I danni che la guerra infligge al Pianeta
Verso il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale
di Pinuccia Montanari
La guerra è spesso narrata nei termini del dramma umano, delle perdite civili e militari, delle macerie materiali e morali. Ma vi è un altro fronte di devastazione, meno visibile, ma non meno grave: quello ambientale. Ogni conflitto armato produce effetti collaterali distruttivi su ecosistemi naturali, risorse idriche, biodiversità e clima. È ormai evidente che la guerra non colpisce solo le persone, ma anche il pianeta.
Il volto ecologico dei conflitti armati
Secondo l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), le forme di violenza organizzata nel mondo si suddividono in tre categorie principali: conflitti fra Stati, conflitti non statali (tra gruppi armati) e violenza unilaterale contro i civili. Dal 1989 al 2022, questi conflitti hanno causato oltre 3,4 milioni di morti. Tuttavia, oltre alla perdita di vite umane, la guerra comporta un impatto enorme sulle risorse economiche e sull’ambiente.
Nel 2022, la spesa militare globale ha superato i 2.240 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, la Cina e la Russia guidano la classifica, seguiti da India, Arabia Saudita e Regno Unito. Tali risorse potrebbero essere impiegate per affrontare la crisi climatica, combattere la povertà, garantire l’accesso all’istruzione e alla sanità. Invece, vengono assorbite da un sistema che distrugge ciò che promette di difendere.
Se si considerano le emissioni di gas serra, l’apparato militare globale rappresenta un ulteriore elemento critico: se fosse una nazione, sarebbe il quarto maggiore emettitore al mondo, dietro solo a Cina, Stati Uniti e India. Le emissioni derivano da molteplici fonti: l’uso di carburanti, la produzione e l’uso di armamenti, i movimenti logistici, la costruzione di fortificazioni e la distruzione di infrastrutture civili e naturali.
Il caso della diga di Nova Kakhovka: un ecocidio annunciato¹
Un esempio emblematico è la distruzione della diga di Nova Kakhovka, in Ucraina, avvenuta il 6 giugno 2023. L’esplosione ha causato il rilascio di 18 miliardi di metri cubi d’acqua, inondando 40 località e lasciando oltre 700.000 persone senza accesso all’acqua potabile. Le conseguenze sono state devastanti: contaminazione da carburanti, pesticidi e sostanze chimiche, la morte di migliaia di animali, la distruzione di interi ecosistemi e danni economici stimati in oltre 5 milioni di dollari.
Secondo il rapporto dell’ONG Truth Hounds, l’atto è stato deliberatamente eseguito dall’esercito russo, rendendolo potenzialmente classificabile come crimine di guerra e, secondo una lettura giuridica emergente, come ecocidio². L’articolo 8(2)(b)(iv) dello Statuto di Roma considera crimine di guerra ogni attacco che provochi “danni diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale” in modo sproporzionato rispetto al vantaggio militare.
L’ambiente come vittima silenziosa: il caso dell’Africa
L’Africa rappresenta una delle regioni del mondo più vulnerabili agli impatti ambientali della guerra. I conflitti armati in paesi come Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Mali hanno lasciato una scia non solo di sofferenza umana, ma anche di degrado ambientale profondo.
Nel Darfur, i conflitti per il controllo delle risorse idriche e dei pascoli hanno aggravato la desertificazione. Le milizie armate hanno incendiato villaggi, foreste e piantagioni, distruggendo habitat cruciali e spingendo le popolazioni rurali verso insediamenti sovraffollati e insostenibili. In Somalia, la guerra ha incentivato il disboscamento illegale per la produzione di carbone, una delle poche fonti di reddito in aree sotto controllo dei gruppi armati.
In Congo, il saccheggio delle risorse naturali (coltan, oro, diamanti) è strettamente legato alla guerra. Le miniere illegali devastano foreste, inquinano fiumi con mercurio e cianuro, e alimentano economie parallele basate sulla violenza. Anche la fauna selvatica paga un prezzo altissimo: il bracconaggio di elefanti e gorilla, spesso con armi da guerra, è una piaga alimentata dall’instabilità cronica.
Voci dal fronte: la missione MEAN a Kiev
Durante l’undicesima missione a Kyiv del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN), abbiamo toccato con mano la devastazione ambientale e umana della guerra. Era l’alba quando il treno della pace attraversò l’ultima curva dei Carpazi e si adagiò lento sui binari di Kyiv. Il cielo era terso, azzurro e crudele, come lo sguardo di chi ha visto troppo. La città si svegliava tra le ombre lunghe delle sirene notturne e l’eco lontano di un altro allarme aereo. In quell’ora rarefatta, camminavamo piano. Nessuno parlava. Il rumore dei nostri passi sembrava fuori posto.
All’ospedale pediatrico, il silenzio era più denso di qualsiasi parola. Un missile aveva colpito due giorni prima. I sogni dei bambini malati divenuti cenere. Sulle pareti sbriciolate ancora restavano giraffe, arcobaleni, piccoli soli con occhi di cuore. La guerra aveva strappato anche quei colori. Una dottoressa era morta nel tentativo di salvare quei sogni. Entrammo in punta di piedi, come si fa in una chiesa devastata.
Ogni notte gli allarmi ci svegliavano nel cuore nero della città. Non c’erano ascensori, solo scale. Pensai agli anziani, a chi abitava ai piani alti. La luce era un lusso intermittente, i generatori un sottofondo di resistenza. Kiev viveva in una sospensione irreale, stretta tra il quotidiano e l’imprevisto, tra il sorriso di un bambino e l’ombra lunga di un cratere.
Eppure in Piazza Santa Sofia, tra cupole dorate e caldo soffocante, ci prendemmo per mano. Le ragazze cantavano, i cartelli chiedevano pace. Gli allarmi non fermavano la voce. “Tu puoi”, disse una scritta. E lo sentimmo davvero: che la responsabilità di cambiare le cose è nostra.
La sera attraversammo Piazza Maidan, dove le bandiere raccontano i nomi dei ragazzi caduti. I giovani erano ancora lì, inginocchiati, a pregare. Una ragazza si avvicinò: “Non vogliamo essere qui. Vogliamo fare l’Erasmus come tutti i giovani europei. Vogliamo l’Europa. Siamo Europa.” E lo dissero con gli occhi, molto prima che con le parole.
Un crimine senza nome?
Finora, gli impatti ambientali dei conflitti non hanno avuto un riconoscimento giuridico adeguato. Il concetto di ecocidio, proposto dalla giurista Polly Higgins, mira a colmare questa lacuna, definendolo come “la distruzione, il danneggiamento o la perdita su vasta scala di uno o più ecosistemi di un determinato territorio”³. Il caso della diga di Nova Kakhovka è una possibile pietra miliare in questo percorso: un atto che potrebbe, per la prima volta, essere perseguito non solo come crimine di guerra, ma anche come crimine contro la natura. Le parole della poetessa ucraina Iya Kiva rendono con efficacia questo concetto: “La natura è sempre disarmata di fronte alla guerra. Gli alberi non possono sradicarsi e fuggire: la natura perde sempre.”
Conclusione: il disarmo come tutela del pianeta
La guerra è la più distruttiva tra le attività umane. Uccide, spinge milioni alla fuga, distrugge infrastrutture, e danneggia irreparabilmente l’ambiente. In un mondo già minacciato dal riscaldamento globale, proseguire su questa strada significa ipotecare il futuro del pianeta.
Serve un cambiamento di rotta radicale. Riconoscere l’ecocidio come crimine internazionale sarebbe un primo passo verso un nuovo paradigma in cui la tutela dell’ambiente sia considerata alla pari di quella dei diritti umani. Come ha dichiarato il giurista Dmytro Koval⁴: “Questo caso della diga in Ucraina è un catalizzatore per il diritto ambientale. È un’opportunità per trasformare norme dormienti in strumenti attivi contro i crimini ambientali.”
La guerra uccide e distrugge, ma anche avvelena la terra, i fiumi e l’aria. Ogni tonnellata di CO2 emessa, ogni foresta abbattuta, ogni fiume inquinato è una ferita aperta nel corpo del pianeta. Il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale è un passo necessario.
Il pianeta non è un campo di battaglia. È la nostra casa.
La pace non è solo una necessità morale: è un’urgenza ecologica.
Note
- Montanari, P. & Grenga, G. (2023). Guerra ed Ecocidio: Il Caso della Diga di Nova Kakhovka.
- Truth Hounds et al. (2023). Sommersi: Studio sulla distruzione della diga di Khakovka.
- Higgins, P. (2010). Eradicating Ecocide: Laws and Governance to Prevent the Destruction of Our Planet.
- Montanari & Grenga, op. cit., p. 7.


