Niente accordo alle Nazioni Unite sul trattato internazionale per limitare l'inquinamento da plastica
di Luigi Campanella
All'undicesimo giorno di trattative a Ginevra l'incontro con quasi 2000 partecipanti si è chiuso senza una intesa sulla riduzione della crescita di produzione della plastica e sull'adozione di controlli legalmente vincolanti sui componenti chimici utilizzati. Il fallimento del negoziato replica quindi quello già verificatosi un anno fa in Corea del Sud. Secondo quanto riportano le agenzie internazionali, nessuna delle due bozze di documento presentate dal presidente del comitato creato nel 2022 con il mandato di raggiungere una intesa, l'ambasciatore ecuadoriano Luis Vayas Valdivieso, è stata accettata dai 184 Paesi al tavolo come base per il negoziato.
Il dubbio che su questo non risultato ci possa essere un effetto dazi si basa su un semplice collegamento fra i due problemi: ad esempio, visti i dazi su alluminio e acciaio, è probabile che le aziende europee e statunitensi vireranno ancor di più sui prodotti in plastica, come ad esempio ha dichiarato qualche tempo fa Coca-Cola. Le posizioni per porre fine a questo inquinamento, esteso a tutto il ciclo produttivo, devono poi fare i conti con le tensioni geopolitiche e gli equilibri industriali. Ecco perché è particolarmente interessante comprendere qual è la posizione che l’Unione Europea intende portare avanti dopo il risultato al tavolo svizzero di questi giorni. Dei due documenti presentati in sede di Assemblea uno è stato espressione dei Paesi rigoristi, sulle cui posizioni le divergenze riguardano questioni centrali: la definizione delle plastiche problematiche e prioritarie, l’inclusione delle microplastiche, i meccanismi di finanziamento – soprattutto a sostegno dei Paesi in via di sviluppo – e l’adozione di obiettivi chiari e misurabili di riduzione e gestione. Dall’altra parte si è schierato un gruppo di Paesi definiti “Like-Minded“, tra cui figurano giganti petroliferi come Arabia Saudita, Cina, Russia e Iran. Questa fazione si oppone fermamente a qualsiasi limite alla produzione, sostenendo che il trattato dovrebbe concentrarsi esclusivamente su una migliore gestione dei rifiuti e sul riciclo. Una posizione che, secondo gli esperti, non è sufficiente, dato che a livello globale oggi si ricicla appena il 9% della plastica prodotta. A oggi ci dobbiamo accontentare dell'ultima versione del documento votato a Ginevra, che ha tentato senza successo la sintesi delle 2 posizioni emerse. Esso non include limiti alla produzione di plastica, ma riconosce che gli attuali livelli di produzione e consumo sono “insostenibili” e richiedono “un’azione globale”. Il testo aggiunge che tali livelli superano le capacità attuali di gestione dei rifiuti e sono destinati ad aumentare, rendendo necessaria “una risposta globale coordinata per fermare e invertire queste tendenze”. Questo fallimento sembra non rendersi conto del fatto che il prodotto primo dello sviluppo economico ed industriale, cioè la plastica, non debba essere messa in discussione come strumento indispensabile per mantenere vivo quel modello di sviluppo di cui scontiamo l'applicazione. Ciò che è più grave è che tale insensato atteggiamento presiede anche all'innovazione merceologica del nostro tempo, quasi mai purtroppo attenta all'ambiente ed alla salute. Nella letteratura scientifica internazionale negli anni Novanta comparve la indicazione inquinanti emergenti per indicare nuove sostanze chimiche, potenzialmente pericolose, immesse nell’ambiente. Questo gruppo comprendeva a sua volta grandi categorie di sostanze, quali i Ppcp (Pharmaceuticals and Personal Care Products: farmaci e prodotti per la cura della persona e della casa), gli ignifughi polibromurati, le sostanze per-e polifluoroalchiliche (PFAS), cui si sono aggiunti, nel corso degli anni composti già noti, ma la cui pericolosità è emersa solo successivamente, oppure sostanze rilevate per la prima volta in matrici ambientali. Il caso dei PFAS è probabilmente uno dei più rappresentativi rispetto a quanto questa a suo tempo iniziale presenza fosse incurante dei relativi pericoli che da essa ne derivava. C'è però un altro aspetto che va evidenziato: la definizione di emergenti è parsa per un certo tempo accompagnarsi ad una sorta di minore attenzione: emergenti è stato talvolta così assimilato ad ancora rari. Oggi invece sappiamo – e deve essere una lezione per il futuro – che emergenti vuol dire anche poco conosciuti scientificamente rispetto a caratteristiche che ne condizionano la pericolosità, come il bioaccumulo e la biodegradabilità. C’è poi l'effetto somma, quasi mai considerato circa il danno che può derivare ad ambiente e genere umano dalla presenza di molti di essi insieme, magari tutti a concentrazioni minime. La lezione è chiara: sottovalutare l'incognito è spesso un caso di scarsa prevenzione, quindi di malagestione. Se poi questo si somma ad una conscia ignoranza del documentato presente la presunta colpa diviene grave responsabilità.


