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Avanti con la deregolamentazione della caccia

Mauro Furlani

 

La caccia, come ormai chiaro a tutti, compresi agli stessi cacciatori rimasti, è un’attività irreversibilmente in declino, così come molte altre legate ad un antico mondo rurale e arcaico quasi definitivamente tramontato, almeno come lo conoscevamo fino a qualche decennio fa.
Al pari di altre attività, come il gioco del bracciale o a quello del tiro della ruzzola, il destino sembra segnato. Lo dimostra la diminuzione inesorabile dei praticanti, ormai rarefatti e più che dimezzati in pochi anni.
A poco può servire il tentativo di rendere la caccia più attrattiva, legandola ad un romantico rapporto con la natura, addirittura cercando di propagandarla come uno strumento in grado di ristabilire condizioni ecologiche in equilibrio.
Tutte le indagini statistiche dimostrano in modo chiaro che tale attività è invisa a gran parte della popolazione. Ciò non significa che l’attività venatoria abbia perduto la capacità di focalizzare su di sé alcuni settori sociali, e attrarre appetiti politici i quali tentano, con ogni mezzo, di rianimare un’attività basata su una tradizione superata, che pur tuttavia continua ad alimentare significativi interessi economici.

La stessa raccolta di firme, avviata dalla Fondazione Cappellino e a cui la Federazione ha aderito insieme a numerose Associazioni, per chiedere la modifica radicale del ddl 1552 in discussione in Senato, in pochi giorni ha raccolto oltre 150 mila firme.
Nonostante il costante declino di cacciatori, siamo a contrastare il tentativo di modificare in modo radicale e in senso estremamente peggiorativo per la fauna e l’ambiente naturale la Legge quadro 157 del 1992, che disciplina l’attività venatoria e il prelievo venatorio.
Se non vi fosse stata la denuncia da parte delle Associazioni ambientaliste alla Presidenza della Repubblica, sollevando la questione all’opinione pubblica, la proposta di legge sarebbe stata inserita all’interno della Legge di Bilancio 2025 e votata insieme ad essa, senza alcuna discussione.
Anche se questo tentativo maldestro è stato sventato, non lo è quello di portare in Aula una legge che, se approvata, ci riporterebbe ad una caccia molto antecedente rispetto ad oggi.

In realtà un paio di modifiche, di non poco conto, della 157/92 sono già state approvate, quasi alla chetichella. La prima, passata insieme alla Legge sulla Montagna, riguarda la possibilità di cacciare sui valichi montani. Le Regioni, infatti, potranno definire su basi cartografiche i valichi, equiparandoli a zone speciali di conservazione; ciò non significa un divieto di caccia come è attualmente, ma una sua regolamentazione. Si tratta di una modifica particolarmente odiosa perché permette l’abbattimento di animali spesso stremati da lunghi tragitti migratori e costretti per ragioni orografiche e passare nei punti più bassi e qui abbattuti. La seconda modifica, votata insieme Legge di Bilancio appena pochi giorni prima di Natale, ha riguardato la trasformazione delle Aziende Faunistiche Venatorie in vere e proprie imprese individuali o collettive, in cui la fauna selvatica, al pari di una qualsiasi merce, diviene un patrimonio sfruttabile con finalità lucrative. Questo principio contraddice uno dei cardini della 157/92, che sancisce la fauna selvatica patrimonio indisponibile dello stato; non più dunque res nullius ma res pubblica.

Non vogliamo entrare nel merito di una discussione etica, del valore e del significato della caccia oggi, ci preme tuttavia sviluppare alcune riflessioni sulle proposte di modifica che, a nostro parere, sono particolarmente gravi, tecnicamente inaccettabili e fortemente in contraddizione culturale con l’art.9 della Costituzione, in particolare con le recenti modifiche apportate.
La nostra totale contrarietà a questa proposta di legge riguarda sia il piano scientifico e di conservazione di un patrimonio pubblico che quello relativo alla sicurezza per altri cittadini che fruiscono, per motivi non venatori, degli ambienti naturali. 
Già con l’attuale normativa, l’attività venatoria, soprattutto agli ungulati, in particolare la caccia in braccata al cinghiale, è causa di un numero di decessi e di feriti particolarmente elevato. Durante la stagione venatoria 2024-25 gli incidenti di caccia furono 62, con un totale di ben 14 morti; nel corso dell’attuale stagione, al 30 novembre, circa metà stagione, si sono già verificati 7 incidenti mortali. Alcune delle vittime di caccia, peraltro, sono persone che non stavano esercitando attività venatoria.
Una qualsiasi attività, cosiddetta sportiva, qualora avesse avuto un così elevato numero di vittime, sarebbe stata regolamentata con norme molto più restrittive, forse addirittura abolita. Nessun amministratore di buon senso, se nella propria città gli incidenti automobilistici aumentassero, con ordinanza concederebbe una deregolamentazione del traffico e un incremento del limite di velocità.
Al contrario, la proposta di legge in discussione in parlamento, oltre ad estendere i tempi e il numero di specie oggetto di prelievo, consente la caccia in aree da decenni vietate.

Sarebbe decisamente troppo lungo affrontare punto per punto le numerose modifiche che la proposta di legge prevede. Alcune di esse, qualora venissero accolte dal Parlamento, renderebbero questa legge, certamente devastante per la fauna, offensiva al sentire comune e molto più pericolosa per tutti coloro che vivono gli ambienti naturali senza imbracciare un fucile, come agricoltori, escursionisti, cercatori di funghi, ciclisti ecc.
La sola modifica del titolo stesso dell’attuale Legge 157/92 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” con l’introduzione del concetto di “gestione”, nobilita la caccia ad una sorta di stabilizzatrice ambientale, in cui i cacciatori divengono quasi dei tecnici esecutori di una pianificazione ambientale in molti casi da loro stessi effettuata. 
Una gestione faunistica sottoposta alle pressioni del mondo venatorio, addirittura lasciata in mano ad esso, ha creato una serie di problemi ambientali spesso irreversibili e talvolta di difficile soluzione. La gestione del cinghiale e la sua proliferazione ne è un esempio.
Raramente sono evidenziate le cause e le colpe dell’aumento del numero di cinghiali, enfatizzando solo i danni che essi causano a talune colture agricole o il pericolo causato da una loro frequentazione delle aree urbane periferiche.
Tuttavia le colpe ci sono e riconducibili in gran parte ad una dissennata gestione di questa specie da parte del mondo venatorio, sostenuto dalle pubbliche amministrazioni, spesso attente al consenso procurato da una politica accondiscendente.
L’immissione massiccia negli anni per finalità venatorie di individui provenienti dall’est Europa (Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia), ne è la causa principale.
Individui più massicci e prolifici rispetto alle forme autoctone, insieme ad incroci talvolta effettuati con il maiale domestico, il foraggiamento dei branchi hanno determinato la situazione a tutti ben nota. Come se non bastasse il recente declassamento del lupo, la cui principale dieta è proprio il cinghiale, e possibili piani di abbattimento del predatore, completeranno il quadro.
Quanto avvenuto con il cinghiale non si discosta molto dai danni prodotti con l’immissione di lepri di allevamento, oppure con specie di provenienza estera e comunque differente rispetto alla italica. Pensare oggi di conferire alla caccia il ruolo di ripristino di uno squilibrio ambientale da essa stessa prodotto è un modo antitetico rispetto alla strada che bisognerebbe seguire.
Ci fermiamo qui seppure si potrebbe continuare con altre specie.

Ci saremmo aspettati, da parte del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica guidata da Pichetto Fratin, se non una netta opposizione almeno una resistenza; al contrario, onde evitare un possibile contrasto, l’ organo tecnico-scientifico del Ministero, l’ ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale), rischia di subire un forte controllo politico, avendo posto alla sua guida non già una figura tecnica, come sempre in passato, ma una figura politica (si veda l’articolo in questo numero di “Natura e Società”).
ISPRA è stato peraltro fortemente indebolito scientificamente ed esautorato dal fornire parere vincolante sulla variazione delle specie cacciabili a vantaggio di un riesumato Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale (CTFVN), formato quasi esclusivamente di rappresentanti di associazioni venatorie. (si veda più avanti l’organigramma del Comitato)
Le specie cacciabili potranno essere individuate con “decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'Agricoltura e delle Foreste, d'intesa con il Ministro dell'Ambiente”. Le Regioni inoltre potranno discordarsi dai pareri di ISPRA e del CTFVN, introdurre nuove specie cacciabili e soprattutto estendere il periodo di caccia anche durante i periodi migratori. L’Unione Europea ha più volte sanzionato l’Italia e aperto procedure di infrazione nei suoi confronti proprio per non avere rispettato adeguatamente queste normative europee.
Le modifiche, tutte ampiamente peggiorative, richiederebbero uno spazio molto più ampio per una loro discussione puntuale e certamente anche una analisi di tipo tecnico-giuridico in cui non si è in grado di addentrarci. Citeremo solo alcune modifiche previste dal ddl 1552 che danno l’idea del livello di deregolamentazione a cui si potrebbe andare incontro.
L’attuale normativa fa esplicito divieto di esercitare la caccia in terreni in parte o totalmente coperti di neve. Questa limitazione è stata resa necessaria per non sommare la maggiore mortalità naturale dovuta a condizioni climatiche sfavorevoli al prelievo venatorio in un momento di maggiore vulnerabilità. Ebbene, la nuova proposta di legge all’art. 14 consente la caccia agli ungulati anche in terreni interamente coperti di neve, oltre che la caccia in braccata al cinghiale. 
Sempre in relazione alla caccia agli ungulati, il ddl concede la possibilità di utilizzare strumenti ottici e optoelettronici per la caccia di selezione, dunque visori elettromagnetici, ad esempio infrarossi non visibili all’occhio umano, specificando - bontà loro – “purché non destinati ad uso militare”.
Si prevede la modifica degli articoli 3 e 4 della Legge 157 con la reintroduzione dell’uccellagione e la crudele pratica di utilizzo di richiami vivi. Non meno grave, è la pianificazione venatoria in aree demaniali, da sempre precluse all’attività di caccia. Ciascuno in qualsiasi realtà può facilmente individuare le aree demaniali dove la caccia potrà essere esercitata.
Nelle foreste e nelle praterie demaniali, da sempre precluse alla caccia, anche i livelli di allerta degli animali e le loro distanze di fuga sono minori rispetto ad altre aree.  Si immagini, inoltre, l’aumento del rischio a cui potrebbero incorrere coloro che fruiscono da sempre di queste aree per altri motivi che non siano venatori.
Volendo proseguire questa veloce carrellata di modifiche negative che il ddl 1552 prevede, Ad aggravare ulteriormente il quadro è la possibilità estendere il periodo di caccia oltre il limite attuale su parere delle Regioni, così come la possibilità da parte di imprenditori agricoli o conduttori di fondi di abbattere animali nei propri terreni o addirittura esercitare la caccia con il falco o con l’arco senza alcuna licenza, riportandoci a privilegi storici rinascimentali.
Un principio importante sancito dalla 157/92 è il divieto al nomadismo venatorio. Il legame del cacciatore al proprio territorio ha l’obiettivo di responsabilizzare il cacciatore sulle condizioni faunistiche nelle aree in cui egli esercita la caccia. Così come l’obbligo di scelta tra la caccia vagante e quella da appostamento fisso consente una migliore pianificazione dell’attività. Ebbene questi due obblighi sono stati aggirati e resi meno efficaci e stringenti.
L’equiparazione dell’abilitazione venatoria di qualsiasi paese dell’UE consentirà di esercitare la caccia in Italia a tutti i residenti dell’Unione Europea, addirittura dello Spazio Economico Europeo.

In conclusione il disegno di legge annunciato con soddisfazione già da maggio dello scorso anno dal Ministro Lollobrigida durante un dibattito pubblico con il Presidente di Federcaccia, deregolamenta di fatto l’attività venatoria, riportandola a periodi superati da decenni, concedendo in aggiunta la possibilità di utilizzare tecnologie attuali.
Probabilmente, il Ministro proponente, prevedendo che tali modifiche avrebbero creato un istintivo rigetto e ostilità da parte dell’opinione pubblica, ha previsto sanzioni molto più aspre anche nei confronti di coloro che ostacolano le attività cosiddette di controllo sulla fauna.
Per quanto accennato e per molto altro, la Federazione nazionale Pro Natura, insieme e moltissime altre Associazioni ha aderito alla raccolta di firme promossa dalla Fondazione Cappellino per contrastare questa che senza dubbio sarebbe la peggiore legge sulla caccia che l’Italia abbia avuto da molti decenni a questa parte. Speriamo che almeno le centinaia di migliaia di firme raccolte possano far recedere il Governo dal portare avanti questa scellerata riforma.
Il pericolo, come accaduto con la modifica dello status delle Aziende Faunistiche Venatorie, e per altri punti della Legge, è una modifica della 157/92, portata avanti non con un unico colpo di mano, come con il ddl 1552, ma in modo subdolo, a piccoli passi, alla chetichella, onde evitare l’opposizione sia parlamentare che  dell’opinione pubblica.

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