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La ballata dei lupi ribelli

Vincenzo Rizzi

 

Ci sono ben pochi animali predatori, come il lupo, che hanno intrecciato così tanto le loro sorti con l’uomo, in un rapporto spesso tragico, basato sull'invidia per la forza e la libertà che gode questo straordinario predatore sociale. Un rapporto intriso di crudeltà e sangue a scapito principalmente di uno solo dei contendenti: il lupo. Questo canide selvatico, nell'immaginario umano è sempre in bilico tra divinità positive e negative, il lupo piegato ai voleri dell'uomo e che si tramuta nel suo migliore amico, il cane.

L’uomo che s’inchina alla natura selvaggia e si trasforma in un licantropo. Il lupo predone, il lupo silenzioso, il lupo genitore e fondatore, il lupo specchio della turbolenta anima umana, il lupo che in ogni sua recondita sfaccettatura è il simbolo della forza della vita, ma al contempo rappresenta la parte oscura dell’animo umano, Homo homini lupus.

Facendo un salto indietro nel tempo, Zenobio, un sofista greco del II secolo d.C., asserì: Il lupo è sempre sotto accusa, colpevole o meno che sia. Tutto questo astio nei confronti del lupo crebbe esponenzialmente passando dall'età classica a quella moderna. Infatti, nel secolo breve, 6 forse 7 sottospecie del lupo grigio (Canis lupus) sono state cacciate fino all'ultimo esemplare. Il lupo, malgrado tutto, riesce ancora ad essere fra noi in Capitanata e forse questo miracolo può essere mirabilmente sintetizzato da un proverbio russo: “un lupo sopravvive grazie ai suoi piedi

L’Epopea dello sterminio delle sottospecie di lupo a causa dell'uomo è una narrazione interessante e ricca di elementi di riflessioni sulla visione che l’uomo, negli ultimi cinquecento anni, ha di questo incredibile predatore. In particolare, nel nuovo mondo, la lotta tra uomo e lupo è stata durissima, basti pensare che negli Stati Uniti questo scontro presenta similitudini con la guerra tra gli invasori europei e i nativi americani, dove spesso i nativi rispondevano militarmente all'invasione con tecniche di guerriglia. Infatti, in una visione culturalmente antropomorfa, anche tra i lupi ci furono diversi animali che vendettero cara la propria pelle e, stranamente, molti di questi avevano elementi distintivi come il mantello bianco o nero, che rafforzavano il loro mito e, al contempo, fortificavano l’odio irrazionale che ha caratterizzato la cultura pastorale americana nei confronti del lupo. Basti pensare che nel 1638, nello Stato del Massachusetts, era in vigore una legge che stabiliva che "chiunque nella città sparasse in qualsiasi occasione non necessaria o a qualsiasi animale selvatico, eccetto a un indiano o a un lupo, dovrà pagare 5 scellini per ogni colpo sparato."

In Virginia, nel 1703, un uomo di chiesa, per spiegare la necessità morale per cui gli indiani dovevano venire cacciati anche con i cani e quindi sterminati, scriveva che "essi si comportano come lupi e come lupi vanno trattati". Edward Curnow, nella sua storia dello sviluppo dell'industria dell'allevamento e dell'estinzione del lupo in Montana, afferma che prima del 1878 i coloni erano più assillati dagli indiani, ma una volta che questi furono confinati nelle riserve e con l'arrivo delle nuove ondate di coloni, il lupo per gli allevatori "divenne oggetto di un odio patologico".

Tornando al mito del lupo guerrigliero che si è tramandato fino ai nostri giorni, ricordiamo alcuni dei più conosciuti che hanno operato tra il diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo: Snowdrift Wolf di Judith Basin, Custer Wolf del Sud Dakota, la lupa di Split Rockn detta anche Three Toes di Harding County in Sud Dakota, il lupo di Custer attivo nelle Colline Nere presso Custer, nel Dakota del Sud, Badlands Billy (detto anche Big Dark) e il lupo di Roosevelt del North Dakota, Wolf di Sycan Marsh nell'Oregon, Old Whitey di Bear Springs Mesa, Colorado, Bucher Wolf e Old Lefty della Contea di Eagle in Colorado, Big Foot conosciuto anche come Old Whitey & Three Toes di Bear Springs Mesa, presso Thatcher, Colorado, Spring Creek Wolf, Truxton Wolf, di Virden Wolf, Rags lo scavatore ("Rags the Digger") di Cathedral Bluffs, presso Meeker nel Colorado, Gray Terror, (il lupo macellaio) Colorado, Gray di Cuerno Verde in Colorado, Two Toes Colorado, Old Sister, il lupo di Greenwood e il branco di Keystone sempre nel Colorado, The Truxton Wolf e Aquila Wolf in Arizona, il lupo di Chiricahua dei monti Chiricahua, Lupo Spring Valley Arizona, Old one Toe e Old Auguila in Arizona, Wolf e Black Buffalo runner in Manitoba, Winnipeg Wolf, Ghost Wolf del Montana, Big Timber Killer del Montana, Old Grazy Mountain Wallis del Montana, White Wolf of Cheyenne del Montana, Snow Slide of the High Wood Mountains del Montana, Lefty of Fort Mc Ginnie del Montana, Old Cripple Foot del Montana, Big Foot, Bob Brew, Unnamed Large, Custer, Unnamed White, Yellow hammer, Cushion Foot, Five Toes, Red Flash, Scar Face e Two Toes tutti lupi del Wyoming, Two Toes del Kansas, Lobo Giant Killer Wolf of the North del Minesota, Las Margarita e Old One Toe Messico, Big Foot Terror of the lane County del Colorado, Phantom Wolf of Big Salt Wash, del Colorado, Green Horn Wolf del Colorado, Old Club Foot del Colorado, Three Toes of the Apishapa del Colorado, Big Boy, El Lobo Diablo, Black Worrior, e El Comanche tutti Nuovo Messico, Were Wolf nel Saskatchewan, Old Two Toes Baytield County del Wisconsis, Lobo White del Texas.

Ovviamente molti di questi lupi si riteneva provenissero dalle riserve indiane (ulteriore punto di convergenza): Pine Ridge Wolf dalla riserva di Pine Ridge, Pryor Creek Wolf dalla riserva Crow, Ghost Wolf delle Little Rochies dalla riserva di Fort Belknap. Non mancavano poi i lupi mutilati dalle tagliole. Uno in particolare aveva perso una zampa ed era conosciuto con il nome di Old Lefty di Burns Hole Colorado. Il più temuto era invece un certo Tre dita di Harding Country del Sud Dakota e, secondo Stanley Young, furono impiegati ben 150 uomini, per 13 anni, prima che venisse catturato nell'estate del 1925, dopo che, secondo gli allevatori, aveva causato danni per circa 50.000 dollari.

L’epopea degli ultimi lupi ribelli riecheggiò negli scritti di diversi letterati e naturalisti. Tra i più celebrati c'è la ballata di Currumpaw Wolf (Lobo), della sua compagna Blancaedi altri quattro membri del suo branco che vissero nel New Messico settentrionale. Lobo veniva descritto come un lupo di notevoli dimensioni del peso di 68 Kg e con una altezza di 91 cm al garrese. Nel suo branco oltre alla sua compagna, la lupa bianca ribattezzata “blanca” c’era anche un lupo di colore giallastro: entrambi furono responsabili, in una sola notte, della morte di 250 pecore. Pare che durante le battute di caccia, il ruolo di Lobo all'interno del branco era di abbattere le prede grazie alla sua mole, lasciando poi agli altri membri del branco il compito di uccidere le prede. Questa storia fu narrata da Ernest Thompson Seton nel suo libro più famoso, Wild Animals I have Known, (1898). Nel 1894 questo naturalista viene invitato da un suo amico allevatore perché ogni tipo di trappola veniva sistematicamente aggirata da una banda di lupi. Dopo che anche Setton costatò l'abilità del Lupo Currumpaw e della sua compagna di aggirare le trappole, ideò un astuto piano suggerito da vecchi cacciatori: amalgamò formaggio con il grasso ottenuto dai reni di una giovenca macellata, provvide a cucinare il tutto per poi tagliarlo con il coltello di osso per evitare l'odore del metallo. Una volta che questo intruglio fu raffreddato, lo spezzò e introdusse in ogni singolo pezzo una grossa dose di stricnina e cianuro, contenuta in apposite capsule per non rilasciare odori o sapori, poi sigillò i buchi con del formaggio.

Durante tutte le operazioni indossò dei guanti che aveva immerso nel sangue della giovenca ed evitò persino di espirare sull'esca. Dopo aver preparato il tutto, lo inserì in una sacca che in precedenza era stata strofinata con il sangue. Con questo preparato cavalcò, trascinando il fegato e i reni della giovenca, percorrendo circa 15 km, gettando ovunque esche avvelenate durate il percorso. Nonostante tutti questi accorgimenti Currumpaw ignorò le trappole e anzi ne raggruppò ben quattro di esse su cui defecò sopra.

Sfortunatamente la femmina Blanca finì in una tagliola nelle primavera del 1894. Setton e i mandriani si avvicinarono a cavallo dopo di che il naturalista dichiara: "accadde l'inevitabile tragedia, al pensiero della quale, in seguito, rabbrividii più che al momento stesso. Ognuno di noi lanciò un lazzo al collo della lupa e avviammo i cavalli in direzioni opposte finché il sangue non le sgorgò dalla bocca e, con gli occhi vitrei, gli arti rigidi, infine si accasciò". La lupa fu portata al ranch, il maschio la seguì e il giorno successivo finì nelle trappole poste a protezione della fattoria.

Venne incatenato e lasciato in vita per tutta la notte, ma al mattino lo trovarono morto, senza nessun segno. Setton rimase colpito da quanto si era verificato e distese il corpo del maschio di fianco a quello della sua compagna.

Il compenso per l'uccisione di quel lupo era di 1000 dollari. Mi piace immaginare che il grande naturalista americano, che tanto contribuì alla creazione del movimento per la conservazione della natura in America, non abbia riscosso quella taglia. Di certo fu così tanto turbato da rinunciare per sempre alla caccia e dedicò molto del suo tempo alla difesa dei lupi e dei popoli nativi americani.

Attualmente i teschi di Lobo e Blanca sono esposti nel Canadian Museum of Nature, mentre la pelle del primo è tenuto nel Philmont Museum a Cimarron nel Nuovo Messico. Il resoconto dato da Seton dell'evento fu poi reso popolare attraverso un lungometraggio della Disney, La leggenda di Lobo.

Biosfera sotto attacco

Eccellenze Alimentari e Composti Azotati: c’è attenzione per il territorio?

Collaborazione fra Associazioni lombarde aderenti alla Federazione nazionale Pro Natura

 

Umberto Guzzi – idrogeologo, Gruppo Naturalistico della Brianza, Canzo (CO)

Franco Rainini – agronomo, Associazione per i Vivai ProNatura, San Giuliano Milanese (MI)

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Il tracollo della biodiversità

Riccardo Graziano

 

Molti di noi sanno che la biodiversità, ovvero la varietà delle specie viventi del globo, è in costante declino. Ma pochi si rendono realmente conto di quanto sia drammatica la situazione, non solo nell’opinione pubblica, ma anche fra ambientalisti e “addetti ai lavori”, perché spesso non siamo a conoscenza di molti dati e indicatori che rendono invece evidente la gravità del problema e possono darci l’esatta percezione di quanto sia esteso e profondo il danno che abbiamo arrecato e stiamo arrecando al pianeta. Questa diffusa mancanza di consapevolezza fa sì che non venga avvertita a sufficienza l’urgenza di prendere provvedimenti seri per arginare questo tracollo.

L’estensione del danno è globale, ma si manifesta con livelli diversi di gravità nei vari ecosistemi del pianeta, risultando più o meno evidente a seconda dei contesti. Al tempo stesso, non vi è ormai dubbio che la causa del problema sia la pressione esercitata dalla specie umana sulla biosfera, da cui il termine Antropocene con cui viene identificata l’era geologica contemporanea, nella quale è appunto l’Homo sapiens a determinare i mutamenti planetari. Esaminiamo la situazione con una serie di esempi, non esaustivi, che possono aiutarci a visualizzare il quadro della situazione attuale e magari a valutare in prospettiva le possibili conseguenze.

Cominciamo col dire che oltre i due terzi (70%) della superficie terrestre sono stati alterati dall’azione umana (disboscamento, agricoltura, cementificazione…), spesso in maniera difficilmente reversibile. Una delle conseguenze di tutto questo è che nel corso della storia umana – periodo relativamente breve, su scala geologica - la biomassa della vegetazione terrestre si è dimezzata, perdendo oltre il 20% della varietà delle specie.

Anche nel Regno animale le cose non vanno meglio: dal tardo pleistocene (12.000 anni fa) a oggi la globalità della fauna selvatica si è ridotta di tre quarti, un assottigliamento che ha causato l’estinzione di molte specie. La riduzione progressiva del numero di individui di una certa specie porta infatti inesorabilmente ad arrivare sotto una soglia limite che possa garantire la prosecuzione della specie medesima, determinandone fatalmente l’estinzione. E non si tratta di una questione meramente quantitativa, ma anche qualitativa, perché la variabilità intraspecifica è importante quanto quella fra specie. Infatti, solo un elevato numero di individui garantisce quella variabilità che può consentire alla singola specie di superare eventi potenzialmente fatali, come l’aggressione di nuovi patogeni o l’improvvisa alterazione dell’habitat.

Dal XVI secolo le cronache registrano la scomparsa di oltre 700 specie di vertebrati e circa 600 di piante, ma è probabile che la perdita sia più elevata, perché molte estinzioni potrebbero essere passate inosservate o riguardare specie nemmeno censite.

Questa tendenza è purtroppo tuttora in corso: si calcola che dal 1970 a oggi, in pochi decenni, oltre il 60% di tutti i vertebrati terrestri sia scomparso. Questa imponente perdita numerica si traduce in una minaccia di estinzione che riguarda almeno un milione di specie sul totale stimato di 7,3-10,0 milioni di specie di eucarioti, gli organismi viventi le cui cellule sono dotate di nucleo, definizione che ricomprende tra gli altri animali, piante e funghi.

Negli ultimi anni, questo declino precipitoso ha iniziato a colpire anche gli insetti, considerati fino a non molto tempo fa un possibile serbatoio di proteine in alternativa alla carne. In particolare desta preoccupazione la progressiva scomparsa degli impollinatori, il cui ruolo è pressoché insostituibile per la riproduzione di moltissimi vegetali, fra i quali anche buona parte di quelli utilizzati nella nostra alimentazione.

Ma la Terra, come ben sappiamo, è soprattutto un pianeta di acque, che ricoprono la maggior parte della sua superficie. Purtroppo, anche qui le cose non vanno bene, dal momento che oltre i due terzi dell'area oceanica sono stati in parte compromessi dalle attività umane. La nostra attenzione si focalizza in genere sui mammiferi, verso i quali proviamo una maggiore empatia, per cui sappiamo che balene, delfini e foche sono in pericolo. Ma anche la maggioranza delle altre specie è in grave difficoltà, a causa della pressione della pesca intensiva, mentre i grandi pesci predatori sono diminuiti di un terzo nel corso di un secolo. Senza contare l’inquinamento, dalle pervasive microplastiche agli sversamenti di greggio.

Critica anche la situazione delle altre creature marine, a partire dai coralli, la cui copertura si è dimezzata rispetto a quella presente a metà del XIX secolo. Fatali in questo caso i cambiamenti climatici, che provocano innalzamento del livello della temperatura e del grado di acidificazione delle acque. L’estensione delle foreste di alghe si è ridotta del 40%, le praterie marine nell’ultimo secolo hanno perso il 10% della superficie ogni decennio.

Non va meglio con le acque dolci. Le zone umide attuali sono meno del 15% di quelle presenti nel XVIII secolo. I corsi d’acqua sono sempre più imbrigliati, dai piccoli torrenti fino ai grandi fiumi: più dei tre quarti di quelli lunghi oltre 1000 km presentano barriere lungo il percorso, come la diga di Assuan sul Nilo o la Hoover Dam e la Glen Canyon Dam che impediscono al Colorado di arrivare fino alla foce, o le dighe del sistema Gibe che sbarrano il fiume Omo provocando il progressivo prosciugamento del lago Turkana, come già avvenuto per quello di Aral.

Tornando alla biodiversità animale, qualcuno ha calcolato che sul totale della biomassa, ben il 59% sia composto dal bestiame e il 36% dagli esseri umani viventi, cosicché solo un residuale 5% contiene tutta la fauna selvatica di mammiferi, uccelli, rettili e anfibi. In altre parole, il 95% della massa animale terrestre è rappresentata dalla specie umana e dagli animali domestici che usa per nutrirsi.

Peraltro, anche le specie addomesticate non sono esenti dal declino: il 10% dei mammiferi domestici si è già estinto e un migliaio di razze sono in pericolo. Discorso analogo per i vegetali coltivati, con 200 specie minacciate e una progressiva riduzione della variabilità alimentare, ormai basata a livello mondiale su un ventaglio di prodotti sempre meno variegato.

Tutti questi dati testimoniano in modo piuttosto evidente che stiamo vivendo quella che è la Sesta estinzione di massa del nostro pianeta, un evento paragonabile a quello che ha sterminato i dinosauri. Solo che oggi, a rischiare l’estinzione, ci siamo noi.

 

Che cos'è la decrescita felice

Maurizio Pallante

 

Il concetto di decrescita felice è stato da me formulato e teorizzato nel libro omonimo che ho pubblicato nel 2005 con gli Editori Riuniti e riassumo in questo breve testo.

Il concetto di decrescita non di rado viene confuso col concetto di recessione, mentre ha un significato totalmente diverso, che si può dedurre solo da una corretta interpretazione del concetto di crescita economica. La crescita economica non è, come generalmente si crede, l'aumento dei beni prodotti e dei servizi forniti da un sistema economico e produttivo nel corso di un anno, perché il parametro con cui si misura, il prodotto interno lordo, è un valore monetario, costituito dalla somma dei prezzi dei beni e dei servizi a uso finale e venduti nel corso di quel periodo di tempo.

Gli oggetti e i servizi che vengono venduti sono le merci. Il concetto di "merce" non coincide col concetto di "bene", che definisce gli oggetti e i servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio. Siccome nei paesi industrializzati da due o tre generazioni siamo abituati a comprare tutto ciò che ci serve (ciò che compriamo sono le merci, ciò che ci serve sono i beni) abbiamo finito col confondere i due concetti. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti la parola merce praticamente non esiste più. Se si cerca sul vocabolario il corrispettivo è la parola goods, che significa “beni”.

Per capire il significato della parola "decrescita" occorre ripristinare la consapevolezza che i concetti di “bene” e di “merce” sono differenti. Differenti non significa opposti. L'opposto di "bene" non è "merce", ma oggetto inutile o dannoso. L'opposto di "merce" non è bene, ma oggetto o servizio non in vendita.

Due caratteristiche opposte non possono coesistere in uno stesso soggetto o in uno stesso oggetto. Un uomo non può essere contemporaneamente alto e basso, né grasso e magro. Due, o più, caratteristiche diverse invece sì. Se sono due possono dare origine a quattro combinazioni: un uomo può essere alto e magro, basso e magro, alto e grasso, basso e grasso.

Tra le merci e i beni si possono creare quattro combinazioni: le merci che non sono beni, i beni che non sono merci, i beni che possono esistere solo sotto forma di merci e i beni che non possono esistere sotto forma di merci.

1. La decrescita felice si può realizzare in prima istanza riducendo la produzione e il consumo delle merci che non sono beni: gli sprechi. Per esempio: l'energia che si disperde dagli infissi, dal sottotetto e dalle pareti nel riscaldamento degli ambienti (dai 2/3 ai 4/5); il cibo che si butta (almeno il 3% del PIL); i materiali contenuti negli oggetti dismessi che vengono interrati o bruciati. La riduzione di uno spreco non fa diminuire il benessere. Ogni spreco causa un danno ambientale. La riduzione di uno spreco fa risparmiare dei soldi e riduce un danno ambientale. A differenza della recessione, che è la diminuzione generalizzata di tutta la produzione di merci, indipendentemente dal fatto che siano o non siano beni, la decrescita felice è una riduzione selettiva e governata. Non si limita a mettere il segno "meno" davanti al PIL, perché in questo modo non si esce dal criterio quantitativo di chi pretende di far precedere il PIL sempre dal segno "più". È il meno quando è meglio. La recessione causa disoccupazione, la decrescita selettiva degli sprechi crea un'occupazione utile, che paga i suoi costi d'investimento con i risparmi sui costi di gestione che consente di ottenere (esempio: la riduzione dei costi energetici negli edifici ristrutturati).

2. La decrescita felice si può realizzare, in seconda istanza, con l'aumento della produzione e dell'uso di beni che non vengono comprati, ma autoprodotti o scambiati sotto forma di dono reciproco del tempo nell'ambito di rapporti comunitari. Nel giro di due o tre generazioni nei paesi occidentali è stato sradicato dal patrimonio delle conoscenze collettive il saper fare, che consentiva di autoprodurre molti beni in casa (l'economia vernacolare di cui parla Ivan Illich) e tutti i rapporti interpersonali sono stati trasformati in rapporti commerciali (perdita del valore della solidarietà). Come mai? Coloro che non sanno fare niente e non possono contare su una rete di rapporti di collaborazione devono comprare tutto ciò di cui hanno bisogno, per cui fanno crescere il PIL più di coloro che non devono comprare tutto. Conseguenze: totale subordinazione al mercato, perdita delle capacità che distinguono la specie umana da tutte le altre specie viventi, identificazione della ricchezza col denaro.

3. Ci sono beni che si possono avere solo sotto forma di merci: i beni che richiedono tecnologie evolute o competenze professionali specialistiche. Esempi: computer, risonanza magnetica, elettrodomestici. La decrescita non sarebbe felice se si realizzasse con una diminuzione dei beni che si possono avere solo sotto forma di merci. Tuttavia, anche in questo ambito si può realizzare una decrescita felice: producendo oggetti fatti per durare, producendo oggetti riparabili, disegnando gli oggetti in modo che al termine della loro vita utile possano essere smontati facilmente consentendo di suddividere i materiali di cui sono composti per tipologie omogenee in modo da poterli riutilizzare o riciclare per fare altri oggetti.

4. Ci sono beni che non si possono avere sotto forma di merci: i beni relazionali: la fiducia, la stima, l'amore non si possono comprare. Le società che hanno finalizzato l'economia alla crescita della produzione di merci, danno più valore al tempo che si dedica al lavoro per produrre merci in cambio di un reddito monetario che consente di acquistare merci, rispetto al tempo che si dedica alle relazioni umane, alla propria creatività, alla spiritualità. La decrescita felice si realizza riducendo il tempo che si dedica al lavoro e aumentando il tempo che si dedica alle relazioni.

I punti 1 e 3 consentono di impostare le uniche proposte di politica economica e industriale che possono farci uscire dalla crisi economica e creare un'occupazione utile in attività che riducono la crisi ecologica. I punti 2 e 4 comportano un cambiamento dei modelli di comportamento e del sistema dei valori, che sono in grado di dare un senso alla vita. L'economia è stata finalizzata alla crescita della produzione di merci dal modo di produzione industriale. La decrescita felice è una rivoluzione culturale che si sta sviluppando perché si sta chiudendo l'epoca storica iniziata con la rivoluzione industriale nella seconda metà del diciottesimo secolo. Quando un’epoca storica si chiude, entra in crisi il sistema dei valori su cui ha conformato il modo di pensare degli esseri umani, per cui comincia a diffondersi la consapevolezza dei suoi limiti e ad affermarsi l'esigenza di costruire un nuovo paradigma culturale. La decrescita felice è una rivoluzione culturale con queste caratteristiche, nella sua fase aurorale. Affinché arrivi la luce del giorno occorre il contributo di idee, di passione, di competenze professionali di un numero di persone molto più ampio di coloro che sono rimasti svegli per vedere l'aurora.

Avviso per la generazione Greta

Resettare e riconfigurare il sistema

Valter Giuliano

Haeckel quando parla di scambi e ambienti nella situazione istantanea individua, di fatto, l’economia della natura.
Il concetto dell’evoluzione darwiniana aveva messo in crisi tutte le cosmogonie accettate, secondo cui un Dio onnipotente concepisce e regola l’Universo.
Il concetto di ecologia mette in crisi la situazione di metà Ottocento, quando l’Uomo, attraverso la scienza e la tecnologia, si illude di essere in grado di dominare il mondo e assicurargli un roseo avvenire. La Terra appare, unicamente, un terreno da sfruttare con il massimo dei rendimenti possibili - cosa consentita dall’esordio dell’industria chimica e della meccanizzazione agraria - in maniera inesorabile e illimitata.
L’ecologia sovverte queste radicate convinzioni, rompe queste certezze e introduce il concetto del finito, dunque di limite.
Subito la sua verità destabilizzante si fa pensiero sovversivo da combattere.
Consumismo ed ecologismo entrano in rotta di collisione: il primo è quello su cui si fonda il capitalismo liberale, la seconda ci avverte di una verità ingombrante che va al più presto rimossa.
Per farlo la si accusa di settarismo radicale o di ancoramento a un immaginifico sogno incapace di confrontarsi con la realtà economica e sociale.
Strategia che abbiamo constatato a partire dei primi anni Settanta quando gli allarmi degli ecologisti cominciarono a diffondersi ad ampio raggio.
Non ha funzionato del tutto, davanti alla evidenza della realtà.
Ecco allora fare la sua comparsa la tecnica, più raffinata, dell’inglobamento, con l’obiettivo di assorbire l’istanza ecologica e la sua possibile dirompente rivoluzione che si oppone al sistema produttivista cieco confidente dell’illusoria assenza di limiti.
Magicamente, fa il suo ingresso in campo il concetto di sviluppo sostenibile, per opporsi a crescita zero o, addirittura, alla decrescita, indicati dal tempo della ricerca del Massachusset Insitute of Tecnology con “I limiti della crescita” promosso dal Club di Roma di Aurelio Peccei, come uniche contromisure efficaci ad arrestare la corsa verso il suicidio dell’Umanità.
Compare “sostenibile” ma resta crescita, parola taumaturgica, mantra che continuiamo a sentire anche nelle situazioni in cui appare un gigante dalle fondamenta di fragile argilla.
La finzione si afferma con il sistema delle compravendita dei crediti ecologici, le compensazioni che, di fatto, sanciscono il diritto a continuare a inquinare.
Che si tratti di un raggiro ipocrita è piuttosto evidente.
Eppure, ecco che prende piede la green economy, altro inganno spesso camuffato in maniera subdola. Tutto diventa sostenibile, tutto, improvvisamente, come per magia, è green.
Le dinamiche economicistiche del produrre-vendere-consumare sono salve.
Anche l’ecologia è assorbita nello stritolante meccanismo liberale, funzionale alla massimizzazione di profitti che può continuare, indisturbato, nel saccheggio del Pianeta.
Fino a quando abuseranno della nostra credulità?
Che è di comodo, perché giustifica la nostra frattarietà al cambiamento, consentendo di cullarci in dimensioni di privilegio che si reggono sull’ingiustizia globale.
I cambiamenti climatici, che altro non sono che la manifestazione più evidente della crisi ambientale, chiamano in maniera naturale a difenderci contro l’unico vero nemico comune che minaccia tutte le comunità umane, senza distinzione alcuna, a livello globale.
É un nemico che sta dentro il sistema stesso e che ci sta portando, dritti dritti, al suicidio.
Che fare?
Viviamo tempi in cui siamo educati a un rassegnato e quieto servilismo, che tiene sotto controllo inquietudini e ribellioni, che toglie fiato anche alle opportunità di discussione sui modelli alternativi di società.
Se guardiamo all’arco dei partiti politici presenti in Parlamento, registriamo un appiattimento generalizzato e diventa davvero difficile scegliere sulla base di distinguo impercettibili che certo non prospettano idee diverse di futuro.
Le strategie della paura e del precariato hanno raggiunto il loro obiettivo, nelle scuole, nelle Università, nel mondo della ricerca, nelle istituzioni pubbliche: pensiero annullato, progressiva anestesia mentale dell’intera società.
Non si protesta, non si rischia, non si espongono idee diverse. Ha vinto il ricatto.
Anche la paura catastrofista della questione ambientale è strettamente legata a questa logica e diviene strumentale per assorbire ogni potenziale sovversivo presente nella società.
Che va invece nutrito nell’esercizio di una nuova visione del mondo, cui ci dobbiamo preparare se vogliamo assicurarci nuove prospettive di vita planetaria.
É ciò che ci propone Gilles Clement (L’Alternativa ambiente, Quodlibet, 2015) quando prospetta l’alternativa ambiente come terza via, l’unica possibile, tra green business e decrescita.
Dopo oltre mezzo secolo di presa di coscienza della crisi ecologica è tempo di dissociarsi dai parametri consueti con cui si avrebbe la pretesa di farvi fronte.
La domanda di fondo sul come far vivere la popolazione umana in crescita costate su un territorio finito è rimasta senza risposta e più si avvicina il tempo del non ritorno, più si manifesta la nostra impotenza e si fa spazio la rassegnazione.
É evidente – pena la sconfitta finale – che occorrono nuove modalità di gestione per poter governare il futuro.
L’unica maniera perché ciò possa accadere è guardare il Pianeta con occhi diversi, mutando radicalmente il paradigma.
Il sistema va resettato e riconfigurato.
Uscendo dal determinismo cartesiano per riprendere una visione animistica sia pure depurata dalla superstizione delle antiche civiltà e ricondotta alla conoscenze scientifiche.
Ciò sarà possibile in un sistema liberale capitalistico in cui le reali strategie appartengono non già alla politica, ma alle corporazioni e alle lobby che si sono ormai inserite nei gangli decisionali a causa di una politica sempre più debole per visione e per autorevolezza etica e morale?
La risposta è no.
Far tacere le lobby e la Borsa: ecco, secondo Clement, il lavoro di una futura generazione, capace di scegliere come affrontare davvero la crisi del Pianeta che è, ormai, una vera necessità.
Il treno della crescita senza limiti procede oramai ad alta velocità verso il baratro dell’esaurimento delle risorse che ne interromperà i binari.
Limite raggiunto, binari esauriti, fine corsa, schianto
C’è chi lo vorrebbe rallentare, chi chiede sia fermato, chi vorrebbe farlo andare in retromarcia, lentamente, per quella che è stata chiamata decrescita felice.
La possibile soluzione non sta in nessuna di queste due prospettive.
Il problema non è il treno che avanza a crescente velocità, né quello che inserisce la retromarcia.
Il problema reale è il treno.
Tra le due ipotesi di sviluppo bisogna promuoverne una terza che, tuttavia, non è data se non si cambia completamente il paradigma, cioè il treno.
Se si continua a ragionare con i parametri dell’ecologia radicale o della green economy che si prefigge solo di sostituire il business, non se ne verrà a capo.
E le rotaie, sia in un caso che nell’altro, inevitabilmente, un po’ prima o un po’ dopo finiranno...
La terza via l’ha indicata qualche anno fa l’acuta analisi del citato Gilles Clèment -docente all’Ecole Nationale Supèrieure du Paysage di Versailles - e l’ha chiamata “Alternativa ambiente”.
Si tratta della necessità di un progetto politico orientato dall’urgenza ecologica.
Attraverso un’alternativa ambientale che sperimenti innovative pratiche territoriali e sociali sostenute da una rivoluzione culturale che metta al primo posto la coscienza della nostra appartenenza planetaria in opposizione alla strategia delle paura.
Occorre ripartire da un percorso che ci conduca dal dominio sulla Natura al dialogo con essa attraverso un atto di scambio e di condivisione delle ricchezze.
Per fare ciò è indispensabile mettere a punto una riflessione che comporta la ridefinizione dei valori, la riqualificazione dei beni e degli usi, la loro disponibilità, la ripartizione che si sostituisca alla mera accumulazione nelle mani di una minoranza dominante.
Insomma, radicali cambiamenti che comportano come parametro di misura del benessere di una società non più il PIL ma il FIL (Felicità Interna Lorda).
Questo progetto di futuro, ecologista e umanista insieme, deve portare a cambiare il modello di cupidigia dei beni materiali e del loro consumo verso il benessere vero, per una gestione equilibrata ed ecologica del pianeta.
Ciò va auspicabilmente fatto non con sbocchi violenti dettati da un’emergenza in futuro sempre più stringente, ma con un movimento dolce, di sostituzione progressiva.
E necessita della condivisione di impresa, mercato e finanza, i soggetti che oggi decidono i nostri comportamenti e i nostri consumi, molto più della politica.
Forse andrebbe aggiunto il sistema della comunicazione.
La riconversione ecologica richiede tempi medio lunghi.
Anche se i tempi lunghi ce li siamo progressivamente bruciati, e non li abbiamo più a disposizione.
Per accelerarla va coinvolto anche il sistema monetario dominante - avverte Clement - che dovrebbe prevedere il passaggio alla cosiddetta moneta complementare che favorisce gli investimenti a lungo termine piuttosto che la speculazione immediata, uscendo dal vigente “modello di cupidigia”.
Un modello messo a punto da Bernard Lietaer e ispirato ad antiche consuetudini già adottate nell’antico Egitto

Qualcuno sorriderà, riversando la consueta accusa di luddismo e di ritorno al passato.
Ma la ricerca dell’innovazione ha spesso tratto spunto da elaborazione del passato recuperate e rivisitate in chiave moderna e soprattutto futuribile.
Assodato che i binari su cui ci stiamo muovendo portano verso la capitolazione (e ricordiamoci che Cassandra aveva ragione!) bisogna prendere atto che l’umanità deve prepararsi a scrivere una nuova visione del mondo che necessita di paradigmi radicalmente diversi da quelli dell’era industriale che ha sconvolto il mondo.
Forse sarà il caso che l’Uomo cominci ad attivare qualcun altro dei sette ottavi del suo cervello che oggi non utilizza.
«Il pensiero ecologista non dimostra soltanto come l’economia di gestione sia intimamante legata alla sopravvivenza della specie, alla qualità dei sostrati; non si limita a proporre uno sfruttamento razionale della diversità (il Giardino Planetario), che condiziona il nostro futuro, bensì svela la finitezza del nostro territorio, ed è a partire da questa rivoluzione che deve ridefinirsi l’interezza del progetto politico». Verso l’Uomo simbiotico.

Pandemie, zoonosi e antibiotico-resistenze

Riccardo Graziano

 

L’umanità è stata più volte flagellata da epidemie che, ciclicamente, colpivano e decimavano la popolazione. Solo per citare le più note, ricordiamo la peste nera del 1300 e l’influenza spagnola del 1918-1919. Si tratta di eventi in genere associati alla comparsa di un nuovo agente patogeno, spesso contratto dagli animali, in particolare dal bestiame domestico, cioè facenti parte della categoria delle zoonosi.

Anche l’attuale Covid-19 è con ogni probabilità una zoonosi, visto che il focolaio iniziale è stato identificato con il mercato del pesce della città di Wuhan in Cina, all’interno del quale si vendevano anche numerosi animali vivi. Del resto, molte delle malattie infettive emergenti (EID, Emerging Infectious Diseases) sono zoonosi, malattie appunto causate da organismi patogeni presenti negli animali che riescono a effettuare lo spillover, ovvero il salto di specie.

Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto purtroppo vari esempi di queste patologie estremamente pericolose, perché potenzialmente in grado di causare pandemie, ovvero contagi globali con elevata morbilità e mortalità: nel 2002-2003 la SARS, sindrome respiratoria acuta grave causata dal virus SARS-CoV; l’influenza H1N1 nel 2009; la sindrome respiratoria del Medio Oriente identificata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012; Ebola, che ha colpito a più riprese vari Paesi dell’Africa equatoriale con una virulenza elevatissima. Fino ad arrivare all’attuale pandemia, causata dal virus denominato SARS-CoV-2 perché individuato come parente stretto di quello responsabile della SARS (SARS-CoV), entrambi appartenenti alla famiglia dei Coronavirus (CoV).

I CoV provengono probabilmente dai pipistrelli e a volte transitano attraverso una specie ponte (spesso animali domestici) prima di arrivare all’uomo. Questo transito intermedio è stato documentato in alcune delle recenti epidemie, ma nel caso attuale potrebbe esserci stato un passaggio diretto, dopodiché il virus si è propagato rapidamente attraverso il contagio fra umani.

Il fatto è che gli animali selvatici possono essere portatori sani di virus, nel senso che convivono tranquillamente con questi organismi che li abitano, esattamente come noi abbiamo trovato un equilibrio sinergico con i batteri che si trovano nel nostro organismo e ci aiutano nelle funzioni vitali, a partire dalla flora intestinale. Se gli ecosistemi funzionassero in maniera normale, difficilmente gli umani e gli animali domestici arriverebbero a stretto contatto con questa fauna selvatica.

Ma l’espansione antropica sempre più pervasiva, a colpi di deforestazione e colonizzazione di porzioni sempre più ampie del pianeta, riduce drammaticamente gli spazi vitali a disposizione della fauna selvatica e aumenta le probabilità di contagi da parte di questi microrganismi estranei alla nostra specie, contro i quali il nostro sistema immunitario non ha mai avuto occasione di approntare difese specifiche.

La distruzione degli habitat, i cambiamenti climatici, l’espansione degli insediamenti abitativi portano la fauna selvatica sempre più a stretto contatto con gli umani. Un fenomeno esacerbato in Cina, dove la pressione demografica è probabilmente la più elevata al mondo. Se a questo aggiungiamo che nel gigantesco Paese asiatico mondi arcaici convivono con una modernità dirompente, possiamo capire perché moltissime infezioni nascono e si sviluppano qui.

L’attuale Covid-19 è un esempio paradigmatico: i commercianti di animali vivi hanno introdotto i pipistrelli, con relativo virus, nel mercato cittadino di una megalopoli come Wuhan, con milioni di abitanti. Una sorta di prateria sconfinata per i virus, con una platea vastissima di potenziali “ospiti” assolutamente indifesi rispetto alla loro penetrazione.

Se a questo aggiungiamo che alcuni studi ci dicono che l’inquinamento atmosferico – una costante del territorio cinese – è un fattore che può agevolare la diffusione del virus, ecco che abbiamo il quadro completo. Come se ciò non bastasse, sappiamo che la Cina è da tempo al centro del sistema produttivo mondiale, il che comporta una elevatissima mobilità di merci, ma anche di persone, che a loro volta in modo del tutto inconsapevole veicolano il virus in luoghi anche lontanissimi, in tempi straordinariamente brevi. All’epoca di Marco Polo, un viaggiatore infetto avrebbe impiegato mesi per giungere in Occidente e magari sarebbe morto lungo il percorso, stroncato dalla malattia. Oggi può arrivare in poche ore, portando in sé una bomba batteriologica pronta a esplodere. Infatti così è successo.

Questo dovrebbe già farci capire che l’attuale modello di sviluppo è potenzialmente patogenico, nel senso che rischia di esporci con sempre maggior frequenza a eventi pandemici. Per questo dovremmo ridurre la nostra pressione sugli ecosistemi, preservando habitat naturali che possano garantire la separazione fra noi e la fauna selvatica con il suo peculiare carico microbico. Ma stiamo facendo esattamente il contrario, continuando ad abbattere le foreste per ottenere nuovo suolo coltivabile, spesso destinato a produrre mangimi per i nostri animali da allevamento, in costante aumento.

E proprio dagli allevamenti intensivi , vere e proprie fabbriche di carne, arriva un’altra insidia per la nostra salute. Non ci riferiamo al colesterolo in eccesso, che pure è un problema, ma al fenomeno crescente delle antibiotico-resistenze.

È noto che i batteri mutano con una velocità enormemente superiore a quella degli altri esseri viventi, noi compresi. Questo consente loro, nell’arco di poche generazioni, di diventare immuni o comunque molto resistenti rispetto agli antibiotici che usiamo per debellarli in caso di malattia. Per questo si dice sempre che gli antibiotici vanno assunti solo in caso di reale necessità e dietro prescrizione medica. Purtroppo però, quasi il 70% degli antibiotici venduti sono destinati agli allevamenti intensivi, dove vengono utilizzati in maniera massiccia per contrastare le numerose infezioni causate dal sovraffollamento, dalle precarie condizioni igieniche, dalla condizione di costrizione in cui si trovano gli animali.

Già oggi si calcola che nella sola Italia ogni anno muoiano circa 10.000 persone a causa di batteri resistenti alle terapie antibiotiche, 700 mila nel mondo. Un’emergenza sanitaria ancora più rilevante dell’attuale epidemia, della quale però poco si parla, mentre invece dovrebbe indurci a riconsiderare con urgenza il nostro sistema produttivo e le nostre scelte alimentari. Ma anche in questo caso, non sembra di vedere che ci sia una particolare determinazione ad agire in questo senso.

Inquinamento e virus

Riccardo Graziano

 

Parecchi studi indicano una relazione fra i livelli di inquinamento dell’aria e l’incidenza delle epidemie. La letteratura scientifica in materia è già consistente ed è probabile che l’attuale emergenza da Covid-19 fornirà ulteriori evidenze in tal senso, come i primi dati empirici sembrano indicare. L’inquinamento agevola la propagazione del contagio in duplice modo, indebolendo le nostre difese e facendo da vettore ai virus.

Il primo effetto è quello di abbassare le nostre difese immunitarie, ovvero la naturale barriera del nostro organismo contro l’azione dei patogeni. Uno studio sulle sindromi influenzali e similari ha rimarcato che l’esposizione agli inquinanti più comuni (particolato fine PM 2,5 e PM 10, ossidi di azoto NOx, ozono O3, monossido di carbonio CO) provoca danni alla copertura epiteliale delle prime vie aeree e inibisce la capacità dei nostri anticorpi di contrastare l’infezione.

Particolarmente interessante uno studio epidemiologico sulla SARS - il cui agente scatenante è un virus con caratteristiche simili all’attuale responsabile della Covid 19 - che ha analizzato la virulenza della sindrome in Cina, giungendo alla conclusione che l’inquinamento atmosferico era da considerare in correlazione con l’aumento delle percentuali di mortalità dei pazienti. Analoghe relazioni hanno individuato questo collegamento anche nel caso di altre epidemie esplose negli ultimi anni, fino ad arrivare a quella che stiamo subendo attualmente.

In questi giorni è stato pubblicato uno studio della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) che evidenzia la connessione fra gli elevati livelli di PM registrati in determinate giornate dalle centraline di rilevamento dell’ARPA e l’impennata di contagi da Coronavirus. Dati che peraltro ricalcano e confermano quelli delle ricerche effettuate sulle precedenti epidemie, dai quali risulta che spesso i focolai sono concentrati in zone con elevati livelli di inquinamento, come la Cina e la nostra Pianura padana.

È stato rilevato come il virus, grazie a un processo di coagulazione, sia in grado di legarsi al particolato presente in atmosfera, cosa che gli consente di sopravvivere più a lungo in attesa di penetrare all’interno di un organismo recettore. Evidente quindi che maggiore è la quantità di particolato in atmosfera, più ci sono probabilità di mantenere alto il numero dei virus in circolazione. Dunque cresce il rischio di infezione, sia per quanto riguarda il numero di potenziali contagi sia, soprattutto, per l’incidenza percentuale delle forme più acute.

In questo senso, il calo delle attività produttive e, conseguentemente, della mobilità e dell’inquinamento ci tutela doppiamente, sia dalla minaccia di veicolare il virus, sia in generale per la migliore qualità dell’aria che introduciamo nei polmoni. In questi tempi drammatici di Covid-19 non bisogna infatti dimenticare un’altra emergenza epidemiologica non meno letale, che tuttavia non sembra destare preoccupazione perché meno evidente.

Secondo quanto asserisce l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento è causa diretta di un numero impressionante di morti premature: a livello mondiale circa 8 milioni di persone all’anno, 80.000 in Italia, oltre 200 al giorno. Una strage silenziosa che non riempie le prime pagine dei quotidiani e non viene affrontata con la stessa determinazione con la quale – giustamente – stiamo combattendo questa epidemia. Paradossalmente però, proprio le misure prese per contrastare la Covid-19, col blocco del traffico e di molte attività produttive, potrebbero ridurre anche queste morti premature, grazie alla drastica diminuzione degli inquinanti.

È chiaro però che la terapia shock di questi giorni non sarebbe sostenibile sul lungo periodo. Ecco dunque che questa pandemia, con le misure draconiane che ha imposto, potrebbe anche essere occasione per ripensare il nostro sistema produttivo e socio-economico, per renderlo maggiormente sostenibile dal punto di vista della salute delle persone e dell’ambiente. L’attuale situazione di crisi ci dà la possibilità di riconsiderare concetti paradigmatici come “crescita” e “sviluppo” sostituendoli con “progresso”, che sembra un sinonimo, ma non lo è. Perché i primi due sono concetti preminentemente quantitativi, mentre il progresso è un fatto qualitativo.

Buttare tonnellate di cemento e asfalto in nome dello “sviluppo” farà anche crescere il PIL, ma questa emergenza ci dovrebbe aver insegnato che le cose importanti sono altre, come la possibilità di poter contare su un sistema sanitario efficiente, in grado di salvarti la vita anche in condizioni estremamente critiche. Questo è progresso: riuscire a curare mali che sembravano incurabili, aumentare benessere e qualità della vita delle persone di qualunque età.

Ma per fare questo occorre investire in didattica, educazione, formazione, ricerca, tecnologia. Forse il dramma che stiamo vivendo servirà a farci cambiare direzione verso nuove prospettive, che mettano al centro la persona anziché il profitto. Per poi magari scoprire che, investendo in salute e tutela dell’ambiente, anche l’economia potrebbe trarne giovamento.

 

Malattia e ambiente

Franco Rainini

Moltissimi, in questi orribili giorni, si sono ritrovati a sfogliare le vecchie edizioni scolastiche dei Promessi Sposi, a cercare in fondo al libro la storia della peste di Milano e a trovarvi traccia di un elemento di logica e di continuità storica e culturale con l’inatteso presente che stiamo affrontando. Le pagine del Manzoni sono per tutti noi che abbiamo vissuto, almeno in misura preponderante, in tempi di pace, (percepita) prosperità e salute assicurate, possono forse essere un pezzo di questo elemento, il primo tratto del percorso che dobbiamo fare.

L’esigenza che sentiamo, forse tutti, è ritrovare senso e continuità con quello che era la nostra vita normale solo un mese fa, recuperare nella nostra esperienza, nella nostra cassetta degli attrezzi, ciò che spiega il presente e dà speranza a quello che deve arrivare. Per questo rileggiamo il XXXI e XXXII Capitolo del librone che ci è stato somministrato all’inizio dell’adolescenza e che mai avremmo pensato di poter sperimentare nella nostra esistenza.

Pagato il debito dovuto con il nostro passato più remoto, a chi è impegnato nel volontariato e nella militanza ambientalista, è subito evidente che nella narrazione del presente vi è una grave imprecisione: da più parti questa epidemia è stata descritta come un “cigno nero”, un evento imprevedibile che cambia il paradigma d’interpretazione della realtà, tanto inaspettato quanto il meteorite che sterminò i dinosauri, o la fortuita circostanza che provoca un incidente. Come ambientalisti dobbiamo quietamente dissentire da questa spiegazione. Nelle scienze biologiche e umane la dipendenza tra malattie e cicli storici è stata ampiamente dibattuta, ognuno di noi ha letto volumi di divulgazione scientifica o antropologica dove questi legami sono trattati e messi a disposizione del grande pubblico; negli ultimi decenni gli avvisi della possibilità di una grave crisi sanitaria sono stati numerosi e una vera e propria catastrofe epidemica, Ebola, ciclicamente si riattiva e si spegne dal 1976 in Africa, su un substrato di permanente crisi politica, ecologica, sanitaria e alimentare.

I cambiamenti ambientali (di cui quelli climatici sono solo un aspetto) e la velocità delle comunicazioni sono occasione del rapido diffondersi delle malattie. È falso sostenere che non si è posta attenzione a questi aspetti, la ridotta bibliografia in calce è un ridotto campione di quanto si può trovare in libreria e sulla rete. Piuttosto pare che l’attenzione scientifica e la consapevolezza che deriva dal nostro terribile passato di miseria e di epidemia non abbiano influito sulla valutazione del sistema di relazioni con l’ambiente e tra di noi, abitanti diverse parti del mondo.

La peste e il Manzoni ci suggeriscono un primo spunto di riflessione: nel libro è raccontato come l’arrivo della peste abbia causa nel passaggio dell’esercito imperiale attraverso la Lombardia, Manzoni ha cura di riferire l’episodio del soldato tedesco sbandato che, nell’opinione dell’epoca, avrebbe avviato il contagio. Oggi che l’origine e l’ecologia della peste sono più noti, sappiamo che il singolo evento non fu verosimilmente tanto determinante, quanto lo fu invece lo stato di confusione sociale, i movimenti di persone all’interno della zona oggetto del conflitto, la mutata conseguente relazione tra gli ambienti di vita e le popolazioni di roditori sinantropi. Questa questione è trattata in un articolo americano del 1969 sul ruolo dei roditori nella (possibile) diffusione della peste nel Vietnam, allora in stato di guerra con la presenza di 500.000 soldati americani su quel territorio. La peste in quella regione era certamente argomento di grande preoccupazione per gli Stati Uniti, anche per la possibile importazione del contagio favorita dal grande e rapido scambio di persone e materiali tra i due paesi. Un passo delle conclusioni dell’articolo di oltre cinquant’anni fa è, alla luce di quello che sta succedendo oggi, premonitore : ”l’attuale situazione in RVN (Vietnam del Sud) è tale che sussiste un potenziale di diffusione internazionale. Topi e pulci infetti di peste sono stati raccolti dentro e intorno a molti dei grandi porti e aeroporti e un importante serbatoio epidemico, Rattus exulans, è stato trovato in un crescente numero di navi ed aerei arrivati negli USA dal Vietnam. Gli attuali viaggi aerei in jet sono capaci di portare, topi, pulci ed esseri umani infetti in ogni parte del mondo in poche ore” (20). Quindi nel 1969 vi era già piena consapevolezza dei rischi di diffusione delle malattie create dalle condizioni combinate del disagio sociale e ambientale creato dalla guerra, insieme alla velocità dei trasporti.

Gli aspetti più squisitamente ecologici delle epidemie sono stati trattati da numerosi autori, uno dei contributi più interessanti è quello fornito da Richard Ostfeld sugli studi della malattia di Lyme, trasmessa da zecche del genere Ixodes all’uomo. La zecca vive in ambiti forestali e compie il ciclo su numerose specie di mammiferi. Gli studi presentati nel libro di Ostfeld (1) sono stati effettuati con il monitoraggio di migliaia di piccoli mammiferi nelle foreste del Nord Est degli Stati Uniti e hanno portato a conclusioni di grande importanza. I primi capitoli del libro servono a dissipare la presunta attribuzione a specie selvatiche (cervi, roditori …) della responsabilità della diffusione della malattia, che, presente anche da noi, è diventata un fattore di allarme sociale e sanitario negli Stati Uniti, tanto da comparire persino in diverse serie televisive.

Nei capitoli successivi l’autore focalizza l’attenzione sui cambiamenti dell’ambiente forestale nell’area di studio, fino a dimostrare il collegamento tra la diffusione della malattia e la perdita di biodiversità, anche in questo caso, come in quello raccontato oltre, l’autore pone l’accento sull’importanza della continuità forestale. Ciò che è alla base del mantenimento ed estensione dei corridoi ecologici: “Così la biodiversità di vertebrati, ottenuta evitando la frammentazione forestale, ci protegge dall’esposizione al morbo di Lyme (pag. 118)”, affermazione questa abbastanza interessante alla luce delle polemiche sul ritorno dei grandi predatori da noi.

In altra parte del testo la diffusione (prevalenza) dell’agente infettante, dei vettori, e delle specie serbatoio è posta in relazione con le dinamiche della componente arborea della foresta, condizionata in ampie zone del nord America dalla presenza del lepidottero defoliatore Lymantria dispar, importato intenzionalmente dall’Europa per tentare, invano, di sviluppare un’alternativa al baco (Bombyx mori) per la produzione della seta: “le esplosioni demografiche della falena hanno diversi potenziali impatti sulle zecche e sul rischio di esposizione al morbo di Lyme. In primo luogo la defoliazione toglie l’ombreggiamento del suolo che diventa più caldo e secco d’estate, causando una temporanea riduzione delle zecche. In secondo luogo la produzione di ghiande richiede l’accumulo di riserve da parte delle piante nel corso di diversi anni, una defoliazione pospone di almeno un anno la produzione di ghiande, alterando la dinamica delle popolazioni di arvicole, ospiti delle zecche. In terzo luogo attraverso la morte delle querce, può accelerare il declino di queste specie, come avviene in gran parte degli Stati Uniti. Quest’ultimo fenomeno può avere effetti di lungo termine sulla malattia di Lyme, stabilizzando la popolazione di zecche, generalmente sottoposta a fluttuazioni (pag. 107)”. Si conclude che il fenomeno indagato può avere effetti diversi nel breve e lungo periodo sulla malattia e l’effetto definitivo può rivelarsi opposto e sfavorevole. Anche in questo caso è facile rintracciare nella nostra esperienza di ambientalisti esempi diversi di mezzi messi in atto per riparare a danni immediati che si rivelano disastrosi sul lungo periodo.

Quest’ultimo passo scritto da Ostfeld oltre dieci anni fa sembra anche profetico della situazione attuale: “L’approccio molecolare non ha avuto molto successo (ma anche meno) nel dirigere gli interventi di prevenzione [delle malattie veicolate dagli animali], pure l’interesse e il supporto per questo obiettivo continua ad accelerare. Questo è bene. Ma fino a quando noi avremo creato, prodotto in scala e distribuito vaccini sicuri, economici ed efficaci per ogni patogeno emergente, o rimpiazzato le popolazioni selvatiche di vettori con altre geneticamente modificate, incapaci di trasmettere i patogeni le conoscenze ecologiche rimarranno indispensabili. In altre parole le conoscenze ecologiche saranno sempre indispensabili”. Oltre al significato per l’accaduto questo passaggio contiene un giudizio implicito sull’uso delle tecnologie genetiche immesse negli ambienti naturali (pag. 185).

L’effetto della forestazione sulla diffusione della malaria, in ambito tropicale, è indagato in un altro articolo, cofirmato dal grande ecologo Richard Levins (18). L’articolo tratta sessanta esempi di cambiamenti nell’uso del suolo che hanno comportato cambiamenti nell’ecologia del vettore (la zanzara anofele). Il risultato dell’indagine è che la deforestazione e lo sviluppo di coltivazioni intensive, che – è bene ricordarlo – sono destinate alla produzione di beni esportati verso i paesi ricchi, provocano condizioni favorevoli alla malaria. Anche in questo caso la gestione della foresta è particolarmente rilevante alle condizioni di sviluppo della malattia.

Procedendo in questo parziale elenco delle emergenze sanitarie collegabili a squilibri ambientali, è opportuno ricordare i focolai di Hendra Virus che si sono verificati in Australia dagli anni ’90. L’interesse per queste vicende deriva soprattutto dal largo dispiego di elementi conoscitivi che hanno permesso di ricostruire con sufficiente chiarezza lo sviluppo delle vicende e la loro genesi (21). Oltre che dalle grandi capacità di chi ha effettuato gli studi, si deve considerare il fatto che la malattia ha colpito un paese ricco e un settore particolarmente ricco. Hendra ha ucciso cavalli, allevatori di cavalli e veterinari in una regione un tempo coperta da foresta primaria (Queensland), che nel tempo è stata notevolmente antropizzata. Lo studio citato illustra come il cambiamento nell’ecologia delle volpi volanti (pipistrelli frugivori) ha portato questi animali a diventare stanziali presso le aree verdi intorno alle città, modificando così nel contempo l’ecologia del virus, che un tempo generalmente diffuso e universalmente presente all’interno delle popolazioni di chirotteri, è diventato anch’esso frammentario nella distribuzione e più violentemente epidemico negli scoppi di focolai. L’alta emissione di virus emessa dalle popolazioni recentemente contagiate ha permesso il salto di specie verso i cavalli e da questi all’uomo. Una descrizione particolarmente efficace del contesto in cui si è sviluppata la malattia è presente in Quenman (19).

La storia di Hendra ha anche un’altra evidenza: focolai di virus simili si sono registrati in Asia (nipah virus). Anche in questo caso la genesi della malattia è stata individuata da cambiamenti ecologici che hanno interessato le volpi volanti e hanno portato questi animali a contatto con l’uomo.

Genesi simile e risultati assai più disastrosi ha avuto anche il fenomeno Ebola. Le cronache di questa malattia sono terrificanti, mentre le prove del legame che esiste tra il degrado ambientale e il morbo sono diventate via via più robuste e infinito è l’elenco delle pubblicazioni che lo supportano; in bibliografia sono riportati solo alcuni esempi (4, 5, 10, 11, 12). Altri spunti di riflessione e un resoconto particolarmente appassionato e toccante si trovano nel già citato libro di Quenmen(19).

Secondo gli autori citati, in particolare Wallace, molti, se non tutti i focolai e le epidemie di Ebola sin qui registrati, sono da collegarsi con eventi di intrusione dell’uomo che modifica la foresta, a partire dai primi casi registrati.

Per quanto riguarda l’ultima epidemia per cui è stato prodotti un gran numero di studi, quella in Africa Occidentale, partita da un focolaio in Guinea ed estesasi soprattutto attraverso quel paese, in Liberia ed in Sierra Leone, sotto attenzione e oggetto di modellazione matematica è stato il cambio del sistema agroecologico di coltivazione della palma da olio, coltura tradizionalmente diffusa in quei territori: la palma da olio oggi estesa in tutto il mondo, ben oltre i limiti del suo areale storico, e a parere di molti molto più diffusa in forma intensiva di quanto doveva essere.

L’ambiente dove è esplosa l’epidemia è così descritta dagli autori (4): “l’immagine mostra un arcipelago di appezzamenti di olio di palma nel supposto “ground zero” dell’infezione. L’uso del suolo appare come un mosaico di villaggi circondati da densa vegetazione, interrotta da piantagioni di fruttiferi, un ambiente adatto ai pipistrelli frugivori, cruciale serbatoio di Ebola”. Anche in questo caso la deforestazione avrebbe provocato un cambiamento nelle modalità di alimentazione dei pipistrelli che avrebbero una maggiore frequente presenza sulle coltivazioni di palma da olio. In questo caso sarebbe quindi il cambiamento nella destinazione d’uso del suolo in una, isolata località del nord della Guinea ad innescare la disastrosa epidemia. In altri studi (10, 11), tra cui quello condotto dal Politecnico di Milano, si pone in rilievo come la frammentazione della foresta sia condizione compatibile alla comparsa dell’epidemia.

Sono presenti diverse specie di Ebola, una di queste è Reston Ebolavirus (Rebov), unica presente in Asia. Questa malattia ha colpito gli allevamenti industriali di suini nelle Filippine ed in Cina. In questi paesi si è assistito negli ultimi decenni a forte intensificazione degli allevamenti suini, nelle Filippine la deforestazione e la conseguente riduzione delle popolazione di volpi volanti ha favorito il passaggio del virus dal chirotteri ai maiali. Ovviamente la preoccupazione che questo virus possa fare un altro salto di specie, dai maiali all’uomo, è ampiamente diffusa e oggetto di dibattito.

Il salto di specie dagli animali di allevamento all’uomo è evidentemente un anello della catena di passaggio dall’ambiente naturale in sofferenza: esso è del resto ampiamente presente e dimostrato. Non è un fatto nuovo ed è connaturato all’addomesticamento degli animali. Gli esempi si sprecano. In una recente intervista (13) la virologa Ilaria Capua ricorda l’origine zoonotica (cioè frutto di un salto di specie dai bovini all’uomo) del morbillo, lo stesso può dirsi per altre malattie come il vaiolo (la cui profilassi ha battezzato il termine vaccino, essendo in origine effettuato traendo l’essudato dalle pustole del vaiolo bovino). L’esempio più terribile è quello dell’influenza aviaria, da cui si è originata l’epidemia di influenza Spagnola, a cavallo della fine della prima Guerra Mondiale. Anche se la terribile virulenza di quell’evento è stata amplificata dalle particolari condizioni sanitarie e alimentari del periodo, la preoccupazione di un nuovo passaggio altamente aggressivo sulla nostra specie si ripropone ciclicamente, ed era certamente una ipotesi considerata assai più probabile dell’evento che ci sovrasta oggi.

Il punto cruciale è l’intensificazione delle produzioni zootecniche, un problema devastante per molte ragioni: le condizioni di allevamento incompatibili con le necessità del benessere animale, la trasformazione dei nutrienti minerali (azoto e fosforo) presenti nei reflui degli allevamenti in inquinanti che minano il sistema idrologico. Anche il rischio di diffusione di malattie all’interno del ciclo degli allevamenti e da questi verso l’uomo è un grave segnale di insostenibilità. È di pochi mesi fa la diffusione della peste suina africana in Cina, che ha condotto all’abbattimento di centinaia di milioni di maiali in quel paese, che è il maggiore allevatore mondiale di suini. Questo fatto è stato paventato come una possibile catastrofe nazionale, perché l’eventuale introduzione in Italia avrebbe compromesso la fiorente esportazione dei rinomati prodotti di carne suina made in Italy. Purtroppo è successo di peggio.

Il passaggio dall’allevamento tradizionale alle concentrazioni proprie degli allevamenti industriali ha modificato la probabilità e l’intensità degli eventi epidemici, la contemporanea perdita di ambienti o connettività naturali – soprattutto nelle aree tropicali – porta e definire lo scenario descritto da Wallace (5): “Mentre molti patogeni selvatici si estinguono con le loro specie ospiti un sottoinsieme di infezioni che una volta si estinguevano in modo piuttosto veloce, a seguito di incontri occasionali nella foresta ora si propagano attraverso la suscettibile popolazione umana [e attraverso quelle dei suoi animali d’allevamento], la cui vulnerabilità all’infezione è esacerbata negli ambienti urbani” Questa riflessione è stata pubblicata su un libro della Springer (di limitata diffusione) alcuni anni prima dell’esplosione del Covid 19, in modalità praticamente uguale a quella annunciata.

Per la verità un elemento di sorpresa nell’esplosione di questo coronavirus è presente, in Big Farm Make Big Flu (2) lo stesso autore sembrava suggerire che “The Next Big One”, la futura grande epidemia che sembra si sia realizzata in questi giorni, potesse prodursi dal sistema agro-industriale e avere la forma di una influenza, così non è (ancora) stato, ma gli elementi a sostegno di questo rischio sono numerosi. Secondo l’autore un predatore o un parassita sono limitati nel loro sviluppo dal numero e dalla suscettibilità delle loro prede o ospiti: un parassita troppo efficiente stermina la coorte di ospiti con cui viene a contatto e riduce la sua possibilità di diffusione.

Inoltre una diversa suscettibilità degli individui presenti all’interno della popolazione ospita limita lo sviluppo del parassita. Le condizioni di allevamento eliminano questi due vincoli. Tutti gli animali condividono un patrimonio genetico sostanzialmente comune e sono tanto ammassati da poter escludere l’ipotesi di esaurimento delle possibilità di contagio. In più, gli allevamenti sono spesso concentrati in aree geografiche limitate (il Minnesota è la zona di elezione per l’allevamento dei tacchini, mentre la Provincia di Brescia e il Veneto Occidentale vedono la maggiore concentrazione di allevamenti avicoli in Italia). Il risultato è ovviamente una maggiore esposizione alle catastrofi epidemiche. Il passaggio della malattia alla popolazione umana concentrata avrebbe gli effetti che sperimentiamo nella diversa contingenza attuale.

Per le ragioni sopra riportate (certo parziali e suscettibili di essere ulteriormente ampliate citando ad esempio i casi degli arbovirus, la cui diffusione è certamente favorita dai cambiamenti climatici) si deve ritenere che non siamo di fronte a nessun evento imprevedibile, non c’è nessun cigno nero all’orizzonte e quanto era successo si poteva prevedere, certo non nel particolare meccanismo che si è creato: ma proprio la sua imprevedibilità ci riporta alla necessità di applicare alle questioni ambientali quel principio di precauzione, spesso inutilmente invocato di fronte ai rischi individuali, come quelli legati alla sicurezza sul lavoro o alla sicurezza alimentare (8).

È ancora opportuno ricordare che la necessità di adattare l’ambiente in cui si compie la nostra vita alle nostre necessità ecologiche non è appannaggio di qualche specialista ecologo o epidemiologo, slegato dal pensiero comune del main stream delle politiche sanitarie. Le convenzioni, i trattati e le carte espresse dalle varie conferenze sulla salute delle Nazioni Unite contengono direttamente o in modo mediato impegni per la creazione di un ambiente che promuova la salute. L’incapacità oggi evidente di assicurare che tali principi diventassero agenti operativi nel senso auspicato è forse il principale problema politico che l’umanità deve affrontare.

Siamo forse di fronte a un cambiamento importante che manderà in frantumi molto di quello che abbiamo sino ad oggi considerato sicuro e consolidato, in un recente post su Facebook uno scienziato americano (epidemiologo) afferma che nessun epidemiologo sopravvive a una pandemia, la sopravvivenza (si spera) è da interpretarsi in senso figurato come la necessità di adeguare il paradigma di conoscenze alla nuova terribile novità.

Lo stesso potrebbe essere detto per i politici, gli economisti, i dirigenti industriali. Le sollecitazioni presenti nei testi elencati in bibliografia, e in gran parte citati nel testo, devono forse diventare patrimonio comune e elemento di indirizzo, molte cose devono necessariamente cambiare.

Certamente il movimento ambientalista deve riconoscere nel doloroso passaggio che stiamo attraversando una conferma dei moniti e delle previsioni avanzate fin dall’inizio della sua storia. Da alcuni anni la crisi ambientale è diventata sui mass media sinonimo di cambiamento climatico, dimenticando i diversi aspetti che presenta e soprattutto le profonde interrelazioni che esistono tra questi.

In un libro curioso e interessante scritto dal singolare biologo tedesco di origine lituana Jakob von Uexkull, il cui cui titolo è “Ambienti umani e ambienti animali” (in italiano edito da Quadliber), l’autore – tra l’altro amico del filosofo tedesco Heidegger – svolge una critica all’approccio meccanicista proprio della fisiologia classica dell’epoca. In particolare adotta la metafora della macchina e del macchinista per enfatizzare la presenza di una soggettività dell’animale che ha un proprio ambiente definito dagli stimoli sensoriali che possiede, ambiente certo percepito in modo fenomenologicamente diverso da quello da noi percepito, ma ugualmente suscettibile di essere condizionato attivamente dall’organismo, quanto da noi sulla base delle nostre capacità percettive. Non è evidentemente solo una digressione oziosa: gli organismi con cui condividiamo la terra sono capaci di reazione alle nostre azioni: non sono solo macchine (più o meno docili), sono elementi di complessità che rispondono in modo inaspettato (creativo?) alle sollecitazioni che gli imponiamo, forse questo è un altro pezzo del percorso che dobbiamo fare.

Per concludere (e per pareggiare politicamente con Heidegger) vale la pena citare un altro improbabile ecologista. Friedrich Engels, alla fine della sua vita, scrisse un testo (Dialettica della Natura, contenuto all’interno di Antiduhring), quasi sempre mal digerito dalla critica marxista, in cui è contenuto questo brano: “Non compiaciamoci troppo delle vittorie umane sulla natura. Per ognuna di queste vittorie la natura prende la sua vendetta su di noi. Ogni vittoria, è vero, in prima istanza ci porta ai risultati attesi, ma in seconda e terza istanza ha effetti abbastanza diversi e imprevisti che troppo spesso cancellano i primi”.

 

 

Bibliografia

1 Lyme desease the ecology of a complex system, R. S. Ostfeld, ed. Oxford University Press;

2 Big Farm Mag Big Flu, R. Wallace, Monthly Review Press;

3 Super Bugs in the Anthropocene Jan Angus, Monthly Review, June 2019;

4 Neoliberal Ebola, R. G. Wallace e R. Wallace (editors), ed. Springer;

5 Clear Cutting Disease Control, R. Wallace et al, ed. Springer;

6 Global ecology and Enequal Exchange – Fetishism in a zero-sum World, A. Hornburg, ed. Reutledge Studies in Ecological Economics;

7 A Prosperous Way Down, Howard T. Odum e Elisabeth C. Odum, ed. University Press of Colorado;

8 The Preucationary Principle in Environmental Science, D. Kriebel, R. Levins et.al., in Environmental Health Perspective, september 2001;

9 Effect of Species diversity on disease risk, F. Keesing, R.D. Holt e R.S. Ostfield, Ecology Letters (2006) 9;

10 The nexus between forest fragmentation in Africa and Ebola virus disease outbreaks, M.C. Rulli, M. Santini, D. TS Hayman e P. D’Odorico, www.nature.com/scientificreports;

11 Recent loss of closed forests is associated with Ebola virus desease outbreaks, I. Olivero et. al., www.nature.com/scientificreports;

12 Conservation Medicine and a New Agenda for Emerging Diseases, Ann. New York Academy of Sciences 1026: 1-11 (2004);

13 Intervista di Raffaele Alberto Ventura alla Dott.ssa Ilaria Capua, virologa direttrice Emerging Pathogens Institute, Università della Florida;

14 La Dichiarazione di Alma Ata OMS e UNICEF, Conferenza Internazionale sull’Assistenza Sanitaria Primaria, 6-12 settembre 1978;

15 La Dichiarazione di Jakarta sulla promozione della Salute (Jakarta Declaration on Leading Health Promotion into the 21st Century), Quarta Conferenza Internazionale sulla Promozione della Salute, Jakarta, Indonesia, 21-25 luglio 1997;

16 Gli ambienti favorevoli alla Salute, La dichiarazione di Sundsvall sugli ambienti favorevoli alla salute, Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite, Consiglio dei Ministri dei Paesi Nordici - Organizzazione Mondiale della Sanità, 3a Conferenza internazionale sulla Promozione della Salute;

17 M. Davis on COVID-19: The monster is finally at the door, Mike Davis Monthly Review On Line 19 marzo 2020, https://mronline.org/2020/03/19/mike-davis-on-covid-19-the-monster-is-finally-at-the-door ;

18 Impact of deforestation and agricultural development onanopheline ecology and malaria epidemiology, J. Yasuoka and R. Levins, Dept of Population and International Health, Harvard School of Public Health, Boston, Massachusetts, Medical Journal of Tropical Medicine and Hygiene, 76(3), 2007, by The American Society of Tropical Medicine and Hygiene;

19 Spillover, D. Quanmen, W.W. Norton and Company, ed. Italiana, Spillover ed. Adelphi;

20 The role of commensal rodents and their ectoparasites in the ecology and transmission of plague in south east asia; D.C. Cavanaugh, P.F. Ryan, J.D. Marshall, Bull. Wildlife Disease Assoc. Vol. 5, July, 1969;

21 Urban habituation, ecological connectivity and epidemic dampening: the emergence of Hendra virus from flying foxes (Pteropus spp.), Raina K. Plowright et al., Proceeding of the Royal Society, Published online, 11 May 2011.

 

Coronavirus: oltre l'emergenza sanitaria

Riccardo Graziano

L’Italia è in quarantena. Una misura estrema, ma necessaria, perché è il metodo più efficace per fermare un’epidemia.

È stato così nel 2003 per la SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), anch’essa partita dalla Cina per poi diffondersi in altri Paesi, tramite viaggiatori infetti che si spostavano in aereo verso le destinazioni più disparate. All’epoca, però, quando fu chiaro che in Cina c’era questo problema, vennero prese drastiche misure di contenimento a partire dagli aeroporti, dove i passeggeri a rischio venivano posti immediatamente in isolamento, per evitare il diffondersi del contagio. Grazie a queste misure di prevenzione e nonostante l’elevata virulenza, la malattia si propagò in un numero limitato di Paesi. Questo consentì di contenere le vittime, sebbene la percentuale di mortalità fosse alta. Il bilancio finale della SARS parla di poco più di 8.000 contagiati in 17 Paesi, con oltre 700 decessi, quasi il 10% dei pazienti.

Con il nuovo Coronavirus purtroppo le misure di contenimento non sono state altrettanto stringenti. Nonostante la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan avesse segnalato già il 31 dicembre all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) una serie di casi sospetti di polmonite con cause ignote nella città e nell’intera provincia dell’Hubei, a livello mondiale nessuno ha pensato di approntare misure di prevenzione di livello elevato. Per questo motivo l’epidemia ha potuto dilagare ovunque, diventando pandemia. I dati ufficiali al 14 marzo indicavano una penetrazione in 140 Paesi, con oltre 152.000 contagiati e più di 5.000 morti. L’Italia è fra le nazioni più colpite, registrando alla stessa data quasi 17.000 contagi e oltre 1.400 vittime.

Da qui la necessità di mettere in quarantena tutto il territorio nazionale, obbligando la popolazione a stare chiusa in casa salvo esigenze primarie, una situazione impensabile fino a poche settimane fa. E probabilmente non è molto consolatorio pensare che la quarantena in un certo senso l’abbiamo inventata noi, visto che venne ideata nella Repubblica di Venezia all’epoca della Peste nera, quando le navi venivano costrette a rimanere al largo per 40 giorni prima di attraccare al porto, in modo da evitare lo sbarco di persone che potessero essere fonte di contagio. Da allora, il termine è rimasto quello, anche se il periodo si è ridotto, limitandosi al tempo di incubazione della malattia sotto osservazione.

Così oggi gli italiani si ritrovano forzatamente tappati in casa per una quindicina di giorni, salvo proroghe. Una situazione oggettivamente disagevole, che tuttavia, come tutte le crisi, riserva delle opportunità.

Per prima cosa, abbiamo capito l’importanza di avere un Sistema Sanitario pubblico efficiente. Nonostante da parecchi anni fosse in corso una precisa strategia di smantellamento della Sanità pubblica a favore di quella privata, con tagli a fondi, strutture e personale, all’arrivo dell’epidemia la reazione è stata esemplare. Pronta riorganizzazione delle strutture per implementare le terapie intensive, individuazione delle priorità, introduzione di protocolli di cura mirati, anche se forzatamente sperimentali. E, su tutto, un impegno del personale sanitario ai limiti delle forze umane, con grande sacrificio sia in termini sanitari – molti i casi di contagio fra gli operatori – sia personali, visto che i tempi di lavoro dilatati hanno certamente sottratto spazi agli affetti e alla vita familiare. Tutto questo mentre la risposta della sanità privata tardava parecchio ad arrivare. Se pensiamo che fino a poco tempo fa non era raro leggere di episodi di contestazioni, denunce o addirittura aggressioni al personale sanitario, ci rendiamo pienamente conto di come si sia ribaltata la situazione e di quale sia l’importanza del loro ruolo sociale. Da questa consapevolezza, che oggi si concretizza in piccoli gesti di solidarietà e riconoscenza spontanei, deve partire un processo di rafforzamento della Sanità pubblica, interrompendo la politica di tagli indiscriminati e sostituendola con nuovi investimenti in strutture, attrezzature e ricerca. E, soprattutto, garantendo un miglior trattamento economico e normativo agli operatori, a partire dagli infermieri.

Più in generale, si delinea la necessità di un nuovo rapporto fra pubblico e privato, perché per troppo tempo i servizi pubblici sono stati penalizzati per dimostrare che era meglio privatizzare tutto. Ma l’emergenza ci ha mostrato chiaramente che l’assistenza pubblica è fondamentale e non può essere sostituita da un sistema che mette al primo posto il profitto, anziché il benessere delle persone. Una lezione da tener presente anche finita l’emergenza.

Poi abbiamo scoperto che internet e canali social, troppo spesso usati per diffondere false notizie e messaggi d’odio, potevano invece servire per cose utili, come vedere e sentire i propri cari anche se a distanza, o provare a portare avanti la didattica a scuole chiuse. Soprattutto, con il telelavoro abbiamo scoperto che possiamo fare da casa moltissime cose che facevamo in ufficio, magari risparmiandoci ore e ore di trasferimenti da pendolari, su mezzi pubblici affollati o imbottigliati nel traffico. Per la cronaca, il ridimensionamento delle attività produttive e la drastica riduzione degli spostamenti e del traffico, hanno consentito un significativo abbattimento dei livelli di inquinamento proprio sulla pianura padana, quel “catino” sommerso di micropolveri e sostanze nocive che sembrava impossibile ripulire. Oggi, chi non è rimasto vittima del contagio respira meglio che nei mesi scorsi e ha meno rischi di incorrere in affezioni respiratorie causate dall’inquinamento. È evidente che sul lungo periodo non è possibile fermare tutto, ma questo dovrebbe farci riflettere sulla possibilità di fare le stesse cose in modo diverso, più sostenibile.

Però l’isolamento forzato ci ha fatto anche capire che i collegamenti virtuali non bastano, ci serve il calore umano. E abbiamo riscoperto la vita familiare, magari con qualche screzio per la vicinanza forzata e continua, ma con la consapevolezza di poter contare su una rete di sostegno. Una rete che, uscendo dalle mura domestiche, ci ha fatto ritrovare il senso di essere comunità, uniti nell’affrontare i problemi, con la riaffermazione della solidarietà al posto dell’individualismo che dominava nella società. Perché tutti hanno capito che nessuno può farcela da solo, individuo o nazione che sia.

Un sentimento che, paradossalmente, rafforza i legami proprio nel momento della segregazione forzata, e ci fa scoprire nuovi modi di stare insieme, a partire dai cori intonati nei cortili, dove ritorna protagonista l’Inno di Mameli, per lungo tempo bistrattato. Già, perché fra le molte cose che abbiamo riscoperto, c’è anche quella di essere una Nazione. L’emergenza reale del contagio ha spazzato via le residue pulsioni “indipendentiste” del lombardo-veneto, la zona al momento più colpita, restituendo al Governo centrale quel ruolo di guida che era stato troppo demandato alle regioni. In poche parole, gli italiani si sono ricordati di essere Italiani, con la “I” maiuscoli, ma non sovranisti, semplicemente patrioti, orgogliosi di noi stessi e del nostro splendido Paese. E questo, finita la crisi, sarà da un lato il presupposto per la ridefinizione dei rapporti fra Stato e Amministrazioni decentrate, dall’altro ci lascerà la consapevolezza che l’unità e la solidarietà possono darci più forza di quella che pensavamo di avere per superare qualunque difficoltà e crisi.

Tratto da: www.agendadomani.it