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Un Pianeta artificiale

Riccardo Graziano

Nel 2020 la massa delle “cose” artificiali prodotte dall’uomo ha raggiunto lo stesso livello della biomassa naturale. E negli ultimi mesi è probabilmente avvenuto il sorpasso. In altre parole, il peso delle nostre costruzioni – in primo luogo gli edifici di cemento, ma anche mezzi di trasporto, elettronica, vestiario ecc. – ha superato il peso di tutti gli animali e di tutta la vegetazione presenti sul pianeta. Di fatto, la Terra è oggi più artificiale che naturale, situazione che mostra in maniera evidente l’appropriatezza del termine “Antropocene” per definire la nostra epoca, anzi meglio la nostra Era.
In effetti, un simile cambiamento è qualcosa che non avviene nell’arco di una vita o di un periodo storico, ma letteralmente in un’era geologica, e la causa di tale cambiamento è antropica, da cui appunto la designazione di “Antropocene” applicabile all’era attuale, sul cui inizio non c’è accordo unanime fra gli studiosi, ma che vede nella nostra epoca, a partire dal XX secolo, il suo culmine in termini di impatto sul pianeta.

Queste considerazioni derivano dai dati contenuti in uno studio condotto da un team del Weizmann Institute of Science a Rehovot (Israele), coordinato dal professor Ron Milo, di cui è stata pubblicata qualche mese fa una sintesi sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature”.
Lo studio quantifica la biomassa, ovvero il peso di tutte le creature viventi del pianeta (animali terrestri e marini, vegetazione, microorganismi) intorno a 1,1 trilioni di tonnellate, quantità rimasta relativamente stabile nel corso degli ultimi decenni. Al contrario, le costruzioni e gli oggetti prodotti dall’uomo sono cresciuti progressivamente nel corso della storia, con un incremento smisurato nell’ultimo secolo, esattamente quello oggetto dello studio in questione, che analizza la produzione umana dal 1900 a oggi.
La stima dei ricercatori ci dice che, all’inizio del XX secolo, i manufatti artificiali erano quantificabili in 35 miliardi di tonnellate, all’incirca il 3% della biomassa naturale. Nel 2020 si è arrivati al pareggio, 1.100 miliardi di tonnellate naturali a fronte di altrettante artificiali, con la differenza che, mentre le prime permangono sostanzialmente invariate, queste ultime aumentano incessantemente di 30 miliardi di tonnellate all’anno. In pratica, con gli attuali ritmi produttivi, ogni anno aggiungiamo una quantità di massa artificiale equivalente a quella che l’umanità aveva prodotto nell’arco di tutta la storia fino al 20° secolo, un ritmo di crescita evidentemente insostenibile. È come se ogni persona vivente costruisse, ogni settimana, una massa artificiale superiore al proprio peso.

La parte del protagonista è appannaggio del cemento – e noi in Italia siamo un esempio lampante, con la nostra bulimia costruttiva che divora due metri quadri di terreno al secondo – seguito dagli altri materiali da costruzione. Se la tendenza attuale dovesse proseguire, cosa assai probabile vista la continua spinta all’edificazione di edifici e infrastrutture spesso inutili,  la previsione è che nell’arco di soli due decenni i fabbricati peseranno più del doppio della massa dei viventi. Una prospettiva allucinante per chi si occupa di difesa dell’ambiente, ma che dovrebbe allarmare anche il cittadino medio e allertare i decisori politici per convincerli a cambiare impostazione. Ma per ora non si intravedono segnali in questo senso: la legge per arrestare il consumo di suolo giace abbandonata in Parlamento da quattro anni, mentre per accelerare la “ripresa” post-Covid si è già alzato il solito coro dei sostenitori di “nuove infrastrutture”, un mantra che si ripete incessante da decenni.

Come se la situazione non fosse già abbastanza preoccupante dal punto di vista quantitativo, anche i dati qualitativi contribuiscono a rendere ancora più fosco lo scenario. Il 90% della biomassa risulta infatti composto da piante e nel complesso è relativamente stabile, nel senso che la crescita di vegetazione stimolata dagli elevati livelli di anidride carbonica in atmosfera è equiparabile alla massa perduta a causa della massiccia deforestazione, ma è evidente che la perdita di habitat caratterizzati da elevata biodiversità non può essere compensata da alberi e arbusti ricresciuti su terreni incolti o abbandonati. Inoltre, vale la pena sottolineare che la biomassa vegetale era probabilmente il doppio di quella attuale, prima che, con l’avvento dell’agricoltura, l’uomo iniziasse una progressiva opera di disboscamento per fare spazio alle sue coltivazioni, circa 12.000 anni fa, periodo nel quale alcuni studiosi individuano appunto l’inizio dell’Antropocene, che altri situano invece all’epoca della Rivoluzione industriale.
Inoltre, ci sono un altro paio di dati che rendono l’idea dell’alterazione qualitativa della biomassa. L’insieme degli esseri umani è al secondo posto in termini di peso fra le specie viventi, secondi soltanto all’insieme dei bovini da allevamento. E subito dopo di noi ci sono i suini. Più in generale, il peso degli umani e del loro bestiame è quasi 20 volte superiore a quello di tutti gli altri mammiferi e uccelli selvatici presenti sul pianeta. Quanto alla plastica, della cui invasività iniziamo finalmente a renderci conto, il suo peso è ormai superiore a quello di tutti gli animali terrestri e marini messi insieme.

A fronte di dati come questi, sarebbe il caso di iniziare una profonda riflessione sul nostro modello di “sviluppo” basato sulla crescita continua, perché dovrebbe essere evidente che un pianeta sempre più artificiale non può essere sostenibile e non è un buon posto per vivere, ammesso che sia ancora vivibile.

Fonte: https://www.nationalgeographic.com/environment/2020/12/human-made-materials-now-equal-weight-of-all-life-on-earth/

Il Verde (è) urbano

Sofia Filippetti

“Verde urbano”. Una definizione come questa sembra già un ossimoro, non è vero? Una contraddizione. Un elemento naturale accostato al termine artificiale per antonomasia, il colore delle foglie accanto al grigiore del cemento, le piante e le loro sembianze cangianti contrapposte agli spigoli delle architetture… Elementi che, a pensarci così, in maniera superficiale e strettamente etimologica, faticano a star bene assieme, che stonano – troppo differenti, troppo distanti, quasi inconciliabili. Eppure, se ci guardiamo attorno, dentro le nostre città, ogni elemento naturale è assimilabile al concetto di “verde urbano”, ed è sempre coesistito con la vita umana: antichi egizi, babilonesi, poi i greci, i romani, gli orti medievali, i giardini romantici, fino ad arrivare ai giorni nostri. Per “verde urbano”, infatti, si intende tutto quel che è effettivamente verde, i viali alberati, i parchi e i giardini, siano essi pubblici che privati, il verde attrezzato, le aree boscate… e così via. Il verde urbano, la sua gestione e disponibilità, è sempre stato connesso alla bellezza del contesto cittadino ed alla sua vivibilità in senso stretto e in senso lato. Sì, perché dobbiamo ricordarcelo molto più spesso di quanto già non facciamo: senza il verde, non c’è vita, non c’è la vita degli organismi aerobi, che hanno bisogno di ossigeno, non c’è la nostra vita.

Definire la complessità e la raffinatezza dei meccanismi biochimici, fisiologici, biologici, e di conseguenza delle caratteristiche e delle attività che le piante svolgono, è tutto fuorché semplice. Esseri affascinanti e di difficile interpretazione e studio ai nostri occhi, sono ancora poco conosciuti, nonostante tanto si sappia e si continui a scoprire. Tuttavia, ad oggi, per permettere una maggiore consapevolezza della loro importanza, insita nella loro stessa essenza, nel loro funzionamento, si parla di “servizi ecosistemici”. I servizi ecosistemici sono, sostanzialmente, la caratterizzazione delle funzioni ecologiche ed ambientali delle strutture verdi, che ci permettono di quantificare e definire in termini a noi più vicini, concreti, monetari, l’attività che questi organismi verdi e quieti svolgono. Dal singolo filo d’erba al viale alberato nella sua interezza, è possibile calcolare e prendere tangibilmente atto di ciò che le piante ci offrono. Tra esse si annoverano una gran quantità di azioni sottili e meravigliose, che permettono l’intero funzionamento del microcosmo e del macrocosmo di cui facciamo parte: stoccaggio del carbonio atmosferico, rimozione degli inquinanti atmosferici, regolazione della temperatura, protezione idrogeologica, capacità di infiltrazione delle acque piovane, protezione e fiorire della biodiversità, benefici a livello sociale e sanitario, produzione agricola, impollinazione…

Allora vien da sé l’immensità della importanza del verde e di quanto sia vitale il suo legame con l’urbano.
Grazie ai meccanismi biochimici e biologici insiti nelle piante, infatti, si ha la produzione di ossigeno, fondamentale elemento per la nostra sopravvivenza, oltre al sequestro di CO2 e di altri inquinanti troppo spesso prodotti ed immessi nell’aria dall’uomo (tra cui ricordiamo il PM, vale a dire il particolato atmosferico, principalmente presente nelle zone urbane), definendosi a tal modo un motore indispensabile anche per la depurazione dell’aria. Servizio ecosistemico, questo, che ha delle ricadute estremamente importanti e positive sulla salute umana: gli inquinanti aerei, infatti, essendo inalabili e respirabili, possono penetrare nei nostri polmoni, raggiungendo anche le profondità dell’apparato respiratorio, provocando, come già ampiamente dimostrato da numerosi studi scientifici, la possibilità di sviluppare malattie ed altre problematiche. Grazie all’azione delle piante, la concentrazione degli inquinanti è notevolmente ridotta nell’aria, diminuendo quindi in modo sensibile la possibilità di sviluppare effetti sanitari negativi. Si tratta, insomma, di una purificazione, di una pulizia dell’aria del tutto naturale e gratuita offerta dal verde, che in ambito urbano è ancor più spiccata, arrivando ad una riduzione della concentrazione del particolato atmosferico del 7-24% entro i 100 metri, oltre ad un considerevole sequestro della CO2 atmosferica locale.

Altra capacità delle piante è quella di ridurre la temperatura dell’ambiente circostante. Le città vengono definite come “isole di calore”, ovvero dei territori che, a causa dei materiali di cui sono principalmente composti, assorbono in maniera particolare la radiazione solare (basti pensare a quanto scotti l’asfalto esposto al sole in piena estate…), oltre al fatto che, per le loro caratteristiche costruttive, possono condizionare i flussi d’aria e di acqua, definendo a conti fatti un innalzamento della temperatura media urbana, che può essere fino  a 6°C superiore rispetto alle zone rurali. Gli alberi, con le loro chiome e la loro fisiologia, permettono una regolazione del microclima urbano attraverso l’evapotraspirazione (cioè l’insieme della traspirazione e della evaporazione, il passaggio dell’acqua, allo stato di vapore, dal terreno all’aria), offrendo ombra ed aumentando l’albedo (ovvero il potere riflettente di una superficie, per cui maggiore è l’albedo e minore sarà la radiazione solare assorbita da un determinato materiale); regolazione che, dunque, ha un effetto protettivo verso le ondate di calore con tutte le conseguenze negative, tra cui i colpi di calore a cui è esposta la popolazione umana.

Oltre ciò, vanno citate la protezione idrogeologica e la capacità di infiltrazione delle acque piovane, elementi indispensabili in uno scenario caratterizzato da piogge intense, che, attraverso la riduzione del deflusso diretto delle acque meteoriche, permettono una mitigazione importante degli eventi alluvionali, sempre più frequenti anche alle nostre latitudini, i quali possono avere una ricaduta importante a livello della popolazione umana.

In qualità di elemento fondante e fondamentale dell’habitat, poi, anche in ambito urbano, il verde permette la protezione e la promozione della biodiversità, offrendo le condizioni favorevoli alla sopravvivenza di diversi animali, come l’avifauna, gli insetti, i piccoli mammiferi, e, tramite l’incontro con l’umano, in questo contesto decisamente più frequente, consente lo sviluppo di una sensibilità e percettività circa l’importanza di preservare e proteggere tutte le specie viventi dalle diverse minacce.

Importanti sono inoltre i benefici sociali, anch’essi con una enorme ricaduta a livello sanitario, in quanto il verde urbano è di per sé occasione di incontro e di convivialità, oltre che uno stimolo al movimento e ad uno stile di vita attivo e, come dimostrato da diversi studi scientifici, importante per la salute mentale (interessante, inoltre, è la correlazione tra ambito naturale e maggior resa scolastica nei bambini presentanti ADHD, acronimo di “Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività”).

Dimentichiamoci dunque l’idea che il verde urbano sia semplicemente un arredo, un suppellettile della città: grazie alle sue caratteristiche, alle sue capacità ed alle attività che svolge in maniera continua, elegante e silenziosa, esso accompagna e plasma l’ambiente nel quale viviamo, rendendolo adeguato a livello ecologico, igienico-sanitario, sociale, psicologico, economico, oltre che piacevole per quel che concerne l’ambito estetico e paesaggistico!
Il verde in ambito urbano deve essere presente, anche adottando un’ottica di prevenzione e protezione della popolazione umana, soprattutto se si considerano gli elevati livelli di inquinamento e gli scenari che si prefigurano sempre più drammatici e frequenti, influenzati dal cambiamento climatico.
Ma è importante adottare uno sguardo che non sia unicamente egoistico, antropocentrico ed utilitaristico, perché il verde in ambito urbano deve essere presente, sì, ma deve anche essere curato. Curato in maniera adeguata e rispettosa, poiché se noi umani siamo vulnerabili alle alterazioni climatiche ed ecosistemiche, anche le piante lo sono, con malattie che si diffondono più velocemente a causa delle condizioni ambientali che favoriscono la diffusione, la presenza e una maggiore capacità di azione dei patogeni (temperature più alte sono correlate a cicli di sviluppo più efficienti per diversi patogeni) e dall’importazione accidentale di essi, con il manto stradale che non permette l’adeguato sviluppo delle loro radici per la ricerca dei nutrienti, con le difficoltà di crescita, le radici che non attecchiscono bene al terreno, la riduzione degli impollinatori e quindi la difficoltà nella riproduzione, la alterazione delle caratteristiche ambientali necessarie alla sopravvivenza, l’impossibilità di svilupparsi adeguatamente a causa dello spazio stretto, i continui stress dovuti al disturbo antropico… Dobbiamo proteggere, rispettare e piantare tutto il verde possibile, compreso quello urbano, soprattutto quello urbano, perché senza di esso mancherebbe il reticolo ed il respiro dell’intera città…

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
1. Millennium Ecosystem Assessment (MEA). http://www.millenniumassessment.org/en/index.html;
2. ISPRA. XV Rapporto Qualità dell’ambiente urbano, 2019;
3. World Health Organization (WHO). Urban Green Space Interventions and Health;
4. Hunter R.F. et al. “Environmental, health, wellbeing, social and equity effects of urban green space interventions: A meta-narrative evidence synthesis”, 2019;
5. Prashant Kumar et al. “The nexus between air pollution, green infrastructure and human health”, 2019;
6. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Comitato per lo Sviluppo del Verde. “Strategia nazionale del verde urbano - Foreste urbane resilienti ed eterogenee per la salute e il benessere dei cittadini”;
7. Città di Torino. “Piano strategico dell’infrastruttura verde”, 2020;
8. Città metropolitana di Torino, Silvia Novelli. “Apprendere per produrre verde”, 2020. http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/risorse/ambiente/dwd/green-economy/app-ver/presentaz-workshop-visite/silvia-novelli.pdf;
9. Rachel McCormick. “Does Access to Green Space Impact the Mental Well-being of Children: A Systematic Review”, 2017;
10. Christopher Coutts, Micah Hahn. “Green Infrastructure, Ecosystem Services, and Human Health”, 2015;
11. Riccardo Graziano, Pro Natura Notiziario - obiettivo ambiente. “Il decalogo “Rete Ambiente Clima” Torino”, 2020;
12. Stefano Gabrio Manciola. “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030”, 2020. http://www.veterinariaalimenti.marche.it/Articoli/category/attivita-trasversali/strategia-dellue-sulla-biodiversita-per-il-2030;

Salvaguardare la biodiversità per salvaguardare noi stessi

Riccardo Graziano

Gli allarmi sul declino della biodiversità si succedono sempre più pressanti, ma nonostante la gravità della situazione sia ormai evidente agli occhi degli scienziati, a livello di opinione pubblica non si sono ancora ben compresi i rischi legati a questa situazione, mentre i decisori politici stentano a delineare strategie improntate alla conservazione della biodiversità stessa, sia a livello globale, sia nel nostro Paese.
Con l’insediamento del Governo Draghi, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare è diventato Ministero della Transizione Ecologica, raccogliendo anche le deleghe in materia di energia precedentemente appannaggio del Ministero dello Sviluppo Economico. Si tratta di un dicastero strategico, dal momento che i fondi stanziati dall’UE sono vincolati alla messa in atto di politiche di riconversione ecologica a tutto campo, dall’agricoltura all’industria, dai trasporti alla produzione di energia. Senza dimenticare la vocazione originaria di tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, che dovrebbe restare centrale nelle azioni del Ministero, tanto che nel loro sito si legge: “La nostra prosperità economica e il nostro benessere dipendono dal buono stato del capitale naturale, compresi gli ecosistemi che forniscono beni e servizi essenziali. La perdita di biodiversità può indebolire un ecosistema, compromettendo la fornitura di tali servizi ecosistemici”. Dunque, uno dei compiti principali del nuovo dicastero dovrebbe essere la tutela della biodiversità nel nostro Paese.

Eppure, l’impressione è che questo non rappresenti una priorità nell’azione del Governo, focalizzato piuttosto sulla ripresa economica, anche con la riproposizione di ricette e modelli dettati dall’ideologia neoliberista che hanno già dato ampia prova della loro inefficacia e dannosità, sia sotto il profilo socio-economico, sia sotto quello ambientale. Per difendere la biodiversità si fa poco o nulla, come se non ci rendessimo conto che la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta è legata a quella delle altre forme viventi, per cui è nel nostro stesso interesse salvaguardarle, come ha ammonito lo stesso Papa Francesco, ricordandoci quanto sia folle e illusorio pensare di poter vivere sani in un pianeta malato.
È la biodiversità che consente di garantire cibo agli abitanti del globo, perché l’attuale sistema agroindustriale basato sulle monocolture è intrinsecamente fragile, troppo omogeneo e rigido per avere quelle doti di resilienza indispensabili per adattarsi al crescente riscaldamento globale e ai conseguenti cambiamenti climatici. Gestire le coltivazioni con logiche produttive industriali giova solo ai giganti economici del settore, che controllano il mercato dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e delle sementi (comprese quelle geneticamente modificate).

Inoltre, la spinta ad aumentare costantemente la produttività sottrae progressivamente spazio agli ambienti naturali, come nel caso delle piantagioni di palma da olio che prendono il posto delle foreste pluviali asiatiche o delle coltivazioni e degli allevamenti che stanno divorando zone sempre più ampie della foresta amazzonica.

Per quanto riguarda l’Italia, nel PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrebbe delineare le strategie per investire i fondi del Next Generation UE, si fa spesso riferimento al concetto di biodiversità, ma senza che traspaia alcuna azione concreta per la sua salvaguardia. Non si fa cenno, ad esempio, all’agroecologia, che prevede la riconversione in senso ecologico dell’attuale modello produttivo, salvaguardando i terreni agricoli e l’ambiente circostante attraverso l’uso attento delle risorse idriche, il recupero di pratiche tradizionali come la rotazione delle colture e il progressivo abbandono dei fertilizzanti e pesticidi chimici.
La perdita di biodiversità causata dall’agricoltura industriale è fotografata da numeri impressionanti: il 75% delle colture presenti a inizio ’900 è andato perduto, mentre tre sole specie – mais, riso, grano – forniscono attualmente il 60% delle calorie consumate dalla popolazione mondiale. Discorso analogo per l’allevamento, dove una razza su cinque rischia l’estinzione perché le industrie del settore puntano solo su quelle ad alta resa.

Ma ciò che avviene nel campo dell’agricoltura e dell’allevamento è solo un pallido riflesso di quanto sta accadendo all’ecosistema globale. Ormai la fauna selvatica è ridotta al lumicino e diminuisce costantemente come numero di specie e di singoli individui, parallelamente alla riduzione degli habitat e agli sconvolgimenti determinati dai mutamenti del clima.
Ad accendere i riflettori su questo tema è stato anche lo IUCN, il Congresso mondiale per la conservazione della biodiversità di Marsiglia [dal 3 all’11 settembre]. La manifestazione, organizzata con la presenza di oltre mille realtà fra attori istituzionali e Organizzazioni Non Governative, ha posto in evidenza l’urgente necessità di proteggere oltre un milione di specie a rischio estinzione. Occorre aumentare in modo esponenziale le risorse dedicate alla conservazione, implementando il numero e l’estensione delle aree protette a livello globale e sottoponendole a una sorveglianza e tutela reali.

In occasione del convegno è stata aggiornata anche la Lista Rossa dello IUCN, che elenca le specie minacciate e il livello del loro declino. Ha fatto notizia lo spostamento del varano di Komodo, la più grande lucertola del mondo, dallo status di “vulnerabile” a quello di “in pericolo”, ma purtroppo non si tratta di un caso isolato. A rischio anche due specie di squali su cinque, a causa delle tecniche di pesca non selettive: tra queste lo squalo mako e il pesce sega, che spesso finisce impigliato nelle reti a causa della sua protuberanza seghettata.
Segnali che rendono evidente l’avanzata di quella che gli esperti definiscono ormai apertamente la “sesta estinzione di massa”, a distanza di 65 milioni di anni dalla quinta, quella che spazzò via i dinosauri. Una catastrofe planetaria che rischia di cancellare anche la specie umana, che a dispetto della tecnologia non può sopravvivere senza l’interazione con gli altri viventi, anche se spesso ce lo dimentichiamo.

Eppure sono numerosi gli esempi di come la biodiversità contribuisca alla nostra esistenza: prodotti come pane, caffè, formaggio, vino e birra sono ottenuti dalla fermentazione ottenuta grazie a funghi, lieviti e batteri presenti in natura, oltre che negli stabilimenti di produzione. Ancora più rilevante il contributo degli impollinatori, prime fra tutti le api, che con la loro opera incessante (e gratuita!) sono alla base del 40% della produzione agricola. È evidente che se queste e altre specie di viventi dovessero estinguersi, come purtroppo sta avvenendo, anche per la specie umana la fine sarebbe inevitabile.

La biodiversità nella Costituzione?

Mauro Furlani

Edward O. Wilson nella sua opera più conosciuta del 1992 “La diversità della vita”, introduce il termine biodiversità, che da quel momento ha trovato ampia diffusione, non solo in campo scientifico, ma anche nel linguaggio comune. L’autorevolezza dell’Autore e le crescenti preoccupazioni da parte degli studiosi sulla perdita di specie nel mondo hanno indotto gli organismi istituzionali di più alto livello, grazie anche alla spinta dell’opinione pubblica, ad una più attenta riflessione sulle cause e la ricerca di strategie per interrompere il declino della biodiversità o almeno per rallentarlo.
La diversità delle forme di vita e il suo valore erano già ben presenti nella letteratura scientifica da molti decenni; lo stesso Charles Darwin chiude la sua opera centrale, “L’origine delle specie”, ancora oggi fonte inesauribile di riflessione e di interpretazione della natura e della biologia, affermando: “Vi è qualcosa di grandioso (…) da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano ad evolversi.”
Come noto, lo studio della diversità biologica non si esaurisce, come già percepito molti secoli prima di Darwin, fino alle indagini naturalistiche di Lucrezio e di Aristotele, nella semplice elencazione di specie, ma è comprensiva della diversità degli ambienti fino alla specificità dei comportamenti alimentari, riproduttivi e così via.
Oggi nuovi e ulteriori potenti strumenti di indagine accompagnano le metodologie classiche di differenziazione degli organismi, come le diversità genetiche, che hanno ulteriormente contribuito ad estendere il significato della biodiversità.

Negli anni, la stessa nostra normativa ha insistito sulla protezione e tutela delle specie fino ad elevare le specie animali vertebrate omeoterme, nella legge quadro sull’attività venatoria a, “patrimonio indisponibile dello stato”.
Dunque lo Stato riconosce una parte della fauna come proprio patrimonio la cui alienazione può avvenire limitatamente per alcune specie e comunque regolamentandone strettamente l’utilizzo. Un bel salto culturale e legislativo rispetto all’assenza di proprietà, res nullius, della precedente normativa.
La spinta emotiva e scientifica degli inizi del secolo scorso fece istituire i primi parchi nazionali, a partire da quello del Gran Paradiso, istituito nel 1922, che lega il suo percorso a quello di Renzo Videsot, fondatore del Movimento per la Protezione della Natura, divenuto poi Federazione Pro Natura. Negli stessi anni si concretizzò l’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, grazie alla prima proposta di Alessandro Ghigi, presidente della società emiliana “Pro Montibus et Sylvis” che già nel 1917 presentò un progetto ufficiale di Parco molto esteso, accolto dal Regio Decreto del 1923, allo scopo di “tutelare e migliorare la fauna e la flora e di conservare le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio”. Gli anni successivi videro l’istituzione di altri gioielli naturalistici, custodi preziosi di specie e habitat messi a rischio di essere travolti da incuria e da uno sfruttamento sfrenato: Il Parco Nazionale del Circeo, dello Stelvio e via via tutti gli altri.
Furono questi i primi strumenti organici di tutela della fauna e degli ambienti geomorfologici e vegetazionali che li ospitano.

Più di recente, nel 1992 a Rio de Janeiro, la comunità internazionale, durante il Vertice sulla Terra, riconobbe in modo formale e con la massima autorevolezza l’importanza della biodiversità e condivise i principi e le strategie per la conservazione della diversità biologica. Appena due anni dopo l’Italia fece propria e ratificò la Convenzione di Rio.
Nonostante la consapevolezza del rapido declino e il grido d’allarme lanciato dalla comunità scientifica e protezionistica dell’importanza della salvaguardia della biodiversità, rivolto alle massime istituzioni internazionali, questa continua a subire a livello nazionale e mondiale una forte aggressione, con conseguente inarrestabile rarefazione del numero di specie e di habitat.
Proprio a causa di questa erosione del capitale biologico molti ricercatori parlano ormai esplicitamente di sesta estinzione di massa a livello mondiale, e sarebbe la prima volta la cui causa è riconducibile non a motivi naturali, ma all’espansione di un’altra specie, particolarmente aggressiva ed invadente: l’uomo.
Alla luce di tutto ciò l’Italia, detenendo per ragioni biogeografiche, geologiche, climatiche la maggiore biodiversità europea, dovrebbe avere un ruolo centrale per promuovere la conservazione della biodiversità nelle sue diverse articolazioni.

La nostra Carta Costituzionale è riconosciuta unanimemente come espressione particolarmente avanzata, soprattutto nei sui principi cardine. In particolare, l’art. 9 della Carta promuove la tutela del Paesaggio, in modo estremamente mirato e sintetico “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”
Questo articolo riconosce nel Paesaggio e nella sua tutela un principio identitario e unificante delle popolazioni della Penisola.
Il suo riconoscimento, che oggi vantiamo giustamente come principio elevato di cultura, ha avuto una lunga elaborazione culturale, come riporta Salvatore Settis nel suo libro “Paesaggio Costituzione cemento”, prima di approdare con forza tra i più alti principi della nostra Costituzione.
Certamente, all’epoca della formulazione di questo sobrio articolo il paesaggio era inteso e circoscritto all’interno di un contesto storico, artistico ed estetico. Probabilmente, ancora oggi, il sentire comune interpreta il paesaggio come luogo di valore identitario, in cui l’intervento storico dell’uomo si è fuso, e nel caso dell’Italia, magistralmente integrato, con l’evoluzione naturale dei luoghi.
Il concetto di biodiversità nella pienezza della sua espressione non poteva appartenere né alla cultura del tempo e neppure alle priorità condivise in un paese appena uscito dalla guerra, con tutte le sue lacerazioni e le immani distruzioni materiali e morali.

Oggi, tuttavia, questo termine, oltre che ben delineato dalla scienza, fa parte in modo integrante della nostra cultura, la cui conservazione appartiene agli orizzonti condivisi non solo delle persone particolarmente attente agli aspetti e alla conservazione della natura, ma anche di molta parte della popolazione.
Forse, proprio in forza del significato universale della biodiversità, nasce la proposta di inserire all’interno della nostra Carta Costituzionale questo valore, in aggiunta a quanto afferma l’art. 9.
Il nuovo testo, approdato alla Camera dopo l’approvazione quasi all’unanimità del Senato, è formulato in questi termini, in aggiunta a quanto già presente: “Tutela l’integrità e la salubrità dell’ambiente, protegge la biodiversità e gli habitat naturali, opera per la salvaguardia degli ecosistemi, come condizioni necessarie per il benessere dell’umanità”.
Come si può notare, alla enunciazione essenziale dell’attuale art. 9 si sostituisce una dizione più “verbosa”, come fa notare Salvatore Settis in un articolo molto critico e preoccupato, pubblicato su La Stampa di Torino. Il termine paesaggio perde l’attuale centralità, stemperato all’interno di una formulazione più ampia e complessa, con termini aggiuntivi come habitat naturali, biodiversità, ed ecosistemi.
Questi termini, pur essendo ormai entrati nel linguaggio comune colloquiale, esprimono significati scientifici la cui comprensione non è per nulla semplice e il cui inserimento tout court nella Carta Costituzionale rischia di subire una banalizzazione dei loro reali significati scientifici.

Avrebbe l’art. 9 necessità di una riformulazione così estensiva oppure già il termine paesaggio esprime i significati che si vogliono aggiungere?
Sandro Pignatti, nostro Presidente Onorario, ridefinisce il significato di paesaggio estendendolo rispetto alla sua formulazione voluta dai costituenti e parla esplicitamente di ecologia del paesaggio, titolo di un suo libro del 1994: “L’ecologia del paesaggio si pone lo scopo dello studio del paesaggio sulla base del metodo scientifico(...). Per raggiungere questo scopo almeno tre campi di indagine sono necessari: l’ambiente fisico ed i viventi che su esso sono stabiliti: tra questi viene considerato separatamente anche l’uomo quando sia presente”.
Settis, nel citato articolo, richiama alcune delle sentenze della Corte Costituzionale, che di fatto ampliano l’attuale art. 9, estendendo il valore del paesaggio ben oltre il significato estetico a cui probabilmente i padri costituenti avevano pensato, adeguando il testo e il termine paesaggio, proprio nel senso ridefinito da Pignatti.
Senza alcuna forzatura estensiva, la stessa Convenzione Europea sul Paesaggio, firmata dall’Italia a Firenze nel 2000, all’art. 1, nelle definizioni, sottolinea "Salvaguardia dei paesaggi indica le azioni di conservazione e di mantenimento degli aspetti significativi o caratteristici di un paesaggio, giustificate dal suo valore di patrimonio derivante dalla sua configurazione naturale e/o dal tipo d'intervento umano”.
In questo periodo storico particolare, in cui molte nubi minacciose si addensano sia sugli ambienti naturali che su pregevolissimi paesaggi, e attacchi violenti vengono diretti alle Sovrintendenze, custodi istituzionali delle ricchezze paesaggistiche del nostro territorio, appare quanto mai inopportuno aprire un ulteriore elemento di debolezza di quell’art. 9 della Costituzione, richiamato di recente anche dal Presidente della Repubblica.

Infine, l’assenza di qualsiasi apertura di un dibattito pubblico di approfondimento e di discussione in grado di coinvolgere il più ampio numero di soggetti fa apparire questa modifica così profonda un’operazione tutta interna alle istituzioni politiche.
Appare quasi un diversivo per non affrontare efficacemente le numerose problematiche ambientali che ci sono e che l’applicazione del PNRR (Piano Nazione Ripresa e Resilienza) rischia di aggravare ulteriormente.
È sufficiente leggere il rapporto ISPRA appena uscito e riferito al quinquennio 2013-18 sulla biodiversità e sullo stato di conservazione delle specie prioritarie appartenenti agli allegati II e IV e V della direttiva Habitat (92/43/CEE) per evidenziare alcune criticità preoccupanti nello stato di conservazione di molte specie e degli habitat. I dati allarmanti richiamano la necessità di interventi immediati e non fuorvianti. Infatti, tra le specie marine il 22% manifesta uno stato di conservazione sfavorevole, mentre lo stesso status lo hanno il 54% di specie floristiche e il 53% delle specie faunistiche terrestri. Ancora più allarmante è il precario stato di conservazione degli habitat terrestri, 89%, e di quelli marini, 63%.
Tra le cause di questo deperimento faunistico non troviamo la carenza di normative di protezione quanto piuttosto un’applicazione distratta, poco efficace delle stesse, che va ad aggiungersi ad una agricoltura industriale fortemente impattante, ad uno sviluppo di infrastrutture invasive, ai cambiamenti climatici, alla diffusione di specie alloctone, ecc.
Non meno preoccupante il recente rapporto ISPRA sul consumo di suolo. Malgrado il periodo di pandemia con conseguente rallentamento economico, il suolo continua a subire un’erosione ad un ritmo di ben 2 m2 al secondo, rendendo non più rinviabile una legge che cerchi di porre un freno a questa folle corsa.
Tutte cause che potrebbero essere affrontate con una normativa ordinaria oppure facendo in modo che quelle esistenti trovino piena e convinta applicazione, sia a livello nazionale che nelle istituzioni amministrative periferiche. Diversamente dalla quasi unanimità con cui il Senato ha licenziato favorevolmente la modifica dell’art. 9 della Costituzione, l’applicazione concreta delle misure di conservazione, o la legge sul consumo di suolo, non ulteriormente rinviabile e altre, vedono arroccamenti ostili, spesso trasversali a numerose forze politiche.

Il rilancio della legge quadro 394/92 sulle aree protette, abbandonate ad un mesto declino, oppure l’applicazione dei piani di gestioni delle aree appartenenti alla Rete Natura 2000, il contrasto alla diffusione di specie alloctone, l’abbandono di velleità locali di un turismo di rapina, soprattutto legato agli sport invernali, sono tutte misure che possono e devono essere applicate senza mettere mano alla Costituzione.
Il rischio che si corre con una modifica così importante della Carta Costituzionale è che si vada a depotenziare uno dei più elevati principi di tutela, quello del paesaggio, e con esso tutte le sentenze prodotte dalla Corte Costituzionale negli anni, per deragliare su una via incerta se non addirittura pericolosa.

La riscoperta delle montagne

Il progredire dei cambiamenti climatici impone di iniziare fin da subito a programmare una nuova gestione dei territori, in particolare delle zone più esposte alle variazioni ambientali. Fra queste ci sono le aree montane, che occupano una porzione rilevante del territorio nazionale e sono a rischio sotto molteplici aspetti, a partire dalla riduzione dei ghiacciai, il cui assottigliamento costante ne fa prevedere la scomparsa entro pochi decenni, con la conseguenza di azzerare le risorse idriche in essi contenute e dunque anche la possibilità di mitigare i fenomeni siccitosi, destinati a diventare più frequenti e durevoli con l’aumento delle temperature medie. Un esempio fra i tanti che fa capire bene come ciò che avviene in montagna ha poi ripercussioni nelle valli e nelle pianure, ragion per cui tutelare le “Terre Alte” è interesse di tutti, non soltanto delle comunità montane che le abitano.

Le montagne vengono troppo spesso viste come zone remote, a causa delle oggettive difficoltà di collegamento e della mancanza di servizi, motivi che ne hanno determinato il progressivo spopolamento, con la discesa dei suoi abitanti verso le pianure più fertili o direttamente verso le zone urbane con le loro fabbriche, gli uffici, i luoghi di aggregazione. Un fenomeno migratorio interno tutt’altro che minimale, che ha provocato la desertificazione di borghi e vallate, con il conseguente abbandono dei territori all’incuria e al degrado.

Oggi però assistiamo a una certa inversione di tendenza, causata da molteplici fattori, che ha portato alla riscoperta della montagna, almeno per quanto riguarda la fruizione turistica, piuttosto che per il reinsediamento vero e proprio. Un tempo, le montagne erano uno dei luoghi privilegiati per la “villeggiatura”, quando d’estate chi poteva saliva in quota per sfuggire alla canicola che stremava la pianura. In Piemonte, terra di confine fra Alpi e Pianura Padana, il fenomeno era particolarmente diffuso: le valli limitrofe alla città di Torino vedevano un massiccio afflusso di turisti in cerca di refrigerio, dall’alta borghesia che poteva permettersi appunto di “andare in villa”, quella che oggi sarebbe una lussuosa seconda casa, agli strati popolari che si arrangiavano nelle numerose locande e taverne, o che mandavano almeno i figli nelle colonie di media montagna. Chi non poteva allontanarsi troppo, si dirigeva perlomeno verso la collina torinese, vero polmone verde accessibile appena oltre la destra orografica del corso cittadino del Po. A partire dal secondo dopoguerra l’industrializzazione ha iniziato a richiamare verso le città le genti delle valli e delle campagne, un fenomeno migratorio poco considerato perché soverchiato dagli imponenti arrivi dal Sud dell’Italia, che in termini numerici erano enormemente superiori. Tuttavia, non c’è dubbio che tale flusso abbia comportato una vera e propria mutazione societaria e persino antropologica della popolazione nazionale. Quello che era stato fino a pochi anni prima un popolo di contadini diventava una cittadinanza di operai e “mezze maniche” impiegatizie, mano d’opera per un’industria in espansione e un settore dei servizi in embrione.

Nelle campagne, il fenomeno è stato quasi totalmente compensato dalla meccanizzazione: l’avvento di trattori, mietitrebbie e macchine agricole in genere ha sostituito senza troppi problemi le masse di braccianti un tempo necessarie per la coltivazione delle terre. Discorso analogo per l’allevamento, con le fattorie trasformate poco per volta in allevamenti intensivi, vere e proprie “fabbriche di carne” che rispondono a logiche industriali di produttività e taglio dei costi di produzione. Una strategia evidentemente non attuabile in montagna, o perlomeno non su scala così diffusa. Le colture sono differenti da quelle della pianura, le pendenze dei terreni consentono solo in minima parte l’utilizzo di mezzi meccanici e le mandrie in transumanza e in alpeggio richiedono la presenza del pastore a tempo pieno. Una vita dura, dove la tecnologia poteva aiutare ben poco. Ecco allora che le prospettive di comodità e benessere a portata di mano offerte dalla vita cittadina hanno indotto molti giovani a non portare avanti le attività di genitori e nonni, lasciando la montagna al suo destino per integrarsi nella vita urbana.

Per un po’ la montagna ha continuato a reggere come luogo di svago e di vacanza, anche se di gran lunga inferiore, come numero di presenze, rispetto alle località di mare. Un turismo in gran parte di prossimità, praticato da fasce di popolazione crescenti, che conquistavano progressivamente spicchi di benessere, durante e poco dopo gli anni del boom economico. Ma con il crescere delle disponibilità economiche, con il consumismo e l’avvento di prospettive globali, le cose cambiano. I viaggi un tempo appannaggio delle classi abbienti diventano accessibili a tutti e il turismo di massa si sposta verso lidi esotici, villaggi vacanze tutto incluso, tour in Paesi lontani, mentre i paesi vicini, quelli delle vallate alpine, vengono in genere dimenticati, salvo le stazioni sciistiche, attive però solo nella stagione invernale. Per qualche decennio, la montagna scompare dall’immaginario del grande pubblico, salvo un discreto numero di sciatori e pochi alpinisti ed escursionisti, mentre le località balneari e le destinazioni esotiche monopolizzano le preferenze turistiche. Anche le case ereditate da nonni e genitori, memoria delle origini, vengono trascurate a vantaggio di sistemazioni più confortevoli e località più attraenti.

Ma in quest’ultimo periodo si assiste a una inversione di tendenza. Le mutate condizioni economiche, sociali e persino geopolitiche hanno portato a riscoprire la montagna, sia quella “alla moda” , sia quella di prossimità. È mutato innanzitutto il contesto internazionale: molte località un tempo turistiche sono diventate inaccessibile o fortemente sconsigliate, a causa di conflitti o del crescere dei fondamentalismi, basti pensare all’Egitto o alla Turchia, mete molto gettonate fino a pochi anni fa. Anche le disponibilità economiche di fasce sempre più elevate di popolazione sono state progressivamente erose da un impoverimento diffuso che avanza costantemente, a volte in modo impercettibile, altre con crisi di portata planetaria. In ultimo, la pandemia globale esplosa nel 2020 ha reso estremamente problematici e rischiosi gli spostamenti. Tutto ciò, unito al progressivo surriscaldamento delle temperature medie, ha portato a rivolgere nuovamente l’attenzione verso i monti, dove le generazioni precedenti (ma anche i meno giovani fra noi, nella loro infanzia) potevano trovare refrigerio senza dover ricorrere all’(ab)uso dei condizionatori, apparecchi altamente energivori, ma che alcuni ritengono indispensabili per la sopravvivenza. In più, le montagne offrono una qualità dell’aria e dell’ambiente che nessun climatizzatore domestico può neanche lontanamente replicare.

Ecco allora che la montagna è destinata con ogni probabilità a vedere crescere in maniera significativa il turismo di massa, come già si è visto nelle ultime due o tre estati. Del resto, le stazioni sciistiche da tempo si sono attrezzate per essere attrattive anche nella stagione estiva, ma troppo spesso hanno ceduto a una visione eccessivamente “ludica” della montagna, con relativa presenza di infrastrutture e di un turismo non consapevole di cosa sia lo spirito di questi luoghi. Allo stesso tempo molti hanno riscoperto le seconde case, per alcuni quelle di famiglia dimenticate per un certo tempo, magari perché situate in vallate con minore vocazione turistica, per molti altri quelle costruite o acquistate nelle località più frequentate, luoghi che non di rado presentano situazioni di espansione edilizia e cementificazione analoghe a quelle di certe periferie urbane.

Se il turismo di massa “riscopre” le valli e i monti dove le generazioni precedenti si recavano in villeggiatura può senz’altro essere positivo per le ricadute economiche e per incentivare attività in zona che frenino lo spopolamento di queste aree, o addirittura ne incentivino il ripopolamento. Al tempo stesso però, il rischio tutt’altro che remoto è quello di snaturare le caratteristiche di questi luoghi e andare a impattare ancora di più sugli equilibri ecologici di un ambiente già in sofferenza a causa dei mutamenti climatici. Il progressivo riavvicinamento alle montagne è dunque un fenomeno potenzialmente positivo, ma che va governato con attenzione ed equilibrio, per evitare di compromettere un ecosistema che può invece, se adeguatamente preservato, offrirci una grande quantità di risorse economiche e ambientali utili ad affrontare gli stravolgimenti climatici e socio-economici che ci attendono nel prossimo futuro

Crescita o progresso?

Nel momento in cui la crisi pandemica allenta la sua morsa e lascia intravedere una possibile uscita dall’emergenza sanitaria, torna in primo piano la crisi economica provocata dall’epidemia e dalle drastiche misure di contenimento adottate per rallentarla. E ancora una volta si ripropone l’imperativo della “crescita”, la ricetta che da decenni domina in campo economico e con la quale si pensa di far ripartire le attività produttive. Eppure ormai dovrebbe essere chiaro che non si può teorizzare e pensare di mettere in pratica una crescita infinita in un sistema circoscritto quale è il pianeta Terra.

Questa consapevolezza ha ormai travalicato la ristretta cerchia degli ambientalisti e della comunità scientifica, tanto che la stessa Unione Europea l’ha ratificata mettendola nero su bianco nel rapporto “Growth without economic growth” (“Crescita senza crescita economica”) redatto dell’EEA - European Environment Agency, l’Agenzia Europea dell’Ambiente – insieme alla rete europea di informazione e osservazione ambientale Eionet, che presenta dati, analisi e proposte rivolte ai decisori politici e alla società civile.

Il rapporto prende atto del fatto che cambiamento climatico e perdita della biodiversità sono conseguenze dirette di una crescita economica in accelerazione, che divora le risorse a un ritmo fatalmente insostenibile, dunque che occorre impostare un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. La filosofia della “crescita”, inculcata per decenni nel nostro immaginario socio-economico, è ormai profondamente radicata nella nostra quotidianità, nei nostri consumi e stili di vita. Per cui è davvero difficile impostare un cambio di rotta che, tuttavia, è sempre più necessario.

L’Europa, nonostante i molti problemi presenti e la contestazione serpeggiante, resta la porzione di mondo dove si vive meglio, con tutele sociali e livelli di benessere elevati e diffusi. La sfida è mantenere questi standard sganciandoli dall’assioma della “crescita” a ogni costo, basata sul consumismo e sul materialismo, la cui conclamata insostenibilità potrebbe far collassare il sistema in tempi nemmeno troppo lunghi. In altre parole, occorre capire che “progresso” e “crescita” non sono affatto sinonimi e che è possibile vivere bene anche consumando meno, senza confondere il ben-essere con il ben-avere.
Il problema è capire se e quanto siamo disposti a modificare i nostri consumi e stili di vita per arrivare davvero a quella sostenibilità che a parole vogliamo tutti, ma che nei fatti perseguiamo in pochi. Senza rinunciare, beninteso, ai livelli di qualità della vita ai quali siamo abituati, ma semplicemente imparando a fare le cose in modo differente.
Il Green Deal lanciato dall’Unione europea vuole essere di stimolo anche in questo senso, con una svolta che non sia solo produttiva ed economica, ma anche sociale e culturale, ovvero vissuta dai cittadini in maniera matura e consapevole e non come una imposizione “dei burocrati UE” o di qualche fantomatica lobby ecologista e radical chic.
Il cambiamento deve avvenire in modo graduale e gestito democraticamente, costruendo una maggioranza consapevole di questa necessità, ma al tempo stesso deve essere anche relativamente veloce, perché il tempo a disposizione dell’umanità per evitare il peggio sta per scadere.

In particolare l’Europa, pur vivendo una certa stagnazione demografica, evidenzia un costante aumento dei consumi dovuto alla presenza di una vasta classe media relativamente benestante e con un potere d’acquisto ancora piuttosto elevato, fattori che allargano la sua impronta ecologica ben al di fuori dei confini geografici continentali. Al tempo stesso, la quantità di materiale effettivamente avviato al riciclo si attesta su un modesto 12% (dato del 2019). Ne consegue che l’UE ha un forte impatto sulle risorse, produce un’enorme quantità di rifiuti e difficilmente potrà raggiungere gli obiettivi di sostenibilità che essa stessa si è posta sugli orizzonti del 2030 e 2050.

Occorre dunque sganciare l’idea di progresso da quella di crescita economica, un processo culturale prima ancora che politico, che deve lasciare da parte lo “sviluppo” effimero e insostenibile basato sul consumismo per recuperare gli stessi valori fondanti su cui è stata edificata l’idea di Europa unita: libertà, uguaglianza, democrazia, Stato di diritto, equità sociale.

Questa è la vera sfida, non l’aumento di un paio di punti di PIL buoni solo per aumentare i profitti di qualche multinazionale o del sistema creditizio. Se non riusciremo a scardinare il dogma della crescita sostituendolo con quello di un reale progresso della società e di realizzazione della persona, finiremo per perdere l’anima stessa dell’Europa. E comprometteremo del tutto le già ridotte possibilità di arrestare il riscaldamento globale e i mutamenti climatici destinati a sconvolgere l’ecosistema terrestre e a mettere a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana.

La Politica Agricola Comune che verrà... ma che ancora non si vede

Franco Rainini

In questi mesi è difficile sentire usare la parola agricoltura senza che sia accompagnata dall’aggettivo sostenibile. A parole (appunto) la prossima politica agricola comune europea (PAC), che sostituirà quella già scaduta all’inizio di quest’anno, dovrebbe essere condivisa ed ecocompatibile; in realtà rischia di emergere alla fine di un lacerante confronto istituzionale e di non rispettare (rimandandoli?) gli obiettivi fissati dalla Commissione UE.

Stiamo parlando di una cospicua questione. In termini economici si tratta di diverse centinaia di miliardi di euro, distribuiti in sei anni a percettori (agricoltori, ma anche latifondisti, consorzi, sistemi cooperativi di ogni tipo) dei ventisette paesi europei. In termini ambientali la descrizione più efficace di quello che ci stiamo giocando è presente in un rapporto della Corte dei Conti Europea dello scorso maggio, dall’illuminate presentazione: “La Corte osserva che il declino della biodiversità nei terreni agricoli continua nonostante le specifiche misure della PAC” (https://www.eca.europa.eu/it/Pages/NewsItem.aspx?nid=13859 con possibilità di leggersi e scaricarsi il rapporto in italiano).

Quando uscì questo rapporto in molti commentarono la tempestività, rispetto alla di poco precedente emissione da parte della Commissione delle due, ormai famose, strategie EUbiodiversity e Farm to Fork, la prima orientata a contenere la perdita di biodiversità, la seconda di attivare un modello virtuoso di agricoltura consapevole ed in grado di ridurre l’impatto sull’ambiente (https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal/actions-being-taken-eu/farm-fork_it, https://ec.europa.eu/environment/strategy/biodiversity-strategy-2030_it)

Secondo tali strategie entro il 2030 avremo raggiunto (insieme ad altri ambiziosi obiettivi puntualmente fissati) la riduzione del 50% del consumo di pesticidi e di antibiotici (questi in allevamento), la destinazione del 30% delle superfici agricole al biologico e del 10 % delle superfici delle aziende agricole ad aree che favoriscano la naturalità e la biodiversità.

Dopo la primavera promettente e l’estate segnata dalle prese di posizione non esattamente consonanti dal Consiglio europeo dei Ministri Agricoli (Agrifish) arrivarono le concrete delusioni autunnali espresse sia da Agrifish che dal Parlamento europeo, il quale a maggioranza votò un compromesso al ribasso, derivato da un accordo tra il partito socialista europeo, i macroniani e il partito popolare europeo, che raccolse l’appoggio di tutti i gruppi (compresi quelli euroscettici) ed esclusi i verdi europei e GUE/NGL. Si segnala che tra i parlamentari italiani il consenso fu quasi totale: contro la proposta votarono solo quattro eletti che abbandonarono il gruppo di appartenenza per passare ai verdi europei. Tra i parlamentari dei gruppi del Nord Europa il dissenso fu più diffuso, anche all’interno dei gruppi promotori.

Questo il commento nel comunicato del 21 ottobre 2020 della Coalizione #cambiamoagricoltura, a cui aderisce la nostra Federazione: “I ministri dell'agricoltura dell'UE hanno adottato una posizione sulla prossima Politica Agricola Comune (PAC) che demolisce la proposta della Commissione UE e nello stesso momento la maggioranza dei membri del Parlamento Europeo ha votato emendamenti peggiorativi della proposta di riforma della PAC. In entrambi i casi il risultato è stato molto deludente per gli scienziati, per le Associazioni di protezione ambientale e dell’agricoltura biologica ed i cittadini ed agricoltori virtuosi che rappresentano”.

Di grave delusione si trattava: tutti gli obiettivi delle strategie proposte dalla Commissione da raggiungere entro il 2030, erano espunti dalla PAC, rimandati agli anni successivi: una esplicito rigetto di quanto segnalato dalla Corte dei Conti e proposto dalla Commissione. La sintesi delle diverse posizioni proposte dalle istituzioni europee è diventata giocoforza difficile; nel confronto tra i soggetti (Commissione Agrifish e parlamento, il cosiddetto “trilogo”) non si è ancora arrivati ad una sintesi condivisa, mentre il peso delle lobby si fa sempre più evidente e pesante.

Purtroppo le lobby che contano non sono le organizzazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica ,in Italia rappresentate da #cambiamo agricoltura. Il sistema agroindustriale flette i muscoli e si fa sentire. Principale portavoce è purtroppo l’organizzazione che rappresenta i principali sindacati agricoli europei (COPA-COGECA). Questa è la sintesi delle pressioni esercitate da COPA-COGECA sul trilogo: “Vogliamo il massimo dei pagamenti diretti, vogliamo il minimo di eco-schemi, vogliamo massima flessibilità sugli eco-schemi, vogliamo che le misure cui gli agricoltori dovranno ottemperare siano misure che già stanno adottando”. Questo atteggiamento, non incoerente con la posizione del Parlamento ed Agrifish, ha portato al fallimento dei negoziati del trilogo, che si prepara a una nuova serie di incontri, il cui risultato rischia di peggiorare ulteriormente.

Il problema alla base dell’immanente disastro è l’incapacità di rappresentare le esigenze diffuse della società civile, rispetto a quelli concentrati ed organizzati di un gruppo limitato, ma potente e coordinato di rappresentanti dei latifondisti (quelli che si oppongono a un limite massimo di sussidi a favore di un solo soggetto), rappresentanti delle società che utilizzano i prodotti agricoli (interessate all’acquisto di prodotti a basso prezzo e con qualità spesso solo formalmente garantita) e i produttori di macchine e materiali per l’agricoltura (interessati a vendere prodotti costosi, magari in quantità esuberante la necessità e spesso con un impatto negativo sull’ambiente). Le esigenze di questi soggetti non sono necessariamente coerenti con quelle della maggior parte degli agricoltori, che devono in primo luogo fronteggiare la drammatica riduzione dei propri redditi, provocata dalla continua riduzione in termini di moneta reale (e spesso anche di moneta corrente, cioè al lordo dell’inflazione) dei prezzi delle derrate agricole. In Italia l’attuale prezzo del latte alla stalla è inferiore a quello pagato una trentina di anni fa e grossomodo uguale a quello dell’inizio degli anni ’70, non molto diversa o peggiore la situazione dei cereali, per non parlare della carne, in particolare quella avicola.

La posizione di COPA COGECA è quindi favorevole a chi è causa della difficile situazione degli agricoltori piccoli e medi: questa politica provoca in Italia una continua erosione del numero di aziende agricole, la concentrazione in aziende più grandi, con necessità di adottare tecniche e macchinari incompatibili con la conservazione del paesaggio agrario tradizionale e una idea di sostenibilità solo economica. In questa luce deve essere valutata l’avversione per l’agricoltura biologica, espressa recentemente da esponenti del Senato della Repubblica Italiana in occasione del dibattito riguardante il Progetto di Legge sull’agricoltura biologica (http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/51061.htm).

Quando misure di minore impatto ambientale sono proposte in questo quadro economico - che vede le necessità di salute e ambiente dei consumatori e degli agricoltori compresse e sacrificate agli interessi concentrati dell’agroindustria - si tratta spesso di modi di produrre che richiedono grandi investimenti e rispondono in modo solo parziale ai bisogni di una nuova agricoltura; ne sono esempi la coltivazione di precisione e l’agricoltura conservativa, le quali non sono sganciabili dall’utilizzo dei pesticidi e di grandi macchine agricole, con richieste di potenza spesso superiori a quelle dell’agricoltura tradizionale.

Un modo diverso di produrre esiste, mantenendo un’elevata presenza di biodiversità naturale e agricola, garantendo adeguati margini di redditività alla generalità delle aziende, fornendo prodotti buoni e a costi accettabili per i consumatori, esiste ed è già comune in molte aziende delle filiere agricole biologiche e biodinamiche.

Con buona pace dei difensori dei modelli tradizionali e degli auspici di avere in Italia le colture transgeniche già corresponsabili della deforestazione in America Latina, il sistema agricolo italiano è in parte significativa sganciato dall’uso dei pesticidi, contemporaneamente questa tendenza è penalizzata dall’afflusso di aiuti pubblici a pioggia che in quota maggiore sostengono modelli agricoli intensivi destinati ad essere trasferiti agli attivi di bilancio dei produttori di gliphosate e di trattori da 250 kW e più. È questo ciò di cui hanno bisogno l’Europa e l’Italia?

Nel nostro paese si gioca una battaglia non meno importante sul fronte della politica Agraria. Nel dibattito delle istituzioni dell’Unione l’Italia ha finora assunto una posizione molto conservatrice e contraria alle scelte reclamate dalle strategie europee. Ora si debbono declinare gli indirizzi comunitari nel Piano Strategico Nazionale (PSN) e definire quali pratiche, migliorative dal punto di vista della sostenibilità ambientale, possono essere premiate con una quota dei sostegni diretti agli agricoltori: si tratta dei cosiddetti Ecoschemi, una rilevante e potenzialmente positiva novità della nuova PAC.

Sfortunatamente le stesse pressioni in opera nell’Unione operano anche in Italia, dove alcune contraddizioni del sistema agrario sono più nette ed evidenti: difficile immaginare un’effettiva possibilità di migliorare il sistema agricolo presente in ampie aree dell’Italia settentrionale, basate sull’allevamento intensivo di bovini da latte, suini e pollame , quest’ultima categoria allevata generalmente in aziende prive di attività di coltivazione connessa e totalmente dipendente da mangimi acquistati fuori dall’ambito dell’azienda agraria, con le conseguenti ricadute ambientali, anche per lo “smaltimento” della pollina.

Di conseguenza il confronto su Ecoschemi e PSN è difficile e imbarazzante, le puntuali prescrizioni poste dalla Commissione UE spingono a obiettivi ambientali più alti, ma le resistenze sembrano prevalere. Dopo un avvio che sembrava promettente il tavolo di confronto dedicato a questo scopo non si è mai avviato, la preoccupazione di #cambiamoagricoltura è espressa in alcuni comunicati stampa, per la verità non molto raccolti da un sistema di media che è generoso definire disattento: “La Coalizione #Cambiamoagricoltura attende risposte dal Ministro Stefano Patuanelli, auspicando maggiore trasparenza ed un reale e sostanziale coinvolgimento del partenariato economico e sociale nella redazione del Piano Strategico Nazionale, non solo formale per superare l’esame della Commissione UE, nonché un impegno dell’Italia a spingere il Consiglio verso posizioni più ambiziose per non far naufragare del tutto le timide ambizioni ambientali di questa PAC e la possibilità di raggiungere i target fissati dal Green Deal Europeo”.

Le proposte che la coalizione intende portare al tavolo di confronto rappresentano le preoccupazioni sopra espresse e si basano sul riconoscimento di una gerarchia di valore delle misure ben espresso in un recente documento della Società Europea di Agroecologia (Agroecology Europe).

Si tratta in sostanza di discriminare proposte che comportano solo un incremento di efficienza (ad esempio l’agricoltura di precisione), da quelle che costituiscono un cambio di tecnica (come l’agricoltura con minimo movimento terra, cosiddetta conservativa, su cui però pesa l’uso massiccio del diserbo chimico), per arrivare, è il caso dell’agricoltura biologica e della stessa agroecologia ad una riprogettazione del sistema agricolo). Queste ultime dovrebbero dunque essere favoriti nella forma di sostegno attraverso gli ecoschemi.

Vale per gli Ecoschemi la sintesi fatta da Paolo Mosca agricoltore e attivo esponente di Pro Natura del Vercellese, che rappresenta la nostra Federazione in #cambiamoagricoltura: “Gli ecoschemi devono favorire chi fa più di quanto già richiesto per l’ambiente”, una posizione opposta a quella espressa da COPA COGECA, che segna la differenza tra la burocrazia succube dell’agroindustria e quella dei comuni cittadini”.

Note finali. Rileggendo il testo sopra è evidente che chi scrive non è riuscito a rendere in modo comprensibile ed efficace un tema tanto importante e vicino agli interessi di tutti ed anche alla missione della Federazione Nazionale Pro Natura. La PAC è un argomento ostico e complesso, non certo perché le cose di cui si occupa siano particolarmente complicate in sé, quanto per l’enorme accumulo di atti documentali, articoli, prese di posizione, comunicati che sono prodotti a riguardo, immagine degli enormi interessi in ballo, ben oltre le stesse somme stanziate dall’Unione, fino a riguardare l’intera massa di denaro che gira intorno all’agroalimentare a alle filiere collegate.

Parte della confusione è forse dovuta all’intreccio di obiettivi che la PAC si pone, e che sono sanciti anch’essi, da trattati, regolamenti e piani strategici, la stessa UE nello schema riportato qui sotto li riporta, ecumenicamente, con eguale importanza e dignità. Forse sarebbe opportuno stabilire una gerarchia e individuarne connessioni e vincoli reciproci, forse se ne potrebbero trovare altri, come il divieto di importare materie prime esportando degrado ambientale... Può essere il compito del movimento che propone una diversa più trasparente e condivisa politica agraria.

5 giugno - Giornata Mondiale dell'Ambiente

Riccardo Graziano

Sono passati quasi 50 anni da quando nel 1972 l’ONU, in occasione dell'istituzione del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP), ha proclamato il 5 giugno “Giornata mondiale dell'ambiente”, celebrandola poi per la prima volta nel 1974, all’insegna del motto Only One Earth - Una Sola Terra.
Un monito validissimo ancora oggi, perché abbiamo un solo Pianeta a disposizione e se lo devastiamo ne paghiamo le conseguenze anche noi, inteso come intera specie umana. Tuttavia, in questo mezzo secolo, dal punto di vista ambientale le cose non sono andate per niente bene.
Il fatto è che non basta segnare una data sul calendario e dedicarla a un tema specifico, se poi non si lavora ogni giorno nella giusta direzione. Certo, è importante richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione su determinati argomenti, ma l’istituzione di queste “giornate” è ormai inflazionata, se ne celebrano oltre un centinaio nel corso dell’anno, da quella per la giustizia sociale a quella sui legumi, dunque il rischio è di perderne il significato e farne un simulacro ipocrita per far vedere che ci si occupa di un problema quando nella realtà non è così.

Se questa affermazione dovesse sembrarvi troppo cruda e pessimista, basta analizzare ciò che è successo all’Ambiente da quando è stata proclamata la “giornata” che dovrebbe ricordarci di proteggerlo, iniziando dal surriscaldamento globale, problema ormai arcinoto, ma per il quale si fa ancora troppo poco, nonostante sia ormai evidente come esso abbia già oggi pesanti ripercussioni sulla vita delle persone e anche sull’economia, mentre un domani potrebbe mettere addirittura a rischio la nostra stessa sopravvivenza. In questi cinque decenni la temperatura media globale è salita di circa mezzo grado centigrado, ma l’Italia si surriscalda più velocemente di altre regioni e nel 2014 è stato registrato un aumento di quasi un grado e mezzo rispetto al trentennio 1970 – 2000. L’aumento è indotto principalmente dell’effetto serra provocato dall’immissione di anidride carbonica (CO2) in atmosfera a causa delle attività umane, nello specifico l’utilizzo di combustibili fossili e la crescente deforestazione. In epoca preindustriale, la concentrazione di CO2 era di 280 parti per milione (ppm); negli anni settanta del secolo scorso si era già arrivati intorno alle 330 ppm, ma da allora abbiamo peggiorato parecchio e ormai si sfiorano le 420 ppm, segno che non ci siamo impegnati per nulla a invertire la tendenza, anzi abbiamo addirittura accelerato.

Discorso analogo per la plastica, nata negli anni ’60 del novecento e che nel 1970 iniziava la sua espansione inarrestabile: allora, la produzione mondiale poteva essere stimata intorno ai 20 milioni di tonnellate annue, oggi siamo arrivati a 310 milioni, di cui una porzione rilevante adibita al monouso. Se consideriamo che solo una minima parte della plastica immessa in commercio viene effettivamente riciclata, ne consegue che un’enorme quantità rimane nell’ambiente, quando va bene in discarica o nei fumi degli inceneritori, altrimenti dispersa su terreni e corsi d’acqua, comunque fatalmente destinata a finire in mare. Da lì, ritorna poi al mittente attraverso la catena alimentare, a partire dal plancton fino ai pesci che portiamo sulle nostre tavole. Proseguendo di questo passo, nel giro di pochi lustri la quantità di plastica in mare sarà superiore a quella di pesce, tuttavia la previsione è quella di aumentare ancora la produzione.

Discorsi analoghi possono essere fatti per la deforestazione, che avanza implacabile, per lo scioglimento dei ghiacci, per la perdita di biodiversità e altre questioni globali di grande rilevanza, che finiscono per impattare anche sulle nostre vite. È noto per esempio che la causa principale dell’emergere di nuove malattie è il cambio di destinazione d’uso dei suoli, ovvero la trasformazione di habitat naturali in coltivazioni intensive o zone urbanizzate, fattore che provoca promiscuità fra fauna selvatica e animali domestici, con possibile trasmissione di virus sconosciuti. Anche gli allevamenti intensivi  amplificano i fattori di rischio, perché fungono da incubatori per microorganismi e mutazioni che possono a volte effettuare lo spillover, il salto di specie, arrivando a infettare l’uomo.

Di tutto questo i decisori politici si occupano troppo poco e l’opinione pubblica ancora meno, anche se nell’ultimissimo periodo la sensibilità ambientale sembrerebbe aumentata. Ma spesso si tratta di un atteggiamento di facciata, buono per attirare consensi o impostare campagne commerciali, quello che in gergo viene definito greenwashing, “lavaggio verde”. Poi, se vai a vedere come stanno veramente le cose, ti accorgi che la filosofia è quasi sempre quella del business as usual, affari come al solito, senza una vera svolta ecologista. È l’accusa che viene mossa da più parti anche al PNRR, il Piano di Ripresa e Resilienza con il quale l’Italia dovrebbe indirizzare i fondi europei del Next Generation EU in un’ottica di transizione ecologica, ma che rischiano di essere l’ennesima occasione sprecata.

Si potrebbe fare una carrellata infinita di brutti esempi mostrati dalla politica a ogni livello, dai comuni al governo centrale, e peggio ancora succede nel mondo “produttivo”, dove si moltiplicano i comportamenti illeciti, dallo spargimento di fanghi tossici sui campi coltivati ai roghi di capannoni pieni di rifiuti.

Ma per questa Giornata dell’Ambiente ci piace ricordare il leader che più di tutti è conscio del problema e si batte in prima persona per alzare il livello delle coscienze, quel papa Francesco che all’ecologia ha dedicato la sua Enciclica Laudato Sì, analisi minuziosa e onnicomprensiva dei disastri ambientali in corso e dei possibili rimedi. Ma ha fatto anche qualcosa di concreto, nel minuscolo Stato che amministra: la Città del Vaticano è uno dei territori più sostenibili del mondo, con una grande attenzione al risparmio energetico, alla gestione dei rifiuti, al consumo di acqua. Sono banditi i pesticidi, la raccolta differenziata è elevata, gli impianti di illuminazione a basso consumo. Insomma, un modello di gestione encomiabile e da seguire. Solo che lo Stato pontificio è minuscolo, mentre i giganti della Terra non sono altrettanto attenti, anzi contribuiscono a peggiorare le cose.

C’è bisogno di fare molto di più, in fretta. Questo decennio è decisivo, se si vuole invertire la rotta in senso sostenibile e provare ad arrestare la devastazione del pianeta, poi sarà comunque troppo tardi per evitare la catastrofe ecologica che progressivamente peggiorerà la vita di tutti noi e delle generazioni future. È imperativo che la Giornata dell’Ambiente sia tutti i giorni, nei nostri comportamenti quotidiani e nel nostro stile di vita.

Apro gli occhi e vedo

Sofia Filippetti

Apro gli occhi e vedo: la Natura.

Le foglie di smeraldo che si allungano come mani che tentano di acchiappare le nuvole, la luce che filtra attraverso le forme, le braccia di corteccia che si distendono pigramente circonvolute verso il cielo, le nervature che scivolano sul tronco e si conficcano sotto il terreno, a raggiungere radici misteriose, cervella che sembrano sorreggere il mondo sul quale camminiamo.

Che poi il mondo intero c’è davvero sugli alberi: api che ronzano, formiche laboriose, frutti come gemme preziose, rampicanti come abiti, fiori al pari di gioielli, nidi d’uccelli appollaiati a scrutare l’orizzonte… Il mondo intero c’è davvero sugli alberi, in questi scrigni di biodiversità unici, differenti gli uni dagli altri, che creano una raffinata rete di connessioni, geometrie, forme, collegamenti sopraffini di cui rare volte ci accorgiamo.

Apro gli occhi e vedo: la Natura in città.

All’apparenza sembra essere così fuori posto, così bislacco e assurdo, trovare vegetazione laddove mi sono abituata a vedere e trovare una distesa di cemento grigio. C’è il verde, invece. C’è il verde anche in città. E più lo osservo, più lo ammiro, più mi lascio affascinare, più mi rendo conto che non potrebbe essere altrove. La Natura in città. La città nella Natura. Perché anche noi siamo questo, no? Siamo città, siamo Natura. Siamo esseri viventi esattamente come quelle piante che, talvolta, ci potrebbero sembrare alieni inerti. Magari alieni lo sono sul serio, ma inerti no. Quello mai. Le piante sono fatte così: silenziose danzatrici statiche che permettono anche a noi di crescere rigogliosi e fieri su questa Terra.

Che poi la Terra viene definita come pianeta blu, sì, ma a guardarlo bene è pure verde. Tanto verde. Forse perché il verde è il colore della speranza, forse perché il verde è il colore della linfa vitale che troppo spesso diamo per scontata. Il simbolismo dell’ecologia è qualcosa di complesso, esattamente come lo sono le protagoniste indiscusse, i pilastri degli habitat, del globo.

Il verde in città ci deve proprio stare. Perché il verde, in città, ci permette di respirare. Leggetela come preferite, in ogni modo, con tutti i sottintesi che vi vengono in mente. Perché è così da ogni prospettiva: il verde ci permette di respirare. Ci permette di raccogliere le idee, risvegliando in noi quell’innato senso della biofilia che s’è insinuato in tempi antichi dentro i nostri geni e s’è sviluppato assieme a noi, a permettere un’attenzione che si riposa e si rigenera nel guardare la Natura, permettendoci di essere più svelti, concentrati, rinvigoriti dentro alle sinapsi. Ci permette di assimilare ossigeno, la vegetazione, attraverso le eleganti reazioni chimiche che avvengono nelle infinitamente piccole cellule che la compongono. Lo sapevate, voi, che l’ossigeno è in realtà un elemento di scarto? Che l’ossigeno è ciò di cui necessitiamo per funzionare? Lo sapevate, voi, che senza le piante l’atmosfera non si sarebbe mai sviluppata come la conosciamo oggi? Lo sapevate, voi, che le piante possono vivere tranquillamente senza di noi ma noi non possiamo vivere senza di loro? Quando l’ho scoperto, quando ho scoperto tutto questo, non potevo crederci. Perché, a ben pensarci, l’essere umano è sempre stato più attratto da ciò che è dinamico, che è più vicino a lui, che riconosce come tale, come animale. Mentre i vegetali, oh, sono così diversi da noi! Sono autori di trame che non siamo in grado di individuare con esattezza né con immediatezza. Crescono ogni attimo di più, e a stento ce ne rendiamo conto. Ci permettono di esistere, e non facciamo nulla per ringraziarle. Anzi, talvolta le troviamo persino fastidiose. Talvolta troviamo irritante il loro ciclo vitale, la loro stessa esistenza, le radici che rompono l’asfalto per raggiungere la superficie. Talvolta non le vorremmo.

Potrei quasi definirlo un rapporto di odi et amo, quello che noi esseri umani abbiamo con le piante.
Odi: quando ci intralciano, quando le riteniamo pericolose, instabili, quando non ci danno quello che vogliono. Et amo: quando ci ricordiamo che senza di loro non potremmo esistere, che i nostri polmoni sono legati alle fotosintesi che solo loro sono in grado di portare avanti, quando ci rifugiamo sotto la loro ombra in un’afosa giornata soleggiata, quando raccogliamo fiori e frutti, quando abbelliscono il paesaggio. Che poi mica è tutto qua. Mica è tutto qua il motivo di quel “et amo”. È solo che non ci pensiamo. È normale, no? Noi siamo così presi dalle nostre vite, dalla nostra quotidianità ripetitiva, da non renderci conto di tutte le altre funzioni che le piante hanno. Certo, abbiamo cercato di inquadrare e raccogliere il tutto dentro il – talvolta sterile e riduttivo – concetto di “servizio ecosistemico”, come se le piante, no?, le avessimo assunte noi, come se avessimo deciso noi cos’è che fanno e cos’è che non fanno, come se noi facessimo un favore a loro a lasciarle vivere…

Non ce ne rendiamo conto, non completamente: sono troppo misteriose. Sono troppo particolari, distanti dal nostro essere, dalla nostra fisiologia, e forse è per questo che, con una certa arroganza, ci piazziamo lì ad ignorarle o a definirle, talvolta, sbagliate. Alle volte siamo davvero troppo piccoli, troppo sciocchi, troppo limitati. Le piante esistono da prima di noi, continueranno ad esistere anche dopo di noi, è un dato di fatto. E continueranno a fare quello che hanno sempre fatto. Con o senza di noi.

La questione è che, magari, finché ci siamo, sarebbe il caso di apprezzare. Apprezzare il fatto che, dentro le città, ad esempio, è stato dimostrato (ma scommetto che lo avete tranquillamente provato anche voi sulla vostra pelle, senza studi scientifici di alcuna sorta) che gli alberi assorbono fino a 6-7 °C, rinfrescandoci con le loro chiome rigogliose; che assorbono inquinanti, fino al 20% del particolato prodotto dal nostro impatto antropico; riducono i danni di alluvione con le loro radici che trattengono il terreno; hanno effetti psicologici positivi, ché il luogo verde è sinonimo anche di aggregazione, di incontro… e potrei continuare all’infinito, sul serio. Però mi preme sottolineare una cosa, e cioè che: le piante non sono invincibili. No. Come ogni essere vivente, d’altra parte, anche loro sono suscettibili e soggette ai danni. Danni che, troppo spesso, facciamo noi. Per esempio, a star dentro un habitat come quello della città, è difficile. Difficile perché l’inquinamento è troppo, perché il loro spazio vitale non è rispettato. Perché certe volte ci arroghiamo il diritto di poterle soffocare, noi, queste piante. Ci arroghiamo il diritto di piazzarle lì e di gettare attorno a loro una valanga di cemento, aspettandoci, poi, che crescano come lo desideriamo noi. Allora sì che la pianta finisce per appassire, perché il suo spazio vitale non è rispettato. E se non appassisce, perché la pianta è tenace, è testarda, allora troviamo le radici che salgono in superficie, alla ricerca di nutrimento, di acqua, di aria, ché là sotto non ci si sta proprio, non si ha spazio di manovra, è tutto troppo impermeabile. Allora ci lagniamo, ci lamentiamo, perché poi l’asfalto non è tutto dritto, perché l’albero non se ne sta nel quadrato che gli abbiamo disegnato noi, perché l’albero ha bisogno di troppo, secondo la nostra ottica antropocentrica. Ma la verità è che star dentro una città non è facile. Non è facile perché si è soggetti a continui input, ad una routine che si ripete costantemente, ogni giorno, perché la crescita non è lineare, ma tortuosa, perché ci sono tante, troppe variabili di cui tenere conto. Allora dobbiamo aiutarle, noi, le piante. Dobbiamo aiutarle con la manutenzione, con la cura. Un po’ come noi curiamo il nostro corpo, così dobbiamo curare il corpo delle piante: acqua, attenzione, affetto e ogni tanto un taglio di capelli – pardon, di chioma! – ben fatto però, eh? Non quelle capitozzature che sono ferite inutili e dannosissime, con le quali abbiamo condannato tanti di questi meravigliosi esseri viventi ad un ingiusto declino… Dobbiamo aiutarle, le piante, a stare dentro la città, perché, se fosse per loro, probabilmente sarebbero già fuggite altrove. E invece no, invece se ne stanno qui, assieme a noi, a regalarci ossigeno e a salutarci quando il vento soffia tra le loro foglie. Se ne stanno qui, a rinfrescarci e a depurare l’aria, a donarci sprazzi di naturalità che altrimenti avremmo dimenticato. Se ne stanno qui, nonostante tutto. Dovrebbero stare qui, sopra tutto.

Ho fatto ricerche, ho seguito webinar, letto tanti libri, ascoltato molti esperti. Tutti concordano col dire che il verde in città è importante, che va preservato, protetto, incrementato. Tutti dicono che devono essere fatte manutenzioni, cure, che le piante devono poter crescere bene, laddove riescono meglio.
Ma se c’è qualcosa che ho imparato, tra gli appassionanti e professionali studi, oltre le dimostrazioni empiriche, oltre la lettura dei dati concreti, oltre il valore economico che si dà agli alberi, questo è che senza Natura non possiamo vivere. Perché noi siamo Natura quanto un albero. Non importa quanto proviamo a rinnegare, a sradicare e strapparci di dosso questa definizione, noi rimaniamo Natura.

Allora dovremmo anche essere Pro Natura. Con i fatti, non solo con le parole. Nella vita quotidiana, non solo nelle dissertazioni scritte, come questa.
Dovremmo essere Pro Natura ogni giorno, aiutandola, la Natura, a star meglio in città, nel nido che ci siamo costruiti.
Dovremmo essere Pro Natura nel nostro piccolo, nelle nostre abitazioni, nelle nostre regioni.
Dovremmo essere Pro Natura attivamente, a ricordare a noi stessi e agli altri di quella sensibilità che ci accomuna, volenti o nolenti, e ci lega l’un l’altro, tra di noi, con la vegetazione selvaggia e addomesticata.

Allora apri gli occhi e vedi: la Natura.