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La salvezza del pianeta e l’umana alimentazione vegana

Roberto Piana

Ho rinunciato alla carne nella mia alimentazione nel lontano 1983 e qualche anno dopo anche ai derivati animali. Sono consapevole che le scelte alimentari di ciascuno non possano essere imposte per legge e che queste afferiscano alla sfera individuale di ciascuno. Siamo tutti imperfetti e soggetti ad errori tuttavia credo che la coerenza nelle scelte individuali sia un valore.

La mia scelta vegana fu motivata essenzialmente da considerazioni etiche. La sofferenza inflitta agli altri animali dalla specie umana negli allevamenti industriali, nei laboratori di ricerca, negli zoo, nei circhi, con la caccia e in generale con lo sfruttamento degli animali costituisce per me una violenza insopportabile ed una negazione di diritti.

L’aggressività umana verso le altre specie viventi e senzienti si accompagna d’altra parte con l’aggressività tra gli stessi esseri umani. L’ingiusta distribuzione delle ricchezze, delle risorse del pianeta, delle opportunità di emancipazione e di affrancamento dalla povertà, le guerre che affliggono molte parti del globo, ne sono evidente testimonianza.

Negli anni successivi ricerche e studi scientifici hanno confermato, anche sul piano scientifico, la giustezza della mia scelta alimentare vegana.

Le scelte di vita di ciascuno e i modelli di sviluppo della nostra società influiscono sull’ambiente naturale. Uno dei fattori maggiormente significativi per quanto riguarda l’impatto ambientale sul pianeta è rappresentato dall’umana alimentazione. I prodotti animali come carne, pesce, uova sono fra le cause maggiori dello spreco di risorse e inquinamento. Gli animali utilizzati per fini alimentari consumano più calorie, ricavate dai mangimi vegetali, di quelle che producono sotto forma di carne o prodotti derivati.

Lo spreco energetico dell’alimentazione con prodotti animali è ormai un dato incontrovertibile, affermato da tutti gli studi scientifici. L’energia acquisita dai vegetali è utilizzata dal consumatore primario (l’erbivoro) per il proprio accrescimento e la propria esistenza e solo una parte è messa a disposizione del consumatore  secondario (il carnivoro). Lo spreco di acqua causata dagli allevamenti, risorsa di cui dovremmo avere gran cura, si accompagna al consumo di suolo e alla produzione di gas serra.  L’impatto degli allevamenti si riverbera anche sulle foreste che vengono abbattute non tanto per ottenere legname, ma soprattutto per ottenere pascoli per bovini e aree coltivabili, in cui produrre alimenti, che poi verranno esportati nei paesi come il nostro, da impiegare negli allevamenti industriali.

Sono molti gli studi scientifici che sostengono il minor impatto ambientale della scelta alimentare vegana rispetto a quella con prodotti di origine animale.

Invito tra questi a leggere  “Il costo nascosto del consumo di carne in Italia: impatti ambientali e sanitari” realizzato da Demetra Società Cooperativa Sociale onlus in collaborazione con la LAV visionabile sul sito https://www.demetra.net/.

Sono, come tanti, sostenitore della “Nature Restoration Law europea, proposta di legge che mira a ripristinare entro il 2030 il 20% delle aree terrestri e marine degradate per fermare la perdita di biodiversità e contrastare la crisi climatica. La legge, ove approvata, imporrebbe obiettivi vincolanti per gli stati membri attraverso un Regolamento comunitario pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE. Questa legge europea sul ripristino degli habitat naturali è sostenuta dalle associazioni ambientaliste di tutta Europa ed incontra l’opposizione delle organizzazioni degli allevatori e degli agricoltori.  C’è da augurarsi che la legge europea per il ripristino della natura possa essere approvata, possibilmente senza le sostanziali attenuazioni che sono state proposte che ne sminuirebbero di molto la portata. Sarebbe un grosso passo avanti. La crescita della diffusione dell’alimentazione vegana nella popolazione europea certamente potrà aiutare questo processo di recupero alla naturalità di immense superfici oggi destinate alla coltivazione di mais e foraggio destinati agli allevamenti industriali.

Siamo quello che mangiamo

Riccardo Graziano

Siamo quello che mangiamo. Un assunto della saggezza popolare che un tempo si riferiva sostanzialmente al nostro fisico e al nostro aspetto, ma che oggi va ben oltre. Perché oggi siamo otto miliardi di individui e produciamo cibo per dodici miliardi di persone, ma lo facciamo con sistemi che impattano sulla salute nostra e del pianeta e, nonostante ciò, lasciamo ancora quasi un miliardo di persone nell’insicurezza alimentare, a volte letteralmente a morire di fame, mentre contemporaneamente sprechiamo più di un terzo del cibo prodotto [come spieghiamo in un altro articolo].
Oggi la produzione di cibo incide su molteplici aspetti sociali, economici, ambientali, persino geostrategici, che sarebbe troppo lungo e complesso analizzare nel dettaglio, ma sui quali occorre fare qualche riflessione. E allora partiamo dall’inizio…

Da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori
Qualche migliaio di anni fa, il genere Homo era composto da tribù di cosiddetti cacciatori-raccoglitori, individui che si limitavano a sfruttare le risorse offerte naturalmente dal pianeta, come qualunque altro animale, solo in modo leggermente più efficiente. Attualmente pochissime comunità sperdute vivono ancora in maniera simile, ma l’incontro (più spesso lo scontro) con la “civiltà” le sta inesorabilmente cancellando. Oggi come allora questi individui sono perfettamente inseriti nel loro habitat e le ricerche ci dicono che, nella preistoria, grazie alla loro dieta, erano persino più sani di noi. Bella forza! Erano sottoposti a una selezione naturale feroce che permetteva la sopravvivenza solo dei più forti, i quali comunque ben di rado arrivavano ai quarant’anni…
Ecco perché, quando i Sapiens iniziarono a capire che i semi dei loro cibi potevano germinare più comodamente nei dintorni del villaggio invece che in mezzo alle foreste e che gli animali era più comodo tenerli in un recinto invece che inseguirli nella savana, ci misero poco a cambiare abitudini e a diventare coltivatori-allevatori.
Da quel momento, l’Uomo inizia a plasmare l’ambiente secondo le sue esigenze e a capire un po’ per volta che non è destinato a subire passivamente le leggi della Natura. Tuttavia, ancora fino agli albori dell’epoca industriale, il rapporto si mantiene relativamente in equilibrio e, per quanto riguarda lo stretto ambito della produzione del cibo, le cose rimangono tali praticamente fino al secondo dopoguerra. Ovvero, mentre in altri ambiti (meccanico, tessile, chimico) i processi industriali soppiantavano le lavorazioni artigianali, in campo agricolo si restava grossomodo legati a quelli che erano i ritmi della terra e delle stagioni, anche se non mancavano grossi interventi quali canalizzazioni o bonifiche. Ma dalla seconda metà del novecento le cose iniziano a cambiare radicalmente, e l’approccio industriale, produttivista, estrattivista e consumista contagia anche l’agricoltura.

L’agricoltura industriale
Oggi, lo stravolgimento è diventato quasi totale. La cosiddetta agricoltura “tradizionale” in realtà non ha più nulla della tradizione conservata pressoché intatta fino all’epoca dei nostri nonni o genitori. Attualmente, abbiamo una situazione dominata dall’agribusiness, un sistema economico e industriale che porta avanti la produzione di cibo con le stesse logiche delle catene di montaggio e della “estrazione di valore” a discapito della classe lavoratrice, in questo caso soprattutto i piccoli agricoltori, stritolati fra l’incudine e il martello, ovvero fra le multinazionali che controllano le forniture di sementi e fitofarmaci e la Grande Distribuzione che impone i prezzi di “mercato”.
È questo il vero problema che affligge i contadini, le cui legittime proteste vengono indirizzate ad arte contro la transizione ecologica, la quale al contrario va attuata il più rapidamente possibile proprio per evitare ulteriori peggioramenti in campo agricolo. I contadini, infatti, sono coloro che per primi e più di altri stanno cominciando a vivere sulla propria pelle i danni dovuti al riscaldamento globale e ai mutamente climatici, quindi più di chiunque altro avrebbero interesse a praticare e sostenere la riconversione ecologica globale, a partire dal loro stesso settore.
L’agricoltura è in effetti parte rilevante del problema, perché il sistema di produzione del cibo nel suo complesso – coltivazione, allevamento, trasformazione, logistica e consumo - èresponsabile del 35% delle emissioni di gas serra e del 15% dei combustibili fossili bruciati, oltre che della dispersione di numerosi inquinanti, a partire dall’ammoniaca prodotta dagli allevamenti intensivi.

L’agroecologia
Ma l’agricoltura è anche parte della soluzione, se si attua una riconversione necessaria, urgente e in prospettiva conveniente anche sotto il profilo economico, purché gli agricoltori vengano adeguatamente supportati nella delicata e non facile fase di transizione dall’attuale modello industriale all’agroecologia, non dissimile dall’approccio tradizionale e rispettoso della natura dei nostri avi, ma supportato dalla moderna tecnologia, in grado di alleviare non poco il peso di un mestiere comunque impegnativo.
Soprattutto, però, l’agroecologia è molto più di un insieme di pratiche agricole maggiormente ecocompatibili: è una visione olistica del rapporto con la Terra che include e integra giustizia climatica e sociale, mettendo sullo stesso piano la produzione di cibo con la sfida al cambiamento climatico, con la sicurezza alimentare, con la salvaguardia della biodiversità e con la tutela della salute dell’Uomo e dell’ambiente.
Non a caso, questo approccio è sostenuto dalla FAO, l’emanazione dell’ONU che si occupa di agricoltura, e dall’IPCC, l’ente delle Nazioni Unite che monitora i cambiamenti climatici e che considera l’agroecologia come una delle soluzioni da applicare per mitigare le conseguenze dei mutamenti climatici in atto.
In pratica, si tratta di tornare a coltivare la terra con sistemi più rispettosi della natura, eliminando l’eccesso di chimica che avvelena e impoverisce i suoli, ripristinando la loro naturale fertilità con periodi di riposo o coltivazioni mirate, lasciando anche spazi destinati alla rinaturalizzazione spontanea, oasi destinate a salvaguardare una biodiversità a sua volta utile e necessaria per l’agricoltura, a cominciare dagli insetti impollinatori, tanto fondamentali per la riproduzione dei vegetali, quanto in pericolo per l’abuso di pesticidi.
Per realizzare questo cambio di paradigma, occorrono fondamentalmente tre cose: suolo libero, sostegno economico e consumo consapevole. Senza entrare troppo nel dettaglio, perché sarebbe troppo lungo e complesso, analizziamo brevemente questi tre aspetti.

Suolo libero
Può sembrare banale ricordarlo, ma per coltivare occorre avere del suolo a disposizione. Qualcosa di apparentemente scontato, ma che sembriamo aver dimenticato. Infatti, negli ultimi anni il consumo di suolo è proseguito senza sosta, con migliaia di ettari di terreno fertile seppelliti da colate di cemento e asfalto. Secondo i dati dell’ISPRA, nel 2022 la cementificazione è avanzata al ritmo insostenibile di 2,4 metri quadrati al secondo, divorando 77 km2 di territorio, oltre il 10% in più rispetto al 2021. La cancellazione di spazi verdi rende le città progressivamente più calde e invivibili, mentre si continua a costruire anche nelle zone a rischio idrogeologico, dove sono stati impermeabilizzati 900 ettari in aree considerate a pericolosità idraulica media. Nello specifico delle aree agricole, sono stati cancellati 4.500 ettari, che sarebbero stati in grado di assorbire 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e di produrre 400.000 tonnellate di cibo che ora dovremo importare, alla faccia della “sovranità alimentare”. In termini di servizi ecosistemici, la cancellazione di una tale superficie significa una perdita di 9 miliardi di euro ogni anno, cifre che andrebbero tenute in conto quando si prende in esame il rapporto costi/benefici delle nuove edificazioni, ma che tuttavia non vengono mai conteggiate in nessuna analisi finanziaria.
Occorre sottolineare che un suolo impermeabilizzato è perso per sempre, perché anche se un domani si decidesse di rimuovere cemento e asfalto, passerebbero comunque secoli prima che possa tornare fertile.
Se a questo aggiungiamo il problema della desertificazione, il quadro diventa doppiamente allarmante. A fianco di una desertificazione “naturale” provocata da fenomeni sempre più frequenti di siccità prolungata, effetto dei cambiamenti climatici, abbiamo quella che viene definita “desertificazione da agricoltura industriale”. È il fenomeno dell’impoverimento dei terreni sovrasfruttati dalle monocolture intensive, che richiedono quantità crescenti di fertilizzanti e pesticidi chimici. La somma di questi fattori comporta che, ad oggi, il 70% dei suoli coltivabili europei venga considerato compromesso in termini di fertilità e produttività.

Sostegno economico
I numeri ci dicono che l’agricoltura europea gode di finanziamenti rilevanti. Ma le semplici cifre non dicono che l’80% di questi finanziamenti finisce al 20% dei produttori, quelli più grandi e che applicano alle loro produzioni un approccio industriale, sia nell’agricoltura, sia nell’allevamento. Ai “piccoli” arrivano le briciole di questa pioggia di milioni di euro, il che non consente loro di pianificare con serenità la transizione verso l’agricoltura biologica. Per ovviare a questa sperequazione occorrerebbe riformare la PAC, la politica agricola comunitaria, indirizzando i sussidi verso i piccoli produttori, le produzioni biologiche e la riconversione ecologica, smettendo di finanziare monocolture e allevamenti intensivi. In questa prospettiva, diventano cruciali le prossime elezioni europee, tramite le quali il Parlamento dell’UE potrebbe essere ridisegnato in modo da virare decisamente verso la transizione, oppure all’opposto ripiombare nel negazionismo climatico, nell’economia fossile e nel sostegno incondizionato all’attuale sistema agroindustriale dominato dalle multinazionali della chimica e della grande distribuzione.
Una scelta nelle mani degli elettori. Ma c‘è anche un altro modo con il quale i cittadini possono indirizzare i destini dell’agricoltura.

Consumo consapevole
I cittadini sono anche consumatori. E a seconda di come indirizzano i propri consumi, possono orientare il “mercato”, anche quello ortofrutticolo. E di conseguenza possono influire sulle strategie di produzione del cibo che, come si è detto, hanno un peso rilevante sul riscaldamento globale e sui cambiamenti climatici. Su questo, la politica è purtroppo sostanzialmente assente, visto che le strategie alimentari rientrano nei piani climatici solo del 30% dei Paesi. In attesa che i governi si sveglino, possiamo cominciare a decidere noi, spostando i nostri consumi sulle produzioni locali, biologiche e di qualità. Magari cercando – per quanto possibile - di accorciare la filiera, andando a comprare direttamente dai piccoli  produttori. Oppure diminuendo il consumo di carne e scegliendo quella di qualità, certificata da allevatori attenti al benessere animale ed evitando – sempre per quanto possibile – i prodotti provenienti da allevamenti intensivi. Piccoli accorgimenti, limitate variazioni delle nostre abitudini, possono influire più di quanto pensiamo sulla macchina della produzione e distribuzione del cibo indirizzandola verso l'agroecologia. Secondo Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia «Questo non solo proteggerebbe il pianeta, ma aiuterebbe anche ad affrontare le radici della fame, a creare posti di lavoro, a migliorare la salute e a proteggere la biodiversità, in definitiva a costruire una prospettiva futura di pace e bellezza». Mentre l'Ipcc afferma che l'agroecologia può migliorare la resilienza agli effetti del cambiamento climatico e che il passaggio a diete equilibrate e sostenibili può aiutare a combattere il cambiamento climatico stesso. In pratica, se scegliamo di mangiare in maniera sana, tuteliamo allo stesso tempo la nostra salute e quella del pianeta. Dipende solo da noi.
Siamo quello che mangiamo, appunto.

La vigilanza volontaria ambientale e zoofila

Roberto Piana

Occupandomi da molti anni della vigilanza volontaria, mi vengono spesso richieste informazioni relative a questo argomento da parte di cittadini interessati a impegnarsi in prima persona per tutelare questo o quell’oggetto meritevole di maggiori cure. All’origine dell’interesse vi è, quasi sempre, quel profondo senso della legalità che non trova nella vita quotidiana la piena applicazione. A volte le leggi e le regole ci sono, ma le pubbliche istituzioni non riescono a farle rispettare, con grande rabbia da parte di chi vorrebbe credere nello Stato. Il legislatore italiano produce una gran quantità di norme spesso tra loro contrastanti, di dubbia interpretazione o di difficile applicazione. Sono convinto sia meglio non approvare una legge per la quale lo Stato non preveda adeguati strumenti applicativi. Gli esempi di leggi inapplicate sono innumerevoli. Dal 2 febbraio 2016 la legge n. 221/2015, il cosiddetto “Collegato ambientale”, ha vietato di buttare a terra rifiuti di piccola taglia con sanzione prevista da 30,00 a 150,00 euro, con la possibilità del pagamento in misura ridotta di 50,00 euro entro 60 giorni. La stessa legge prevede inoltre che per i mozziconi di sigaretta la sanzione sia fino al doppio (fino a 300,00 euro), ma il pagamento in misura ridotta non sia possibile. L’agente accertatore dovrà limitarsi ad accertare la violazione demandando poi all’amministrazione competente (la provincia o la città metropolitana) la determinazione dell’importo della sanzione con l’aggravio dell’emissione dell’ordinanza-ingiunzione da notificare al trasgressore. Il complicato iter di applicazione della norma ha scoraggiato l’accertamento e non ha nemmeno inciso sui comportamenti dei fumatori. Il desiderio del volontario di “sostituirsi” o di “affiancare” il soggetto pubblico preposto a fare rispettare le norme di legge spesso si scontra con la “malaburocrazia” e non poche volte anche contro le pubbliche amministrazioni ostili alla vigilanza volontaria.

Vi sono poi coloro che percorrono la lunga strada di formazione per diventare un vigilantevolontario” solo per “sentirsi qualcuno”, indossando una divisa da portare a spasso o una pistola da esibire al fianco per “sentirsi forti”. Una categoria questa dalla quale ho sempre preso le distanze. Il servizio di vigilanza volontaria di un’associazione nulla ha (o dovrebbe avere) di retaggio o imitazione del servizio militare. Per fortuna le prefetture rilasciano sempre meno porti d’arma alle guardie volontarie e la maggior parte delle associazioni vieta nei propri regolamenti il porto dell’arma durante i servizi di vigilanza. La nomina a guardia volontaria prevede corsi di formazione impegnativi e, soprattutto, doti di equilibrio e capacità di rapporto con i cittadini che non sono da tutti. Il controllo dell’emotività, oltre alle conoscenze specifiche, è requisito essenziale. Contestare a qualcuno un comportamento illecito richiede, sotto il profilo etico e professionale, il personale coscienzioso rispetto delle norme che si vorrebbero vedere rispettate dagli altri. Le figure e gli ambiti di intervento della vigilanza volontaria sono diversi, a volte tra loro sovrapponibili, e i poteri attribuiti non sempre incontrano unanime giurisprudenza e riconoscimento. Trattandosi di vigilanza volontaria non può essere prevista alcuna forma di retribuzione. Le associazioni possono fornire strumenti, mezzi o rimborsi per le spese sostenute, tuttavia molto dipende dalle disponibilità economiche dell’associazione che li gestisce. Nella gran parte dei casi le guardie volontarie, oltre a dedicarsi a questa attività nel tempo libero, si fanno interamente carico delle spese che sostengono. Il panorama della vigilanza volontaria è molto ampio. Riportiamo a seguire le figure più note e diffuse. L’art. 138 del R.D. n. 773/1931 – Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (T.U.L.P.S.) – fissa i requisiti che devono avere tutte le guardie giurate:

1) essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione europea;

2) avere raggiunto la maggiore età e avere adempiuto agli obblighi di leva;

3) sapere leggere e scrivere;

4) non avere riportato condanna per delitto;

5) essere persona di buona condotta morale;

6) essere munito della carta di identità;

7) essere iscritto alla cassa nazionale delle assicurazioni sociali e a quella degli infortuni sul lavoro.

Guardie Venatorie Volontarie (GVV)
Un tempo appannaggio delle sole associazioni venatorie (il controllato che si controlla) le GVV vennero successivamente istituite anche dalle associazioni di protezione ambientale che erano riconosciute con D.P.R. quale ente morale e successivamente, a partire dal 1986, anche da quelle in possesso del riconoscimento del Ministero dell’ambiente.
Oggi è l’art. 27 della L. 157/1992 che regolamenta l’assetto delle GVV, la cui gestione è affidata alle associazioni di protezione ambientale riconosciute dal Ministero dell’ambiente con il coordinamento delle province. Le associazioni possono organizzare corsi di formazione secondo le disposizioni regionali. Alle GVV è affidato in via prioritaria il controllo dell’attività venatoria. Hanno la possibilità di vigilare anche su altre norme a carattere ambientale secondo le disposizioni regionali che possono essere anche molto diverse da regione a regione. Qualora superi l’esame del corso di formazione il volontario, quale guardia giurata, prima di essere messo in servizio, giura fedeltà alla Repubblica davanti al sindaco di residenza. Poiché tra le norme sulla caccia da far rispettare vi sono anche norme che prevedono sanzioni penali, parrebbe implicito che alle GVV siano attribuite le funzioni di polizia giudiziaria (P.G.). La P.G. dipende dall’autorità giudiziaria, è deputata a interrompere i reati, ricercare e assicurare le fonti di prova. La sentenza n. 6454/06 della Corte di cassazione aveva riconosciuto queste funzioni in capo alle GVV. Oggi invece la giurisprudenza tende a non riconoscerle. L’opera delle GVV negli anni ha permesso di far emergere e contrastare il bracconaggio in danno delle specie particolarmente protette, in gran parte uccelli. La cattura illegale dei passeriformi, in gran parte pettirossi (ma anche peppole, fringuelli, verdoni, frosoni), con i famigerati “archetti” diffusi nelle valli bresciane, è stata drasticamente ridotta grazie soprattutto alla dedizione delle guardie volontarie. L’utilizzo dei richiami vivi da parte dei cacciatori d’appostamento, pratica purtroppo ancora oggi legale e diffusa in alcune regioni, impegna non poco i volontari nel controllo degli anelli di riconoscimento degli uccelli da richiamo, spesso manomessi per l’illecita sostituzione di un esemplare deceduto.

Guardie Zoofile Volontarie (GGZZ)
L’origine delle guardie zoofile risale al lontano 1871 quando l’ENPA (ente nazionale protezione animali) era ente di diritto pubblico. Con il D.P.R. 31 marzo 1979 l’ENPA perse la personalità giuridica di diritto pubblico e le GGZZ persero la qualifica di pubblica sicurezza mantenendo, come guardie volontarie, competenze relative alla “prevenzione e repressione delle infrazioni e dei regolamenti generali e locali, relativi alla protezione degli animali e alla difesa del patrimonio zootecnico”. Sono nominate dal prefetto e giurano davanti a un funzionario della prefettura.
Possono ottenere l’istituzione di un servizio di vigilanza zoofila le associazioni riconosciute dal Ministero dell’ambiente o dal Ministero della salute. L’art. 6 della L. 189/2004 riconosce in maniera esplicita alle GGZZ le funzioni di P.G. Purtroppo, a causa di restrittive interpretazioni della L. 189/2004 da parte delle prefetture e dell’autorità giudiziaria, nella gran parte dei casi le loro competenze vengono limitate ai soli animali d’affezione. Esistono anche guardie zoofile nominate in applicazione di leggi regionali dalle regioni che le abbiano previste.

Guardie Ecologiche Volontarie (GEV)
Le GEV traggono la loro origine da leggi regionali e hanno organizzazione diversa da regione a regione. Per la maggior parte dei casi sono “dipendenti onorari” delle regioni piuttosto che delle province o delle città metropolitane. Vengono nominate dopo appositi corsi di formazione e prestano giuramento come guardie giurate in prefettura. La loro attività è regolata e coordinata dall’ente pubblico. Anche le materie di competenza possono essere differenti in realtà diverse.

Guardie Ittiche Volontarie (GIV)
L’istituzione della vigilanza ittica è antica e trae origine dal R.D. n. 1604/1931, tuttora vigente. L’art. 31 recita: “Le Provincie, i Comuni, i consorzi, le associazioni e chiunque vi abbia interesse possono nominare e mantenere, a proprie spese, agenti giurati per concorrere alla sorveglianza sulla pesca tanto nelle acque pubbliche, quanto in quelle private.
Gli agenti debbono possedere i requisiti determinati dall’art. 81 del regolamento 20 agosto 1909, n. 666 (art. 81 abrogato nel 2001 n.d.r.) prestare giuramento davanti al pretore, ed essere singolarmente riconosciuti dal prefetto. Essi, ai fini della sorveglianza sulla pesca, hanno qualità di agenti di polizia giudiziaria.”
Oggi le regioni hanno ulteriormente normato la materia per cui l’organizzazione delle GIV può variare da regione a regione.

Guardie addette al controllo della raccolta dei tartufi
Sono state istituite dalla L. 752/1985, sono nominate dal prefetto.
L’art. 15 recita: “Sono inoltre incaricati di far rispettare la presente legge le guardie venatorie provinciali, gli organi di polizia urbana e rurale, le guardie giurate volontarie designate da cooperative, enti e associazioni che abbiano per fine istituzionale la protezione della natura e la salvaguardia dell’ambiente.”
Prestano giuramento davanti al prefetto. Sono competenti al controllo sulla raccolta dei tartufi.

Tutte queste figure vestono divise, portano segni distintivi differenti, rispondono a regolamenti diversi approvati da soggetti diversi, dispongono di poteri differenti, condividono a volte competenze identiche. Il loro riconoscimento da parte dei cacciatori che hanno frequentato un corso di formazione o dai pescatori è più semplice in quanto entrambi i soggetti conoscono bene l’esistenza dei “guardiacaccia” e dei “guardiapesca”. Per il semplice cittadino invece a volte riesce difficile riconoscere il ruolo assunto da chi effettua un controllo. La mancanza di riconoscibilità è a volte causa di conflitti non voluti. La preparazione dei volontari varia a seconda dei ruoli assunti. La serietà nella preparazione e nella nomina dei volontari è elemento fondamentale in capo soprattutto alle associazioni.

L’attività legislativa ha prodotto negli anni norme mal scritte, non sempre facilmente comprensibili, a volte contradditorie, che hanno amplificato il contenzioso giudiziario. La difficoltà nell’applicazione delle norme ha visto i cittadini come primi soggetti a subire le conseguenze. Gli stessi operatori volontari della vigilanza hanno subito negli anni ostacoli nell’assolvimento dei compiti di istituto che vanno dal disconoscimento delle competenze e dei poteri, attuato da soggetti istituzionali come province, questure, prefetture, ASL, fino ad arrivare a provvedimenti disciplinari o addirittura a denunce penali, poi regolarmente archiviate per la mancanza dell’elemento soggettivo del reato. In più vi è da dire che in questi anni la vigilanza volontaria, invece di essere considerata dalle istituzioni come un valore aggiunto, è stata scoraggiata e demotivata, spesso vista come una fastidiosa interferenza. Nonostante le difficoltà, le guardie volontarie hanno contribuito negli anni, con straordinari risultati, a far rispettare le norme di legge costituendo anche uno stimolo positivo per le istituzioni. L’opera dei volontari è andata ben oltre il semplice accertamento delle violazioni di legge, ma ha costituito un positivo volano di diffusione nella popolazione di conoscenze e di valori. Riuscire a fermare l’illecita distruzione di un ambiente naturale o salvare dalla sofferenza un cane “da guardia” destinato a vivere una intera esistenza legato a 50 centimetri di catena, senza riparo né cure, ripaga il volontario delle difficoltà e dei sacrifici. La salvezza del pianeta e delle creature che lo abitano richiede anche l’impegno personale di ciascuno di noi.

Il futuro dell’energia

Riccardo Graziano

In Italia si sta dibattendo molto sul futuro dell’approvvigionamento energetico e della mobilità elettrica, argomenti strettamente correlati e sui quali le opinioni divergono sensibilmente nelle varie formazioni che compongono il panorama politico.

In particolare, la Destra al Governo frena sulla transizione alle rinnovabili e alla mobilità elettrica, adducendo motivazioni relative a possibili problemi occupazionali per quanto riguarda le aziende impegnate nei settori “tradizionali”. L’attuale esecutivo è addirittura entrato in rotta di collisione con l’Unione europea sullo stop imposto alla produzione di veicoli con motore a scoppio entro il 2035, termine che secondo il nostro Governo andrebbe prorogato perché i tempi – 12 anni, pari a quattro Olimpiadi … - sarebbero troppo ristretti per consentire all’industria automobilistica italiana di convertirsi, cosa che invece non sembra preoccupare la Germania, maggior produttore europeo di veicoli. Naturalmente, la posizione governativa ha riscosso ampi consensi fra imprenditori, lavoratori e cittadini, preoccupati dalla prospettiva di ulteriori  cali occupazionali.

Ma è tempo di evidenziare che su questi argomenti esistono due linee di pensiero, o meglio due realtà parallele: quella prospettata dall’attuale Governo italiano e quella che sta già avvenendo nel resto del mondo. Attenzione, non si tratta di un’affermazione politicizzata, ma della semplice presa d’atto delle tendenze mondiali attualmente in corso, che a loro volta consentono proiezioni piuttosto precise sugli sviluppi a venire nei prossimi sette anni, quelli che ci separano dal fatidico 2030, anno entro il quale l’Unione europea prevede l’obbligo di ridurre le proprie emissioni del 55%.

I dati relativi al procedere della transizione energetica sono stati recentemente pubblicati nel World Energy Outlook (WEO), il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (International Energy Agency - IEA) che analizza i dati a livello mondiale. In esso vediamo per esempio che la potenza installata di fotovoltaico ed eolico è più che quadruplicata fra il 2019 e il 2023, arrivando a sfiorare i 5.000 GW. Un risultato superiore alle stesse previsioni delle precedenti edizioni del WEO, dovuto all’aumento del sostegno politico e alla progressiva diminuzione dei costi che contraddistingue tutte le tecnologie man mano che progrediscono e implementano processi industriali ed economie di scala. Tuttavia, l’incremento non è sufficiente per raggiungere i traguardi previsti dall’Accordo di Parigi e che la stessa UE si è imposta, dunque occorre fare ancora di più.

La crescita esponenziale delle rinnovabili appena descritta rientra in uno scenario più ampio che lascia intravedere un rivolgimento profondo dell’intero sistema energetico nei prossimi sette anni, da qui al 2030. Motivo per cui il rapporto WEO quest’anno è stato pubblicato in anticipo, in modo da fornire per tempo elementi utili ai decisori politici impegnati nella COP 28 di Dubai, la conferenza sul clima che dovrebbe portare a decisioni cruciali sulla transizione ecologica, ma che parte già sotto pessimi auspici, visto che quest’anno viene ospitata in uno dei Paesi meno “sostenibili” al mondo, nonché settimo produttore di petrolio a livello globale e che ha già in previsione di aumentare le estrazioni. Tra l’altro, il rapporto esce nel 50* anniversario dalla fondazione dell’IEA, in un momento nel quale, esattamente come allora, il mondo vive una grave crisi legata al mondo mediorientale, all’epoca relativa alla produzione petrolifera, oggi segnata dalla feroce carneficina fra Israele e Palestina, evento destinato a incidere sugli scenari geopolitici ed economici del futuro prossimo. In più, adesso stiamo vivendo gli effetti del cambiamento climatico indotto proprio dal consumo di combustibili fossili e dalle relative emissioni, scenario già previsto all’epoca da alcuni esperti che iniziavano a lanciare i primi allarmi, assolutamente inascoltati.

Tuttavia, mentre i petrolieri ancora oggi proseguono imperterriti sulla propria strada e la politica latita o addirittura rema contro la transizione, come nel caso dell’attuale Governo italiano, una considerevole parte del mondo procede spedita verso la riconversione energetica. Ne è un chiaro esempio quanto sta avvenendo nel settore automobilistico: soltanto due anni fa, si vendeva un’auto elettrica ogni 25 col motore a scoppio, oggi siamo già a una su cinque. Un aumento percentuale di cinque volte in due anni, che porta a prevedere che nel 2030 il rapporto sarà di uno a uno, come già avviene oggi in Norvegia, mentre sul promettente mercato cinese le elettriche sfiorano un terzo delle vendite (in Italia, meno del 4%, fra gli ultimi in Europa).

È evidente che un aumento esponenziale di questo nuovo paradigma della mobilità, dove attualmente l’Italia è fanalino di coda, avrà importanti ripercussioni sull’intero sistema energetico, a sua volta proiettato verso le rinnovabili. I dati ci dicono che 10 anni fa il 70% dell’elettricità era prodotta da fonti fossili, oggi siamo scesi al 60% e le previsioni indicano che nel 2030 si arriverà al 40%, dal momento che l’80% dei nuovi impianti installati funzionerà con energie rinnovabili.

Anche nel settore del riscaldamento domestico, che in Europa incide per il 40% delle emissioni di anidride carbonica, si sta andando verso una rapida riconversione, con la sostituzione delle attuali caldaie a gas con pompe di calore, che nel 2030 saranno già in maggioranza, riducendo quindi la domanda di metano. Naturalmente, anche qui l’Italia resta fanalino di coda, anche grazie al fatto che continuiamo a incentivare gli impianti a gas.

Ma il dato forse più significativo è quello relativo agli investimenti, ormai sempre più orientati verso le rinnovabili nella maggior parte dei Paesi (non in Italia, ovviamente, dove destiniamo milionate di euro per costruire rigassificatori …). Dal 2020, in soli tre anni, gli investimenti in rinnovabili sono aumentati del 40%, raggiungendo la cifra iperbolica di un miliardo di dollari al giorno. La previsione è che entro il 2030 il solo settore dell’eolico offshore, con le pale ancorate in mare aperto, attirerà finanziamenti tripli rispetto alle centrali a gas e carbone.

Tutto questo, solo proiettando in avanti le tendenze già attualmente in corso, senza tenere conto di ulteriori implementazioni eventualmente disposte dai governi impegnati nella transizione. Uno scenario che porta a ipotizzare il raggiungimento a breve termine del cosiddetto “picco” della domanda di combustibili fossili, dopo il quale il consumo inizierà a scendere progressivamente e con esso anche le relative emissioni.

Purtroppo, ciò non avverrà abbastanza in fretta per rispettare i termini prudenziali del già citato Accordo di Parigi, che punta a contenere l’aumento delle temperature globali a fine secolo al di sotto dei 2°C, meglio ancora se entro 1,5°C, per contenere gli effetti già critici dei mutamenti climatici in corso. Con le tendenze sopra descritte, in sé positive, l’aumento è comunque previsto dell’ordine dei 2,4°C, incremento che ci porterebbe verso uno scenario che da critico rischia di diventare catastrofico.

Per evitare o perlomeno mitigare questa eventualità, la IEA ammonisce che in tempi brevi i decisori politici dovrebbero impegnarsi per raggiungere 5 obiettivi strategici entro il 2030: raddoppiare l’efficienza energetica; triplicare l’apporto delle rinnovabili; ridurre di tre quarti le emissioni di metano; finanziare la transizione dei Paesi poveri e, soprattutto, ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili.

Una serie di impegni al momento disattesi o portati avanti in modo insufficiente, nonostante l’accelerazione descritta in precedenza, con un’Italia che, occorre ribadirlo, si muove addirittura in direzione contraria, con una visione miope e distorta, che penalizza le nostre stesse imprese, a volte all’avanguardia nel campo delle rinnovabili, nonostante tutto. Non si tratta solo di essere ecologisti: la transizione sarebbe vincente anche dal punto di vista economico, con la creazione di un numero di posti di lavoro superiore a quelli destinati a essere cancellati nei settori destinati all’obsolescenza. Investendo nelle rinnovabili, in particolare nel fotovoltaico, potremmo azzerare la nostra dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, risanando il divario negativo della nostra bilancia economica import/export. Invece, a pochi anni dal raggiungimento del picco della domanda di fonti fossili, con i consumi destinati in prospettiva a calare, sentiamo ancora vaneggiamenti che vorrebbero trasformare l’Italia “nell’hub del gas destinato all’Europa”, col rischio di sperperare cifre faraoniche per cercare di vendere metano a chi presto non saprà più cosa farsene …

Una follia dal punto di vista economico prima ancora che ecologico, che rischia di relegare l’Italia ai margini delle tendenze produttive ed economiche proprio nel momento decisivo per la transizione necessaria e ineludibile che dobbiamo mettere in atto per scongiurare il peggioramento delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Uno scenario che, nonostante i progressi degli ultimi anni, resta ancora il più probabile, con l’aumento dei fenomeni climatici estremi che già oggi provocano vittime e danni ingenti anche nel nostro Paese. Eppure, una parte della politica si ostina a negare l’evidenza. Per questo, tra l’altro, saranno cruciali le prossime elezioni europee del 2024. Se prevarranno le forze reazionarie, le timide politiche intraprese ultimamente dall’UE per la transizione verranno stoppate del tutto, come già successo in Italia, dove l’attuale Governo ha mostrato chiaramente il proprio atteggiamento negazionista nei confronti dei mutamenti climatici. Se anche il futuro Parlamento europeo sarà composto in maggioranza da forze politiche reazionarie e negazioniste, l’UE innesterà una fatale retromarcia verso le fonti fossili, portandoci inesorabilmente verso uno scenario climatico catastrofico. Un rischio più concreto di quanto si possa pensare.

La nostra estinzione prossima ventura. Tra dati certi e accuse di fanatismo ambientalista

Valter Giuliano

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “open access” Plos One ha indicato in 2.800 le specie a rischio di estinzione in Europa. Sono state esaminate le 14.669 specie del continente incluse nella Lista Rossa dell’Uicn, che rappresentano il 10% di quelle presenti e classificate. Dunque, una su cinque sarebbe a rischio, con percentuali che vanno dal 27% tra i vegetali e il 24% degli invertebrati
Forese bisognerebbe cominciare a pensare di inserire nella Lista rossa anche la nostra specie, avviata incoscientemente verso l’autoestinzione.
«E se fosse proprio così?», si domandano gli attivisti di Extinction Rebellion - una delle sigle più attive sulla scena del nuovo ambientalismo ribelle e radicale - che su questa ipotesi inquietante hanno costruito il loro impegno e la loro mobilitazione.
Quelli che i giornali mainstream e la politica di destra liquidano a male parole, con epiteti insultanti, invocando pene da Stato di polizia e applicando sanzioni, come il foglio di via, sinora adottate solo per delinquenti abituali.
Più facile soffermarsi sulle loro azioni che interrogarsi sui motivi che le muovono.
E se, invece, avessero ragione proprio loro?

La febbre cresce
Attualmente il nostro pianeta è più caldo, rispetto all’epoca preindustriale di fine Ottocento, di 1,1 gradi e le proiezioni dell’Unep indicano temperature medie globali in aumento di 2,5 - 2,9 gradi. Secondo gli esperti dell’Ipcc per fermare la febbre crescente del pianeta, il riscaldamento andrebbe contenuto in non più di 1,5 gradi.
Perché ciò accada le emissioni globali di gas climalteranti devono essere ridotte del 43% rispetto al 2019 entro il 2030 (la realtà cruda dei dati, riferita a oggi, ci dice che sono destinate a salire del 9%), e del 60% entro il 2035 per poi raggiungere l’obiettivo zero nel 2050. Se tutto ciò, da tempo noto, non accadrà, ci troveremo di fronte al crollo dell’ Antropocene, con un conseguente caos ad oggi imprevedibile a partire dal come affrontarlo. È del tutto presumibile, invece, che ne pagherà il salato prezzo la nostra specie. Il futuro dunque potrebbe essere già oggi ipotecato. Ce lo dicono le leggi della fisica. Nel frattempo, la soglia delle 350 parti per milione di anidride carbonica in atmosfera è stata da tempo superata e dalle 340 del 1980 si è saliti alle attuali 420 e oltre. A questo proposito va subito detto che (dati 2019) l’1% più ricco, in termini di reddito, della popolazione mondiale (77 milioni) è responsabile di una quota di emissioni di gas climalteranti (16%) pari a quella attribuibile a 5 miliardi di esseri umani, vale a dire i 2/3 dell’umanità. Tradotto significa che chi appartiene a quell’1% inquina in media in un anno quanto inquinerebbe una persona del restante 99% dell’umanità in 1.500 anni. Se ancora ce ne fosse bisogno, dall’ONU arriva un campanello d’allarme che rischia di trasformarsi ben presto nel rintocco di una campana a morto: le probabilità di raggiungere l’obiettivo fissato alla Cop di Parigi, di fermare il riscaldamento a 1,5 gradi, sono scese al 14%.

Un nuovo allarme e le conseguenze dall’Antartide all’Africa
Il 21 novembre Copernicus (il programma europeo di monitoraggio globale dell’ambiente e della sicurezza) ci ha avvisati che si è verificato il primo giorno sopra la media delle temperature atmosferiche del periodo preindustriale. Un calcolo che il centro di ricerca ha estratto da un insieme di dati e parametri forniti da strumenti sofisticati (a terra e satellitari) che tengono sotto controllo l’intero pianeta, oceani compresi, giorno e notte. La situazione è all’origine di fenomeni mai osservati.  In Antartide è alla deriva un nuovo iceberg di circa 4 mila chilometri quadrati. Segue un distacco verificatosi a gennaio che, a sua volta, ha fatto seguito a quelli del 2019 e del 2021; quest’ultimo. ancor più grande dell’attuale, si è nel frattempo fuso del tutto. Il record spetta in ogni caso ancora alla massa di 11 mila km2 alla deriva nel Duemila Le conseguenze possono essere catastrofiche e vanno ben al di là di qualche centimetro di crescita del livello di oceani e mari. Va persa una grande riserva d’acqua dolce e si possono innescare squilibri dalle conseguenze pesanti sulle correnti marine, a cominciare da quella del Golfo. E di conflitti territoriali geostrategici per il governo delle risorse naturali.
In Africa è già cominciata la preannunciata guerra per l’accesso e la disponibilità dell’acqua. Cambiamento climatico e pressione antropica segnano la progressiva scarsità di una risorsa naturale considerata, a torto, inesauribile. Secondo i dati del recente “State of African Environmental Report”, redatto in collaborazione tra il Centro indiano per la scienza e l’ambiente e l’analoga istituzione keniana, il Lago Ciad - su cui si affacciano e delle cui acque fruiscono Ciad, Nigeria, Camerun e Niger - dagli anni Sessanta ad oggi ha visto ridursi del 90% la sua quantità d’acqua.
In tutte le regioni interessate dal passaggio del Nilo, del Niger e del Congo, principali arterie idriche del continente, nonché sulle sponde del Lago Vittoria, sono aumentati in maniera esponenziale i conflitti tra allevatori e coltivatori per l’accesso all’acqua.
Per salvarci dall’estinzione bisogna investire. L’Unep nel suo recente (novembre) rapporto sugli adattamenti climatici, indica la necessità di una cifra stimata tra i 215 e i 387 miliardi di dollari per far fronte agli impegni di adattamento dei Paesi poveri; constata che ne hanno ricevuti il 10%, pari a 21 milioni. La Cop 26 di Glasgow chiedeva di raggiungere i 40 miliardi l’anno entro il 2025. Nel mentre si apre la Cop 28 di Dubai: chissà se verrà tenuto in debito conto che 1 miliardo di investimenti in prevenzione ne scongiura 14 di danni? Vedremo... È più probabile serva a stipulare nuovi contratti per forniture di gas e petrolio da parte dei Paesi del Golfo, piuttosto che prendere le necessarie e inderogabili decisioni per raggiungere gli obiettivi fissati a Parigi 2015.

Il disinteresse del Mercato
Di fronte a questa situazione che porta l’umanità sulla soglia dell’estinzione, il comparto economico-energetico sembra del tutto indifferente e si continuano a cercare ed estrarre fonti fossili. Complice anche il nostro Governo, con il nuovo via libera alle trivelle in Adriatico. Una notizia ancora peggiore, se è possibile, arriva dal settore del carbone, i cui consumi, nel 2022, sono saliti al record mondiale di 8,3 miliardi di tonnellate (dati Aie - Agenzia internazionale per l’energia) e nel contempo attira nuovi investimenti. La Svizzera Glencore ha rilevato la canadese Teak Resource per nove miliardi di dollari e pare interessata a rilanciare la produzione di elettricità con una nuova centrale a carbone. Nella prima metà di quest’anno la domanda di carbone è scesa del 24% negli USA e del 16% nell’Ue, ma è cresciuta di oltre il 5% tra Cina e India, andando ben oltre la compensazione dei cali occidentali.

L’indifferenza dell’informazione
Eppure, di fronte a questi accadimenti oggettivi che si basano su dati scientifici verificati e conclamati e certamente non di parte, assistiamo ogni giorno al negazionismo ignorante e pervicace di numerosi organi di presunta informazione che, in palese malafede, continuano imperdonabilmente ad ammansirci, scrivendo irresponsabilmente di allarmi ingiustificati e di fanatismo ambientalista. Oltre ciò, omettono informazioni di fonte ufficiale e autorevole come quelle che abbiamo sopra cercato di riassumere.
È constatazione amara quella di dover prendere atto di come il sistema informativo italiano - non a caso nella parte bassa della classifica mondiale - risulti supino e dipendente dai centri di potere delle lobbyes economiche della crescita e del profitto a ogni costo che le finanziano (la maggior parte delle testate private ipocritamente classificate “indipendenti”) oppure della partitocrazia lottizzatrice che, a parte qualche lodevole eccezione, è altrettanto portatrice di colpevole ignavia e di interessi di parte che finiscono col prevalere su quelli collettivi (la cosiddetta “ informazione pubblica”, che sosteniamo con i nostri tributi).

Futuro “No profit”
Di fronte alla registrazione di questi fatti e di questi atteggiamenti la domanda sorge spontanea: c’è ancora tempo per una transizione ecologica graduale? Probabilmente no.
E se no, cosa ci salverà dall’estinzione?
Un sovvertimento globale. Una riconversione in cui il futuro è “No profit” o non è.

Stato di conservazione dei rettili in Italia

Leonardo Vignoli
Dipartimento di Scienze, Università degli studi Roma Tre

Introduzione

I rettili sono stati considerati in passato animali di "minore importanza" e si è ipotizzato che la loro scomparsa "non faccia molta differenza in un senso o nell'altro". Lo stesso Linneo, nel suo Systema Naturae del 1758, descrisse i rettili come "animali disgustosi e ripugnanti... abominevoli a causa del loro corpo freddo... dell'aspetto feroce... e della loro squallida dimora". Fortunatamente, tali sentimenti sono sempre più superati, poiché gli scienziati rivelano il ruolo significativo che i rettili svolgono in molti ecosistemi.

Malgrado i rettili siano tra i vertebrati il gruppo meno studiato e siano ancora spesso trascurati rispetto ad altri organismi, c'è un crescente interesse nella conservazione della loro diversità biologica. La diminuzione delle popolazioni di rettili, che siano poco osservate o abbiano già una documentazione ampia, desta preoccupazione non solo per il ruolo ecologico cruciale che ricoprono in vari habitat, ma anche per le implicazioni sulla salute generale dell'ambiente, analoghe al declino di altre forme di vita. Qualunque siano le ragioni, la volontà di preservare i rettili e di acquisire una comprensione più approfondita della loro ecologia richiede informazioni dettagliate sul loro stato attuale, sulla loro distribuzione e sui fattori che ne influenzano il declino

Come accade per molte altre specie animali, negli ultimi tempi i biologi della conservazione hanno espresso preoccupazione per il declino dei rettili, alcuni dei quali hanno ricevuto notevole attenzione (come nel caso della crisi delle tartarughe asiatiche). Senza dubbio il numero di popolazioni di alcune specie è in diminuzione, specialmente per i serpenti. Tuttavia, la significativa mancanza di dati sullo stato di conservazione della maggior parte delle specie di rettili in molte parti del mondo ha ostacolato una comprensione completa e un'appropriata valutazione della loro situazione attuale e una proiezione attendibile per quella futura. In alcuni casi, le preoccupazioni per il declino si fondano solo su testimonianze aneddotiche o su una crescente percezione della rarefazione di una specie, senza dati quantitativi a sostegno. È evidente che una delle priorità per gli erpetologi e gli studiosi di fauna selvatica dovrebbe essere quella di chiarire la situazione globale e la distribuzione delle varie popolazioni di rettili (Todd et al., 2010).

I rettili hanno avuto una storia evolutiva lunga e complessa, essendo apparsi per la prima volta sulla Terra nel tardo Paleozoico, oltre 250 milioni di anni fa (secondo le stime della filogenesi molecolare e i primi reperti fossili). Sono considerati un gruppo evolutivamente di successo, in grado di adattarsi a una vasta gamma di ambienti, che spaziano da quelli temperati ai tropicali e desertici, occupando habitat terrestri, d’acqua dolce e marini. All'interno dei sistemi naturali, i rettili svolgono ruoli ecologici cruciali come predatori, prede, consumatori di piante, dispersori di semi; in aggiunta, molte specie rappresentano indicatori biologici della salute dell'ambiente.

Finora sono state descritte 12.060 specie di rettili (http://www.reptile-database.org/db-info/SpeciesStat.html) e le nuove analisi molecolari continuano a portare alla luce numerose specie criptiche che non erano state individuate in precedenza usando le sole analisi morfologiche.

L'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) è leader a livello mondiale nella valutazione dello stato di conservazione e del rischio di estinzione di moltissime specie vegetali e animali nell'ambito del suo programma di Lista Rossa. Anche se l’IUCN ha valutato in modo esaustivo uccelli, mammiferi e anfibi, la valutazione globale dei rettili è stata avviata solo di recente e attualmente, i rettili rimangono uno dei taxa di vertebrati meno conosciuti il cui stato di conservazione è stato valutato per circa l’84% delle specie descritte.

Tutte le popolazioni animali sperimentano presumibilmente un certo livello di fluttuazione normale nell'abbondanza, che varia a seconda della specie o della popolazione in questione. Le popolazioni di rettili sono sempre più studiate da parte di zoologi ed ecologi, e l’accumulo di informazioni sempre di maggiore dettaglio è fondamentale per riuscire a distinguere tra i declini naturali e quelli antropogenici, per determinare se le fluttuazioni nella distribuzione o nell'abbondanza rappresentino un "declino" reale. Pertanto, il monitoraggio a breve termine, che fornisce istantanee limitate delle dimensioni della popolazione, può rivelare lo stato attuale, ma non può rivelare le tendenze a lungo termine della popolazione o le cause di tali andamenti. Per questo motivo, il valore degli studi a lungo termine e dei dati da essi generati non deve essere sopravvalutato a dispetto delle difficoltà intrinseche della loro conduzione (sforzo di personale ed economico). Tuttavia, anche l'accumulo di dati provenienti da numerosi studi a breve termine può rivelare una traiettoria di declino generalizzato delle popolazioni di una specie e indicare le priorità di conservazione di una determinata specie o popolazione.

Stabilire un nesso causale tra un fattore specifico e il declino delle popolazioni di rettili può essere difficile, ma è di primaria importanza per una conservazione efficace. Sebbene in alcuni casi un solo fattore possa avere un impatto significativo su una popolazione, quasi sempre più fattori interagenti influenzano l'abbondanza e la distribuzione di una specie. Diversi fattori sono stati identificati come minacce per le popolazioni di rettili e sono implicati nel declino di almeno alcune specie, tra cui la perdita e la frammentazione dell'habitat, il prelievo non sostenibile, la contaminazione ambientale antropogenica, i cambiamenti climatici, le specie invasive, le malattie e il parassitismo. Altri due fattori raramente menzionati, ma di grande importanza per la sopravvivenza delle popolazioni di rettili sono l'indifferenza sociale e gli interessi particolari o politici. L'indifferenza sociale può costituire un ostacolo rilevante per la tutela dei rettili, dato che molti di essi sono oggetto di derisione o paura personale, una sfida che necessita di essere superata prima che si possa suscitare un genuino interesse per la loro salvaguardia. Allo stesso modo, le strategie di allocazione di risorse per la conservazione della biodiversità da parte di organizzazioni non governative e dei governi statali, provinciali o nazionali difficilmente sono indirizzate a riconoscere la situazione delle specie in declino e la necessità di uno sforzo di conservazione. L’orientamento di interessi particolari o politici innegabilmente ha un impatto considerevole sulla conservazione di molti rettili.

Quasi una specie di rettili su cinque è minacciata di estinzione, mentre un'altra specie su cinque è classificata come carente di dati. La percentuale di specie di rettili minacciate è più alta negli ambienti d'acqua dolce, nelle regioni tropicali e nelle isole oceaniche, mentre la carenza di dati è più elevata nelle aree tropicali, come l'Africa centrale e il Sud-est asiatico, e tra i rettili fossori. È riconosciuta la necessità di concentrare l'attenzione della ricerca sulle aree tropicali che stanno vivendo i tassi più drammatici di perdita di habitat, sui rettili fossori per i quali c'è una mancanza cronica di dati e su alcuni taxa, come i serpenti, per i quali il rischio di estinzione può attualmente essere sottostimato a causa della mancanza di informazioni sulla demografia delle popolazioni. Le azioni di conservazione devono in particolare mitigare gli effetti della perdita di habitat e del prelievo antropico, che sono le minacce principali per i rettili (Cox et al., 2022).

 

Diversità e stato di conservazione dei rettili in Italia.

Secondo la più recente checklist (Sindaco e Razzetti, 2021), l'erpetofauna italiana è rappresentata da 101 specie (42 anfibi e 59 rettili). Per quanto attiene ai rettili, cinque specie sono tartarughe marine, di cui solo Caretta caretta si riproduce regolarmente sulle spiagge italiane; Dermochelys coriacea e Chelonia mydas sono osservate regolarmente lungo le coste italiane, mentre Lepidochelys kempii ed Eretmochelys imbricata sono presenti nel Mediterraneo solo con individui osservato occasionalmente. Quattro specie sono aliene naturalizzate nell'ultimo secolo (Trachemys scripta, Chamaeleo chamaeleon, Indotyphlops braminus e Eryx jaculus). Più difficile è accertare se alcune specie ben radicate siano realmente autoctone o se la loro presenza sia dovuta ad antiche introduzioni mediate dall'uomo (le cosiddette specie "parautoctone"). Anche se i dati biogeografici e genetici supportano fortemente l'introduzione da parte dell’uomo di alcune specie in tempi antichi (ad esempio Testudo marginata, T. graeca ed Emys orbicularis in Sardegna), per altre (Chalcides chalcides, C. ocellatus, Podarcis siculus, Natrix maura e Hemorrhois hippocrepis in Sardegna, Podarcis filfolensis a Linosa e Lampione, Mediodactylus kotschyi in Puglia e Basilicata) non è ancora chiara l’origine.

Un primo passo fondamentale per la pianificazione della conservazione e la definizione delle priorità è la valutazione dello stato delle specie in base al loro rischio di estinzione. Da oltre quarant'anni l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) valuta lo stato di minaccia globale delle specie e pubblica i risultati nella Lista Rossa IUCN delle specie minacciate, aggiornata periodicamente. Inoltre, numerosi Paesi hanno pubblicato liste nazionali di specie minacciate, spesso basate sui criteri dell'IUCN e linee guida per l'applicazione dei criteri della Lista Rossa IUCN a livello regionale. I criteri IUCN per la classificazione delle specie minacciate nelle liste rosse sono stati costruiti principalmente per essere applicati su scala globale e l'utilizzo del sistema su scala nazionale può essere problematico. Tuttavia, la maggior parte degli sforzi di conservazione sono condotti a livello nazionale e quindi c'è una grande richiesta di liste rosse a livello nazionale. Il Comitato Nazionale Italiano per l'IUCN è uno dei 49 comitati nazionali riconosciuti dall'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN). Sebbene i comitati nazionali applichino i medesimi criteri per stabilire il rischio di estinzione delle specie, le discrepanze tra le liste rosse nazionali e la Lista Rossa IUCN globale o continentale esistono e possono avere importanti implicazioni per la pianificazione della conservazione. La lista rossa nazionale italiana può ad esempio riflettere non solo il rischio di estinzione, ma anche la rarità locale, l'importanza culturale di alcune specie o popolazioni, il valore di conservazione, il declino della popolazione locale, le priorità di conservazione, o una combinazione di diversi di questi fattori. Ovviamente, la stima di tali parametri misurata per specie il cui areale è solo parzialmente incluso in Italia può differire dalle stime fatte a scala di intero areale/globale. Per i rettili, la lista rossa italiana include le valutazioni di tutte le specie native o possibilmente native in Italia, nonché quelle naturalizzate in Italia in tempi preistorici. Da quando è attivo il Comitato Nazionale Italiano IUCN, ha prodotto una prima lista rossa dei vertebrati in cui sono inclusi i rettili nel 2013 poi aggiornata nel 2022. Facendo riferimento alla lista rossa IUCN europea per le specie di rettili presenti sul territorio italiano, al 2023 risultano 54 specie per le quali è stato stimato lo stato di rischio di estinzione. Di queste, 40 (74,1%) non è considerato minacciato (Least Concern – LC), 7 (13%) è prossimo ad essere minacciato (Near Threatened – NT), 5 (9,3%) sono minacciate o in pericolo critico di estinzione (1 Critically Endangered – CR, 4 Vulnerable- VU), mentre 2 (3,7%) specie sono carenti di dati (Data Deficient – DD) (Figura 1). È utile comparare lo stato di conservazione dei rettili italiano con quello delle specie di rettili a livello mondiale per valutare se la nostra fauna sia a maggiore o minore rischio di estinzione rispetto alla media nei vari paesi del mondo. A livello globale, la percentuale di specie minacciate di estinzione è pari al 18,1%, circa il doppio di quanto si rileva in Italia, mentre le specie non a rischio rappresentano il 61,8% del totale. Oltre alla proporzione delle specie minacciate, un’altra importante discrepanza nella valutazione dello stato di conservazione dei rettili italiani e mondiali è evidenziata dalle specie carenti di dati per le quali non è stimabile il rischio di estinzione che a scala mondiale (14,6%) è pari a circa quattro volte quella in Italia. Quest’ultimo dato riflette ovviamente i diversi livelli di diversità di specie nelle aree tropicali rispetto a quelle temperate e parimenti il differente sforzo di ricerca profuso in tali aree. Ci sono, infatti, ancora delle aree del mondo ad altissimo tasso di endemismo ed elevata biodiversità che sono in larga parte inesplorate (sudest asiatico e parte della regione neotropicale in particolare). Se confrontiamo la stima del rischio di estinzione per i rettili italiani riportato dal Comitato Italiano IUCN nel report del 2022 possiamo osservare che le specie considerate presenti sul territorio italiano sono 48 e quelle valutate a rischio di estinzione 12 pari al 25% del totale. Tale valutazione diverge significativamente dalla categorizzazione fatta dalla IUCN Europa (9,3%) risultando una percentuale quasi tripla. Tale discrepanza è dovuta principalmente alla valutazione di alto rischio di estinzione per sei specie nella lista nazionale e nessuna nella lista IUCN Europa, mentre le specie vulnerabili sono più o meno le stesse come anche l’unica specie in pericolo critico di estinzione, la lucertola delle Eolie, condivisa dalle due liste. È importante ricordare che alcune discrepanze tra queste liste sono attese. Ad esempio, il caso di specie minacciata a livello nazionale/non minacciata a livello globale può essere un disallineamento previsto, a patto che la specie non sia endemica del paese (ad esempio, la categoria più alta a livello nazionale è spesso un riflesso del rischio più elevato di estinzione che una sottopopolazione corre rispetto all'intera popolazione globale). Quindi, supponendo che tutte le valutazioni riguardino le stesse specie e siano condotte con un errore pari a zero, si prevede che le specie minacciate a livello nazionale siano più numerose di quelle a livello globale.

Per valutare lo sforzo di conservazione verso specie di rettili di interesse comunitario, un’analisi dei target dei progetti europei LIFE Natura può essere rappresentativa di quanto interesse tali animali suscitano nella Comunità Europea, uno dei maggiori organi di politiche di conservazione a livello mondiale. Interrogando il portale pubblico dei database LIFE (https://webgate.ec.europa.eu/life/publicWebsite/search/advanced) si può verificare che di 1869 progetti LIFE Natura cofinanziati dall’Unione Europea dal 1992 a oggi, solo il 2% (39) ha come organismo target una o più specie di rettili. Se escludiamo le specie marine, solo l’1% (23) dei progetti LIFE Natura ha come obiettivo la conservazione di specie di rettili terresti o d’acqua dolce dei quali solamente 3 sono svolti esclusivamente in Italia. È evidente quindi come, a dispetto di uno stato di conservazione non ottimale, le specie di rettili non siano attenzionate con strumenti di tutela alla stessa stregua di altri vertebrati. Nel bando LIFE Natura del 2022, delle 122 proposte di progetti LIFE Natura valutate dalla Commissione Europea solo due erano inerenti alla conservazione di specie di anfibi e rettili e solo una di queste è stata finanziata tra le 33 totali. Si tratta di un progetto incentrato sulla conservazione della lucertola delle Eolie, Podarcis raffonei, endemica dell’arcipelago omonimo (Conservation of the Aeolian wall lizard, through translocation, reintroduction, and habitat restoration. LIFE22-NAT-IT-LIFE-EOLIZARD/101114121) che prevede diverse azioni al fine di garantire la tutela e la persistenza a lungo termine per uno dei vertebrati europei a più alto rischio di estinzione.

 

Il caso della lucertola delle Eolie (Podarcis raffonei)

La lucertola delle Eolie, Podarcis raffonei (Mertens, 1952), è considerata tra gli elementi di maggior pregio che caratterizzano la diversità dell’erpetofauna su scala regionale e nazionale.Specie endemica esclusiva delle Isole Eolie, Podarcis raffonei, sopravvive attualmente in sole quattro stazioni relitte e geograficamente isolate tra loro con una consistenza numerica stimata in circa 2000 individui, ed è per questo stata inclusa tra le specie criticamente minacciate di estinzione (CR) nella Lista Rossa dell’IUCN.

Prima dell’arrivo dell’uomo, la lucertola delle Eolie era verosimilmente diffusa su gran parte delle isole dell’arcipelago. Oggi, invece, P. raffonei rimane confinata a Vulcano sul promontorio di Capo Grosso, a Strombolicchio, Scoglio Faraglione e La Canna. In tutte le isola maggiori dell’arcipelago, è presente la lucertola campestre P. siculus con cui P. raffonei si ibridizza e con la quale è in atto un processo di esclusione competitiva che sembra avere relegato P. raffonei in ambienti sub-ottimali (rocce esposte con poca vegetazione) e portato all’estinzione locale della lucertola delle Eolie dalla quasi totalità delle isole principali. Sull’isola di Vulcano, l’ultima ad essere stata colonizzata dall’uomo per via dell’intensa attività vulcanica che si è interrotta solo alla fine del XIX secolo, e l’ultima isola maggiore dove ancora sopravvive P. raffonei, è stato possibile osservare l’interazione tra la lucertola delle Eolie e la lucertola campestre introdotta dall’uomo. Quando negli anni ’80 e ’90 il dr. Massimo Capula descrive la lucertola delle Eolie, riconoscendola come specie distinta dai taxa siciliani, P. raffonei era ancora presente con diverse popolazioni sull’isola di Vulcano. Nell’arco di tre decadi oggi troviamo una singola popolazione di lucertola delle Eolie su un piccolo promontorio, e P. siculus presente e abbondante nel resto dell’isola. Insieme all’ arrivo di P. siculus sul promontorio, la sopravvivenza di questa popolazione è minacciata da un cambiamento di gestione del pascolo sull’isola. Infatti, fino al 2015 il promontorio veniva usato da pastori locali per il pascolo invernale delle capre. Da quando questa pratica è stata interrotta, la vegetazione avventizia ha iniziato una crescita incontrollata, andando a coprire le essenze tipiche del promontorio e favorendo un ambiente idoneo alla crescita demografica del ratto. La combinazione di questi due fattori sta determinando un peggioramento dello stato di questa popolazione di lucertola delle Eolie. Sono infatti diminuiti negli ultimi anni sia il numero di individui che le condizioni di salute delle lucertole (intese come massa corporea). Per migliorare lo stato di conservazione generale della lucertola delle Eolie e salvaguardare la sopravvivenza della popolazione di Capo Grosso nasce il progetto LIFE EOLIZARD.

LIFE EOLIZARD è un progetto quinquennale che vede la collaborazione di diversi enti di ricerca Nazionali e Internazionali coordinato dal Dipartimento di Scienze dell’Università degli Studi Roma Tre. Per garantire un futuro alla lucertola delle Eolie questo progetto prevede diverse azioni ambiziose e innovative: da una parte la protezione della popolazione di Capo Grosso controllando il numero di ratti e ripristinando l’habitat idoneo, contemporaneamente, l’istituzione di nuove popolazioni di P. raffonei e di un Santuario che ne garantisca la sopravvivenza a lungo termine. Per la creazione del Santuario è necessaria la disponibilità di isolotti “lizard-free” ovvero dove non sia presente la competitiva lucertola campestre. Isolotti con tali caratteristiche esistono nell’arcipelago ma sono tutti di dimensioni pari o inferiori a quelli ad oggi colonizzati dalla lucertola delle Eolie, e proprio per l’assenza di popolazioni vitali di lucertola non garantiscono la presenza di un habitat idoneo a supportare popolazioni di lacertidi. Per questo EOLIZARD ha previsto la traslocazione della lucertola campestre da due isolotti di dimensioni significativamente maggiori, gli isolotti di Lisca Bianca e Bottaro prospicienti l’isola di Panarea, per la creazione di nuove popolazioni di P. raffonei. Nei primi tre anni di progetto, tramite delle trappole a caduta disposte a rete sui due isolotti, saranno catturate le lucertole campestri presenti su Lisca Bianca (Fig. 7) e Bottaro, che dopo una breve detenzione saranno poi liberate sull’Isola di Panarea, abitata anch’essa da P. siculus. Contemporaneamente, nei centri di riproduzione in cattività costruiti appositamente con i fondi del progetto al Bioparco di Roma e a Malfa (Salina), saranno allevate in cattività lucertole delle Eolie provenienti dalle popolazioni di Scoglio Faraglione (Fig. 8) e Capo Grosso. Gli individui riproduttori saranno scelti grazie ad analisi genetiche e genomiche che permettono di caratterizzare gli individui e creare le coppie più idonee secondo criteri oggettivi, determinando la più alta varietà genetica possibile nelle nuove popolazioni a garanzia della massimizzazione della fitness degli animali da rilasciare nel santuario.

 

Letteratura citata

- Cox, N., Young, B. E., Bowles, P., Fernandez, M., Marin, J., Rapacciuolo, G., ... & Xie, Y. (2022). A global reptile assessment highlights shared conservation needs of tetrapods. Nature, 605(7909), 285-290.

- Sindaco, R., & Razzetti, E. (2021). An updated check-list of Italian amphibians and reptiles. Natural History Sciences, 8(2), 35-46.

- Todd, B. D., Willson, J. D., & Gibbons, J. W. (2010). The global status of reptiles and causes of their decline. Ecotoxicology of amphibians and reptiles, 47, 67.

Sforzi ricompensati, estinzione scampata. Il ritorno della lince

Valter Giuliano

Può anche accadere che specie che ritenevamo sull’orlo dell’estinzione, ritrovino nuovi spazi per garantirsi il futuro.
Al Parco nazionale del Gran Paradiso il regalo più importante per il compleanno centenario potrebbe averlo portato la lince. L’ha avvistata, a fine ottobre, una fototrappola che ha immortalato l’animale, rendendo certa la segnalazione. Tenendo, com’è prudente fare in queste situazioni, riservato il luogo esatto dell’avvistamento per proseguire le verifiche sulla effettiva presenza, al Parco dicono che si tratta, con ogni probabilità, di un individuo in dispersione, alla ricerca di nuovi territori.
Sin dagli anni ’80 si sono registrati avvistamenti dubbi e numerose segnalazioni. Ora, per la prima volta, la presenza viene documentata con certezza. L’ultimo dato di presenza certa della lince nel territorio del Parco risale al 1916, quando l’area protetta non era ancora stata istituita. Ai tempi della Riserva Reale di Caccia frequenti furono gli abbattimenti attuati dalle guardie, che erano incentivate al prelievo di quello che era considerato un nemico dello stambecco.
Sulle Alpi la specie si è estinta agli inizi del ‘900 a causa della persecuzione dell’uomo. Si registrano dati relativi agli ultimi esemplari nel Cadore (1837) in Alto Adige/Südtirol (1872), in Valle Roya (1918) e nella Val Varaita (1937).
Solo recentemente, dagli anni Ottanta, è ricomparsa in Italia con esemplari in transito, probabilmente provenienti da Svizzera e Slovenia. Sono state raccolte varie segnalazioni nelle valli di confine con Francia e Svizzera; le più recenti, documentate, ad agosto e novembre 2022, rispettivamente in Val Isorno (VCO) e in Val d’Ayas (AO).
La specie è invece al centro del Progetto Lince Italia che vede capofila l’Università di Torino e che ha promosso la reintroduzione del felino nel Tarvisiano, a fine novembre dello scorso anno, con cinque esemplari: due femmine provenienti dalla Svizzera, un maschio e una femmina dalla Romania e un maschio dalla Croazia.
Attualmente, tra Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige/Südtirol ci sarebbero tra i 10 e i 15 animali.
Osservazioni di lince sono state di recente effettuate anche in Valle d’Aosta, confermate dal Corpo Forestale Regionale, e queste ripetute segnalazioni fanno presagire la possibilità di un ritorno della preziosa specie. Se il ritorno al Parco del Gran Paradiso fosse confermato, riempirebbe un vuoto che dura da oltre un secolo. E al quale si cercò, qualche tempo fa, di porre rimedio.
Era la stagione in cui, grazie soprattutto all’impegno dell’allora direttore Francesco Framarin, furono presi in considerazione progetti di possibile restauro della biodiversità originaria, in particolare per quel che concerne la fauna. Una testimonianza scritta di quelle progettualità la si ritrova nello studio di Holloway C.W. & Jungius H., Reintroduzione di alcune specie di mammiferi  e di uccelli nel Parco Nazionale Gran Paradiso (1975).
Il ritorno del gipeto, il cui ultimo esemplare sulle Alpi venne abbattuto in Val di Rhêmes il 29 ottobre 1913, ha avuto successo e dal 1986 il maestoso uccello è tornato a volare libero nei cieli delle Alpi.
Non così è accaduto per la lontra in Vasavarenche, oggi presente con tre individui nel “Centro Lontra”, area faunistica a Rovenaud.
Meno che mai per la lince, il cui tentativo di reintroduzione si frantumò a causa del mancato arrivo delle femmine dal Parco degli Alti Tatra, nell’allora Cecoslovacchia.
Era una notte dell’estate 1975 quando insieme a un paio di altri coraggiosi partigiani dell’ambiente (eravamo le prime Guide della Natura del Parco) percorremmo le valli valdostane del Parco - non senza rischio e pericolo - incollando, educatamente, a fianco dei manifestini che attaccavano il Parco nazionale i nostri, che riportavano frasi dell’artista e poeta Samivel. Ha ricordato Piero Belletti che di quel “commando” faceva parte: «In quel periodo i rapporti tra parco nazionale e abitanti locali erano particolarmente tesi: la decisione della magistratura di Aosta di inglobare anche il fondovalle della Valsavarenche nel territorio protetto non era stata digerita dagli abitanti, che lo ritenevano una inattesa e imprevista violazione dei loro diritti. (...) Tra le prime iniziative di protesta vi fu appunto l’affissione di numerosi manifestini multicolori contenenti frasi tipo “PNGP=SPQR” e quella in vernice durevole sulla cappella del Buillet “Defenden les ommo, pas les fleures”, simmetrica nel regno vegetale a quella precedente di una decina d’anni, comparsa a Pescasseroli nel Parco nazionale d’Abruzzo: “Prima l’uomo, poi l’orso”». I testi dei nostri “tazebao” «inneggiavano all’importanza della tutela ambientale, come “Il parco nazionale protegge contro l’ignoranza e il vandalismo: beni e bellezze che appartengono a tutti”, “Acque libere, uomini liberi: qui comincia il paese della libertà, la libertà di comportarsi bene“, “Il parco nazionale è il grande giardino di tutti ed è anche una vostra eredità personale”».
Seppi anni dopo da un protagonista dell’impegno per la tutela della lingua francoprovenzale valdostana (in cui vennero scritte quelle rivendicazioni), di cui divenni amico, che il Parco in quegli anni fu messo nel mirino degli attacchi di chi si batteva per l’autonomismo regionale ed eretto a simbolo delle presunte vessazioni coloniali da parte dello Stato nazionale. Così mi spiegai quelle innaturali avversioni destinate fortunatamente a convertirsi, tempo dopo, in proficue collaborazioni.
Finimmo il nostro blitz ecologista confluendo all’alba nella casa del Parco di Rhêmes Notre Dame, dove nel frattempo erano arrivati a ristorarsi anche i guardaparco che nella notte avevano partecipato al tentativo di reintroduzione della lince con il lancio di alcuni esemplari.
Peccato che l’intesa con il parco nazionale cecoslovacco fece sì che vennero consegnati soltanto esemplari maschi, destinati ben presto a dileguarsi - come legge di natura vuole - alla ricerca di femmine rimaste distanti migliaia di chilometri.
Negli stessi anni la lince risultava peraltro presente in Svizzera, come mirabilmente raccontato in un bel documentario del 1988 di Michel Strobino (Au domaine du Lynx), presentato al Filmfestival di Trento. In terra elvetica si è prestata particolare attenzione alla tutela della specie.
Come è accaduto in Francia, dove uno specifico piano quinquennale è stato avviato per proteggere gli esemplari giunti attraverso la Svizzera a partire dagli anni Settanta e che ora si concentrano nei Vosgi e nel massiccio del Giura, dove vivono i 2/3 dei circa 150 individui presenti oltralpe.
Dell’Italia abbiamo detto. Della lince che sembra essere tornata in quel Gran Paradiso che quasi cinquant’anni fa avrebbe voluto riaccoglierla, ci auguriamo possa stabilizzarsi, per completare una catena biologica e alimentare preziosa per la biodiversità del territorio del Gran Paradiso.
Lasciatemi pensare che l’esemplare catturato dalle fototrappole possa essere un pronipote di una di quelle rilasciate, senza successo. che ha voluto tornare sulle tracce dei suoi antenati.

Mammiferi a rischio estinzione in Italia: il caso particolare della lince eurasiatica (Lynx lynx)

Paolo Molinari
Progetto Lince Italia – c/o Dipartimento di Scienze Veterinarie - Università di Torino
IUCN Cat Specialist Group

Il livello di biodiversità in Italia è notevole. Le specie sono molte e una percentuale importante (intorno al 10%) è addirittura endemica. Un’ampia varietà di questi animali è tuttavia soggetta a minacce concrete. Anche le specie in pericolo di estinzione non sono poche e riguardano anche i mammiferi del nostro paese. Da poco il Ministero dell’Ambiente e Federparchi hanno presentato le "liste rosse" di animali e vegetali in pericolo.Sono ben 161 le specie di animali vertebrati a rischio di estinzione secondo questa classifica in Italia. Tra i mammiferi i più numerosi l’ordine dei chirotteri, noti come pipistrelli. Tra i più eclatanti è menzionato l’orso bruno marsicano (Ursus arctos mariscanus). Discutibili diverse delle classificazioni, che appaiono spesso soggettive, frutto di scarse conoscenze (scarso o assente monitoraggio) o addirittura della semplice sconsiderazione delle conoscenze note. Ma nulla è perfetto, non è facile restare al passo e questa “lista” va considerata come un importante sforzo e un primo inizio su cui lavorare.

Al di là della lista, tra le specie che molti esperti definiscono a forte rischio, diverse sono quelle alpine, vittime soprattutto dei veloci cambiamenti climatici. Dalla lepre variabile (Lepus timidus), all’arvicola delle nevi (Chionomis nivalis) e all’ermellino (Mustela erminea); tra le specie diffuse anche in altri ambienti invece la donnola (Mustela nivalis) e la puzzola (Mustela putorius), o l’endemico scoiattolo nero meridionale (Sciurus meridionalis), per citarne solo alcuni tra quelli che però nella lista IUCN Italia sono considerati semplicemente come LC – Least Concern – ovvero con “minima preoccupazione”.

Quali le cause principali che portano a minacciare o addirittura al rischio di estinzione queste specie?
Perdita e distruzione degli habitat e il frazionamento degli stessi, inquinamento, commercio illegale, bracconaggio e cambiamenti climatici. Ma anche concorrenza con specie aliene invasive e cause indirette come il calo generale degli insetti o degli anfibi, intesi come fonte di cibo per alcune delle specie.

Come interpretare le classificazioni e i diversi livelli di minaccia, fino a quello di estinzione?
È importante fare chiarezza. Quando parliamo di specie minacciate o a rischio di estinzione, dobbiamo sempre specificare se si tratta di una considerazione globale o regionale, locale. Se riguarda la specie in genere, solo alcune popolazioni o nuclei isolati di esse. Una minaccia o una estinzione regionale/locale può essere anche un fenomeno temporaneo. Una situazione locale di scomparsa, percepita come estinzione, può essere considerata in chiave ecologica (a posteriori, dopo nuovi sviluppi), anche come un semplice periodo di assenza per restringimento provvisorio dell’areale di diffusione, causato da diverse delle ragioni sopra elencate. Per esempio, il caso del lupo in Appennino e nelle Alpi o dell’orso bruno nelle Alpi orientali italiane. Una minaccia può essere invece solo momentanea, ma poi rientrare per il miglioramento delle condizioni generali. Per dare il giusto peso alle diverse situazioni è pertanto necessario tenere conto di questi differenti fattori.

I criteri IUCN proprio per questo prevedono che a livello regionale è necessario una analisi più puntuale per decidere se la valutazione basata sui criteri generali necessiti di una correzione. Nel caso in cui una popolazione valutata a livello nazionale o regionale (locale) non abbia scambi con altre popolazioni al di fuori della regione considerata, la valutazione basata sui criteri globali risulterà corretta. Se invece si tratta solo di una parte di popolazione, la cui popolazione “sorgente” si trova in un altro stato, la valutazione potrebbe essere troppo pessimista o troppo ottimista. Nel caso in cui la popolazione sorgente sia stabile, infatti, la popolazione nazionale continuerà a ricevere l’apporto di individui dall’esterno, e il suo rischio di estinzione effettivo sarà più basso di quello stimato in base ai criteri. Se al contrario anche la popolazione sorgente è in declino, è possibile che in futuro non apporterà più individui alla popolazione nazionale. In questo caso il rischio di estinzione effettivo della popolazione nazionale sarà più alto di quello stimato in base ai criteri. Pertanto, la valutazione di rischio deve sempre tenere conto di queste considerazioni.

Valutazioni biologiche versus valutazioni politiche
È importante che le valutazioni biologiche sullo status delle specie e delle popolazioni siano fatte a livello di popolazione e su base biogeografica – ha poco senso farlo in considerazione dei confini amministrativi, politici e su base nazionale. Ma quando si parla di politiche e strategie di salvaguardia, di responsabilità nazionali, allora è importante fare anche una valutazione su livello nazionale. L’equilibrio tra le due varianti sarebbe l’approccio certamente più saggio e più proficuo per attente ed efficaci strategie di conservazione.

Una curiosità: le classificazioni IUCN e la lince eurasiatica
La lince eurasiatica è considerata oggi la specie di mammifero più rara del panorama faunistico nazionale. Parliamo di meno di 10 individui presenti sul territorio nazionale. In una tra le più importanti leggi nazionali che trattano la materia della gestione e conservazione della fauna, la 157 del 1992 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma), come in tutte le direttive comunitarie recepite in Italia è considerata come specie autoctona, degna di particolare tutela. Tuttavia nella nuova lista IUCN italiana (Lista Rossa IUCN dei vertebrati italiani), la specie lince compare addirittura nella categoria denominata “Non applicabile (NA)”. La definizione secondo le Linee Guida per l’Applicazione delle Categorie e Criteri IUCN a livello regionale è quindi quella di una “Categoria per un taxon ritenuto trascurabile ai fini della valutazione a livello regionale”. Qui sarebbe interessante capire cosa mai si sia inteso con la definizione “trascurabile”...

Sarà pure che dopo l’eradicazione è stata reintrodotta (come in tutti gli altri paesi alpini e mitteleuropei), ma la lince è pur sempre specie autoctona e gli esemplari utilizzati per i ripopolamenti sono tutti di origine carpatica, ovvero una popolazione che ancora meno di 200 anni fa viveva in continuità ecologica con le nostre linci originarie. La lince sarebbe “trascurabile” quindi solo perché compare in numeri bassi e in maniera discontinua? Non sarebbe più saggio e corretto, ragionando in termini ecologici e non troppo burocratici, riconoscere questa specie come parte del nostro patrimonio faunistico tra le specie severamente minacciate? Una inappropriata definizione potrebbe provocare disattenzione da parte delle istituzioni, con risvolti pesanti per la sua conservazione!

La lince nell’immaginario collettivo nazionale
Non solo tra i comuni cittadini, ma apparentemente anche tra gli scienziati la lince sembra rivestire ancora un ruolo subordinato – o perlomeno, viene percepita come specie “minore”. Maurizio Menicucci, noto giornalista scientifico di lei ha scritto: - “Avvistarla in natura non è mai stato facile, nemmeno in passato. A parte il mitico lincurio, una sorta di ambra dai mille pregi che si credeva derivasse dalla sua orina solidificata, non ha lasciato negli antichi bestiari le stesse tracce dell’orso, o del lupo, con il quale veniva confusa nel Medioevo, come indica il sinonimo di Lupo Cerviero.” E nonostante compaia come prima delle tre fiere incontrate da Dante nella selva oscura, nel Canto I dell'Inferno nella Divina Commedia (la lonza) o rappresenti il simbolo dell’Accademia dei Lincei, in Italia rimane “questa sconosciuta” e il peso relativo riconosciutole è conseguente. L’impressione è che sia trattata da tutti in maniera un po’ spiccia. Questa indifferenza o scarsa attenzione, difficile definire la considerazione che suscita, non facilita la lotta per la sua conservazione, che passa intanto dalla lotta contro una sua seconda estinzione a livello nazionale.

Scomparsa e ricomparsa
Il declino della lince in Italia e nelle Alpi iniziò già nel XIX, per completarsi agli inizi del XX secolo. Scomparì da tutto il Mitteleuropa. La ricomparsa avvenne negli anni 80 del secolo scorso grazie a progetti di reintroduzione effettuati in diversi paesi alpini. Quelli coronati dal miglior successo furono quello svizzero e quello sloveno, da cui poi alcuni individui sono immigrati spontaneamente. La lince eurasiatica invece non è mai stata presente nella parte peninsulare del nostro paese, in Appennino. Lì viveva un’altra specie, Lynx issiodorensis, scomparsa tuttavia già nel Pleistocene per cause non note.

Una seconda ricomparsa, per così dire, è quella che lentamente sta accadendo in questi ultimi anni in diverse parti dell’arco alpino italiano. In Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia e anche Alto Adige si ripetono avvistamenti documentati di animali che si affacciano sul versante italiano delle Alpi. Si tratta perlopiù di giovani individui in dispersione della popolazione svizzera. Generalmente sono apparizioni timide e temporanee, ma è solo questione di tempo, che un individuo stabilirà in via definitiva il suo territorio anche in Italia. Meno di una decina i casi registrati nell’ultimo decennio, ma il trend è positivo.

Il caso “Lince Italia” - il rischio di una seconda estinzione e gli sforzi per la sua conservazione
Indipendentemente dalle classificazioni e dalle valutazioni sullo status della lince – la situazione italiana è semplice da riassumere. La presenza moderna del grande felino nel nostro territorio inizia dalla fine degli anni millenovecentosettanta – in maniera continuativa nelle estreme Alpi sud-orientali del Friuli Venezia Giulia (Tarvisiano) dal 1986. Due i nuclei che si erano formati. Uno nei Lagorai (TN), dove tra il 1989 ed il 1997 era presente un esiguo numero di individui di probabile origine svizzera e che poi si è nuovamente spento un solo decennio dopo. Un secondo nelle Alpi Carniche e Giulie del Tarvisiano, con una prima comparsa documentata nel 1979, che si è mantenuto fino ai giorni nostri. Il momento migliore è situato alla fine del XX secolo, con la specie ben radicata sul territorio e in espansione. Frutto delle buone condizioni in cui allora versava la popolazione sorgente, ovvero quella dei Monti Dinarici a cavallo tra Slovenia e Croazia e il cui nucleo alpino poteva considerarsi la sua espansione nord-occidentale.

Poi a partire dagli anni 2.000 – 2.002 i monitoraggi effettuati in Slovenia, Austria e Italia rilevavano tutti un’inversione di trend e un calo, sempre più evidente, che si è protratto sino ai giorni nostri. Subito erano iniziate le indagini per identificarne le cause – e dato che dei sospetti c’erano, sono state presto identificate. Ricercatori sloveni e croati hanno potuto evidenziare una depressione da consanguineità. L'analisi di 204 campioni mostrava una bassa variabilità genetica e un notevole livello di consanguineità con valori distanti da quelli della popolazione di origine dei Carpazi. Gli effetti più devastanti di questo problema consistevano in una forte riduzione del tasso di fertilità. All’origine del problema, un numero troppo esiguo di animali fondatori della nuova popolazione.

Analisi effettuate con l’aiuto di modelli matematici mostravano il concreto rischio di una seconda estinzione della specie. Una sola la soluzione: - un rinforzo numerico e genetico della popolazione in crisi con nuovi soggetti di origine carpatica, in grado di rinfrescare geneticamente la popolazione sofferente.

Il Progetto ULyCA (Urgent Lynx Conservation Action)
Note le cause, i primi a reagire sono stati gli italiani. Una cordata formata dal Corpo Forestale dello Stato, la Regione Friuli Venezia Giulia e il Progetto Lince Italia (un gruppo di esperti riunito in una associazione di ricerca con sede all’Università di Torino), per salvare l’ultimo nucleo presente sul territorio italiano e contribuire a un miglioramento delle condizioni dell’intera popolazione presente nei Monti Dinarici e nelle Alpi Sud-Orientali, hanno dato vita a un progetto urgente di rinforzo numerico e genetico del nucleo Tarvisiano. Per la realizzazione di questo progetto, insieme alle procedure amministrative e alla documentazione legale era necessario anche una cosiddetta “azione sociale”. Quell’iter fatto di informazione, comunicazione e coinvolgimento dei portatori di interesse e della cittadinanza in genere. Nei tempi record (per l’Italia) di un anno il progetto fu approvato ed iniziò la fase operativa che portò alla reintroduzione di due individui, un maschio e una femmina di origine svizzera ed il cui profilo genetico appariva idoneo. Nell’aprile del 2014 i due animali sono stati liberati nel cuore della Foresta di Tarvisio, dove vivevano gli ultimi tre individui delle Alpi italiane, progenie degli animali reintrodotti negli anni 1973 – 1977 in Slovenia e rispettivamente in Austria. E in contatto con le ultime linci delle Alpi Giulie e dei Monti Dinarici sloveni. L’effetto fu immediato, ancora nello stesso anno la femmina svizzera partorì due cuccioli. Ma il buon risultato fu limitato nel tempo. Il maschio, i confini nazionali in questo territorio sono vicini, si spostò in territorio austriaco e fu bracconato. Il momentaneo irrobustimento del nucleo fu di breve durata ed evidenziò la necessità di ulteriori azioni, più grandi e di respiro internazionale.

Prevenire l’estinzione della lince nei Monti Dinarici e nelle Alpi Sud-Orientali con misure di rinforzo e conservazione: - la storia di Life Lynx
Compresi i limiti di un progetto nazionale e locale, la comunità di esperti si mise al lavoro e con l’impulso dei ricercatori italiani nacque un gruppo di lavoro che diede vita ad uno dei più lunghi e complessi progetti LIFE. Un consorzio di 5 paesi con il comune intento di prevenire una seconda estinzione della specie nell’areale dinarico e sud-est alpino. Slovenia, Croazia e Italia come cosiddetti “paesi riceventi” e Slovacchia e Romania come “paesi donatori” di lince. In tutto 11 partner, 10 organizzazioni di supporto e 6 tra organizzazioni ed enti cofinanziatori; coordinatore del progetto il Servizio Forestale di Stato della Slovenia – partner italiani il CUFAA (Comando Unità Forestale, Ambientale e Agroalimentare – per semplificare i Carabinieri Forestali) e il Progetto Lince Italia. Un progetto suddiviso in 7 azioni e quindi in 35 differenti attività subordinate e dedicate a tutte le esigenze e problematiche connesse al tema della conservazione della lince. Dalle azioni di “public awareness”, di informazione e comunicazione del pubblico, al coinvolgimento dei portatori di interesse, dalle azioni antibracconaggio alla collaborazione con i cacciatori, dalla ricerca di campo alla redazione di pubblicazioni tecnico-scientifiche e documenti pubblici (piani di gestione), dal monitoraggio, alla cattura e al rilascio degli individui. Un progetto impegnativo, ma la cui ampiezza di intervento era necessaria per non lasciare nulla al caso.

L’obiettivo di base era rappresentato dal rilascio di individui che rinforzassero numericamente e geneticamente la popolazione in declino e in sofferenza dei Monti Dinarici e delle Alpi Sud-orientali. 12 gli animali rilasciati nei Monti Dinarici e 6 quelli nelle Alpi Giulie Slovene. Già nel secondo anno dopo i rilasci sono avvenute le prime perdite (accidentali, bracconaggio), ma anche le prime riproduzioni. Oltre una dozzina nel settore dinarico e ben nove nell’area alpina. Un fattivo apporto a una popolazione in difficoltà.

Il Progetto ULyCA2
E in Italia? In Italia è stato necessario affrontare un problema supplementare. La fase più delicata di programmazione del progetto LIFE Lynx coincideva con l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri, provocando una fase di stallo in cui l’amministrazione italiana non è stata in grado di prendere certe decisioni e siglare accordi. Tra questi quelli con i paesi donatori per la fornitura delle linci da rilasciare sul territorio nazionale. È stato pertanto necessario creare un progetto ad hoc – esterno ma strettamente coordinato con – e integrato nel LIFE Lynx, che consentisse di coprire questa lacuna. Nasce così il progetto ULyCA2 – un consorzio tra i neocostituiti Carabinieri Forestali, la Regione Friuli Venezia Giulia e il Progetto Lince Italia.

Nonostante le premesse e il lavoro preparatorio del LIFE Lynx, un progetto davvero complesso, soprattutto per la particolarmente macchinosa burocrazia italiana e il contesto sociale particolarmente variegato. La chiave di volta un attento lavoro di coinvolgimento delle parti, che alla fine è stato premiato con la partecipazione dei più diversi portatori di interesse, in primis il mondo venatorio (una associazione delle principali federazioni ed associazioni venatorie) e il WWF, che ha anche sostenuto finanziariamente l’operazione. Un lavoro certosino ed estenuante di coinvolgimento delle parti, di comunicazione ed informazione, di mediazione tra i diversi stakeholder, con ideologie che spesso si trovavano su fronti opposti.

Il risultato è stata l’approvazione del progetto per la ricostituzione di un nuovo nucleo anche nelle Alpi Giulie italiane. Così in Foresta di Tarvisio tra marzo e giugno 2023 sono stati liberati 5 individui. Due femmine di origine Svizzera (catena del Giura), un maschio e una femmina provenienti dai Carpazi rumeni e un maschio di origine dinarica (Croazia), creando un mix genetico perfetto per contrastare le problematiche che avevano portato, in primis, al degrado della popolazione.

Stepping stone Tarvisiano
Perché tutti questi sforzi convogliavano proprio nel Tarvisiano? Le ragioni sono diverse. Innanzitutto la biogeografia del territorio, davvero speciale ed unica per l’Italia e l’intero arco alpino. Dove scemano le Alpi Sud-orientali per incontrare i Monti Dinarici (e poi in continuità i Balcani), si incontrano tre catene montuose minori. Le Alpi Carniche, le Alpi Giulie e le Caravanche. Sulla Sella di Camporosso, nel cuore della Foresta di Tarvisio, si trova uno dei più importanti spartiacque. Ad ovest tutte le acque confluiscono nel bacino del Tagliamento e sfociano nel Mar Adriatico, ad est nel Bacino della Drava, quindi Danubio, per finire nel Mar Nero. Si tratta di uno dei più importanti corridoi faunistici delle Alpi. Da qui in passato sono rientrati in Italia specie come il cervo e l’orso bruno, più tardi la lontra e il gatto selvatico e infine anche il castoro.

Altri punti favorevoli per la scelta del territorio sono la buona presenza di prede, il fatto che negli anni ‘1980 le linci sono immigrate spontaneamente in Italia proprio qui, il fatto che si tratta di un’area ben gestita e protetta da una foresta demaniale e diverse zone SIC e ZPS, ma anche perché attentamente monitorata da oltre 30 anni, garantendo un ottimo controllo degli sviluppi delle dinamiche faunistiche, lince e attività di salvaguardia in primis.

Per tutte queste ragioni il Tarvisiano è stato quindi scelto come ideale “territorio passerella” tra la popolazione di lince dinarica e quella delle Alpi occidentali in Svizzera. Tecnicamente queste zone vengono chiamate “stepping stone”. Nella strategia generale di conservazione della lince perseguita nel progetto superordinato LIFE Lynx e per rafforzare l’azione, si è optato per costituire due di queste passerelle – entrambe nelle Alpi Giulie – una in Slovenia e una in Italia.

La dimensione umana
La Human Dimension in queste operazioni è ormai divenuta uno dei tasselli strategici più importanti. Non solo perché il coinvolgimento delle parti interessate, pubbliche ma anche no, è importante, ma anche perché nei tempi in cui viviamo ed in cui la circolazione di informazioni ha subito delle accelerazioni folli, è importante informare il più possibile. Volutamente non diciamo informare “tutti”, perché è impossibile. Ma il numero maggiore di categorie e persone possibile. Cosa non facile, vista la bulimia informativa di cui troppi ormai sono vittima. Leggere acriticamente tutto ciò che capita a tiro, comprese le opinioni vomitate sui social media da perfetti ignoranti, ma con la morbosa volontà di dire la propria di un argomento di cui conoscono troppo poco, è uno dei mali da contrastare con una politica informativa più lenta e ragionata. Sfida enorme! Non è possibile e non è nelle corde rispondere a tutti coloro che si rivolgono a noi attraverso i vari canali di informazione. Si cerca di informare il più possibile, con il supporto di esperti in materia - di sociologia, informazione e comunicazione, ma si potrebbe fare ancora di più. Nel progetto LIFE Lynx e soprattutto in ULyCA2 abbiamo posto molta attenzione a questi fenomeni e soprattutto a coinvolgere in maniera trasparente e costruttiva le categorie più interessate dal ritorno della lince. Per capire meglio la percezione e le preoccupazioni del pubblico, abbiamo fatto fare dei sondaggi, naturalmente a ditte professioniste ed indipendenti. I risultati sono stati utilissimi a capire i problemi e calibrare le azioni. Alla fine, il fatto di poter annoverare tra i partner del progetto il mondo venatorio e il WWF, insieme per lo stesso obiettivo, credo possa essere considerata già una piccola conquista.

Sempre Menicucci, giornalista scientifico e attento osservatore di quanto accade nel panorama della gestione faunistica in Italia in proposito ha scritto: - “Reintrodurre una specie come la lince è tutt’altro che semplice. Al contrario di quanto si pensava pochi anni fa, e questo spiega i numerosi fallimenti, la reimmissione di un selvatico non è un inizio, ma un esito. Viene dopo un lungo percorso, scientifico e politico, che comporta complessi accordi per lo scambio di animali, e controlli di veterinari, esperti ed enti faunistici.
Esige, soprattutto, il consenso convinto delle tante parti coinvolte: allevatori, agricoltori, enti turistici, associazioni ambientaliste, naturalisti, enti di tutela. Le preoccupazioni suscitate dal ritorno di un altro superpredatore sono diffuse”.

Best practice
Piace dirlo in inglese, molti hanno la percezione che si tratti così di qualcosa di più importante. Ma alla fine parliamo di una semplice buona pratica, ovvero un’esperienza che ha permesso di ottenere risultati eccellenti in un determinato ambito e che può fungere da esempio.

Il caso delle azioni attive di conservazione della lince eurasiatica, progetti LIFE Lynx e ULyCA possono essere presi in Italia certamente come buon esempio. Per il modo in cui tutto è stato programmato, per la tempistica (breve, anche se a monte ci sono decenni di esperienza e dati e informazioni) e per i costi (incredibilmente bassi rispetto a progetti mastodontici che divorano parcelle smisurate per consulenze... diciamo discutibili). Ma anche per la serietà, per fede alla deontologia ed etica professionale. Non mancano purtroppo esempi opposti, si pensi soltanto alla storia del ritorno del castoro in Appennino. Dove tutto è avvenuto nella perfetta clandestinità e ora viene scontato, ridotto e declassato a una birichinata... o come risultante del fato. La legge lo definirebbe probabilmente come atto di “ignoranza inevitabile”, ovvero la risultante di una situazione di ignoranza assolutamente eccezionale in cui versi il soggetto agente. Comunque sia, inquietante il silenzio delle istituzioni.

La complessità dell’operazione lince – in chiave socio-politica, amministrativa, biologica ed ecologica, per la necessità di operare in maniera internazionale e per la gestione di una mole di inevitabili imprevisti (che tali operazioni, in cui comunque a comandare è ancora la natura, pone), era ed è notevole e imponeva la massima attenzione ed integrità dai primi passi.

Monitoraggio
In tutto questo progetto, dalle sue premesse a quello che verrà dopo come azioni, il monitoraggio ha giocato, gioca e giocherà un ruolo fondamentale. Senza una buona conoscenza dello status, è difficile programmare azioni di conservazione, ancor più se a fronte di un rischio concreto di estinzione (seppur locale), che dovrebbero fondarsi su scelte gestionali robuste, che a loro volta dipendono da una buona conoscenza che deriva da un serio monitoraggio.

Anche in questo “la questione lince” può essere considerata una buona pratica. Ormai trent’anni fa, quando un gruppo di esperti stava sforzandosi di comprendere gli errori gestionali e quindi del monitoraggio compiuti nella penisola iberica (corresponsabili del drammatico declino della lince iberica (Lynx pardinus) che ha rischiato l’estinzione come specie), nascevano i primi sforzi per creare un sistema nuovo ed efficace di monitoraggio. Nella sua programmazione, nel suo svolgimento e infine nell’elaborazione e interpretazione delle informazioni raccolte. Nacque così la SCALP (Status and Conservation of Alpine Lynx Population), una associazione di esperti degli 8 paesi alpini, che elaborarono un metodo che è stato determinante per la salvaguardia della lince e che poi ha fatto scuola. Ormai viene applicato per una moltitudine di specie e in progetti di conservazione in tutti i continenti. Oggi il sistema può essere considerato robusto e in grado di valutare oggettivamente lo status di una popolazione. Purché il monitoraggio lo si faccia seriamente. Purché sia fatto un monitoraggio. Attività fondamentale per ogni operazione di gestione e conservazione della fauna, ma non solo.

Alti e bassi
Nonostante i buoni risultati a cui gli sforzi del lavoro con la lince hanno portato e nonostante quelle che a noi piace indicare come buone pratiche, la storia della conservazione della lince, anche quella attuale, non è fatta solo di successi e buone pratiche. Tutt’altro, non mancano le sconfitte e le ricadute. Uno di questi casi negativi è stato per esempio il bracconaggio di una delle linci liberate qualche mese prima. Appena aveva passato il confine verso l’Austria, era incappata in una persona malvagia, che l’ha sconsideratamente uccisa. Nonostante anche le autorità ed i cacciatori austriaci erano informati e avevano condiviso il senso dell’operazione italiana ed internazionale a salvaguardia della lince eurasiatica, la scelleratezza di uno di quegli individui di cui purtroppo tutti i rami della società, anche i più benpensanti, non sono indenni di avere tra le proprie file, ha rimesso in discussione molte attività. All’incomprensione per il gesto e la delusione del team di progetto, si sono poi aggiunte anche le critiche. Tra di esse quella sulla nostra responsabilità “di aver mandato al macello” un animale che prima di essere traslocato, viveva serenamente da un’altra parte. Certo, quale torto a questa affermazione. I ricercatori sono perfettamente consapevoli del fatto che progetti come questi sono molto invasivi per gli animali. Ma le scelte operate sono fatte pensando al benessere superordinato di una popolazione e di una specie. Per questo la scelta di procedere, pur a fronte di rischi e sforzi a cui singoli individui sono potenzialmente soggetti. Ma fermare queste attività per un abbattimento, perchè “così hanno vinto loro” (i malvagi, i detrattori della lince, dei grandi carnivori) proprio no! Sarebbe come arrendersi e cessare la lotta alla mafia perché dei malviventi hanno ucciso l’ennesimo rappresentante delle istituzioni. Il fatto che il responsabile del vile atto sia stato comunque individuato, e che prima ancora di essere condannato sia già un emarginato, anche nel mondo venatorio, fa comunque ben sperare. Il fatto che a fronte di alcuni animali morti ce ne sono una ventina già nati e discendenti degli animali reintrodotti e che stanno ricolonizzando nuovi territori, fa ben sperare. Il fatto che nella neve caduta copiosa in questi giorni in Foresta di Tarvisio si intravedano nuovamente le tracce del grande ed elusivo felino, fa ben sperare. Tra alti e bassi quindi l’impegno continua, per evitare che la lince non compaia tra le specie definitivamente estinte in Italia e nelle Alpi. 

Le specie di uccelli di interesse conservazionistico a rischio di estinzione in Italia

Marco Gustin
Responsabile Specie Ricerca Lipu

Per analizzare le specie a rischio di estinzione in Italia e nel mondo, ci si avvale di una metodologia autorevole e sperimentata quale quella della Red List dell’IUCN. Il concetto di Lista Rossa è stato infatti introdotto dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), per promuovere un approccio standardizzato che riguarda tutta la biodiversità, compresa la Classe degli Uccelli.

La metodologia e i criteri messa a punto dall’IUCN per la predisposizione delle Liste Rosse, ci permettono di valutare, il rischio di estinzione a livello di specie, fornendoci informazioni sul loro stato di conservazione, nonché sull’efficacia delle azioni che potrebbero essere intraprese per contrastarne i fattori di minaccia individuati.

Essendo gli Uccelli affidabili indicatori dello stato di salute dei nostri ecosistemi, non è un caso che agli uccelli sia stata dedicata una particolare attenzione da parte di coloro che fanno ricerca e grazie ai quali è stato possibile in molti casi avviare le prime attività legislative per la salvaguardia e la gestione di queste specie come nel caso della prima Direttiva Europea funzionale a questo scopo legiferata nel 1979 (Direttiva Uccelli 79/409), poi aggiornata nella 2009/147/CE.

E’ noto che gli ambienti italiani ospitano una fauna molto diversificata, essendo il nostro paese al centro
del bacino del Mediterraneo, ed essendo l’Italia tra i paesi europei tra quelli più ricchi e diversificati. Inoltre, complessivamente circa il 10% della fauna italiana è endemica e molte di queste specie sono seriamente minacciate dall’attività umana.

Sebbene in Italia circa il 21% del proprio territorio sia costituito da SIC (Siti di Interesse Comunitario) e ZPS (Zone a Protezione Speciale), all’interno della Rete Natura 2000, le azioni di conservazione sono tuttora largamente insufficienti a contrastare l’aumento delle pressioni antropiche sulle specie animali e vegetali.

La recente pubblicazione della Lista Rossa nazionale degli uccelli nidificanti nel 2021, ha avuto lo scopo
di aggiornare e valutare il rischio di estinzione delle specie ornitiche presenti in Italia.

Il nostro paese ospita quasi 300 specie di uccelli nidificanti, includendo anche quelle alloctone naturalizzate, un numero in continua e graduale positiva evoluzione, considerando che solo pochi anni fa il numero di specie nidificanti era inferiore alle 250 specie.

La recente Lista Rossa nazionale degli uccelli nidificanti, ha evidenziato che per un certo numero di specie vi è stato un netto aumento delle popolazioni nidificanti soprattutto nel caso di rapaci, in particolare quelli comuni (poiana, gheppio e sparviere) ma non solo (aquila di bonelli, grifone, aquila reale) così come per le specie legate alle zone umide. In profonda crisi invece le specie legate agli ecosistemi agricoli e alle praterie montane.

Ma quali sono le categorie del rischio di estinzione proposte da oltre un ventennio dalla IUCN?  

Si parte dalle specie che si ritiene siano estinte con certezza (Ex, Extinct), fino alla categoria a Minor Preoccupazione (LC, Least Concern), per le specie che non rischiano l’estinzione nel breve o medio termine.

Tra le specie estinte e quelle a Minor Preoccupazione troviamo le specie che rientrano nelle categorie che corrono un crescente rischio di estinzione: Vulnerabile (VU, Vulnerable), In Pericolo (EN, Endangered) e In Pericolo Critico (CR, Critically Endangered), per le quali vi è certamente bisogno di interventi specifici mirati per mitigare le minacce più importanti nei loro confronti ed evitare il rischio concreto di estinzione.
Oltre alle categorie di maggior rischio altre specie possono essere classificate come
Quasi Minacciate (NT, Near Threatened) se sono vicine ad una delle categorie di minaccia, o Carenti di Dati (DD, Data Deficient), qualora non si abbiano sufficienti informazioni per valutarne lo
stato. Esistono cinque criteri per assegnare una specie a una categoria della Lista Rossa che sono evidenziati nella tabella che segue.

 

Criteri per l’inclusione delle specie in una categoria della Lista Rossa IUCN.
Criterio Descrizione

Criterio

Descrizione

A

Popolazione in declino

B

Distribuzione ristretta in declino

c

Piccola popolazione in declino

D

Distribuzione molto ristretta o popolazione molto piccola

E

Analisi quantitativa del rischio di estinzione

 

Nessuna specie si è estinta in Italia dall’inizio del millennio. Alcune specie, anche oggetto di reintroduzione, poi fallita (gobbo rugginoso), si sono estinte nel novecento (ad esempio gru e avvoltoio monaco). Altre che si erano estinte in passato come falco pescatore (Toscana) e gipeto (Alpi) sono tornate a nidificare in Italia grazie a progetti di reintroduzione andati a buon fine (il falco pescatore è tornato a nidificare anche in Sardegna).

Le specie che rientrano in una categoria a rischio di estinzione sono 71, pari al 25.5% delle specie valutate, mentre circa la metà delle specie di uccelli nidificanti in Italia non è oggi a rischio di estinzione imminente.

Nel complesso lo stato di conservazione degli uccelli nidificanti in Italia è migliorato, anche se tale miglioramento come detto in precedenza non si registra in tutti gli ambienti. Molte specie mostrano una tendenza ad una certa tolleranza ambientale, ben adattate all’elevata densità di popolazione umana in particolare nelle aree più abitate come quelle planiziali.

Per la maggior parte degli ordini tassonomici si è osservata una stabilità o un miglioramento. Le uniche eccezioni sono rappresentate dai Falconiformi e dai Galliformi, nei quali lo stato di conservazione per questi ultimi si è complessivamente deteriorato, anche a causa della riduzione significativa delle praterie montane, a causa dell’abbandono delle aree agropastorali, che provoca un aumento “naturale” della riforestazione con la conseguente chiusura delle aree aperte. Al contrario, proprio per l’aumento delle foreste la grande maggioranza delle specie ornitiche forestali mostra popolazioni stabili o in aumento. Anche i cambiamenti climatici incidono negativamente su diverse specie di galliformi che caratterizzano gli ambienti montani quali pernice bianca e coturnice.

In ogni caso, le minacce più importanti per gli uccelli nidificanti in Italia, sono il cambiamento dei sistemi naturali, l’inquinamento, i cambiamenti climatici e l’agricoltura, così come l’aumento del numero di specie alloctone invasive che sono fortemente in aumento e di cui purtroppo conosciamo ancora molto poco in termini di interazione con quelle autoctone. Molte specie, più di quanto si creda, sono minacciate dal bracconaggio.

Nonostante la moltitudine di informazioni, molti processi che determinano lo stato di conservazione di diverse specie di uccelli rimangono ancora sconosciuti.

Nel complesso rispetto alla lista rossa precedente (2012), quella più recente (2021) evidenzia un aumento delle specie nelle categorie più a rischio (CR e EN).

In totale, il 3,9% delle specie di uccelli valutate è stato classificato In Pericolo Critico (CR) (contro il 2,8% del
2012), il 9,3% in Pericolo (EN) (contro il 9,1% nel 2012) e l’14,4% Vulnerabile (VU), mentre tale categoria
risultava del 18,3% nel 2012.

Non ci sono solo notizie negative. Ad esempio, aquila di Bonelli e grifone sono passate dalla categoria CR a EN, e NT rispettivamente, grazie ad un evidente miglioramento del loro status di conservazione.

Il numero limitato di coppie e l’estrema localizzazione dei siti riproduttivi rappresentano la minaccia principale per la maggior parte delle altre specie incluse nella categoria CR, come ad esempio voltolino,
schiribilla, mignattino comune, categoria che include nello stesso ambiente anche alcune specie di Passeriformi quali forapaglie comune e migliarino di palude tutte appartenenti a specie di ambiente acquatico.
Molte delle specie a rischio di estinzione importanti a livello conservazionistico sono minacciate dalla trasformazione degli habitat e dai cambiamenti nei sistemi agricoli come le specie legate agli ambienti aperti e steppici (ad es. calandra, averla capirossa e soprattutto lanario, la specie più a rischio di estinzione oggi in Italia).

In conclusione, sempre più specie sono minacciate dalla perdita di habitat e per cause dirette come le uccisioni legali e illegali o a causa degli effetti ancora poco conosciuti dei cambiamenti climatici, così come ancora poco conosciuta per diverse specie è l’entità reale delle singole popolazioni. A tutto ciò occorrerà porre rimedio se non vogliamo accrescere nei prossimi decenni il numero di specie nelle categorie di estinzione più elevata.

Non c’è dubbio, infine, che una maggiore attenzione andrà posta sulle specie che hanno una porzione significativa della popolazione europea concentrata nel nostro paese: queste dovranno avere la massima priorità. Sicuramente coturnice (l’Italia ospita il 26% della popolazione mondiale) e berta minore (l’Italia ospita il 65% della popolazione mondiale) sono tra queste.