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Uscire dall'era della combustione

di Ferdinando Boero

La combustione è una reazione ossidativa attraverso la quale il combustibile (di solito composti organici a base di carbonio) viene a contatto con un comburente (l'ossigeno) e si libera energia.
Esistono due tipi principali di combustione: 1) la combustione del cibo durante il metabolismo cellulare e 2) la combustione tramite il fuoco. In entrambi i casi la combustione implica processi che coinvolgono l'ossidazione di composti organici, ma si tratta di processi che differiscono per modalità, condizioni e finalità.
Il metabolismo cellulare è un processo controllato e graduale: la combustione dei nutrienti avviene attraverso una serie di reazioni biochimiche come la glicolisi, il ciclo di Krebs e la fosforilazione ossidativa. Queste reazioni permettono una liberazione graduale dell'energia contenuta nei legami chimici delle molecole organiche. L'interazione tra composti a base di carbonio (il combustibile) e l'ossigeno porta alla liberazione di anidride carbonica, un gas composto da carbonio e ossigeno. Respiriamo ossigeno e, con la respirazione cellulare, emettiamo anidride carbonica.
Il metabolismo cellulare non avviene con la formazione di fiamma... avviene a temperature corporee standard (circa 37°C negli esseri umani) e in ambiente acquoso, condizioni ottimali per l'attività enzimatica.
La fiamma si produce con la combustione tramite il fuoco. Si tratta di un processo rapido e incontrollato: una reazione chimica rapida e spesso violenta, in cui i materiali organici reagiscono con l'ossigeno dell'aria, liberando energia sotto forma di calore e luce. L'energia viene rilasciata immediatamente, causando un aumento significativo della temperatura e l'emissione di radiazioni luminose. Anche in questo caso si produce anidride carbonica come prodotto di scarto.
Il metabolismo cellulare, quindi, è un processo di combustione lento e regolato, mentre la combustione nel fuoco è rapida e spesso esplosiva. Le reazioni metaboliche sono regolate da enzimi per soddisfare le esigenze energetiche dell'organismo, mentre la combustione nel fuoco avviene senza controllo biologico e ha come unico scopo la liberazione immediata di energia.
Entrambi i processi implicano l'ossidazione di composti organici, e la liberazione di anidride carbonica e acqua, ma sono caratterizzati da differenze essenziali.
I modi di dire che trattano del nostro metabolismo come qualcosa che brucia sono molto diffusi: si bruciano i grassi, si bruciano le energie e altre amenità. E chi non conosce le differenze è indotto a pensare che ci siano delle fiammelle dentro le cellule.

Tornare nelle caverne
I movimenti ambientalisti e i politici che promuovono politiche di decarbonizzazione sono spesso accusati di mirare ad un'involuzione sociale e tecnologica: questi vogliono tornare al lume a petrolio!!! Anzi, al lume a olio lampante (l'olio di oliva dedicato alle lampade), o a olio animale, come l'olio di balena. Questa obiezione è mostruosa: chiedere l'abbandono dei combustibili fossili, paradossalmente, significa auspicare progresso. Anche se le condizioni di contorno sono molto differenti, e ora abitiamo ambienti confortevoli, siamo ancora intenti a bruciare qualcosa per avere energia. Prima bruciavamo legno, poi abbiamo bruciato carbone, olio animale e vegetale, petrolio, gas. In tutti i casi si producono gas climalteranti, prima di tutto l'anidride carbonica.
Quanto a produzione di energia, quindi, siamo ancora nelle caverne. Chi chiede la decarbonizzazione non vuole tornare al lume, vuole che finalmente si esca dall'era della combustione e, quindi, dalle caverne.

Il sequestro del carbonio
L'agricoltura ci fornisce l'energia per il nostro metabolismo e, quindi, produce anch'essa combustibili. Possiamo affrancarci dalla combustione per la produzione di energia extracorporea, ma non possiamo certo affrancarci dalla combustione che avviene nelle nostre cellule. Però c'è modo e modo. L'agricoltura (comprendente le attività etimologicamente connesse: la coltivazione dell'agro, ma anche l'allevamento del bestiame) richiede un processo di alterazione della natura. La biodiversità viene eradicata e, al posto della vegetazione e degli animali ad essa associati, si coltiva di solito una sola specie vegetale di cui poi ci cibiamo o con cui alimentiamo gli animali destinati a diventare cibo per noi. Le piante offrono un servizio ecosistemico importantissimo perché usano l'anidride carbonica e liberano ossigeno, bilanciando gli squilibri gassosi derivanti dal metabolismo animale che, notoriamente, fa esattamente l'opposto: consuma ossigeno e produce anidride carbonica. Dato che in agricoltura si coltivano piante, queste ovviamente consumano anidride carbonica e producono ossigeno. Che siano tante specie a farlo (la vegetazione naturale) o una sola specie cambia poco. Ma solo apparentemente. Gran parte della vegetazione usa l'anidride carbonica per "costruire" i corpi delle piante e queste "sequestrano" il carbonio nei loro corpi, magari a vita lunghissima, come avviene nella vegetazione arborea. La gran parte della vegetazione, poi, non viene consumata dagli erbivori che, attraverso il loro metabolismo, producono anidride carbonica. Il combustibile a base di carbonio, quindi, viene "sequestrato" nella vegetazione e finisce a terra, dove poi viene incorporato. Magari fossilizzandosi. I combustibili fossili sono fatti di carbonio che è stato "sequestrato" nei sedimenti e che, quindi, non essendo bruciato, non ha prodotto anidride carbonica. Il servizio ecosistemico del sequestro del carbonio, quindi, può richiedere milioni di anni e, in questi ultimi due secoli, ci siamo "bruciati" proprio milioni di anni di sequestro del carbonio!
L'agricoltura non prevede che le piante restino lì. Le piante sono raccolte e sono usate come combustibile per il metabolismo animale. Il sequestro del carbonio attuato dai vegetali è solo temporaneo, visto che i corpi delle piante sono "bruciati" metabolicamente, con la produzione di anidride carbonica.
Se le piante coltivate sono consumate da noi si ha un solo passaggio, mentre se sono usate come alimento per animali destinati a diventare cibo, abbiamo due passaggi. Da un punto di vista energetico, chi mangia vegetali produce meno anidride carbonica di chi mangia animali, visto che ci vogliono, in media, dieci chili di vegetali per fare un chilo di erbivoro, e che un chilo di erbivoro sostiene un etto di carnivoro. Ne consegue che un chilo di erbivoro richiede dieci chili di vegetali, mentre un chilo di carnivoro ne richiede cento chili e che lo spazio utilizzato per l'agricoltura aumenta in modo rilevante a seconda che i sistemi agricoli producano vegetali o animali.

Cibo dal mare
In mare non abbiamo campi coltivati, ricavati dall'eradicazione della biodiversità vegetale, ma l'aratura esiste eccome: si chiama strascico. La pesca industriale, con le catture accessorie, è una inesorabile eradicatrice di biodiversità. Le popolazioni di specie marine commerciali sono quasi tutte sull'orlo dell'estinzione commerciale. Gli individui sono talmente rari che lo sforzo di prenderli non viene compensato dal ricavato della loro vendita. Lasciamo perdere, per questa volta, il problema dei sussidi alla pesca, che permettono che le attività di pesca continuino anche a fronte di perdite economiche, compensate, appunto, dai sussidi: se fosse in vigore il libero mercato, la pesca sarebbe economicamente improduttiva e cesserebbe. In effetti questo sta comunque avvenendo, e stiamo passando all'acquacoltura. Se a terra alleviamo erbivori o, tutt'al più, onnivori (penso ai maiali), in mare alleviamo carnivori. Animali che mangiano animali. In mare, inoltre, le catene trofiche sono molto più lunghe che a terra e possiamo arrivare all'aberrazione di allevare carnivori che nutriamo con altri carnivori, a loro volta carnivori, con impatti ecologici molto grandi. Con l'eccezione dei bivalvi filtratori, tipo le cozze o mitili: animali allevati che non hanno bisogno di mangimi visto che si nutrono di materiale organico in sospensione nell'acqua. I mitili trasformano il particolato organico, i batteri, i virus, le microalghe in proteine animali di ottima qualità.
Paradossalmente, nutrirsi di animali come i mitili è più sostenibile di nutrirsi di piante coltivate.

Smettere di bruciare
Possiamo abbandonare la combustione da fiamma. Le rinnovabili servono a questo. Non possiamo smettere di bruciare il nostro combustibile: il cibo, ma possiamo cercare di accorciare quanto più possibile i processi di produzione di quel che mangiamo. Il consumo consapevole, quindi, è un'arma potente.
La transizione ecologica richiede una transizione energetica (le rinnovabili) e una transizione alimentare (attraverso la scelta di alimenti sostenibili), a cui si aggiunge l'economia circolare che prevede il riutilizzo di quel che adoperiamo: la natura non conosce spazzatura. Tanto per fare una battuta, la natura è come il maiale: non si butta via niente.
La transizione più importante, anticamera delle altre transizioni, è quella culturale, generatrice di consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte individuali.

Le lobby green
Pro Natura è una delle tante Organizzazioni Non Governative (ONG) che promuovono politiche di sostenibilità e difesa della natura. Le ONG possono avere accesso a finanziamenti europei, ad esempio con i progetti LIFE che mirano ad aumentare la sensibilità pubblica nei confronti delle questioni ambientali. L'Unione Europea, ad esempio, promuove l'alfabetizzazione marina, visto l'analfabetismo diffuso su questioni che riguardano il mare. Molte ONG impegnate nella difesa dell'ambiente, quindi, partecipano a progetti che finanziano il loro lavoro di sensibilizzazione del pubblico e, anche, dei politici.
Si sta diffondendo l'idea che la Commissione finanzi le lobby green per influenzare i politici. E alla fine si genera la percezione che dietro al Green Deal e a tutte le politiche di sostenibilità ci siano oscure manovre di lobbisti che agiscono nell'ombra, sostenute dalla Commissione, peraltro. Chiamare lobby queste ONG le equipara a ben altre lobby: quelle dei produttori di petrolio, che ostacolano le politiche di decarbonizzazione perché si continui a usare il fossile, delle industrie che costruiscono armi, spesso associate a industrie che lavorano nel campo nucleare, o, ancora, dei produttori di pesticidi che vogliono che i loro prodotti continuino ad essere sparsi sulle coltivazioni. Poi ci sono le lobby più diffuse, come quelle di chi adotta modalità di pesca distruttiva, o chi riempie di plastica gli oceani, per non parlare dei balneari. C'è anche la lobby degli evasori fiscali. Queste lobby non avrebbero mai accesso ai fondi europei, e non ne hanno bisogno perché molte dispongono di enormi risorse finanziarie. Possono influenzare i politici per indurli a far cadere governi che promuovono politiche di sostenibilità, ad esempio. Magari ingaggiandoli per cicli di conferenze strapagate. Non è corruzione, ci mancherebbe! Tutto secondo le regole, tutto dichiarato. Come sono secondo le regole, e dichiarati, i fondi LIFE. Le finalità di queste azioni sono ben diverse, però.
I lobbisti green non fanno gli interessi di potentati economici e mirano, a volte goffamente e ingenuamente, lo concedo, all'attuazione di politiche a favore dell'ambiente e, quindi, della società e dell'economia: sistemi di produzione e consumo insostenibili ecologicamente presto diventano insostenibili anche socialmente ed economicamente, visti i costi sociali ed economici che comportano. I lobbisti delle industrie che producono armi, pesticidi, tecnologie nucleari, e di ogni altro tipo di impresa che mina l'integrità ambientale, sociale ed economica, fanno esclusivamente gli interessi di chi li paga.

Un capolavoro mediatico
Il capolavoro mediatico dei lobbisti veri, quelli delle industrie miliardarie, è di aver generato l'impressione che, dietro alle politiche di sostenibilità, ci siano lobby green che mirano a interessi che nulla hanno a che fare con il bene comune. I lobbisti veri accusano i fautori della sostenibilità dei loro stessi misfatti, e le politiche verdi sono spacciate come il prodotto delle lobby green.
Come membro del network europeo di eccellenza su Biodiversità Marina e Funzionamento degli Ecosistemi ho ricevuto un finanziamento europeo. La Commissione ha utilizzato le risultanze del nostro lavoro per sviluppare le sue politiche e siamo andati a Bruxelles a parlare con politici e funzionari, esponendo i nostri risultati e dando consigli su quali legislazioni sarebbe stato opportuno promuovere. Ho fatto la stessa cosa con la Mission Healthy Oceans, Seas Coastal and Inland Waters, e altri progetti. Tra i risultati di queste azioni, finanziate dalla Commissione, ci sono la Marine Strategy Framework Directive e la Nature Restoration Law. E quindi sì, la Commissione mi ha pagato per permettermi di influenzare scelte politiche: sono un lobbista, pagato dalla Commissione! Ho fatto anche molte conferenze su queste cose. Gratis. Nessuno si è mai sognato di offrirmi migliaia di euro a conferenza: non ci sono entità plurimiliardarie che hanno interesse a quel che faccio io. Quelli che offrono queste cifre sono petrolieri, produttori di armi, pesticidi e altre bazzecole del genere. A loro interessa molto che per il pubblico siamo tutti lobbisti e che uno valga l'altro. Proprio come i partiti: tanto sono tutti uguali. La sfiducia nella possibilità di cambiare qualcosa è la migliore arma per far sì che nulla cambi, e che la disonestà non sia così disonorevole: sono tutti disonesti!
Queste strategie di disinformazione si combattono con la consapevolezza. E le ONG devono stare molto attente perché i lobbisti, con il greenwashing, cercano di comprare anche loro, usandole per crearsi una verginità ambientalista.

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