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USA e petrolio: una strada senza uscita

Valter Giuliano

 

Gli Stati Uniti trumpiani ben rappresentano le tendenze del capitalismo colonialista che stenta a farsi da parte. Anzi, torna prepotentemente di attualità.
Per qualcuno siamo addirittura precipitati più indietro nel tempo, alla teoria mercantilista nata nell’Europa moderna, con la rinuncia ai principi del capitalismo liberale e la messa in atto un neocolonialismo predatorio.
Gli Stati Uniti sembrano aver ingaggiato una lotta, per appropriarsi delle risorse limitate del pianeta, che regola i rapporti economici anche con il ricorso alla forza e alla violenza.
Se il capitalismo liberale comporta l’idea di un’espansione senza limiti, paradossalmente la consapevolezza dei limiti della crescita sta attivando quella che lo storico francese Arnaud Orain ha definito “il capitalismo della finitudine” (Le monde confisquè. Essai sur le capitalisme del la finitude / XVIe – XXI siècle, Flammarion 2025),
Il pensiero ecologico non serve a monito per consumare meno e meglio, a perseguire l’economia circolare, a gestire accuratamente il capitale natura, ma lo si interpreta come necessità di accaparrarsi la maggior quantità di risorse a scapito degli altri.
Dimenticando che un simile atteggiamento non dà una soluzione stabile al problema ma semmai può solo procrastinare l’inevitabile collasso del sistema finito del pianeta a cominciare dalla nostra specie. Se si guarda all’oggi delle grandi potenze che intendono dividersi il mondo, nasce lo spettro di un ritorno al mercantilismo colonialista, con buona pace dell’Adam Smith che con La ricchezza delle nazioni sosteneva la necessità di uscirne per eliminare dai rapporti economici internazionali il ricorso alla violenza e alla sopraffazione.
Se teniamo buoni questi presupposti ben si comprende come il negazionismo climatico, con la dichiarazione secondo cui la crisi climatica sarebbe solamente un imbroglio, si sposi perfettamente con la continuità energetica che si ostina a guardare ai combustibili fossili la cui gestione è, al momento, fondamentale per esercitare il dominio energetico e di conseguenza economico a livello planetario. 
Per quel poco che resterà.
Ma per chi guarda al traguardo dell’immediato, senza preoccupazione alcuna per le generazioni che verranno, è sufficiente esercitare il potere ora, con gli strumenti a disposizione.
Questo è il disegno dell’ottuagenario presidente americano che perciò continua la caccia ai Paesi che detengono le riserve naturali di idrocarburi, oggi il Venezuela e la Nigeria, ieri la Libia, il Kuwait, l’Iraq, con interventi militari volti a mantenere o riportare al potere governi subalterni agli interessi strategici statunitensi. Oggi i 303 miliardi di barili, un quinto delle riserve globali, del Venezuela, domani chissà…Oggi il 68% delle risorse petrolifere mondiali, i due terzi del petrolio presente sul mercato mondiale, è ubicato in zone di influenza USA. Un altro 10% è in mano russa. L’unica maniera per contrastare quello che si prospetta come un dominio planetario è sviluppare le energie rinnovabili, indipendenti dai giacimenti fossili.
Dal Kyoto Club segnalano che l’economia circolare vale il doppio di quella fossile e invitano l’Unione Europea a non lasciarsi sfuggire l’occasione di perseguire strade innovative e, a lungo termine, vincenti. Ma anche sotto il profilo politico non è detto che la strategia trumpiana lo sia. Né che sia durevole. Si vedrà nelle elezioni di metà mandato. Ci fu e c’è un’America diversa. Quella degli Obama, degli Al Gore… Lo Stato guida del mondo non può rassegnarsi ai Trump, ai Musk, ai Bannon. E il mondo non può dare loro carta bianca facendo finta di credere che quella sia ancora democrazia. Tanto meno da esportazione.
La visione dell’attuale presidente statunitense potrebbe avere corto respiro. A metterla a rischio è la tendenza, a livello mondiale, ad incentivare e incrementare la ricerca e darne applicazione sviluppando tecnologie innovative per utilizzare le fonti rinnovabili svincolandosi da quelle fossili destinate, in ogni caso, a progressivo esaurimento, con costi di estrazione e raffinazione destinati a moltiplicarsi. 
Il MIT nella sua famosa ricerca sui limiti della crescita del 1972 pur senza prevedere date precise (come spesso erroneamente si dice) indicò una tendenza che è destinata a realizzarsi e che metterà in condizioni di svantaggio chi non avrà saputo imboccare nuove strade prediligendo insistere nel procrastinare il percorso di quelle indirizzate verso il nulla.
Anche chi oggi saluta con entusiasmo l’abbandono del programma del Green New Deal da parte di una UE troppo accondiscendente ai poteri forti, avrà presto modo di pentirsene, rendendosi conto di essersi, in realtà, condannata alla marginalità futura.
La Cina, l’India e gli altri Paesi del Brics sembrano invece aver assunto consapevolezza imboccando la via della transizione energetica ed è facile immaginare che quel blocco economico e di mercato emergerà ben presto da quello che abbiamo superbamente chiamato Terzo Mondo, per diventare protagonista dello scenario futuro dell’economia mondiale.
Come reagirà il mercantilismo colonialista? Non avrà alcuna remora nel proseguire sulla strada della rapina delle risorse del Pianeta? Oggi il petrolio e le terre rare domani, magari, l’acqua?
Aggredirà il cuore bianco dei ghiacci polari o il polmone verde dell’America latina, l’Amazzonia, per accedere alle sue risorse naturali e fare spazio all’agricoltura e all’allevamento industriali, spegnendo definitivamente l’ossigeno del mondo? 
Ma soprattutto, gli sarà permesso?

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