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Il sogno di Renzo - Nel 120.mo della nascita e 50.mo della morte di Renzo Videsott (1904 – 1974)

Qualche appunto, anche personale, sul fondatore della nostra associazione, dell’UICN e della CIPRA. Passato alla storia per il suo impegno che salvò dall’estinzione lo stambecco della Alpi e per la riorganizzazione del primo Parco nazionale d‘Italia.

Valter Giuliano

Ebbi l’onore e la fortuna di incontrare, poi conoscere, Renzo Videsott negli ultimi anni della sua esistenza. Da giovane iscritto alla Pro Natura frequentavo le serate al Collegio San Giuseppe di Torino dove, ogni giovedì, la Pro Natura Torino proponeva le sue conferenze sulle tematiche ambientali. Fu quello uno dei luoghi della mia formazione. Nei posti in prima fila, gli animatori dall’associazione erede del Movimento Italiano Protezione della Natura voluto proprio da Videsott: Bruno Peyronel con la preziosa collega Vanna Dal Vesco, il presidente Ugo Campagna con la solerte segretaria Nuccia Baroero.
In una di quelle serate mi avvicinai rispettosamente al mitico direttore Videsott accompagnato dalle figlie Elena e Cecilia. Di lui sapevo tutto quel che allora potevo sapere. Ero appena uscito, con alcuni compagni di liceo, dal corso per Guide della Natura del PNGP pensato nell’Anno Europeo della Conservazione della Natura (1970) e attivato nell’anno successivo per sfornare i primi volontari nel 1972. L’emozione di trovarmi di fronte a una persona che avevo in qualche maniera mitizzato, conoscendone impegno e imprese da pioniere della salvezza dello stambecco delle Alpi e poi protagonista della fondazione della “mia” associazione, fu davvero forte.
Il tempo consolidò un’empatica confidenza con Cecilia, strenua custode della memoria del padre, rinsaldata, in particolare, quando mi occupai, collaborando con Franco Pedrotti, dell’organizzazione delle manifestazioni per il cinquantenario del MIPN a Sarre.
Fu proprio Cecilia a mettere a mia disposizione i diari autografi di Renzo mentre, nel frattempo, l’imponente lavoro saggistico di Pedrotti mi consentì di meglio approfondire personalità e attività di Videsott.
Ho sempre sentito la necessità di dover restituire al primo direttore del primo Parco nazionale d’Italia la gratitudine per il suo impegno di cui un’avventata e sconsiderata decisione del Consiglio direttivo dell’Ente segnò la conclusione determinandone, nel 1969, le dimissioni.
È quanto mai opportuno dare a lui tutto il tributo che merita quale grande protagonista non soltanto delle riconosciuta salvezza della specie stambecco, giunta sull’orlo dell’estinzione, quanto di figura  fondamentale nella nascita e nella crescita della nuova consapevolezza ambientalista che, superato il naturalismo, spostava il suo impegno sul terreno dell’impegno sociale e politico rendendosi conto di quanto il primo non fosse sufficiente.
La vita di Renzo Videsott si è dipanata tra Trento, dove nacque il 10 settembre 1904, a Torino dove ha lasciato la vita il 4 gennaio 1974. Nelle sue terre di origine diede prova di grandi qualità alpinistiche, con una brillante carriera di crodaiolo sviluppata nel periodo tra il 1924 e il 1930. Compagni di cordata Pino e Raffaello Prati, Giorgio Graffer, Leo Rittler e DomenicoRudatis (che disegnerà il simbolo del MIPN). Perla scritta negli annali dell’alpinismo – vero e proprio capolavoro del sesto grado – la salita del 1929, insieme a questi ultimi due, dello spigolo nord-ovest della Busazza nel gruppo del Civetta.
A Torino si trasferì per laurearsi in veterinaria nel 1928.
L’anno seguente frequenta come ufficiale veterinario la Suola di cavalleria di Pinerolo, per poi essere assegnato al Reggimento di artiglieria a cavallo “Voloire” di Milano.
Sarà poi docente alla Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino in patologia e clinica medica e poi in farmacologia. Nel 1953 ottenne il distacco alla direzione del Parco nazionale Gran Paradiso, a sancire un impegno iniziato nel 1943 e a cui dedicherà l’intera vita.
Per lui l’impegno sull’arco alpino, all’altro estremo rispetto a quello in cui era nato, si profilò subito come una sorta di missione per impedire la possibile estinzione dello stambecco. Una vocazione di cui interpretò alcuni elementi che gli apparvero premonitori e determinanti per le sue scelte.
Lui, erede della tradizione dei cacciatori alpini, che lo vide impegnato fin dall’adolescenza, davanti agli occhi imploranti di un capriolo morente inseguito sule montagne di Fanes, si convertì e dopo il 1947 non uccise più alcun animale in alta montagna. Fatto è che si dedicò anima e corpo anche muovendosi, tra mille insidie, in bicicletta, tra Torino e le valli valdostane del Parco, per la difesa dello stambecco, quasi a redimersi dal suo passato venatorio. Proprio nel 1943 aveva promosso l’insediamento di una colonia sulle montagne della sua Marebbe, esperienza poi conclusasi malamente.
Intanto in quegli anni fece, altresì, la scelta di impegnarsi contro il regime fascista con le formazioni di Giustizia e Libertà. Non partecipò mai attivamente ad azioni armate, anche se ricorderà di essersi trovato «varie volte in situazioni da essere fucilato solo perché mi ricordavo la gioia che dava il rischio della montagna». Nell’impegno partigiano vedeva «molta purezza ideale» che condivise con decisione ritenendosi costituzionalmente «tagliato per affrontare freddamente la guerra».
In quel periodo conobbe e frequentò Federico Chabod e Vittorio Foa, con il quale instaurò un solido legame che gli consentì aiuti concreti nel momento della riorganizzazione del parco.
Queste conoscenze  non furono ininfluenti nel momento in cui, nel 1945, con il consenso del Comando Alleato, Renzo Videsott fu scelto come Commissario straordinario del PNGP, incaricato di ricostruirne l’organizzazione. Il passaggio da partigiano a parchigiano era compiuto. Il suo impegno come difensore della natura e dell’ambiente definitivamente scolpito nella sua biografia anche se, proprio in uno scambio epistolare con Foa espresse tutte le sue preoccupazione per  una decisione che rischiava di apparire del tutto utopistica, ma di cui era profondamente convinto che sarebbero diventate «realtà future in Italia, dopo averle toccate con mano all’estero».
Per riorganizzare il servizio di sorveglianza, che con la milizia fascista si era ridotto al ridicolo, assunse i migliori bracconieri – costretti per fame alla caccia di sopravvivenza – convincendoli alla necessità di togliere dai mirini gli stambecchi e offrendo loro, in compenso, lo stipendio da guardaparco.
Fu il primo passo per ridare alla prima area nazionale protetta una prospettiva.
Per rafforzarne la presenza ebbe l’intuizione di promuovere un movimento popolare a sostegno della natura e dell’ambiente, che si concretizzò prima con il MIPN poi con l’UIPN.
Il seguito è storia che non ripetiamo (bello a tal proposito il saggio di  Edgar Meyer Il visionario che salvò il Parco. 25 anni di Renzo Videsott per i 100 anni del Parco Nazionale Gran Paradiso, Lions Club Alto Canavese, Castellamonte 2022) e che ha sancito l’iscrizione della figura di Renzo Videsott tra i più insigni protagonisti della storia della protezione dell’ambiente nel nostro Paese.
Che meriterebbe un riconoscimento tra i grandi della Nazione.
Purtroppo si deve accontentare che si sia solo noi, e pochi altri, a ricordarlo...
E lo vogliamo ricordare come padre fondatore con le parole con cui Dino Buzzati scrisse, sulle pagine del Corriere della Sera, delle persone che Renzo Videsott seppe coinvolgere dando loro appuntamento nella dimora del Conte Gallarati Scotti: « ... si decide di formare un Gruppo di amici della natura, pochi per ora e senza impacci burocratici, senza statuto, consiglio direttivo, sede sociale e senza neanche presidente (...). Firmato il foglio, gli amici si disperdono per il solenne parco silenzioso che non è poi tanto grande ma sembra immenso per le straordinarie prospettive. E non è come in quei gravi congressi che appena finita la seduta tutti si mettono a parlare d'altro come per liberarsi da un ingrato peso. Qui tutti parlano ancora di boschi e di montagne (...).Ci par molto civile che nell'anno 1948 ci sia ancora qualcuno che si interessi sinceramente di queste cose. Di fronte alla natura se si riesce a guardarla con animo sincero, le miserie si sciolgono, gli uomini si ritrovano l'un l'altro, dimenticando di avere questo o quel colore. (...) Ma che importa – dirà qualcuno – se l'orso scomparisse dalle Alpi? È un po' come chiedere perché sarebbe un guaio se il "Cenacolo" di Leonardo andasse in polvere. Sarebbe un incanto spezzato senza rimedio, una nuova sconfitta della già mortificatissima natura».
Alla fine, dopo Oreno, si ritrovarono con Renzo, il fratello Paolo, internato in un campo tedesco, i fratelli Bruno e Nino Betta, anch’essi deportati, Domenico Riccardo Peretti Griva, magistrato antifascista, suocero di Alessandro Galante Garrone, Fausto Penati, tra gli animatori del Partito d’Azione. Reduci dall’impegno in Giustizia e Libertà e visionari di democrazia eccoli protagonisti del nascente ambientalismo, mossi dalla stessa fiducia e speranza di futuro. Ad accompagnarli in questa nuova sfida un manipolo di altri visionari che Videsott richiamò a sé al castello di Sarre e a una visita al Parco nazionale Gran Paradiso «dopo aver visto e constatato come all'estero, in questo campo, si sia tanto lavorato e raccolto e come troppo poco sia stato fatto in Italia».
Videsott constata come non sia più sufficiente il pur prezioso lavoro delle società scientifiche ma occorra raccogliere intorno a «un parco ben diretto» che può esserne « il cuore pulsante (...) le migliori umane forze operanti, non rese limbo da un sublimato ed astratto pensiero scientifico, ma rese nobile vita da una creativa interpretazione poetica, dei fatti misteriosi del mondo naturale, che ci è diventato soffocante solo perché troppo artefatto anche dall'arroganza dell'umanità. (...)
In quest'Italia che ha dato tante persone valorose nel campo naturalistico operante, non ci dobbiamo scoraggiare. Dobbiamo almeno tentare, dobbiamo trovarci per discutere, alla buona, litigarci da amici, se necessita, ma senza ordini del giorno, ma senza sperperi né di quattrini né di energie per il superfluo e per la forma. (...) questa nostra discussione preliminare è urgente e serve anche per la probabile Conferenza internazionale di Parigi, sotto l'egida dell'Unesco».
È il 25 giugno del 1948 e parte l’avventura del MIPN che, passato attraverso la trasformazione in Pro Natura Italica nel 1959, nel 1970 ha assunto l’attuale denominazione di Federazione nazionale Pro Natura: L’urgenza dell’impegno internazionale si concretizzò poco dopo a Fontainebleau (settembre-ottobre 1948) con la fondazione dell’UIPN (oggi UICN) e subito dopo (maggio 1952), di fronte agli attacchi all’integrità ambientale del suo Gran Paradiso con i progetti dei bacini idroelettrici, della CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine), attiva tutt’oggi.
Il sogno di Renzo si è dunque sviluppato e consolidato e la sua eredità è stata raccolta. Che si sia realizzato non può purtroppo essere detto. Ma stiamo vivendo una nuova fase di presa di coscienza e di consapevolezza da parte delle nuove generazioni, che sono scese in campo assumendosi l’impegno di continuare nella lotta per la difesa di quella natura che Renzo Videsott ha servito con abnegazione, convinto, come lo siamo noi, che sia la base imprescindibile per ogni futuro destino della specie umana. Oggi come ieri servono molti visionari che raccolgano con entusiasmo il testimone dei pionieri della difesa dell’ambiente per farne il fulcro di quella ormai inderogabile riconversione ecologica che ci chiama a un cambiamento radicale a cominciare da dentro noi stessi.
E che magari tornino a mobilitarsi «attorno a una realtà visibile, a bellezze rare e solitarie, di monti, di alberi, di fauna» come sono quelle che le nostre aree protette difendono.

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