Membro di
Socia della

Archivio Rassegna Stampa

IUCN - IUCN World Conservation Congress to be held from 3 to 11 September 2021 in Marseille

The International Union for Conservation of Nature (IUCN) and the French government have agreed to hold the IUCN World Conservation Congress 2020 from 3 to 11 September 2021 in Marseille. The event, originally scheduled for June 2020, was postponed due to the COVID-19 pandemic.

https://www.iucn.org/news/secretariat/202012/iucn-world-conservation-congress-be-held-3-11-september-2021-marseille

EEB - Future farming: cultivating people-friendly food systems

Short-term and insecure contracts, dire working conditions, widespread suffering caused by diet-related diseases. Our current food system leaves a lot to be desired for the people working in and buying from it.

Asger Mindegaard and Celia Nyssens look into needed changes to make the EU food system a driver of social sustainability – for producers, workers and consumers alike.

https://meta.eeb.org/2021/01/13/future-farming-cultivating-people-friendly-food-systems/

IUCN - European bison recovering, 31 species declared Extinct

The European bison (Bison bonasus), Europe’s largest land mammal, has moved from Vulnerable to Near Threatened thanks to continued conservation efforts, according to today’s update of the IUCN Red List of Threatened Species™. With this update, 31 species also move into the Extinct category, and all of the world’s freshwater dolphin species are now threatened with extinction.

https://www.iucn.org/news/species/202012/european-bison-recovering-31-species-declared-extinct-iucn-red-list

EEB - Dissonance at Davos

The World Economic Forum has woken up to the scale and urgency of the global climate and environmental crises, yet the business and political elites who gathered at Davos acted as though lofty words were enough to save the world, Khaled Diab explains.

https://meta.eeb.org/2020/01/29/dissonance-at-davos/

EEB - Burning questions about the new EU Waste Incineration Standards

The EU recently published a new set of environmental standards for waste incineration, raising the bar for one of Europe’s most controversial industries. But emissions from burning waste are still putting our health, the environment and the climate at risk.

https://meta.eeb.org/2020/01/09/burning-questions-about-the-new-eu-waste-incineration-standards/

EEB - Environment Ministers feel the heat in Brussels

Temperatures hit new record highs in parts of Europe as environment ministers meet to discuss a range of environmental issues.

https://meta.eeb.org/2019/06/27/environment-ministers-feel-the-heat-in-brussels/

IUCN - Almost half of World Heritage sites could lose their glaciers by 2100

Glaciers are set to disappear completely from almost half of World Heritage sites if business-as-usual emissions continue, according to the first-ever global study of World Heritage glaciers, co-authored by scientists from the International Union for Conservation of Nature (IUCN).

https://www.iucn.org/news/world-heritage/201904/almost-half-world-heritage-sites-could-lose-their-glaciers-2100

La riscoperta delle montagne

Il progredire dei cambiamenti climatici impone di iniziare fin da subito a programmare una nuova gestione dei territori, in particolare delle zone più esposte alle variazioni ambientali. Fra queste ci sono le aree montane, che occupano una porzione rilevante del territorio nazionale e sono a rischio sotto molteplici aspetti, a partire dalla riduzione dei ghiacciai, il cui assottigliamento costante ne fa prevedere la scomparsa entro pochi decenni, con la conseguenza di azzerare le risorse idriche in essi contenute e dunque anche la possibilità di mitigare i fenomeni siccitosi, destinati a diventare più frequenti e durevoli con l’aumento delle temperature medie. Un esempio fra i tanti che fa capire bene come ciò che avviene in montagna ha poi ripercussioni nelle valli e nelle pianure, ragion per cui tutelare le “Terre Alte” è interesse di tutti, non soltanto delle comunità montane che le abitano.

Le montagne vengono troppo spesso viste come zone remote, a causa delle oggettive difficoltà di collegamento e della mancanza di servizi, motivi che ne hanno determinato il progressivo spopolamento, con la discesa dei suoi abitanti verso le pianure più fertili o direttamente verso le zone urbane con le loro fabbriche, gli uffici, i luoghi di aggregazione. Un fenomeno migratorio interno tutt’altro che minimale, che ha provocato la desertificazione di borghi e vallate, con il conseguente abbandono dei territori all’incuria e al degrado.

Oggi però assistiamo a una certa inversione di tendenza, causata da molteplici fattori, che ha portato alla riscoperta della montagna, almeno per quanto riguarda la fruizione turistica, piuttosto che per il reinsediamento vero e proprio. Un tempo, le montagne erano uno dei luoghi privilegiati per la “villeggiatura”, quando d’estate chi poteva saliva in quota per sfuggire alla canicola che stremava la pianura. In Piemonte, terra di confine fra Alpi e Pianura Padana, il fenomeno era particolarmente diffuso: le valli limitrofe alla città di Torino vedevano un massiccio afflusso di turisti in cerca di refrigerio, dall’alta borghesia che poteva permettersi appunto di “andare in villa”, quella che oggi sarebbe una lussuosa seconda casa, agli strati popolari che si arrangiavano nelle numerose locande e taverne, o che mandavano almeno i figli nelle colonie di media montagna. Chi non poteva allontanarsi troppo, si dirigeva perlomeno verso la collina torinese, vero polmone verde accessibile appena oltre la destra orografica del corso cittadino del Po. A partire dal secondo dopoguerra l’industrializzazione ha iniziato a richiamare verso le città le genti delle valli e delle campagne, un fenomeno migratorio poco considerato perché soverchiato dagli imponenti arrivi dal Sud dell’Italia, che in termini numerici erano enormemente superiori. Tuttavia, non c’è dubbio che tale flusso abbia comportato una vera e propria mutazione societaria e persino antropologica della popolazione nazionale. Quello che era stato fino a pochi anni prima un popolo di contadini diventava una cittadinanza di operai e “mezze maniche” impiegatizie, mano d’opera per un’industria in espansione e un settore dei servizi in embrione.

Nelle campagne, il fenomeno è stato quasi totalmente compensato dalla meccanizzazione: l’avvento di trattori, mietitrebbie e macchine agricole in genere ha sostituito senza troppi problemi le masse di braccianti un tempo necessarie per la coltivazione delle terre. Discorso analogo per l’allevamento, con le fattorie trasformate poco per volta in allevamenti intensivi, vere e proprie “fabbriche di carne” che rispondono a logiche industriali di produttività e taglio dei costi di produzione. Una strategia evidentemente non attuabile in montagna, o perlomeno non su scala così diffusa. Le colture sono differenti da quelle della pianura, le pendenze dei terreni consentono solo in minima parte l’utilizzo di mezzi meccanici e le mandrie in transumanza e in alpeggio richiedono la presenza del pastore a tempo pieno. Una vita dura, dove la tecnologia poteva aiutare ben poco. Ecco allora che le prospettive di comodità e benessere a portata di mano offerte dalla vita cittadina hanno indotto molti giovani a non portare avanti le attività di genitori e nonni, lasciando la montagna al suo destino per integrarsi nella vita urbana.

Per un po’ la montagna ha continuato a reggere come luogo di svago e di vacanza, anche se di gran lunga inferiore, come numero di presenze, rispetto alle località di mare. Un turismo in gran parte di prossimità, praticato da fasce di popolazione crescenti, che conquistavano progressivamente spicchi di benessere, durante e poco dopo gli anni del boom economico. Ma con il crescere delle disponibilità economiche, con il consumismo e l’avvento di prospettive globali, le cose cambiano. I viaggi un tempo appannaggio delle classi abbienti diventano accessibili a tutti e il turismo di massa si sposta verso lidi esotici, villaggi vacanze tutto incluso, tour in Paesi lontani, mentre i paesi vicini, quelli delle vallate alpine, vengono in genere dimenticati, salvo le stazioni sciistiche, attive però solo nella stagione invernale. Per qualche decennio, la montagna scompare dall’immaginario del grande pubblico, salvo un discreto numero di sciatori e pochi alpinisti ed escursionisti, mentre le località balneari e le destinazioni esotiche monopolizzano le preferenze turistiche. Anche le case ereditate da nonni e genitori, memoria delle origini, vengono trascurate a vantaggio di sistemazioni più confortevoli e località più attraenti.

Ma in quest’ultimo periodo si assiste a una inversione di tendenza. Le mutate condizioni economiche, sociali e persino geopolitiche hanno portato a riscoprire la montagna, sia quella “alla moda” , sia quella di prossimità. È mutato innanzitutto il contesto internazionale: molte località un tempo turistiche sono diventate inaccessibile o fortemente sconsigliate, a causa di conflitti o del crescere dei fondamentalismi, basti pensare all’Egitto o alla Turchia, mete molto gettonate fino a pochi anni fa. Anche le disponibilità economiche di fasce sempre più elevate di popolazione sono state progressivamente erose da un impoverimento diffuso che avanza costantemente, a volte in modo impercettibile, altre con crisi di portata planetaria. In ultimo, la pandemia globale esplosa nel 2020 ha reso estremamente problematici e rischiosi gli spostamenti. Tutto ciò, unito al progressivo surriscaldamento delle temperature medie, ha portato a rivolgere nuovamente l’attenzione verso i monti, dove le generazioni precedenti (ma anche i meno giovani fra noi, nella loro infanzia) potevano trovare refrigerio senza dover ricorrere all’(ab)uso dei condizionatori, apparecchi altamente energivori, ma che alcuni ritengono indispensabili per la sopravvivenza. In più, le montagne offrono una qualità dell’aria e dell’ambiente che nessun climatizzatore domestico può neanche lontanamente replicare.

Ecco allora che la montagna è destinata con ogni probabilità a vedere crescere in maniera significativa il turismo di massa, come già si è visto nelle ultime due o tre estati. Del resto, le stazioni sciistiche da tempo si sono attrezzate per essere attrattive anche nella stagione estiva, ma troppo spesso hanno ceduto a una visione eccessivamente “ludica” della montagna, con relativa presenza di infrastrutture e di un turismo non consapevole di cosa sia lo spirito di questi luoghi. Allo stesso tempo molti hanno riscoperto le seconde case, per alcuni quelle di famiglia dimenticate per un certo tempo, magari perché situate in vallate con minore vocazione turistica, per molti altri quelle costruite o acquistate nelle località più frequentate, luoghi che non di rado presentano situazioni di espansione edilizia e cementificazione analoghe a quelle di certe periferie urbane.

Se il turismo di massa “riscopre” le valli e i monti dove le generazioni precedenti si recavano in villeggiatura può senz’altro essere positivo per le ricadute economiche e per incentivare attività in zona che frenino lo spopolamento di queste aree, o addirittura ne incentivino il ripopolamento. Al tempo stesso però, il rischio tutt’altro che remoto è quello di snaturare le caratteristiche di questi luoghi e andare a impattare ancora di più sugli equilibri ecologici di un ambiente già in sofferenza a causa dei mutamenti climatici. Il progressivo riavvicinamento alle montagne è dunque un fenomeno potenzialmente positivo, ma che va governato con attenzione ed equilibrio, per evitare di compromettere un ecosistema che può invece, se adeguatamente preservato, offrirci una grande quantità di risorse economiche e ambientali utili ad affrontare gli stravolgimenti climatici e socio-economici che ci attendono nel prossimo futuro

Crescita o progresso?

Nel momento in cui la crisi pandemica allenta la sua morsa e lascia intravedere una possibile uscita dall’emergenza sanitaria, torna in primo piano la crisi economica provocata dall’epidemia e dalle drastiche misure di contenimento adottate per rallentarla. E ancora una volta si ripropone l’imperativo della “crescita”, la ricetta che da decenni domina in campo economico e con la quale si pensa di far ripartire le attività produttive. Eppure ormai dovrebbe essere chiaro che non si può teorizzare e pensare di mettere in pratica una crescita infinita in un sistema circoscritto quale è il pianeta Terra.

Questa consapevolezza ha ormai travalicato la ristretta cerchia degli ambientalisti e della comunità scientifica, tanto che la stessa Unione Europea l’ha ratificata mettendola nero su bianco nel rapporto “Growth without economic growth” (“Crescita senza crescita economica”) redatto dell’EEA - European Environment Agency, l’Agenzia Europea dell’Ambiente – insieme alla rete europea di informazione e osservazione ambientale Eionet, che presenta dati, analisi e proposte rivolte ai decisori politici e alla società civile.

Il rapporto prende atto del fatto che cambiamento climatico e perdita della biodiversità sono conseguenze dirette di una crescita economica in accelerazione, che divora le risorse a un ritmo fatalmente insostenibile, dunque che occorre impostare un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. La filosofia della “crescita”, inculcata per decenni nel nostro immaginario socio-economico, è ormai profondamente radicata nella nostra quotidianità, nei nostri consumi e stili di vita. Per cui è davvero difficile impostare un cambio di rotta che, tuttavia, è sempre più necessario.

L’Europa, nonostante i molti problemi presenti e la contestazione serpeggiante, resta la porzione di mondo dove si vive meglio, con tutele sociali e livelli di benessere elevati e diffusi. La sfida è mantenere questi standard sganciandoli dall’assioma della “crescita” a ogni costo, basata sul consumismo e sul materialismo, la cui conclamata insostenibilità potrebbe far collassare il sistema in tempi nemmeno troppo lunghi. In altre parole, occorre capire che “progresso” e “crescita” non sono affatto sinonimi e che è possibile vivere bene anche consumando meno, senza confondere il ben-essere con il ben-avere.
Il problema è capire se e quanto siamo disposti a modificare i nostri consumi e stili di vita per arrivare davvero a quella sostenibilità che a parole vogliamo tutti, ma che nei fatti perseguiamo in pochi. Senza rinunciare, beninteso, ai livelli di qualità della vita ai quali siamo abituati, ma semplicemente imparando a fare le cose in modo differente.
Il Green Deal lanciato dall’Unione europea vuole essere di stimolo anche in questo senso, con una svolta che non sia solo produttiva ed economica, ma anche sociale e culturale, ovvero vissuta dai cittadini in maniera matura e consapevole e non come una imposizione “dei burocrati UE” o di qualche fantomatica lobby ecologista e radical chic.
Il cambiamento deve avvenire in modo graduale e gestito democraticamente, costruendo una maggioranza consapevole di questa necessità, ma al tempo stesso deve essere anche relativamente veloce, perché il tempo a disposizione dell’umanità per evitare il peggio sta per scadere.

In particolare l’Europa, pur vivendo una certa stagnazione demografica, evidenzia un costante aumento dei consumi dovuto alla presenza di una vasta classe media relativamente benestante e con un potere d’acquisto ancora piuttosto elevato, fattori che allargano la sua impronta ecologica ben al di fuori dei confini geografici continentali. Al tempo stesso, la quantità di materiale effettivamente avviato al riciclo si attesta su un modesto 12% (dato del 2019). Ne consegue che l’UE ha un forte impatto sulle risorse, produce un’enorme quantità di rifiuti e difficilmente potrà raggiungere gli obiettivi di sostenibilità che essa stessa si è posta sugli orizzonti del 2030 e 2050.

Occorre dunque sganciare l’idea di progresso da quella di crescita economica, un processo culturale prima ancora che politico, che deve lasciare da parte lo “sviluppo” effimero e insostenibile basato sul consumismo per recuperare gli stessi valori fondanti su cui è stata edificata l’idea di Europa unita: libertà, uguaglianza, democrazia, Stato di diritto, equità sociale.

Questa è la vera sfida, non l’aumento di un paio di punti di PIL buoni solo per aumentare i profitti di qualche multinazionale o del sistema creditizio. Se non riusciremo a scardinare il dogma della crescita sostituendolo con quello di un reale progresso della società e di realizzazione della persona, finiremo per perdere l’anima stessa dell’Europa. E comprometteremo del tutto le già ridotte possibilità di arrestare il riscaldamento globale e i mutamenti climatici destinati a sconvolgere l’ecosistema terrestre e a mettere a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana.

La Politica Agricola Comune che verrà... ma che ancora non si vede

Franco Rainini

In questi mesi è difficile sentire usare la parola agricoltura senza che sia accompagnata dall’aggettivo sostenibile. A parole (appunto) la prossima politica agricola comune europea (PAC), che sostituirà quella già scaduta all’inizio di quest’anno, dovrebbe essere condivisa ed ecocompatibile; in realtà rischia di emergere alla fine di un lacerante confronto istituzionale e di non rispettare (rimandandoli?) gli obiettivi fissati dalla Commissione UE.

Stiamo parlando di una cospicua questione. In termini economici si tratta di diverse centinaia di miliardi di euro, distribuiti in sei anni a percettori (agricoltori, ma anche latifondisti, consorzi, sistemi cooperativi di ogni tipo) dei ventisette paesi europei. In termini ambientali la descrizione più efficace di quello che ci stiamo giocando è presente in un rapporto della Corte dei Conti Europea dello scorso maggio, dall’illuminate presentazione: “La Corte osserva che il declino della biodiversità nei terreni agricoli continua nonostante le specifiche misure della PAC” (https://www.eca.europa.eu/it/Pages/NewsItem.aspx?nid=13859 con possibilità di leggersi e scaricarsi il rapporto in italiano).

Quando uscì questo rapporto in molti commentarono la tempestività, rispetto alla di poco precedente emissione da parte della Commissione delle due, ormai famose, strategie EUbiodiversity e Farm to Fork, la prima orientata a contenere la perdita di biodiversità, la seconda di attivare un modello virtuoso di agricoltura consapevole ed in grado di ridurre l’impatto sull’ambiente (https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal/actions-being-taken-eu/farm-fork_it, https://ec.europa.eu/environment/strategy/biodiversity-strategy-2030_it)

Secondo tali strategie entro il 2030 avremo raggiunto (insieme ad altri ambiziosi obiettivi puntualmente fissati) la riduzione del 50% del consumo di pesticidi e di antibiotici (questi in allevamento), la destinazione del 30% delle superfici agricole al biologico e del 10 % delle superfici delle aziende agricole ad aree che favoriscano la naturalità e la biodiversità.

Dopo la primavera promettente e l’estate segnata dalle prese di posizione non esattamente consonanti dal Consiglio europeo dei Ministri Agricoli (Agrifish) arrivarono le concrete delusioni autunnali espresse sia da Agrifish che dal Parlamento europeo, il quale a maggioranza votò un compromesso al ribasso, derivato da un accordo tra il partito socialista europeo, i macroniani e il partito popolare europeo, che raccolse l’appoggio di tutti i gruppi (compresi quelli euroscettici) ed esclusi i verdi europei e GUE/NGL. Si segnala che tra i parlamentari italiani il consenso fu quasi totale: contro la proposta votarono solo quattro eletti che abbandonarono il gruppo di appartenenza per passare ai verdi europei. Tra i parlamentari dei gruppi del Nord Europa il dissenso fu più diffuso, anche all’interno dei gruppi promotori.

Questo il commento nel comunicato del 21 ottobre 2020 della Coalizione #cambiamoagricoltura, a cui aderisce la nostra Federazione: “I ministri dell'agricoltura dell'UE hanno adottato una posizione sulla prossima Politica Agricola Comune (PAC) che demolisce la proposta della Commissione UE e nello stesso momento la maggioranza dei membri del Parlamento Europeo ha votato emendamenti peggiorativi della proposta di riforma della PAC. In entrambi i casi il risultato è stato molto deludente per gli scienziati, per le Associazioni di protezione ambientale e dell’agricoltura biologica ed i cittadini ed agricoltori virtuosi che rappresentano”.

Di grave delusione si trattava: tutti gli obiettivi delle strategie proposte dalla Commissione da raggiungere entro il 2030, erano espunti dalla PAC, rimandati agli anni successivi: una esplicito rigetto di quanto segnalato dalla Corte dei Conti e proposto dalla Commissione. La sintesi delle diverse posizioni proposte dalle istituzioni europee è diventata giocoforza difficile; nel confronto tra i soggetti (Commissione Agrifish e parlamento, il cosiddetto “trilogo”) non si è ancora arrivati ad una sintesi condivisa, mentre il peso delle lobby si fa sempre più evidente e pesante.

Purtroppo le lobby che contano non sono le organizzazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica ,in Italia rappresentate da #cambiamo agricoltura. Il sistema agroindustriale flette i muscoli e si fa sentire. Principale portavoce è purtroppo l’organizzazione che rappresenta i principali sindacati agricoli europei (COPA-COGECA). Questa è la sintesi delle pressioni esercitate da COPA-COGECA sul trilogo: “Vogliamo il massimo dei pagamenti diretti, vogliamo il minimo di eco-schemi, vogliamo massima flessibilità sugli eco-schemi, vogliamo che le misure cui gli agricoltori dovranno ottemperare siano misure che già stanno adottando”. Questo atteggiamento, non incoerente con la posizione del Parlamento ed Agrifish, ha portato al fallimento dei negoziati del trilogo, che si prepara a una nuova serie di incontri, il cui risultato rischia di peggiorare ulteriormente.

Il problema alla base dell’immanente disastro è l’incapacità di rappresentare le esigenze diffuse della società civile, rispetto a quelli concentrati ed organizzati di un gruppo limitato, ma potente e coordinato di rappresentanti dei latifondisti (quelli che si oppongono a un limite massimo di sussidi a favore di un solo soggetto), rappresentanti delle società che utilizzano i prodotti agricoli (interessate all’acquisto di prodotti a basso prezzo e con qualità spesso solo formalmente garantita) e i produttori di macchine e materiali per l’agricoltura (interessati a vendere prodotti costosi, magari in quantità esuberante la necessità e spesso con un impatto negativo sull’ambiente). Le esigenze di questi soggetti non sono necessariamente coerenti con quelle della maggior parte degli agricoltori, che devono in primo luogo fronteggiare la drammatica riduzione dei propri redditi, provocata dalla continua riduzione in termini di moneta reale (e spesso anche di moneta corrente, cioè al lordo dell’inflazione) dei prezzi delle derrate agricole. In Italia l’attuale prezzo del latte alla stalla è inferiore a quello pagato una trentina di anni fa e grossomodo uguale a quello dell’inizio degli anni ’70, non molto diversa o peggiore la situazione dei cereali, per non parlare della carne, in particolare quella avicola.

La posizione di COPA COGECA è quindi favorevole a chi è causa della difficile situazione degli agricoltori piccoli e medi: questa politica provoca in Italia una continua erosione del numero di aziende agricole, la concentrazione in aziende più grandi, con necessità di adottare tecniche e macchinari incompatibili con la conservazione del paesaggio agrario tradizionale e una idea di sostenibilità solo economica. In questa luce deve essere valutata l’avversione per l’agricoltura biologica, espressa recentemente da esponenti del Senato della Repubblica Italiana in occasione del dibattito riguardante il Progetto di Legge sull’agricoltura biologica (http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/51061.htm).

Quando misure di minore impatto ambientale sono proposte in questo quadro economico - che vede le necessità di salute e ambiente dei consumatori e degli agricoltori compresse e sacrificate agli interessi concentrati dell’agroindustria - si tratta spesso di modi di produrre che richiedono grandi investimenti e rispondono in modo solo parziale ai bisogni di una nuova agricoltura; ne sono esempi la coltivazione di precisione e l’agricoltura conservativa, le quali non sono sganciabili dall’utilizzo dei pesticidi e di grandi macchine agricole, con richieste di potenza spesso superiori a quelle dell’agricoltura tradizionale.

Un modo diverso di produrre esiste, mantenendo un’elevata presenza di biodiversità naturale e agricola, garantendo adeguati margini di redditività alla generalità delle aziende, fornendo prodotti buoni e a costi accettabili per i consumatori, esiste ed è già comune in molte aziende delle filiere agricole biologiche e biodinamiche.

Con buona pace dei difensori dei modelli tradizionali e degli auspici di avere in Italia le colture transgeniche già corresponsabili della deforestazione in America Latina, il sistema agricolo italiano è in parte significativa sganciato dall’uso dei pesticidi, contemporaneamente questa tendenza è penalizzata dall’afflusso di aiuti pubblici a pioggia che in quota maggiore sostengono modelli agricoli intensivi destinati ad essere trasferiti agli attivi di bilancio dei produttori di gliphosate e di trattori da 250 kW e più. È questo ciò di cui hanno bisogno l’Europa e l’Italia?

Nel nostro paese si gioca una battaglia non meno importante sul fronte della politica Agraria. Nel dibattito delle istituzioni dell’Unione l’Italia ha finora assunto una posizione molto conservatrice e contraria alle scelte reclamate dalle strategie europee. Ora si debbono declinare gli indirizzi comunitari nel Piano Strategico Nazionale (PSN) e definire quali pratiche, migliorative dal punto di vista della sostenibilità ambientale, possono essere premiate con una quota dei sostegni diretti agli agricoltori: si tratta dei cosiddetti Ecoschemi, una rilevante e potenzialmente positiva novità della nuova PAC.

Sfortunatamente le stesse pressioni in opera nell’Unione operano anche in Italia, dove alcune contraddizioni del sistema agrario sono più nette ed evidenti: difficile immaginare un’effettiva possibilità di migliorare il sistema agricolo presente in ampie aree dell’Italia settentrionale, basate sull’allevamento intensivo di bovini da latte, suini e pollame , quest’ultima categoria allevata generalmente in aziende prive di attività di coltivazione connessa e totalmente dipendente da mangimi acquistati fuori dall’ambito dell’azienda agraria, con le conseguenti ricadute ambientali, anche per lo “smaltimento” della pollina.

Di conseguenza il confronto su Ecoschemi e PSN è difficile e imbarazzante, le puntuali prescrizioni poste dalla Commissione UE spingono a obiettivi ambientali più alti, ma le resistenze sembrano prevalere. Dopo un avvio che sembrava promettente il tavolo di confronto dedicato a questo scopo non si è mai avviato, la preoccupazione di #cambiamoagricoltura è espressa in alcuni comunicati stampa, per la verità non molto raccolti da un sistema di media che è generoso definire disattento: “La Coalizione #Cambiamoagricoltura attende risposte dal Ministro Stefano Patuanelli, auspicando maggiore trasparenza ed un reale e sostanziale coinvolgimento del partenariato economico e sociale nella redazione del Piano Strategico Nazionale, non solo formale per superare l’esame della Commissione UE, nonché un impegno dell’Italia a spingere il Consiglio verso posizioni più ambiziose per non far naufragare del tutto le timide ambizioni ambientali di questa PAC e la possibilità di raggiungere i target fissati dal Green Deal Europeo”.

Le proposte che la coalizione intende portare al tavolo di confronto rappresentano le preoccupazioni sopra espresse e si basano sul riconoscimento di una gerarchia di valore delle misure ben espresso in un recente documento della Società Europea di Agroecologia (Agroecology Europe).

Si tratta in sostanza di discriminare proposte che comportano solo un incremento di efficienza (ad esempio l’agricoltura di precisione), da quelle che costituiscono un cambio di tecnica (come l’agricoltura con minimo movimento terra, cosiddetta conservativa, su cui però pesa l’uso massiccio del diserbo chimico), per arrivare, è il caso dell’agricoltura biologica e della stessa agroecologia ad una riprogettazione del sistema agricolo). Queste ultime dovrebbero dunque essere favoriti nella forma di sostegno attraverso gli ecoschemi.

Vale per gli Ecoschemi la sintesi fatta da Paolo Mosca agricoltore e attivo esponente di Pro Natura del Vercellese, che rappresenta la nostra Federazione in #cambiamoagricoltura: “Gli ecoschemi devono favorire chi fa più di quanto già richiesto per l’ambiente”, una posizione opposta a quella espressa da COPA COGECA, che segna la differenza tra la burocrazia succube dell’agroindustria e quella dei comuni cittadini”.

Note finali. Rileggendo il testo sopra è evidente che chi scrive non è riuscito a rendere in modo comprensibile ed efficace un tema tanto importante e vicino agli interessi di tutti ed anche alla missione della Federazione Nazionale Pro Natura. La PAC è un argomento ostico e complesso, non certo perché le cose di cui si occupa siano particolarmente complicate in sé, quanto per l’enorme accumulo di atti documentali, articoli, prese di posizione, comunicati che sono prodotti a riguardo, immagine degli enormi interessi in ballo, ben oltre le stesse somme stanziate dall’Unione, fino a riguardare l’intera massa di denaro che gira intorno all’agroalimentare a alle filiere collegate.

Parte della confusione è forse dovuta all’intreccio di obiettivi che la PAC si pone, e che sono sanciti anch’essi, da trattati, regolamenti e piani strategici, la stessa UE nello schema riportato qui sotto li riporta, ecumenicamente, con eguale importanza e dignità. Forse sarebbe opportuno stabilire una gerarchia e individuarne connessioni e vincoli reciproci, forse se ne potrebbero trovare altri, come il divieto di importare materie prime esportando degrado ambientale... Può essere il compito del movimento che propone una diversa più trasparente e condivisa politica agraria.