Membro di
Socia della

Guerra o Pace

Riccardo Graziano

 

Cari lettori, cari amici
dopo ottanta anni di pace, noi occidentali, noi europei confluiti nell’Unione Europea, ci eravamo illusi di aver relegato la Guerra negli archivi della Storia. Certo, sapevamo che da qualche parte qualcun altro continuava a combattere e a morire, alle volte persino a pochi chilometri da casa nostra, come nella guerra dell’ex Jugoslavia, o quando i telegiornali ci riferivano di massacri particolarmente efferati, come il genocidio del Ruanda, staterello africano che molti avrebbero difficoltà a indicare su una mappa.
Ma eravamo convinti che queste cose riguardassero gli altri, noi al limite bombardavamo da distante, come sulla Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq. Del resto, con l’industria bellica che sfornava armi in continuazione, ciclicamente bisognava pur trovare qualche nemico su cui utilizzarle.
Comunque, erano cose distanti, che non ci riguardavano, che non entravano nel nostro quotidiano. Forse, qualche ottimista pensava addirittura che, prima o poi, anche quei popoli primitivi e feroci avrebbero imparato a vivere come noi, le grandi democrazie faro di civiltà, come sembrava stesse per succedere con le “primavere arabe”.
Altrimenti, fatti loro. Che c’entravamo noi? Si, certo, le armi gliele vendevamo noi, ma mica era colpa nostra se poi le usavano per ammazzarsi.

Però un pochino avremmo dovuto preoccuparci. Perché, come diceva qualcuno, in un mondo globalizzato, se non risolvi i problemi di qualcun altro, prima o poi diventano problemi tuoi.

La sveglia è arrivata bruscamente, con l’invasione russa dell’Ucraina, di nuovo una guerra in grande stile nel cuore dell’Europa, come non si vedeva da decenni. Certo, c’era stata, come dicevamo, l’ex-Jugoslavia. Ma lì era una questione interna, quella che in genere si definisce “guerra civile”, anche se di civile non ha proprio nulla, a parte il fatto che ci combattono – e ci muoiono – i civili, come peraltro ormai succede in tutti i conflitti.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, il 90% delle vittime erano militari. Con la Seconda, tutti si sono ritrovati al fronte, fra bombardamenti, rappresaglie, rastrellamenti, persecuzioni. Oggi, il 90% delle vittime sono civili inermi, col solo torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. O magari di avere la pelle del colore sbagliato, la religione sbagliata, qualcosa di sbagliato secondo “l’altro”.

Quando è cominciata la guerra in Ucraina, tutto si è ribaltato. Di nuovo, una potenza straniera attaccava un Paese sovrano. E le vittime avevano la pelle del nostro stesso colore, vestivano come noi, vivevano come noi, erano pure europei. Insomma, potevamo essere noi. Poteva, potrebbe capitare anche a noi. O almeno, questo è il pensiero che si è annidato più o meno consapevolmente in qualche angolo dei nostri cervelli, e che le nostre élite dominanti stanno cavalcando per portarci verso un’economia di guerra. Niente è meglio della paura per convincere un popolo recalcitrante ad aumentare le spese militari, tagliando fondi alla Sanità, all’Istruzione, magari alle pensioni. O addirittura aumentando le tasse!

L’industria dell’auto è in crisi? Riconvertiamola a produrre armi. Le risorse scarseggiano? Accaparriamone il più possibile, a tutti i costi, anche se sono in Venezuela o Groenlandia (ogni riferimento a Trump è voluto). Il pianeta si surriscalda? Diciamo che non è vero, ma intanto prepariamoci a sfruttare le rotte e le risorse dell’Artico. E così via.

Noi non ci stiamo. Non siamo utopisti o ingenui, semplicemente sappiamo, come diceva von Clausewitz, che la guerra è “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. E sappiamo che, con l’avvento del Neoliberismo, l’economia e la finanza hanno preso il sopravvento sulla politica. Quindi capiamo che, oggi, la guerra è la prosecuzione dell’economia con altri mezzi.

Ma c’è un’altra via possibile. L’economia circolare vale il doppio dell’economia consumista, in termini di posti di lavoro, PIL e ricavi, con un peso sull’ambiente molto più ridotto. Le energie rinnovabili sono ovunque e a disposizione di tutti, senza bisogno di scatenare conflitti per le riserve fossili.

Soprattutto, in un Pianeta che brucia, è da fessi alzare la temperatura, in senso conflittuale, ma soprattutto fisico. Perché le guerre aumentano in misura esponenziale quell’effetto serra che è alla base del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici.

La nostra rivista si chiama Natura e Società, dunque abbiamo pensato questo numero per parlare degli effetti della guerra sulla Natura, sull’Ambiente, sull’Ecosistema. Ma non ci siamo dimenticati della Società, perché le guerre non le portano gli Alieni, come nei film di fantascienza. Le guerre nascono qui, per interesse, per odio, per capriccio di qualche potente (ogni riferimento a Trump è sempre voluto). Ma si alimentano all’interno di società che progressivamente vengono indottrinate alla cultura della guerra, alla necessità della guerra, all’ineluttabilità della guerra.

Noi non ci stiamo. Vogliamo dare il nostro piccolo contributo a decolonizzare le menti dall’idea che la Società – e la Natura – si possono difendere esclusivamente con armi e divise. Sappiamo di affrontare argomenti spinosi, divisivi, scivolosi. Ma sentiamo il dovere di farlo, perché mai come ora il mondo si è trovato così vicino all’abisso, mai come ora l’Umanità è stata così vicina al rischio di estinzione.

Su questo pianeta siamo in tanti, troppi, e vogliamo sempre di più. Esistono due vie. Cercare di soddisfare le nostre esigenze impattando il meno possibile sul pianeta e sugli altri, magari riducendo un po’ le pretese per facilitare la convivenza di tutti con tutti. Oppure sgomitare e massacrarci per ottenere di più a scapito degli altri.

Attenzione, però, perché la seconda è una falsa soluzione. Primo, perché non possiamo essere sicuri di stare dalla parte di chi sgomita più forte, di quelli che vincono, di quelli che ce la fanno. Come occidentali ed europei, certo, abbiamo più possibilità di altri, ma non possiamo esserne sicuri, basti ricordare che in Italia i poveri assoluti sono più che triplicati negli ultimi venti anni. Secondo, soprattutto, perché c’è qualcuno molto più forte di qualunque esercito, che potrebbe spazzarci via in tempi sorprendentemente brevi. È la Terra, che ha vissuto miliardi di anni senza di noi, e può fare benissimo a meno di qualche miliardo di parassiti inquinanti. Siamo noi che non possiamo fare a meno di Lei, così com’è ora, non più calda, più inquinata o con sempre meno risorse.

Come si dice, Uomo avvisato, mezzo salvato.

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