Alessandro Pignatti - Note in memoria
di Giovanni Cristofolini
Fra le personalità egregie che hanno segnato la botanica naturalistica italiana nell'ultimo mezzo secolo, trova posto senza dubbio Alessandro Pignatti (Venezia, 28 settembre 1930 – Roma, 13 giugno 2025).
E' difficile tratteggiare in poche righe una personalità così complessa come quella di Pignatti. Le note che seguono saranno necessariamente incomplete e soggettive. In particolare, queste righe non coprono il "periodo romano", dal 1982 alla fine, periodo in cui chi scrive non ha avuto con lui se non contatti saltuari.
Il primo avvicinamento di Pignatti alla botanica avviene a Pavia, negli anni 50 del secolo scorso, dove ha come maestro Valerio Giacomini. La scuola di Giacomini è un'eccezione in un panorama italiano della botanica sistematica e della fitogeografia ancora segnato dal pesante retaggio dell'autarchia culturale del "ventennio", dove si pubblica solo in italiano e si ignora la letteratura internazionale.
Pignatti, cosmopolita per vocazione, raccoglie subito con entusiasmo l'atmosfera "pavese". Il suo primo impegno scientifico è dedicato allo studio della sistematica del genere Limonium, che gli offre l'occasione di un soggiorno a Barcellona. Il confronto con l'ambiente internazionale lo porta a comprendere quanto la botanica sistematica e la floristica si siano evolute in Europa, e quanto sia superata l'impostazione della Flora di Adriano Fiori, vecchia di decenni, che ancora fa testo in Italia. Il superamento dei confini e lo spirito europeo - con una particolare attrazione per il mondo di lingua tedesca - saranno una costante della sua vita di ricercatore.
Sotto l'impulso del Giacomini, Pignatti si avvicina anche alla geobotanica: frequenta le scuole francese, svizzera, austriaca, ed abbraccia con entusiasmo le vedute di Josias Braun Blanquet e del pensiero fitosociologico - che è considerato alla stregua di eretico dalla vecchia scuola dominante in Italia. Questo lo porta a scontri culturali anche vivaci, a cui non si sottrae. Anche nell'abbracciare la fitosociologia, tuttavia, non è mai dogmatico, e non rifugge da atteggiamenti autonomi.
E' appena ventisettenne quando è chiamato a tenere gli insegnamenti di Botanica Sistematica e di Fitogeografia all'Università di Padova, E' una ventata di novità e di dinamismo quella che porta con sé; entusiasta e comunicativo, disinvolto nei modi, sa coinvolgere gli studenti e motivarli: le sue escursioni in campo con gli studenti sono leggendarie. Non è un caso che non pochi dei suoi allievi dell'epoca diventeranno botanici professionisti.
Dopo pochi anni, all'inizio degli anni sessanta, è chiamato a coprire la cattedra di Botanica, di nuova istituzione, all'Università di Trieste. Il periodo triestino, che si protrae per vent'anni, è certamente il più fruttuoso della sua carriera, ed il più innovativo. Al dinamismo Pignatti unisce la capacità di comprendere l'importanza di tutti i settori della botanica, e non solo quelli di sua più stretta competenza, dimostrandosi aperto alle innovazioni, dall'uso dei computer alle tecniche molecolari. Così in un piccolo Istituto monocattedra, mentre si continua a coltivare le ricerche più tradizionali di floristica regionale, si avviano ricerche di geobotanica e fitosociologia, con l'impiego di elaborazioni numeriche avanzate; di sistematica e tassonomia, con i primi approcci alla sistematica molecolare ed alla tassonomia numerica, all'epoca del tutto innovativi; di algologia, con l'applicazione della fitosociologia alla vegetazione sommersa (ancora una volta un'applicazione pioniera); di lichenologia; di fisiologia vegetale, per la quale ottiene l'istituzione di una cattedra ad hoc.
In questo periodo Pignatti si candida alla Presidenza della Società Botanica Italiana. Fu l'unico caso (a memoria di chi scrive questa nota) in cui si confrontarono candidature contrapposte, peraltro con una vis polemica senza precedenti. Per contrastare la sua candidatura comparvero perfino lettere anonime, ma fu eletto dalla maggioranza dei soci: mantenne la carica per due mandati, introducendo una serie di innovazioni che cambiarono in modo permanente la Società, rendendola più dinamica e vitale.
Mentre conduceva tutte queste attività (in un piccolo vetusto edificio, dalla statica pericolante), Pignatti nel suo studio, con la sola assistenza di una devota, instancabile segretaria, dedicava ogni minuto libero alla composizione della sua Flora d'Italia, i tre volumi che saranno publicati nel 1982, proprio al termine del periodo triestino. A più di mezzo secolo di distanza dalla pubblicazione della Flora Analitica di Adriano Fiori, l'opera di Pignatti porta finalmente la sistematica e la tassonomia della flora italiana al passo con gli standard europei. L'approccio di Pignatti è marcatamenteanalitico ("splitter", secondo il gergo internazionale), non disgiunto dall'attenzione per le caratteristiche biologiche, l'ecologia e la distribuzione geografica. La grande maggioranza delle specie sono osservate e descritte sulla base di campioni raccolti in natura.
Nel comporre il suo opus magnum Pignatti coinvolge i migliori specialisti europei: tuttavia il risultato finale porta la sua impronta in ogni pagina. "Il Pignatti" è opera indiscutibilmente sua e solo sua.
Quando, nel 1982 Pignatti veniva chiamato alla Sapienza di Roma, lasciava dietro di sé, a Trieste, una struttura di ricerca solida e multiforme. Partito da una casetta cadente con quattro stanze e tre ricercatori, di cui due precari, lasciava un grande edificio moderno con decine di ricercatori, laboratori avanzati, un orto botanico ed un erbario di oltre 100.000 campioni identificati criticamente,
Questo, insieme alla Flora d'Italia, è il suo principale lascito: senza enfasi si può dire che Alessandro Pignatti ha lasciato un'impronta permanente nella recente storia della botanica italiana.


