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Il ponte della Gioconda e i ladri della bellezza

Gianni Marucelli

Dopo otto secoli attraversa ancora, agile ed elegante sulle sue sette arcate a sesto ribassato, l'Arno, in uno dei suoi punti più larghi: è il Ponte a Buriano, nei pressi di Arezzo. Leonardo lo vide, forse, in occasione del suo servizio in qualità di ingegnere militare presso Cesare Borgia, il Duca Valentino, ampiamente figlio di Papa e di papà, esempio illuminante di Principe per Niccolò Machiavelli, di crudele tiranno senza princìpi per noi moderni.
Comunque sia, il genio di Vinci apprezzò la struttura e la bellezza del manufatto, tanto che lo volle ritrarre sullo sfondo di quel quadro che si portò appresso, ritoccandolo, fino alla sua morte, quando ne fece dono a Francesco I di Francia, suo benefattore e protettore. La questione se questo sia appunto veridicamente quel ponte, pur se ancora dibattuta, pare a me bastevolmente appurata, e quindi non vi ci soffermerò ulteriormente, se non per affermare che un ponte il quale, dopo otto secoli di onorato servizio, regge ancora il traffico veicolare, non solo è stato costruito solidamente, ma eccezionalmente bene.

Il quadro cui ho accennato è, ovviamente, l'opera pittorica più famosa del pianeta Terra, quella Monna Lisa del Giocondo che tante menti e ingegni ha ispirato nei secoli, e probabilmente ancora ne ispirerà.
Basterebbe ciò a rendere, di riflesso, illustre il ponte e il luogo che lo ospita, la valle dell'Arno che in questo punto è davvero incantevole; da qui, verso valle, ha inizio un tratto sinuoso e, a tratti, incassato profondamente, che par davvero prenda esempio dai canyons americani. È da molti anni zona protetta, la Riserva Naturale di Bandella e della Valle dell'Inferno, che, grazie alla presenza di due dighe, La Penna e Levane, presenta anche zone palustri, davvero interessanti per l'avifauna acquatica.
Verso nord, invece, non esiste altro ponte prima di Castelluccio, piccolo borgo sito nel Comune di Capolona. In questo breve tratto, la riva destra del fiume è davvero poco antropizzata: la località di Cincelli, a poche centinaia di metri dal Ponte a Buriano, nell'antichità ospitava una fornace (gli aretini, prima etruschi poi romani, erano davvero notissimi per la produzione di ceramica “sigillata”, ovvero recante il sigillo – oggi diremmo logo – dell'azienda vasaia che la realizzava).
Da Cincelli, verso nord, hanno inizio le pendici del massiccio del Pratomagno, che separa la Valle dell'Arno dal Casentino. Una stretta strada asfaltata porta da Ponte a Buriano a Castelluccio, un'altra raggiunge il minuscolo borgo rurale di Pieve San Giovanni, ridiscendendo poi per congiungersi alla prima, proprio a Castelluccio. In questo non molto vasto triangolo, che ha per base il corso dell'Arno, i seminativi e gli ex seminativi si alternano a boschetti mesofili di querce – in prevalenza roverella – carpino, ontano. Tutta la zona è ricca di fauna: ungulati (cinghiali, caprioli, daini), mustelidi (volpe, faina, donnola), lepri, istrici e via dicendo, nonché di rapaci. Il lupo è presente nei boschi del Pratomagno, e probabilmente, in inverno, frequenta anche queste piagge.
Il luogo è conosciuto, appunto, come Valle delle Piagge, e avrebbe tutte le potenzialità per conoscere uno sviluppo di turismo “alternativo” di tutto rispetto, avendo tra l'altro già alcune strutture (anche di vaste dimensioni) che lo ospitano, sia in Comune di Capolona che nel confinante Comune di Castiglion Fibocchi.
Il problema è che la Valle delle Piagge sta avendo invece, in queste settimane, una certa notorietà sui media locali, non per i suoi pregi naturalistico-ambientali, ma per i rischi che sta correndo: l'amministrazione del Comune di Capolona ha infatti dato parere favorevole, qualche tempo fa, alla concessione a una azienda aretina di sfruttare proprio questo territorio per realizzare quattro cave, di cui  una per la  produzione di pietre e le  altre per  sabbie e pietrisco, per un'area molto vasta (cinque ettari più due di fascia esterna solo per un primo intervento) e una profondità naturalmente indefinita. Chi ancora, in questa epoca di ricorso alle calcolatrici del proprio smartphone, sa fare due conti a memoria, è subito trasalito: si tratta infatti di 50.0000 m2 di terreno, moltiplicati per i metri di profondità (che non sono mai pochi, quando si tratta di prelevare materiale...).

Quindi, le cifre sono impressionanti: calcolate parecchie centinaia di migliaia di metri cubi; tanto per avere un'idea del peso, un metro cubo di inerti di sabbia e pietrisco pesa ben oltre una tonnellata. Inoltre, i due ettari di fascia di “rispetto” saranno percorsi da macchinari pesanti e perderanno ogni connotazione naturale.
In pratica, la Valle delle Piagge sarà devastata, e le ricadute in termini di inquinamento atmosferico (scarichi dei motori, polveri) e acustico andranno ben oltre i suoi confini.

La riflessione che suscita più curiosità è però la seguente: quanto guadagnerà il Comune che ha dato parere favorevole allo sfruttamento? Tanto da sovvenire alle necessità delle fasce meno abbienti della popolazione, o per altri scopi sociali? Il Sindaco lo ha rivelato: 300.000 euro, il costo di un paio di piccoli appartamenti ad Arezzo. Il biblico “piatto di lenticchie” in cambio della primogenitura... Ha aggiunto, anche, che i soldi saranno spesi per le frazioni del Comune interessate dai lavori: ovverosia, prima ti rovino, poi ti do un contentino!

Infine, ha affermato che la decisione è stata presa in mancanza di qualunque vincolo archeologico o paesaggistico e che, dopo l'uso, e come prescritto dalle leggi, il territorio interessato sarà “ripristinato” a cura della ditta che ha svolto i lavori. Non ha specificato che è impossibile tornare alla situazione precedente, o anche solo pensarlo, considerando l'enorme sbancamento in una zona in lieve ma costante pendenza e la cui bellezza consta anche dei dossi e poggetti che la animano.
Chi conosce la realtà di una cava sa perfettamente che, se va bene, il terreno, la cui geomorfologia sarà profondamente modificata, verrà spianato, e ci vorrà del bello e del buono per riportarvi una parvenza di vegetazione. Questo, senza considerare che anche il regime idrografico risulterà profondamente alterato.
Se, invece, va male, ossia, come capita spesso, la Ditta non vuole o non è in grado di ottemperare agli impegni presi, pur avendo versato una fidejussione, le grandi cavità resteranno quali sono, oppure, chissà, è già successo molte volte, saranno utilizzate come discariche. Autorizzate, beninteso, tanto chi si ricorderà come era questa vallata tra una decina o una ventina di anni? Quanto saranno cambiati, nel frattempo, i regolamenti oggi vigenti?

Ma non è ancora finita. Nella sua visione delle cose, l'Amministrazione comunale di Capolona ha creduto bene di risparmiare, almeno nelle intenzioni, il passaggio dei camion da cava, sei giorni su sette e per un tempo indefinito, ma certo lungo, agli abitanti del proprio capoluogo, riversando sia il traffico pesante che i relativi disagi da inquinamento atmosferico e acustico su quelli del Comune confinante. Il quale, ovviamente, ha gridato il suo NO, come anche il Comune di Arezzo e la Provincia omonima.
Intanto, gli abitanti della zona interessata dal progetto della cava hanno costituito un apposito Comitato, per opporsi, con ogni mezzo, allo scempio che si prospetta; non è neppure mancato loro l'apporto di uno dei Vice-presidenti della Regione Toscana, la quale peraltro, forse per non aver valutato bene le dimensioni e la qualità dell'impatto ambientale, ha inserito il progetto nel proprio Piano Cave.

Non sappiamo quindi, ad oggi, quale esito avrà la vicenda. Possiamo però introdurre una riflessione più generale: in un momento di crisi, nel quale i Comuni devono affrontare con poche risorse – divenute minime dopo la Legge di Stabilità, varata dal Governo nel 2013 – le necessità amministrative ordinarie e straordinarie, è logico ( ma non giustificabile) che alcuni tendano a sfruttare il più possibile ciò che offre il loro territorio, senza starsi a porre troppe domande sulla sostenibilità ambientale, o meno, delle loro operazioni. È il caso, appunto, delle attività estrattive.
In un suo dettagliato rapporto sulla situazione delle escavazioni di materiali inerti in Italia, datato 2017, Legambiente sottolineava come la Toscana sia una delle Regioni italiane che si è dotata di un suo Piano-Cave, a differenza – orrore! - di altre regioni dove, a quanto pare, non esiste alcuna regola precisa. Aggiungeva, però, che questa regione è già abbastanza deturpata dalla presenza di attività estrattive di questo genere: sarebbe bastevole portare l'esempio delle Alpi Apuane, la bellissima catena montuosa prospiciente il mare che è ormai stata ampiamente depredata del suo marmo prezioso.
Anche in quel caso, come, se avverrà, in quello della Valle delle Piagge, non si sarà derubato una zona solo della sua terra e delle sue pietre (beni di cui non si “produce” più neppure un grammo!), ma anche della sua Bellezza.
Una Bellezza che, nel nostro caso, certo lo sguardo di Leonardo da Vinci apprezzò, e che non sarà più disponibile né ricreabile. Per nessuno.

Il favor legislativo per le fonti rinnovabili a discapito dell'identità di interi territori

Donato Cancellara - Ass. VAS per il Vulture Alto Bradano

Il Decreto Legislativo n. 104/2017, in attuazione della direttiva europea 2014/52/UE concernente la Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) di determinati progetti pubblici e privati, ha introdotto numerose modifiche al d.lgs. n.152/2006 (Testo Unico Ambientale) con particolare riferimento alla competenza in materia di V.I.A. quale strumento che dovrebbe verificare la sostenibilità di un progetto anche tramite adeguate misure di mitigazione.
Tale decreto ha previsto che tutti i progetti di opere elettriche (in generale stazioni elettriche ed elettrodotti) per i quali è prevista la V.I.A. o la procedura di Verifica di assoggettabilità alla V.I.A., cosiddetto screening alla V.I.A., siano da ritenersi di competenza statale, così come le procedure di V.I.A. di progetti di impianti eolici con potenza elettrica nominale maggiore ai 30 MW.

Le ripercussioni di tali disposizioni sono rilevanti in tutti quei territori, la Basilicata in primis, che risultano martoriati dall'eolico selvaggio e dall'anomalo proliferare di opere elettriche, spesso ritenute surrettiziamente - durante l'iter autorizzativo - opere connesse all'impianto eolico oggetto di autorizzazione unica regionale. Si ricorda che, ad oggi, 18 sono le nuove istanze di V.I.A. (metà delle quali di competenza regionali e l'altra metà di competenza statale) riguardanti mega impianti eolici che si vorrebbero realizzare in Basilicata per un totale di oltre 540 MW di potenza elettrica da installare tramite 178 nuovi aerogeneratori i cui progetti eolici interesserebbero 24 Comuni lucani.

È in questo scenario che si va ad innestare l'annosa vicenda della "trasversale lucana" quale rilevante progetto comprendente svariate opere elettriche autorizzate tramite Delibera di Giunta Regionale n. 279 del 12 marzo 2013. Con detta delibera venne dato il nulla osta alla realizzazione di una miriade di opere elettriche considerate connesse ad un impianto eolico di soli 8 aerogeneratori per una potenza complessiva di 20 MW. Parliamo della stazione elettrica "Genzano" 150/380 kV, della stazione elettrica "Nuova Vaglio" a 150 kV, della stazione elettrica "Nuova Oppido" a 150 kV, della stazione elettrica "Nuova Avigliano" a 150 kV nonché una doppia linea di elettrodotti di collegamento a 150 KV per oltre 40 Km di tracciato. Tutte opere elettriche invasive ed impattanti sul territorio, classificato agricolo, di 5 Comuni (Cancellara, Vaglio, Tolve, Oppido e Genzano di Lucania) che solo successivamente sono pervenute alla società Terna S.p.A. tramite un susseguirsi di volture tra gennaio 2014 e maggio 2015. Tutte opere ritenute connesse all'impianto eolico di 20 MW, proprio quell'impianto entrato in esercizio anche senza che tali opere venissero completamente ultimate. Tutte opere necessarie ed indispensabili a svariati impianti eolici e non solamente a quell'unico impianto di 20 MW. Tutte opere con un impatto ambientale che risulta essere indiscutibilmente maggiore rispetto a quell'impianto eolico considerato "opera principale" a fronte della miriade di opere elettriche ritenute "opere connesse".
Stiamo parlando della già citata D.G.R. n. 279/2013 in cui si precisa che il giudizio di compatibilità ambientale è da ritenersi valido per un periodo massimo di 5 anni a partire dall'adozione della delibera e che entro tale data dovevano iniziare ed essere ultimati tutti i lavori per la realizzazione del progetto comprendendo anche quelle opere elettriche che oggi chiamiamo "trasversale lucana".
Opere che non sono state integralmente realizzate nel termine perentorio dei 5 anni per motivi riconducibili anche alla necessità di varianti progettuali, interferenze con aree soggette ad usi civici ecc... Tutti aspetti non banali che avrebbero potuto richiedere la ridiscussione dell'opera nel suo insieme da parte della Regione Basilicata con il coinvolgimento di tutti i portatori di interesse insieme, ovviamente, all'unica società avente titolarità dell'opera qual è Terna.
Cruciale la voltura con la quale nel gennaio 2014 si trasferisce la titolarità dell'Autorizzazione Unica rilasciata con D.G.R. n. 279/2013 alla società Serra Carpaneto s.r.l. poi Serra Carpaneto 3 S.r.l., a favore della società Eolica Cancellara S.r.l. già titolare di altra autorizzazione rilasciata con D.G.R. n. 278/2013. Voltura che avrebbe riguardato le sole 2 stazioni elettriche "Nuova Vaglio" e "Nuova Oppido" con relativi raccordi. Una volturazione precedente a quelle che avrebbero poi portato Terna ad essere l'unica titolare della "trasversale lucana".

Tutta questa lunga premessa per comprendere il senso della Deliberazione n. 133 del 14 febbraio 2019, di recentissima pubblicazione, con la quale l'Ufficio di Compatibilità ambientale della Regione Basilicata ha deciso l'archiviazione dell'istanza, presentata dalla Società Terna Rete Italia S.p.A., riguardante la proroga del termine di validità del Giudizio favorevole di Compatibilità ambientale, inizialmente rilasciato con D.G.R. n. 279/2013, per sopravvenuta incompetenza legislativa a seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 104 del 16 giugno 2017.
Estenuante il braccio di ferro tra Terna che avrebbe voluto far esprimere la Regione Basilicata sulla proroga e la stessa Regione, per il tramite del suo ufficio competente, nel sostenere la sua impossibilità a soddisfare la richiesta ed il dover necessariamente rivolgersi al Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (M.A.T.T.M.) per sopravvenuta competenza statale dell'oggetto della richiesta.
La discussione, alquanto surreale, sembra essere stato il tentativo di considerare tutte le opere elettriche, sopra menzionate, spacchettate in due distinte delibere di giunta regionale (DGR n. 278/2013 e n. 279/2013) tali da giustificare la competenza regionale di una di esse (la n. DGR n. 279 riguardante un impianto avente potenza inferiore ai 30 MW), oppure considerare tutte le opere elettriche in un unico progetto quale la "trasversale lucana" senza distinzione tra ciò che risulta presente in una delibera e ciò che risulta presente in altra delibera. Era così complicato comprendere che le tante opere elettriche andavano considerate come un unico e rilevante progetto elettrico facente capo ad un'unica società legittimata alla gestione delle opere AT e AAT (alta ed altissima tensione)?

Lo scenario si complica con una recentissima legge della Regione Basilicata n. 4/2019, approvata dal Consiglio regionale in regime di prorogatio, con cui è stato introdotto il raddoppio del contingente di potenza elettrica installabile derivante da fonte eolica, ed in particolare al comma 3 dell’articolo 13 si prevede che: “nelle more della adozione della nuova pianificazione energetica ambientale della Regione, ai fini del rilascio delle autorizzazioni di cui all'art. 12 del D.Lgs. n. 387/2003 i limiti massimi della produzione di energia da fonte rinnovabile stabiliti dalla Tab. 1.4 del vigente P.I.E.A.R. approvato con L.R. n. 1 del 19 gennaio 2010, sono aumentati per singola fonte rinnovabile in misura non superiore a 2 volte l'obiettivo stabilito per la fonte eolica e per la fonte solare di conversione fotovoltaica e termodinamica e in misura non superiore a 1,5 volte gli obiettivi stabiliti per le altre fonti rinnovabili in essa previste".
Alquanto surreale pensare di installare centinaia di altre pale eoliche prima di una nuova ed aggiornata pianificazione energetica in Terra di Basilicata. L'installazione di aereogeneratori ha generato un'evidente situazione di insostenibilità dal punto di vista ambientale e paesaggistico avendo raggiunto, già da molto tempo, un massiccio abuso della parola rinnovabile che, spesso, cerca di eludere quella di speculazione.

La legge contestata è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri con Delibera dell'8 maggio scorso, ma non nella direzione sperata. Infatti, si legge che "nel nostro ordinamento non vi è un principio di regionalizzazione per la produzione e consumo di energia. Secondo quanto disposto dall'art. 1, comma 1, del d.lgs. 79/1999, la produzione di energia elettrica (da qualunque fonte) è attività libera e non è pertanto condizionata dall'entità dei consumi in ambito regionale. Le linee guida statali, in coerenza con tale principio, prevedono che l'eventuale superamento di limitazioni programmatiche contenute nel Piano energetico regionale o delle quote minime di incremento dell'energia elettrica da FER non preclude comunque l'avvio e la conclusione favorevole del procedimento di rilascio dell'autorizzazione unica (par. 14.5). Il riferimento alle quote minime di incremento di energia da FER è stato introdotto nelle linee guida in relazione all'obiettivo nazionale del 17% di consumo finale lordo da FER al 2020, stabilito dalla direttiva europea 2009/28/CE (sulla promozione delle fonti rinnovabili). In base al d. lgs. 28 del 2011 è stato emanato il DM 15 marzo 2012 (cd. Burden Sharing) che ha ripartito detto obiettivo fra le Regioni, in considerazione del loro potenziale tecnico-economico e delle disponibilità di risorse energetiche locali.
Sebbene la Regione Basilicata sia in linea con la traiettoria intermedia degli obiettivi fissati dal Burden Sharing, va osservato che la fissazione di tetti di produzione di energia elettrica non deve in ogni caso rappresentare un ostacolo o la compressione della libertà di iniziativa economica in materia di produzione di energia elettrica di cui al citato art. 1, comma 1, del d.lgs. 79/1999, che è di derivazione comunitaria (direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica). Deve allora risultare chiaramente che i predetti limiti massimi di produzione per le singole fonti, che le Regioni possono fissare, non inibiscono l'avvio e la conclusione favorevole del procedi-mento di rilascio dell'autorizzazione unica o di altri titoli abilitativi.
È noto infatti il favor accordato alle fonti rinnovabili dagli accordi internazionali e dalle direttive comunitarie in materia (direttive 2001/77/CE e 2009/28/CE, attuate nell'ordinamento italiano, rispettivamente, con i d. lgs. n. 387/2003 e n. 28/2011). Al riguardo, è appena il caso di ricordare che con la recente direttiva 2018/2001 dell'11 dicembre 2018 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili sono stati posti nuovi e più sfidanti obiettivi al 2030 e che l'Italia, con la proposta del Piano per l'energia e il Clima (inviata alla Commissione Europea a fine dicembre 2018), si è impegnata a raggiungere il 30% dei consumi di energia da fonte rinnovabile sul totale dei consumi ".

A fronte di tale precisazioni, sembra più che mai urgente insistere con proposte di legge che modifichino la legislazione nazionale, in primis il decreto legislativo n. 387/2003, al fine di porre un freno a quel favor legislativo per le fonti rinnovabili che sta portando, in diverse parte dell'Italia, a fenomeni di speculazione incontrollata con rilevanti danni all'Ambiente, al Paesaggio ed alla salute dei cittadini.

Notizie dal Delta del Po

Mario Rocca (Associazione Naturalisti Ferraresi Amici del Delta)

Questo territorio, che ha ben pochi uguali nel bacino del Mediterraneo, è da sempre bistrattato dalle nostre Amministrazioni. Ne fa fede la tormentata storia del Parco del Delta, mai arrivato a diventare Nazionale, e ora ridotto a un pallido simulacro, orientato più allo sviluppo turistico e industriale che alla tutela del patrimonio ambientale.
Il caso della “Fabbrica delle Polveri”, a ridosso dell’abitato di Porto Garibaldi, nell’immediato entroterra della statale Romea, rappresenta un caso emblematico. Circa mezzo secolo fa, coi criteri di allora, l’area era stata destinata a zona industriale, ed ivi era sorta una fabbrica di piastrelle in ceramica, la CERCOM, poi fallita e abbandonata già dal 2002. Le multinazionali spagnole Arcilla Blanca e Torrecid, che producono impasti per Gres Porcellanato, e si forniscono di minerale nelle zone del Mediterraneo orientale, hanno pensato nei mesi scorsi di situare una lavorazione intermedia a Comacchio, nell’area CERCOM, ora zona Parco. Lì sarebbero arrivati i camion da Ravenna, carichi del minerale scaricato dalle navi.
Battezzata dagli oppositori comacchiesi “La Fabbrica delle Polveri”, doveva ridurre il minerale in finissima polvere, per poi trasformarla in impasto ed inviarlo a destinazione ovunque. La burrascosa opposizione locale aveva ottime frecce al suo arco: gli spagnoli che consideravano Comacchio alla stregua di terzo mondo; le emissioni dei camini alti 35 m in una zona vocata al turismo vacanziero, sia stagionale che “stanziale”, leggi seconde case; il traffico dei TIR, stimato sui 170 giornalieri, sulla supertrafficata Romea, e attorno a un residuo vallivo attiguo alla fabbrica; l’inadeguatezza strutturale del ponte della Romea sul Porto Canale, e del relativo svincolo, non costruiti per sopportare tale traffico aggiunto; la grande richiesta di acqua dolce per le lavorazioni, nonché i vapori emessi in atmosfera; l’impatto visivo delle torri fumanti alte 35 m in zona turistico-balneare.
Il dibattito in Comune, energicamente sostenuto dalle opposizioni consiliari, dal coacervo delle Associazioni ferraresi, e dal Comitato appositamente costituitosi, ha finito fortunatamente con lo spaventare gli investitori, e il Sindaco, che aveva caldeggiato il progetto, ha dovuto rinunciarvi.
Ebbene, non ancora spenti gli echi dell’affare CERCOM, ecco un nuovo allarme: il deposito di terreni “bonificati” nelle ex-vasche di decantazione dello zuccherificio di Comacchio, abbandonato anch’esso 26 anni fa. L’area delle vasche, a poca distanza dall’insediamento CERCOM, misura 22 ettari, è attigua all’area dismessa del vecchi zuccherificio, e insiste su resti archeologici risalenti ai proto-insediamenti in zona, evolutisi poi fino alla Comacchio contemporanea. Non dimentichiamo che a poca distanza esistono gli scavi della necropoli di Spina in Valle Pega, i cui reperti hanno riempito dei musei, per non parlare del ritrovamento di una nave romana, di epoca successiva (tardo impero).
Le vasche di decantazione ospitavano i liquami di scarto dei sughi di barbabietola da cui si ricavava il saccarosio. Questi liquami non avevano un contenuto tossico, ma necessitavano di ossigeno per fermentare: prima che queste vasche divenissero obbligatorie per legge, i liquami venivano sversati nei fiumi, dove la loro fermentazione provocava la totale anossia delle acque, e la conseguente moria di tutta la fauna acquatica. Attualmente le vasche in questione, dopo 26 anni, esaurito da tempo il processo di ossidazione, hanno un aspetto prativo, delimitato dagli antichi arginelli. Attigui alle vasche si alzano ancora i resti dello zuccherificio, in stato di abbandono.
Ed è sopra a queste vasche che la società Sipro, gestore di un insediamento industriale nell’entroterra, ha concordato alla chetichella con il Comune il deposito di rifiuti di Classe B dianzi nominato, provenienti dalle bonifiche di terreni inquinati, trattati dalla ditta Petroltecnica di Rimini , per un volume di 250.000 metri cubi, equivalente ad uno spessore di materiale di oltre un metro. L’area dei depositi resterebbe interdetta per 10 anni (non agli uccelli, anzi si prospetta di approntarvi una garzaia!), il tempo necessario alla “maturazione” dei terreni, i quali resterebbero di provenienza ignota, e trattati dalla Petroltecnica per il solo contenuto in idrocarburi. Vale a dire che ogni altro eventuale contenuto di inquinanti, di qualsiasi genere, vi resterebbe inalterato.
Le speranze di sventare questo accordo, del quale si è appreso l’esistenza in Consiglio Comunale per una soffiata, è affidata all’ormai tumultuosa protesta dei comacchiesi, alla battaglia di alcuni Consiglieri di opposizione, e all’iniziativa di Legambiente Comacchio e dell’ ASOER, Associazione Ornitologi Emilia Romagna. Oltre a una corposa e documentata critica al progetto, esse presentano una soluzione alternativa, cioè la creazione nelle vasche di una zona umida di acqua dolce, opportunamente strutturata in bassissimi fondali e isole, alimentata dalle acque del Consorzio di Bonifica. Tale zona umida verrebbe presto frequentata dalle numerose specie avicole che prediligono l’acqua dolce, mentre l’acqua delle Valli è salmastra.
L’aspetto qualificante di questa soluzione risiede nella possibilità di fruire di contributi regionali ed europei che coprirebbero per intero le modeste spese di realizzazione e di fruizione. Non vi sarebbe nemmeno apporto di terreno sulle vasche. Gli ostacoli che si presentano sono la scadenza a breve del bando per ottenere i contributi, e il fatto che la domanda deve essere presentata dal proprietario dell’area, cioè guarda caso, la SIPRO. Il dialogo fra le parti è comunque iniziato. Auguri e scongiuri, dunque!

Un'Assemblea di rinnovamento

Mauro Furlani

Il 7 aprile scorso, nella bellissima struttura della Corte di Giarola, presso Collecchio, all’interno del Parco Fluviale del Taro, si è svolta l’Assemblea annuale della Federazione Nazionale Pro Natura. Un ringraziamento per l’ospitalità va al Comune di Collecchio, alla Direzione del Parco e al Segretario dell’Organizzazione Regionale dell’Emilia Romagna Giuliano Cervi, che si è attivamente impegnato nell’organizzazione di questo evento.
L’Assemblea, per coloro che hanno potuto, è stata anticipata, il giorno precedente, da una escursione nella nostra Oasi di Monte Prinzera, inserita all’interno dell’omonima riserva naturale e ceduta in gestione alla Provincia di Parma. È stato un fine settimana denso di spunti e animato da una discussione che avrebbe richiesto tempi più lunghi per affrontarli adeguatamente.
Quanto non si è potuto in quella sede, dovrà essere oggetto di approfondimento in un prossimo futuro.
Sì è trattato di una assemblea elettiva e dunque si è provveduto ad eleggere il nuovo Consiglio direttivo che dovrà guidare la Federazione nel prossimo triennio; compito questo non semplice, visto il momento storico che stiamo vivendo e che sembra porci, in modo sempre più stringente e improrogabile, di fronte a scelte complesse. In primo luogo dovremmo fare uno sforzo per comprendere quanto sta accadendo. In questo contesto la sfida è di svolgere il nostro ruolo insieme a tutti i soggetti che cercano di conciliare la sostenibilità del mondo naturale con la convivenza tra le persone. Montagne quasi insuperabili, che tuttavia motivano il nostro impegno e quello di tante persone.
La consapevolezza dei problemi, il valore e l’estetica della natura, il rigore scientifico con cui ci si accosta ad essa, costituiscono un propulsore che muove le scelte quotidiane, il nostro impegno e la nostra ragion d’essere come Federazione.
Impegno che dovrebbe essere in grado di indirizzare, suggerire le scelte quotidiane individuali e gli indirizzi gestionali del territorio, rendendoli compatibili con i principi di ecologia. Ecologia che sempre più urgentemente dovrebbe coniugarsi con l’altro termine che con essa condivide la stessa etimologia: economia.
Il movimento di giovani che si è riunito attorno alla figura e alle provocazioni della giovanissima Greta Tumberg, per denunciare l’emergenza climatica, chiedere attenzione e scelte coerenti, ci pone di fronte ad alcuni interrogativi le cui risposte non sono più eludibili.
L’enfatizzazione e l’eco mediatica avuta dal movimento di opinione si sono alimentate sia per il protagonismo di una nuova generazione, di un nuovo soggetto sociale, facilitati anche dalla diffusione esponenziale offerta da strumenti mediatici. Il rischio concreto è che siano proprio gli stessi strumenti che hanno diffuso il fenomeno a fagocitare e metabolizzare quanto accaduto.
Malgrado questo rischio, la mobilitazione di centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo occidentale, intorno ad un tema globale come il clima, ci rimanda a quella globalità, non solo economica, ma ad un’altra, ben più grave, quella ecologica, denunciata anche da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì.
Il sasso comunque è stato lanciato, e anche se del tutto prematuro, sembra emergere un nuovo soggetto sociale che usa strumenti mediatici e di condivisioni in gran parte estranei a noi adulti.
Sebbene molti siano rimasti sorpresi di quanto accaduto - si sono osservati i primi maldestri tentativi di cavalcare quest’onda inaspettata - credo, al contrario, che il fenomeno vada osservato e assunto con grande interesse e attenzione. Proprio per la sua peculiarità, anche anagrafica, esso va lasciato libero di muovere i suoi passi in modo del tutto autonomo e al di fuori di condizionamenti.

Al nostro interno, uno degli obiettivi, che personalmente ritengo importante e, almeno in parte, raggiunto, è stato quello di un forte rinnovamento del Consiglio Direttivo, con l’ingresso, oltre che di numerosi giovani, anche di una importante e qualificata rappresentanza femminile.
Ciò non è avvenuto per assecondare la cosiddetta “quota rosa”, quanto piuttosto perché in molte realtà periferiche si sta affermando una propulsione femminile che doveva trovare espressione anche all’interno del nostro Direttivo. Il Consiglio Direttivo appena eletto ha colto l’importanza di aprirsi all’esterno, percependo l’arricchimento fondamentale che una visione femminile dell’impegno ambientalista porta con sé.
Abbiamo voluto anche ampliare il Consiglio direttivo fino al numero massimo che ci è concesso dallo statuto, undici Consiglieri, convinti che più numerose saranno le intelligenze, le sensibilità e più intenso potrà essere il confronto e le capacità della Federazione di intercettare le spinte e di affrontare i problemi. Dunque un grande augurio, innanzi tutto alle giovani donne che hanno accettato di far parte degli organi dirigenti: ad Alice Coppola, Erika Iacobucci e a Pierlisa Di Felice, che già da anni svolge, in qualità di Vicepresidente, un lavoro prezioso.
Un augurio di buon lavoro anche a Luca Cardello, Franco Rainini e Salvatore Caiazzo, nuovi entrati nel Direttivo.
Sono certo che si potrà costruire un gruppo propositivo, attento alle tematiche da affrontare e con le competenze all’altezza delle complessità che si hanno di fronte, in grado di consolidare un rapporto, anche umano, con le Federate sparse nel territorio, che sono la vera forza e motivo istitutivo della Federazione. Molti dei nuovi ingressi, come detto, sono giovani e con loro la Federazione potrà trovare non solo nuove spinte, ma anche prospettive per il futuro.
La globalità dei problemi richiede il coinvolgimento del maggior numero possibile di risorse nel territorio, per questo la Federazione dovrebbe riuscire ad estendere la sua presenza strutturata anche in quelle regioni in cui ora è più debole.
Mi riferisco in particolare ad alcune regioni del Nord Italia: Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, e ad alcune regioni del Sud Italia, in particolare Calabria, Basilicata, Sardegna e in parte la Sicilia.
Quest’ultima Regione, soprattutto a causa della difficoltà a costituire un coordinamento regionale, non trova la giusta espressione e il peso che potrebbe avere nel contesto nazionale.

Mi sia concesso di condividere una nota di grande tristezza per la scomparsa di una delle figure più rappresentative e limpide dell’ambientalismo in quella regione, Nuccia di Franco, consigliere della Federazione per anni, che, insieme al marito Luigi Lino, non ha mai fatto mancare la propria vicinanza alla Federazione, anche quando le difficoltà fisiche le impedivano un coinvolgimento diretto. Con grande malinconia ospitiamo, nelle pagine di questo numero della rivista, l’ultimo articolo che ci ha mandato solo poche settimane orsono.

Se una maggiore presenza nel territorio rimane un obiettivo strategico fondamentale, altrettanto importante, a mio parere, è lo sviluppo e il consolidamento di una rete di relazioni che vada al di là dei confini nazionali
Quando uscirà questo numero saranno da poco concluse le elezioni europee e il nuovo Parlamento, i nuovi Commissari dovranno confrontarsi con problemi talmente complessi che la voce delle Associazioni ambientaliste nazionali non potrà rimanerne esclusa. Sempre di più la politica ambientale si gioca e si confronta su più livelli: locale, regionale, nazionale, e sempre più spesso all’interno di una cornice normativa europea.
Forse è anche per questo parziale superamento del ruolo nazionale, che la politica europea in materia di ambiente subisce sbeffeggiamenti, è vista con fastidio, e delegittimata con sarcasmo.
Eppure essa ha prodotto norme importanti, divenute punto di riferimento non solo per l’Italia ma per tutti i paesi che fanno parte dell’Unione.
Non c’è settore - da quello agricolo, a quelli industriale, energetico e naturalistico - che non trovi nell’Europa il suo punto di riferimento.
D’altro canto, come detto in precedenza, è solo la sommatoria delle misure locali che può contribuire a modificare un contesto globale. Questo non limita il valore e il significato di misure locali, al contrario, le rende ancora più rilevanti soprattutto se inserite in un contesto più ampio.
Dalla Politica Agricola Comunitaria, alla Convenzione sul Paesaggio, alla Rete Natura 2000, fino all’adozione di una strategia per arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici, praticamente non c’è legge nazionale che non debba confrontarsi con le norme europee. All’interno di queste misure figurano quelle per il contenimento delle specie alloctone, le normative sulla biodiversità marina e lo sfruttamento delle risorse ittiche, la strategia europea per ridurre il consumo delle materie plastiche, ecc.
In questi ultimi anni, anche grazie al lavoro comune con altre Associazioni nazionali ed europee, siamo riusciti in alcune circostanze a superare i confini nazionali.
Il riferimento in particolare è alla politica Agricola Comunitaria, oppure alla campagna europea contro l’uso del glifosate in agricoltura, con la raccolta di un milione e trecentomila firme. Talvolta, noi stessi, ma anche alcune nostre Federate, hanno cercato nell’Europa un’ultima sponda per contrastare scelte gestionali italiane che non trovano, nel nostro paese, un confronto e interlocutori credibili e sensibili.
Nei prossimi anni si dovrà allacciare relazioni strette tra Associazioni europee, al fine di consolidare una rete in grado di interloquire direttamente con le istituzioni europee. In questo la Federazione mi sembra particolarmente adatta a perseguire questo obiettivo.
La Federazione appartiene da molti anni al EEB (European Environmental Bureau), rete internazionale di Associazioni che raccoglie oltre 140 Associazioni europee.
La sua stessa struttura federativa l’ha resa particolarmente predisposta ad interloquire con numerosi soggetti, con sensibilità diverse dalle proprie, valorizzando le differenze, purché animate dall’intento comune di ottenere risultati concreti in campo ambientale.

Rimanendo alle questioni nazionali, la Federazione è riuscita a mantenere una presenza costante nel panorama ambientalista nazionale. Lo abbiamo fatto per cercare di contrastare la riforma della Legge quadro sulle aree protette, così come sulle cosiddette grandi opere, a partire dal TAV e in numerose altre.
Purtroppo dobbiamo rilevare che troppo spesso l’agenda è stata dettata più dall’incombere delle circostanze e dalle emergenze che da noi stessi. Malgrado ciò, alcune circostanze, come la Proposta di legge sul consumo di suolo, avanzata dal Forum sul Paesaggio a cui la Federazione ha partecipato attivamente, costituiscono casi in cui la politica ha dovuto prendere atto e aggiornare la propria agenda.
All’interno di questo contesto propositivo va inserito il convegno voluto soprattutto dall’UBN (Unione Bolognesi Naturalisti) e a cui abbiamo partecipato, sul degrado di luoghi naturalistici rilevanti come la aree paludose nei pressi di Ravenna e di cui a breve usciranno gli atti, oppure il rilancio di una politica sul verde urbano portato avanti dal Gruppo Società e Ambiente di Senigallia. Lo stesso progetto Reforest degli Amici di Sempre Verde di Latina e molti altri ancora.
Non so dire se i diversi piani su cui dovrà operare nel prossimo futuro la Federazione potranno essere effettivamente portati avanti come si vorrebbe; tuttavia sono convinto che il nuovo Consiglio Direttivo abbia piena consapevolezza del suo ruolo e anche del momento storico che si sta attraversando.

Il 7 aprile scorso, in realtà, si sono tenute due assemblee: quella ordinaria ed una straordinaria.
Quest’ultima ha provveduto a modificare lo Statuto sociale, così come imposto a seguito dell’approvazione del Decreto Legislativo 117 del 2017 (Codice del Terzo Settore). Si tratta di modifiche espressamente previste dalla nuova normativa, che tuttavia non alterano in modo significativo né gli obiettivi e le finalità della Federazione, né le sue modalità organizzative. La nuova versione dello Statuto della Federazione Nazionale Pro Natura è consultabile al sito http://www.pro-natura.it/statuto.html.

L’Assemblea ordinaria, cui hanno partecipato – direttamente o tramite delega - 41 Associazioni delle 95 aventi titolo,  ha invece provveduto ad effettuare le classiche adempienze previste in questi casi: approvazione dell’attività svolta e di quella in programma, nonché dei bilanci consuntivo 2018 e preventivo 2019.

Dopo attenta visione della documentazione presentata e sentite, ove presenti, le Organizzazioni Regionali competenti per territorio, ha inoltre approvato l’ammissione alla Federazione delle seguenti Associazioni, tutte con la qualifica di Federata:
- Gruppo Emergenza Radio Volontari – Pro Natura Cosenza
- Oasicostiera di Cesenatico
- Maremma Pro Natura di Grosseto

Ha poi preso atto della cessazione di attività da parte delle Associazioni:
- Nuovo Domani di Fiumicino
- Uomo e Territorio Pro Natura di Saronno
- Associazione Nazionale Polizia di Stato di Pisa
- Volontari per l’Ordine Teutonico di Roma
e ne ha disposto la radiazione anche per morosità.

L’Assemblea ha infine provveduto al rinnovo del Consiglio Direttivo per il triennio 2019-2021.
Sono risultati eletti:
-  Belletti Piero (Pro Natura Torino)
-  Caiazzo Salvatore (Amici del Parco di Monteveglio, Valsamoggia)
-  Cardello Luca (Sempre Verde Latina)
-  Coppola Alice; (Roma Pro Natura)
-  Di Felice Pierlisa (Pro Natura Aterno)
-  Furlani Mauro (Associazione Argonauta, Fano)
-  Iacobucci Erika (Escursionisti Scontrone)
-  Marucelli Gianni (Pro Natura Firenze)
-  Pulvirenti Emiliano (Roma Pro Natura)
-  Rainini Franco (Vivai Pro Natura)
-  Rizzi Vincenzo (Centro Studi Natura, Foggia)
Hanno anche ottenuto voti: Mauro Sasso, Gianfranco Kolletzek, Paolo Nunzio Belfiore, Ezio Fonio.
I componenti del Collegio dei Revisori dei Conti sono stati eletti per acclamazione, nelle persone di Pietro Gallo, Francesco Lazzarotto e Domenico Sanino. Paolo Pupillo è stato designato in qualità di supplente.

Successivamente, il neo insediato Consiglio Direttivo ha poi provveduto al rinnovo delle cariche sociali, che risultano essere le seguenti:
Presidente: Mauro Furlani
Vice Presidenti: Pierlisa Di Felice e Vincenzo Rizzi
Segretario: Piero Belletti
Tesoriere: Lorenzo Marangon

Mauro Furlani

 

Il 7 aprile scorso, nella bellissima struttura della Corte di Giarola, presso Collecchio, all’interno del Parco Fluviale del Taro, si è svolta l’Assemblea annuale della Federazione Nazionale Pro Natura. Un ringraziamento per l’ospitalità va al Comune di Collecchio, alla Direzione del Parco e al Segretario dell’Organizzazione Regionale dell’Emilia Romagna Giuliano Cervi, che si è attivamente impegnato nell’organizzazione di questo evento.

L’Assemblea, per coloro che hanno potuto, è stata anticipata, il giorno precedente, da una escursione nella nostra Oasi di Monte Prinzera, inserita all’interno dell’omonima riserva naturale e ceduta in gestione alla Provincia di Parma. È stato un fine settimana denso di spunti e animato da una discussione che avrebbe richiesto tempi più lunghi per affrontarli adeguatamente.

Quanto non si è potuto in quella sede, dovrà essere oggetto di approfondimento in un prossimo futuro.

Sì è trattato di una assemblea elettiva e dunque si è provveduto ad eleggere il nuovo Consiglio direttivo che dovrà guidare la Federazione nel prossimo triennio; compito questo non semplice, visto il momento storico che stiamo vivendo e che sembra porci, in modo sempre più stringente e improrogabile, di fronte a scelte complesse. In primo luogo dovremmo fare uno sforzo per comprendere quanto sta accadendo. In questo contesto la sfida è di svolgere il nostro ruolo insieme a tutti i soggetti che cercano di conciliare la sostenibilità del mondo naturale con la convivenza tra le persone. Montagne quasi insuperabili, che tuttavia motivano il nostro impegno e quello di tante persone.

La consapevolezza dei problemi, il valore e l’estetica della natura, il rigore scientifico con cui ci si accosta ad essa, costituiscono un propulsore che muove le scelte quotidiane, il nostro impegno e la nostra ragion d’essere come Federazione.

Impegno che dovrebbe essere in grado di indirizzare, suggerire le scelte quotidiane individuali e gli indirizzi gestionali del territorio, rendendoli compatibili con i principi di ecologia. Ecologia che sempre più urgentemente dovrebbe coniugarsi con l’altro termine che con essa condivide la stessa etimologia: economia.

Il movimento di giovani che si è riunito attorno alla figura e alle provocazioni della giovanissima Greta Tumberg, per denunciare l’emergenza climatica, chiedere attenzione e scelte coerenti, ci pone di fronte ad alcuni interrogativi le cui risposte non sono più eludibili.

L’enfatizzazione e l’eco mediatica avuta dal movimento di opinione si sono alimentate sia per il protagonismo di una nuova generazione, di un nuovo soggetto sociale, facilitati anche dalla diffusione esponenziale offerta da strumenti mediatici. Il rischio concreto è che siano proprio gli stessi strumenti che hanno diffuso il fenomeno a fagocitare e metabolizzare quanto accaduto.

Malgrado questo rischio, la mobilitazione di centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo occidentale, intorno ad un tema globale come il clima, ci rimanda a quella globalità, non solo economica, ma ad un’altra, ben più grave, quella ecologica, denunciata anche da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì.

Il sasso comunque è stato lanciato, e anche se del tutto prematuro, sembra emergere un nuovo soggetto sociale che usa strumenti mediatici e di condivisioni in gran parte estranei a noi adulti.

Sebbene molti siano rimasti sorpresi di quanto accaduto - si sono osservati i primi maldestri tentativi di cavalcare quest’onda inaspettata - credo, al contrario, che il fenomeno vada osservato e assunto con grande interesse e attenzione. Proprio per la sua peculiarità, anche anagrafica, esso va lasciato libero di muovere i suoi passi in modo del tutto autonomo e al di fuori di condizionamenti.

Al nostro interno, uno degli obiettivi, che personalmente ritengo importante e, almeno in parte, raggiunto, è stato quello di un forte rinnovamento del Consiglio Direttivo, con l’ingresso, oltre che di numerosi giovani, anche di una importante e qualificata rappresentanza femminile.

Ciò non è avvenuto per assecondare la cosiddetta “quota rosa”, quanto piuttosto perché in molte realtà periferiche si sta affermando una propulsione femminile che doveva trovare espressione anche all’interno del nostro Direttivo. Il Consiglio Direttivo appena eletto ha colto l’importanza di aprirsi all’esterno, percependo l’arricchimento fondamentale che una visione femminile dell’impegno ambientalista porta con sé.

Abbiamo voluto anche ampliare il Consiglio direttivo fino al numero massimo che ci è concesso dallo statuto, undici Consiglieri, convinti che più numerose saranno le intelligenze, le sensibilità e più intenso potrà essere il confronto e le capacità della Federazione di intercettare le spinte e di affrontare i problemi. Dunque un grande augurio, innanzi tutto alle giovani donne che hanno accettato di far parte degli organi dirigenti: ad Alice Coppola, Erika Iacobucci e a Pierlisa Di Felice, che già da anni svolge, in qualità di Vicepresidente, un lavoro prezioso.

Un augurio di buon lavoro anche a Luca Cardello, Franco Rainini e Salvatore Caiazzo, nuovi entrati nel Direttivo.

Sono certo che si potrà costruire un gruppo propositivo, attento alle tematiche da affrontare e con le competenze all’altezza delle complessità che si hanno di fronte, in grado di consolidare un rapporto, anche umano, con le Federate sparse nel territorio, che sono la vera forza e motivo istitutivo della Federazione. Molti dei nuovi ingressi, come detto, sono giovani e con loro la Federazione potrà trovare non solo nuove spinte, ma anche prospettive per il futuro.

La globalità dei problemi richiede il coinvolgimento del maggior numero possibile di risorse nel territorio, per questo la Federazione dovrebbe riuscire ad estendere la sua presenza strutturata anche in quelle regioni in cui ora è più debole.

Mi riferisco in particolare ad alcune regioni del Nord Italia: Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, e ad alcune regioni del Sud Italia, in particolare Calabria, Basilicata, Sardegna e in parte la Sicilia.

Quest’ultima Regione, soprattutto a causa della difficoltà a costituire un coordinamento regionale, non trova la giusta espressione e il peso che potrebbe avere nel contesto nazionale.

Mi sia concesso di condividere una nota di grande tristezza per la scomparsa di una delle figure più rappresentative e limpide dell’ambientalismo in quella regione, Nuccia di Franco, consigliere della Federazione per anni, che, insieme al marito Luigi Lino, non ha mai fatto mancare la propria vicinanza alla Federazione, anche quando le difficoltà fisiche le impedivano un coinvolgimento diretto. Con grande malinconia ospitiamo, nelle pagine di questo numero della rivista, l’ultimo articolo che ci ha mandato solo poche settimane orsono.

Se una maggiore presenza nel territorio rimane un obiettivo strategico fondamentale, altrettanto importante, a mio parere, è lo sviluppo e il consolidamento di una rete di relazioni che vada al di là dei confini nazionali

Quando uscirà questo numero saranno da poco concluse le elezioni europee e il nuovo Parlamento, i nuovi Commissari dovranno confrontarsi con problemi talmente complessi che la voce delle Associazioni ambientaliste nazionali non potrà rimanerne esclusa. Sempre di più la politica ambientale si gioca e si confronta su più livelli: locale, regionale, nazionale, e sempre più spesso all’interno di una cornice normativa europea.

Forse è anche per questo parziale superamento del ruolo nazionale, che la politica europea in materia di ambiente subisce sbeffeggiamenti, è vista con fastidio, e delegittimata con sarcasmo.

Eppure essa ha prodotto norme importanti, divenute punto di riferimento non solo per l’Italia ma per tutti i paesi che fanno parte dell’Unione.

Non c’è settore - da quello agricolo, a quelli industriale, energetico e naturalistico - che non trovi nell’Europa il suo punto di riferimento.

D’altro canto, come detto in precedenza, è solo la sommatoria delle misure locali che può contribuire a modificare un contesto globale. Questo non limita il valore e il significato di misure locali, al contrario, le rende ancora più rilevanti soprattutto se inserite in un contesto più ampio.

Dalla Politica Agricola Comunitaria, alla Convenzione sul Paesaggio, alla Rete Natura 2000, fino all’adozione di una strategia per arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici, praticamente non c’è legge nazionale che non debba confrontarsi con le norme europee. All’interno di queste misure figurano quelle per il contenimento delle specie alloctone, le normative sulla biodiversità marina e lo sfruttamento delle risorse ittiche, la strategia europea per ridurre il consumo delle materie plastiche, ecc.

In questi ultimi anni, anche grazie al lavoro comune con altre Associazioni nazionali ed europee, siamo riusciti in alcune circostanze a superare i confini nazionali.

Il riferimento in particolare è alla politica Agricola Comunitaria, oppure alla campagna europea contro l’uso del glifosate in agricoltura, con la raccolta di un milione e trecentomila firme. Talvolta, noi stessi, ma anche alcune nostre Federate, hanno cercato nell’Europa un’ultima sponda per contrastare scelte gestionali italiane che non trovano, nel nostro paese, un confronto e interlocutori credibili e sensibili.

Nei prossimi anni si dovrà allacciare relazioni strette tra Associazioni europee, al fine di consolidare una rete in grado di interloquire direttamente con le istituzioni europee. In questo la Federazione mi sembra particolarmente adatta a perseguire questo obiettivo.

La Federazione appartiene da molti anni al EEB (European Environmental Bureau), rete internazionale di Associazioni che raccoglie oltre 140 Associazioni europee.

La sua stessa struttura federativa l’ha resa particolarmente predisposta ad interloquire con numerosi soggetti, con sensibilità diverse dalle proprie, valorizzando le differenze, purché animate dall’intento comune di ottenere risultati concreti in campo ambientale.

Rimanendo alle questioni nazionali, la Federazione è riuscita a mantenere una presenza costante nel panorama ambientalista nazionale. Lo abbiamo fatto per cercare di contrastare la riforma della Legge quadro sulle aree protette, così come sulle cosiddette grandi opere, a partire dal TAV e in numerose altre.

Purtroppo dobbiamo rilevare che troppo spesso l’agenda è stata dettata più dall’incombere delle circostanze e dalle emergenze che da noi stessi. Malgrado ciò, alcune circostanze, come la Proposta di legge sul consumo di suolo, avanzata dal Forum sul Paesaggio a cui la Federazione ha partecipato attivamente, costituiscono casi in cui la politica ha dovuto prendere atto e aggiornare la propria agenda.

All’interno di questo contesto propositivo va inserito il convegno voluto soprattutto dall’UBN (Unione Bolognesi Naturalisti) e a cui abbiamo partecipato, sul degrado di luoghi naturalistici rilevanti come la aree paludose nei pressi di Ravenna e di cui a breve usciranno gli atti, oppure il rilancio di una politica sul verde urbano portato avanti dal Gruppo Società e Ambiente di Senigallia. Lo stesso progetto Reforest degli Amici di Sempre Verde di Latina e molti altri ancora.

Non so dire se i diversi piani su cui dovrà operare nel prossimo futuro la Federazione potranno essere effettivamente portati avanti come si vorrebbe; tuttavia sono convinto che il nuovo Consiglio Direttivo abbia piena consapevolezza del suo ruolo e anche del momento storico che si sta attraversando.

 

 

 

Il 7 aprile scorso, in realtà, si sono tenute due assemblee: quella ordinaria ed una straordinaria.

 

Quest’ultima ha provveduto a modificare lo Statuto sociale, così come imposto a seguito dell’approvazione del Decreto Legislativo 117 del 2017 (Codice del Terzo Settore). Si tratta di modifiche espressamente previste dalla nuova normativa, che tuttavia non alterano in modo significativo né gli obiettivi e le finalità della Federazione, né le sue modalità organizzative. La nuova versione dello Statuto della Federazione Nazionale Pro Natura è consultabile al sito http://www.pro-natura.it/statuto.html.

 

L’Assemblea ordinaria, cui hanno partecipato – direttamente o tramite delega - 41 Associazioni delle 95 aventi titolo,  ha invece provveduto ad effettuare le classiche adempienze previste in questi casi: approvazione dell’attività svolta e di quella in programma, nonché dei bilanci consuntivo 2018 e preventivo 2019.

 

Dopo attenta visione della documentazione presentata e sentite, ove presenti, le Organizzazioni Regionali competenti per territorio, ha inoltre approvato l’ammissione alla Federazione delle seguenti Associazioni, tutte con la qualifica di Federata:

Gruppo Emergenza Radio Volontari – Pro Natura Cosenza

Oasicostiera di Cesenatico

Maremma Pro Natura di Grosseto

 

Ha poi preso atto della cessazione di attività da parte delle Associazioni:

Nuovo Domani di Fiumicino

Uomo e Territorio Pro Natura di Saronno

Associazione Nazionale Polizia di Stato di Pisa

Volontari per l’Ordine Teutonico di Roma

e ne ha disposto la radiazione anche per morosità.

 

L’Assemblea ha infine provveduto al rinnovo del Consiglio Direttivo per il triennio 2019-2021.

Sono risultati eletti:

-  Belletti Piero (Pro Natura Torino)

-  Caiazzo Salvatore (Amici del Parco di Monteveglio, Valsamoggia)

-  Cardello Luca (Sempre Verde Latina)

-  Coppola Alice; (Roma Pro Natura)

-  Di Felice Pierlisa (Pro Natura Aterno)

-  Furlani Mauro (Associazione Argonauta, Fano)

-  Iacobucci Erika (Escursionisti Scontrone)

-  Marucelli Gianni (Pro Natura Firenze)

-  Pulvirenti Emiliano (Roma Pro Natura)

-  Rainini Franco (Vivai Pro Natura)

-  Rizzi Vincenzo (Centro Studi Natura, Foggia)

Hanno anche ottenuto voti: Mauro Sasso, Gianfranco Kolletzek, Paolo Nunzio Belfiore, Ezio Fonio.

I componenti del Collegio dei Revisori dei Conti sono stati eletti per acclamazione, nelle persone di Pietro Gallo, Francesco Lazzarotto e Domenico Sanino. Paolo Pupillo è stato designato in qualità di supplente.

 

Successivamente, il neo insediato Consiglio Direttivo ha poi provveduto al rinnovo delle cariche sociali, che risultano essere le seguenti:

Presidente: Mauro Furlani

Vice Presidenti: Pierlisa Di Felice e Vincenzo Rizzi

Segretario: Piero Belletti

Tesoriere: Lorenzo Marangon

Rinnovabili sì, ma sostenibili

Riccardo Graziano

Non c’è dubbio che l’unico futuro possibile per l’energia sia quello delle fonti rinnovabili, che dovranno sostituire progressivamente i combustibili fossili. Attenzione però, perché rinnovabile non è sinonimo di sostenibile, significa solamente che l’energia viene prodotta da fonti che non si esauriscono, come il sole e il vento. Ma questo non garantisce automaticamente la sostenibilità degli impianti. Anzi, proprio l’accelerazione della produzione da rinnovabili sta producendo storture già ben visibili, che dovremmo correggere per tempo, prima che la situazione degeneri e crei problematiche ambientali diverse da quelle delle fonti fossili, ma non per questo meno gravi.
L’esempio più classico è quello delle dighe, vere e proprie cesure imposte ai corsi d’acqua, che rischiano di alterare gli ecosistemi e di produrre squilibri idrici, come avvenuto con la storica Hoover Dam, che dal 1935 sbarra il corso del fiume Colorado fra Arizona e Nevada, formando il lago Mead. Gran parte delle sue acque e della corrente elettrica prodotta dall’impianto vanno ad alimentare i consumi della California e di Las Vegas, una delle città più energivore del mondo. Ma a causa di questi massicci prelievi, quello stesso Colorado capace di scavare una meraviglia della natura come il Grand Canyon, oggi arriva in Messico con una portata d’acqua talmente ridotta da non riuscire quasi più a sfociare in mare, perdendosi nelle sabbie della Baja California. Ciò ha provocato conseguenze sia ambientali, con la progressiva salinizzazione del delta del fiume, sia socio-economiche, per il pesante impatto che la carenza d’acqua causa alle popolazioni messicane la cui vita ruotava intorno al fiume.

Una situazione simile si sta creando oggi in Etiopia con la diga sul fiume Omo. A fronte di una produzione di energia che dovrebbe “modernizzare” il Paese consentendo la sua industrializzazione, si sono creati enormi svantaggi per le popolazioni a valle dell’impianto, che hanno visto ridursi considerevolmente la quantità d’acqua disponibile.
I primi a farne le spese sono stati naturalmente agricoltori e allevatori, ma anche i pescatori che lavorano nel lago Turkana, dove sfocia il fiume Omo, hanno visto le risorse ittiche crollare drammaticamente, in modo proporzionale all’abbassamento del livello del bacino lacustre. Si rischia un disastro ecologico come quello che ha sostanzialmente distrutto il lago di Aral e tutta l’economia che ci ruotava intorno.

Qualcuno si è chiesto se l’energia prodotta vale un simile costo? Se i posti di lavoro ipoteticamente creati dalla diga potranno compensare quelli che già sta mettendo a rischio? E se quelle popolazioni non più in grado di mantenersi “a casa loro” decidessero di migrare verso le nostre coste, con quale faccia tosta potremmo respingerli, dal momento che la diga l’ha costruita un’impresa italiana?
Queste domande, valide per tutte le grandi dighe e in particolare per quelle attualmente in progetto o in costruzione, possono essere ribaltate, con le dovute proporzioni, anche sul cosiddetto mini idroelettrico, forma di sfruttamento dei corsi d’acqua in rapido aumento che, a fronte di un apporto di produzione energetica trascurabile, rischia di creare seri danni ecologici. Il problema è particolarmente sentito nei Balcani, dove le proteste contro tali impianti si moltiplicano, ma esiste anche in Italia. Il fatto è che nel nostro Paese, non di rado, questi impianti godono di sussidi pubblici, il che solletica gli appetiti di certi imprenditori, diciamo così, poco sensibili all’ambiente. Il rischio è quello di snaturare corsi d’acqua ed ecosistemi con sbarramenti artificiali che, anche se di dimensioni molto inferiori a quelli delle grandi dighe, spezzano comunque la continuità dell’ambiente fluviale, con impatti pesanti dal punto di vista ecologico che non vengono in alcun modo compensati dall’infima quantità di chilowattora prodotti.

Discorso analogo può essere fatto per alcuni impianti eolici, piazzati in zone poco ventose solo per mettere le mani sui sussidi pubblici e grazie ad amministrazioni complici o perlomeno poco avvedute, che hanno concesso i permessi abbagliate dalla prospettiva di lauti guadagni mai concretizzati. La cronaca giudiziaria recente è costellata di casi di impianti fermi, con inchieste a carico di società opache, imprenditori discutibili e politici conniventi. Ma purtroppo ormai il danno è fatto, con assetti idrogeologici compromessi e paesaggi deturpati, specie sui crinali montuosi e collinari. Un danno che si sarebbe potuto evitare con un minimo di programmazione, dal momento che era ampiamente noto il fatto che la ventosità del nostro Paese è notevolmente più bassa di quella che, per esempio, permette alle nazioni nord-europee di produrre grandi quantità di elettricità grazie alle pale eoliche.
L’Italia, “paese del sole” per antonomasia, è piuttosto indicata per lo sviluppo del fotovoltaico, ma anche qui occorre fare attenzione, per evitare danni ulteriori oltre a quelli che già sono stati fatti. Intendiamoci, vanno benissimo gli impianti destinati all’autoconsumo, quelli che molte famiglie e anche qualche impresa hanno installato sopra ai propri tetti e che coprono almeno in parte i loro fabbisogni energetici. Ma il discorso cambia totalmente per i cosiddetti impianti “a terra”, quelli con i pannelli posizionati sul suolo, destinati a sottrarre terreno fertile all’agricoltura o a deturpare zone paesistiche di pregio.

I pannelli solari non devono assolutamente entrare in competizione con agricoltura e pastorizia, soprattutto non devono inficiare in alcun modo la capacità di un suolo naturale di fornire i cosiddetti servizi eco-sistemici, dalla cattura dell’anidride carbonica tramite la vegetazione spontanea alla captazione delle acque piovane con successiva azione di filtraggio verso le falde acquifere sotterranee. Piuttosto, il fotovoltaico dovrebbe finalmente entrare in modo massiccio nei centri urbani, o comunque dove il suolo è già stato compromesso dalla cementificazione che caratterizza il nostro modo di intendere lo “sviluppo”. Tra l’altro, così facendo si toglierebbero argomenti a certi individui che si scoprono ambientalisti quando possono denunciare lo “scempio” di pannelli fotovoltaici che vanno a ricoprire terreno vergine, ma che stranamente non dicono mai nulla quando i medesimi terreni vengono cancellati da colate di cemento e asfalto destinate a nuovi centri commerciali con relativi mega parcheggi, raccordi stradali costellati di rotonde, capannoni destinati all’abbandono e così via.

I tetti dei condomini sono un luogo ideale per posizionare i pannelli, specialmente in meridione, ovviamente privilegiando quelli esposti a sud. Un’opzione praticabile anche nei centri storici, di cui l’Italia è costellata, purché con soluzioni (peraltro già disponibili) che rendano minimo l’impatto visivo, per non alterare l’omogeneità storico-artistica del paesaggio urbano. Vale la pena ricordare che, grazie a una modifica normativa introdotta nel 2012, anche un singolo condomino può installare pannelli solari sul tetto condominiale per il proprio uso personale, naturalmente occupando solo una porzione corrispondente ai propri millesimi di proprietà. Tuttavia, sarebbe opportuno che tali iniziative venissero prese collegialmente, dunque sarebbe di grande utilità una normativa ad hoc su base nazionale che incentivasse e al tempo stesso regolamentasse l’installazione di pannelli destinati a coprire almeno in parte le esigenze del condominio o del nucleo urbano, minimizzando la necessità di ricorrere all’energia prodotta dalle centrali.
Inoltre, impianti solari (ed eolici, dove c’è vento sufficiente) possono essere installati nelle zone industriali attive o dismesse, nei grandi centri commerciali, o anche nelle zone portuali, come sta avvenendo a Porto Torres, dove è prevista l’installazione di pannelli fotovoltaici in grado di produrre 51 GWh in un anno.
Qualcuno ha calcolato che l’area coperta da fabbricati idonei a ospitare impianti fotovoltaici, anche se distribuita a macchia di leopardo, sia complessivamente pari al 7% del territorio nazionale, un’estensione paragonabile a quella dell’Umbria, senza intaccare nuovo suolo o deturpare paesaggi o manufatti di pregio. Se si riuscisse a incentivare l’installazione di pannelli solari su tali edifici con una normativa valida a livello nazionale, che eviti il consumo di suolo e tuteli il patrimonio storico-artistico e naturalistico, sull’esempio di quanto il Ministero dell’Ambiente ha già fatto con tre Regioni all’avanguardia (Puglia, Toscana, Piemonte) potremmo implementare una produzione energetica non solo rinnovabile, ma anche sostenibile, perché ottenuta senza impattare su agricoltura, paesaggi ed ecosistemi.

#Reforest, un progetto condiviso per stimolare e sensibilizzare alla rinaturalizzazione

Disboscamento è stata l’azione prevalente del secolo scorso, riforestazione ci auguriamo diventi quella attuale

Luca Cardello e Claudia Esposito

La riforestazione sembra essere tra le soluzioni più impattanti davanti alla grande sfida per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico in corso; uno strumento potentissimo per la tutela della biodiversità e per la conservazione della Natura.
Dopo decenni di deforestazione, ancora in corso non solo in Amazzonia ed in Indonesia, finalmente oggi assistiamo al moltiplicarsi, a livello globale, di diversi movimenti per una lotta consapevole ai cambiamenti climatici; #Reforest è uno di questi ed è in seno alla Federazione Nazionale Pro Natura.
È bene sapere che quando parliamo di riforestazione ci riferiamo all’atto di mettere gli alberi laddove una volta c’erano alberi. Dunque concretamente restituire quello spazio alla natura perduto nel tempo per diversi fattori: disboscamento, incendi, calamità naturali e così via. Basti pensare all'abbattimento naturale di milioni di alberi a seguito delle tempeste del 29 ottobre 2018, dall'Asiago, passando per la costa tirrenica, fino alla Sicilia. L’utilità risiede nel ripristino degli ecosistemi naturali attraverso l’allargamento o l’impianto di nuove aree adibite a forestazione per fornire ossigeno all’atmosfera e casa a numerose specie anche in contesti urbani.
Per saldare questo debito con la Terra è necessario che diversi attori sociali entrino in gioco coordinandosi sul territorio, nel rispetto del paesaggio e delle sue caratteristiche. Per rispondere a questa necessità, anche il Ministro Costa ha recentemente riconosciuto la forestazione utile al contenimento del dissesto idrogeologico stanziando fondi in questo senso, anche se ancora manca un piano di forestazione su scala nazionale.
Un primo tentativo iniziò già dal 1992 e nel 2013 con la legge “Un albero per ogni nuovo nato”, ma questa è rimasta spesso inattesa. Se fosse stata rispettata completamente avremmo avuto ben 22 milioni di alberi ad oggi. Esistono inoltre altre leggi che garantiscono la pratica, ma i fondi languono e la programmazione non esiste.
Nel quadro di questa ripresa quantomeno morale, anche l’Italia, con il suo patrimonio arboreo e la sua ricca biodiversità, vede oggi germogliare piccole realtà attente alla tutela e alla cura del paesaggio e del territorio. Tra queste, nel 2017, nasce e si sviluppa l’idea di #Reforest, un progetto interassociativo patrocinato dalla Federazione Nazionale Pro Natura e ideato dall’Ass. Sempre Verde di Latina. L’obiettivo ultimo di #Reforest è quello di ripristinare degli ecosistemi boschivi e avere un paesaggio più verde con la conseguenza di rendere l’ambiente più sano. Ma per arrivare a questo ci sono varie azioni necessarie da percorrere.
Entriamo nel particolare.
#Reforest propone un modello di integrazione del verde ripetibile e inclusivo; permette a coloro che vogliono sposare il progetto di modellarlo alle esigenze del territorio in cui si va ad inserire, con lo scopo comune di mettere a dimora specie arboree coerenti con il contesto climatico e con gli ecosistemi naturali che si vogliono ripristinare. #Reforest propone la creazione di una rete virtuosa di cittadini che si interfaccia con le amministrazioni locali in modo sinergico e che segue il ciclo dell’albero dal seme alla pianta. L’obiettivo è quello di ottenere che ogni Comune si doti aree adibite a forestazione e dei mezzi per soddisfare le necessità dell’ambiente e dei cittadini, adempiendo alle leggi. Per fare questo gli aderenti al progetto iniziano con il dar loro stessi il buon esempio, organizzando azioni di sensibilizzazione.
Si propongono giornate informative; si creano vivai diffusi e condivisi in aree comuni, nelle scuole, in aree pubbliche, ma anche nel proprio giardino o sul balcone di casa. Si crescono le piante e si mettono a dimora concordando con i comuni le aree più adatte all’azione.
Ecco qui di seguito le azioni che propone il progetto:
•    forestazione, ovvero la  messa a dimora di alberi o semina di ghiande
•    libera l'albero, quindi lo sfalcio delle erbacce intorno alle giovani piante a opera o di volontari e/o del comune
•    adotta l'albero, dunque annaffiare i giovani arbusti d'estate e nei periodi siccitosi
•    vivaio diffuso, far crescere alcuni semi e piantine sul balcone, in terrazzo o in giardino per poi donarle quando pronte per le iniziative di forestazione)
•    istituire un’OASI PRO NATURA che entri a far parte della rete italiana delle oasi Pro Natura (http://www.pro-natura.it/oasi.html). Le oasi Pro Natura sono di dimensioni ridotte e sono esempi di rinaturalizzazione di estrema rarità e rappresentatività per la biodiversità. Esse possono essere aree degradate per esempio da incendi che possono grazie alle iniziative delle associazioni Federate a Pro Natura riacquisire una nuova naturalità, condizione per una loro fruizione didattica e di ricerca.
 Questo nel piano più in superficie. Sullo sfondo delle iniziative di #Reforest c’è invece la battaglia affinché alcune leggi scritte su carta, come l’obbligo di piantare un albero per ogni nuovo nato; di istituire un catasto incendi e un bilancio arboreo comunale, siano applicate dai comuni per il benessere e la salvaguardia dei cittadini e delle città. Creare quindi un fermento dal basso che spinga all'impegno politico le Amministrazioni, gravate oggi solo dall’obbligo di seguire queste leggi, ma senza sanzione in caso di mancata applicazione. Se la volontà di far rispettare queste leggi non si manifesta, il progetto non può avviarsi. E in questi casi ci limitiamo a qualche iniziativa sporadica di messa a dimora degli alberi, sempre importante per l'ambiente, ma solo localmente e in ogni caso assai meno incisiva in termini di impegno politico-ambientale a medio-lungo termine.
#Reforest funziona al massimo delle sue potenzialità quando c’è dialogo e partecipazione tra i vari enti coinvolti. Facciamo un esempio: se abbiamo l'autorizzazione comunale ma non c'è un supporto reale dal basso il progetto non riesce a partire; Se invece le istituzioni non rispondono ad una richiesta dal basso ugualmente il progetto è destinato a fallire.
In termini concreti, gli step per realizzare il progetto #Reforest territoriale sono:
•    creare e costituire un gruppo formale o informale di cittadini e/o associazioni che ne condividono temi, ideali, metodo e azioni;
•    relazionarsi gli enti locali, Comuni in primis, per avere l'autorizzazione e collaborazione per le messe a dimora degli alberi;
•    coinvolgere le scuole, le associazioni territoriali,  singoli o gruppi di cittadini per sensibilizzare alla cura della cosa comune e per impegnarsi in tutte le attività che seguono e che noi abbiamo inquadrato in sotto-iniziative come: Adotta l'albero, Vivaio diffuso ecc.
Il progetto ha avuto finora applicazione nel Lazio nel quale si è articolato in gruppi locali in collaborazione con la rete che costituisce il coordinamento Lazio Pro Natura.
Come dicevamo, quello che accade quando nasce un movimento, è che questo tende ad adattarsi diversamente a seconda del territorio con cui entra in contatto proprio come accade appunto con le piante. La forza di questo adattamento, sta nel cogliere gli stimoli, affrontare gli ostacoli esterni, piegarsi alle avversità, ma rimanere interi per il raggiungimento dell’obiettivo: gli alberi.
 
Come #Reforest si sta adattando nelle diverse realtà
#ReforestAnzioNettuno, referenti Daria Gabriele e Claudia Esposito, si costituisce gennaio 2018 grazie al lavoro sinergico di associazioni e cittadini. Il gruppo si è dotato di una sua costituzione; è riuscito ad aprire i primi tavoli tecnici con i comuni di Nettuno e di Anzio; ed ha creato un vivaio “centrale” di ecotipi autoctoni operando in alcuni eventi in collaborazione con alcune scuole elementari del territorio e con l’Università Agraria di Nettuno. Durante questi eventi i bambini hanno avuto la possibilità di scoprire il ciclo dell’albero attraverso giochi esperienziali al fine di costituire insieme agli alunni, ai volontari, agli insegnanti e ai genitori, il vivaio della scuola. Queste azioni permettono di supportare le amministrazioni comunali, di avere un bacino di piante disponibili ad essere usate per garantire l’applicazione delle leggi sulla riforestazione. Inoltre questo permette di coinvolgere simultaneamente centinaia di persone, enti, amministrazioni e di avere concretamente piante da donare alla comunità cittadina, in un ciclo continuo.
Attualmente il “vivaio diffuso” di ReforestAnzioNettuno conta più di 400 querce appartenenti ad ecotipi locali del bosco misto.
#ReforestSudPontino, referenti Alessandra Lieto e Marco del Bene, è costituito da alcune associazioni tra cui Ass.Sportiva Indovina dove sono e Ass. Ambiente, Natura e vita dal dicembre 2017. Hanno sottoscritto la costituzione del gruppo: i Comuni di Spigno Saturnia, Minturno, Formia e Santi Cosma e Damiano; il parco naturale degli Aurunci; e il Parco regionale della Riviera d’Ulisse. Sono state fatte diverse riunioni organizzative con enti e altre associazioni e sono stati eseguiti due eventi di messa a dimora condivisi con Sempre Verde nel 2018.
#ReforestVentotene, referenti Giuseppe Vitiello ed Erasmo Treglia, è formalmente costituito con delibera comunale. Il progetto ha mosso il sui primi passi ad Aprile 2019. Con il patrocinio del Comune Di Ventotene, dell’ente Area Marina Protetta e della Riserva Naturale Statale di Ventotene e Santo Stefano, hanno messo a dimora 100 giovani piante mediterranee nella Stazione di Inanellamento dell’isola e in una scuola. In collaborazione con il progetto The Green Link, co-finanziato dal programma LIFE dell’Unione Europea, 80 di questi alberi sono stati messi a dimora con l’ausilio di un dispositivo in cartone compostabile ma idroresistente per diversi mesi, chiamato COCOON, per garantire loro la riserva d’acqua (25 litri) per il prossimo anno e aumentare le probabilità di attecchimento.

Come aderire al progetto
Chi vuole aderire al progetto nel proprio comune di appartenenza deve necessariamente creare un gruppo operativo, con un proprio documento costitutivo in cui vengono tracciate e condivise le linee guida del progetto madre. Il tipo di documento  scelto per costituirsi può variare a seconda delle esigenze, ma deve essere efficiente al fine di interfacciarsi con le amministrazioni locali. Ogni Gruppo locale ha uno o più referenti che si avvalgono del supporto tecnico-scientifico di Sempre Verde (SV). L’insieme dei referenti e dei gruppi locali costituisce “#ReforestCentrale” gruppo informale in cui si organizzano e condividono le attività che possono essere condivise o applicate dai vari gruppi. In questo modo #ReforestCentrale ha un ruolo di direzione in linea di massima sull’esecuzione del progetto.
 
Per sviluppare #Reforest nella tua realtà locale anche fuori dal Lazio, contatta reforest.lazio@gmail.com

EEB - While the Commission is right to call ‘toxic bloc’ summit, it would be wrong to step back from enforcing the law

This week’s summit of EU environment ministers is a welcome opportunity to move air pollution to the top of the political agenda.

http://metamag.org/2018/01/30/the-commission-is-right-to-call-toxic-bloc-summit-it-would-be-wrong-to-step-back-from-enforcing-the-law/