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Archivio Rassegna Stampa

IUCN - IUCN World Conservation Congress to be held from 3 to 11 September 2021 in Marseille

The International Union for Conservation of Nature (IUCN) and the French government have agreed to hold the IUCN World Conservation Congress 2020 from 3 to 11 September 2021 in Marseille. The event, originally scheduled for June 2020, was postponed due to the COVID-19 pandemic.

https://www.iucn.org/news/secretariat/202012/iucn-world-conservation-congress-be-held-3-11-september-2021-marseille

EEB - Future farming: cultivating people-friendly food systems

Short-term and insecure contracts, dire working conditions, widespread suffering caused by diet-related diseases. Our current food system leaves a lot to be desired for the people working in and buying from it.

Asger Mindegaard and Celia Nyssens look into needed changes to make the EU food system a driver of social sustainability – for producers, workers and consumers alike.

https://meta.eeb.org/2021/01/13/future-farming-cultivating-people-friendly-food-systems/

IUCN - European bison recovering, 31 species declared Extinct

The European bison (Bison bonasus), Europe’s largest land mammal, has moved from Vulnerable to Near Threatened thanks to continued conservation efforts, according to today’s update of the IUCN Red List of Threatened Species™. With this update, 31 species also move into the Extinct category, and all of the world’s freshwater dolphin species are now threatened with extinction.

https://www.iucn.org/news/species/202012/european-bison-recovering-31-species-declared-extinct-iucn-red-list

EEB - Dissonance at Davos

The World Economic Forum has woken up to the scale and urgency of the global climate and environmental crises, yet the business and political elites who gathered at Davos acted as though lofty words were enough to save the world, Khaled Diab explains.

https://meta.eeb.org/2020/01/29/dissonance-at-davos/

EEB - Burning questions about the new EU Waste Incineration Standards

The EU recently published a new set of environmental standards for waste incineration, raising the bar for one of Europe’s most controversial industries. But emissions from burning waste are still putting our health, the environment and the climate at risk.

https://meta.eeb.org/2020/01/09/burning-questions-about-the-new-eu-waste-incineration-standards/

EEB - Environment Ministers feel the heat in Brussels

Temperatures hit new record highs in parts of Europe as environment ministers meet to discuss a range of environmental issues.

https://meta.eeb.org/2019/06/27/environment-ministers-feel-the-heat-in-brussels/

IUCN - Almost half of World Heritage sites could lose their glaciers by 2100

Glaciers are set to disappear completely from almost half of World Heritage sites if business-as-usual emissions continue, according to the first-ever global study of World Heritage glaciers, co-authored by scientists from the International Union for Conservation of Nature (IUCN).

https://www.iucn.org/news/world-heritage/201904/almost-half-world-heritage-sites-could-lose-their-glaciers-2100

Il Pi.T.E.S.A.I.: un acronimo misterioso che nasconde una strategia energetica nazionale tutt'altro che sostenibile

Ing. Donato Cancellara
Associazione V.A.S. Onlus per il Vulture Alto Bradano
Coordinamento locale - Forum SiP per il Vulture Alto Bradano  
A.I.L. - Associazione Intercomunale Lucania

Premessa
La Regione Basilicata è da molto tempo terra di grande interesse da parte delle società legate ad attività petrolifere, allo smaltimento di scorie nucleari ed alla sistemazione di rifiuti in generale. Purtroppo, è una Regione fin troppo martoriata dalle attività ultra ventennali di estrazione idrocarburi contribuendo, ad oggi, per il 30% alle estrazioni di gas e per il 77.45% alle estrazioni di olio greggio su scala nazionale. Una Regione che ospita i due più grandi giacimenti petroliferi europei in terraferma (Val d’Agri e Gorgoglione) presentando (al 31 dicembre 2020) permessi di ricerca per una estensione complessiva di 74.564 ettari e  concessioni di estrazione per una estensione complessiva di 157.240 ettari.
Un prezzo, quello legato all'intera filiera petrolifera, troppo alto in termini di impatto ambientale e sanitario che non può lasciare indifferenti tutti coloro che rivestono un ruolo istituzionale nella nostra Regione e non solo.

Dalla C.N.A.P.I. al Pi.T.E.S.A.I.
Così come non si poteva rimanere indifferenti al tentativo di approvare una Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) che prevede, nella proposta ancora in itinere, svariati territori della Basilicata (tra cui Genzano di Lucania in primis) potenzialmente idonei ad ospitare il Deposito Nazione dei Rifiuti radioattivi, così non si può rimanere indifferenti alla proposta del Piano di Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI). Quest'ultima, al di là del suggestivo nome per nulla indicativo della sua reale portata, riguarda l'individuazione delle aree nazionali da considerarsi idonee per le attività petrolifere di ricerca, prospezione ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi. La proposta di Piano, elaborata dal Ministero dello Sviluppo Economico, ha inserito buona parte della Basilicata tra le aree idonee includendo la zona settentrionale quindi l'intera area afferente all'Unione Comuni Alto Bradano.
Con riferimento alla scadenza del 14 settembre per presentare osservazioni, in senso alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) avviata dal MiSE il 2 marzo 2021, è stata proposta una bozza di delibera contenente osservazioni tecniche da incardinare in un deliberato di Giunta dell'Unione dei Comuni Alto Bradano a cui afferiscono i Sindaci dei Comuni di Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania, Banzi, Acerenza, Tolve, Forenza, Cancellara e San Chirico Nuovo. La bozza è stata recepita dell'Unione dei Comuni, votata all'unanimità e pubblicata come Deliberazione n. 22 dell'8 settembre 2021.

Contenuto della Delibera
Nel deliberato viene evidenziato che il PiTESAI deve tener conto di tutte le caratteristiche del territorio: ambientali, paesaggistiche, geologiche, idrogeologico, morfologiche, urbanistiche (con particolare riferimento alle vigenti pianificazioni), senza dimenticarsi della componente sociale, economica e sanitaria. Viene ripercorsa la costante azione di difesa dell'intera area, finalizzata a contrastare l'attività industriale legata alle fonti fossili (liquide e gassose), dando continuità a quanto già avvenuto in passato, da parte di svariate Associazioni, dall'Area Programma Vulture - Alto Bradano e da diversi Comuni lucani. Particolare attenzione è stata rivolta alle due istanze pendenti sull'area nord della Basilicata: l'istanza del Permesso di ricerca idrocarburi denominata "Palazzo San Gervasio" della società AleAnna Resources LLC e l'istanza del Permesso di ricerca idrocarburi denominato "La Bicocca" della società Delta Energy Ltd.

Svariate le questioni evidenziate tra cui quella sismica evidenziando che l'area lucana, inserita nel PiTESAI, è caratterizzata da sismicità medio-elevata. Per sismicità elevata deve intendersi un'area contrassegnata da un valore previsto di picco di accelerazione (PGA - Peak Ground Acceleration) al substrato rigido, per un tempo di ritorno di 2475 anni, pari o superiore a 0,25 g. Tale valore risulta essere molto prossimo, in alcuni casi superiore, in diverse aree ricadenti nei Comuni di Acerenza, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Maschito, Montemilone, Oppido Lucano, Palazzo San Gervasio, Rapolla, Ripacandida e Venosa.  Aspetto, quello della sismicità, di particolare rilevanza se posto in relazione alla potenziale sismicità indotta o innescata da alcune tecniche di perforazione del sottosuolo e, soprattutto, dalla diffusa pratica di reiniezione delle acque di strato, come ampiamente illustrato nel Rapporto della Commissione ICHESE - Report on the Hydrocarbon Exploration and Seismicity in Emilia Region (2014) e nel recente lavoro Hydraulic-fracturing induced seismicity di R. Schultz, et al., Reviews of Geophysics (2020) con il pieno convincimento di tralasciare i "rassicuranti" lavori elaborati da coloro che hanno lavorato con alcune Società petrolifere, spesso finanziatrici degli stessi lavori di ricerca, in quanto da ritenersi (verosimilmente) in pieno conflitto di interessi.
L'area nord-orientale della Basilicata ricade nell'ambito dell'Ager Bantinus quale Zona di interesse archeologico di nuovissima istituzione da parte della Regione Basilicata, ai sensi dell'art. 142, let. m) del D.Lgs. n. 42/2004, limitrofa all'Ager Venusinus. Notevole l'interesse archeologico del corridoio della Via Appia rientrante in un recentissimo progetto ministeriale, approvato nel 2019, riguardante la valorizzazione dell'Appia Antica coinvolgendo le Regioni Lazio, Campania, Basilicata, Puglia. I Comuni della Basilicata interessati dal progetto ministeriale sono Venosa, Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania coinvolte dalle aree di interesse paesaggistico Ager Bantinus, Ager Venusinus e Comprensorio melfese.

È stato evidenziato che la tutela paesaggistica deve necessariamente andare oltre la semplice conservazione della visuale quindi oltre la libera visibilità del bene immobile oggetto di tutela diretta, mirando anche alla salvaguardia della consistenza materiale dell'ambiente nel quale l'immobile è inserito quindi la necessità di conservare la continuità storica e con essa quei connotati territoriali nei quali una Comunità ripone i propri valori identitari (Cons. Stato, VI, 6 settembre 2002, n. 4566; Cons. Stato, VI, 1° luglio 1999, n. 4270). È evidente che un'area, pur non rientrante nel buffer di rispetto di una specifico bene vincolato, ma facente parte dell’ambiente nel quale il bene è situato, andrebbe tutelato così come tutto ciò che si trova in vista o in prossimità dello stesso.
Inoltre, al fine di una corretta individuazione delle aree idonee, è stato sottolineata la necessità di considerare approfonditamente gli aspetti socio-economici legati, direttamente e/o indirettamente, alle attività previste dal Piano: la presenza di attività altamente invasive ed inquinanti, come quelle petrolifere, porterebbero inevitabilmente ad un ulteriore spopolamento delle aree interne, al deprezzamento dei valori agricoli medi dei terreni e dei prodotti agro-alimentari, la perdita di attrazione turistica. Aspetti che devono essere considerati, nell'individuazione delle aree idonee, al fine di non peggiorare irreversibilmente l'assetto socio-economico dell'itera area.
Al fine di una corretta individuazione delle aree idonee, evidenziare la necessità che si considerino approfonditamente gli aspetti socio-sanitari legati, direttamente e/o indirettamente, all'individuazione delle aree del Piano: impatti significativi sull'ambiente determinano inevitabilmente ripercussioni sulla saluta umana come già sperimentato nell'area della Val d'Agri interessata da una Valutazione di Impatto Sanitario legata alle attività petrolifere.
La presenza di attività petrolifere nell'area nord della Basilicata comprometterebbe l'ambiente, il paesaggio, la sicurezza e la salute dei cittadini esponendo i Comuni interessati al rischio di vedere danneggiate, irreversibilmente, le risorse ambientali ed agricole. Rischierebbero di essere compromesse anche le rilevanti ipotesi di sviluppo economico e sociale, creando uno sviluppo distorto che determinerebbe una desertificazione culturale e sociale, con l'aggiunta di gravi ed inaccettabili ripercussioni su un'intera area, il Vulture - Alto Bradano, che sta puntando su un sviluppo turistico sostenibile e su un'agricoltura di qualità.

Richieste di non idoneità dell'area
Con l'approvata delibera è stata dichiara la non idoneità, ad attività di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi, delle aree ricadenti in agro di Genzano di Lucania, Palazzo San Gervasio, Banzi, Acerenza, Tolve, Forenza, Cancellara, San Chirico Nuovo ed in aggiunta, la non idoneità in tutte quelle aree limitrofe rispetto alle quali vi sarebbero evidenti effetti, ambientali e paesaggistici negativi  che si intende legittimamente tutelare. È stato chiesto che non sia consentita alcuna forma di sopruso sul nostro territorio, mostrandosi coerenti con la strada di difesa della Terra e di contrasto a tutte le forme di depredazione della nostre risorse, senza distinguo tra progetti legati alle fonti fossili e progetti legati alle fonti rinnovabili in area agricola a scopo industriale, come è stato in passato per lo scellerato progetto del termodinamico, alle porte di Palazzo San Gervasio, che non presentava possibilità alcuna per poter essere definito sostenibile per l'irreversibile consumo di suolo e per i potenziali rischi ambientale che avrebbe creato un imperdonabile e devastante precedente per l'intera area.

Un Pianeta artificiale

Riccardo Graziano

Nel 2020 la massa delle “cose” artificiali prodotte dall’uomo ha raggiunto lo stesso livello della biomassa naturale. E negli ultimi mesi è probabilmente avvenuto il sorpasso. In altre parole, il peso delle nostre costruzioni – in primo luogo gli edifici di cemento, ma anche mezzi di trasporto, elettronica, vestiario ecc. – ha superato il peso di tutti gli animali e di tutta la vegetazione presenti sul pianeta. Di fatto, la Terra è oggi più artificiale che naturale, situazione che mostra in maniera evidente l’appropriatezza del termine “Antropocene” per definire la nostra epoca, anzi meglio la nostra Era.
In effetti, un simile cambiamento è qualcosa che non avviene nell’arco di una vita o di un periodo storico, ma letteralmente in un’era geologica, e la causa di tale cambiamento è antropica, da cui appunto la designazione di “Antropocene” applicabile all’era attuale, sul cui inizio non c’è accordo unanime fra gli studiosi, ma che vede nella nostra epoca, a partire dal XX secolo, il suo culmine in termini di impatto sul pianeta.

Queste considerazioni derivano dai dati contenuti in uno studio condotto da un team del Weizmann Institute of Science a Rehovot (Israele), coordinato dal professor Ron Milo, di cui è stata pubblicata qualche mese fa una sintesi sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature”.
Lo studio quantifica la biomassa, ovvero il peso di tutte le creature viventi del pianeta (animali terrestri e marini, vegetazione, microorganismi) intorno a 1,1 trilioni di tonnellate, quantità rimasta relativamente stabile nel corso degli ultimi decenni. Al contrario, le costruzioni e gli oggetti prodotti dall’uomo sono cresciuti progressivamente nel corso della storia, con un incremento smisurato nell’ultimo secolo, esattamente quello oggetto dello studio in questione, che analizza la produzione umana dal 1900 a oggi.
La stima dei ricercatori ci dice che, all’inizio del XX secolo, i manufatti artificiali erano quantificabili in 35 miliardi di tonnellate, all’incirca il 3% della biomassa naturale. Nel 2020 si è arrivati al pareggio, 1.100 miliardi di tonnellate naturali a fronte di altrettante artificiali, con la differenza che, mentre le prime permangono sostanzialmente invariate, queste ultime aumentano incessantemente di 30 miliardi di tonnellate all’anno. In pratica, con gli attuali ritmi produttivi, ogni anno aggiungiamo una quantità di massa artificiale equivalente a quella che l’umanità aveva prodotto nell’arco di tutta la storia fino al 20° secolo, un ritmo di crescita evidentemente insostenibile. È come se ogni persona vivente costruisse, ogni settimana, una massa artificiale superiore al proprio peso.

La parte del protagonista è appannaggio del cemento – e noi in Italia siamo un esempio lampante, con la nostra bulimia costruttiva che divora due metri quadri di terreno al secondo – seguito dagli altri materiali da costruzione. Se la tendenza attuale dovesse proseguire, cosa assai probabile vista la continua spinta all’edificazione di edifici e infrastrutture spesso inutili,  la previsione è che nell’arco di soli due decenni i fabbricati peseranno più del doppio della massa dei viventi. Una prospettiva allucinante per chi si occupa di difesa dell’ambiente, ma che dovrebbe allarmare anche il cittadino medio e allertare i decisori politici per convincerli a cambiare impostazione. Ma per ora non si intravedono segnali in questo senso: la legge per arrestare il consumo di suolo giace abbandonata in Parlamento da quattro anni, mentre per accelerare la “ripresa” post-Covid si è già alzato il solito coro dei sostenitori di “nuove infrastrutture”, un mantra che si ripete incessante da decenni.

Come se la situazione non fosse già abbastanza preoccupante dal punto di vista quantitativo, anche i dati qualitativi contribuiscono a rendere ancora più fosco lo scenario. Il 90% della biomassa risulta infatti composto da piante e nel complesso è relativamente stabile, nel senso che la crescita di vegetazione stimolata dagli elevati livelli di anidride carbonica in atmosfera è equiparabile alla massa perduta a causa della massiccia deforestazione, ma è evidente che la perdita di habitat caratterizzati da elevata biodiversità non può essere compensata da alberi e arbusti ricresciuti su terreni incolti o abbandonati. Inoltre, vale la pena sottolineare che la biomassa vegetale era probabilmente il doppio di quella attuale, prima che, con l’avvento dell’agricoltura, l’uomo iniziasse una progressiva opera di disboscamento per fare spazio alle sue coltivazioni, circa 12.000 anni fa, periodo nel quale alcuni studiosi individuano appunto l’inizio dell’Antropocene, che altri situano invece all’epoca della Rivoluzione industriale.
Inoltre, ci sono un altro paio di dati che rendono l’idea dell’alterazione qualitativa della biomassa. L’insieme degli esseri umani è al secondo posto in termini di peso fra le specie viventi, secondi soltanto all’insieme dei bovini da allevamento. E subito dopo di noi ci sono i suini. Più in generale, il peso degli umani e del loro bestiame è quasi 20 volte superiore a quello di tutti gli altri mammiferi e uccelli selvatici presenti sul pianeta. Quanto alla plastica, della cui invasività iniziamo finalmente a renderci conto, il suo peso è ormai superiore a quello di tutti gli animali terrestri e marini messi insieme.

A fronte di dati come questi, sarebbe il caso di iniziare una profonda riflessione sul nostro modello di “sviluppo” basato sulla crescita continua, perché dovrebbe essere evidente che un pianeta sempre più artificiale non può essere sostenibile e non è un buon posto per vivere, ammesso che sia ancora vivibile.

Fonte: https://www.nationalgeographic.com/environment/2020/12/human-made-materials-now-equal-weight-of-all-life-on-earth/

Il Verde (è) urbano

Sofia Filippetti

“Verde urbano”. Una definizione come questa sembra già un ossimoro, non è vero? Una contraddizione. Un elemento naturale accostato al termine artificiale per antonomasia, il colore delle foglie accanto al grigiore del cemento, le piante e le loro sembianze cangianti contrapposte agli spigoli delle architetture… Elementi che, a pensarci così, in maniera superficiale e strettamente etimologica, faticano a star bene assieme, che stonano – troppo differenti, troppo distanti, quasi inconciliabili. Eppure, se ci guardiamo attorno, dentro le nostre città, ogni elemento naturale è assimilabile al concetto di “verde urbano”, ed è sempre coesistito con la vita umana: antichi egizi, babilonesi, poi i greci, i romani, gli orti medievali, i giardini romantici, fino ad arrivare ai giorni nostri. Per “verde urbano”, infatti, si intende tutto quel che è effettivamente verde, i viali alberati, i parchi e i giardini, siano essi pubblici che privati, il verde attrezzato, le aree boscate… e così via. Il verde urbano, la sua gestione e disponibilità, è sempre stato connesso alla bellezza del contesto cittadino ed alla sua vivibilità in senso stretto e in senso lato. Sì, perché dobbiamo ricordarcelo molto più spesso di quanto già non facciamo: senza il verde, non c’è vita, non c’è la vita degli organismi aerobi, che hanno bisogno di ossigeno, non c’è la nostra vita.

Definire la complessità e la raffinatezza dei meccanismi biochimici, fisiologici, biologici, e di conseguenza delle caratteristiche e delle attività che le piante svolgono, è tutto fuorché semplice. Esseri affascinanti e di difficile interpretazione e studio ai nostri occhi, sono ancora poco conosciuti, nonostante tanto si sappia e si continui a scoprire. Tuttavia, ad oggi, per permettere una maggiore consapevolezza della loro importanza, insita nella loro stessa essenza, nel loro funzionamento, si parla di “servizi ecosistemici”. I servizi ecosistemici sono, sostanzialmente, la caratterizzazione delle funzioni ecologiche ed ambientali delle strutture verdi, che ci permettono di quantificare e definire in termini a noi più vicini, concreti, monetari, l’attività che questi organismi verdi e quieti svolgono. Dal singolo filo d’erba al viale alberato nella sua interezza, è possibile calcolare e prendere tangibilmente atto di ciò che le piante ci offrono. Tra esse si annoverano una gran quantità di azioni sottili e meravigliose, che permettono l’intero funzionamento del microcosmo e del macrocosmo di cui facciamo parte: stoccaggio del carbonio atmosferico, rimozione degli inquinanti atmosferici, regolazione della temperatura, protezione idrogeologica, capacità di infiltrazione delle acque piovane, protezione e fiorire della biodiversità, benefici a livello sociale e sanitario, produzione agricola, impollinazione…

Allora vien da sé l’immensità della importanza del verde e di quanto sia vitale il suo legame con l’urbano.
Grazie ai meccanismi biochimici e biologici insiti nelle piante, infatti, si ha la produzione di ossigeno, fondamentale elemento per la nostra sopravvivenza, oltre al sequestro di CO2 e di altri inquinanti troppo spesso prodotti ed immessi nell’aria dall’uomo (tra cui ricordiamo il PM, vale a dire il particolato atmosferico, principalmente presente nelle zone urbane), definendosi a tal modo un motore indispensabile anche per la depurazione dell’aria. Servizio ecosistemico, questo, che ha delle ricadute estremamente importanti e positive sulla salute umana: gli inquinanti aerei, infatti, essendo inalabili e respirabili, possono penetrare nei nostri polmoni, raggiungendo anche le profondità dell’apparato respiratorio, provocando, come già ampiamente dimostrato da numerosi studi scientifici, la possibilità di sviluppare malattie ed altre problematiche. Grazie all’azione delle piante, la concentrazione degli inquinanti è notevolmente ridotta nell’aria, diminuendo quindi in modo sensibile la possibilità di sviluppare effetti sanitari negativi. Si tratta, insomma, di una purificazione, di una pulizia dell’aria del tutto naturale e gratuita offerta dal verde, che in ambito urbano è ancor più spiccata, arrivando ad una riduzione della concentrazione del particolato atmosferico del 7-24% entro i 100 metri, oltre ad un considerevole sequestro della CO2 atmosferica locale.

Altra capacità delle piante è quella di ridurre la temperatura dell’ambiente circostante. Le città vengono definite come “isole di calore”, ovvero dei territori che, a causa dei materiali di cui sono principalmente composti, assorbono in maniera particolare la radiazione solare (basti pensare a quanto scotti l’asfalto esposto al sole in piena estate…), oltre al fatto che, per le loro caratteristiche costruttive, possono condizionare i flussi d’aria e di acqua, definendo a conti fatti un innalzamento della temperatura media urbana, che può essere fino  a 6°C superiore rispetto alle zone rurali. Gli alberi, con le loro chiome e la loro fisiologia, permettono una regolazione del microclima urbano attraverso l’evapotraspirazione (cioè l’insieme della traspirazione e della evaporazione, il passaggio dell’acqua, allo stato di vapore, dal terreno all’aria), offrendo ombra ed aumentando l’albedo (ovvero il potere riflettente di una superficie, per cui maggiore è l’albedo e minore sarà la radiazione solare assorbita da un determinato materiale); regolazione che, dunque, ha un effetto protettivo verso le ondate di calore con tutte le conseguenze negative, tra cui i colpi di calore a cui è esposta la popolazione umana.

Oltre ciò, vanno citate la protezione idrogeologica e la capacità di infiltrazione delle acque piovane, elementi indispensabili in uno scenario caratterizzato da piogge intense, che, attraverso la riduzione del deflusso diretto delle acque meteoriche, permettono una mitigazione importante degli eventi alluvionali, sempre più frequenti anche alle nostre latitudini, i quali possono avere una ricaduta importante a livello della popolazione umana.

In qualità di elemento fondante e fondamentale dell’habitat, poi, anche in ambito urbano, il verde permette la protezione e la promozione della biodiversità, offrendo le condizioni favorevoli alla sopravvivenza di diversi animali, come l’avifauna, gli insetti, i piccoli mammiferi, e, tramite l’incontro con l’umano, in questo contesto decisamente più frequente, consente lo sviluppo di una sensibilità e percettività circa l’importanza di preservare e proteggere tutte le specie viventi dalle diverse minacce.

Importanti sono inoltre i benefici sociali, anch’essi con una enorme ricaduta a livello sanitario, in quanto il verde urbano è di per sé occasione di incontro e di convivialità, oltre che uno stimolo al movimento e ad uno stile di vita attivo e, come dimostrato da diversi studi scientifici, importante per la salute mentale (interessante, inoltre, è la correlazione tra ambito naturale e maggior resa scolastica nei bambini presentanti ADHD, acronimo di “Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività”).

Dimentichiamoci dunque l’idea che il verde urbano sia semplicemente un arredo, un suppellettile della città: grazie alle sue caratteristiche, alle sue capacità ed alle attività che svolge in maniera continua, elegante e silenziosa, esso accompagna e plasma l’ambiente nel quale viviamo, rendendolo adeguato a livello ecologico, igienico-sanitario, sociale, psicologico, economico, oltre che piacevole per quel che concerne l’ambito estetico e paesaggistico!
Il verde in ambito urbano deve essere presente, anche adottando un’ottica di prevenzione e protezione della popolazione umana, soprattutto se si considerano gli elevati livelli di inquinamento e gli scenari che si prefigurano sempre più drammatici e frequenti, influenzati dal cambiamento climatico.
Ma è importante adottare uno sguardo che non sia unicamente egoistico, antropocentrico ed utilitaristico, perché il verde in ambito urbano deve essere presente, sì, ma deve anche essere curato. Curato in maniera adeguata e rispettosa, poiché se noi umani siamo vulnerabili alle alterazioni climatiche ed ecosistemiche, anche le piante lo sono, con malattie che si diffondono più velocemente a causa delle condizioni ambientali che favoriscono la diffusione, la presenza e una maggiore capacità di azione dei patogeni (temperature più alte sono correlate a cicli di sviluppo più efficienti per diversi patogeni) e dall’importazione accidentale di essi, con il manto stradale che non permette l’adeguato sviluppo delle loro radici per la ricerca dei nutrienti, con le difficoltà di crescita, le radici che non attecchiscono bene al terreno, la riduzione degli impollinatori e quindi la difficoltà nella riproduzione, la alterazione delle caratteristiche ambientali necessarie alla sopravvivenza, l’impossibilità di svilupparsi adeguatamente a causa dello spazio stretto, i continui stress dovuti al disturbo antropico… Dobbiamo proteggere, rispettare e piantare tutto il verde possibile, compreso quello urbano, soprattutto quello urbano, perché senza di esso mancherebbe il reticolo ed il respiro dell’intera città…

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
1. Millennium Ecosystem Assessment (MEA). http://www.millenniumassessment.org/en/index.html;
2. ISPRA. XV Rapporto Qualità dell’ambiente urbano, 2019;
3. World Health Organization (WHO). Urban Green Space Interventions and Health;
4. Hunter R.F. et al. “Environmental, health, wellbeing, social and equity effects of urban green space interventions: A meta-narrative evidence synthesis”, 2019;
5. Prashant Kumar et al. “The nexus between air pollution, green infrastructure and human health”, 2019;
6. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Comitato per lo Sviluppo del Verde. “Strategia nazionale del verde urbano - Foreste urbane resilienti ed eterogenee per la salute e il benessere dei cittadini”;
7. Città di Torino. “Piano strategico dell’infrastruttura verde”, 2020;
8. Città metropolitana di Torino, Silvia Novelli. “Apprendere per produrre verde”, 2020. http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/risorse/ambiente/dwd/green-economy/app-ver/presentaz-workshop-visite/silvia-novelli.pdf;
9. Rachel McCormick. “Does Access to Green Space Impact the Mental Well-being of Children: A Systematic Review”, 2017;
10. Christopher Coutts, Micah Hahn. “Green Infrastructure, Ecosystem Services, and Human Health”, 2015;
11. Riccardo Graziano, Pro Natura Notiziario - obiettivo ambiente. “Il decalogo “Rete Ambiente Clima” Torino”, 2020;
12. Stefano Gabrio Manciola. “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030”, 2020. http://www.veterinariaalimenti.marche.it/Articoli/category/attivita-trasversali/strategia-dellue-sulla-biodiversita-per-il-2030;