Il ritorno del bracconaggio: un crimine vigliacco
di Luca Giunti
Negli ultimi tempi il tema del lupo ha ripreso la ribalta delle notizie, sia a livello locale sia a livello nazionale. Da un lato, infatti, si susseguono gli avvistamenti in località conosciute da anni come se fosse uno scoop, o in nuove zone inaspettate come la pianura e le periferie urbane; dall'altro fa discutere la proposta della Commissione Europea e del Comitato della convenzione di Berna di cambiare lo status del lupo, da specie “particolarmente protetta” a semplicemente “protetta”.
L’eventuale modifica – se approvata e poi adottata da ogni Stato membro all’interno della propria legislazione nazionale – non cambierà molto la procedura per autorizzare eventuali abbattimenti, la renderà solo un po’ più veloce; ma ovviamente la proposta è stata utilizzata da molti intellettualmente disonesti per annunciare l’apertura della caccia ai lupi!
In più, con l'inizio della stagione dei pascoli negli alpeggi in quota iniziano le predazioni su qualche pecora e capra poco custodite, e contemporaneamente si accertano episodi di bracconaggio.
Concentriamoci su quest'ultimo fenomeno. A oggi, e fino a quando non cambieranno le leggi italiane vigenti, in particolare la legge 157 del 1992 “Norme sulla protezione della fauna omeoterma e sul prelievo venatorio”, il lupo continua a essere classificato come specie particolarmente protetta (“anche sotto il profilo sanzionatorio” recita l’art. 2 della predetta norma), in compagnia di altri predatori all'apice delle proprie catene alimentari come orso, lince, sciacallo dorato, martora, puzzola, lontra e gatto selvatico. Di conseguenza, chi compie un'azione deliberata, in assenza delle eventuali condizioni eccezionali di emergenza o necessità, contro una di queste specie è indiscutibilmente colpevole del reato di bracconaggio.
Come nel caso dell’abigeato – cioè il furto di bestiame – si sarebbe portati a credere che siano delitti vecchi, legati a un mondo rurale non più attuale, scomparsi dalla civile Italia che ha già oltrepassato il primo quarto di secolo del nuovo millennio. E invece…
Nel caso del lupo possiamo distinguere tre diverse metodologie criminali: una si manifesta quando qualcuno spara contro un lupo di passaggio, appena intravisto, fenomeno che accade talvolta per colpa dì cacciatori altrimenti disciplinati. La seconda tipologia è poco frequente e in continua diminuzione: piazzare tagliole o trappole o lacci metallici lungo i percorsi più frequentemente utilizzati dagli animali selvatici. L'ultima modalità, invece, che purtroppo negli ultimi anni ha ripreso nefasto vigore, è quella di spargere esche avvelenate: pezzi di carne sia di selvatici sia di domestici imbottiti di rodenticidi e di ogni possibile tossina inventata dalla chimica e dalla perversa fantasia umana.
Con i fondi messi a disposizione dal progetto europeo “Life Wolf Alps” negli ultimi 10 anni, è stato possibile formare squadre di professionisti cinofili appartenenti ai Carabinieri forestali, ai guardaparco regionali e alle guardie provinciali, che hanno addestrato a lungo alcuni cani e li hanno resi dei meravigliosi cercatori di veleni distribuiti nelle campagne e in montagna. Per citare un’espressione brutale, ma efficace, usata dal direttore del Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise Luciano Sammarone (ex comandante del Corpo Forestale), “il boccone avvelenato è una bomba in un mercato”. Perché è un'azione vigliacca, non selettiva, indiscriminata, che colpisce tante specie ben al di là del bersaglio prescelto. Infatti, molti animali rimangono intossicati, non solo i lupi. Volpi, tassi, faine, topi di varie specie i quali, a loro volta, diventando cibo di uccelli rapaci come gufi, aquile e grandi avvoltoi, trasferiscono il veleno delle loro carni anche a essi, provocandone disturbi, intontimento e morte.
In molte occasioni, poi, persino i cani domestici di ignari escursionisti sono rimasti vittime di questo reato. Le capacità delle squadre antiveleno si sono rivelate preziose non solo contro i bracconieri di fauna selvatica: le loro competenze sono state richieste anche da sindaci allarmati e cittadini che hanno trovato esche nei parchi cittadini o nei cortili di casa, lanciati da vicini invidiosi del bravo cane da tartufo, disturbati dall'abbaiare o infastiditi dalle deiezioni abbandonate.
Stabilito che ogni forma di bracconaggio è un reato ingiustificabile, bisogna osservare anche che in alcune situazioni è il sintomo di una sottostante malattia incancrenita: a esempio laddove infatti gli enti territoriali o le istituzioni non sono riusciti, sia con mezzi pratici come i sistemi di difesa e gli indennizzi, sia con mezzi culturali come conferenze e spiegazioni ad personam, a ridurre il conflitto lupo/pecore. In queste condizioni qualche pastore può essersi sentito abbandonato e solo, o esasperato dalla somma di tutte le problematicità del suo mestiere (solo in parte attribuibili al lupo). Ecco che allora spargere bocconi avvelenati o tirare una fucilata all’imbrunire è una reazione certamente illegale ma comprensibile. Le zone dove è più manifesta l'azione dei bracconieri sarebbero proprio le zone dove intensificare gli sforzi per limitare gli attacchi dei lupi,aiutare i pastori nelle altre difficoltà (aumentati affitti dei pascoli, mancati guadagni da lana, carne, latte e formaggio, fatiscenza di piste montane e fabbricati d’alpe, uso di diserbanti ai bordi delle strade percorse durante le transumanze e di spollonanti per impiantare nuovi noccioleti), fornire assistenza scientifica e concreta sia a loro sia agli Amministratori Locali. Azioni virtuose che dovrebbero essere intraprese certamente dalle istituzioni pubbliche, ma anche dalle associazioni di categoria degli allevatori e da quelle ambientaliste che invece, ahimè, talvolta si trovano quasi muro contro muro.
Ovviamente il numero dei lupi uccisi illegalmente in Italia non è facile da accertare: si tratta di reati che la gran parte dei colpevoli cerca di nascondere. Gli esperti stimano un numero variabile intorno agli 80 esemplari all'anno. Se a questi aggiungiamo i circa 200 che vengono investiti dalle auto o dai treni in tutta la penisola, è facile capire come, a fronte di una popolazione stimata oggi in Italia di forse 3.800 lupi, queste morti rappresentano poco meno del 10% della popolazione di Canis lupus italicus. E, ovviamente, senza contare le carcasse non ritrovate dei lupi deceduti per cause che potremmo definire “naturali”: scontri con altri lupi o con qualche preda agguerrita, ferite infettate, vecchiaia, incapacità, handicap, mancanza di cibo.
In pratica questa percentuale supera già da sola l'ipotetico piano di controllo che potrebbe essere autorizzato in Italia negli anni futuri se dovesse cambiare la legislazione (come detto all'inizio). Infatti le disposizioni delle Direttive Europee continuerebbero a pretendere di mantenere una popolazione in salute e di intervenire prioritariamente nei confronti di singoli esemplari che dovessero rivelarsi periurbani, confidenti o problematici (ne consegue, come già accaduto in Puglia e in Trentino, che più probabilmente si attiveranno catture o abbattimenti in pianura vicino alle città piuttosto che in montagna).


