Morire di caldo
di Riccardo Graziano
Morire di caldo, purtroppo, non è più un semplice modo di dire, ma una realtà che si ripresenta a ogni estate, in alcuni casi con un’incidenza molto preoccupante. E i cambiamenti climatici amplificano questa tendenza, destinata in un prossimo futuro a diventare una vera emergenza, se non corriamo rapidamente ai ripari.
In proposito, dopo le ondate di calore registrate questa estate, è stato condotto uno studio su 12 città basato sui dati forniti dall’Imperial College London e dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, analizzati dal gruppo di ricerca del World Weather Attribution.
Fra il 23 giugno e il 2 luglio 2025 sono state circa 2.300 le persone morte a causa del caldo nelle 12 città europee prese in esame e ben il 65% di questi decessi, pari a 1.500 vittime, può essere imputato al cambiamento climatico, che ha contribuito in modo determinante a innalzare le temperature, arrivate in quel periodo a superare i 40°C in molte zone, tanto da richiedere misure straordinarie quali la sospensione delle prestazioni lavorative all’aperto nelle ore più calde, provvedimento adottato da varie Regioni italiane.
Secondo questo studio, l’impatto dei cambiamenti climatici dovuti al perdurante utilizzo di combustibili fossili avrebbe provocato un incremento fino a 4°C oltre il dovuto nelle città, aumentando considerevolmente i decessi. Si stima che a Milano e Roma le temperature elevate abbiano provocato 800 morti in eccesso, delle quali 500 imputabili al surplus di calura dovuta ai mutamenti climatici. I numeri impietosi ci dicono che in termini assoluti Milano è stata la città più colpita con 499 decessi dovuti al caldo di cui 317 attribuibili ai cambiamenti climatici, seguita da Parigi, Barcellona, Roma, Londra, Atene, Madrid, Lisbona, Budapest, Zagabria, Francoforte e Sassari. In termini percentuali, Madrid è la città dove il cambiamento climatico sembra aver inciso di più, con il 90% delle vittime in eccesso.
Naturalmente, sono dati da prendere con cautela, perché si tratta sostanzialmente del primo studio di questo tipo e non esiste un’adeguata metodologia e casistica che permetta di distinguere con certezza quali e quanti morti siano dovuti al calore in eccesso portato dai mutamenti climatici rispetto a quelli provocati da un innalzamento delle temperature non anomalo, tuttavia non c’è dubbio che le ondate di calore stiano diventando un problema tanto serio quanto sottostimato.
Il problema è che, mentre altri effetti dei cambiamenti climatici sono molto evidenti e così pure le vittime che provocano – si pensi alle famose “bombe d’acqua”, alluvioni, incendi, trombe d’aria e via dicendo – quelli relativi alle ondate di calore sono meno appariscenti, ma stanno comunque diventando gravi, anche a causa di questa loro minore visibilità, una sorta di “epidemia” sottotraccia, difficile da individuare e poco studiata. Le vittime muoiono in casa o nei letti d’ospedale, lontano dal clamore mediatico che accompagna altri disastri del clima impazzito, ma i numeri sono spesso superiori a quelli di altre tragedie apparentemente più eclatanti. Un fenomeno preoccupante, specialmente tenendo conto che, attualmente, la temperatura globale è salita mediamente di 1.3°C, ma come ben sappiamo, in assenza di provvedimenti seri e tempestivi, in un futuro prossimo potremmo avere un incremento di 2 o 3 gradi, un aumento che potrebbe fare letteralmente la differenza tra la vita e la morte per migliaia di persone, tenendo conto che i numeri già preoccupanti riportati da questa ricerca riguardano solo 12 città, ma chissà quanti altri decessi saranno avvenuti altrove. Inoltre, sebbene la maggioranza delle vittime appartenesse alla fascia di età sopra i 65 anni, non sono pochi i casi di persone anche più giovani, a dimostrazione del fatto che si tratta di un problema di interesse generale.
Tuttavia le ondate di calore non godono dell’ attenzione riservata ad altre calamità “innaturali” quali le inondazioni o le tempeste di intensità crescente, perché il loro impatto è meno visibile, pur se altrettanto grave, sia in termini di vite umane, sia per le conseguenze economiche che comportano. Tutti sappiamo per esperienza che con il caldo si fa più fatica a lavorare (ambienti condizionati a parte) dunque la resa e la produttività sono inferiori, come certifica anche una stima di Allianz, che sostiene la possibilità di una perdita del Pil globale dallo 0,1 all’1,4% (in Italia del 1,2%) a causa dell’innalzamento progressivo delle temperature. Gli studi ci dicono infatti che a 32°C la capacità di svolgere un lavoro fisico scende già del 40% e si riduce addirittura a un terzo quando si arriva a 38°C.
Peraltro, anche i modelli statistici delle assicurazioni sono più carenti per quello che riguarda gli effetti delle ondate di calore. Mentre per altre calamità naturali i modelli previsionali si basano su miriadi di dati raccolti nel corso di decenni di studi, che consentono una valutazione del rischio piuttosto accurata, per quanto riguarda le ondate di calore la raccolta dei dati è appena agli inizi, quindi manca una casistica significativa sulla quale fare previsioni. Una lacuna da colmare velocemente, visto che il giugno 2025 in Europa occidentale è stato il giugno più caldo di sempre, addirittura superiore allo stesso mese del 2003, l’anno record che con il perdurare del caldo per svariati mesi aveva provocato circa 70.000 decessi in Europa. L’ennesimo segnale di una tendenza al surriscaldamento globale ormai in atto da tempo e che non accenna a fermarsi, anzi tende ad aumentare a causa della nostra mancanza di determinazione nel contrastare l’effetto serra diminuendo drasticamente l’utilizzo di combustibili fossili.


