Verde ambiente salute, un rapporto di vita
di Luigi Campanella
Più volte ho scritto che quando si parla di sviluppo del verde ci si ferma al primo anello della catena e cioè quello della piantumazione di un albero, mentre si trascura quello della cura del verde: eppure un albero per svolgere la sua funzione di protezione dell'ambiente e della salute dell'uomo deve essere in buone condizioni ed avere superato una dimensione media di 50 cm di diametro del tronco. La crescita e lo sviluppo di un sistema forestale dipendono oltre che dalla manutenzione e dalle condizioni ambientali anche dal suolo dove è allocato.
L'implementazione di misure di protezione del suolo come colture di copertura, colture intercalari, lavorazione conservativa del suolo e l’uso del digestato (in sostituzione del concime chimico) o ancora la diffusione di pratiche di agroforestazione e agricoltura mista, integrando alberi o arbusti nella gestione delle colture sono tra i principi che possono guidare la conservazione e il ripristino di sostanza organica nel suolo, contribuendo allo sviluppo del verde ed inoltre riducendo le emissioni di gas serra, migliorando la fertilità ed aumentando la resilienza agli effetti dei cambiamenti climatici ed alle fitopatologie. In questo contesto, il carbon farming si conferma uno degli strumenti più promettenti per contribuire al raggiungimento degli obiettivi climatici europei. Una strategia che non solo contrasta i cambiamenti climatici, ma ha l’obiettivo di premiare anche gli agricoltori per l’adozione di pratiche ecologiche, integrando il loro reddito. Per carbon farming intendiamo un sistema agricolo in grado di sfruttare la naturale capacità del suolo di immagazzinare anidride carbonica, il principale gas ad effetto serra se consideriamo i volumi, e di utilizzarlo sotto forma di sostanza organica a vantaggio della fertilità del suolo. Sottraendo CO2 dall’atmosfera se ne abbassa la concentrazione e questo, su scala globale, può avere l’effetto di rallentare il surriscaldamento globale. Con il carbon farming si vuole massimizzare la produzione di biomassa secca in campo e ridurne le perdite. Un agricoltore che decida di modificare in questo senso le tecniche di coltivazione dei propri terreni, potrebbe aumentare sensibilmente le capacità di questi di assorbire CO2 dall’atmosfera e incamerarla nel suolo. Secondo le degli addetti “in una stagione si possono sequestrare 2-2,5 tonnellate di CO2 ad ettaro, pari alle emissioni prodotte da una macchina che percorre circa 15-19mila chilometri“. Gli agricoltori potrebbero essere stimolati verso questa procedura sulla base della carbon farming initiative della Commissione Europea che prevede “di avviare iniziative pilota a livello locale, anche nell’ambito degli “eco-schemi” previsti dalla Politica Agricola Comune (PAC), per poter individuare criticità e buone pratiche da replicare su più ampia scala. Secondo la Commissione Europea, questi schemi potrebbero diventare una significativa fonte di reddito per gli agricoltori europei, fra i 38 e i 58 miliardi di euro. Secondo un articolo pubblicato su Agronotizie ai prezzi attuali un agricoltore potrebbe guadagnare 12-15 euro (con prezzi previsti in crescita) per un ettaro che sequestra 2-2,5 tonnellate di CO2,valori che sembrano marginali, ma che riportati sugli ordini di grandezza delle superfici coltivate in Italia iniziano a diventare davvero significativi. Un agricoltore che adotta pratiche di agricoltura sostenibile si fa certificare da un ente terzo indipendente la rimozione di CO2 dall’atmosfera; una società specializzata si occupa della conversione delle tonnellate di CO2 rimossa in crediti di carbonio; un’azienda privata acquista questi crediti di carbonio per compensare la propria impronta climatica e raggiungere gli obiettivi di carbon neutrality.
Mentre l'agricoltura diviene il focus di questa fase della vita politica ed economica europea leggo che Paesi in via di sviluppo cercano di anticipare i problemi con i quali oggi l'Europa è costretta a confrontarsi. In molti Paesi dell'Africa si realizzano progetti di formazione agricola che insegnano a praticare l'agricoltura con tecniche innovative ed a rispettare l'ambiente. Alcune delle sfide che le nuove generazioni dovranno affrontare riguardano i cambiamenti climatici e lo sfruttamento agricolo intensivo, specialmente in contesti con risorse naturali limitate. Gli adolescenti ed i giovani coinvolti imparano l'applicazione dei metodi pratici in serra ed in campo aperto per avere in futuro una propria fattoria. La scuola viene di conseguenza vista come l'ascensore per arrivare a questi traguardi. La scuola con i suoi insegnamenti consente di evitare errori collegati alla volontà di avere sovrapproduzioni: si evita così di bruciare alberi o di devastare intere aree boschive o ancora di caricare il terreno di fertilizzanti che per effetto del fattore limitante che regola la chimica agraria non potranno essere sfruttati. Tutto nasce all'interno dell'Incubatore Agricoltura 4.0 e del programma Agricoltura per la Vita. Il format del progetto è composto da 3 macroaree, formazione dei giovani, produzione agricola, benessere sociale (welfare).La formazione si basa su moduli teorici di know how produttivo con laboratori didattici ed attività pratiche in campo che puntano ad un sistema di Agricoltura sana ed a chilometri zero. Viene anche attivato un ciclo di distribuzione economica verso realtà esterne ,ma collegate in maniera diretta. Con questo approccio integrale l'agricoltura può svolgere il suo ruolo in favore dello sviluppo economico insieme all'industria ed ai servizi anche sfruttando gli avanzamenti scientifici e tecnologici, a volte nati in campo industriale, ma trasferibili al settore agricolo purché se ne tengano in conto limiti e differenze a partire dai fattori limitanti che praticamente sono solo economici nell'industria, mentre assumono connotati naturali diversi nel caso dell'agricoltura (irradiazione, temperatura, composizione del suolo.....) ,connotati che non possono essere scavalcati. Nel frattempo quasi a giustificare e sostenere questa rinata attenzione all'agricoltura ecco nascere la Medicina Forestale come nuova frontiera della salute green. In Italia è addirittura sorta un'Associazione a supporto. Attraverso una o più belle passeggiate della durata complessiva di 3-4 ore settimanali in boschi e foreste si contribuisce ad una protezione ed un miglioramento della propria salute attraverso l'ispirazione di molecole di terpeni emessi dagli alberi. I terpeni sono una classe di composti organici presenti in natura; sono noti anche come isopreni e la loro struttura è basata su ripetizione di unità isopreniche (C5H8)x, con x>2. I terpeni sono i principali costituenti della resina vegetale e degli oli essenziali estratti dalle piante. Svolgono un ruolo protettivo delle piante rispetto agli attacchi da parassiti e microorganismi. Un'applicazione della Medicina Forestale tutta giapponese è il Komorebi, la luce che filtra tra le foglie degli alberi. C’è qualcosa di assolutamente poetico, quasi magico, in una cultura che crea una parola apposta per un concetto del genere: il senso che ci pervade quando ci si sente avvolti dai raggi del sole che penetrano attraverso le foglie.
L’Associazione Italiana di Medicina Forestale A.I.Me.F., è stata fondata a dicembre del 2018 da un piccolo gruppo di persone eterogenee, ma unite dallo stesso progetto: riportare le persone a contatto con la Natura. Un medico, una botanica, una odontoiatra, un osteopata, una pedagogista, un esperto di comunicazione: questo è il piccolo gruppo che ha dato vita a questa importante Associazione nazionale, con l’obiettivo di far conoscere e riconoscere la Medicina Forestale anche in Italia, favorire la diffusione delle “Urban Jungle”, nonché tutelare e proteggere il patrimonio boschivo e naturale nella nostra nazione, trasmettendo a quante più persone possibile, il potenziale terapeutico dell’immersione nella natura.


