invenzione di qualche appassionato della natura, ma è la condizione storica della vita umana, e il tentativo e la ricerca di spostarlo non sono nella vana illusione del suo annullamento, ma nella ricerca di nuovi e più avanzati equilibri. Ma, come dicevo, i parchi in questi anni hanno operato anche con iniziative e proposte molto interessanti e di alto livello. È mancato però un raccordo e una valorizzazione di tali iniziative, nonostante gli sforzi dei soggetti gestori e spesso degli uffici regionali e ministeriali preposti alle aree protette, perché le priorità politiche del nostro paese sono state altre e queste iniziative sono state relegate come elementi marginali e del tutto ininfluenti rispetto alle necessità del paese.

6. Parchi regionali. Allo sbando, ovunque. Nacquero nel momento in cui le Regioni seppero superare lo stallo nazionale nella politica della tutela dei territori ad alta qualità ambientale, riserve di biodiversità. La fotografia dell’oggi ci consegna un’iniziativa regionale nel migliore dei casi indifferente, per lo più intollerante quando non ostile. Il rischio è che i parchi regionali siano lasciati morire di inedia, decostruendo un contributo indispensabile alla tutela della biodiversità non solo nazionale ma europea. Quali leve per rilanciarli?

GS. I parchi nazionali hanno mantenuto ed anche incrementato i fondi disponibili, per i parchi regionali è stato il contrario, in maniera generalizzata.  La tendenza è quella di una diminuzione delle risorse, sia economiche che umane, ed è un grave errore perché i parchi regionali, per estensione, pareggiano i parchi nazionali anche se, mediamente, sono più piccoli. Alcuni di essi tutelano valori di biodiversità addirittura superiori a quelli di alcuni parchi nazionali. Non si capisce quindi perché i fondi del Ministero vadano solo ai parchi nazionali e, in parte, alle aree marine protette; eppure la biodiversità è dappertutto e non conosce i confini amministrativi. La legge 394 prevede il piano triennale delle are protette, il cui scopo è quello di sostenere il sistema nel suo complesso, ma sono venti anni che non viene più finanziato, mentre in precedenza forniva importanti risorse ai parchi regionali ed anzi stimolava, con il metodo del cofinanziamento, anche le Regioni a fare altrettanto.

GC. Anche per rilanciare i Parchi regionali occorre fare affidamento non soltanto su una rinnovata, forte azione propulsiva delle Associazioni nazionali tradizionali ma anche sull'apporto dei comitati locali formati dai nuovi eroi del nostro tempo, che affrontano anche sacrifici economici per sostenere e attuare direttamente iniziative di interesse generale.

CAG. Il problema del rilancio è grave ed è generale. Riguarda sia i parchi nazionali che quelli regionali, ma anche tutte le altre aree protette a partire dalle AMP. È vero, i parchi regionali, che pure hanno una loro storia gloriosa dovuta anche, nel passato, a un forte impegno delle istituzioni (basterebbe riferirsi a Piemonte Parchi e a Toscana Parchi), sono oggi allo sbando, forse con qualche eccezione. La gravità emerge dalla domanda successiva, che non è tanto una domanda quanto un’analisi sintetica, lucida e nello stesso tempo sconfortante della situazione in cui versano oggi tutte le aree protette. Sono anni che noi chiediamo alle istituzioni e ai partiti un rilancio: ma noi chi? In questa domanda si cela un nodo fondamentale. Noi siamo singole persone o singoli gruppi che ritengono strategica la questione aree protette, ma sempre di più avvertono la sordità delle istituzioni e dei partiti; che cercano di impegnarsi, ma non riescono a coordinarsi, a unire i loro sforzi. Molti di noi sono militanti di Associazioni ambientaliste, le quali però operano separatamente: alcune nell’assurda illusione di una tronfia supremazia, altre nella vana ricerca di percorsi da sostituire a quelli che una volta erano vincenti, altre ancora nella consapevolezza di una debolezza che a volte diventa marginalità; tutte nel quadro di una crisi generale del volontariato ambientale e precisamente di quel volontariato che opera sul campo.

Sono però convinto che oggi solo dalle Associazioni, unite in un effettivo movimento, possa derivare la svolta necessaria per il rilancio e che pertanto su di esse incomba un’enorme responsabilità. Se qualcuna, per complesso di superiorità o per incapacità, ritiene di operare per conto proprio o comunque decide di restare da parte, che siano le altre ad andare avanti nella consapevolezza che si apre per loro la possibilità, e il dovere, di svolgere una funzione di importanza storica. Tutto il resto, a mio avviso, è secondario.

RM. I parchi regionali sono nati immediatamente dopo l’istituzione delle Regioni, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso; hanno rappresentato il superamento dell’inedia statale nella politica delle aree protette, immettendo un approccio che fu preso a modello dallo stesso UICN. In questa politica si distinsero Regioni come il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia, il Lazio e la Toscana, solo per ricordarne alcune. L’approccio a volte era diverso e le soluzioni proposte quelle ritenute più adeguate per il singolo territorio. L’emanazione della legge quadro sulle aree protette, ma soprattutto la nuova politica attiva dello stato in materia di parchi e protezione della natura, segna una svolta, perché mette in difficoltà proprio le Regioni che avevano operato con più passione e intelligenza nella politica dei parchi. Infatti, all’attenzione e al lavoro di cesello operato dalle Regioni si sostituisce una politica di grandi finanziamenti operata dallo stato, che fa sì che i territori siano più sensibili all’istituzione di un parco nazionale piuttosto che regionale. Né le Regioni riescono a trovare quei finanziamenti che permettano loro di sostenere un confronto con quanto sta facendo lo Stato, che di fatto da una “politica nazionale dei parchi” che emerge nel primo piano triennale delle aree protette passa poi ad una “politica dei parchi nazionali” attenta di fatto solo ai parchi nazionali, finendo con l’abolizione dello stesso piano triennale. Le Regioni, dopo un primo momento di risveglio anche per quelle che non avevano operato con una specifica politica dei parchi prima del 1991, si sono avviate ad un ridimensionamento dei parchi, costretti dalle esigenze di restrizione finanziaria e dalle nuove urgenze e priorità. Le Regioni hanno cioè abbandonato una politica a lungo raggio, che aveva caratterizzato gli anni ’70 e ’80 del novecento per concentrarsi su obiettivi più immediati, o se vogliamo essere più prosaici obiettivi a misura di “risultati elettorali”. Non più politiche che vedevano i risultati in una prospettiva a lungo termine, ma politiche misurabili nell’immediato, per ottenere il massimo di consensi (è questa una delle contraddizioni della crisi democratica cui si accennava sopra). Per il rilancio della politica dei parchi occorre un cambio di passo da parte delle Regioni, non più al traino della politica nazionale o dei finanziamenti immediatamente ottenibili, ma con un’ottica di lunga visione sul proprio territorio e sugli effetti delle politiche attuate. I parchi possono essere rilanciati solo in quest’ottica quale elementi essenziali per un ambiente vivibile per l’uomo ed esemplificativi di quella transizione ecologica di cui oggi si parla tanto ma solo i termini “produttivistici”, in cui i parchi e le aree protette rischiano di essere i luoghi di sperimentazioni “per la transizione ecologica” che in altri tempi nessuno avrebbe sognato di fare all’interno delle aree protette. Le Regioni devono riprendere l’iniziativa e mettere in campo soluzioni innovative, come avveniva negli anni precedenti l’emanazione della legge quadro, ma questo è possibile solo se viene aperta una nuova stagione con una reale politica nazionale per i parchi e le aree protette.

7. Nell’informazione generalista, tra giornali main stream e televisione pubblica o privata, che pure qualche spazio sono stati costretti a destinarlo agli anniversari delle aree protette, si finisce sempre con il cadere in vecchi stereotipi, insistendo su temi tutto sommato abbastanza superati: la tutela delle specie a rischio (lo sono di più al di fuori che dentro le aree protette?), il bracconaggio e la caccia (temi ormai residuali), l’educazione ambientale, la valorizzazione dei prodotti tipici del territorio (inflazionato e dove tutto è ormai tipico)...

Ma i parchi, non dovrebbero essere la dimensione della sperimentazione verso modelli alternativi di convivenza con l’ambiente, di innovazioni tecnologiche e sociali, di sperimentazioni per una mobilità davvero sostenibile, un turismo davvero compatibile, la gestione davvero sostenibile delle risorse energetiche, idriche, alimentari... ?

L’impressione è che non si sappia più essere riferimento per pratiche di avanguardia accontentandosi di praticare la conservazione senza propulsione verso scenari di futuro.

In questo sembra assente anche una regia nazionale, ove il Ministero insegue le opportunità di finanziamenti europei senza una strategia che vada oltre e soprattutto tenga insieme i vari settori in una politica unitaria con visioni di prospettiva.

GS. Non concordo con l’affermazione che alcune specie a rischio sono più tutelate fuori dai parchi, al contrario, come negli esempi che ho citato, le specie in pericolo di estinzione sono molto più tutelate nelle aree protette. C’è il problema di tutela di specie che hanno una distribuzione molto più ampia che nei soli parchi e quindi vi è la necessità di sviluppare forme di tutela che siano efficaci anche al di fuori del perimetro del parco. È vero che i parchi devono essere un modello di sviluppo sostenibile, ma ricordiamoci sempre che la loro mission primaria è la tutela della biodiversità. Oggi in tantissimi parchi italiani (nazionali, regionali e AMP) si portano avanti interessanti strategie mirate per il turismo sostenibile. Abbiamo decine di esperienze virtuose e molte aree protette sono certificate con la CETS, la Carta Europea del Turismo Sostenibile nelle aree protette, che impone parametri e controlli specifici.

GC. Dopo la legge 394/1991 la casa editrice De Agostini mi affidò l'incarico di realizzare, insieme ad altri, una serie di documentari "home video" sui parchi nazionali e regionali. Durante alcune riprese nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna il presidente di un'associazione di albergatori mi chiese un incontro che concordai immediatamente. Mi aspettavo contumelie, doglianze e proteste, mentre il colloquio mi riservò, invece, un ringraziamento perché gli operatori del settore, dopo l'istituzione del parco regionale del crinale prima e di quello nazionale poi, avevano visto aumentare sensibilmente le visite specie dei rappresentanti delle generazioni più giovani.

CAG. Ho detto all’inizio che il Ministero della Transizione Ecologica (anche quando si chiamava Ministero dell’Ambiente) ha di fatto rinunciato a prendere in considerazione i problemi della conservazione della natura. Aggiungo che non si tratta solo di trascuratezza da parte del Ministero né di una semplice impressione. Mi rendo conto che la mia è una valutazione severa, ma essa si basa su fatti che riguardano sia i parchi, sia in generale la conservazione della natura e che ho sperimentato e continuo a sperimentare (e non solo certo il solo). Mi riferisco innanzi tutto al silenzio del Ministero sulle questioni fondamentali che oramai si prolunga da anni e di cui la mancata convocazione della terza Conferenza delle aree protette è solo un aspetto; ma penso anche al silenzio sulla gestione forestale nei parchi a cui ho accennato in precedenza. Mi riferisco anche alla debolezza della struttura interna che si occupa di natura e di aree protette. Mi riferisco poi, a titolo di esempio, all’incapacità di orientare il percorso della Regione Lombardia e delle Province autonome di Trento e Bolzano verso la configurazione unitaria del Parco nazionale dello Stelvio; all’indifferenza per quanto riguarda le tante opere che sono di una violenza inaudita nei confronti dell’ambiente montano, delle quali quelle per il Campionato del mondo di sci alpino svoltisi a Cortina l’anno scorso e quelle per i prossimi Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 sono clamorosa dimostrazione.

RM. I parchi nascono per la protezione attiva di ambienti ad alto valore naturale. Questo ha portato in un primo tempo ad accentuare le azioni di tutela: tutela delle specie a rischio, il bracconaggio, la caccia, l’educazione ambientale. Successivamente è stato valutato che era necessario promuovere attività compatibili, da qui la valorizzazione dei prodotti tipici, l’utilizzo turistico dei territori, ecc. Spesso si è dimenticato che la protezione è un’azione attiva che richiede un continuo adeguamento alle nuove esigenze, tenendo conto dei risultati (positivi e/o negativi) delle azioni messe in atto. Alla fine del secolo scorso, ai parchi è stato richiesto di attuare politiche che aumentassero il consenso nei loro confronti, e questo ha portato alla promozione delle attività compatibili (turismo, prodotti agricoli di qualità e tipici, piccolo artigianato, ecc.). Le azioni attuate per la ricerca del consenso sono state quelle più evidenziate nei parchi, dimenticando spesso di verificare la loro effettiva (e non solo nominale) compatibilità con la delicatezza dell’ambiente. Tale modello è quello più ricorrente e ricercato dai mezzi di comunicazione, trascurando le azioni, a volte davvero notevoli, che sono state attuate nei parchi per sperimentare modelli effettivamente compatibili. Di fronte a quanto ricercato dai mass media, i parchi stessi hanno iniziato per sottolineare soprattutto tali aspetti, dimenticando di evidenziare le azioni innovative che pure sono state attuate. Poi con il tempo la priorità di comunicazione è diventata priorità di azione. Questo evidenzia ancora la mancanza di una chiara politica nazionale dei parchi e delle aree protette.

8. La prima Conferenza nazionale sui parchi e aree protette data 1997; la seconda si celebrò a Torino nel 2002. Poi è seguita, nel 2013 quella sulla biodiversità. Non servirebbe un nuovo momento di riflessione e di confronto su questi temi? Anche per ridefinire strategie, ruoli, obiettivi... Per aggiornare le risposte che possiamo dare alle domande: Quale senso possiamo dare oggi ai parchi e alle aree protette? Quale funzione? Quale missione?

GS. Le prime due si sono svolte nella fase espansiva delle aree protette, c’era una grande tensione positiva verso la nascita dei parchi. Già nel 2013 c’era un’atmosfera un po’ diversa. Oggi sicuramente c’è un interesse minore rispetto ai parchi, riguarda il Governo, le Regioni, la politica in generale, anche i media non sempre sono attenti al tema. Come Federparchi teniamo periodicamente numerosi incontri ed assemblee sui temi di cui parliamo, ma certo vi è un calo di sensibilità soprattutto nel mondo della politica mentre, invece, i cittadini sono sempre più attenti alla natura. Basti pensare che il 5x1000 ai parchi nazionali è triplicato negli ultimi quattro anni. Se vogliamo è una situazione opposta agli anni ‘80 e ‘90, quando si aveva l’impressione che su queste tematiche la politica fosse più avanti dei cittadini, oggi sembra esattamente il contrario.

Siamo il paese europeo che ha la biodiversità più elevata, il maggior numero di specie sia animali che vegetali, una ricchezza enorme e una conseguente responsabilità in termini di protezione. Ovviamente, come già accennato, va portata avanti la sperimentazione di modelli di sviluppo da proporre al resto del territorio.

GC. Per attuare quanto la domanda opportunamente propone occorre prescindere dal Ministero della Transizione Ecologica e dal suo attuale titolare che è il frutto di una scelta sbagliata.

CAG. Ho prima fatto riferimento a un passo della Carta di Fontecchio per sottolineare come oggi i parchi e le altre aree protette, a partire dalle AMP, abbiano la missione di porsi come modelli di conservazione della natura e nello stesso tempo di sviluppo effettivamente sostenibile: modelli validi anche oltre i loro confini. Queste affermazioni però non bastano: dobbiamo con onestà riconoscerlo. Certamente le aree protette, e specialmente i parchi, hanno ottenuto e continuano a ottenere importanti risultati al proprio interno, ma non sono riusciti, se non in minima parte, ad “attaccare” il territorio esterno, a contaminarlo né a consolidare in via definitiva i propri rapporti con la istituzioni locali.

Eravamo sicuri che il modello parco si sarebbe potuto realizzare. Ma era e continua a essere un’illusione – la grande illusione – che nasceva da un equivoco: i parchi non sono né possono diventare, nella situazione attuale, veri modelli perché il loro sistema di governo (la c.d. governance), che è parte essenziale del regime speciale a cui essi sono assoggettati, non è applicabile al resto del territorio e quindi, inevitabilmente, inficia il modello. Non è applicabile, come la realtà sta dimostrando, per un principio che forse viene sottovalutato: secondo il nostro ordinamento, nel governo di un territorio la rappresentanza è quella ottenuta per via elettorale. A questo principio nessuno vuole rinunciare ed è giusto che sia così: nei parchi sempre più forte è la richiesta di una gestione con più ampia partecipazione dei rappresentanti locali eletti.

L’esperienza del terremoto del 2016 nell’Appennino centrale è stata per me illuminante: mi permetto di accennarne. Il terremoto ha avuto il suo epicentro all’interno di due parchi nazionali: il Parco dei Monti Sibillini e il Parco del Gran Sasso - Monti della Laga. Il 24 agosto ha distrutto Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto tra la Laga e i Sibillini, con oltre 300 morti; il 26 e il 30 ottobre ha colpito gravemente tutti i Comuni del Parco dei Sibillini, tra Marche e Umbria, distruggendo quasi completamente Visso, Ussita, Castelsantangelo sul Nera, Pievetorina, Arquata del Tronto, Castelluccio di Norcia. L’esistenza dei due parchi – proprio per il loro duplice obiettivo (conservazione e sviluppo) – sarebbe dovuta essere di importanza strategica per affrontare i problemi del dopo sisma, ma è stata e continua a essere completamente ignorata nel dibattito e nei progetti sulla ricostruzione e sul futuro delle popolazioni: di conseguenza non è stata presa in considerazione, se non in via del tutto marginale, dalle misure finora adottate.

Perché questa assenza quando è proprio l’idea di parco, della quale tutti dovrebbero essere sostenitori, a rappresentare una straordinaria prospettiva per quel territorio devastato dal sisma? Non è sufficiente accusare di latitanza o di incapacità gli Enti gestori, i Ministeri, gli Assessorati regionali competenti, le Associazioni ambientaliste, anche se l’accusa è fondata: avrebbero dovuto e dovrebbero essere i cittadini e i loro rappresentanti, a partire dai Sindaci, a far sì che l’idea del parco informi le fasi della ricostruzione e della rinascita. Se ciò non  avviene la ragione è molto semplice: le comunità locali non hanno introiettato quell’idea proprio perché le esclude dal pieno governo del territorio e perciò non la considerano come rientrante nel proprio bagaglio istituzionale. Le comunità, finché riterranno che i parchi appartengono a enti burocratici lontani dal tessuto sociale e costateranno che la loro partecipazione è solo marginale, non si approprieranno di quell’idea e non saranno perciò disponibili a impegnarsi per realizzarla.

Dalla riflessione sul dramma di un territorio e dalla considerazione che la grande illusione non riguarda solo i parchi coinvolti dal sisma, ma tutto il sistema dei parchi, traggo la conclusione che, se il parco deve essere un laboratorio dove si sperimenta un modello di gestione territoriale valido anche per l’esterno, diventa necessario superare un regime che viene vissuto secondo una logica di esclusione e non di inclusione.

Il passaggio a un pieno protagonismo degli Enti Locali non può però essere immediato, perché la gestione di tali Enti risponde attualmente a competenze, metodologie, sensibilità diverse da quelle che sono necessarie per la gestione di un parco e che, almeno in linea generale, non sono usuali per l’attuale classe di governo locale. Occorre quindi un periodo di transizione nel corso del quale sarà necessario porre le basi per una vera e propria conversione culturale e politica, che deve consentire di introiettare nuovi principi e di individuarne i concreti strumenti attuativi. Tra questi principi faccio riferimento ai seguenti:

a) i parchi sono beni comuni e la loro gestione deve essere svolta nell’interesse generale;

b) per la specificità e la complessità dei problemi da affrontare la gestione dei parchi deve essere caratterizzata da un approccio scientifico: i decisori devono tenere nel massimo conto l’apporto della scienza e servirsi di una direzione tecnico-amministrativa scelta per titoli e in grado di affrontare questioni in chiave interdisciplinare; 

c) per ogni parco devono essere fissati obiettivi e specificità che orientino e condizionino la gestione e sul raggiungimento dei quali l’autorità competente, statale o regionale, debba effettuare un’attenta valutazione e trarre le necessarie conseguenze.

Si apre così un percorso di crescita culturale e politica che deve essere partecipato per permettere alla comunità locale di percepire in tutta la sua importanza la vera essenza del parco. Al termine di questo percorso il parco diventerà  l’idea forte che la comunità avrà fatto propria, gli obiettivi e i problemi saranno inevitabilmente al centro dei dibattiti elettorali e delle sedute degli organi comunali, su tali obiettivi e su tali problemi si riverserà l’attenzione degli enti, delle associazioni, dei singoli soggetti che vivono in quel territorio o che comunque operano per quel territorio. Crescerà così il livello culturale e di consapevolezza civica dell’intera comunità; si innalzerà la qualità della gestione della cosa pubblica.

RM. Come dicevo prima, sono anni che auspico e sollecito, purtroppo invano, anche con lettere indirizzate ai Ministri che si sono succeduti alla guida del Ministero dell’Ambiente, la convocazione di una nuova Conferenza nazionale delle aree protette, per il rilancio del ruolo e della missione dei parchi. In questo momento, in cui è essenziale aver chiaro quale è la strada che deve essere percorso per attuare una “transizione ecologica” non governata dagli interessi economici, ma attenta a far transitare lo sviluppo umano con forme sostenibili per l’ambiente, le aree protette sono il “punto di arrivo” e il riferimento per la transizione ecologica, in cui l’equilibrio tra attività umana e ambiente è tale da<

La protezione dei mari: un obiettivo prioritario a livello globale e l’occasione mancata dell’Area Marina Protetta del Conero

Roberto Danovaro (Università Politecnica delle Marche, Presidente Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli)

I mari offrono la chiave per la transizione ecologica e sostenibile del Pianeta. Sono il motore dell’economia del futuro: turismo, trasporti, infrastrutture, pescato, energie rinnovabili, materie prime. Oltre un miliardo e 300 milioni di persone dipendono esclusivamente dal mare per la loro sopravvivenza. Si tratta di una risorsa e di un bene di valore inestimabile da custodire e valorizzare in modo sostenibile.
Con 8,700 chilometri di costa, l’Italia copre il 15% del Mediterraneo ed è per metà del suo territorio sotto il mare. L’ultimo rapporto di Nomisma Mare ha calcolato che un quarto dell’economia italiana è dovuto, direttamente o indirettamente, al mare. Un dato forse sovrastimato, ma derivante dall’integrazione di tutte le attività economiche, produttive, turistiche ed energetiche correlate al mare. Basta pensare che il mare da solo attrae oltre il 60% del flusso turistico globale. E poi le compagnie di navigazione, gli agenti marittimi, gli spedizionieri, il sistema portuale e l’intera catena logistica. A questo si aggiungono gli alberghi, gestione delle spiagge e logistica che insieme fanno quota 9% del PIL. Con un’Italia leader mondiale sia nella costruzione di navi da crociera sia degli yacht. Per non parlare delle infrastrutture a mare, la rete di gasdotti, elettrodotti, e cavi per la trasmissione di dati.

Il mare è strategico per la competitività del sistema economico nazionale considerato anche che via mare transita il 64% dell’import italiano e il 50% delle esportazioni. Le “autostrade del mare” trasportano ogni anno 1,5 miliardi di veicoli, con un risparmio di costi e notevoli vantaggi in termini di emissioni inquinanti e clima alteranti. Un dato che può crescere ancora se pensiamo che a livello globale oltre l’86% delle merci transita via mare.
Un recente rapporto della Comunità Europea conferma che il mare sarà fondamentale per la crescita e occupazione dei paesi a vocazione blu. Il nostro paese sta realizzando un piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per fronteggiare la crisi economica e ambientale, centrato sulla sostenibilità.
L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha messo l’economia del mare al centro delle strategie mondiali di sviluppo sostenibile. Le Nazioni Unite hanno dedicato il decennio 2021-2030 alla Scienze degli oceani per lo sviluppo sostenibile. L’Europa e i grandi paesi del mondo stanno spingendo verso il New Green Deal. Anche la Cina sta programmando un piano di protezione e restauro degli ecosistemi marini.

Uno degli obiettivi chiave dell’agenda delle Nazioni Unite per il 2030 è quello di proteggere almeno il 30% dei mari entro il 2030. La ragione è semplice: il mare deve rigenerarsi o non sarà più in grado di fornire i beni e i servizi ecosistemici che produce e che hanno sostenuto la crescita dell’umanità.
La sfida è difficile, perché l’Italia fino a oggi ha protetto solo poco più del 5% del proprio mare, e le difficoltà per realizzare nuove aree marine protette sono lampanti.

Dopo molto impegno e notevoli sforzi, negli ultimi anni si sono finalmente concretizzate l’Area marina protetta di Capo Milazzo e quella di Capri, ma altre aree individuate già dalla fine degli anni ’90 sono ancora al palo.
Il caso più eclatante a livello nazionale è quello delle Marche, con l’Area marina protetta Costa del Conero. La Costa del Conero è già per gran parte un Sito di Interesse Comunitario (SIC), e quindi dovrebbe avere misure di protezione, monitoraggio e gestione per non incorrere in pesanti sanzioni da parte dell’Unione Europea. Il Ministero dell’Ambiente prima, e quello della Transizione ecologica (MItE) più recentemente hanno cercato di supportare di sollecitare le Amministrazioni mettendo a disposizione le risorse economiche per l’istituzione e funzionamento dell’area marina protetta e fornendo risposte alle bizzarre domande dei politici locali.

Il Ministero, vista la reticenza dei Comuni di Numana e Sirolo, ha anche proposto una nuova perimetrazione, che coinvolgerebbe solo il mare del Comune di Ancona. La nuova perimetrazione proposta dal Ministero ha ristretto l’area da proteggere prevedendo solo una zona B e una zona C di tutela parziale, escludendo la presenza di zone A (a maggior grado di protezione). In questo modo l’Area Marina Costa del Conero sarebbe protetta, ma resterebbe fruibile, permettendo di continuare a svolgere le attività consentite (balneazione, navigazione, raccolta del “mosciolo”, la famosa cozza di Portonovo) nel rispetto dell’ambiente marino. Si tratta di un approccio definito win-win, ovvero dove vincono tutti.
Ma nonostante questo, tutti i Sindaci, a partire da quello di Ancona, hanno detto di non essere interessati. Anche la Regione Marche ha risposto in modo negativo, dicendo che “non sembrano esserci le condizioni”. Le motivazioni per questo rifiuto però hanno dell’incredibile. I politici dicono che un’area marina protetta sarebbe un freno alle attività locali, un ennesimo carrozzone amministrativo che ci costringerebbe a macchinose burocrazie. La risposta appare assurda, poiché sarebbero proprio i comuni a gestirla. L’area marina protetta, inoltre, porterebbe finanziamenti superiori alle spese, e potrebbe essere integrata nel Parco del Conero, che è già gestito proprio dai Comuni di Ancona, Numana, Sirolo e della Regione Marche.
Ma la verità è un’altra: esistono importanti lobbies elettorali, che fanno capo agli interessi della diportistica e della pesca sportiva, che sono in prima fila e da sempre, contrari. Sostengono che crollerebbe il mercato degli yacht, che scapperebbero i diportisti. Alla faccia dell’interesse comune.

Ma quello che è successo nelle Marche va oltre e ha dell’incredibile. Siamo un Paese dei mille Comuni, dove ci si divide su tutto, soprattutto in ambito politico, ma le Marche sono state compatte nel dire no all’area marina protetta da parte di tutti gli schieramenti politici, di destra e sinistra, al governo delle Amministrazioni. Ovviamente i governanti pensano di interpretare il pensiero dei cittadini. Ma non è così: una campagna per la raccolta di firme a favore dell’Area protetta del Conero, apparsa sul sito change.org, ha raccolto in pochi giorni oltre 13.000 adesioni. Oltre 20 associazioni culturali e ambientali, tutte le più importanti del Paese, hanno inviato le loro lettere di supporto all’Area protetta del Conero. Si sono mossi in tantissimi per sollecitare un cambiamento di visione, oltre a Donatella Bianchi da Presidente del WWF Italia. Anche l’ex Presidente Nazionale del Club Alpino Italiano, Vincenzo Torti, ha invitato gli amministratori a ripensarci. Lo stesso sollecito viene da Italia Nostra per voce della Presidente Ebe Giacometti, da Antonio Cherchi di Slow Food Nazionale e dal Presidente di Marevivo Rosalba Giugni, che è stata tra i primi promotori dell’area marina protetta a Capri. E poi anche SIP, il Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio. Insomma, l’attenzione che hanno ricevuto Ancona e la Regione Marche sulla questione area marina protetta non ha pari nella storia recente.

Nel tentativo di negare l’ondata di consensi, alcuni amministratori si sono addirittura improvvisati come esperti di mare, dicendo che non c’è nulla di pregiato. Insomma, il Ministero dell’Ambiente, il CNR di Ancona e dell’Università Politecnica delle Marche con la laurea in biologia marina più prestigiosa d’Italia dicono che si tratta di uno dei tratti di mare più belli del Paese da proteggere, ma per i nostri politici stanno sbagliando tutti, meglio farne un parco divertimenti per le moto d’acqua. E dato che la politica è democrazia, la cosa migliore sarebbe chiedere il parere ai cittadini di Ancona. Per questa ragione, dopo tutte le reticenze politiche, è nato un comitato promotore del referendum per l’istituzione dell’area marina protetta.
Ma una commissione istituita dal Consiglio Comunale di Ancona si è espressa negativamente sulla proposta di referendum per l’area protetta del Conero. Il quesito referendario era chiaro e inequivocabile: “È favorevole all’istituzione dell’Area Marina Protetta Costa del Conero nel tratto di costa compreso tra gli ascensori del Passetto e lo Scoglio denominato “La Vela” in località Portonovo, ai sensi delle leggi n. 979 del 1982 e n. 394 del 1991, per garantire … la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale dell’area marina interessata…?”.
La Commissione che, per regolamento comunale dovrebbe esprimersi solo sulla inequivocabilità del quesito, ha risposto dopo tre mesi (ovvero con enorme e ingiustificato ritardo) che il quesito non era accettabile poiché non era “chiaro”. E si è spinta oltre, suggerendo come correggerlo per far comprendere meglio ai cittadini i “veri rischi” dell’istituzione di un’area marina protetta. La Commissione ha scritto di proprio pugno i divieti che ne deriverebbero. Alcuni esempi? Dovrebbe essere specificato che nell’area marina protetta non si potrebbero più fare “attività pubblicitarie al di fuori dei centri urbani”. Oppure che sarebbe vietata “la raccolta e il danneggiamento delle specie vegetali, salvo nei territori in cui sono consentite le attività agro-silvo-pastorali”, inoltre non sarebbe più possibile “l’apertura e l’esercizio di cave, miniere e di discariche” e, dulcis in fundo, saranno vietati anche i “fuochi all'aperto”. Se fossero state accettate queste modifiche il quesito sarebbe stato, secondo il comune di Ancona, molto più chiaro (sigh!), ma certamente sarebbe risultato inammissibile legalmente e destinato a soccombere ad ogni ricorso al TAR, poiché si tratta di condizioni inapplicabili alle aree marine protette.
Insomma, una soluzione da azzeccagarbugli che ricorda i tempi peggiori della politica nazionale. Il caso si è ricoperto di tale ridicolo che sta travalicando la dimensione regionale, diventando un caso nazionale e presto sarà portato a modelli a livello internazionale, come esempio dell’incapacità e ignoranza delle Pubbliche Amministrazioni che parlano di ambiente, mettono la protezione del mare nei programmi elettorali e poi si rimangiano tutto. Proteggendo i nostri mari e la loro biodiversità nessuno pensa di togliere libertà o opportunità di crescita, al contrario, le esperienze di aree marine protette maturate nel nostro Paese e nel mondo concordano nel sostenere che si tratta di una grande occasione di sviluppo sostenibile e di ulteriore rilancio dell’economia locale a partire dal turismo. Peccato che i politici al governo delle amministrazioni locali della Costa del Conero non lo sappiano.

Quanto è attendibile l’ipotesi di 1000 miliardi di alberi?

Paolo Trost, professore di Fisiologia vegetale, Università di Bologna

1. CO2, emissioni, effetto serra, temperatura
Negli ultimi anni l’attenzione dei governi e delle élites della maggioranza dei Paesi di tutto il mondo si è venuta accentrando sulla questione del cambiamento climatico, uno dei molti e gravi problemi che affliggono in misura crescente il nostro Pianeta e l’umanità in particolare; forse quello che appare più preoccupante e urgente per la quantità e l’importanza delle conseguenze che ne derivano: dallo scioglimento dei ghiacci all’aumento dei livelli medi marini, dalla siccità alle alluvioni, dagli incendi alla desertificazione. Eventi “estremi” sempre più frequenti colpiscono direttamente le popolazioni e ormai minano interi settori dell’economia suscitando allarme; ma mai abbastanza da convincere per davvero la maggioranza della gente che tutto si sta svolgendo esattamente come gli scienziati avevano previsto più di trent’anni fa a causa delle emissioni da parte dell’uomo, e come alcuni (pochi ma irrequieti) pseudoscienziati politicamente o finanziariamente motivati ancor oggi si affannano a mettere in dubbio.
Il problema del cambiamento climatico è essenzialmente legato all’aumento in atmosfera dei gas serra (greenhouse gases, GHG), che agiscono da schermo alle radiazioni infrarosse rallentando in tal modo la dispersione del calore terrestre nella troposfera. Fra i GHG, primo imputato è il biossido di carbonio o CO2 spesso chiamato anche anidride carbonica (da cui il comune uso al femminile “la CO2”). L’aumento di gas serra nell’atmosfera porta ad un aumento della temperatura media del pianeta (che oggi è di circa 15 C°), perché quest’ultima dipende dall’intensità della radiazione solare (costante solare ca. 1,4 kW/m2), dalla distanza della Terra dal sole (ca. 150 milioni di km) e dalla composizione dell’atmosfera. La Terra gode di un effetto serra naturale che determina un aumento della temperatura media di circa 35°C al di sopra della temperatura di un corpo celeste come la Luna (temperatura media -20°C), che si trova a simile distanza dal Sole ma non possiede atmosfera.

La concentrazione di CO2 in atmosfera è cresciuta del 49% dal 1750 (prima dell’inizio della rivoluzione industriale) quando era circa 280 ppm (parti per milione) ad oggi. Nel 2021 è stata mediamente di 415 ppm. Mediamente perché la CO2 ha un andamento stagionale con un massimo nei mesi di marzo-aprile e un minimo a settembre-ottobre. L’oscillazione annuale è di circa 6 ppm, come venne documentato per la prima volta nell’esperimento detto “di Keeling” all’Osservatorio di Mauna Loa nelle Isole Hawaii (Figg. 1 e 2). Per effetto dell’aumento di quasi il 50% della CO2 atmosferica dal 1750, la temperatura media della Terra è aumentata di 1,1 C° rispetto alla media 1850-1900 (IPCC AR6; in realtà l’aumento riguarda soprattutto il periodo post 1960). Questo aumento non è affatto distribuito nello stesso modo nel Pianeta e non è percepito da tutti allo stesso modo: un abitante della Siberia, per esempio, potrebbe esserne contento. Ma non bisogna fare l’errore di sottovalutare questa differenza apparentemente modesta, tanto più che nella vita comune non siamo abituati a considerare delle variazioni di temperatura tutto sommato così piccole (nel corso di una giornata registriamo variazioni di 10 gradi o più, cosa saranno mai 1,1 gradi?). Al riguardo, può essere utile ricordare che l’aumento di 1,1 C° ha già portato allo scioglimento di metà della calotta polare artica nei mesi estivi, ha reso più frequenti eventi climatici estremi e potrebbe innescare degli effetti di retroazione positiva che sarebbe impossibile arrestare e potrebbero fare salire la temperatura molto di più. Un tipico esempio di retroazione positiva riguarda proprio lo scioglimento della calotta polare artica che come noto galleggia sull’acqua: il ghiaccio è bianco e riflette la radiazione solare mentre l’acqua è scura e l’assorbe scaldandosi. Lo scioglimento iniziale della calotta polare converte superficie chiara in superficie scura, in termini tecnici riduce l’albedo, e innesca un circuito di retroazione positiva che potrà arrestarsi solo quando il sistema avrà raggiunto un nuovo stato di equilibrio, peraltro difficile da prevedere.

Un altro esempio molto concreto riguarda lo scioglimento degli strati superficiali del permafrost, per esempio in Siberia, che porta alla liberazione del metano che il terreno congelato contiene in varie forme e in grande quantità. Non solo, lo scioglimento  del permafrost permette l’innesco di processi di metanogenesi biologica con rilascio di ulteriore metano a spese della biomassa. Il metano è un GHG 80 volte più potente della CO2, anche se molto meno concentrato in atmosfera, da qui la possibilità di un ulteriore loop di retroazione positiva dagli effetti potenzialmente devastanti.

Certo, la Terra ha vissuto periodi molto più caldi oltre che molto più freddi in tempi antichi, ma il presente cambiamento avviene ad una velocità che non ha precedenti. La civiltà umana si è sviluppata in un periodo interglaciale iniziato circa 12.000 anni fa e ha goduto di condizioni climatiche favorevoli e sostanzialmente costanti per molti secoli, perciò non sappiamo come potremmo adattarci a condizioni molto diverse. D’altra parte, il periodo interglaciale che stiamo vivendo prima o poi dovrà finire, e lasciare spazio ad una nuova glaciazione come è avvenuto nel recente passato. È anche possibile che il riscaldamento globale che stiamo vivendo possa interferire, ritardandolo, con l’inizio della prossima glaciazione, ma sono previsioni difficili da fare e si parla comunque di millenni. Non è il caso di farci troppo affidamento, mentre la catastrofe incombe.
Per convenzione, gas serra diversi ed anche più potenti della CO2 ma meno concentrati, come il metano (CH4) e l’ossido di biazoto (N2O), vengono espressi in termini di CO2 equivalenti (CO2eq), dove l’equivalenza sta proprio nell’effetto serra che inducono. Le unità di misura più comunemente usate sono le GtCO2 (miliardi di tonnellate di CO2 = 1015 grammi CO2 = Pg CO2) o le GtC o miliardi di tonnellate di carbonio (1 GtC = 3,664 GtCO2). In questo articolo si usa soprattutto l’unità di misura GtC a preferenza di GtCO2, ma resta inteso che si tratta pur sempre di una misura CO2 equivalente.

Perché la CO2 atmosferica è aumentata? La ragione è che le emissioni hanno superato gli assorbimenti (sink). Nell’ultimo decennio (2010-2021) le emissioni di CO2eq sono state mediamente di +10,6 GtC (=39 Gt CO2eq) dovute per l’89% (9,5 GtC) alla bruciatura di combustibili fossili (in ordine di importanza carbone>petrolio>gas naturale), e per circa il 10% (1,1 GtC) al cambio d’uso del terreno: che a sua volta dipende da due effetti contrapposti, cioè la deforestazione (che libera CO2 nella misura di +3,8 GtC) e l’abbandono di terreni agricoli (che consuma CO2 fissata dalla nuova vegetazione spontanea: –2,7 GtC). Questi dati, come quelli che seguono, sono ampiamente  condivisi dalla comunità scientifica internazionale e possono essere reperiti da diverse fonti, a volte con piccole differenze nei valori assoluti ma non nel loro significato generale. In questo articolo gran parte dei dati sulle emissioni di CO2 e sui depositi di carbonio provengono dalla pubblicazione “Global carbon budget 2021” (Friedlingstein et al., 2022).
Non è sempre stato così naturalmente. Nel 1960 le emissioni erano meno di un terzo di quelle attuali ed erano dovute in gran parte (46%) alla deforestazione, il resto ai combustibili fossili. Il cambio d’uso del terreno si è mantenuto abbastanza costante in termini assoluti negli ultimi 50 anni, ma è diminuito in termini relativi perché l’utilizzo dei combustibili fossili è molto cresciuto, ed ora è in assoluto il principale responsabile delle emissioni. E si noti che queste medie si riferiscono ad un decennio molto particolare che comprende il 2020, anno della pandemia, che ha visto una riduzione senza precedenti (del 5% circa) nelle emissioni di combustibili fossili. Purtroppo nel 2021 si è verificato un rimbalzo che ha quasi azzerato il risparmio dell’anno precedente.
Quasi il 50% della CO2eq emessa ogni anno nel decennio (10,6 GtC) è rimasto nell’atmosfera (+5,1 GtC = +19 Gt CO2eq per anno, che corrispondono a circa +2 ppm/anno). Il resto si distribuisce in due serbatoi (sink) principali: l’oceano dove la CO2 che si scioglie annualmente è stata pari a 2.8 GtC (contribuendo alla loro acidificazione) e le terre emerse, dove la CO2 viene fissata da organismi fotosintetici in biomassa che poi nel corso dell’anno non viene interamente respirata dagli eterotrofi (bilancio netto = +3,1 GtC). La differenza tra le emissioni e gli assorbimenti è di circa 1 Gt CO2eq all’anno (carbon imbalance). La capacità di agire da sink, sia dell’oceano che dell’atmosfera, è aumentata nel tempo in parallelo all’aumento delle emissioni. Per questo l’atmosfera non è mai stata il deposito principale della CO2 emessa in eccesso: il sistema Terra in qualche misura si adatta.

Negli ultimi trattati internazionali si è stabilito di voler contenere l’aumento della temperatura del globo entro i 2°C (Parigi) o meglio entro 1,5°C (vedi “Global Warming of 1.5°C. An IPCC Special Report on the impacts of global warming of 1.5°C above pre-industrial levels and related global greenhouse gas emission pathways, in the context of strengthening the global response to the threat of climate change, sustainable development, and efforts to eradicate poverty - SR1.5).
Il fatto è che l’emissione antropica cumulativa di CO2eq dal 1750 ad oggi è stimata in 687 GtC, con l’effetto di aver fatto innalzare la temperatura di 1.1 °C. Se vogliamo limitare l’ulteriore aumento a 1.5 °C, non dovremmo (probabilmente) emettere più di 116 GtC (= 420 Gt CO2eq), cosa che invece sicuramente faremo in soli 11 anni ai ritmi attuali di emissione di 10,6 GtC/anno. Gli stessi numeri diventano 1270 Gt CO2eq (=352 GtC remaining carbon budget) e 32 anni nel caso di +2 °C (dati Global carbon project 2021; i dati IPCC sono un po' più bassi: circa 300 GtC, di cui un massimo di 158 GtC che rimangono in atmosfera). Il problema è che la quantità di combustibili fossili che abbiamo a disposizione sotto forma di giacimenti già scoperti che aspettano solo di essere sfruttati è molto superiore a questi numeri; le riserve sicure sarebbero circa 2800 Gt CO2eq secondo una stima attendibile (Berners-Lee e Clark, 2013), abbastanza per tirare avanti 70 anni ai ritmi attuali, ma nuove riserve vengono scoperte anche ai giorni nostri. Se riverseremo impunemente nell’atmosfera 2800 Gt CO2eq la conseguenza potrebbe essere un aumento della temperatura di 5-6 gradi.
Le richieste energetiche della civiltà umana sono attualmente soddisfatte prevalentemente da combustibili fossili (attorno all’80%) che sono un disastro da un punto di vista ambientale. Dobbiamo trovare una soluzione alternativa nel giro di 10 anni, e siccome sarà molto difficile dovremmo per forza ridurne i consumi e trovare un modo per rimuovere CO2 dall’atmosfera, il tutto senza aspettare troppo tempo. E siccome le piante rimuovono CO2 dall’ambiente per effettuare la fotosintesi, ma poi quasi solo gli alberi accumulano stabilmente carbonio nel legno (mentre gran parte del fotosintato delle piante finisce col tornare prima o poi in atmosfera come CO2 o altro GHG), è verosimile che incrementando la superficie forestale del Pianeta si otterrebbe una riduzione dei GHG in eccesso. Come e in qual misura proviamo a vederlo.

2. Riserve di carbonio
In termini quantitativi gli organismi viventi, recentemente stimati in una biomassa di 550 GtC (=2000 Gt CO2eq) sono soprattutto terrestri (6 GtC biomassa marina) e sono soprattutto piante (450 GtC; 80% della biomassa planetaria), essenzialmente alberi (ca. 320 GtC di soprassuolo e 130 GtC di radici). Gran parte della biomassa arborea è metabolicamente poco attiva ed è costituita dalla parte legnosa (ca. 300 GtC), il resto è in parte fotosintetico e in parte no ma è comunque metabolicamente attivo e a turnover più rapido del legno; la parte puramente fotosintetica è probabilmente molto piccola, forse solo 1,5 GtC. Questi valori vanno confrontati con le poche GtC di organismi fotosintetici marini: nei mari le 6 GtC di biomassa totale sono dominate dai consumatori che costituiscono ca. l’80% della biomassa (soprattutto animali e protisti non fotosintetici). I produttori marini sono in media meno dei consumatori (20% = 1,2 GtC), soprattutto microrganismi fotosintetici come le diatomee e altre alghe unicellulari e cianobatteri, ma anche macroalghe e piante acquatiche, e sono a rapido turnover. La produzione primaria dei due sistemi, terrestre e marino, è simile (Falkowski e Raven, 2007) e anche la biomassa fotosinteticamente attiva è simile (1-2 GtC). La differenza sta nel fatto che solo le piante terrestri formano strutture di sostegno resistenti alla degradazione (lignine) che, a livello planetario, costituiscono una riserva di carbonio di 2 ordini di grandezza maggiore dello stock puramente fotosintetico (Bar-On et al., 2018, 2019).
Gli organismi terrestri generano sostanza organica che ritroviamo negli strati superficiali del suolo e che può essere più o meno resistente alla degradazione microbica, che tende a restituire il C all’atmosfera come CO2 (o in particolari condizioni, metano CH4, come nel caso del permafrost superficiale che si scioglie). La massa totale del carbonio organico nel terreno (soil organic carbon, SOC) è stimata molto superiore alla biomassa: si parla di 1700 GtC, cui aggiungere 1400 GtC a turnover molto più lento perché intrappolate nel permafrost (Friedlingstein et al., 2022).
Le piante (o meglio le piante C3, che sono la maggioranza) tendono a crescere di più se fertilizzate da CO2 in eccesso, e per questo la capacità di sink degli ecosistemi terrestri nei confronti della CO2 emessa da combustibili fossili sta aumentando con l’aumento delle emissioni stesse. Per quanto riguarda il SOC, la relazione tra aumento di CO2 e dimensioni di questo serbatoio tende ad essere meno lineare, ma come regola generale sembra che negli ecosistemi in cui l’aumento di CO2 atmosferica tende a far aumentare maggiormente la crescita delle piante, la crescita della SOC sia inferiore e può anche essere nulla o negativa. Viceversa, dove le piante crescono di meno, cresce di più il SOC (Terrer et al., 2021).

3. Superfici
La superficie terrestre è di 55 miliardi di ettari (gigaettari, GHa). Le terre emerse sono circa 15 GHa di cui il 70% potenzialmente abitabile (= 10,4 GHa) escludendo deserti, ghiacciai etc. In un recente lavoro (Bastin et al., 2019) sono state fatte delle stime molto accurate sulla base di dati satellitari (80.000 immagini) e utilizzo di intelligenza artificiale. Il ragionamento grossomodo è il seguente. Un po' più di metà della terra abitabile è ricoperta da foreste, se per foreste si intende ciò che la FAO definisce come una superficie di almeno mezzo ettaro coperta dalle chiome degli alberi per almeno il 10% e che non abbia al suo interno attività agricole né abitati umani. Sulla base di questa definizione, 5,5 GHa è la superficie forestale attuale; si calcola che la massima superficie a foreste del Pianeta potrebbe raggiungere gli 8,7 GHa. Si tratta di una superficie potenziale e teorica, perché dei 3,2 GHa in più rispetto alla superficie attuale 1,4 GHa sono già utilizzati per coltivazioni agricole. Quindi restano 1,8 GHa non coperti da foreste trattandosi di praterie, cespugliati, savane, terreni degradati e altro, che comunque presentano una copertura arborea inferiore al 10%. Questi 1,8 GHa sarebbero la superficie sulla quale si potrebbe far crescere nuovi alberi per aumentare lo stock di carbonio della biomassa (attualmente 550 GtC) e quindi trasferire del carbonio dall’atmosfera (attualmente 875 GtC sotto forma di CO2) a qualcosa di più stabile come il legno, benché non eterno.

Con un approccio diverso, ma sulla base degli stessi dati, la superficie forestale si può anche calcolare facendo semplicemente una stima di tutto ciò che è coperto dalla chioma degli alberi (la volta arborea). In questo senso un ettaro di foresta nel senso della FAO può corrispondere a 1 Ha di volta arborea se la copertura è del 100%, ma anche solo a 0,1 Ha se la copertura è del 10%. La stima finale cambia parecchio, perché in questo modo la superficie forestale mondiale diventa di soli 2,8 GHa e quella massima potenziale di 4,4 GHa. La differenza (1,6 GHa) deve essere decurtata della quota utilizzata dall’agricoltura. In questo modo si arriva al valore di 0,9 GHa che gli autori (Bastin et al., 2019) propongono come la stima migliore di superficie del Pianeta idonea a progetti di (ri)forestazione e “afforestazione”.
Il 50% di questa superficie si trova in 6 paesi, nell’ordine: Russia, USA, Canada, Australia, Brasile e Cina. E qui si sarebbe tentati da qualche considerazione geopolitica, magari all’ingrosso. Si può osservare, per esempio, che la Russia nel breve termine può essere avvantaggiata più che sfavorita dai cambiamenti climatici, per l’aumento di superficie coltivabile e di rese, l’apertura di rotte di navigazione artiche ed altri effetti ancora, e per questo al momento non pare molto interessata a collaborare a progetti internazionali di mitigazione. Peccato: perché dei 900 milioni di ettari passibili di riforestazione, 150 sono proprio in Russia.
Circa il numero di alberi che potrebbero crescere sui suddetti 0,9 GHa vi sono stime diverse e comprese tra 1000 a 1500 miliardi, considerando che gli alberi attuali sarebbero circa 3000 miliardi. Si noti che 1000 miliardi di alberi distribuiti su 0,9 GHa corrispondono a circa 6 mq per albero, che poi sarebbe la proiezione della chioma sul terreno; insomma, il valore di 1000 miliardi di alberi di cui spesso si legge è per così dire un po' tirato. Il valore di 0,9 GHa calcolato da Bastin et al. (2019) si avvicina alla proposta dell’IPCC (6° rapporto) di riforestare 1 GHa come misura per contenere l’aumento di temperatura entro +1,5 °C al 2050. Tuttavia, l’IPCC ha utilizzato il termine foresta nel senso della FAO (minimo 10% tree cover), quindi 1 GHa secondo l’IPCC corrisponde a 0,1-1,0 GHa di copertura secondo Bastin et al. (2019) a seconda del livello di chiusura della volta arborea che si intende ottenere.

4. Foreste e carbonio
Quanto carbonio potrebbero contenere 0,9 GHa di nuove foreste nell’accezione di Bastin et al. (2019)? In un’immagine statica, si calcolano 205 GtC, facendo semplicemente l’ipotesi che un pezzo di terreno riforestato assuma immediatamente la stessa copertura di un terreno adiacente forestato (la copertura varia con il tipo di foresta, se boreale è di solito del 30-40%, se tropicale 90-100%). Se sottraiamo 205 GtC all’atmosfera, la concentrazione di CO2 scenderebbe di circa 100 ppm (1 ppm = 2,1 GtC) tornando ai livelli del 1950 (ca. 310 ppm). Di fatto, 205 GtC sono circa un terzo delle emissioni antropogeniche dal 1750 ad oggi (660 GtC). Niente male, se fosse così.
Nella realtà noi possiamo al massimo piantare alberi che per crescere avranno bisogno di anni, nel corso dei quali i cambiamenti climatici continueranno a modificare le condizioni di crescita. In effetti, a prescindere dalla riforestazione, la superficie attualmente coperta da alberi di 2,8 GHa è destinata a diminuire da qui al 2050 a causa dei cambiamenti climatici (ca. -8% stando a Bastin et al., 2019), in particolare si prevede che la copertura aumenti nelle foreste boreali relativamente rade, ma diminuisca notevolmente nelle foreste tropicali ad elevata densità di volta arborea (altri studiosi però non sono così pessimisti). E come è ovvio, le nuove foreste ci metteranno decine di anni per raggiungere la condizione in cui una quantità significativa di carbonio (es. 205 GtC) sia stabilmente stoccata. Per dare un’idea, è comunque utile considerare che se le 205 GtC fossero davvero accumulate in 20 anni, l’accrescimento delle nuove piante potrebbe compensare completamente le emissioni di C nei medesimi vent’anni (al momento circa 10 GtC/anno). Il che vuole anche dire che se noi piantiamo alberi su 0,9 miliardi di ettari e continuiamo a riversare nell’atmosfera le stesse quantità di CO2, dopo vent’anni avremo fatto patta e punto e a capo. Viceversa, quello che sarebbe interessante sarebbe piantare alberi per guadagnare tempo rispetto alla catastrofe annunciata, tempo da utilizzare per trovare e applicare nuove soluzioni di contenimento delle emissioni.

5. Controversie
Le valutazioni di cui sopra si prestano a varie obiezioni, talune aspre. Secondo Lewis et al. (2019) il calcolo di 205 GtC è sovrastimato, mentre una quantità dell’ordine di 100 GtC è una stima molto più ragionevole e corrisponde grossomodo alla quantità di C che abbiamo perso con il cambio d’uso del terreno dall’inizio dell’agricoltura. Ciò in base all’idea che noi possiamo al massimo ricostituire le foreste che abbiamo tagliato, ma non trasformare per es. le praterie in foreste, se le praterie sono il risultato di milioni di anni di evoluzione. Skidmore et al. (2019) inoltre osservano che sulla base delle velocità di crescita conosciute 0,9 GHa di alberi appena piantati non possono accumulare 205 GtC in soli 30 anni - il tempo richiesto per contenere l’aumento della temperatura in +1,5 gradi entro il 2050, cioè fra 28 anni. Ci metteranno molto più tempo. Per raggiungere quella biomassa di 205 GtC bisognerebbe piantumare una superficie ben superiore (x 3,2) e del tutto irrealistica.

Nel calcolare 205 GtC in 0,9 GHa afforestati, è probabile che Bastin et al. (2019) sovrastimino di parecchio il contributo del SOC, supponendo che laddove si piantano degli alberi aumenti sia il C della biomassa che il C del suolo (SOC), in quanto parte dei prodotti della fotosintesi finiscono nel suolo. Veldman et al. (2019) obiettano, al contrario, che piantare degli alberi in ambienti come le praterie montane e le praterie temperate equivale a perdere SOC anziché incrementarla. Poi fanno notare che in molti ambienti (quali taiga e tundra), piantare alberi (scuri) equivale a ridurre l’albedo della superficie terrestre che è più forte quando è innevata, con effetti sulla temperatura. Infine osservano che ci sono praterie che sono così da milioni di anni perché gli animali erbivori (insetti e ungulati) e gli incendi impediscono la crescita degli alberi, e in questi ambienti raggiungere il risultato potrebbe avere gravi conseguenze in termini di biodiversità. Sulla base di queste considerazioni Veldman et al. (2019) propongono una riduzione delle 205 GtC a 42 GtC, e riconoscono che sarebbe comunque un buon risultato, ma certo non sufficiente se vogliamo veramente contenere l’aumento della temperatura a +1,5 °C entro il 2050.
Friedlingstein et al. (2019) fanno considerazioni in parte analoghe, e in particolare ricordano che ci sono ambienti non forestali che contengono tanto C quanto le foreste se si prende in considerazione anche il SOC, per esempio le praterie temperate dove la piantumazione di alberi porterebbe ad effetti che Bastin et al. (2019) avrebbero di molto sovrastimato.

In conclusione, molti esperti concordano che riforestare (o “afforestare”) 0,9 GHa di terra anche con il 100% di copertura arborea non porterà al sequestro di 205 GtC entro il 2050 ma molto di meno (da 42 a 100), e tuttavia ne vale la pena. E tutti concordano che non ha senso piantare alberi se non si riducono anche le emissioni. Infine, venendo brevemente alle proposte che circolano di questi tempi in Italia, si dovrà riconoscere che nuove piantumazioni di centinaia o migliaia di alberi all’interno di ogni città e tutt’attorno sarebbero estremamente utili e consigliabili per via degli effetti sul benessere fisico e mentale della gente, sulla vivibilità e salubrità dei luoghi (si pensi solo all’effetto sulla temperatura locale o all’abbattimento di gas e polveri sottili), ma non potrà in alcun modo risolvere i problemi globali dei gas serra e del clima: se non nel quadro di una gigantesca e intensa opera internazionale di creazione di nuove foreste. Di cui si vede la necessità e l’urgenza ma per ora poche tracce concrete.

Unità di misura e conversioni
1 Gigaton (Gt) = 1 miliardo di tonnellate = 1 × 10 15 g = 1 petagrammo (Pg)
1 kg carbonio (C) = 3,664 kg biossido di carbonio (CO2) (il C pesa 12 e la CO2 44: 44/12=3,664)
1 GtC = 3,664 miliardi di tonnellate CO2 = 3,664 GtCO2
1 ppm CO2 in atmosfera = 2,124 GtC
1 GHa = 1 miliardo di ettari (Ha) = 10 milioni (106) kmq

Numeri in sintesi
Massa di carbonio in atmosfera (2022): 875 GtC
Biomassa terrestre totale del Pianeta (alberi per l’80%): 550 GtC
Biomassa marina: 6 GtC
Massa di carbonio nel terreno: 1700 GtC
Emissioni antropogeniche annuali di gas serra in eccesso (in CO2eq): 10,6 GtC
Aumento annuo medio del carbonio in atmosfera (in CO2eq): 5,1 GtC
Terreni da rimboschire secondo Bastin et al. (2019): 900 milioni di ettari, 0,9 GHa (copertura completa)

Bibliografia essenziale
Bar-On Y.M., Phillips R., Milo R. (2018) The biomass distribution on Earth. Proc.Natl.Acad.Sci.USA 115, 6506–6511.
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Gran Paradiso - Un Parco di animali, uomini e cose

Toni Farina
(Rappresentante delle Associazioni ambientaliste nell’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso)

Titolava così un audiovisivo da me realizzato nei remoti anni ’80 del secolo (e millennio) scorso. Diapositive in dissolvenza incrociata, preistoria insomma. Diapo marca Kodachrome 25 Professional, una risoluzione altissima e prezzo non da meno. Scatti centellinati, altro che selfie! E anche i tempi erano altri: lo sviluppo (compreso nel prezzo) era esclusiva di un unico laboratorio: in Svizzera, Losanna mi pare. Un mese minimo, quando si dice il piacere dell’attesa.
Per effettuare le riprese avevo il permesso di pernottare nei casotti di sorveglianza, e non posso non ricordare un soggiorno al Gran Piano di Noasca in un nevoso mese di novembre. La salita al buio con un amico, il vento gelidissimo che scendeva dal Colle di Moncorvè, la sorpresa della camera riscaldata dalla stufa accesa per noi dal guardaparco Aimonetto. Mitico, e mitici i suoi racconti. Quando si dice “i racconti del guardaparco” (nel Gran Paradiso non hanno la “i”).
Era in realtà tutta una scusa per frequentare quei luoghi, quelle valli, quegli angoli da “alba del mondo” (citazione: Enrico Camanni). Cosa che feci assiduamente per una decina di anni: ero stato soggiogato dal Gran Paradiso. Esperienza peraltro condivisa da molti, e dunque molti sanno di che parlo.
In ogni caso, alla fine l’audiovisivo fu realizzato e il risultato a sentir dire fu pure lusinghiero. Un parco di animali, uomini e cose: l’utopia, il sogno.
Contributo determinante per il buon risultato giunse dalle immagini fornitemi da Luciano Ramires, grande fotografo e novello guardaparco. Per tre anni, ebbi l’onore di proiettare d’estate il documentario nei centri visita, allora molto più improvvisati di oggi. Fu davvero un’esperienza. Che oggi, tornato nel Gran Paradiso sotto altre vesti meno esilaranti, torna utile. Una cosa è essere un “ambientalista da salotto” e basta, altro è essere un ambientalista da salotto che conosce il territorio del parco, tutto il parco, e questo nel Consiglio Direttivo un po’ ha contato.

Ritorno al Gran Paradiso
Chiedo venia per la premessa molto personale, ma non potevo esimermi. D’altronde è anche per l’affetto maturato verso quei luoghi che ho accettato la proposta di candidarmi consigliere, oltre all’ovvia scusante per “tornare lassù”. E i 15 anni di lavoro al Settore Parchi Naturali della Regione Piemonte sono stati fondamentali per capire molte cose, a partire dal fatto che le aree naturali protette possono svolgere la loro missione solo se inserite in una rete, ecologica e culturale (inscindibili!) che comprenda tutto il territorio, pianura antropizzata compresa (il fatto che i parchi siano una esclusiva delle aree marginali montane è un equivoco che perdura).

Cosa è cambiato in questi 30 anni nel Parco nazionale Gran Paradiso?
Risposta non agevole. Oggi il parco è una realtà consolidata, gli acerrimi contrasti del secolo scorso sono un ricordo e sono scomparse le scritte minacciose che nei citati anni ’80 facevano inquietante mostra sui muri delle gallerie della Val di Rhemes, così come a Pont Valsavarenche non si legge più la scritta “soyons maîtres chez nous” sulla facciata di una baita. D’altronde la Regione Autonoma Valle d’Aosta ha rinunciato almeno ufficialmente ai propositi di smembramento.
“Aver conservato indenne il territorio dagli stravolgimenti ambientali (grandi impianti di sci) costituisce oggi un valido fattore su cui puntare per il futuro”, ammette il Presidente Italo Cerise. La presenza del parco è dunque servita.
Nonostante le esigue risorse umane, grazie anche ai progetti Life Natura comunitari e alla professionalità dello staff tecnico-naturalistico, il Parco nazionale Gran Paradiso ha fatto bene il proprio lavoro di tutela delle specie naturali che gli sono state affidate. E lo stambecco (Capra ibex), specie simbolo dell’area protetta, ha ripopolato l’arco alpino.
Grazie anche all’evoluzione dei compiti dello storico corpo di vigilanza, il monitoraggio non si limita come un tempo al censimento degli ungulati, ma è un controllo complessivo sullo stato di salute dei vari habitat, ghiacciai compresi. Riconoscimenti internazionali certificano tale impegno.
Inoltre, il parco è un soggetto turistico autorevole e importante, la cartellonistica stradale posta a decine di chilometri di distanza dal territorio ne è conferma. Ma la conservazione è solo una parte della missione. Fondamentale, prioritaria anzi, ma che sempre più dovrebbe essere integrata da una incisiva ed efficace azione di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali. I parchi sono costruttori di cultura ambientale, è un compito previsto dalla legge quadro e dalle varie leggi istitutive che esigerebbe azioni coerenti e, soprattutto, maggiore fermezza nei confronti delle amministrazioni locali. Qui le lacune sono molte e si possono verificare in base al livello di presa di coscienza sui temi ambientali da parte dei comuni del parco. Si scoprirà così che cento anni di natura protetta hanno talora generato risultati opposti alla filosofia della sostenibilità. E se questo poteva essere spiegabile e, pur con qualche difficoltà, anche comprensibile (alla luce della travagliata storia del Parco Gran Paradiso) fino a una ventina di anni or sono, non lo è più oggi, soprattutto alla luce della consistente mole di risorse affluite a livello locale grazie ai bandi ministeriali, destinate alla mobilità sostenibile e alla coibentazione degli edifici pubblici.
“Non si governa il parco contro le comunità locali”. Questa la condivisibile linea, più volte ribadita dal Presidente Italo Cerise. Tuttavia, la pace sociale ha un prezzo e oggi meno che mai il parco si può considerare un fortino nel quale si pratica la sostenibilità mentre, appena fuori, si prosegue come se nulla fosse. Se il parco è un laboratorio dove si sperimentano modelli virtuosi, i risultati delle “sperimentazioni” devono uscire e permeare il territorio circostante. Se la cultura della sostenibilità non può conoscere confini non è ammissibile che un comune del parco sia titolare di costosi progetti che prevedono la realizzazione di un “domaine skiable” (si fa per dire) a 1400 metri di quota (Alpe Cialma, Comune di Locana), laddove le nevicate da tempo non danno alcuna garanzia di continuità. E che dire dell’improbabile seggiovia di Piamprato (Comune di Valprato Soana), che per inseguire una illusoria sostenibilità economica sarà integrata da un fun bob?
Di qua del torrente il parco, di là, a pochi passi, una big bench e il fun bob. Parco naturale e luna park. Diversificare l’offerta?
Ironie a parte, per tornare all’interno dell’area protetta, il recente esito delle elezioni comunali in Valsavarenche (non si è raggiunto il quorum) è un segno di tensioni ancora evidenti. Nella valle “laboratorio” per antonomasia, il cui territorio è interamente compreso nel parco, forse non si rimpiange più la funivia che nei desiderata avrebbe dovuto raggiungere la cima del Gran Paradiso, ma il passato continua a presentare i suoi conti. E ancora, sempre per restare dentro i confini, non è da tempo più tollerabile che la strada che sale al Colle del Nivolet sia ancora soggetta alle sole blande limitazioni previste dal progetto “A piedi fra le nuvole”. Una sperimentazione ormai ventennale senza il coraggio di andare oltre, quando si trovano realtà molto più avanzate in aree non parco.

Giro d’Italia, un’occasione persa
Per quanto riguarda la situazione “traffico” sulla SP 50 del Colle del Nivolet, almeno negli intendimenti l’arrivo di tappa del Giro d’Italia all’invaso del Serrù nel 2019 avrebbe dovuto costituire uno spartiacque. Ma a tre anni di distanza si può ben dire che così non è stato, perché di fatto nulla è mutato.
Mi preme ribadire che, contrariamente a quanto si sostiene, l’arrivo di tappa nel cuore del parco non è stata una grande occasione di sviluppo turistico riqualificato, ma l’esatto contrario. Ben altro e più coerente risultato, e non solo in termini di immagine, si sarebbe ottenuto fermando la tappa a Ceresole, fuori parco, e proseguendo con una pedalata aperta a tutti non agonistica in segno di pace fra Uomo e Natura. Fantascienza!
Neppure il Centenario, con tutta la sarabanda di eventi, è stato occasione di iniziative coerenti ed è solo grazie a una iniziativa del GAL Valli del Canavese che è andata in porto una chiusura ai mezzi motorizzati a fondovalle: mezza giornata soltanto perché una giornata intera non era localmente accettabile.
Anche grazie alle elezioni andate a buca nel Comune di Valsavarenche, tutte le ipotesi di nuove e più avanzate regolamentazioni sono rimandate al prossimo consiglio. Auguri, non sarà agevole…

Tirare le somme
A fine mandato è un’operazione opportuna. Premessa ovvia, ma va comunque fatta: conoscendo il contesto non mi facevo molte illusioni. Evitare il ruolo di rompiscatole e perseguire pochi obiettivi emblematici, cercando condivisione locale e all’interno del consiglio: la strada del Nivolet, la sede legale, il regolamento della fruizione. Questi i temi su cui mi sono maggiormente impegnato e sui quali avrei voluto raggiungere risultati: che però non sono arrivati! Fin dalla prima riunione capii che sarebbe stato arduo: i miei colleghi consiglieri si conoscevano tutti, realtà scontata per i rappresentati locali, meno ovvia per gli altri designati (Regioni, Ministero). Io ero l’alieno. Un primo, rapido scambio di battute sulla questione “Nivolet” mi fece capire la diversità di visione. “Non si può chiudere una strada senza dare dei servizi”, affermò un consigliere. Quali servizi? Igienici? Parcheggi? Navette? Sono questi i servizi principali che deve fornire un’area naturale protetta? Lo scambio era rivelatore di una differenza di approccio che ha permeato tutta la consigliatura.
Molta burocrazia, atti dovuti, mai un embrione di dibattito sul ruolo di questi enti. Da un lato, i rappresentati locali restii a uscire dal ruolo di sindaco e, sull’altro fronte, la mancanza di competenze e sensibilità sui temi ambientali propria dei grandi partiti (PD compreso), a cui spetta di fatto esprimere le altre rappresentanze.
Le ZEA - Zone Economiche Ambientali - sono un provvedimento lodevole, ma è l’equivoco culturale che sta alla loro base ad essere fuorviante: il parco come insieme di vincoli, un freno allo sviluppo da compensare con opportune risorse. E poi la retorica tipo “la montagna senza l’uomo muore”, così pervicace ancora oggi, quando il galoppante cambiamento climatico non mette a rischio tanto la montagna quanto l’uomo stesso, montanaro o meno.
Ma c’è ancora un altro aspetto, tipico di questo Paese, che mi preme rilevare: la debolezza dei movimenti di tutela della natura che, in stridente contraddizione con l’emergenza ambientale, faticano a esprimere una forza politica di peso. Per i rappresentati “ambientalisti” negli enti di gestione delle aree naturali protette, a parte poche e temporanee eccezioni, questo significa solitudine, isolamento. Un ruolo che spesso non va oltre una blanda testimonianza o poco più. Ma talvolta può anche accadere, e allo scrivente è accaduto, che tale isolamento istituzionale sia rafforzato dalle stesse Associazioni, i cui leader si interfacciano con Presidenti di parco o politici dimenticandosi di chi li rappresenta negli Enti. Il risultato per i rappresentanti è una ulteriore perdita di autorevolezza e di credibilità.
Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di mantenere contatti costanti con i miei designanti, mandando avvisi di ogni seduta di consiglio (sono pubblici) e inviando sintetici rapporti al termine delle sedute. Inoltre, ho organizzato momenti di confronto annuali, in presenza nel periodo ante covid (grazie a Pro Natura per la disponibilità della sede torinese), online, dopo.
Mi sembra giusto rilevare come, a metà mandato, ulteriori difficoltà siano sorte con le dimissioni del Direttore Antonio Mingozzi. La visione comune su molti temi era infatti un fattore importante, così come, pur nella distinzione dei ruoli, importante e utile era il confronto, in particolare sulle tematiche legate alla fruizione turistica. Tra l’altro, non secondaria, era la condivisione dell’idea della Montagna Sacra per il Centenario: con le sue dimissioni è venuto meno un alleato determinante.

Il Principe? Va in elicottero…
La notizia giunge mentre scrivo queste righe. Non mi dilungo perché, essendo ampiamente rimbalzata sui media, la vicenda è nota. Però una riflessione è d’obbligo. Come già accaduto con il Giro ciclistico d’Italia nel 2019, l’Ente di Gestione del Parco ha palesato mancanza di autorevolezza. Condizione tipica del nostro Paese: di fronte ai “grandi eventi”, o ai personaggi potenti (o presunti tali), molto semplicemente si calano le brache. E tutti gli enunciati cadono, le norme di tutela si aggirano o si derogano. Con il risultato in questo caso di una figuraccia globale. Ampliata dalla concomitanza del Centenario. Quale il messaggio per l’opinione pubblica? Che, come è noto, non va tanto per il sottile e confonde con facilità parco e Ente Gestore.
Se già l’iniziativa della Carta del Gran Paradiso (non del parco, quindi), lasciava molto a desiderare, il volo in elicottero di Sua Altezza Alberto II di Monaco verso la cima simbolo è stata la classica ciliegina sulla torta.
Un boccone avvelenato servito da Fondation Gran Paradis (organizzatore dell’evento), che l’ente gestore ha trangugiato con tutta l’esca.
Se l’autorizzazione era un atto dovuto, trattandosi di Capo di Stato, non meno dovuta sarebbe stata una presa di posizione pubblica sulla non opportunità dell’evento da parte dell’Ente. Oltre a evitare figuracce, non si sarebbero forniti argomenti agli anti-parco a prescindere. Che ancora abbondano, soprattutto nella Vallée.

Il Monveso di Forzo montagna sacra
Mentre si autorizza un volo in elicottero a sostegno della lotta ai cambiamenti climatici (una palese contraddizione!), non si aderisce a un progetto culturale come l’istituzione nel territorio del parco, in occasione del Centenario, di una Montagna Sacra per la Natura, sulla cui cima si invitano le persone ad astenersi dalla salita. Un progetto pensato per sensibilizzare sulla necessità del Limite, che non prevede alcun divieto, ma solo una libera accettazione.
Nessun divieto formale e nessun costo, eppure l’Ente di Gestione non ha aderito con motivazioni alquanto strumentali (la sacralità, i costi…). A parte lo scrivente, tutti i consiglieri si sono detti contrari, passando l’eventuale onere (onore) dell’adesione al progetto ai Comuni interessati dalla montagna individuata per le sue caratteristiche: il Monveso di Forzo, nell’omonima valle, laterale della Val Soana (comuni di Ronco e Cogne, quindi).
Un’incomprensibile e non giustificabile logica localista per un progetto di fatto universale: mai è accaduto nel mondo occidentale che un luogo fosse dichiarato sacro per la natura, invitando per questo le persone ad astenersi dal frequentarlo. Comunque, pur tra molte difficoltà, soprattutto di comunicazione, l’iniziativa prosegue, così come prosegue la raccolta di adesioni: si può aderire compilando il semplice modulo alla pagina web https://www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/. Sulla pagina si può leggere il progetto nella sua interezza, integrato dai nominativi dei componenti il comitato promotore e l’elenco degli aderenti (aggiornato in modo periodico).

Il regolamento del parco
Dopo un interminabile iter di approvazione, tre anni fa è entrato in vigore il piano del parco. Un piano che, proprio in virtù dei tempi di approvazione, è ormai da aggiornare. Il piano definisce la zonizzazione, individuando le zone A1 “Sistema di Alta Montagna” e A2 “Sistema aree naturali” che interessano oltre il 50% del territorio e nelle quali sono ammessi “usi naturalistici, escursionistici e alpinistici”, purché non arrechino danno agli habitat così come previsto nella Legge quadro nazionale 394/91.
Eventuali limitazioni a queste attività sono demandate alla revisione del Regolamento del Parco attualmente in vigore. Ed è proprio nell’ultima riunione di Consiglio (in scadenza) tenutasi il 31 agosto ad Aosta che è stato adottato il nuovo Regolamento che dovrà poi essere approvato dalle due Regioni e dal Ministero competente, previa osservazioni da parte della Comunità del Parco.
Il nuovo Regolamento adottato in Consiglio demanda a sua volta a eventuali determinazioni dirigenziali, ovvero del Direttore del Parco, eventuali limitazioni, anche di natura temporanea, a tali attività. Così come sono rimandati ad allegati tecnici una serie di aspetti quali le modalità di fruizione dei sentieri, lasciando ad esempio indefinita la spinosa questione delle biciclette sui sentieri.
Una scelta opinabile che di fatto scarica l’organo politico (il Consiglio) di responsabilità, lasciando alla struttura tecnico-dirigenziale tali incombenze.
Risulta evidente che senza una copertura politica da parte del prossimo Consiglio, ben difficilmente il Direttore si assumerà l’onere di porre limiti a forme di fruizione a elevato impatto, quali la fruizione su terreno innevato (sci alpinismo) che è di fatto libera in tutto il territorio. E questo a differenza, ad esempio, delle scelte ben più coraggiose e innovative fatte nel confinante Parco Regionale del Mont Avic.
Ancora a differenza del Parco Mont Avic, è lasciato in un ambito di indeterminatezza la possibilità di uscire dai sentieri che, stando al regolamento, “di regola” non è ammessa. Però è possibile “purché” non arrechi danno agli habitat. Spetta al corpo di vigilanza la valutazione di eventuali comportamenti scorretti.
Se ne deduce che, allo stato attuale, chi entra nel Parco per ragioni ludiche può in pratica andare ovunque e con qualsiasi mezzo, purché non motorizzato.
“Qui inizia il paese della libertà”, afferma Samivel nel suo manifesto per il Parco Gran Paradiso che, seppure un po’ sbiadito, si può leggere all’imbocco di molti sentieri. Sono passati più di 50 anni e le cose non sono mutate. Va detto che, subito dopo, nel suo manifesto Samivel afferma: “La libertà di comportarsi bene”. E qui si apre un mondo, o meglio un vuoto di norme, considerato che di fatto nel parco è mancante l’individuazione di aree wilderness codificate.

“Uno sguardo verso il futuro del parco”
Titola così l’articolo di apertura di Voci del Parco (notiziario del parco) dedicato in particolare al centenario, autore il Direttore Bruno Bassano. Sottotitolo: “Nuove prospettive di azione”. Leggendo l’articolo però, al di là di enunciati generici e scontati, è davvero arduo cogliere tali prospettive. Una latitanza che d'altronde sta caratterizzando tutti gli eventi legati a questo importante passaggio. Molta retorica, comprensibile abbondanza di prodotti tipici, ma il futuro, i prossimi 100 anni, rimangono fuori dalla finestra. Pochi gli appigli per far festa. Il futuro è materia per i posteri: i ragazzi che scendono in piazza chiedendo un clima che consenta la vita umana sulla Terra, un futuro possibile, non sono stati interpellati. Non hanno avuto finora cittadinanza nei festeggiamenti. Eppure, tra un coro e un assaggio di polenta, sentire il loro parere, i loro desiderata, sarebbe stata cosa congrua. Vedremo in quel che rimane, gli eventi proseguono fino al 2023. Forse qualcuno se ne ricorderà.

La sede dell’ente
È una delle questioni aperte. Il Centenario ormai agli sgoccioli è trascorso con la sede legale dell’ente collocata alla periferia sud di Torino, ospitata presso gli uffici di ARPA Piemonte, ex palazzine olimpiche, lascito di Torino 2006. Collocazione improbabile e “provvisoria” (da intendersi all’italiana), in attesa di altre e più consone e decorose scelte. Fatto sta che nessuno dei molti turisti che visitano oggi il capoluogo ex sabaudo sa che a Torino c’è la sede del primo parco naturale italiano. Chapeau!
In questi anni, in Consiglio, il nodo della sede ha fatto soltanto qualche timida apparizione. La ragione è semplice: si tratta di un nodo spinoso e squisitamente politico. Blandito in modo strumentale dalle Amministrazioni Locali che dimostrano anche in questo caso scarsa preveggenza e visione strategica.
Al di là della possibile “lotta fra poveri” (quale Comune? Quale Valle? Val d’Aosta o Piemonte?), la sede legale e di rappresentanza in un Comune del Parco (prospettata nella bozza di riforma della Legge Quadro nazionale 394 mai andata in porto), fortemente desiderata e sostenuta dal quasi intero arco di partiti (in questo caso accomunati da un certo populismo), è figlia di una visione non locale ma localista, incapace di andare oltre una trita e consunta frattura fra città e montagna. Incapaci di chiedersi: dove inizia davvero il Parco? Lassù nelle valli, oppure nell’antropizzata pianura che spinge sui monti in modo sempre più incalzante i suoi problemi di ardua vivibilità estiva e non solo.
Quando in Consiglio mi è capitato di sostenere che il Parco nazionale Gran Paradiso inizia a Torino (o ad Aosta) ovviamente sono stato guardato con sufficienza, poca o nulla volontà di capire o ragionare. Per il futuro è circolata una ipotesi “Ivrea”, interessante per la collocazione geografica. Si vedrà.

Sviluppo sostenibile o futuro possibile?
“Finalmente il parco non si limita a fare conservazione, ma sta creando sviluppo”. Una frase ripetuta con costanza dal Presidente Italo Cerise all’apertura degli eventi del Centenario. Quasi un lascito in chiusura del suo secondo mandato che peserà sicuramente sul suo successore. Al di là della trita reiterazione del dualismo “conservazione-sviluppo” (dovrebbe ormai aver fatto il suo tempo), occorre dare atto a Cerise del suo impegno in varie sedi, nazionali e internazionali, grazie al quale il Parco nazionale Gran Paradiso beneficia oggi di importanti riconoscimenti, a partire dall’inserimento nella Green List dell’UICN.
E ancora: “Neppure l’impegno dei guardaparco potrà proteggere lo stambecco-specie simbolo del parco dall’effetto dei cambiamenti climatici”. Così ha più volte affermato il Direttore Bruno Bassano, sempre nel corso degli interventi per il Centenario.
E allora? A fronte di tutto ciò, quale è il compito delle istituzioni “parchi naturali”, e degli Enti a cui sono oggi affidati, nell’epoca in cui lo “sviluppo sostenibile” è un mantra, un impegno delle Nazioni Unite e l’Agenda 2030 un impegno sottoscritto a livello planetario?
Nell’anno 2022 dell’era detta “Antropocene” quale è il ruolo del Gran Paradiso, primo parco nazionale italiano? Quale la missione nelle sue cinque valli?
Quale il programma per i 100 anni a venire? Quale il suo contributo a un futuro possibile? “Give future a chance”, per dirla con John Lennon. Finita la festa, questa sarà la domanda al partire dal giorno 4 dicembre 2022.
A conclusione del mio mandato è una domanda che faccio anche a me stesso e a chi mi seguirà. E la risposta va cercata subito.
Un parco di animali, uomini e cose: il tempo concesso non è più molto.

Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise - Una storia lunga cent'anni

Alberto D’Orazio
(già Presidente della Comunità del PNALM)

All’inizio fu una motocicletta che, nella luce rosa dei tramonti d’estate, rientrava nell’androne di un palazzo gentilizio del paese.
Era la motocicletta del guardaparco, che costringeva quel gruppo di ragazzini a interrompere i loro giochi sulla “via nova”: palestra, campo di pallone, piazza e luogo di transito delle poche macchine e della corriera che, ultima, segnava la fine della giornata e di poco precedeva il richiamo deciso delle mamme per la cena.
Era, quella moto, il simbolo di un’entità “importante” ma al tempo stesso distante, che stava sopra di noi. Qualcosa che stava dietro anche a quei cartelli di “divieto di caccia e pesca” che tanto facevano arrabbiare i più grandi perché impedivano loro di andare al fiume ad acchiappare le trote o in campagna a sparare alle lepri e alle quaglie. Pochi, per la verità, quelli che sparavano ma molto rumorosi.

A scuola ci raccontavano dei romani e dei loro cattivissimi nemici cartaginesi, del mulino che odora di farina, delle poesie di Edvige Pesce Gorini, di Renzo Pezzani e delle loro rime leggere da mandare a memoria, dei numeri per “far di conto”... ma nessuno ci parlava mai del Parco, di quell’entità astratta, lontana dalla nostra quotidianità che solo più tardi, molto più tardi, avremmo capito invece che veniva da lontano e molto lontano sarebbe andata perché non era altro che “noi”, il nostro fiume, quel morbido bestione bruno che andava nei frutteti a mangiar mele, entrava nei campi di granturco a far razzia di mazzocchi o di notte devastava gli stazzi per arraffare pecore, beffando i cani bianchi e creando guai ai malcapitati pastori, timorosi per dover giustificare la perdita al padrone del gregge, dormiente nella casa avita.

Sì, più tardi avremmo imparato che quella motocicletta, il guardaparco che la cavalcava e quei cartelli così poco amati, erano lì a difendere, a proteggere l’unica ricchezza comune che ci era stato dato di possedere: lo straordinario patrimonio naturale nel quale eravamo immersi.

Per quei boschi, per quegli splendidi e purtroppo assai rari esemplari di orso bruno marsicano, per quei campioni di eleganza che più in alto saltavano sulle rocce della Camosciara, per quelle coloratissime trote che guizzavano nel nostro fiume, per quelle maestose aquile che volteggiavano sulle cime dei nostri monti: per vedere tutte queste meraviglie, cominciarono ad arrivare i primi villeggianti insieme ai primi voraci appetiti.
La valle, così bella e così vicina alle due grandi città in espansione, Roma e Napoli, entrò presto nel mirino di una famelica e spregiudicata schiera di speculatori, in grado di attivare notevoli risorse finanziarie private e pubbliche, grazie al sostegno di un ceto politico, locale e nazionale, assetato di potere e di ricchezza.

Erano i primi anni sessanta, quelli dell’ottimismo e dell’acquisizione facile di aree pubbliche, favorita da sdemanializzazioni finalizzate alla realizzazione di insediamenti residenziali, alla costruzione di grandi alberghi e di impianti di risalita per lo sfruttamento della “risorsa neve” (come diremmo adesso).
Al consenso facile e in qualche modo giustificato delle popolazioni locali, illuse da una finalmente comoda possibilità di occupazione, si aggiunse la precaria situazione gestionale dell’Ente Parco, che favorì l’improvvisa intrusione di questi “corpi estranei” in un mondo fino ad allora immobile, ma sano e rispettoso dell’ambiente.
La ricostituzione dell’Ente avvenuta nel 1951 (dopo lo scioglimento degli anni trenta in ossequio al centralismo imperante all’epoca), portò al formale recupero dell’autonomia gestionale del Parco, autonomia fortemente osteggiata dalla Forestale che, maldigerendo la sottrazione dell’osso spolpato nel ventennio trascorso (con la soppressione dell’Ente Autonomo, la gestione era stata affidata alla Milizia Forestale), ambiva a riportare il Parco sotto il suo pieno controllo, con un occhio attento ai benefici che sarebbero derivati dalla realizzazione degli impianti di risalita e delle infrastrutture turistiche all’interno dell’area protetta.

Il conflitto che, nella sostanza, riguardava il modo di utilizzare il territorio, raggiunse l’apice alla fine della prima metà di quel decennio con il licenziamento del Direttore che stava provando a difendere il Parco dal diffondersi dell’illegalità.
Il suo forzato allontanamento fu la certificazione della crisi gestionale dell’Ente e della sua discesa verso il baratro dell’irrilevanza.
Nel conclamato quadro di debolezza strutturale che ne seguì, non fu infatti difficile, per una complessa rete di faccendieri romani e non, continuare a mettere le mani sul territorio, con intenti speculativi devastanti per l’Area Protetta.

Di tutti questi retroscena di potere, poco sapevano le popolazioni locali e forse poco volevano saperne. La speculazione edilizia portava lavoro, riduceva l’emigrazione, creava un relativo benessere che, per quanto effimero, mai avevano visto prima.
Il Parco continuava ad essere solo un insieme di cartelli di “divieto di caccia e pesca”, quasi sempre oggetto di violazioni che, solo in casi residuali, i guardaparco riuscivano a sanzionare.
I tronchi da utilizzo industriale dei boschi partivano con il favore delle tenebre, così come le trote pescate di frodo, raggiungevano altre e redditizie destinazioni, per vie traverse.
Era questa la situazione del Parco a quarant’anni dalla sua istituzione quando, quei ragazzi che giocavano per la strada interrompevano la partita al passaggio della moto del guardaparco e magari, la sera, durante la cena, cominciavano a sentir parlare di “un nuovo paese” che doveva sorgere nei pressi della Camosciara: Acranive.
Avevano già asfaltato la strada che collegava la Statale 83 al piazzale della Camosciara, luogo che, per quei ragazzi, aveva il sapore della sacralità, con i suoi boschi, il suo fiume e le sue deliziose cascate. Tutt’intorno, nel vecchio feudo, sarebbero sorte graziose villette (come nella piana di Pescasseroli) per il diletto dei ricchi cittadini e i consistenti ricavi per i costruttori.

Quello che stava accadendo nel Parco d’Abruzzo non poteva però lasciare indifferenti coloro che ne conoscevano la storia quarantennale, il valore simbolico e le radici antiche del rapporto tra le comunità locali e il parco.
La costituzione della prima area protetta italiana aveva infatti avuto come presupposto il rapporto con la popolazione locale e le sue istituzioni rappresentative. Fu infatti con la concessione in affitto di una piccola parte della Val Fondillo all’Associazione Pro Montibus et Silvis, da parte del Comune di Opi, che prese forma l’embrione e di quello che sarebbe diventato uno dei primi parchi nazionali italiani.

L’idea stessa di Parco era nata tra alcune personalità locali che avevano maturato una visione delle bellezze naturali, della biodiversità e della particolarità architettonica di quei piccoli villaggi montani, come un insieme da conservare e anche da “valorizzare” in una prospettiva di sviluppo dell’economia del territorio.
Fu il connubio tra due elementi fondamentali - l’idea progettuale maturata in ambienti di elevato spessore culturale e gli atti deliberativi delle amministrazioni locali (altri sei Comuni seguirono l’esempio di Opi) - a consentire di dare concretezza a quella nobile idea.
Un Parco quindi nato dal basso?
La risposta, seppur con qualche cautela, può essere affermativa. Anche se i protagonisti della fondazione del Parco rappresentavano allora una élite, espressione della società dell’epoca, caratterizzata da profonde diseguaglianze sociali, culturali e di censo.
Il coinvolgimento della popolazione locale non dovette essere facile né più di tanto cercato da parte delle amministrazioni comunali. Non era certo maturo il tempo per una democrazia partecipata quello dei primi anni venti del Novecento, come gli eventi politici, di lì a poco, avrebbero confermato. Rimane tuttavia l’importanza di un’iniziativa lungimirante che avrebbe segnato il futuro del territorio.

La consapevolezza del valore di quella storia e l’attualità di quella scelta indusse alcuni tra i più grandi esponenti del mondo dell’informazione, in particolare Antonio Cederna, a denunciare lo scempio che si stava perpetrando nell’interesse di pochi e a danno di un patrimonio naturale straordinario.
La rinnovata attenzione dell’opinione pubblica nazionale, la contemporanea affermazione di grandi movimenti politico sociali, la nascita del movimento ambientalista, indussero i decisori statali a porre fine alla precaria situazione gestionale dell’Ente, la cui debolezza aveva facilitato il dilagare della speculazione edilizia.

La nomina del nuovo direttore, avvenuta nel 1969, a distanza di quattro anni dal brutale allontanamento del precedente, rappresentò il punto di svolta per l’esistenza dell’area protetta.
Con l’arrivo di Franco Tassi, prese forma un nuovo stile gestionale con l’obiettivo di dare concretezza al “Piano di riassetto del Parco Nazionale d’Abruzzo”, elaborato in quegli anni dall’Associazione Italia Nostra, al quale lo stesso nuovo Direttore aveva attivamente collaborato.
Il Piano era basato su tre direttrici fondamentali: 1) fare in modo che l’infrastrutturazione viaria, sempre più ampia, lambisse soltanto il territorio del Parco senza attraversarlo; 2) congelare le due forme di turismo più impattanti dal punto di vista ambientale: il turismo residenziale e il turismo dello sci da discesa; 3) realizzare una nuova offerta turistica “valorizzando” il patrimonio ambientale e antropico esistente invece di sfigurarlo (Cento anni di Parchi di Luigi Piccioni, docente presso Unical e storico delle aree protette).

Non fu semplice sostenere la necessità di porre un freno all’uso speculativo del territorio proponendo in alternativa una crescita equilibrata del patrimonio alberghiero e residenziale dell’area, senza pregiudicarne lo straordinario valore naturale e paesaggistico.
Di questa necessità si fece carico anche una nuova leva di amministratori locali, quei ragazzini che avevano smesso di giocare a pallone per la strada ed erano diventati grandi, i quali, dopo aver conquistato la direzione dei comuni, vennero chiamati a cimentarsi con i problemi dei cittadini: il lavoro, i servizi, la coesione sociale, lo spopolamento, la domanda di futuro delle nuove generazioni.
Furono fondate cooperative, avviate attività economiche basate sul concetto “Natura è Sviluppo”, all’interno di un Parco visto finalmente come strumento di crescita per le comunità locali e non soltanto come un insieme di limitazioni e di divieti. Iniziative che imponevano l’affermazione di rapporti costruttivi con l’Ente di gestione, che stava vivendo una grande stagione di rilancio degli obiettivi istituzionali e di rinnovamento organizzativo. Una stagione che vide il coinvolgimento e la formazione all’interno dell’Ente, e non solo, di giovani protagonisti locali destinati, più tardi, ad assumere ruoli chiave nel mondo dei parchi italiani in via di espansione.

L’attuazione di nuove e più efficaci modalità di gestione e l’affermazione di un forte protagonismo a livello nazionale e internazionale, permisero al Parco d’Abruzzo di assumere un ruolo guida nel panorama ambientalista italiano divenendo un modello di riferimento per i nuovi parchi che avrebbero preso forma dopo l’emanazione della Legge Quadro sulle Aree Protette che avrebbe visto finalmente la luce nel 1991, a quasi trent’anni dalla formulazione della prima proposta legislativa.

La conquista della centralità strategica nell’ambientalismo italiano, unita ai successi nel perseguimento delle finalità istituzionali e nella difesa dell’area protetta dagli attacchi della speculazione edilizia , determinò di fatto l’assunzione di un ruolo sempre più pervasivo, da parte dell’Ente, che non sempre fu visto con favore dal territorio.
Il confronto non era di per sé facile, ma venne complicato da atteggiamenti di chiusura, talvolta autoreferenziali, che contribuirono a dare nuova linfa a incomprensioni e ritardi da parte delle comunità locali nell’acquisire definitivamente la consapevolezza che le potenzialità di crescita dell’economia dell’area erano legate soprattutto alla presenza del Parco. Né vanno sottaciute le responsabilità di alcuni amministratori locali nel cercare o subire rapporti clientelari che, negli anni, avrebbero arrecato danni gravissimi alla funzionalità dell’Ente di gestione.

Con il trascorrere degli anni, grazie anche alla già richiamata evoluzione della normativa che ha garantito la rappresentanza delle Comunità Locali nella struttura organizzativa dell’Ente, molte di quelle incomprensioni sono state superate. Il Parco ha potuto, negli anni novanta, ampliare notevolmente il suo perimetro, che ricomprende ora una parte significativa del territorio molisano, di grande valore naturalistico e culturale; conferma la propria estensione nella profondità delle valli che collegano il Lazio all’Abruzzo; lambisce la spettacolare valle del Sagittario; si allunga fin quasi al Fucino attraverso la splendida Valle del Giovenco. Un Parco Nazionale e, al tempo stesso, inter-regionale che ha voluto sintetizzare anche nella nuova denominazione, Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la propria varietà territoriale, culturale ed economica, unificata tuttavia da un patrimonio naturale di straordinario valore.
Una realtà importante anche dal punto di vista occupazionale, con un numero significativo di dipendenti che, tra diverse eccellenze e qualche criticità, rappresentano una risorsa da valorizzare e non soltanto una voce di costo nel bilancio dell’Ente.

Non va peraltro dimenticato il coinvolgimento di decine di giovani e meno giovani che, attraverso associazioni e piccole imprese, svolgono attività economiche come operatori nei centri di informazione, come apprezzate guide di montagna o come collaboratori nelle attività di educazione ambientale. Né va dimenticata la pluridecennale esperienza del volontariato, che ha impegnato giovani provenienti sia dall’Italia che dall’estero a sostegno delle attività del Parco. Una grande iniziativa che fece i primi passi già nel 1969-70 all’interno di quel grande slancio innovativo, di cui abbiamo fatto cenno, che rappresentò, di fatto, la seconda e decisiva fondazione del Parco, fortemente voluta e poi condotta con fermezza dal nuovo direttore che avrebbe guidato l’Ente per oltre un trentennio.
Un’esperienza che, nonostante le difficoltà della fine degli anni novanta, causate da problemi di ordine finanziario ed amministrativo, continua con successo pur nelle mutate condizioni generali.

Il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise si avvia a celebrare il suo centenario in un quadro nazionale che ha visto il moltiplicarsi delle aree protette, ma al tempo stesso l’accentuarsi di una attenzione verso l’ambiente sempre meno valoriale e sempre più economicistica. Anche se sarebbe ingeneroso non dare importanza all’accresciuta consapevolezza, da parte delle popolazioni locali, del valore del patrimonio naturalistico dell’area e della stessa funzione generale che esse svolgono nell’interesse nazionale.
Il livello delle aspettative del territorio nei confronti del Parco è elevato e rimane spesso difficoltoso trovare il giusto equilibrio tra le finalità istituzionali del Parco e le richieste di incrementare la crescita economica del territorio che, pur nella diversa situazione dei tre versanti (quello abruzzese, quello laziale e quello molisano), rimane sostanzialmente legata al settore turistico, con tutto ciò che ne consegue.

Persistono inevitabilmente problematiche importanti che possono determinare tensioni che non vanno trascurate: dalle competenze in materia di pianificazione territoriale ai burocratismi e alle inefficienze della normativa che ostacolano di fatto la funzione del Parco e non aiutano l’Ente a condividere le scelte con i territori; dalle scelte in materia di energie rinnovabili alle questioni legate all’allevamento e agli allevatori che, all’interno di regolamenti condivisi, debbono poter continuare a svolgere quel prezioso ruolo di presidio del territorio che da sempre li caratterizza; dalle modalità di utilizzo della “risorsa neve” alle problematiche relative alla gestione degli orsi confidenti che incrociano la funzione di tutela della pur modesta economia agricola e zootecnica che va sostenuta e adeguatamente indennizzata (in tempi rapidi) per i danni arrecati dall’orso e dalla fauna selvatica in generale.
Si tratta di questioni complesse che possono essere affrontate solo con la disponibilità al confronto e al riconoscimento dei diversi legittimi interessi. Scorciatoie dirigistiche e derive protestatarie (sempre in agguato) rapprenderebbero una inaccettabile regressione nei rapporti tra Parco e Comunità Locali.

Questi rapporti sono facilitati oggi da una maggiore apertura dell’Ente nei confronti delle istanze dei Comuni, che non deve però limitarsi ad astratte disponibilità all’ascolto, ma concretizzarsi nella ricerca di soluzioni condivise, a livello istituzionale, a livello territoriale (cioè con la popolazione, testimone dei valori di una tradizione antica che ha visto nella natura un “bene comune”), ma anche con l’opinione pubblica nazionale più sensibile alle tematiche della tutela del patrimonio naturale, sentita come interesse generale che non ha confini territoriali ma riguarda il bene della collettività e del pianeta.
Ed è proprio in questa prospettiva che viene ravvisata la necessità di un salto di qualità nella funzione dei parchi.
“Dalla istituzione dei primi due parchi nazionali (Parco Nazionale del Gran Paradiso, dicembre 1922, e Parco Nazionale d’Abruzzo, gennaio 1923), i parchi sono stati istituiti e gestiti secondo un canone fondamentalmente difensivo: si trattava quasi esclusivamente di difendere risorse, paesaggi, aree nei confronti delle aggressioni; tutto il resto era strumentale alle azioni di difesa. Con la introduzione della legge quadro, alle finalità tradizionali se ne sono aggiunte altre: applicare metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, storici, architettonici, delle attività agro-silvo pastorali e tradizionali; promuovere la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive compatibili”.

Tutte queste finalità modificano profondamente il ruolo dei parchi, i quali, da cittadelle assediate, dovrebbero diventare luoghi che si proiettano all’esterno, laboratori in cui si sperimentano attività produttive compatibili da realizzare anche nel resto del territorio, cioè luoghi in cui si sperimentano modelli di gestione territoriale in armonia con la natura che, in quanto tali, dovrebbero essere validi anche oltre i confini.

A cento anni dalla istituzione dei primi parchi nazionali italiani dobbiamo però constatare che essi, anche se hanno raggiunto importanti risultati al proprio interno non sono riusciti ad attaccare il territorio circostante, non sono riusciti a contaminarlo (Appunti per una riflessione critica sui parchi nazionali di Carlo Alberto Graziani, giurista, già Presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini).

Le attese, sotto questo aspetto, erano forse eccessive e non tenevano conto dei limiti del “sistema di governo” cui i parchi sono sottoposti. Tale sistema, grazie al ruolo della Comunità del Parco (organo dell’Ente di gestione introdotto dalla legge quadro de 1991), non è antidemocratico, ma come la realtà sta dimostrando, appare sempre più insufficiente, sia perché nel nostro ordinamento la rappresentanza è quella ottenuta per via elettorale sia perché la reale possibilità di incidere sulle scelte gestionali, da parte della Comunità del Parco, è condizionata dai limiti delle sue prerogative e dalla precarietà della sua rappresentanza all’interno del Consiglio Direttivo. La rappresentanza è infatti condizionata dai rinnovi delle Amministrazioni Comunali (troppo spesso non allineati con la durata in carica dell’organo) e dalle lungaggini burocratiche nelle procedure di nomina dei consiglieri designati e ciò incide sull’efficacia del funzionamento dell’organo e non favorisce un impegno costante e di qualità da parte degli Amministratori Locali chiamati a far parte del Consiglio Direttivo.

Se a tutto ciò si aggiungono le modalità di nomina degli altri componenti del Consiglio, caratterizzate da eccessi burocratici, centralismi paralizzanti e mai sopiti vizi di ingerenze partitiche che spesso privilegiano più la fedeltà ai decisori che la competenza, si comprende la difficoltà di proporre i parchi come modelli di uno sviluppo alternativo da applicare anche al di fuori dei loro confini.

Alcuni segnali che provengono dall’attuale esperienza dei parchi evidenziano oltretutto una preoccupante tendenza ad uniformarsi al modello di sviluppo dominante, che rischia di configgere con le loro finalità istituzionali e quindi con la loro stessa ragione di esistere.
L’attuale ossessione economicistica finisce per appannare la ragione stessa della esistenza dei parchi che è quella di “guardare alla persona in tutte le sue dimensioni (non solo alla dimensione economica) e alla natura di cui la persona è parte”.
La domanda è: al di là delle celebrazioni di un anniversario importante, i due parchi centenari saranno in grado di avviare al riguardo una riflessione che appare sempre più necessaria?

Ridare vitalità alle aree protette

La sfida dei prossimi anni

Mauro Furlani

Camerino: la prima sfida del 10%
Prima degli anni ’80 del secolo scorso la superficie totale delle aree protette in Italia era davvero ben poca cosa, anche se tra questa erano compresi parchi storici e di grande rilevanza naturalistica, come il Gran Paradiso, il Parco d’Abruzzo, lo Stelvio e poco altro, tutti istituiti molti decenni prima.
Gli anni ’80 mostrarono un grande risveglio naturalistico e protezionistico: sorgevano nuove Associazioni e nascevano, sfruttando l’humus molto fertile del fervore ambientalista del Paese, formazioni politiche con l’intento di raccogliere alcune delle istanze che stavano diffondendo nella società. Le stesse formazioni politiche tradizionali, allora ben inserite nel tessuto sociale e culturale del tempo, non potendo farsi sfuggire questo fermento sociale, accoglievano all’interno dei propri programmi molte delle istanze che emergevano prepotenti e diffuse all’interno della società.

La svolta decisiva in Italia, per quanto riguarda il rilancio delle aree protette, si ebbe durante e a seguito del Convegno di Camerino, voluto dal Prof. Franco Pedrotti. Il Convegno ebbe un risalto molto ampio, forse superiore a quanto gli organizzatori si sarebbero attesi.
Se riflettiamo sul numero delle persone e delle istituzioni che quel convegno ha coinvolto, ci rendiamo conto del clima culturale e dell’attenzione politica che stava nascendo attorno alle aree protette. Ai due giorni di lavoro parteciparono circa 400 persone, con 70 interventi; vi aderirono uomini politici e personalità di varie estrazioni culturali. Se pensiamo all’oggi, sembra proprio un’altra era…

Erano anche anni di crescita culturale, di discussioni sulle aree protette, sulla loro funzione ambientale e sociale, ma anche economica, di confronto reale, prima che il tutto si appassisse e venisse dirottato in ambiti virtuali, privandoli di quel coinvolgimento emotivo che caratterizzava quella fase storica.
Spesso erano anche momenti di scontro, soprattutto con il mondo venatorio, allora in espansione numerica e in fase di trasformazione anche culturale, che consoliderà la tendenza, già avviata negli anni precedenti, di una caccia consumistica ben lontana dalle tradizioni venatorie del passato. Scontro forte vi era anche con coloro i quali vedevano nella montagna un luogo da sfruttare per insediare strutture residenziali, affiancati dagli operatori turistici delle neve, con il rischio di ripercorrere le vie che hanno segnato lo sfruttamento delle coste. Anche se siamo decisamente fuori tempo, non traendo alcun insegnamento dell’esperienza, nel vedere taluni progetti attuali sembra proprio che quel modello non sia mai del tutto tramontato; al contrario, grazie ai fondi europei di Ripresa e Resilienza (PNRR), trova oggi maggiore vigore e aggressività.

Evocare l’istituzione di nuovi parchi nell’entroterra, le cui popolazioni erano già esasperate dalla marginalità a cui le aree montane li avevano da tempo costrette, era vissuto come un ulteriore motivo di costrizione e di espropriazione delle poche risorse residue, tutto a vantaggio di una crescente percentuale di popolazione urbanizzata e ritenuta privilegiata.
L’elaborazione culturale sulla protezione della natura di quegli anni, le proposte di istituire nuove aree  protette, non era riuscita a coinvolgere e a saldare un’alleanza e una condivisione di obiettivi così profeticamente auspicata da Valerio Giacomini nel suo libro Uomini e Parchi, laddove affermava che il grande significato di un parco è “ricercare nuovi comportamenti di compatibilità fra sviluppo antropico ed il mantenimento degli equilibri naturali, fissando i parametri qualitativi e quantitativi di tale compatibilità.”

Furono anni in cui la Natura era ancora in grado, all’interno delle Università e delle Associazioni ambientaliste, di formare culturalmente i giovani, i quali potevano realisticamente sperare di mutuare le loro conoscenze, passioni e oggetto dei propri studi, in prospettive professionali.

Tutto questo negli anni è venuto meno, con la conseguente rarefazione di studi di carattere naturalistico all’interno dei nostri Atenei, relegando, chi si occupava di natura, alla marginalità, alla sola attività di volontariato e a pura passione personale.
L’impossibilità di concretizzare le conoscenze e le competenze in ambiti professionali ha spesso costretto i giovani a una perdurante precarietà, a un allontanamento e un distacco anche da quel mondo associativo che aveva rappresentato motivo di crescita negli anni precedenti.

Come fatto cenno poco sopra, a seguito della spinta che proveniva dal sociale sono nate anche rappresentanze politiche. Per non farsi sfuggire questa cospicua percentuale di elettorato, i partiti tradizionali di allora infarcivano i loro programmi con obiettivi ambientalisti, spesso presi dalla società civile e dall’ambientalismo diffuso.
Malgrado i risultati sperati furono ben lontani dalle aspettative, la situazione appare ben diversa rispetto a oggi, dove a riempire gli stringati programmi elettorali è un nuovo lessico, spesso privo di significato.
Si abusa di termini come green, seguito da qualsiasi cosa con cui possa farci una rima adeguata, eco, prefisso seguito da una parola che possa apparire con un senso, sostenibilità, resilienza e via dicendo, catturati dall’informe società dei social i termini che in quel momento appaiono di maggior effetto.

Come espresse efficacemente Piero Belletti nell’intervento al convegno tenuto qualche anno fa a Trento, il riflesso di questo decadimento culturale si evidenzia, negli anni successivi al 1983, data della istituzione del Ministero dell’Ambiente, con l’impoverimento culturale dei vari Ministri che si sono susseguiti ai primi di elevato spessore. Apice di questa trasformazione si è infine raggiunto con il Governo Draghi, in cui il temine ambiente, forse non sufficientemente green o troppo impegnativo, è stato sostituito dalla locuzione ben più accattivante di Ministero per la Transizione ecologica. E l’ambiente che fine ha fatto? Sarebbe forse utile una riflessione anche all’interno delle Associazioni ambientaliste, alcune delle quali salutarono con interesse questa trasformazione.
Ritornando al Convegno di Camerino, forse l’Italia degli anni ’70 e ’80, con appena 1,5% del territorio protetto, percepiva il divario quasi umiliante con altre nazioni europee che già potevano vantare una percentuale nettamente superiore alla nostra: 20% in Germania Federale, 8% in Francia e così via con percentuali ben al di sopra di quelle italiane.

Quell’evento non fornì solo la spinta ideale che ha fatto compiere ampi passi in avanti, fu esso stesso il risultato di un clima culturale in fermento durato alcuni anni e fu altresì la base programmatica dei decenni successivi, ben lontani dalla realtà più complessa di oggi.

Fu proprio in occasione di quel convegno che venne lanciata la sfida del 10%, all’epoca quasi un’utopia.
Gli anni che seguirono furono particolarmente favorevoli a preparare il terreno al varo di numerose leggi, a partire da quella sulla difesa dei suoli del 1989, a cui seguì, due anni dopo, la Legge quadro 394 sulle aree protette e ancora la Legge 157 sulla Tutela della fauna omeoterma e il prelievo venatorio. Quest’ultima Legge sancì finalmente un principio cardine per la protezione della fauna in cui lo Stato avocò a sé la proprietà, sancendo la sua inalienabilità, derogando e consentendone, limitatamente ad alcune specie, il prelievo venatorio.

Il varo della Legge quadro sulle aree protette, il cui primo firmatario e relatore fu l’on Gianluigi Ceruti, aprì la strada alla grande espansione del numero di riserve Statali, ma soprattutto all’istituzione di nuovi Parchi nazionali. Nacquero, a seguito della applicazione della Legge ,il parco delle Foreste Casentinesi, dell’Appennino Tosco Romagnolo, della Sila fino a quello del Gennargentu e altri. All’interno della cornice normativa nazionale, le Regioni a loro volta legiferarono e istituirono Parchi di più limitata estensione.

In questi anni vi furono numerosi tentativi di modificare profondamente i contenuti della 394/91; tra questi il tentativo di introdurre royalties per lo sfruttamento di alcune risorse all’interno dei parchi. Se questa modifica fosse andata a compimento, i parchi sarebbero stati assoggettati economicamente ai potentati economici, decretandone probabilmente il loro definitivo deragliamento rispetto allo loro missione. Si pensi solo al rischio che correrebbero oggi, con la crisi energetica, e il peso economico delle grandi società di produzione di energie da fonti alternative come il fotovoltaico oppure l’eolico.
Un documento, frutto di mesi di discussioni serrate, fu presentato al Convegno di Fontecchio, in Abruzzo, e sottoscritto da quasi tutte le Associazioni nazionali; esso riassume i mesi di discussione e pone dei limiti invalicabili e dei motivi di discussione su eventuali interventi alla normativa vigente. https://www.pro-natura.it/lettore-news/la-carta-di-fontecchio.html

Le aree protette non possono essere oasi nel deserto
L’istituzione delle aree protette ha rappresentato un grande momento di crescita culturale e anche economica per le aree interne, nonché luogo di conservazione degli habitat e della biodiversità. È stato così possibile sottrarre dal degrado numerosi habitat e all’estinzione molte specie.
Si pensi all’orso marsicano, al camoscio in Abruzzo, allo stambecco nel Gran Paradiso o ancora al gipeto e altre. Se estendiamo questo ragionamento alle aree marine protette, troppo spesso dimenticate anche a causa del loro status amministrativo incerto, la cernia bruna del Mediterraneo tutelata nelle aree marine dell’Asinara, delle Tremiti, nelle Egadi e a Portofino, o ancora la foca monaca, o habitat come le praterie di posidonia e altre.

Negli anni, con l’affievolirsi della spinta emotiva e culturale, i parchi si sono trasformati sempre più spesso in aree a limitata autonomia, talvolta assediati da spinte localistiche conflittuali, fino a prevalere su quelle di conservazione.
Ciascuna amministrazione locale ha rivendicato la sua quota di proprietà e di autonomia. Il caso estremo si è visto con il Parco Nazionale dello Stelvio, tripartito tra la Lombardia e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Ad attenuare l’efficacia funzionale delle aree protette è la difficoltà di dialogo con le aree circostanti, anzi, spesso i parchi sono diventati dei fortilizi aggrediti al loro interno da spinte localistiche più attente agli aspetti promozionali, turistici che a quelli di conservazione, e assediati dall’esterno.
Ciò vale per i parchi nazionali, ma ancor di più per gli altri istituti, come le riserve statali, i parchi regionali, mai integrati funzionalmente tra loro e soprattutto con la Rete Natura 2000, che avrebbe dovuto, appunto, rappresentare una rete strutturale e funzionale.
Se le aree protette perdono la capacità di esportare all’esterno la loro missione di protezione e conservazione sono destinate a perdere la loro l’efficacia, avviandosi a una deriva e a un mesto declino.

Pochi mesi fa ci ha lasciati Edward Wilson, zoologo e grande studioso di formiche, padre della discussa teoria sociobiologica ma anche, insieme a McArthur, autore della teoria sulle biogeografia insulare.
Secondo la teoria di McArthur e Wilson il numero di specie che un’isola può contenere è in proporzione alle dimensioni dell’isola. Ciò significa che se un’isola è di grandi dimensioni, la maggiore disponibilità di habitat può accogliere un numero maggiore di specie.

Come si può comprendere facilmente, altri fattori contribuiscono a elevare il numero di specie: tra questi la distanza dalla sorgente da cui le specie insediate traggono origine e le condizioni ambientali generali, come il clima, le influenze antropiche, ecc. Per quanto riguarda la distanza dal centro di origine delle componenti biotiche è verificato che maggiore è la distanza che separa un’isola dal centro di origine e più lenta potrà essere la sua colonizzazione nel tempo.
Le isole, per altro, sono spesso anche uno scrigno di endemismi faunistici e floristici, proprio grazie al più o meno lungo periodo di isolamento geografico e dalla distanza che separa l’isola dalla sorgente principale delle sue componenti biologiche.
Negli anni il concetto di isola è stato notevolmente ampliato rispetto alla semplice dizione geografica, estendendo il concetto in termini biologici a tutte quelle aree che si trovano isolate dal contesto principale, almeno spazialmente.
Seguendo questa estensione possiamo dire che un’isola biologica può essere un lago, per pesci e anfibi; analogamente, per gli animali che si spostano sul terreno, anche una grande infrastruttura o lembi forestali isolati ecc. Dunque, un’isola biologica ha un significato ben più ampio di un’isola geografica.
In questo concetto, anche le condizioni orografiche possono rappresentare efficaci barriere per numerose specie. I tempi, se non geologici ma superiori a quelli storici, hanno fatto sì che le montagne sviluppassero e conservassero, un po’ come delle isole, numerosi endemismi.
Nella mia regione, le Marche, il piccolo lago di Pilato, relitto glaciale all’interno di un circo glaciale del quaternario, conserva un piccolo crostaceo anostraco, privo di esoscheletro, risultato dell’isolamento di alcune decine di migliaia di anni.

La teoria di Wilson e McArthur pone i primi dubbi sulla piena efficacia degli strumenti di protezione, se non inserite all’interno di una gestione del territorio più esteso. Gli effetti positivi di protezione tendono a diminuire se questi luoghi di naturalità sono inseriti all’interno di una matrice di territorio fortemente antropizzato. Questo ci costringe a un ripensamento delle aree protette, sia in funzione alle loro dimensioni e ai loro confini che alle strutture di collegamento funzionale con altre aree di naturalità.
Le aree di protezione, proprio per non perdere la loro efficacia funzionale, devono essere sottratte al rischio di isolamento e riuscire a connettersi con le aree limitrofe, ma anche con altre strutture di protezione, in una rete funzionale, organizzate come tessuti e organi in un corpo. La Rete Natura 2000 svolge in parte proprio questo compito: creare una rete di collegamento tra habitat, compresi quelli all’interno di aree protette.
 Senza alcun dubbio la promozione per l’istituzione di aree protette da parte di gruppi di persone, comitati e Associazioni è un fatto molto positivo, i cui vincoli e confini non dovrebbero essere subordinati a quelli amministrativi. Lo strumento di protezione è tanto più efficace quanto più riesce a superare i localismi, ovviamente dialogando con le amministratori locali, ma ponendo la conservazione come fine ultimo e prioritario.

La sfida 30/30
Recentemente l’Unione Europea ha emanato dei caposaldi per cercare di arginare la perdita di biodiversità, lanciando la sfida del 30% di aree terresti protette in tutta l’Unione, cui aggiungere una analoga percentuale di aree marine, entro il 2030.
Considerando gli istituti dei parchi e le superfici comprese nella Rete Natura 2000, l’obiettivo, seppure ambizioso, non sembra più ardito rispetto a quello che 40 anni fa pose l’asticella al 10%.
Finalmente le aree protette potrebbero di nuovo integrarsi con il mondo della ricerca e con quello ambientalista, riposizionandosi al centro non solo di una strategia di conservazione, ma come modello di sviluppo esportabile anche in contesti diversi rispetto alle aree protette.
Per portare avanti questa strategia serve coraggio, ma servono competenze tecniche e scientifiche, il supporto di Università, Istituzioni scientifiche, musei naturalistici, nonché del mondo dell’ambientalismo, fino ad ora quasi del tutto esonerati dalla gestione del territorio.

Il raggiungimento del 30% di aree protette entro il 2030 rimane un obiettivo puramente tecnico se non accompagnato da un altro, non meno importante ma forse più impegnativo: quello della percezione della natura vissuta dalle persone.
Negli anni questa percezione è stata completamente alterata. Pochi oggi possono dirsi non attratti dalla natura e mai farebbero scelte personali in contrasto con essa: dallo stile alimentare all’attrazione nei confronti di animali di affezione, fino ad assumere qualche comportamento salutista, usando un termine più di moda, green.
Non è certo casuale il grande successo e la tendenza sempre più diffusa da parte di alcune personalità dello spettacolo di utilizzare gli ambienti naturali come le spiagge o prati montani, per spettacoli o assembramenti di massa. È sufficiente inserire all’interno dell’organizzazione qualche accorgimento a buon mercato, come la sostituzione di bottigliette di plastica con contenitori in alluminio, qualche pannello solare ad alimentare assordanti casse acustiche, o cibi di provenienza bio e così via. Il gioco è fatto, la mistificazione consumistica e mediatica protratta.

Poco importa se per la produzione di un contenitore in alluminio è necessario un investimento energetico molte volte superiore a quello della plastica oppure se in un ambiente naturale l’inquinamento comprende anche quello acustico.
Poco importa poi se si interviene in un fragile ambiente naturale, come un prato di montagna o sopra dune costiere, modificandone per decenni le loro caratteristiche morfologiche, faunistiche e vegetazionali.

I cittadini che alimentano cinghiali o altri animali divenuti semidomestici alle periferie delle città, lo fanno nella assoluta convinzione che sia un comportamento del tutto naturale, ignorando come i propri comportamenti umanizzano, addomesticano animali che dovrebbero frequentare altri ambienti e non mendicare tristemente del cibo. Una percezione della natura diventa del tutto asservita e del tutto addomesticata.

Andrebbe ricostituito, all’interno di un sentire comune, un nuovo modo di pensare la natura: la percezione di una natura selvaggia, quel concetto di wilderness, di natura indisponibile, che ogni area protetta dovrebbe conservare, cuore pulsante e scrigno inviolabile al proprio interno.
Da questo arretramento dell’uomo da alcuni ambienti naturali nasce la proposta, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso di richiedere che almeno una “montagna sacra”, una sola, sia resa libera della nostra presenza.

Energia: come stanno davvero le cose?

Piero Belletti

Nel momento in cui scriviamo (fine agosto) non c’è telegiornale che non apra le trasmissioni con un servizio sul caro energia, con riferimento in particolare al gas. Innumerevoli le inutili e ripetitive interviste a persone (di solito esercenti o industriali) che affermano testualmente: “ecco la mia ultima bolletta: rispetto alla precedente è triplicata, anche se i consumi sono rimasti gli stessi”.

E qui sta il problema. Nonostante si parli, anzi si straparli, di green economy, di sostenibilità ambientale, ecc. i consumi non diminuiscono. Eppure appare evidente a tutti che l’unica strategia (o comunque la più importante) per cercare di attenuare i problemi in questo campo è proprio il risparmio energetico. Ma siccome non conviene, allora è meglio non parlarne. Oppure usarlo per prendere in giro la gente, affermando che il tal prodotto consuma meno energia del modello precedente, in modo da consentirci di ampliare la gamma di strumenti energivori per renderci più agevole la vita.

In realtà, tutti puntano sull’incremento dei consumi energetici: se poi questo vuol dire accentuare le cause scatenanti il cambiamento climatico, pazienza…. Se la temperatura aumenterà ancora, potenzieremo il nostro impianto di condizionamento; se mancherà l’acqua, la cercheremo sempre più in profondità oppure dissaleremo quella del mare, innescando perversi circoli viziosi di cui è fin troppo facile intuire le drammatiche conseguenze.
Ci sono le energie rinnovabili, dirà qualcuno. Qualcun altro ipotizza addirittura il ricorso al nucleare cosiddetto “pulito” (che è un evidente ossimoro…). Bene ha fatto Mario Tozzi a invitare i politici che, in questa aberrante e meschina campagna elettorale, propongono il ritorno al nucleare, a dirci anche esattamente dove le nuove centrali verranno costruite e dove le scorie radioattive da esse prodotte verranno immagazzinate.

Ma c’è un altro dato che dimostra come il discorso sull’energia venga manipolato. Tutti affermano che il ricorso alle energie rinnovabili dovrebbe migliorare in modo significativo l’impatto ambientale delle nostre attività. Lasciando per il momento perdere le considerazioni sul fatto che spesso le energie rinnovabili un impatto ce l’hanno eccome (pensiamo all’idroelettrico oppure al fotovoltaico su terreni agricoli), si avrebbero effetti positivi se le energie rinnovabili sostituissero quelle ottenute da combustibili fossili. Ma non è così: le energie rinnovabili oggi in pratica si aggiungono a quelle prodotte con metodi inquinanti e climalteranti.
Lo confermano i dati sui consumi di petrolio nel nostro Paese. Dopo un calo nel 2020 e nel 2021 (dovuto però alla pandemia e non certo a politiche ispirate e lungimiranti), nel 2022 siamo più o meno tornati ai livelli precedenti. Livelli che, almeno dal 2014 in poi, avevano mostrato un andamento crescente. Quindi, continuiamo a consumare (ben che vada…) la stessa quantità di petrolio del passato, anche se le disponibilità energetiche aumentano, grazie alla diffusione di quelle rinnovabili. Sarà il caldo, ma c’è qualcosa che non mi convince in questo ragionamento.

La fine del Mondo

L’Orologio dell’Apocalisse è a 100 secondi dalla fine del mondo. Ma cos’è l’Orologio dell’Apocalisse? E persino – cos’è la fine del mondo?

Riccardo Graziano

La prima risposta è semplice: l’Orologio dell’Apocalisse (in inglese Doomsday Clock, letteralmente l’Orologio del Giorno del Giudizio) è un’ideazione del 1947, agli albori dell’era atomica e della Guerra Fredda fra USA e URSS. Un gruppo di scienziati di Chicago propose di immaginare un orologio nel quale la mezzanotte rappresentasse la fine del mondo e le lancette venissero regolate in base al rischio e alla criticità del momento, per rendere plasticamente visibile all’opinione pubblica la gravità della situazione. All’epoca della sua istituzione, l’Orologio prevedeva solo la possibilità di olocausto nucleare a seguito di una guerra atomica ed era arrivato fino a meno due minuti dalla mezzanotte. Dal 2007, in un clima geopolitico mutato, vengono presi in considerazione anche altri scenari in grado di arrecare danni apocalittici all’umanità, quali i cambiamenti climatici ormai in corso. La posizione delle lancette viene fissata in genere una volta l’anno e ora siamo a meno 100 secondi, mai così vicini alla fine del mondo, almeno secondo l’opinione degli scienziati che si occupano di “spostare” le lancette a seconda del contesto, in base comunque a valutazioni piuttosto rigorose e supportate da fatti.

Ma veniamo alla seconda domanda: cosa intendiamo per “fine del mondo”?
Se pensiamo all’Universo, possiamo stare relativamente tranquilli: si espande da 14 miliardi di anni e continuerà a farlo per un tempo più o meno simile, dopodiché non si sa cosa succederà, perché i cosmologi non hanno ancora capito bene se continuerà a crescere o se collasserà su se stesso, magari innescando un nuovo Big Bang, ma abbiamo un tempo sufficientemente lungo per occuparcene.
Se invece pensiamo più modestamente al nostro Sistema Solare, anche qui non abbiamo grosse preoccupazioni: il nostro Sole è una “Nana Gialla”, una stella estremamente stabile che produce energia e calore bruciando idrogeno da 5 miliardi di anni e continuerà per altrettanto tempo a farlo, fino a quando esaurirà il combustibile. A quel punto, prima collasserà su sé stesso a causa della forza di gravità, poi la violenta compressione provocherà un’esplosione di potenza inimmaginabile, facendolo espandere alle dimensioni di una “Gigante Rossa” la cui circonferenza arriverà fino all’orbita terrestre, investendo il nostro povero pianeta e friggendo qualunque forma di vita vi fosse ancora presente. Ma anche qui, abbiamo ancora parecchio tempo per preoccuparci e non è il caso di considerarla un’urgenza.

Ma c’è un’altra “fine del mondo” da tenere in considerazione: quella dell’Umanità, intesa come estinzione di massa, o comunque della civiltà come oggi la conosciamo, con un collasso epocale in termini sia numerici, sia di condizioni di vita, o meglio di sopravvivenza. E qui i rischi ci sono, gravi e incombenti.
I mutamenti climatici sono ormai evidenti a tutti, tranne ai negazionisti di mestiere, come è anche chiara la nostra responsabilità diretta in ciò che sta accadendo, tanto che l’attuale epoca viene definita Antropocene, per rimarcare l’influsso dell’Uomo sul sistema terrestre. Siamo anche abbastanza consci del fatto che stiamo inquinando il pianeta, a partire dall’accumulo delle plastiche nell’ambiente. Più sfumata invece la percezione della perdita della biodiversità e dei rischi sistemici che questa comporta. Ma quella che manca quasi totalmente è la consapevolezza della gravità della situazione, tranne che fra gli addetti ai lavori e fra gli ambientalisti, che però ancora troppo spesso vengono etichettati come Cassandre, allarmisti, pessimisti e chi più ne ha più ne metta.
Purtroppo non è così. Come ha scritto giustamente qualcuno anche su queste pagine, la realtà non lascia più spazio al pessimismo. La situazione attuale ricalca quella preconizzata 30 o 50 anni fa dagli esperti che disegnavano scenari futuri a 30 o 50 anni. Le loro previsioni si sono puntualmente concretizzate, in alcuni casi in termini persino peggiori di quanto paventato. Chi scrive ricorda per esempio una conferenza sull’ambiente di oltre trenta anni fa, nella quale il relatore metteva in guardia sul fatto che con lo scioglimento dei ghiacciai e il modificarsi del regime delle precipitazioni, alla lunga le risaie del Piemonte avrebbero potuto trovarsi in difficoltà per carenza d’acqua nel periodo della coltivazione: ed eccoci qua, esattamente in quella situazione, con parecchi risicoltori in seria difficoltà, come peraltro molti altri coltivatori, messi in ginocchio da una siccità senza precedenti e successivamente colpiti da eventi meteorologici estremi, grandinate e alluvioni che hanno spazzato via in pochi minuti il lavoro di un’intera stagione.

Non siamo ancora ai livelli di una possibile carestia, ma il rischio diventa di anno in anno più concreto, specialmente in un Paese che continua insensatamente a cementificare e asfaltare i campi coltivabili e che nell’arco di pochi decenni ha ridotto drammaticamente la propria sovranità alimentare, ovvero la capacità di produrre sul proprio territorio il cibo destinato alla sua popolazione. Attualmente, siamo già costretti a importare l’equivalente del 38% del nostro fabbisogno di proteine e calorie. Ciononostante, continuiamo a erodere la nostra superficie coltivabile: lo stesso PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrebbe guidare la “transizione ecologica” prevede di sacrificare ulteriori 200.000 ettari di terre fertili per la produzione di energia “verde”.

Nessuno contesta la necessità di riconvertire la produzione energetica puntando sulle rinnovabili e abbandonando il più velocemente possibile le fonti fossili, anzi, gli ambientalisti lo sostenevano da decenni, ben prima che la guerra in Ucraina mettesse in luce la nostra dipendenza dalle forniture russe. Tuttavia, generare energia a scapito della produzione agricola non sembra affatto una buona idea, perché lo stesso conflitto ha messo bene in evidenza anche la nostra dipendenza dalle importazioni di grano da Russia e Ucraina, cosa della quale non avevamo contezza. Per essere davvero “resiliente“, una nazione dovrebbe prima di tutto puntare all’autosufficienza alimentare oltre che energetica, sfruttando con oculatezza le proprie risorse ambientali, a partire dall’acqua e dalle terre fertili per arrivare al sole e al vento, che dovrebbero diventare i nostri fornitori esclusivi di energia, senza però impattare sull’ambiente. Constatare che il PNRR non è sufficientemente incisivo in questa direzione, anzi che addirittura si muove in modo contraddittorio, non è per nulla rassicurante.

La situazione è persino peggiore se allarghiamo lo sguardo a livello globale. Pensiamo al fondamentale rapporto “I limiti dello sviluppo” commissionato dal Club di Roma al MIT di Boston, che proprio quest’anno compie 50 anni e che ha chiarito oltre ogni dubbio che non si può crescere all’infinito in un sistema finito, quale è il nostro pianeta. Gli scenari delineati da quello studio sono attualissimi e le previsioni si sono dimostrate azzeccate, alla faccia delle innumerevoli critiche che hanno cercato di delegittimare il rapporto in ossequio alla concezione “sviluppista” tuttora in corso. Dopo la flessione produttiva dovuta alla pandemia Covid-19, abbiamo sentito da più voci ripartire il mantra della “crescita”, vista come unica opportunità per garantire benessere. Evidentemente, non abbiamo ancora capito la situazione.

Eppure, i segni della catastrofe imminente sono già presenti, non sono nemmeno più “segnali premonitori”, tuttavia ci rifiutiamo di vedere le cose per quello che sono e, soprattutto, non sembriamo intenzionati a porre rimedio alla situazione, perché ciò significherebbe mettere in discussione le nostre abitudini e i nostri stili di vita, mutare radicalmente il nostro paradigma produttivo ed economico. Tutte cose che non vogliamo fare, anche se ci stanno portando verso l’autodistruzione. Perché ci sono seri motivi se gli scienziati hanno messo le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a soli 100 secondi dalla fine.

Il 2022, ci dice la cronaca, è l’anno più caldo e arido di sempre. Finora. Ma per visualizzare la situazione occorre un cambio di prospettiva: il 2022 rischia di essere l’anno più fresco e mite dei prossimi 30 anni, poi forse la situazione peggiorerà ulteriormente, ma di quello non è il caso di preoccuparsi, perché è possibile che ci estingueremo prima, a causa del collasso delle risorse planetarie, a partire da acqua e cibo, e delle guerre e dei conflitti che si innescheranno per accaparrarsi tutto il possibile. La conflittualità mondiale è in crescita esponenziale: russi contro ucraini, israeliani contro palestinesi, cinesi contro taiwanesi, bianchi contro neri, uomini contro donne, tutti contro tutti. Segno di un’umanità in declino che si auto divora nell’illusione di poter sopravvivere a scapito dell’altro, homo homini lupus e mors tua vita mea direbbero gi antichi. In alternativa, alcuni mega ricchi hanno pensato di blindarsi in Nuova Zelanda, paese ricco di risorse, probabilmente il più attento e avanzato in termini di tutela ambientale e, cosa non trascurabile, decisamente isolato dal resto del mondo. Un’isola felice dove i drammi globali impatterebbero assai meno che altrove. Ma le strategie di aggressione o fuga rischiano di essere entrambe fallimentari.

Il riscaldamento globale provocherà mutamenti climatici estremi, di cui i fenomeni attuali sono solo una pallida anteprima. L’alimentazione mondiale, basata su una varietà limitatissima di prodotti coltivati industrialmente, è totalmente priva della resilienza garantita dalla biodiversità: se le mutate condizioni climatiche dovessero impedire qualcuna delle monoculture su cui si basa il sistema agroindustriale, rischiamo di non avere un’alternativa in grado di sopperire ai mancati raccolti. L’accordo di Parigi prevedrebbe di contenere il surriscaldamento globale “ben al di sotto di 2°“, ma il modello di business che continuiamo a perseguire rischia di portare a un aumento medio anche di 3° - 3.5° nell’arco di questo secolo, con conseguenze inimmaginabili. Di sicuro, i ghiacciai sono destinati a scomparire nel giro di pochi anni, gradualmente o anche in modo traumatico, come ci ha mostrato la tragedia della Marmolada.

I mari saliranno inesorabilmente, nel 2050 il livello potrebbe essere più alto di 30 o 90 centimetri, a seconda degli studi. Se vi sembrano pochi, provate a chiederlo ai veneziani in un giorno di “acqua alta”. Oppure calcolate la porzione di territorio del Bangladesh destinata a diventare invivibile a causa di alluvioni o della salinizzazione delle falde acquifere, tenendo presente che sono 160 milioni in un territorio metà dell’Italia, quindi ogni Km quadrato perso vuol dire 1.000 profughi climatici. In circa trent’anni, la Grande Barriera Corallina australiana, culla di biodiversità oceanica, ha perso metà della sua superficie e rischia di scomparire del tutto, perché innalzamento e acidificazione delle acque uccidono i coralli. Entro il 2050 in mare ci sarà più plastica che pesce, lo dicono i numeri, ma noi pensiamo di aumentare ancora la produzione di plastica e sfruttiamo i banchi ittici più velocemente d quanto siano in grado di ripopolarsi. E sulla terraferma non va meglio.

La fotografia è quella di un pianeta al collasso, non più in grado di mantenere una umanità in crescita di numero e voracità. Tuttavia, lo scenario attuale è in genere quello del business as usual, avanti come se nulla fosse, continuando a segare il ramo su cui stiamo tutti seduti.
Eppure i rimedi li conosciamo da tempo: stop ai combustibili fossili, fermare il consumo di suolo, mangiare meno carne, elettrificare i trasporti utilizzando le rinnovabili, implementare l’economia circolare… Una pletora di buone intenzioni attuate solo in minima parte, insufficiente a cambiare il corso delle cose.

Noi, gli ambientalisti accusati di pessimismo, disfattismo e di “dire di no a tutto”, continueremo a impegnarci per invertire la rotta, per frenare il disastro, per salvaguardare l’ambiente, ma le forze a disposizione sono poche. Chi invece devasta ha dalla sua fiumi di denaro, potere e influenza su politici e sistema mediatico. Ma a pesare di più sul piatto della bilancia e a farci scivolare inesorabilmente verso il baratro è soprattutto l’inerzia, o forse il menefreghismo, della grande massa della popolazione, troppo incentrata su una quotidianità sempre più faticosa per vedere la catastrofe all’orizzonte.
A fronte di ciò, come detto, noi ambientalisti possiamo solo impegnarci in prima persona per quanto possiamo e informare l’opinione pubblica sulla gravità della situazione: siamo a meno 100 secondi dall’Apocalisse, dice l’orologio, mai così vicini. Tradotto, i dati e le previsioni di quelli che ci hanno già azzeccato in passato ci dicono che siamo a una trentina d’anni da un epocale collasso planetario, graduale o repentino che sia, che rischia di spazzare via le generazioni presenti, non quelle future. 0ra lo sapete. Se decidete di agire, fatelo alla svelta.