Invece del nucleare: come salvare il clima senza ipotecare il futuro
di Gian Piero Godio
Premessa
Anch’io, come tanti giovani studenti di oggi, ho creduto a suo tempo che l’energia derivante dalla fissione nucleare potesse rappresentare il modo migliore per affrancare il mondo intero dalla schiavitù delle fonti fossili, e sono stato ben contento di essere assunto al Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare dove, nel giro di pochi anni, sono diventato responsabile della unità di automazione e di calcolo scientifico di un importante impianto di riprocessamento di combustibili nucleari.
è proprio facendo quel lavoro che ho constatato quanto il nucleare fosse pericoloso per i lavoratori, per l’ambiente e per il suo legame con le guerre, e così mi sono sentito in dovere di fare conoscere a tutti ciò che non si legge sui libri di fisica o di ingegneria nucleare, entrando a far parte attiva, già negli anni ’80, dei movimenti ecopacifisti e successivamente delle associazioni ambientaliste Pro Natura e Legambiente, delle quali faccio parte tuttora.
Dobbiamo salvare il clima, come?
L’obiettivo che è doveroso porsi oggi è quello del contrasto, mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici per assicurare al Pianeta un futuro che sia sostenibile per le prossime generazioni e per tutti gli esseri viventi.
Per fare questo non esiste una soluzione univoca, adatta a qualsiasi realtà, ma vanno individuate e praticate diverse misure convergenti che concretizzino tutto il potenziale di uno specifico territorio, andando verso un'equità ed una solidarietà globali, tra le specie viventi, tra i popoli, tra le generazioni e tra gli individui, praticando la sufficienza e l’efficienza, utilizzando appropriatamente le fonti energetiche rinnovabili e pulite, anziché coltivare speranze velleitarie basate su tecnologie non appropriate come quella della fissione nucleare.
Per questo gli obiettivi climatici nazionali, regionali e comunali non possono basarsi solamente su possibili sviluppi tecnologici, ma devono trovare necessariamente il supporto della cittadinanza che, tramite micro-azioni su fonti rinnovabili, efficienza, sufficienza e modifica delle proprie abitudini nei settori della mobilità, dei rifiuti, dell'utilizzo delle risorse e delle acque, delle scelte alimentari, di consumo, del tempo libero, ecc., possono concretizzare tutti quegli obiettivi per raggiungere i quali le istituzioni possono fare ben poco.
Sarà pertanto importante che i cittadini che lo desiderano possano essere informati delle numerose scelte pratiche attualmente disponibili e degli stili di vita che possono praticare per far sì che non sia necessario ricorrere a tecnologie pericolose come quella nucleare. Perché le centrali nucleari, grandi o piccole, di terza o di ennesima generazione, anche senza contare il possibile utilizzo in campo militare dei materiali prodotti ed i rischi in caso di eventi bellici o terroristici, rappresentano il modo più pericoloso, costoso e intempestivo per produrre energia elettrica, mentre la sufficienza, l’efficienza e le fonti rinnovabili e pulite, correttamente dimensionate e localizzate, sono le uniche che possono garantirci un futuro sostenibile, dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.
Il nostro Paese ha già conosciuto bene il nucleare
Come dice bene una famosa frase attribuita a Primo Levi: “Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”, in Italia sarebbe utile e formativo ricordare quali erano le caratteristiche di efficacia, pericolosità e sostenibilità del nucleareda fissione di ieri, per poi arrivare a quello che ci viene proposto oggi.
E di nucleare pregresso da ricordare ne abbiamo parecchio!
Il nostro Paese aveva infatti tutti gli impianti necessari per il nucleare, e anche le miniere di uranio, quali ad esempio quelle di Peveragno e Canosio nella zona di Cuneo o quelle di Giaglione nella zona di Susa.
A seguito di questa fervente attività degli anni ’60-‘70, oggi i siti che si trovano costretti ad ospitare sostanze radioattive sono quella ventina che si possono vedere nella seguente figura.
Ma in Italia, oltre a non dover cercare la parola “nucleare” su Wikipedia, siamo anche abituati a dover fare i conti con gli imbonitori e i falsificatori, non solo politici, ma anche tecnici.
A titolo di esempio, il noto ingegner Castelli, per l’allora costruenda centrale nucleare Enrico Fermi di Trino (VC), nel 1960 dichiarava alla Stampa che “non vi saranno scorie né ceneri radioattive”, come mostra questo trafiletto.
E cosa dire poi dell’inganno ai danni di Saluggia (VC), alla quale era stata promessa ricerca scientifica ai massimi livelli, ed è invece divenuta il cimitero nazionale che ospita più del 75% dei materiali radioattivi esistenti oggi in tutta Italia.
E l’allora prestigioso reattore di ricerca Avogadro RS1 di Sorin, del gruppo FIAT, che troneggiava sulla copertina dell’Illustrato Fiat del 1959, oggi, pur essendo collocato a breve distanza dal fiume Dora Baltea e dai pozzi del più esteso acquedotto del Piemonte, ospita (a spese dei contribuenti italiani) la quasi totalità delle barre di combustibile irraggiato presenti nel nostro paese.
Infatti, secondo ISIN (l’Autorità di regolamentazione competente in materia di sicurezza nucleare e di radioprotezione), 28 milioni di miliardi di Bq su un totale di 35 sono in Piemonte, e di questi 28 milioni di miliardi, 26 milioni di miliardi vengono da Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, dalla centrale nucleare del Garigliano.
Come se ciò non bastasse, la recente Relazione di Bilancio pubblicata da Sogin (la Società pubblica specializzata nel settore nucleare che si occupa del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi) prevede che in questo deposito vengano prossimamente stoccate le scorie ad alta attività provenienti dal riprocessamento effettuato a Sellafield (UK) e a La Hague (F).
La scarsa efficacia della fissione nucleare per la produzione di energia elettrica
Le quattro centrali nucleari storiche, Trino, Caorso, Latina e Sessa Aurunca, tutte insieme, in tutta la loro vita attiva hanno prodotto meno di 90 miliardi di kWh netti di energia elettrica, pari a poco più di 100 giorni dei nostri consumi nazionali di energia elettrica.
I pannelli fotovoltaici, solo nel 2023, hanno prodotto oltre 30 miliardi di kWh.
In proposito si sente dire che i pannelli fotovoltaici sono poco efficienti, ma occorrerebbe invece riflettere bene sulla “insostenibile pesantezza del nucleare”, persino in termini di vero e proprio peso dei materiali che costituiscono una centrale nucleare
Già, quanto pesa una centrale nucleare?
La centrale Enrico Fermi di Trino pesa 215.000 tonnellate e ha prodotto 25 miliardi di kWh netti di energia elettrica in tutta la sua vita attiva di più di 20 anni.
Altre centrali nucleari “pesano” anche di più.
Con lo stesso “peso” di pannelli fotovoltaici (10 kg/m2) si possono avere 21.500.000 m2 di pannelli ottenendo ogni anno 4 miliardi di kWh, in 20 anni 80 miliardi, contro i 25 miliardi della centrale nucleare.
E il pannello fotovoltaico comprende già al suo interno il “combustibile”, non servono miniere e arricchimento!
Certamente si potrebbero ipotizzare centrali più piccole … ma se si fanno più piccole, utilizzando ad esempio gli Small Modular Reactor, occorrerà farne molte di più e oltretutto saranno meno controllabili.
Per quanto riguarda il fabbisogno di energia elettrica da oggi al 2050, considerando anche solamente l’attuale consumo di 300 miliardi di kWh all’anno, servirebbero 7.500 miliardi di kWh, tutti prima del 2050.
In proposito il nostro Governo, nel Programma Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), prevede questa crescita del nucleare nei prossimi anni: 600 MW da realizzarsi nel 2025, per salire poi a 2000 MW nel 2040, e a 3.500 MW nel 2045.
Facendo i debiti calcoli, tutte queste centrali, anche funzionando a tappeto per 8200 ore all’anno, produrrebbero entro il 2050 un massimo di 304 miliardi di kWh, che sono solo il 4% di quei 7.500 miliardi di kWh che, come minimo, consumeremo da qui al 2050.
Ma allora, per il 4%, merita sporcarsi oggi le mani con il nucleare da fissione? I maniaci del nucleare potrebbero almeno attendere la fusione nucleare, prevista dal Governo nel 2050, che non è esente da problemi e da rischi, ma almeno si tratta di problemi e rischi diversi!
La variabilità giornaliera e stagionale della domanda di energia elettrica
Chi oggi sostiene il ritorno al nucleare, a parole non è contrario alle rinnovabili, ma sostiene che le rinnovabili, avendo un carattere discontinuo e limitato, per poter garantire i consumi continuamente crescenti abbiano bisogno di una massiccia integrazione e ritengono quindi che per questo le centrali nucleari a fissione siano migliori delle batterie e dell’accumulo di idrogeno verde.
È ben vero che la domanda di energia elettrica è variabile nell’arco della singola giornata e nell’arco dell’anno, ma la produzione nucleare sarebbe pressoché costante, quindi, anche se opportunamente dimensionato, il nucleare avrebbe comunque la necessità di seguire la richiesta variabile, e come, se non attraverso gli accumuli?
Anche le rinnovabili faticano a seguire la variabilità, e anche per loro serve l’accumulo e un bel po’ di spostamento orario della domanda.
Ma certo non è indispensabile il nucleare per coprire la domanda variabile.
I rifiuti radioattivi generati dalla fissione nucleare
E' evidente che, se utilizzo la fissione, mi devo tenere i prodotti di fissione!
E l’Italia, utilizzando la fissione nelle centrali nucleari e negli impianti ad esse connessi, si trova ad avere oggi svariati materiali radioattivi, quali rifiuti, strutture, combustibile ritrattabile, combustibile non ritrattabile, oltre a molto più modeste quantità di rifiuti radioattivi derivanti da attività sanitarie e industriali, o di origine militare, come mostrato dalle seguenti due figure che rispettivamente mostrano separatamente la collocazione e la quantità dei materiali con radioattività e durata più limitate e quelli con radioattività e durata più elevate.
Nella seguente figura, Sogin mostra invece il riepilogo della eredità nucleare che ipotecherà il nostro futuro per centinaia di anni, fino alle migliaia, come condanna per aver avuto con il nucleare l’equivalente di poco più di tre mesi dei consumi attuali di energia elettrica.
In termini di radioattività, il totale dei materiali radioattivi di cui il nostro Paese deve farsi carico è di circa 2 miliardi di miliardi di Becquerel (per aver ottenuto 90 miliardi di kWh, cioè più di 20 milioni di Bq per ogni kWh).
Da quanto appena detto e raffigurato discende l’Indispensabilità e l’urgenza di dotarsi di un Deposito Nazionale, da realizzarsi nel sito che sia caratterizzato dal minor rischio possibile per tutti.
Ma anche per il Deposito Nazionale ci sono problemi: oltre agli enormi ritardi nella scelta del sito, che fanno perdurare il rischio nei numerosi siti attuali completamente inidonei, ormai viene dato per scontato che, nella parte denominata “Complesso Stoccaggio Alta attività”, verranno collocati anche i materiali a più alta radioattività e più lunga durata, mentre non si parla più del deposito di profondità a livello europeo, né di quanto abbia concluso l’apposita organizzazione ERDO alla quale l’Italia partecipa da molti anni.
Oltre tutto questo, non bisogna dimenticare che non ci sono solo i rifiuti radioattivi che derivano dalle centrali nucleari, ma anche quelli che derivano dagli impianti di estrazione e preparazione dell’uranio, e quelli dal riprocessamento, come mostra sinteticamente la seguente figura.
Il professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica nel 1984 e Senatore a vita della Repubblica dal 2013, a pagina 80 del suo libro “Il Dilemma Nucleare”, scrive che le scorie radioattive sono una vergogna del genere umano e prosegue poi così “Neppure il deposito sotterraneo, a centinaia di metri di profondità può essere ritenuto secondo me, completamente sicuro. A mio parere queste scorie rappresentano delle bombe ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo per risponderne personalmente”.
I pericoli degli impianti nucleari di ieri e di oggi
I pericoli degli impianti nucleari non sono soltanto quelli che possono derivare dagli incidenti, ma anche quelli derivanti dalle cosiddette esposizioni abituali, durante il normale funzionamento, che riguardano non solo i lavoratori ma anche la popolazione, perché tutti gli impianti nucleari sono autorizzati a scaricare sistematicamente determinate quantità di sostanze radioattive in aria e nei corsi d’acqua o nel mare.
Nella figura seguente si può vedere il raffronto, a parità di energia producibile, tra nucleare, fotovoltaico ed eolico, senza appunto considerare gli incidenti.
A mio parere, i futuribili reattori di ennesima generazione potrebbero persino determinare esposizioni e rischi maggiori, come nel caso dei reattori a neutroni veloci raffreddati a piombo e bismuto fusi insieme, dove potremo ad esempio avere più corrosione e più difficoltà operative, pur senza che vi sia niente di particolarmente innovativo, tant’è che il primo reattore di questo tipo risale al 1949, si chiamava Clementine e fu appunto il primo reattore a neutroni veloci raffreddato a metallo liquido (mercurio, allora), noto anche come reattore veloce al plutonio di Los Alamos.
E poi c’è il maledetto Plutonio, e gli armamenti atomici
Le recenti notizie su una contaminazione radioattiva da plutonio e/o da americio presso il centro di ricerca ENEA della Casaccia (Roma) hanno riportato l’attenzione su questi materiali radioattivi che hanno una vita lunghissima e una radiotossicità molto grande, i quali si formano mentre avviene la fissione nucleare, o spontaneamente oppure per scelta progettuale, come nei reattori a neutroni veloci a cui abbiamo precedentemente accennato.
In qualsiasi modo si formi, il Plutonio è estremamente radiotossico, al punto che un solo milligrammo, se inalato, costituisce dose mortale; inoltre è molto duraturo, dato che la sua radioattività impiega 24.000 anni per dimezzarsi, ed è anche un materiale strategico per gli armamenti nucleari e per il terrorismo.
E, parlando di guerra, non si può non ricordare come una centrale nucleare di qualsiasi tipo rappresenti in quel caso un vero e proprio bersaglio.
Conclusioni
Si potrebbe dire che negli anni 50-60 non si avevano tutte le necessarie conoscenze per valutare i rischi e i benefici del nucleare, ma di certo oggi queste conoscenze le abbiamo tutte: abbiamo visto ciò che è successo a Three Mile Island, a Chernobyl, a Tokaimura, a Fukuschima, abbiamo visto incidenti nucleari causati da eventi naturali, da errori umani e da guasti, abbiamo anche visto di cosa sono capaci il terrorismo e le guerre, abbiamo visto le problematiche generate dalla produzione nucleare nel nostro Paese.
Ora sappiamo quali rischi comporta il nucleare e la sua millenaria eredità velenosa, e pertanto non abbiamo più attenuanti!
Io inviterei quindi tutti gli “espertoni” di fissione nucleare che stanno cercando di rilanciarla anche in Italia ad esercitare le loro mirabili capacità prima di tutto per liberarci per quanto possibile dall’eredità del nucleare del passato, come - ad esempio- provvedendo finalmente a solidificare immediatamente i rifiuti liquidi ad alta attività che ci sono da 40 anni nell’impianto di riprocessamento Eurex di Saluggia a un passo dalla Dora Baltea e dai pozzi del più esteso acquedotto del Piemonte.
Questi “espertoni”, che adorano la tecnologia, ma ne minimizzano le conseguenze, potrebbero nel frattempo aspettare la fusione nucleare, visto che si dice (anche nel PNIEC) che sarà utilizzabile nel 2050, perché per 30 anni non mi sembra proprio il caso di appestare tutto il nostro territorio con rifiuti radioattivi da tenere poi custoditi chissà dove per tempi che vanno dai 300 ai 300 mila anni.
A tutti noi altri spetta invece costruire insieme un futuro energetico fatto di maggiore sobrietà, maggiore efficienza ed energia solare, ben sapendo che il nucleare è invece l’emblema di quella ingordigia consumistica che si basa sul sempre maggiore consumo di materia e di energia e che non può avere un futuro.
Alla proposta di legge popolare “Nucleare sì grazie” rispondiamo “No grazie, déjà vue” e torniamo a manifestare il nostro dissenso rispetto alle posizioni del Governo, come abbiamo fatto con successo a Trino nel 1986,
o come più recentemente abbiamo fatto in Val di Susa quando transitavano i treni con le scorie nucleari,
oppure ancora come abbiamo fatto il 3 febbraio 2024, sempre a Trino, per scongiurare una incauta autocandidatura fatta dal sindaco per realizzare il purtroppo necessario deposito nucleare nazionale proprio in mezzo alle risaie, anziché in un luogo che possa costituire, per quanto possibile, il minor rischio per tutti.


