Membro di
Socia della

Terre rare e oro nero

di Aquila Reale

 

Da quando l’auto elettrica ha visto aumentare la propria diffusione, sono cresciute anche una serie di preoccupazioni legate a questo diverso tipo di mobilità, compresa una inedita attenzione al problema non certo nuovo delle estrazioni minerarie. Molto spesso gli organi di informazione ci fanno notare quanto sia impattante l’attività estrattiva delle “terre rare” necessarie a costruire le auto elettriche (EV). Curiosamente, non si ricorda mai che per far viaggiare le auto col motore a scoppio bisogna estrarre il petrolio. Migliaia, milioni di litri di petrolio.

Per la cronaca ogni anno estraiamo – e bruciamo – due miliardi e mezzo di tonnellate di petrolio per rifornire i veicoli stradali con alimentazione “tradizionale”. È una quantità quattromila volte più grande rispetto a quanto materiale impieghiamo per la costruzione di batterie. Con una differenza fondamentale, però: alla fine del ciclo di vita, in genere dopo una decina d’anni, le batterie possono essere recuperate e i componenti riciclati per oltre il 90%, mentre il petrolio una volta bruciato va di nuovo estratto e di nuovo bruciato, producendo in tal modo milioni di tonnellate di anidride carbonica, il famigerato gas a effetto serra che sta facendo surriscaldare il nostro pianeta.

In termini un po’ più tecnici, il petrolio è l’esempio classico di quella che definiamo “economia lineare”, cioè quel ciclo monodirezionale che va dall’estrazione delle risorse al rifiuto non recuperabile, ovvero in questo caso estrazione – trasporto – raffinazione – nuovamente trasporto del prodotto finito (benzina o diesel principalmente) – distribuzione – combustione (a bassa efficienza, con rese del 25-30%) e infine come prodotto di scarto i gas di scarico non recuperabili che finiscono a surriscaldare l’atmosfera o a intasare i nostri polmoni.

L’auto elettrica è invece inserita appieno nel nuovo paradigma dell’auspicabile “economia circolare”, dove alla fine del ciclo invece di andare a scavare nuova materia prima si recuperano i materiali dai processi di riciclo, diminuendo drasticamente la necessità di estrazioni minerarie. Naturalmente, per far girare il motore elettrico bisogna produrre l’energia, cosa che attualmente viene ancora fatta con largo utilizzo di combustibili fossili, ma ci sono comunque due vantaggi. Il primo è che il motore elettrico è (almeno) tre volte più efficiente di quello a scoppio, ovvero ha bisogno di un terzo dell’energia per fare gli stessi chilometri. Il secondo è che la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili è in veloce crescita, per cui sempre più chilometri vengono percorsi a “emissioni zero” in tutto il ciclo, sia nella frazione “a monte” WTT (Well To Tank, dalla fonte al serbatoio) sia in quella “a valle” TTW (Tank To Wheel, dal serbatoio alle ruote) come vengono individuate in gergo tecnico. Per quanto riguarda l’Italia, siamo ormai al 40% di quota di energia da rinnovabili, contro una media mondiale che si aggira intorno al 30%, ma ci sono casi esemplari come quello della Norvegia, dove le rinnovabili coprono quasi la totalità del fabbisogno e il parco circolante è elettrificato per più del 50%, che si stanno effettivamente avviando verso una mobilità a impatto zero, mentre in mezza Europa le destre populiste sbraitano in difesa delle auto fossili, inquinanti ed energivore.

Oltre al caso limite del petrolio, che inquina e consuma energia anche in fase di trasporto e raffinazione, occorre però fare un po’ di chiarezza su qualcuna delle altre materie prime utilizzate nelle batterie. La principale è il litio, che però non fa parte delle “terre rare”, infatti raro non è. Al momento la sua estrazione/produzione è concentrata in pochi Paesi, ma questo semplicemente perché non abbiamo ancora iniziato a cercarlo, tanto che non molto tempo fa è stato individuato un nuovo giacimento in Germania, ma soprattutto perché, come dicevamo, in un futuro relativamente prossimo le principali miniere di litio saranno gli impianti di riciclaggio delle batterie esauste, almeno in quei Paesi che avranno capito in che direzione va il mondo e si saranno attrezzati per garantire posti di lavoro in questo promettente comparto, ma l’Italia al momento non è fra questi.

Ma è il cobalto ad attirare le preoccupazioni maggiori, visto che si estrae in Paesi problematici dove i diritti dei lavoratori sono l’ultima delle preoccupazioni, tanto che spesso abbiamo sentito dire che nelle miniere vengono impiegati dei bambini. Ora, questa dello sfruttamento minorile è una piaga reale e atroce, che andrebbe azzerata il prima possibile, ma bisogna evidenziare un punto importante, ovvero che esisteva già ben prima dell’arrivo dell’auto elettrica. Per esempio, ci sono buone probabilità che il cobalto scavato “a mani nude dai poveri bambini africani” sia finito nei nostri telefonini, i quali per inciso si alimentano anche loro con batterie al litio. Tutto questo senza che (quasi) nessuno si preoccupasse e nel totale silenzio del sistema mediatico, che evidentemente non aveva nulla da ridire fino a quando non è arrivata una tecnologia in grado di mettere in crisi il motore a scoppio e di conseguenza le potenti multinazionali dell’automobile e del petrolio.

Ma torniamo al punto, senza sfuggire alla questione effettivamente spinosa del cobalto. I tre quarti della produzione di questo metallo sono concentrati in Repubblica Democratica del Congo, paese turbolento che di democratico ha solo il nome. La maggior parte del cobalto viene in genere estratto in miniere di rame e nichel, dove si trova insieme agli altri due metalli. Si tratta di siti gestiti in modo industriale, dove la lavorazione viene effettuata da macchine e operai specializzati. Tuttavia, esiste una fascia grigia di produzione di piccola scala dove l’estrazione avviene in modo manuale, dunque con la necessità di impiegare moltissimi lavoratori e, fra questi, anche un numero imprecisato di minori sfruttati e derubati dell’infanzia.

Attualmente la produzione di batterie per auto assorbe il 40% delle forniture di cobalto, ma con l’affinarsi delle tecnologie questo materiale viene impiegato sempre meno, tanto che esistono già accumulatori che ne sono privi. Invece i nostri dispositivi (telefonini, Pc, tablet ….) sono ancora largamente dipendenti dal cobalto e ne impiegano circa il 30% del totale. Il restante 30% finisce in una miriade di lavorazioni, dalla metallurgia alla medicina, senza che (quasi) nessuno si preoccupi e si scandalizzi, perché le criticità sono state messe sotto i riflettori mediatici solo – guarda caso – quando si è presentata la necessità di parlar male dell’auto elettrica.

E che dire di tutte le altre attività estrattive dell’Africa e di altri Paesi sottosviluppati, dove le multinazionali depredano le risorse del sottosuolo sulla base di accordi lucrosi dove le condizioni dei lavoratori non sono certo una priorità, basti pensare alle miniere di diamanti del Sudafrica, tanto per fare un esempio. Oppure, tanto per ritornare al petrolio, si può ricordare la catastrofe ecologica del bacino del Niger, dove gli sversamenti di greggio hanno avvelenato migliaia di ettari di foreste e campi coltivabili. Per caso c’è qualcuno che quando va a fare il pieno si preoccupa di chiedere al benzinaio la provenienza del diesel per evitare che arrivi dai giacimenti incriminati? Improbabile.

Dunque, da un lato le preoccupazioni per lo sfruttamento delle risorse e dei lavoratori sono pienamente condivisibili, specialmente se comportano disastri ecologici e lavoro minorile, ma questa sensibilità deve essere indirizzata, per quanto possibile, su ogni genere di prodotto, da quelli virtuosi del commercio equosolidale a quelli deleteri della fast fashion, la moda a basso prezzo usa e getta che sfrutta la manodopera e produce montagne di rifiuti, spesso occultati in luoghi remoti come il deserto di Atacama in Cile. Altrimenti diventa solo l’ennesima diatriba faziosa sull’auto elettrica, probabilmente alimentata ad arte da qualcuno che ha interesse a puntare ancora su paradigmi produttivi destinati all’obsolescenza.

Torna indietro