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Consumi di pesce

Riccardo Graziano

Mangiare pesce fa bene. Ce lo dicevano sempre le nostre mamme. E medici e nutrizionisti lo confermano: è buona norma inserirlo nella dieta settimanalmente, anche più volte, per beneficiare dell’apporto di grassi polinsaturi e proteine nobili. Ma occorre prestare attenzione ad alcuni accorgimenti. Tutti sanno che il pesce deve essere fresco, ma non tutti sanno che anche i prodotti ittici hanno una loro stagionalità, come la frutta e la verdura, cosa della quale sarebbe bene tenere conto, per rispettare il mare e i suoi cicli biologici naturali. È consigliabile anche scegliere specie a ciclo vitale breve, perché tendenzialmente contengono meno contaminanti e metalli pesanti rispetto a quelle più longeve, che restano esposte agli agenti  inquinanti per più tempo. Discorso analogo per le specie ai vertici della catena alimentare, nelle quali possono accumularsi le sostanze nocive contenute nelle loro prede.

Queste sarebbero le norme da tenere a mente per tutelare la nostra salute e lo stesso ecosistema marino, ma le statistiche relative ai consumi disegnano una realtà differente. Lo rende noto una ricerca di Ismea presentata in occasione di Slow Fish, la manifestazione dedicata alle risorse ittiche organizzata da Slow Food. Secondo i dati presentati, nel 2018 il mercato ha subito una flessione del 2% rispetto all’anno precedente. Questo perché il pesce è tra i prodotti alimentari che risentono maggiormente delle oscillazioni del potere d’acquisto delle famiglie. Tuttavia, alcuni indicatori in controtendenza mettono in rilievo dei cambiamenti nelle scelte dei consumatori, come nel caso del salmone, specie di importazione fino a poco tempo fa considerata un genere di lusso che oggi invece è molto presente sulle nostre tavole, sia come prodotto fresco, sia inscatolato.
Anche la praticità di utilizzo detta le scelte dei consumatori che, oltre alle conserve alimentari, privilegiano i surgelati, in particolare filetti e bastoncini, rispetto al fresco, che è sceso al di sotto della metà come percentuale di mercato, perché ovviamente è più semplice e rapido acquistare un prodotto pronto da mettere in padella, piuttosto che uno da eviscerare, sfilettare eccetera. Altro elemento non trascurabile è che ormai l’80% degli acquisti avviene presso la Grande distribuzione, a scapito del commercio al dettaglio. Ma il dato forse più preoccupante è che nell’ultimo decennio continua a crescere la quota delle importazioni (principalmente di provenienza comunitaria, ma anche extra-europea) che nel 2018 ha raggiunto quota 1,35 milioni di tonnellate, per un controvalore di 5,9 miliardi di euro, circa un terzo in più rispetto a inizio decennio.

Questo quadro di analisi rispecchia, anche nel caso degli acquisti di pesce, la stessa tendenza al consumismo ormai presente in tutte le categorie merceologiche, comprese quelle alimentari. La scelta si orienta in base a prezzo, praticità d’uso, facile accessibilità e, naturalmente, indirizzi dettati da chi controlla il mercato. La qualità scivola in secondo piano, mentre la sostenibilità ambientale non viene nemmeno presa in considerazione.
Altrimenti non si spiegherebbe la crescita di un pesce come il salmone, un tempo raro e pregiato perché frutto della pesca negli impetuosi mari del nord, oggi dozzinale prodotto di allevamento, imbottito di antibiotici e nutrito con grandi quantità di pesce che potrebbe invece finire direttamente sulle nostre tavole: occorrono infatti circa cinque chili di pescato trasformato in mangime per ottenere un chilo di salmone. Uno spreco insostenibile, dal punto di vista ambientale, ma il comparto alimentare ormai ragiona in termini industriali e privilegia un prodotto a “più alto valore aggiunto”, come fosse un oggetto qualsiasi.
Una logica che non dovrebbe valere per il cibo che introduciamo nel nostro organismo. Siamo quello che mangiamo, rammenta un noto motto popolare. Dunque per vivere in salute dovremmo porre maggiore attenzione alla nostra dieta. E, così facendo, in maniera naturale e senza sforzo finiremmo anche per prenderci cura del pianeta, in grave crisi ecologica proprio a causa dei nostri stili di vita poco ecosostenibili e delle nostre scelte quotidiane troppo spesso errate.
Al contrario, un consumatore attento e consapevole è anche un ottimo custode dell’ambiente, oltre che, naturalmente, della propria salute e del proprio benessere.

La direttiva Seveso in Basilicata

Dal centro di pre-raffinazione petrolifero di Viggiano alla centrale termodinamica di Palazzo San Gervasio

Donato Cancellara, Presidente Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano

Si parla spesso della Basilicata per i suoi boschi, per le sue acque, per la sua biodiversità agrozootecnica e per i suoi paesaggi. Tuttavia, la nostra Terra è sede di due rilevanti Siti d'interesse Nazionale (SIN), ai fini della bonifica, e di attività a Rischio d'Incidente Rilevante (R.I.R.) rientranti tra quelle previste dalla tristemente nota Direttiva Seveso III (2012/18/UE) recepita dall'Italia con il D.Lgs. n. 105/2015.
Nella Regione Basilicata sono presenti 10 stabilimenti a Rischio d'Incidente Rilevante: 8 in provincia di Potenza e 2 nella provincia di Matera. Sicuramente, il più noto stabilimento suscettibile di causare incidenti rilevanti è il Centro Olio Val D'Agri (COVA) dell'Eni S.p.A., nel Comune di Viggiano, quale impianto di trattamento degli idrocarburi estratti dal più grande giacimento dell'Europa Occidentale.
Non è un caso che il copioso sversamento di petrolio dal COVA di Viggiano, di circa due anni fa, venne qualificato come incidente rilevante dal Ministero dell'Ambiente, ai sensi dell'art. 25 del D.Lgs. n. 105/2015, rendendolo ufficiale all'Eni, al Comitato Tecnico Regionale Basilicata (CTR), agli Uffici competenti della Regione Basilicata, alla Prefettura di Potenza, all'Arpab ed all'ISPRA con nota del 19.06.2017.
Un incidente che causò "la contaminazione e la compromissione di 26.000 metri quadri di suolo e sottosuolo dell'area industriale di Viaggiano e del reticolo idrografico" a valle dell'impianto COVA, in seguito allo sversamento di 400 tonnellate di petrolio. È recentissima la notizia riguardante la sospensione per 8 mesi dal servizio dei pubblici uffici per 5 componenti del Comitato Tecnico Regionale (CTR) della Basilicata così come previsto dall'ordinanza del gip, eseguita il 6 maggio scorso dai Carabinieri del NOE, su disposizione della Procura della Repubblica di Potenza. Secondo gli inquirenti, le prescrizioni precauzionali non vennero ottemperate dal gestore dell’impianto COVA ed il CTR non intervenne con provvedimenti inibitori e sanzionatori, diventando, secondo il costrutto accusatorio, concausa dell’evento di dispersione del greggio nell’ambiente circostante.

A margine di queste notizie, come Associazione ci siamo chiesti come sarebbe diventata l'area Nord della Basilicata - a ridosso del Comune di Palazzo San Gervasio - se fosse stato realizzato l'impianto industriale, folcloristicamente conosciuto come "solare termodinamico", anch'esso sottoposto alla famigerata Direttiva Seveso come il COVA di Viggiano. L'impianto si classifica come «stabilimento di soglia superiore» per la presenza di sostanze pericolose in grandi quantità: oltre 2 mila tonnellate olio diatermico e circa 38 mila tonnellate di sali fusi classificabili come comburenti. Ovviamente, per coloro che vivono del "tutto a posto", non vi era nulla di cui preoccuparsi. Alcuni sostenitori dell'impianto rassicuravano dicendo che il termodinamico aveva ottenuto anche il Nulla Osta di Fattibilità condizionato, in data 3.12.2013, da parte del CTR della Basilicata dopo aver analizzato il Rapporto Preliminare di Sicurezza elaborato dalla società Teknosolar Italia 2 S.r.l. Proprio quel rapporto oggetto di studio da parte del Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU) chiamato nuovamente ad esprimersi sul ricorso n. 307/2016 presentato, dinanzi al TAR Basilicata, dalla Teknosolar Italia 2 S.r.l. Infatti, risale al 9 aprile scorso, l'Ordinanza n. 355 con la quale i giudici amministrativi hanno ritenuto di prolungare ulteriormente la vicenda del contenzioso "Teknosolar vs. Regione Basilicata", chiedendo un supplemento di perizia al fine di acclarare se i documenti riguardanti le emissioni di inquinanti in atmosfera nonché il Rapporto Preliminare di Sicurezza, strettamente connesso alla Direttiva Seveso, potessero essere ritenuti idonei a modificare l'esito degli accertamenti cui era già pervenuto il CTU nella sua perizia depositata il 30.05.2018. Una richiesta di integrazione che ci ha lasciati perplessi nella forma con cui è stata richiesta, ma sicuramente è una semplice sensazione da parte di chi potrebbe pubblicare un inedito volume sulle tante acrobazie del termodinamico in Basilicata. Un volume che potrebbe essere intitolato: quando l'arroganza e la mancanza di rispetto si scontra con una realtà locale spesso sottovalutata!

Tanto è stato fatto per evidenziare le imperdonabili mancanze nell'analizzare gli scenari incidentali ipotizzati nel Rapporto Preliminare di Sicurezza (rilascio di olio diatermico con innesco e conseguente scenario di incendio; rilascio senza innesco di olio diatermico con possibile origine ad un potenziale danno ambientale) anche e soprattutto per la descrizione sommaria della geologia ed idrogeologia del sito interessato dall’intervento. Alquanto irrealistico pensare di caratterizzare un'area di oltre 226 ettari con soli 6 sondaggi diretti e con la valutazione della permeabilità del terreno su due soli campioni. Irrealistico ritenere che l'irrisorio numero di sondaggi potesse condurre ad attendibili analisi del rischio per la stima delle conseguenze incidentali legate al percolamento di olio diatermico nel sottosuolo interessato, nella sua interezza, da una strategica falda a pochi metri dal piano campagna. Decisamente surreale l'aver eseguito, nel periodo estivo, le indagini per la caratterizzazione idrogeologia senza che venissero considerate le condizioni più conservative. Quelle condizioni che non sono riscontrabili in un periodo torrido, come quello del luglio 2012, a scarso apporto di acqua per le ridotte precipitazioni meteoriche e per il suo maggior emungimento dai circa 20 pozzi artesiani presenti nell'intera area oggetto di indagine.
Emblematico osservare come il D.Lgs. n. 105/2015 all'Allegato C, punto C.4 "analisi degli eventi incidentali", prevede di "valutare le conseguenze degli scenari incidentali in base alle condizioni meteorologiche caratteristiche dell'area in cui è insediato lo stabilimento, con particolare riferimento a quelle più conservative"; al punto C.4.4 prevede una "descrizione dettagliata dell'ambiente circostante" ed un "modello idrogeologico-idrologico del sito volto alla individuazione delle vie di migrazione delle sostanze pericolose nel suolo, in acqua superficiali e sotterranee".
Rilevante fu anche l’inadeguata pubblicazione dell'avviso di avvio del procedimento di V.I.A. con conseguente comunicazione non efficace della presentazione del Rapporto di Sicurezza Preliminare. Infatti, la società Teknosolar Italia 2 s.r.l. depositò il 13.11.2012 lo Studio di Impatto Ambientale pubblicando il relativo avviso di avvio della procedura di V.I.A. senza alcun cenno alle problematiche di incendio rilevante nonostante l'art. 24, comma 2, lett. c) del D.Lgs. n. 152/06 precisi l’obbligo di fornire notizia del progetto con una breve descrizione dello stesso e dei suoi possibili principali impatti ambientali. Ciò rese inevitabilmente inadeguata la pubblicazione e, conseguentemente, non efficace la comunicazione così come previsto,  oltretutto, dall’art. 23 del D.Lgs. n. 334/99 e ribadito dall'art. 24 "Consultazione pubblica e partecipazione al processo decisionale" del D.Lgs. n. 105/2015.
Abbiamo avuto fiducia che quanto evidenziato potesse essere motivo di una indipendente riflessione da parte del CTU nel supplemento di perizia richiesto dal TAR Basilicata. Supplemento di perizia pervenuto nei termini previsti e, come ormai abituati all'atteggiamento di chi non sa chinare la testa ammettendo la propria disfatta, dopo pochi giorni sono pervenute osservazioni da parte della società Teknosolar. Il risultato è stato quello di una inevitabile richiesta di proroga, da parte del CTU, affinché possano essere valutate le osservazioni ricevute, esplicitare le proprie controdeduzioni e integrare la relazione di consulenza.
Nuova udienza pubblica a Novembre prossimo! Sarà la volta buona perché si capisca che chi è causa del suo mal pianga se stesso? Speriamo che la vicenda si concluda nei prossimi mesi così da evitare di dedicare anche un solo minuto in più ad una vertenza ambientale complessa per il contenuto del progetto, per l'iter procedimentale, per i soggetti coinvolti e per i tanti interessi movimentati che come uno tsunami dovrebbe avere un unico esito dopo il ritirarsi dell'onda anomala: lasciare macerie per fortuna immateriali e non tangibili sul nostro territorio che ostinatamente abbiamo difeso da un irreparabile danno. Un danno inestimabile che avrebbe interessato la vera risorsa non rinnovabile patrimonio della collettività: il nostro Suolo.

Ferrovia Cuneo-Ventimiglia

Riccardo Graziano

Uno degli argomenti preferiti dai Si-TAV, i promotori del quadruplicamento della linea ferroviaria del Frejus, è che sia un’opera strategica e indispensabile per evitare che il Piemonte resti isolato. Eppure, basterebbe tornare con la memoria alla geografia che ci insegnavano alle elementari per ricordarsi che il Piemonte è una delle poche regioni italiane con un confine internazionale, anzi una delle pochissime ad averne due, con Francia e Svizzera. Situazione analoga a quella della Val d’Aosta, la quale, però, a sua volta è racchiusa dal Piemonte stesso. Ne consegue che chiunque transiti via terra fra Italia e Francia deve passare dal Piemonte, con l’unica eccezione del valico ligure di Ventimiglia, piuttosto congestionato dal punto di vista stradale e con una linea ferroviaria che a tratti viaggia ancora a binario unico.
Come si può pensare che resti isolato? E ancora, siamo sicuri che il quadruplicamento della linea del Frejus sia davvero la priorità dei trasporti e dell’economia del Piemonte e dell’Italia (per non parlare dell’Europa)?
Forse varrebbe la pena completare prima il raddoppio della ferrovia Genova – Ventimiglia. O prolungare l’asse dell’Alta Velocità fino a Trieste. O, più semplicemente, mettere in atto un serio programma di miglioramento e manutenzione delle infrastrutture esistenti, prima di costruirne altre.
Per esempio, sempre in tema di collegamenti tra Piemonte e Francia, si potrebbe dedicare un po’ di attenzione alla negletta ferrovia Cuneo – Ventimiglia, che da tempo langue in condizioni deplorevoli, più a causa di incuria politica che di problemi tecnici. E la colpa, una volta tanto, non è degli italiani, bensì dei francesi. Se a questo si aggiunge che i cugini d’oltralpe hanno anche cancellato tutti gli interventi previsti sulla linea che dovrebbe collegarsi al tunnel del TAV, rimandandoli di una ventina d’anni, viene da chiedersi quanto Parigi sia veramente interessata ai collegamenti con l’Italia, veloci o meno che siano.

Ma torniamo alla Cuneo – Ventimiglia, detta anche linea del Tenda, che collega due città italiane attraverso la Val Roia, ceduta alla Francia dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. La ferrovia venne concepita ai tempi del Regno di Savoia, quando anche Nizza faceva parte dei possedimenti della casata subalpina e occorreva un collegamento diretto fra Torino, capitale del regno, e la città portuale della Costa Azzurra. Da allora la situazione è cambiata parecchio, con la cessione di Nizza e Savoia alla Francia in cambio dell’aiuto militare per le guerre d’Indipendenza, seguita dall’ulteriore perdita dell’Alta Val Roia a seguito dei trattati di pace siglati nel secondo dopoguerra.
Tuttavia la Francia, dopo essersi annessa la valle del torrente Roia, non ha mai manifestato particolare interesse per quell’area, sostanzialmente avulsa dal resto del territorio transalpino. Un disinteresse che si riverbera e palesa anche nelle vicende della linea ferroviaria che, in effetti, è funzionale più alla logistica italiana che a quella francese. Il grosso dell’utenza, infatti, più che all’interno della valle, è quello che si muove fra Cuneo e Ventimiglia o viceversa. O che almeno vorrebbe farlo, se non venisse ostacolata in tutti i modi.
Dopo i fasti degli anni ’30 del secolo scorso, quando la tratta faceva parte di un “corridoio” che, attraverso Torino, collegava la Svizzera e parte del Nord Europa con il mare, la ferrovia subì gravi danni in tempo di guerra, tanto da venire riattivata solo a fine anni ’70. Nonostante ciò, il percorso della linea, in particolare all’interno della valle, ha fatto sì che nel 2016 la rivista tedesca Hörzu classificasse la tratta completa, da Torino a Nizza, al nono posto fra le dieci ferrovie più belle del mondo.
Un valido motivo di orgoglio, ma che non ha messo la linea al riparo da problemi tecnici. Nel 2017 la ferrovia è stata chiusa per manutenzione e ammodernamento, l’inizio di un piccolo calvario. Nonostante la sua utilità logistica e l’intrinseca bellezza del percorso, valido anche a fini turistici, non si è ancora riusciti a ripristinare appieno la sua funzionalità, con grande esasperazione per i fruitori.
Vedendo con quale pervicacia venga perseguita l’idea di costruire il TAV in Valsusa, risulta incomprensibile il disinteresse verso questa linea che, pur essendo a sua volta potenzialmente strategica, viene lasciata in condizioni di esercizio deplorevoli. Nonostante l’Italia abbia speso 29 milioni di euro (cifra ragguardevole, ma infima se confrontata con gli 8 miliardi circa previsti per il TAV) per mettere in sicurezza la linea in territorio francese, i “cugini” d’oltralpe hanno deciso di mantenere il limite di 40 km orari. Alla faccia dell’Alta Velocità “indispensabile” per collegarsi alla Francia.
È chiaro che una simile limitazione pregiudica la funzionalità della linea, allungando i tempi di percorrenza. Un vero peccato, visto che l’utenza potenziale sarebbe elevata: secondo dati della Regione Piemonte, prima di essere ridimensionata nel 2013, la tratta contava 900 passeggeri al giorno. Non per niente una raccolta firme in difesa della linea ha raggiunto 25.000 adesioni.
A questo punto, visto che si tratta di un collegamento internazionale, sarebbe opportuno un intervento del Governo, finora assolutamente latitante sulla questione, per ridare dignità e vigore a questa linea storica, che proprio quest’anno celebra i 40 anni dalla riapertura nel 1979, anche se la situazione non invita a grandi festeggiamenti.

Francesco Corbetta: addio vecchio botanico

Valter Giuliano

Francesco Corbetta (Zeme, 3 febbraio 1932) si è spento, il 6 settembre 2019 nella sua abitazione di Bologna.
Nella tanto amata e mai dimenticata Lomellina aveva passato la sua gioventù ed era stato uno degli animatori più attivi delle goliardia mortarese, fondando l'associazione il Circolo universitario mortarese. A lui si deve altresì la costruzione della cappelletta votiva ad angolo di via Cortellona a Mortara.
Poi la laurea in scienze biologiche, nel 1955, all'Università di Pavia e la docenza in botanica negli atenei di Bologna, Ferrara e Catania.
In seguito, titolare di cattedra, ha insegnato Botanica applicata all'Università dell'Aquila dal 1983 al 2003, assumendo anche la direzione del Dipartimento di Botanica. Al suo attivo ha oltre 300 pubblicazioni scientifiche e numerosi saggi divulgativi.
Fu particolarmente interessato all’indagine floristica in aree mediterranee del Sud Italia, in particolare in Basilicata, negli Alburni, nel Cilento e nella Sila. Un ruolo fondamentale lo svolse nell'ideazione e nell'istituzione del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, di cui divenne poi direttore.
Fece altresì parte del Consiglio direttivo del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Ha fatto parte del Consiglio Nazionale dell'Ambiente, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Villa Ghigi di Bologna (dal 1981) quando l'istituzione era ancora denominata Centro Villa Ghigi.
Il professor Corbetta si impegnò, sin da subito, nel movimento per la tutela degli interessi ambientali.
Dal 1976 al 1979, per la prima volta, assunse la carica di Presidente dell’Unione Bolognese Naturalisti, che ricoprirà ancora nei periodi dal 1984 al 1987 e dal 1998 al 2001.
Nella nostra Federazione Nazionale Pro Natura Francesco esordisce molto presto e lo incrociamo sulle pagine di Natura e Società e nel Consiglio sin dagli inizi degli anni Settanta.
Ricoprirà la carica di Segretario generale tra il 1976 e il 1986, quando sarà chiamato alla Presidenza che reggerà sino al 1993, restando nel Consiglio direttivo sino al 1999.
A lui e alla sua generosità si deve l’avvio del programma delle Oasi di protezione della Federazione, che partì proprio con la cessione dei terreni di sua proprietà in territorio pavese, la sua natia e mai dimenticata Lomellina.
Le motivazioni del suo impegno sono ben sintetizzate in queste riflessioni: «La Federazione Pro Natura ha recentemente costituito commissioni di esperti nei vari campi in cui si può articolare la problematica conservazionista che annoverano il fior fiore del mondo scientifico italiano e, in qualche caso, internazionale. Per quanto poi concerne la qualità della attività svolta, assistiamo ad una sorta di antipatico (e soprattutto non veritiero) luogo comune per cui alle associazioni (che avrebbero la colpa di agire, si dice, su basi emotive e non scientifiche o razionali) spetterebbe unicamente il ruolo di denuncia mentre le società scientifiche dovrebbero rimanere chiuse ed arroccate nella purezza della turris eburnea di una asettica Scienza e non “sporcarsi le mani”, anche loro, nella politica attiva di conservazione e difesa dei beni naturali. Personalmente non sono d’accordo su queste semplicistiche schematizzazioni per due motivi.
Il primo è che la valutazione di cui sopra (emotività ascientifica), oltreché gravemente lesiva del prestigio delle Associazioni, è anche gravemente inesatta per non dire falsa del tutto. Infatti, per quanto mi consta, spesso e volentieri le Associazioni, oltre alla attività di denuncia, sanno anche produrre documentazioni e studi scientificamente ineccepibili.
L’altro è che nella situazione di emergenza in cui versiamo non riconosco alle Società scientifiche questo perbenismo in guanti bianchi e il diritto di non battersi esse pure, in prima fila, fianco a fianco con le Associazioni ambientalistiche, contro l’onnipresente nemico di sempre: la speculazione e, più ancora, l’ignoranza!» (da I movimenti portatori di interessi ambientali, intervento alla Giornata dell’ambiente presso l’Accademia dei Lincei, Roma 5 giugno 1985).
Con Francesco ho collaborato, spesso discusso, talvolta litigato.
Ma tra noi non mancò mai il rispetto.
Mi concesse di firmare, con lui, un’indagine fitosociologica sulla vegetazione del Bosco della Partecipanza di Trino Vercellese, in cui ci incontrammo per una giornata, per me, ricca di esperienze e di insegnamenti.
Quando assunse la direzione della nuova serie di “Natura e Montagna” mi onorò, inaspettatamente, di inserire il mio nome tra i redattori. Rimasi nel colophon, per un solo numero. L’irascibile Corbetta non esitò a depennarmi.
Terreno di scontro, ma francamente non ricordo, fu probabilmente la nostra diversa visione sul ruolo dell’associazione che ho sempre voluto più “politico”, andando spesso in minoranza.
Era fatto così, ma neppure quell’episodio alienò la strana empatia del nostro rapporto.
Restò il rapporto di affetto e la stima, perché Francesco era, prima di tutto, un gentiluomo.
Giovane ecologista, all’incontro con il Professore universitario mi colpì, nelle prime riunioni del Consiglio direttivo all’Istituto di Botanica di via Irnerio a Bologna, trovarlo effigiato, proprio all’ingresso dell’Istituto, sotto forma di organo sessuale maschile, che qualche suo allievo con innegabili doti grafiche (forse meno in botanica) aveva disegnato. Quella “ testa di C...orbetta” che lui non volle fosse cancellata mi rivelò molto della sua intelligenza, del suo spirito rimasto gogliardico e della sua autoironia, dote che resta, nella mia concezione della vita, tare le più apprezzabili e meno praticate.
E non scordo la sua amabile ospitalità, nella gradevole e preziosa abitazione nel centro storico  bolognese, allietata da una cena con deliziosi arrosticini di rognoni con alloro.
Era, la passione per la gastronomia semplice ma di qualità, un altro segno distintivo di Francesco, probabilmente un’eredità antica sprofondata nelle terre contadine di Lomellina e poi rinnovata nei gusti straordinari del Cilento dove, da Acciaroli, non mancava di mandare lettere con le sue riflessioni sulle questioni ambientali. Il cibo come elevazione dello spirito che si nutre di gusto: un imprinting mai dimenticato. Ma anche prodotto di un equilibrio con la natura e con la terra, di ricostruire e riconquistare.
Del suo valore scientifico parlano curriculum e pubblicazioni, insieme a una carriera non sempre agevolata (e qualche volta se ne lamentò...).
Del suo impegno in campo ambientale - in epoche nelle quali non era di moda e non agevolava carriere universitarie - ho trovato tracce numerose (provando ogni volta per lui gratitudine) nel momento in cui sto lavorando alla ricostruzione di settant’anni di vita della nostra Federazione.
Tra le carte che sto leggendo – lettere accorate, inviate a Presidenti e Consiglieri di turno, articoli pubblicati sugli organi di informazione della Federazione – emerge una passione e una totale dedizione alla causa della Pro Natura e un costante impegno nel migliorarne la presenza nazionale.
Mi è venuto, d’istinto, il desiderio di risentirlo, per esprimergli gratitudine. Il destino non ci ha concesso quest’ultima opportunità e mi costringe a dargli l’ultimo saluto soltanto con queste inadeguate righe scritte con l’affetto e l’amicizia che avrei voluto dirgli.
Che non possono concludersi se non con le sue parole di cultore della storia e della memoria. Francesco ci ha consegnato, in ultimo, un suo diario di vita (Il vecchio botanico racconta) che presenta così: «il botanico è ormai vecchio… Pensa sempre, con acuta nostalgia, persino a periodi della sua vita che allora aveva ritenuti bui… l’attività didattica… qualche bella escursione…
La tensione interiore sale e allora il vecchio botanico sente il bisogno di raccontare. Ed ecco questo libriccino di racconti, ovviamente botanici, ma non solo...
Quando poi il discorso cade su piante mangerecce allora non resiste alla tentazione e vi infligge le sue ricette: dai natii risotti o “barbarici” piatti di cavoli…
Il vecchio botanico è… un torrente in piena e si è imposto – con grande sacrificio – di limitarsi.»

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Giuliano Cervi

A metà degli anni 70 il mondo ambientalista era connotato da un forte attivismo, sull'onda di un affascinante scenario che prospettava alle giovani generazioni la possibilità di ribaltare le dinamiche che stavano arrecando gravi danni al patrimonio naturalistico e culturale italiano. L'entusiasmo giovanile supportava un dinamico coinvolgimento a tutto campo, che trovava degli importanti interlocutori nelle più importanti associazioni italiane per la protezione della natura. Sull'onda di questo stato emotivo, dopo aver svolto intensa attività all'interno di Italia Nostra e del Club Alpino italiano, ebbi occasione di incontrare per la prima volta il professor Francesco Corbetta nel 1977, all’atto della costituzione del Coordinamento Regionale delle Associazioni per la protezione della natura dell'Emilia Romagna. Il suo attivismo, abbinato ad una profonda competenza scientifica non disgiunta da una grande disponibilità al confronto, mi colpirono inducendomi ad avviare la collaborazione con la Federazione Nazionale Pro Natura, che col tempo si tramutata in un autentico percorso di vita. Ciò che più mi colpì del professor Corbetta fu la sua disponibilità a dare fiducia a tutti coloro che intendevano impegnarsi nella difesa dell'ambiente naturale, affidando loro sin dal primo momento dei precisi compiti operativi. In tal modo, sotto la sua attenta regia, nel 1984 fu costituita la Pro Natura di Reggio Emilia e poco dopo ebbe inizio l'affascinante ma impegnativo  percorso che portò alla istituzione delle prime Oasi della Federazione. In quegli anni accompagnai il professor Corbetta in diverse località dell'Italia centro-settentrionale: dagli scenari alpestri della torbiera di Pian del Re sotto il Monviso, alle pianure dell'Agogna Morta, passando attraverso i ripidi versanti vulcanici del Monte Prinzera per giungere alle paludose risorgive della Pegolotta. Il suo fermo impegno protezionistico, non disgiunto dalla capacità di creare rapporti di amicizia con tanti diversi interlocutori, consentì di porre le condizioni favorevoli per dare origine ad un primo nucleo di aree protette ,che per le loro diverse caratteristiche offrono un importante quadro conoscitivo della complessa varietà dell'ambiente naturale italiano. Il professore era ben conscio che la sola acquisizione delle aree non era sufficiente ad assicurarne l'efficace salvaguardia: per questo motivo si impegnò per riuscire a creare un'articolata rete di appassionati cultori locali, che divennero ben presto i diretti custodi e gestori di queste oasi, facendosi   parte attiva di molteplici attività ed iniziative costantemente ed intelligentemente suggerite dalla sua esperienza umana e grande capacità comunicativa. La sua è stata una grande scuola che ha permesso di comprendere i complessi processi anche psicologici che sono alla base dell'impegno protezionistico italiano, nel quale l'azione di tutela, per essere realmente efficace, non può disgiungersi da una precisa strategia di coinvolgimento e compartecipazione delle comunità locali. In tale scenario diventavano fondamentali i momenti conviviali intesi come strumento di diffusione della conoscenza scientifica, ma anche di crescita di quel senso di appartenenza e di consapevolezza che è alla base delle più’ efficaci istanze di salvaguardia. Il suo attivismo fu incessante: proponeva in continuazione iniziative per supportare le “sue oasi”, per estendere l'attivismo protezionistico e promuovere la divulgazione della cultura naturalistica. Le sue “erbacciate“ hanno fatto epoca: partendo da approcci rigorosamente accademici si giungeva ad affrontare il mondo della botanica anche in termini squisitamente gastronomici, coniugando in modo estremamente efficace la conoscenza scientifica con il momento ludico, raggiungendo in tal modo l’obiettivo di avvicinare    il più vasto pubblico alle istanze protezionistiche, creando i presupposti per l'instaurarsi di profondi rapporti umani che rappresentano probabilmente il più grande valore che ci ha trasmesso il Professore. Per tutti questi aspetti fu un autentico antesignano dei moderni scenari della divulgazione scientifica e certamente il maggiore interprete del motto della Federazione: Far conoscere la natura perché conoscendola la si ami e amandola la si protegga.

Aree protette e sostenibilità

Franco Pedrotti

Il 12 giugno 2019 la Federparchi ha siglato con la Federlegni un impegno di collaborazione per diffondere la sostenibilità e valorizzare i modelli di sviluppo eco-compatibili nelle aree protette.
L'argomento della sostenibilità e della valorizzazione di modelli di sviluppo eco-compatibili è sicuramente importante, ma non può essere applicato nelle aree protette. Nelle aree protette vanno applicati modelli di tutela della biodiversità, della conservazione in integro degli ecosistemi e del mantenimento delle funzioni degli ecosistemi in perpetuo. Per l'ecosostenibilità e per i modelli di sviluppo ecosostenibili il nostro paese dispone di altri territori, non destinati in prima istanza alle aree protette.
Prendiamo il caso della Regione Marche. Questa Regione occupa un territorio pari a 9.365 km², di cui 2.903 km² sono montagne. Se vogliamo fare sperimentazioni nel territorio montano delle Marche, abbiamo a disposizione 2.903 km² di montagne, un territorio di vastissime dimensioni che in molte zone - fra l'altro - è stato abbandonato a causa dello spopolamento e nel quale si fa poco o nulla, nonostante vi siano organismi appositamente deputati ad occuparsi di esso.
Altre zone adatte per le sperimentazioni sulla sostenibilità potrebbero essere quelle delle foreste demaniali regionali (nelle Marche si trovano 15 foreste demaniali per un'estensione di 19.036 ettari), ma non il Parco Nazionale dei Monti Sibillini destinato per legge ad altri scopi. Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è esteso appena 69.722 ettari, un'area irrilevante di fronte ai 2.903 km² di territorio montano delle Marche.
Nella Regione Marche nel 1971 erano state istituite 9 Comunità Montane, corrispondenti a 9 ambiti territoriali che interessano tutto il territorio montano e quello alto-collinare. Le Comunità Montane sono cessate alla data del 31 dicembre 2014 e ad esse sono subentrate le Unioni Montane.
Scopo delle Comunità Montane prima e delle Unioni Montane ora, è quello della valorizzazione delle zone montane. Sono istituzioni previste dalla legge per lo sviluppo dei territori montani, per iniziative, promozioni, sperimentazioni, realizzazioni di progetti con fondi appositamente destinati, compresi quelli provenienti dalla Comunità Europea. All'articolo 3 della legge istitutiva si legge: Le comunità montane adottano piani pluriennali di opere ed interventi e individuano gli strumenti idonei a perseguire gli obiettivi dello sviluppo socio-economico.
Le aree protette sono destinate per legge alla conservazione della natura e delle sue risorse (biodiversità, ecosistemi, paesaggi, ecc.) con tutto quello che ne consegue e non a sperimentazioni sullo sviluppo sostenibile per le quali vi sono a disposizione migliaia e migliaia di territori montani al di fuori delle aree protette e sovente abbandonati a sé stessi. Date le caratteristiche fisiche del nostro paese, quanto riportato per la Regione Marche è valido anche per le montagne di tutte le altre regioni italiane.
La Federparchi e la Federlgno parlano anche di promuovere iniziative su tutto il territorio delle aree protette con l’obiettivo di incentivare l’uso del legno. Non si capisce, peraltro, da quale punto di vista.
Fra gli scopi delle aree protette rientra sicuramente anche quello della salvaguardia delle foreste e soprattutto del loro potenziamento, tenuto conto dello “stato di conservazione” delle foreste italiane, che sono sovente ridotte a boschi cedui e degradati, sia dentro che fuori i parchi.
Fra gli obiettivi delle aree protette dovrebbe esservi anche quello di incentivare la produzione del “legno” delle foreste, permettendo un loro sviluppo fino al raggiungimento dello stadio dinamico più maturo, il più evoluto possibile, quello della fluttuazione. In tal modo nelle aree protette si potrebbe compiere il ciclo completo del legno e cioè la germinazione del seme, lo sviluppo della piantina e – dopo molti decenni - il raggiungimento della fase matura dell'albero, fino al suo crollo per cause naturali e conseguente decomposizione del legno sul posto. Oggi ciò non avviene in nessun parco nazionale italiano, avviene – invece – in alcune riserve naturali come quelle di Sasso Fratino e di Torricchio e in pochi altri casi.
I parchi nazionali italiani fino ad oggi ha poco preso in considerazione nei loro programmi il tema dello sviluppo e del potenziamento delle foreste, che sono fatte – per l'appunto - di legno, una risorsa rinnovabile che nei nostri tempi è tale soltanto se l'uomo lo permette.
Concludo con il motto di un noto giornale romano: unicuique suum, a ciascuno il suo, agli enti preposti alla gestione delle aree protette quello della conservazione della natura e delle sue risorse, compreso il legno, alle Unioni Montane e simili quello della gestione generale del territorio e della sua promozione.

Il ponte della Gioconda e i ladri della bellezza

Gianni Marucelli

Dopo otto secoli attraversa ancora, agile ed elegante sulle sue sette arcate a sesto ribassato, l'Arno, in uno dei suoi punti più larghi: è il Ponte a Buriano, nei pressi di Arezzo. Leonardo lo vide, forse, in occasione del suo servizio in qualità di ingegnere militare presso Cesare Borgia, il Duca Valentino, ampiamente figlio di Papa e di papà, esempio illuminante di Principe per Niccolò Machiavelli, di crudele tiranno senza princìpi per noi moderni.
Comunque sia, il genio di Vinci apprezzò la struttura e la bellezza del manufatto, tanto che lo volle ritrarre sullo sfondo di quel quadro che si portò appresso, ritoccandolo, fino alla sua morte, quando ne fece dono a Francesco I di Francia, suo benefattore e protettore. La questione se questo sia appunto veridicamente quel ponte, pur se ancora dibattuta, pare a me bastevolmente appurata, e quindi non vi ci soffermerò ulteriormente, se non per affermare che un ponte il quale, dopo otto secoli di onorato servizio, regge ancora il traffico veicolare, non solo è stato costruito solidamente, ma eccezionalmente bene.

Il quadro cui ho accennato è, ovviamente, l'opera pittorica più famosa del pianeta Terra, quella Monna Lisa del Giocondo che tante menti e ingegni ha ispirato nei secoli, e probabilmente ancora ne ispirerà.
Basterebbe ciò a rendere, di riflesso, illustre il ponte e il luogo che lo ospita, la valle dell'Arno che in questo punto è davvero incantevole; da qui, verso valle, ha inizio un tratto sinuoso e, a tratti, incassato profondamente, che par davvero prenda esempio dai canyons americani. È da molti anni zona protetta, la Riserva Naturale di Bandella e della Valle dell'Inferno, che, grazie alla presenza di due dighe, La Penna e Levane, presenta anche zone palustri, davvero interessanti per l'avifauna acquatica.
Verso nord, invece, non esiste altro ponte prima di Castelluccio, piccolo borgo sito nel Comune di Capolona. In questo breve tratto, la riva destra del fiume è davvero poco antropizzata: la località di Cincelli, a poche centinaia di metri dal Ponte a Buriano, nell'antichità ospitava una fornace (gli aretini, prima etruschi poi romani, erano davvero notissimi per la produzione di ceramica “sigillata”, ovvero recante il sigillo – oggi diremmo logo – dell'azienda vasaia che la realizzava).
Da Cincelli, verso nord, hanno inizio le pendici del massiccio del Pratomagno, che separa la Valle dell'Arno dal Casentino. Una stretta strada asfaltata porta da Ponte a Buriano a Castelluccio, un'altra raggiunge il minuscolo borgo rurale di Pieve San Giovanni, ridiscendendo poi per congiungersi alla prima, proprio a Castelluccio. In questo non molto vasto triangolo, che ha per base il corso dell'Arno, i seminativi e gli ex seminativi si alternano a boschetti mesofili di querce – in prevalenza roverella – carpino, ontano. Tutta la zona è ricca di fauna: ungulati (cinghiali, caprioli, daini), mustelidi (volpe, faina, donnola), lepri, istrici e via dicendo, nonché di rapaci. Il lupo è presente nei boschi del Pratomagno, e probabilmente, in inverno, frequenta anche queste piagge.
Il luogo è conosciuto, appunto, come Valle delle Piagge, e avrebbe tutte le potenzialità per conoscere uno sviluppo di turismo “alternativo” di tutto rispetto, avendo tra l'altro già alcune strutture (anche di vaste dimensioni) che lo ospitano, sia in Comune di Capolona che nel confinante Comune di Castiglion Fibocchi.
Il problema è che la Valle delle Piagge sta avendo invece, in queste settimane, una certa notorietà sui media locali, non per i suoi pregi naturalistico-ambientali, ma per i rischi che sta correndo: l'amministrazione del Comune di Capolona ha infatti dato parere favorevole, qualche tempo fa, alla concessione a una azienda aretina di sfruttare proprio questo territorio per realizzare quattro cave, di cui  una per la  produzione di pietre e le  altre per  sabbie e pietrisco, per un'area molto vasta (cinque ettari più due di fascia esterna solo per un primo intervento) e una profondità naturalmente indefinita. Chi ancora, in questa epoca di ricorso alle calcolatrici del proprio smartphone, sa fare due conti a memoria, è subito trasalito: si tratta infatti di 50.0000 m2 di terreno, moltiplicati per i metri di profondità (che non sono mai pochi, quando si tratta di prelevare materiale...).

Quindi, le cifre sono impressionanti: calcolate parecchie centinaia di migliaia di metri cubi; tanto per avere un'idea del peso, un metro cubo di inerti di sabbia e pietrisco pesa ben oltre una tonnellata. Inoltre, i due ettari di fascia di “rispetto” saranno percorsi da macchinari pesanti e perderanno ogni connotazione naturale.
In pratica, la Valle delle Piagge sarà devastata, e le ricadute in termini di inquinamento atmosferico (scarichi dei motori, polveri) e acustico andranno ben oltre i suoi confini.

La riflessione che suscita più curiosità è però la seguente: quanto guadagnerà il Comune che ha dato parere favorevole allo sfruttamento? Tanto da sovvenire alle necessità delle fasce meno abbienti della popolazione, o per altri scopi sociali? Il Sindaco lo ha rivelato: 300.000 euro, il costo di un paio di piccoli appartamenti ad Arezzo. Il biblico “piatto di lenticchie” in cambio della primogenitura... Ha aggiunto, anche, che i soldi saranno spesi per le frazioni del Comune interessate dai lavori: ovverosia, prima ti rovino, poi ti do un contentino!

Infine, ha affermato che la decisione è stata presa in mancanza di qualunque vincolo archeologico o paesaggistico e che, dopo l'uso, e come prescritto dalle leggi, il territorio interessato sarà “ripristinato” a cura della ditta che ha svolto i lavori. Non ha specificato che è impossibile tornare alla situazione precedente, o anche solo pensarlo, considerando l'enorme sbancamento in una zona in lieve ma costante pendenza e la cui bellezza consta anche dei dossi e poggetti che la animano.
Chi conosce la realtà di una cava sa perfettamente che, se va bene, il terreno, la cui geomorfologia sarà profondamente modificata, verrà spianato, e ci vorrà del bello e del buono per riportarvi una parvenza di vegetazione. Questo, senza considerare che anche il regime idrografico risulterà profondamente alterato.
Se, invece, va male, ossia, come capita spesso, la Ditta non vuole o non è in grado di ottemperare agli impegni presi, pur avendo versato una fidejussione, le grandi cavità resteranno quali sono, oppure, chissà, è già successo molte volte, saranno utilizzate come discariche. Autorizzate, beninteso, tanto chi si ricorderà come era questa vallata tra una decina o una ventina di anni? Quanto saranno cambiati, nel frattempo, i regolamenti oggi vigenti?

Ma non è ancora finita. Nella sua visione delle cose, l'Amministrazione comunale di Capolona ha creduto bene di risparmiare, almeno nelle intenzioni, il passaggio dei camion da cava, sei giorni su sette e per un tempo indefinito, ma certo lungo, agli abitanti del proprio capoluogo, riversando sia il traffico pesante che i relativi disagi da inquinamento atmosferico e acustico su quelli del Comune confinante. Il quale, ovviamente, ha gridato il suo NO, come anche il Comune di Arezzo e la Provincia omonima.
Intanto, gli abitanti della zona interessata dal progetto della cava hanno costituito un apposito Comitato, per opporsi, con ogni mezzo, allo scempio che si prospetta; non è neppure mancato loro l'apporto di uno dei Vice-presidenti della Regione Toscana, la quale peraltro, forse per non aver valutato bene le dimensioni e la qualità dell'impatto ambientale, ha inserito il progetto nel proprio Piano Cave.

Non sappiamo quindi, ad oggi, quale esito avrà la vicenda. Possiamo però introdurre una riflessione più generale: in un momento di crisi, nel quale i Comuni devono affrontare con poche risorse – divenute minime dopo la Legge di Stabilità, varata dal Governo nel 2013 – le necessità amministrative ordinarie e straordinarie, è logico ( ma non giustificabile) che alcuni tendano a sfruttare il più possibile ciò che offre il loro territorio, senza starsi a porre troppe domande sulla sostenibilità ambientale, o meno, delle loro operazioni. È il caso, appunto, delle attività estrattive.
In un suo dettagliato rapporto sulla situazione delle escavazioni di materiali inerti in Italia, datato 2017, Legambiente sottolineava come la Toscana sia una delle Regioni italiane che si è dotata di un suo Piano-Cave, a differenza – orrore! - di altre regioni dove, a quanto pare, non esiste alcuna regola precisa. Aggiungeva, però, che questa regione è già abbastanza deturpata dalla presenza di attività estrattive di questo genere: sarebbe bastevole portare l'esempio delle Alpi Apuane, la bellissima catena montuosa prospiciente il mare che è ormai stata ampiamente depredata del suo marmo prezioso.
Anche in quel caso, come, se avverrà, in quello della Valle delle Piagge, non si sarà derubato una zona solo della sua terra e delle sue pietre (beni di cui non si “produce” più neppure un grammo!), ma anche della sua Bellezza.
Una Bellezza che, nel nostro caso, certo lo sguardo di Leonardo da Vinci apprezzò, e che non sarà più disponibile né ricreabile. Per nessuno.

Il favor legislativo per le fonti rinnovabili a discapito dell'identità di interi territori

Donato Cancellara - Ass. VAS per il Vulture Alto Bradano

Il Decreto Legislativo n. 104/2017, in attuazione della direttiva europea 2014/52/UE concernente la Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) di determinati progetti pubblici e privati, ha introdotto numerose modifiche al d.lgs. n.152/2006 (Testo Unico Ambientale) con particolare riferimento alla competenza in materia di V.I.A. quale strumento che dovrebbe verificare la sostenibilità di un progetto anche tramite adeguate misure di mitigazione.
Tale decreto ha previsto che tutti i progetti di opere elettriche (in generale stazioni elettriche ed elettrodotti) per i quali è prevista la V.I.A. o la procedura di Verifica di assoggettabilità alla V.I.A., cosiddetto screening alla V.I.A., siano da ritenersi di competenza statale, così come le procedure di V.I.A. di progetti di impianti eolici con potenza elettrica nominale maggiore ai 30 MW.

Le ripercussioni di tali disposizioni sono rilevanti in tutti quei territori, la Basilicata in primis, che risultano martoriati dall'eolico selvaggio e dall'anomalo proliferare di opere elettriche, spesso ritenute surrettiziamente - durante l'iter autorizzativo - opere connesse all'impianto eolico oggetto di autorizzazione unica regionale. Si ricorda che, ad oggi, 18 sono le nuove istanze di V.I.A. (metà delle quali di competenza regionali e l'altra metà di competenza statale) riguardanti mega impianti eolici che si vorrebbero realizzare in Basilicata per un totale di oltre 540 MW di potenza elettrica da installare tramite 178 nuovi aerogeneratori i cui progetti eolici interesserebbero 24 Comuni lucani.

È in questo scenario che si va ad innestare l'annosa vicenda della "trasversale lucana" quale rilevante progetto comprendente svariate opere elettriche autorizzate tramite Delibera di Giunta Regionale n. 279 del 12 marzo 2013. Con detta delibera venne dato il nulla osta alla realizzazione di una miriade di opere elettriche considerate connesse ad un impianto eolico di soli 8 aerogeneratori per una potenza complessiva di 20 MW. Parliamo della stazione elettrica "Genzano" 150/380 kV, della stazione elettrica "Nuova Vaglio" a 150 kV, della stazione elettrica "Nuova Oppido" a 150 kV, della stazione elettrica "Nuova Avigliano" a 150 kV nonché una doppia linea di elettrodotti di collegamento a 150 KV per oltre 40 Km di tracciato. Tutte opere elettriche invasive ed impattanti sul territorio, classificato agricolo, di 5 Comuni (Cancellara, Vaglio, Tolve, Oppido e Genzano di Lucania) che solo successivamente sono pervenute alla società Terna S.p.A. tramite un susseguirsi di volture tra gennaio 2014 e maggio 2015. Tutte opere ritenute connesse all'impianto eolico di 20 MW, proprio quell'impianto entrato in esercizio anche senza che tali opere venissero completamente ultimate. Tutte opere necessarie ed indispensabili a svariati impianti eolici e non solamente a quell'unico impianto di 20 MW. Tutte opere con un impatto ambientale che risulta essere indiscutibilmente maggiore rispetto a quell'impianto eolico considerato "opera principale" a fronte della miriade di opere elettriche ritenute "opere connesse".
Stiamo parlando della già citata D.G.R. n. 279/2013 in cui si precisa che il giudizio di compatibilità ambientale è da ritenersi valido per un periodo massimo di 5 anni a partire dall'adozione della delibera e che entro tale data dovevano iniziare ed essere ultimati tutti i lavori per la realizzazione del progetto comprendendo anche quelle opere elettriche che oggi chiamiamo "trasversale lucana".
Opere che non sono state integralmente realizzate nel termine perentorio dei 5 anni per motivi riconducibili anche alla necessità di varianti progettuali, interferenze con aree soggette ad usi civici ecc... Tutti aspetti non banali che avrebbero potuto richiedere la ridiscussione dell'opera nel suo insieme da parte della Regione Basilicata con il coinvolgimento di tutti i portatori di interesse insieme, ovviamente, all'unica società avente titolarità dell'opera qual è Terna.
Cruciale la voltura con la quale nel gennaio 2014 si trasferisce la titolarità dell'Autorizzazione Unica rilasciata con D.G.R. n. 279/2013 alla società Serra Carpaneto s.r.l. poi Serra Carpaneto 3 S.r.l., a favore della società Eolica Cancellara S.r.l. già titolare di altra autorizzazione rilasciata con D.G.R. n. 278/2013. Voltura che avrebbe riguardato le sole 2 stazioni elettriche "Nuova Vaglio" e "Nuova Oppido" con relativi raccordi. Una volturazione precedente a quelle che avrebbero poi portato Terna ad essere l'unica titolare della "trasversale lucana".

Tutta questa lunga premessa per comprendere il senso della Deliberazione n. 133 del 14 febbraio 2019, di recentissima pubblicazione, con la quale l'Ufficio di Compatibilità ambientale della Regione Basilicata ha deciso l'archiviazione dell'istanza, presentata dalla Società Terna Rete Italia S.p.A., riguardante la proroga del termine di validità del Giudizio favorevole di Compatibilità ambientale, inizialmente rilasciato con D.G.R. n. 279/2013, per sopravvenuta incompetenza legislativa a seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 104 del 16 giugno 2017.
Estenuante il braccio di ferro tra Terna che avrebbe voluto far esprimere la Regione Basilicata sulla proroga e la stessa Regione, per il tramite del suo ufficio competente, nel sostenere la sua impossibilità a soddisfare la richiesta ed il dover necessariamente rivolgersi al Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (M.A.T.T.M.) per sopravvenuta competenza statale dell'oggetto della richiesta.
La discussione, alquanto surreale, sembra essere stato il tentativo di considerare tutte le opere elettriche, sopra menzionate, spacchettate in due distinte delibere di giunta regionale (DGR n. 278/2013 e n. 279/2013) tali da giustificare la competenza regionale di una di esse (la n. DGR n. 279 riguardante un impianto avente potenza inferiore ai 30 MW), oppure considerare tutte le opere elettriche in un unico progetto quale la "trasversale lucana" senza distinzione tra ciò che risulta presente in una delibera e ciò che risulta presente in altra delibera. Era così complicato comprendere che le tante opere elettriche andavano considerate come un unico e rilevante progetto elettrico facente capo ad un'unica società legittimata alla gestione delle opere AT e AAT (alta ed altissima tensione)?

Lo scenario si complica con una recentissima legge della Regione Basilicata n. 4/2019, approvata dal Consiglio regionale in regime di prorogatio, con cui è stato introdotto il raddoppio del contingente di potenza elettrica installabile derivante da fonte eolica, ed in particolare al comma 3 dell’articolo 13 si prevede che: “nelle more della adozione della nuova pianificazione energetica ambientale della Regione, ai fini del rilascio delle autorizzazioni di cui all'art. 12 del D.Lgs. n. 387/2003 i limiti massimi della produzione di energia da fonte rinnovabile stabiliti dalla Tab. 1.4 del vigente P.I.E.A.R. approvato con L.R. n. 1 del 19 gennaio 2010, sono aumentati per singola fonte rinnovabile in misura non superiore a 2 volte l'obiettivo stabilito per la fonte eolica e per la fonte solare di conversione fotovoltaica e termodinamica e in misura non superiore a 1,5 volte gli obiettivi stabiliti per le altre fonti rinnovabili in essa previste".
Alquanto surreale pensare di installare centinaia di altre pale eoliche prima di una nuova ed aggiornata pianificazione energetica in Terra di Basilicata. L'installazione di aereogeneratori ha generato un'evidente situazione di insostenibilità dal punto di vista ambientale e paesaggistico avendo raggiunto, già da molto tempo, un massiccio abuso della parola rinnovabile che, spesso, cerca di eludere quella di speculazione.

La legge contestata è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri con Delibera dell'8 maggio scorso, ma non nella direzione sperata. Infatti, si legge che "nel nostro ordinamento non vi è un principio di regionalizzazione per la produzione e consumo di energia. Secondo quanto disposto dall'art. 1, comma 1, del d.lgs. 79/1999, la produzione di energia elettrica (da qualunque fonte) è attività libera e non è pertanto condizionata dall'entità dei consumi in ambito regionale. Le linee guida statali, in coerenza con tale principio, prevedono che l'eventuale superamento di limitazioni programmatiche contenute nel Piano energetico regionale o delle quote minime di incremento dell'energia elettrica da FER non preclude comunque l'avvio e la conclusione favorevole del procedimento di rilascio dell'autorizzazione unica (par. 14.5). Il riferimento alle quote minime di incremento di energia da FER è stato introdotto nelle linee guida in relazione all'obiettivo nazionale del 17% di consumo finale lordo da FER al 2020, stabilito dalla direttiva europea 2009/28/CE (sulla promozione delle fonti rinnovabili). In base al d. lgs. 28 del 2011 è stato emanato il DM 15 marzo 2012 (cd. Burden Sharing) che ha ripartito detto obiettivo fra le Regioni, in considerazione del loro potenziale tecnico-economico e delle disponibilità di risorse energetiche locali.
Sebbene la Regione Basilicata sia in linea con la traiettoria intermedia degli obiettivi fissati dal Burden Sharing, va osservato che la fissazione di tetti di produzione di energia elettrica non deve in ogni caso rappresentare un ostacolo o la compressione della libertà di iniziativa economica in materia di produzione di energia elettrica di cui al citato art. 1, comma 1, del d.lgs. 79/1999, che è di derivazione comunitaria (direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica). Deve allora risultare chiaramente che i predetti limiti massimi di produzione per le singole fonti, che le Regioni possono fissare, non inibiscono l'avvio e la conclusione favorevole del procedi-mento di rilascio dell'autorizzazione unica o di altri titoli abilitativi.
È noto infatti il favor accordato alle fonti rinnovabili dagli accordi internazionali e dalle direttive comunitarie in materia (direttive 2001/77/CE e 2009/28/CE, attuate nell'ordinamento italiano, rispettivamente, con i d. lgs. n. 387/2003 e n. 28/2011). Al riguardo, è appena il caso di ricordare che con la recente direttiva 2018/2001 dell'11 dicembre 2018 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili sono stati posti nuovi e più sfidanti obiettivi al 2030 e che l'Italia, con la proposta del Piano per l'energia e il Clima (inviata alla Commissione Europea a fine dicembre 2018), si è impegnata a raggiungere il 30% dei consumi di energia da fonte rinnovabile sul totale dei consumi ".

A fronte di tale precisazioni, sembra più che mai urgente insistere con proposte di legge che modifichino la legislazione nazionale, in primis il decreto legislativo n. 387/2003, al fine di porre un freno a quel favor legislativo per le fonti rinnovabili che sta portando, in diverse parte dell'Italia, a fenomeni di speculazione incontrollata con rilevanti danni all'Ambiente, al Paesaggio ed alla salute dei cittadini.

Notizie dal Delta del Po

Mario Rocca (Associazione Naturalisti Ferraresi Amici del Delta)

Questo territorio, che ha ben pochi uguali nel bacino del Mediterraneo, è da sempre bistrattato dalle nostre Amministrazioni. Ne fa fede la tormentata storia del Parco del Delta, mai arrivato a diventare Nazionale, e ora ridotto a un pallido simulacro, orientato più allo sviluppo turistico e industriale che alla tutela del patrimonio ambientale.
Il caso della “Fabbrica delle Polveri”, a ridosso dell’abitato di Porto Garibaldi, nell’immediato entroterra della statale Romea, rappresenta un caso emblematico. Circa mezzo secolo fa, coi criteri di allora, l’area era stata destinata a zona industriale, ed ivi era sorta una fabbrica di piastrelle in ceramica, la CERCOM, poi fallita e abbandonata già dal 2002. Le multinazionali spagnole Arcilla Blanca e Torrecid, che producono impasti per Gres Porcellanato, e si forniscono di minerale nelle zone del Mediterraneo orientale, hanno pensato nei mesi scorsi di situare una lavorazione intermedia a Comacchio, nell’area CERCOM, ora zona Parco. Lì sarebbero arrivati i camion da Ravenna, carichi del minerale scaricato dalle navi.
Battezzata dagli oppositori comacchiesi “La Fabbrica delle Polveri”, doveva ridurre il minerale in finissima polvere, per poi trasformarla in impasto ed inviarlo a destinazione ovunque. La burrascosa opposizione locale aveva ottime frecce al suo arco: gli spagnoli che consideravano Comacchio alla stregua di terzo mondo; le emissioni dei camini alti 35 m in una zona vocata al turismo vacanziero, sia stagionale che “stanziale”, leggi seconde case; il traffico dei TIR, stimato sui 170 giornalieri, sulla supertrafficata Romea, e attorno a un residuo vallivo attiguo alla fabbrica; l’inadeguatezza strutturale del ponte della Romea sul Porto Canale, e del relativo svincolo, non costruiti per sopportare tale traffico aggiunto; la grande richiesta di acqua dolce per le lavorazioni, nonché i vapori emessi in atmosfera; l’impatto visivo delle torri fumanti alte 35 m in zona turistico-balneare.
Il dibattito in Comune, energicamente sostenuto dalle opposizioni consiliari, dal coacervo delle Associazioni ferraresi, e dal Comitato appositamente costituitosi, ha finito fortunatamente con lo spaventare gli investitori, e il Sindaco, che aveva caldeggiato il progetto, ha dovuto rinunciarvi.
Ebbene, non ancora spenti gli echi dell’affare CERCOM, ecco un nuovo allarme: il deposito di terreni “bonificati” nelle ex-vasche di decantazione dello zuccherificio di Comacchio, abbandonato anch’esso 26 anni fa. L’area delle vasche, a poca distanza dall’insediamento CERCOM, misura 22 ettari, è attigua all’area dismessa del vecchi zuccherificio, e insiste su resti archeologici risalenti ai proto-insediamenti in zona, evolutisi poi fino alla Comacchio contemporanea. Non dimentichiamo che a poca distanza esistono gli scavi della necropoli di Spina in Valle Pega, i cui reperti hanno riempito dei musei, per non parlare del ritrovamento di una nave romana, di epoca successiva (tardo impero).
Le vasche di decantazione ospitavano i liquami di scarto dei sughi di barbabietola da cui si ricavava il saccarosio. Questi liquami non avevano un contenuto tossico, ma necessitavano di ossigeno per fermentare: prima che queste vasche divenissero obbligatorie per legge, i liquami venivano sversati nei fiumi, dove la loro fermentazione provocava la totale anossia delle acque, e la conseguente moria di tutta la fauna acquatica. Attualmente le vasche in questione, dopo 26 anni, esaurito da tempo il processo di ossidazione, hanno un aspetto prativo, delimitato dagli antichi arginelli. Attigui alle vasche si alzano ancora i resti dello zuccherificio, in stato di abbandono.
Ed è sopra a queste vasche che la società Sipro, gestore di un insediamento industriale nell’entroterra, ha concordato alla chetichella con il Comune il deposito di rifiuti di Classe B dianzi nominato, provenienti dalle bonifiche di terreni inquinati, trattati dalla ditta Petroltecnica di Rimini , per un volume di 250.000 metri cubi, equivalente ad uno spessore di materiale di oltre un metro. L’area dei depositi resterebbe interdetta per 10 anni (non agli uccelli, anzi si prospetta di approntarvi una garzaia!), il tempo necessario alla “maturazione” dei terreni, i quali resterebbero di provenienza ignota, e trattati dalla Petroltecnica per il solo contenuto in idrocarburi. Vale a dire che ogni altro eventuale contenuto di inquinanti, di qualsiasi genere, vi resterebbe inalterato.
Le speranze di sventare questo accordo, del quale si è appreso l’esistenza in Consiglio Comunale per una soffiata, è affidata all’ormai tumultuosa protesta dei comacchiesi, alla battaglia di alcuni Consiglieri di opposizione, e all’iniziativa di Legambiente Comacchio e dell’ ASOER, Associazione Ornitologi Emilia Romagna. Oltre a una corposa e documentata critica al progetto, esse presentano una soluzione alternativa, cioè la creazione nelle vasche di una zona umida di acqua dolce, opportunamente strutturata in bassissimi fondali e isole, alimentata dalle acque del Consorzio di Bonifica. Tale zona umida verrebbe presto frequentata dalle numerose specie avicole che prediligono l’acqua dolce, mentre l’acqua delle Valli è salmastra.
L’aspetto qualificante di questa soluzione risiede nella possibilità di fruire di contributi regionali ed europei che coprirebbero per intero le modeste spese di realizzazione e di fruizione. Non vi sarebbe nemmeno apporto di terreno sulle vasche. Gli ostacoli che si presentano sono la scadenza a breve del bando per ottenere i contributi, e il fatto che la domanda deve essere presentata dal proprietario dell’area, cioè guarda caso, la SIPRO. Il dialogo fra le parti è comunque iniziato. Auguri e scongiuri, dunque!