Il Genocidio di Gaza è anche Ecocidio
Riccardo Graziano
“Ma nelle città di questi popoli che l’Eterno, il tuo Dio, ti da come eredità, non conserverai in vita nulla che respiri” Deuteronomio 20:16
“E votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada, uomini, donne, fanciulli e vecchi, e buoi e pecore e asini.” Giosuè 6:21
La maggioranza dell’opinione pubblica si è da tempo resa conto che la persecuzione e il massacro dei palestinesi è un vero e proprio genocidio, come denunciano da tempo molte ONG, a partire da Amnesty International e, soprattutto, come ha certificato la Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite d'inchiesta sul territorio palestinese occupato, che ha indagato i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano a Gaza, le aggressioni in Cisgiordania a opera dei coloni illegali e le politiche dell’attuale governo di Tel Aviv.
Questo già configura gli estremi di un Crimine contro l’Umanità, ma purtroppo sta accadendo qualcos’altro di estremamente grave, seppure meno noto all’opinione pubblica, perché Israele sta mettendo in atto anche un ecocidio, qualcosa per cui dovremmo forse prevedere una nuova categoria di reato, quella dei Crimini contro il Pianeta.
Lo hanno reso noto, fra gli altri, l’esperto di suolo Paolo Pileri e la giornalista freelance Sara Manisera, con due articoli ben documentati ripresi dalla newsletter di Salviamo il paesaggio, a cui rimandiamo per approfondimenti.
La FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura e alimentazione, ha infatti denunciato che l’esercito israeliano ha intenzionalmente distrutto il 90% dei campi coltivabili della Striscia di Gaza, rendendo di fatto impossibile la sussistenza per i superstiti dell’atroce massacro scatenato da Israele come rappresaglia per l’attacco terroristico di Hamas contro dei civili inermi.
I bombardamenti su Gaza, nei quali si stima siano state usate 25.000 tonnellate di esplosivi, hanno ucciso oltre sessantamila persone – un terzo delle quali bambini – distrutto quasi tutti gli edifici compresi gli ospedali, cancellato le infrastrutture e devastato i terreni agricoli, fonte di sussistenza indispensabile per una popolazione di fatto isolata dal mondo. Come ha efficacemente detto qualcuno, Gaza era già un gigantesco campo di prigionia a cielo aperto, ora è diventato un campo di sterminio.
La popolazione viene vessata e massacrata in qualunque modo, dai colpi dei cecchini al blocco degli aiuti alimentari, con crudeltà scientifica. E lo stesso viene fatto all’ambiente, con inquinamento, perdita della biodiversità e campi resi non coltivabili. Il terreno compattato dai cingoli dei blindati non consente la penetrazione dell’acqua piovana nelle falde, con conseguente ruscellamento ed erosione della superficie fertile. L’enorme quantità di esplosivi utilizzati ha prodotto contaminazione da sostanze tossiche persistenti e dispersione di polveri inquinanti, senza contare il rischio di imbattersi in ordigni inesplosi, fra i campi come in mezzo alle rovine urbane. Si calcola che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra.
Come riporta Pileri, questo disastro rientra pienamente nella condizione di “ecocidio” come definita qualche anno fa da un gruppo di esperti, ovvero quell’insieme di “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Con “grave” – chiarisce Pileri - si intende “un danno che implica cambiamenti avversi molto significativi, distruzione o deterioramento di qualsiasi componente dell’ambiente, incluse le gravi ripercussioni sulla vita umana, o sulle risorse naturali, culturali o economiche”; con “diffuso” si intende “un danno che si estende oltre una limitata area geografica, valica i confini nazionali o è patito da un intero ecosistema o specie, o da un gran numero di esseri umani”; con “duraturo” ci si riferisce a “un danno che è irreversibile o che non può essere sanato in maniera naturale in un periodo di tempo ragionevole”. Tutte casistiche riscontrabili nella situazione di Gaza e volutamente provocate da Israele, che anche per questo dovrebbe essere condannato e sanzionato dalla comunità internazionale, che invece ha sostanzialmente lasciato fare. Secondo Pileri, il nostro Paese dovrebbe introdurre nella legislazione il reato di ecocidio, cosa che tornerebbe utile anche per perseguire alcuni disastri ambientali di casa nostra.
Ma non è tutto.
Mentre combatteva nella Striscia di Gaza, ci dice Sara Manisera dalle pagine del suo blog, l’esercito israeliano ha pompato acqua salata nel suolo (danneggiando le falde acquifere e rendendo sterili i campi) e sradicato migliaia di ulivi, una pianta longeva e simbolica da queste parti, quasi sacra. Uno dei tanti, feroci sistemi con cui Israele tenta, anche fisicamente, di tagliare le radici del popolo palestinese. Non per nulla i “coloni” ebrei ultra ortodossi si insediano illegalmente nelle terre dei palestinesi, rubando progressivamente i loro campi, i pascoli, uccidendo il bestiame, addirittura segando le tubature per l’irrigazione e sigillando i pozzi col cemento armato, come denunciato dal bellissimo e tragico documentario “No other land”, premiato con l’Oscar nel 2025. Tutto in nome della sicurezza di Israele, naturalmente, un mantra ripetuto ossessivamente dal governo di Tel Aviv e da quelli di (quasi) tutto l’Occidente, mentre chi critica queste aggressioni viene immancabilmente etichettato come “antisemita” e magari anche “fiancheggiatore dei terroristi”.
Nei giorni del massacro della popolazione civile di Gaza e degli attacchi dei coloni in Cisgiordania, ci dice sempre Sara Manisera, l’esercito israeliano oltre a sradicare ulivi coi bulldozer, ha anche ucciso del bestiame e bombardato una banca di semi. Erano una minaccia allo Stato di Israele? Un pericolo per la sua sopravvivenza? Certamente no, ma erano sicuramente qualcosa di strategico: per la sopravvivenza dei palestinesi, però. Proprio quella che Israele sta cercando di minare dalle fondamenta, distruggendo tutto, anche le testimonianze archeologiche, la cultura, la memoria collettiva, per cancellare ogni indizio dell’esistenza dei palestinesi su quelle terre e nella Storia. E distruggendo anche i semi, per impedire la rinascita.
Genocidio ed Ecocidio, appunto.
Per dirla con le parole di Manisera “È la rappresentazione visiva dell’ecologia della guerra. Ogni forma di vita — umana o non umana — che appartiene all’indigeno, diventa un potenziale nemico. Una risorsa da sottrarre, uno spazio da depredare, una memoria da cancellare. Il non umano, l’ambiente, la terra, diventano strumenti del progetto coloniale in Palestina. La colonizzazione, la guerra e la resistenza in Palestina sono anche — e soprattutto — un conflitto ecologico. Un conflitto che si materializza attraverso l’espropriazione della terra, dell’acqua, delle risorse naturali.”
Già nel 2003 – ci ricorda ancora Manisera – era accaduto qualcosa di simile durante la guerra in Iraq: gli USA distrussero una banca di semi autoctoni, di varietà perfettamente adattate al clima locale, vietando al contempo agli agricoltori di riprodurre i propri semi e costringendoli a comprare quelli distribuiti dalle multinazionali che dominano il mercato delle sementi e dei fitofarmaci.
Distruggere le coltivazioni locali, il suolo e le sementi vuol dire togliere le possibilità di sopravvivenza a un popolo, o in alternativa costringerlo a dipendere dagli aiuti umanitari o dalle logiche speculative delle multinazionali e degli Stati colonialisti, un modo per ipotecare il loro futuro e renderli economicamente schiavi.
Al contrario, conclude Manisera citando le parole di una coltivatrice di Ramallah, “Fare il nostro cibo è una forma di liberazione”. Ovvero, in Palestina come altrove, difendere il suolo, i semi e – aggiungiamo noi - l’Ambiente in generale, è una forma di resistenza e resilienza, la volontà e la forza di immaginare e costruire un futuro diverso, giusto, libero e di pace


