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Un hotspot di biodiversità nell’Appennino Centrale

di Pierangelo Crucitti, Stefan Rodrigo von Kempis, Edoardo Di Russo, Nicolò Pellecchia, Luca Tringali

 

Definizione di hotspot
In senso stretto, ovvero sin dalla sua origine e applicazione, un hotspot di biodiversità è una regione caratterizzata da livelli particolarmente elevati di diversità biologica, minacciata dalla perdita di habitat, cambiamenti climatici ed estesa perdita di specie; dal punto di vista biogeografico, un punto caldo di biodiversità è una regione biogeografica con livelli significativi di biodiversità minacciata dagli effetti dell’attività antropica s.l. Attualmente, sono riconosciuti 34 hotspots di biodiversità identificati da Conservation International, una delle principali organizzazioni impegnate nell’identificazione e conservazione di hotspot di animali, piante e paesaggi. I punti caldi di aree iconiche dal punto di vista della biodiversità, ad es. il Bacino del Mediterraneo, annoverano molte migliaia di specie, dalle piante vascolari ai vertebrati; il 44% circa di tutte le specie di piante vascolari abitano 25 punti caldi che coprono solo l’1,4% della superficie terrestre. Identificare e proteggere gli hotspot vulnerabili della biodiversità è un modo efficace per conservare le specie (Greenfield, 2023). In senso lato, un hotspot di biodiversità può essere considerato un qualunque sito, al limite puntiforme, inserito in un’area, protetta o meno, in buone condizioni di naturalità, ad es. l’Appennino - uno dei territori del continente europeo con i più elevati valori di biodiversità (AA.VV., 2003, 2018). Un sito può essere identificato come hotspot sia per motivi strutturali (tipologia degli ecosistemi costituenti) sia per il modesto impatto antropico; al limite per entrambi; è in ogni caso caratterizzato, rispetto alle aree limitrofe, dalla inusitata ricchezza di specie sia animali sia vegetali, molte delle quali di elevato interesse ecologico, biogeografico e conservazionistico. Il censimento di molte specie diverse è reso possibile dal coinvolgimento di numerosi ricercatori specialisti. Inoltre, se l’hotspot è incluso in un’area non protetta si manifesta l’esigenza della speditezza di tutte le operazioni; in particolare, l’imprescindibile necessità di individuare i principali fattori di disturbo a suo carico, contestuale al riconoscimento del sito e delle sue emergenze floro-faunistiche. Per i punti caldi all’interno di aree più o meno estese non protette sono necessari solleciti interventi di una qualche forma di tutela a livello di Area Vasta che ne consenta il successivo, eventuale, restauro ambientale, spesso necessario data la pervasività delle attività umane (Bologna, 2022; Crucitti et al., 2025 a; Danovaro, 2025). È appena il caso di ricordare che l’obiettivo fondante dell’Accordo Kunming-Montreal - Global Biodiversity Framework - prevede che entro il 2030 almeno il 30% delle aree degradate terrestri o marine venga restaurato con l’obiettivo di migliorare lo stato della biodiversità e le funzioni degli ecosistemi (Danovaro, 2025).

Il contesto socio-economico
Riccardi (1955) designa con il termine Cicolano “un territorio aspro e silvestre dell'Italia centrale, percorso dal fiume Salto e dal 1927 dipendente dalla provincia di Rieti”. Il confine storico del Cicolano e quello amministrativo attuale non coincidono, il territorio è stato ridefinito numerose volte sino al 1974, anno in cui è stata istituita la Comunità Montana del Salto Cicolano (zona VII) che riunisce in un unico ente i sette comuni dell’area; Borgorose (il più esteso, 14.582 ha), Concerviano, Fiamignano, Marcetelli, Pescorocchiano, Petrella Salto, Varco Sabino (ISTAT, 2011). L’isolamento dell’area è paradigmatico, il Cicolano non è servito da nessuna linea ferroviaria, la ferrovia Rieti-Avezzano, più volte progettata dall'Ottocento agli anni Venti del secolo passato, non è mai stata realizzata. Gli unici accessi stradali primari sono attraverso la SR 578 Salto Cicolana - strada regionale di collegamento interregionale tra Lazio e Abruzzo che dalla Piana di Rieti attraversa la Valle del Salto e il Cicolano fino alla Marsica - sia provenendo da Rieti sia dalla A24 "Roma-Teramo" attraverso l'uscita "Valle del Salto" (fig. 1).

 

Fig. 1. Mappa dell’area di studio con i sette comuni costituenti la comunità montana del Salto-Cicolano. Sono evidenziate le principali aree protette e infrastrutture viarie.

Il Comprensorio si caratterizza per la ridotta presenza di insediamenti industriali. Unica eccezione, la costituzione dell’area industriale di Borgorose, mai decollata, la quale non ha comportato nessun impatto ambientale particolare. Il Cicolano non ha quindi incontrato una fase di forte trasformazione territoriale pertanto, dal punto di vista della situazione ambientale in senso stretto, questo territorio non mostra situazioni di significativo degrado. Riccardi (1955) sosteneva: “Nel Cicolano la natalità è forte (del 22% circa) e la mortalità è normale (del 9-10%), così che si determina annualmente una differenza tra nascite e morti di oltre il 12 per mille”. La situazione è oggi radicalmente mutata essendo caratterizzata da una ridottissima popolazione, fatto che determina; forte presenza di anziani, scarso impegno nelle attività primarie ed artigianali tradizionali, forti pendolarismi, fenomeni di “ritorno” legato al week-end o ai periodi di vacanza, spiccata coscienza culturale ed identitaria, mancanza di imprenditorialità e infine progressiva carenza di servizi pubblici, scuole incluse. Se quindi tra gli anni ‘30 e gli anni ’50 del secolo passato, dopo un progressivo periodo di crescita della popolazione è iniziata una stasi evidente, con gli anni ‘50 comincia una fase di drammatico spopolamento che perdura tuttora. Si consideri ad esempio il caso di Marcetelli (930 m slm) tra i monti della regione storico-geografica del Cicolano situati a ridosso della Riserva Naturale Monte Navegna e Monte Cervia; si tratta del più piccolo comune del Lazio e tra i più piccoli in assoluto d’Italia per numero di abitanti, di poco superiore alle 50 unità. Particolare interesse assume il fenomeno del “ritorno” ovvero il recupero di aree e immobili originari e relativi problemi connessi alla più o meno forte pressione esercitata sul sistema ambientale e sulle qualità paesaggistiche (Provincia di Rieti. Piano territoriale provinciale generale di Rieti. Progetto di Territorio Salto-Cicolano, 2008). Le attività rurali si concentrano nel settore agricolo data l’ottima vocazione che hanno i terreni ubicati lungo le sponde del Fiume Salto dove si pratica un tipo di agricoltura intensiva. Al contrario, situazioni più marginali si riscontrano nelle aree collinari caratterizzate da un tipo di agricoltura estensiva scarsamente remunerativa e soggetta al fenomeno dell’abbandono con una continua contrazione delle superfici coltivate a cereali, foraggiere e piantagioni arboree varie. A questo si aggiunga il periodico taglio dei boschi nel caso di attività legate al mondo forestale. In prossimità dei centri abitati si riscontrano apprezzamenti di colture, soprattutto frumento e orzo posti in rotazione con il mais oltre a leguminose da foraggio. Sono altrettanto modesti gli appezzamenti a frutteto ed in particolare i vigneti a conduzione strettamente familiare. Anche l’attività zootecnica è costituita da piccoli allevamenti a conduzione familiare ed è basata su diverse specie animali, in particolare bovini ed equini. In crescita contenuta, dato l’isolamento del territorio, sono le attività turistico-ricreative che raggiungono l’acme di presenze durante i periodi di festività prolungate, in particolare nella primavera-estate (Regione Lazio. Provincia di Rieti. Comune di Concerviano. Piano di gestione ed assestamento forestale 2016-2025).

Il contesto ambientale
Il Comprensorio Salto-Cicolano (= Cicolano) è un’unità territoriale montuosa della Provincia di Rieti definita “area di notevole biodiversità” (Rossi et al., 2020) inserita nel Reatino-Cicolano-Lazio Est, una delle principali macroregioni del Lazio per l’estensione delle aree di interesse faunistico strettamente interconnesse. Il Cicolano è un’area chiave per la conservazione della fauna vertebrata del Lazio e rappresenta un corridoio ecologico fondamentale nell’Appennino centrale (Boitani et al., 2007; Caporioni et al., 2010). Per le aree di interesse naturalistico del Lazio, il comprensorio si colloca nella fascia 2 (range 0-3); il Grado di Fragilità Ambientale Attuale (G) è basso; il Grado di Criticità Ambientale (H) è assente (Rossi et al., 2020). Si tratta pertanto di un’area di straordinario interesse naturalistico, paesaggistico e storico, in quanto costituisce la connessione naturale tra il gruppo del Monte Terminillo e quello del Velino-Duchessa, fronteggiando, sul versante opposto della Valle del Salto il gruppo del Monte Navegna e del Monte Cervia (Crucitti et al., 2025 a, b; Sarrocco et al., 2025).

Geomorfologia e geologia. Il Cicolano (1.362 km2, 136.200 ha) si estende in direzione nord-sud, da Capradosso (Petrella Salto) a Sant’Anatolia (Borgorose) e, in direzione est-ovest, tra l’anticlinale del Monte Velino-Montagne della Duchessa e l’anticlinale dei Monti Carseolani. Al suo interno scorre il Fiume Salto (535 m), affluente del Fiume Nera, le cui acque confluiscono nel Fiume Tevere. Il paesaggio è costellato di alti pianori carsici (Cornino, Altopiano di Rascino, Piano d’Aquilente), valli, torrenti e ripidi pendii. La morfologia attuale dell’area è dovuta soprattutto all’erosione normale, al carsismo e alle glaciazioni quaternarie. I fenomeni carsici sono diffusi sia nei calcari neocretacei, sia in quelli miocenici. Quattro conche chiuse contigue a nord-est del comprensorio, Cornino (1.280 m), Rascino (1.150 m), Campolasca (1.110 m) e Aquilente (1.170 m), si aprono nei calcari neocretacei. Frequenti e relativamente ampi sono i lapiez, che nei calcari massicci presentano spesso aspetto ruiniforme (dintorni di Pescorocchiano). Le cavità naturali più note sono l’Inghiottitoio di Val de’ Varri sulle falde meridionali del Monte Sant’Angelo (Pescorocchiano) e la Grotta di S. Filippa Mareri sul Monte La Serra, a nord di Piagge (Fiamignano). Uno degli aspetti più caratteristici del paesaggio è rappresentato da forme carsiche epigee; doline, uvala e sinkholes diffuse in tutta l’area montana del Monte Nuria ed in particolare nel Piano di Rascino. Tra i più interessanti esempi di polje dell’area appenninica, il Piano di Rascino a 1.150 m slm è la sede di un esteso bacino lacustre che esalta e valorizza il paesaggio montano non solamente sotto il profilo naturalistico-ambientale ma anche socio-economico, sia strategico sia locale (fig. 2).

Fig. 2. Veduta aerea dell’Altopiano di Rascino con il lago omonimo, area protetta classificata come sito di interesse comunitario (foto di Federico Nelli).

La piana carsica di Rascino e quella di Cornino, poco distanti, si trovano nel settore dell’idro-struttura regionale Nuria - Velino, prossimo alle sorgenti basali del Peschiera captate in larga misura dall’ACEA per l’approvvigionamento idrico di Roma (Boni et al., 1986; Agrillo et al., 2004).

Clima e fitoclima. L’altitudine, la distanza dal mare, l’orientamento delle catene montuose e delle valli influiscono sul clima tipicamente continentale. Le temperature medie annue oscillano tra 10,4 e 12, 5 °C. Il diagramma di Walter-Lieth relativo alla stazione termopluviometrica di Balze di S. Lucia (Concerviano, 540 m, 1955-1985) evidenzia precipitazioni medie che superano 1.270 mm annui, mentre le medie mensili superano 100 mm per otto mesi l’anno, da novembre ad aprile (Blasi, 1994). Un fattore rilevante in tutto il comprensorio è lo stress idrico che si verifica in estate raggiungendo il picco nel mese di luglio. In molte aree del Cicolano la presenza di litotipi carbonatici determina un’elevata permeabilità legata alla fratturazione delle rocce e alla conseguente scarsa permanenza di acque superficiali favorendo condizioni di notevole siccità edafica e stress idrici e, di conseguenza, la sopravvivenza di elementi mediterranei (Crucitti et al., 2025 a, b).

Flora e vegetazione. Le conoscenze sulla flora e la vegetazione possono essere considerate relativamente avanzate. L’elevato valore floristico è stato messo in evidenza dagli studi effettuati sulla Riserva Naturale Montagne della Duchessa (Martelli, 1904; Anzalone, 1951; Petriccione e Mulder, 1993; Iocchi et al., 2010), sulla Riserva Naturale Monte Navegna e Monte Cervia (Bartolucci, 2006) e nella ZSC Piana di Rascino (Pedrotti et al., 1976). Gli aspetti della vegetazione sono altrettanto diversificati. A oltre 1.800 m si riscontra vegetazione subalpina preceduta da faggete microterme; in quest’ultimo caso, lo strato arboreo-arbustivo è costituito quasi esclusivamente dal faggio Fagus sylvatica. A quote inferiori si collocano le faggete meso-termofile con tasso Taxus baccata e agrifoglio Ilex aquifolium oltre a vari tipi di praterie, brughiere e cespuglieti. Al di sotto dei 1.000 m si riscontrano querceti misti a dominanza di cerro Quercus cerris, roverella Quercus pubescens, acero campestre Acer campestre, orniello Fraxinus ornus e acero minore Acer monspessulanum. I rilievi che contornano i piccoli bacini lacustri sono spesso rivestiti da praterie degradate dal pascolo e abbondante sfasciume da spietramenti, con arbusti di ginepro comune Juniperus communis. La flora continua a riservare notevoli sorprese, ad esempio la recente scoperta di una specie nuova per la Scienza, Allium ducissae Bartolucci, Iocchi, De Castro e Conti, 2022 (Bartolucci et al., 2022). La famiglia delle Orchidaceae, con un gran numero di specie iconiche, è rappresentata nell’area della riserva Montagne della Duchessa da almeno 39 taxa tra specie e sottospecie (Valfrè et al., 2020).Sono presenti cinque aree della Rete Natura 2000, istituite in base alla Direttiva Habitat (Direttiva 92/43/CEE), e due riserve naturali. Le aree Natura 2000 sono quattro ZSC e una ZPS. Le riserve naturali sono la Riserva Naturale Montagne della Duchessa (EUAP0267) e la Riserva Naturale Monte Navegna e Monte Cervia (EUAP0272). I risultati di ricerche sull’ornitofauna evidenziano la necessità di prevedere un adeguato grado di protezione dell’altopiano carsico del Cicolano tramite la costituzione di una ulteriore ZPS nel contesto della rete Natura 2000 (Sarrocco et al., 2025).

Fauna. Nonostante il buono od ottimo stato di conservazione dei suoi biotopi, il Comprensorio Cicolano è stato sinora oggetto di un numero relativamente limitato di pubblicazioni a carattere faunistico volte soprattutto a verificare la presenza e la diffusione di specie di interesse conservazionistico (ad es. Crucitti et al., 2022, 2025 a, b; Caporioni et al., 2010; Salvi et al., 2014). Contestuale si è rivelata l’analisi per verificare se le norme previste dal Piano Territoriale Paesistico Regionale PTPR siano in contrasto con la conservazione dell’orso bruno marsicano Ursus arctos marsicanus, specie di interesse comunitario e prioritaria, nonché di altre specie protette dalle Direttive Uccelli e Habitat; in tal caso sono state interessate le aree di Monte Rotondo, Valle di Malito, Monte Fratta, Maglia Cupa, Monte Calata e Valle del Rio Torto che ricadono nella sub-area di monitoraggio dell’orso marsicano detta appunto “Cicolano” (Caporioni et al., 2010). Notevole la presenza di specie iconiche, tra i mammiferi il Lupo Canis lupus e il Gatto selvatico Felis silvestris oltre al già citato Orso bruno marsicano e, tra i Chirotteri, il raro Barbastello Barbastella barbastellus (Peria e Carotenuto, 2017). Tra le numerose specie dell’ornitofauna basti ricordare il Picchio rosso minore Dryobates minor che utilizza quale fonte di cibo un gran numero di insetti xilofagi, tra questi ultimi la splendida e sempre più rara Rosalia alpina (Peria e Carotenuto, 2017). La comunità ornitologica nidificante dell’altopiano carsico del Cicolano, comprendente le aree di Cornino, Rascino, Aquilente e i relativi bacini lacustri, si caratterizza per un'elevata ricchezza specifica, con 114 specie di uccelli nidificanti accertate. Di queste, 20 rientrano nell’Allegato I della Direttiva Uccelli 2009/147/CE e 26 sono classificate come SPEC (Species of European Conservation Concern), evidenziando l'importanza dell’area per la conservazione dell’avifauna a livello europeo.  La diversità di specie risulta particolarmente elevata, tra i valori più alti rilevati nelle aree montane del Lazio, confermando la notevole eterogeneità ambientale del territorio. L’area ospita diverse specie di interesse conservazionistico, tra cui Tottavilla Lullula arborea, Allodola Alauda arvensis, Calandro Anthus campestris e Zigolo giallo Emberiza citrinella, a conferma del valore ecologico dell’altopiano (Sarrocco et al. 2025).

I rettili sono rappresentati da una quindicina di specie, tra i quali la Vipera dell’Orsini Vipera ursinii la cui distribuzione è circoscritta all’area dei Monti della Duchessa (Peria e Carotenuto, 2017). Sul piano medio-montano si incontra piuttosto frequentemente il Colubro liscio Coronella austriaca (Crucitti et al., 2025 b). In siti di ridotta estensione, e.g. in loc. Aringo presso Pescorocchiano (830 m slm), è possibile osservare tutte le specie di Sauri dell’Italia centrale: Orbettino Anguis veronensis, Ramarro occidentale Lacerta bilineata, Lucertola muraiola Podarcis muralis, Lucertola campestre Podarcis siculus e Luscengola comune Chalcides chalcides (Crucitti et al., 2025 b) (fig. 3).

Fig. 3. Adulto di Ramarro occidentale (Lacerta bilineata) in attività durante una giornata nuvolosa (foto di Stefan von Kempis).

Tra gli Anfibi, almeno sette specie, è opportuno citare la Salamandrina dagli occhiali settentrionale Salamandrina perspicillata apparentemente assai localizzata (Crucitti et al., 2025 b). Il Cicolano è ricco di specie di interesse eco-etologico e conservazionistico in tutti i gruppi tassonomici sinora indagati, con numerose specie a rischio di inarrestabile declino, in quest’area come altrove; ad esempio, tra gli Anfibi, il tritone crestato italiano Triturus carnifex legato alle pozze prative di estese praterie umide e agli abbeveratoi poco disturbati ubicati al limite tra il piano collinare e il piano montano (Peria e Carotenuto, 2017; Crucitti et al., 2025 b). Peraltro, rispetto alle piante vascolari di cui esistono numerosi lunghi elenchi di specie annotate, si rileva la scarsità di analoghi documenti sulla fauna ad eccezione di poche pubblicazioni sia datate sia recenti e che interessano soprattutto i vertebrati (Crucitti et al., 1990; Salvi et al., 2014; Crucitti et al., 2025 a, b; Sarrocco et al. 2025). Nelle opere tradizionali riservate alla esplorazione naturalistica dell’Appennino, il comprensorio non è mai citato (Rodolico, 1958). Moltissimo lavoro resta quindi ancora da fare.

Il caso studio
Accertate le  lacune nelle conoscenze faunistiche, la  SRSN Società Romana di Scienze Naturali ETS ha sponsorizzato un ciclo di ricerche sugli ambienti del Comprensorio Cicolano incluso lo studio floristico dei principali siti, la raccolta e lo studio analitico di specie di alcuni gruppi tassonomici, in prima battuta Ragni, Coleotteri, Anfibi, Rettili e successivamente Lepidotteri Eteroceri, Molluschi (terrestri e d’acqua dolce) e Mammiferi; occasionalmente, è stata verificata la presenza di specie vistose appartenenti a gruppi diversi, in particolare Insetti. I dati sulla presenza di specie e relative annotazioni di natura eco-etologica sono stati raccolti nel corso di 118 sopralluoghi giornalieri sul campo effettuati tra l’1maggio 2021 e l’11 dicembre 2024 in tutti i mesi dell’anno con una netta prevalenza nel periodo aprile - agosto. Le aree dei comuni di Fiamignano (988 m) e di Petrella Salto (786 m) sono state esplorate con maggiore accuratezza; nel caso di Petrella Salto nel corso di 43 monitoraggi complessivi. Campagne estensive di questo genere rappresentano una base di dati conoscitivi importante (Padoa-Schioppa, 2023).

Le ricerche preliminari condotte nella seconda metà del 2021 nel territorio del Comune di Petrella Salto hanno consentito la scoperta di un abbeveratoio (10,9 x 1,5 m) in cemento e roccia, ubicato in una piccola spianata erbosa circondata da boschi, a circa 3 km dal centro abitato e accessibile dalla SR 578 per mezzo di un sentiero (acclive nel tratto terminale) di poche centinaia di metri. Le prime visite hanno rivelato la presenza nell’abbeveratoio di un numero variabile di Urodeli; pochi individui adulti del Tritone crestato italiano Triturus carnifex e alcune decine (al massimo) di individui adulti del Tritone punteggiato Lissotriton vulgaris. Data la necessità di ottenere dati significativi dal punto di vista statistico su entrambe le specie, le osservazioni si sono protratte anche nei mesi successivi. Le ricerche hanno subito una brusca accelerazione nel marzo 2024 quando, grazie alla segnalazione di naturalisti locali, è stato scoperto un secondo abbeveratoio in calcestruzzo (10,0 x 1,6 m) in un sito a poche decine di metri dal precedente. Questo abbeveratoio è riempito per oltre due terzi dal fogliame della vegetazione arborea circostante, situazione che rende difficoltoso il censimento completo della popolazione di Urodeli (al contrario dell’abbeveratoio inferiore); nondimeno, oltre alle due specie sopra citate è stata accertata (anche nel successivo mese di aprile) la presenza di numerose femmine adulte in ovideposizione della Salamandrina dagli occhiali settentrionale Salamandrina perspicillata (fig. 4).

Fig. 4. Femmina adulta di Salamandrina dagli occhiali settentrionale (Salamandrina perspicillata) osservata nell’abbeveratoio e in procinto di ovideporre (foto di Stefan von Kempis).

Nello stesso sito è stata riscontrata, a pochi metri di distanza dall’abbeveratoio, su di un lieve rialzo del terreno, una piccola costruzione, di sicura origine antropica, denominata “bottino” dai locali, adibito alla canalizzazione delle acque sorgive e dotato di una porta d’accesso in metallo e, all’interno, di alcune vasche di decantazione con acqua appena corrente. La penombra dell’ingresso favoriva la presenza di una “associazione parietale”, zoocenosi costituita da Isopoda Armadiilliidae, Araneae Tetragnathidae, Diptera Limoniidae, Orthoptera Grillidae e Raphidophoridae, Lepidoptera Heterocera; oltre a rari Triturus carnifex e cadaveri di Mammiferi (Ghiro Glis glis) in acqua. Dietro il “bottino” è stata osservata una parete di roccia costituita da blocchi cementati e dotata di una piccola porta di accesso in metallo che immette in una cavità anch’essa adibita alla raccolta delle acque ruscellanti. In questa “grotta”, di poche decine di m2, sono stati oggetto di monitoraggio alcuni Chirotteri tra cui due specie ancora relativamente frequenti di Rhinolophidae, il Ferro di cavallo maggiore Rhinolophus ferrumequinum e il Ferro di cavallo minore Rhinolophus hipposideros, quest’ultima in forte declino; al contrario dell’unica specie di Vespertilionidae presente, il non comune Vespertilio di Bechstein Myotis bechsteinii. A completamento di un quadro di per sé già interessante deve essere considerato il contesto geologico e boschivo-forestale in cui sono “immersi” questi microambienti. Alle quote più basse, il sito è prossimo al limite superiore del piano collinare (800-900 m); dal livello della carrozzabile SR 578 (963 m) e sino all’abbeveratoio più elevato a 1.020 m si riscontra un bosco misto assimilabile ad un Querco-Carpinetum fitto con sottobosco ricco di specie; lungo il sentiero che collega l’abbeveratoio inferiore al superiore, le pareti di roccia strapiombanti  sono solcate da un ruscello di tipo crenal,a partire da quote appena più elevate; infine, a 1.020 -1.040 m, si riscontra il passaggio alla faggeta di Fagus sylvatica essenzialmente monospecifica, a tratti diradata con chiarie erbose che favoriscono la penetrazione della luce e quindi la presenza di specie relativamente termofile. Ricapitolando, i biotopi del sito, che includono una varietà realmente sterminata di condizioni micro-ecologiche, potrebbero essere riuniti nelle seguenti categorie: 1- artificiali: due abbeveratoi, il “bottino” e relative raccolte d’acqua; 2 - semi-naturali: una “grotta” di poche decine di m2; 3 - naturali: bosco misto e faggeta, ciascuno con il relativo sottobosco, parete di roccia a precipizio e acque ruscellanti con pozze alla base. La costruzione degli abbeveratoi, del “bottino” e della “grotta” potrebbe risalire agli anni immediatamente precedenti o successivi il secondo conflitto mondiale. Si tratta di un sito strutturalmente complesso le cui componenti sono concentrate in un’area poco disturbata dalla superficie di poco superiore a 0,1 kmq, circa 13 ha. Le sue caratteristiche strutturali suggerivano, sin dalla sua scoperta, una concentrazione non comune di specie legate ai numerosi e diversificati biotopi di un’area puntiforme (fig. 5).

Fig. 5. Il sito dell’hotspot e la ricchezza di specie riscontrata nella prima fase delle ricerche.

La ricchezza di specie  

I dati raccolti sino alla prima metà del 2024 erano limitati alla presenza di poche specie di Anfibi, Rettili e Chirotteri, alcune di notevole interesse ecologico, biogeografico e conservazionistico; la possibilità di trovarsi di fronte ad un hotspot di biodiversità rappresentava una mera congettura.Emergeva quindi la necessità di estendere le ricerche ad altri gruppi tassonomici, intensificando il lavoro sul campo e coinvolgendo, di conseguenza, numerosi ricercatori, sia botanici sia zoologi, con l’obiettivo di accertare, per mezzo della puntuale raccolta e analisi dei dati, il livello della ricchezza di specie dell’area. Ad ogni specialista è stato raccomandato di fornire un elenco ragionato dei materiali di propria competenza osservati e/o prelevati, considerazioni eco-etologiche e conservazionistiche incluse, oltre alla bibliografia specifica.

Le missioni si sono intensificate nel secondo semestre 2024; al termine del periodo di osservazioni erano state effettuate 30 sessioni giornaliere di ricerca sulle 43 riservate all’intero territorio del Comune di Petrella Salto incluse un paio di sessioni notturne dedicate ai Lepidotteri Eteroceri. Solo nel caso di quest’ultimo gruppo sono state impiegate tecniche altamente specifiche di cattura per le quali si rimanda alla bibliografia; nel caso degli altri gruppi tassonomici è risultata sufficiente l’utilizzazione di tecniche di raccolta a vista quanto mai semplici impiegando il retino entomologico e le sue varianti (ad es. a sfalcio) oltre a retini per la fauna acquatica, macrozooplancton incluso. Tutto ciò rende ancor più significativi i risultati ottenuti rappresentati globalmente dal censimento annotato di 505 specie; piante vascolari, ragni, coleotteri, lepidotteri eteroceri, altri gruppi di insetti, molluschi terrestri e d’acqua dolce, anfibi, rettili e mammiferi (Crucitti et al., 2025 a, b; Crucitti, dati non pubblicati) (fig. 4).

Piante vascolari (a cura di Marco Giardini). La lista delle specie della flora include 254 taxa tra specie e sottospecie di 56 famiglie inclusi 10 taxa identificati con certezza solo a livello di genere; 38 specie risultano nuove per il Cicolano. Le famiglie più rappresentate sono Fabaceae (24 taxa), Asteraceae (24), Poaceae (20) e Lamiaceae (19). I generi con il numero più elevato di specie sono Trifolium (8), Campanula e Geranium (5 cadauno), Sedum e Veronica (4 cadauno). Numerose le specie endemiche italiane; Campanula tanfanii, Cerastium tomentosum, Digitalis micrantha, Linaria purpurea, Erysimum pseudorhaeticum, Melampyrum italicum, Onosma echioides echioides, tutte incluse nella categoria LC secondo IUCN (IUCN, 2023). Le specie rare nel Lazio sono 13. Cotoneaster integerrimus e M. italicum sono particolarmente rare. Sono state osservate solo due specie aliene Veronica persica ed Erigeon sumatrensis. La notevole biodiversità dell’area è pure supportata dai seguenti riscontri: 5 specie di felci (su 7 totali) sono state osservate su una parete di roccia di 2 m2; il numero elevato di specie di Orchidaceae, 12, tutte Cites (fig. 6).

Fig. 6. Orchidee del Comprensorio Cicolano. A sinistra: il rostro del gimnostemio di Ophrys sp. A destra: Orchis militaris visitata da un coleottero (foto di Stefan von Kempis).

Arachnida Araneae (a cura di Luigi Lenzini). La lista include 31 specie di 18 famiglie. Le famiglie con il numero più elevato di specie sono Agelenidae e Amaurobiidae con 4 specie cadauna, Lycosidae e Tetragnathidae con 3 specie cadauna. Lo studio dell’araneofauna del sito ha evidenziato alcune peculiarità ad esempio la presenza di taxa quali Coelotes terrestris e Textrix denticulata tipiche del piano collinare e medio montano ma anche la presenza di taxa più termofili come Oxyopes lineatus e Micrommata virescens. Meta menardi e Metellina marianae sono legate all’ingresso umido e oscuro del “bottino” dove trovano un ricco pabulum di prede costituito, ad esempio, dagli Orthoptera Raphidophoridae del genere Dolichopoda.

Tra i Mantodea è opportuno menzionare la vistosa specie Empusa pennata, tra gli Orthoptera Petaloptila andreinii, specie endemica italiana; tra i Diptera, il vistoso Tipulidae Tipula maxima che predilige i siti umidi delle acque ruscellanti sulle pareti rocciose.

Coleoptera (a cura di Roberto Antonelli e Davide Brocchieri). Risultano 53 specie di 19 famiglie; la più rappresentata è quella dei Carabidae con 8 specie. Alcune specie rivestono un considerevole interesse ecologico e/o biogeografico. Tra le più vistose citiamo Carabus lefebvrei, endemica dell’Italia centro-meridionale,e Lucanus tetraodon; analogamente, Laemostenus latialis, endemica dell’Italia centrale. È pure interessante la sintopia di due Melolonthidae congeneriche, Aplidia transversa e A. etrusca. Stenagostus rhombeus e Prionychus melanarius entrambe saproxilofaghe, sono specie VU ed NT, rispettivamente.

Lepidoptera Heterocera (a cura di Paolo Mazzei). Risultano 108 specie di 17 famiglie. Un campionamento con telo luminoso effettuato nella prima metà di luglio ha fornito il risultato di 85 specie in 4 ore di esposizione, a conferma della notevole ricchezza di specie dell’area. Un secondo campionamento effettuato all’inizio di ottobre e della stessa durata ha fornito il risultato di 28 specie, decisamente buono dato il periodo. Più di 40 specie sono legate, allo stadio larvale, a cespugli di Rosaceae oppure ad alberi dei generi Quercus e Acer. Due specie di Geometridae rivestono un particolare interesse: Idaea determinata, prima osservazione per l’Italia centrale, e Celonoptera mirificaria, dappertutto rara e localizzata analogamente al Geometridae Isturgia sparsaria, specie endemica dell’Italia centrale. Il periodo del campionamento non è risultato favorevole per alcune specie, come per altre potenzialmente presenti nell’area, ad es. Euplagia quadripunctaria il cui periodo di volo è compreso tra la fine di luglio e l’inizio della primavera, specie in Direttiva Habitat (92/43/CEE). Pertanto, il sito dell’hotspot potrà riservare in futuro ulteriori, notevoli, sorprese.

Mollusca Gastropoda (a cura di Luca Tringali). Risultano 34 specie di 22 famiglie, tutte strettamente terrestri ad eccezione di Bythinella opaca. Il genere Bythinella è una entità crenobionte-stigofila piuttosto ampiamente diffusa nelle aree collinari e montane dell’Italia centro-settentrionale, Appennini inclusi, e della Campania. La famiglia maggiormente rappresentata è Clausiliidae con 6 specie, la più comune risulta Pomatias elegans. La comparazione con la malacofauna di altri siti del Lazio, ad esempio quella dei Monti Lepini, area ben più estesa rispetto a quella dell’hotspot e nella quale sono state riscontrate 43 specie (Hallgass e Vannozzi, 2016) - appena 9 in più di quelle osservate nel sito puntiforme del Cicolano - conforta due generalizzazioni preliminari: l’elevata ricchezza di specie del sito; il fatto che il dato complessivo (34 specie) sia prossimo alla realtà. Sette taxa sono endemiti italiani; Cochlodina bidens, Leucostigma candidescens samnitica, Macrogastra plicatula apennina, Stigmatica paestana, Vitrea cf. cavannae, Campylaea planospira planospira ed infine Helix pomatella. Quest’ultima è caratterizzata dall’areale ristretto nell’Appennino centrale sebbene sia piuttosto comune nel Cicolano ove è legata a biotopi rocciosi con presenza di cespugli di Juniperus sp.pl. La congenere, e non comune specie nel Lazio, Helix straminea,la cui conchiglia può talvolta superare il diametro di 60 mm, è distribuita in Italia tra 140 e 1.190 m slm, preferibilmente nelle faggete e nei castagneti. Paralaoma servilis risulta l’unica specie introdotta.

Amphibia e Reptilia (a cura di Pierangelo Crucitti e Nicolò Pellecchia). Il numero di specie riscontrato nell’intero Comprensorio Salto-Cicolano, 16 - 5 Anfibi (3 famiglie) e 11 Rettili (6 famiglie) - è risultato piuttosto basso sia rispetto al numero di specie dell’Italia, 42, sia rispetto al numero di specie atteso. Nella Riserva Naturale dei Monti Navegna e Cervia sono state rilevate 25 specie, 10 Anfibi e 15 Rettili (Salvi et al., 2014). Crucitti et al. (2025 b) discutono i fattori che possono aver determinato un tale impoverimento del numero di specie; tra questi, il puro e semplice difetto di ricerca. Peraltro non sembra questo il caso dell’hotspot ove sono state rilevate 13 specie di 6 famiglie; tutte le specie di Anfibi del Cicolano ad eccezione di Rana italica attentamente ricercata nel sito ove è presente Salamandrina perspicillata con cui la rana appenninica è spesso sintopica; peraltro, senza alcun risultato (fig. 7). Si rileva la stretta sintopia di due specie di Serpentes, Coronella austriaca e Vipera aspis francisciredi nei biotopi rupestri dello stretto sentiero che collega i due abbeveratoi.

Fig. 7. Adulto di Tritone punteggiato Lissotriton vulgaris. Specie tipicamente presente nei prati allagati, stagni temporanei e abbeveratoi del comprensorio, spesso in sintopia con il tritone crestato (Triturus carnifex) (foto di Stefan von Kempis).

Mammalia (a cura di Giovanni Amori e Danilo Russo). Le ricerche preliminari su questo gruppo (v. paragrafo successivo) hanno permesso di riscontrare 15 specie di 13 famiglie e si tratta di un risultato non così modesto come peraltro emerge dal confronto con le specie dell’intero Lazio (71) e dalla quasi completa assenza di interi gruppi rappresentati nella fauna dell’Appennino Centrale da numerose specie, ad es. i Soricomorpha. In realtà, adottando un approccio puramente empirico costituito dalle osservazioni a vista percorrendo specifici transetti, non è possibile, anche per mezzo di osservazioni ripetute, pervenire a risultati rappresentativi della reale ricchezza di mammiferi di un’area. Eventi relativamente fortunati possono essere rappresentati dal rinvenimento di prodotti dell’attività (aculei di istrice Hystrix cristata), cadaveri (Ghiro Glis glis, Ratto nero, Rattus rattus, Talpa romana Talpa romana, Tasso Meles meles) nonché dall’osservazione di specie ad attività anche diurna (cinghiale Sus scrofa, scoiattolo Sciurus vulgaris, capriolo Capreolus capreolus). Un dato interessante è relativo alle aggregazioni di Chirotteri rinvenute nella “grotta”; Rhinolophus hipposideros, R. ferrumequinum e Myotis bechsteinii (fig. 8).

Fig. 8. Individuo di Rhinolophus hipposideros con grossa zecca alla base del capo (foto a sinistra). Individuo della stessa specie rinvenuto in grotta nella tipica posizione sospensoria (foto di Stefan von Kempis e Luca Tringali).

Le ricerche in corso sui mammiferi
A seguito della ricchezza di specie emersa nei quattro anni di studi, la Società Romana di Scienze Naturali ha deciso di avviare un ulteriore ciclo di ricerche nell’area nel biennio 2025-2026. Lo scopo è approfondire la distribuzione sul territorio delle specie di Mammiferi. La comunità di Mammiferi viene studiata tramite l’utilizzo di fototrappole, hair tubes, pitfall e registratori acustici. L’obiettivo è quello di realizzare una checklist quanto più possibile completa della teriofauna del Comprensorio Salto-Cicolano. Le attività di ricerca nei primi mesi del 2025 hanno permesso di identificare numerose specie non segnalate nell’area durante i primi quattro anni di lavoro sul campo. In particolare, alle 15 specie originariamente censite nell’hotspot si sono aggiunte 14 specie di piccoli, meso e macro-mammiferi. L’utilizzazione di registratori acustici audiomoth ha permesso di identificare diverse specie di Chiroptera tra cui la Nottola comune Nyctalus noctula, il Pipistrello di Savi Hypsugo savii, il Vespertilio di Daubenton Myotis daubentonii ed il comune Pipistrello nano Pipistrellus pipistrellus. Sono stati raccolti dati che indicherebbero la presenza altre specie di Vespertilionidae, due delle quali appartenenti al genere Myotis oltre a rappresentanti del genere Plecotus e al raro Barbastello Barbastella barbastellus. Grazie alla utilizzazione di hair tubes sono stati raccolti campioni di pelo di una specie di toporagno appartenente al genere Sorex. Il rinvenimento di resti di nocciole rosicchiate di Corylus avellana indicherebbe la presenza di almeno una delle due specie del genere Apodemus (Apodemus sylvaticus vel Apodemus flavicollis) anche ripresi dalle fototrappole posizionate per lo studio dei medi e grandi Mammiferi. Questi dispositivi hanno consentito scoperte interessanti. Sono state “immortalate” diverse specie appartenenti alla famiglia Mustelidae, in particolare Martora Martes martes, Faina Martes foina e Puzzola europea Mustela putorius, quest’ultima di particolare interesse in quanto di difficile osservazione, legata a particolari contesti ambientali e quindi spesso molto localizzata. Il Cervo nobile Cervus elaphus è presente nel sito monitorato sebbene con densità mediamente basse.

Fig. 9. Adulto di Lupo grigio appenninico Canis lupus italicus (foto di Stefan von Kempis).

Ulteriori dati interessanti riguardano la presenza dell’elusivo Gatto selvatico Felis silvestris e del Lupo Canis lupus italicus, due specie che frequentano regolarmente l’area in questione (fig. 9). La scoperta più significativa riguarda senza dubbio il passaggio, nei pressi dell’area monitorata, di un giovane esemplare di Orso bruno marsicano Ursus arctos marsicanus. Questa osservazione da sola basterebbe a provare l’importanza e il grande valore di questo territorio per la tutela di numerose specie a rischio. La conservazione a lungo termine dell’orso bruno marsicano passa necessariamente da un’espansione dell’areale della specie, attualmente centrato sul Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ed aree limitrofe, in particolare per quanto riguarda le femmine che tendono ad essere più filopatriche (fig. 10) (Zedrosser et al., 2007, Ciucci et al., 2017).

Fig. 10. Mappa di distribuzione delle femmine di orso bruno marsicano con cuccioli nell’Appennino Centrale tra il 2005 ed il 2014, basata sull’analisi zonale di 22.828 dati di presenza verificati (Ciucci et al., 2017).

I movimenti di dispersal dei giovani orsi che si allontanano dalle zone più centrali del loro areale, percorrendo anche centinaia di chilometri in poche settimane (Forconi et al., 2014) permettono alla specie di colonizzare ambienti potenzialmente idonei (fig. 11), fondamentali per favorire una ripresa numerica di questa popolazione che è attualmente a forte rischio di estinzione. Si stima infatti che ci potrebbero essere non più di 60 individui in tutto l’Appennino Centrale (Ciucci et al., 2015). Le attività di monitoraggio genetico che verranno svolte nel corso del 2025 in molte zone dell'Appennino, Comprensorio Salto-Cicolano incluso, permetteranno sicuramente di confermare o aggiornare questa stima. In tale contesto emerge l’importanza del Comprensorio Salto-Cicolano per la conservazione di questa come di numerose altre specie, in quanto il territorio in oggetto rappresenta un vastissimo corridoio ecologico con una notevole diversità di ambienti potenzialmente idonei per l’orso marsicano (Maiorano et al., 2019); secondo questi autori, l’area del Cicolano, insieme ai Monti Carseolani potrebbe ospitare fino a tre femmine adulte riproduttive e rientra tra le aree critiche di conservazione della specie (fig. 11).

Fig. 11. L’area del Cicolano - Monti Carseolani evidenziata in rosso (n° 8) rappresenta una zona critica di conservazione dell’Orso bruno marsicano (Maiorano et al., 2019).

Gli spostamenti erratici di questi giovani orsi non sono privi di rischio (Forconi et al., 2014). La vicinanza di questi individui ai centri abitati e la loro frequentazione di zone interessate da attività di caccia, addestramento cani, traffico veicolare e taglio del bosco è motivo di preoccupazione. Un caso evidente è rappresentato dalla SP 578 Salto Cicolana, lungo la quale, durante quasi ogni missione della SRSN, è stato riscontrato un evento di roadkill a carico soprattutto diVolpe Vulpes vulpes, Tasso Meles meles e Faina Martes foina; più raramente di Istrice Hystrix cristata (fig. 12), Martora Martes martes, puzzola Mustela putorius, riccio europeo Erinaceus europaeus e rapaci quali Allocco Strix aluco e Barbagianni Tyto alba.

Fig. 12. Esemplare di istrice investito (Hystrix cristata) rinvenuto ancora vivo immobilizzato per il trauma da impatto e con notevoli difficoltà respiratorie (foto di Stefan von Kempis).

I fattori di rischio
L’elevato numero di emergenze floro-faunistiche, vistose, rare, endemiche, suggerisce alcune considerazioni di carattere conservazionistico eventualmente estese all’intero Comprensorio Cicolano; ed è pure interessante il dato relativo alla rarità di specie alloctone e infestanti. Anzitutto è possibile individuare alcuni fattori che contribuiscono al mantenimento delle condizioni di elevata naturalità dell’hotspot partendo da quella più generale ovvero l’elevato grado di isolamento del Comprensorio Cicolano: a) la marcata acclività che sfavorisce l’attività agricola; b) la densa copertura boschiva che mitiga gli effetti del global warming; c) la presenza di piccoli edifici di origine antropica i quali, lungi dal rappresentare elemento di disturbo, contribuiscono al mantenimento di interessanti biocenosi e quindi all’incremento complessivo della ricchezza di specie. Il carattere puntiforme del sito e la sua vicinanza alla SR 578 Salto Cicolana e all’edificato più o meno compatto di Petrella Salto, consentono di individuare alcuni fattori potenzialmente impattanti sulle sue biocenosi. Peraltro non pretendiamo che l’elenco discusso sia esaustivo.

1. La prossimità del sito alla SR 578, carrozzabile intensamente trafficata in alcuni periodi dell’anno e l’elevato numero di eventi di roadkill accertati che interessano soprattutto l’erpetofauna (Serpentes) e la teriofauna (meso e macro-mammiferi). Più in generale, i principali comuni del Comprensorio Salto Cicolano includono numerose frazioni (15 nel caso di Petrella Salto!) collegate da una rete capillare di strade minori; il tributo pagato dalla fauna locale ad eventi di roadkill non è pertanto trascurabile;

2. gli “usi civici”, dalla caccia alla raccolta dei prodotti della terra, in particolare funghi nel sottobosco della faggeta;

3. l’eventuale prelievo di acqua dall’abbeveratoio inferiore inclusa la sua periodica pulizia ed il contestuale impatto sulle popolazioni di Urodeli;

4. l’utilizzazione di percorsi per arrampicate sportive in pareti di roccia a picco sulle quali si sviluppano infiorescenze di rare specie quali Campanula tanfanii;

5. l’ecoturismo estivo derivante dalle pratiche della cosiddetta “valorizzazione” delle aree in buone condizioni di naturalità.

Considerazioni conclusive
A questo punto si rende necessaria l’analisi dei fattori strutturali che hanno determinato condizioni favorevoli alla inconsueta ricchezza di specie del sito puntiforme presso Petrella Salto. Pertanto, si ammetta di compiere la seguente operazione mentale in puro stile riduzionista; la scomposizione dei biotopi del sito in categorie più o meno omogenee.

Ammettiamo anzitutto che gli elementi artificiali e semi-artificiali (abbeveratoi, edificio di raccolta delle acque e cavità) siano legati ad una prateria erbosa o comunque ad un ambiente aperto; in tal caso, almeno una componente di grande pregio conservazionistico risulterebbe assente dato il suo stretto rapporto con l’ambiente boschivo, ovvero la Salamandrina dagli occhiali.

Consideriamo ora il bosco privo delle costruzioni realizzate dall’uomo; mancherebbero le specie legate alle acque ferme degli abbeveratoi e all’ambiente simil-ipogeo degli edifici chiusi; gli Amphibia Caudata, alcuni Chiroptera (non necessariamente il Vespertilio di Bechstein, legato all’ambiente forestale) e l’intera biocenosi costituita dai taxa dell’associazione parietale.

Ammettiamo l’esistenza di un bosco uniforme nella sua composizione e struttura, ad esempio una faggeta; in tal caso sarebbero presumibilmente rare o assenti alcune specie piuttosto strettamente termofile, rappresentate da ragni, coleotteri e altri insetti ad es. mantodei, legate al querceto misto.

Ammettiamo infine l’assenza della parete di roccia a falesia, fatto che determinerebbe la rarità delle numerose specie di molluschi ad essa legate.

Se ricomponiamo il tutto ritornando alla situazione reale, rileviamo come la compresenza di numerosi e diversificati biotopi sia artificiali e semi-artificiali (abbeveratoi e bottino di canalizzazione delle acque, grotta) sia naturali (bosco misto, faggeta, acque ruscellanti, pareti di roccia a picco) in un’area puntiforme possa essere sufficiente per determinare la singolarità della situazione descritta. Dalle nostre osservazioni emergono numerose considerazioni. Quanti siti con caratteristiche analoghe potrebbero esistere nell’Appennino Centrale? Si tratta di un’area ricca di boschi all’interno dei quali potrebbero permanere biotopi ruderali; più in generale, i numerosi centri montani ormai spopolati con il loro corredo di piccoli edifici antropici abbandonati sparsi ovunque, nel Comprensorio Cicolano come altrove. Il numero di specie (e quindi la ricchezza di specie) può essere direttamente proporzionale alla complessità strutturale del sito, ammettendo di essere in grado di misurare tale parametro? Questi siti potrebbero essere considerati vere e proprie “isole” all’interno di un’area più vasta. L’analisi quantitativa della “irreplaceability” potrebbe consentire la loro identificazione come KBA Key Biodiversity Areas (cf. Boitani et al., 2007). Il loro studio approfondito non dovrebbe essere trascurato in particolare nel caso in cui siano ubicati in aree prive di provvedimenti di tutela, anche al fine di mantenere inalterata la loro capacità di resilienza, minimizzando la conseguente potenziale erosione dei beni e dei servizi ecosistemici erogati (Danovaro, 2025; Danovaro e Gallegati, 2025). È quanto mai opportuno ricordare che la partita della conservazione della biodiversità si gioca anche e soprattutto all’interno delle aree marginali alle aree protette.

 

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