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Archivio Rassegna Stampa

IUCN - Dragonflies threatened as wetlands around the world disappear

The destruction of wetlands is driving the decline of dragonflies worldwide, according to the first global assessment of these species in today’s update of the IUCN Red List of Threatened Species™. Their decline is symptomatic of the widespread loss of the marshes, swamps and free-flowing rivers they breed in, mostly driven by the expansion of unsustainable agriculture and urbanisation around the world.

https://www.iucn.org/news/species/202112/dragonflies-threatened-wetlands-around-world-disappear-iucn-red-list

EEB - Non-replaceable batteries are bad news for the environment and consumers

Planning to buy a smartphone, an e-bike or any other product that includes a rechargeable battery for Christmas? New research shows that most batteries in today’s products cannot be easily removed, replaced or repaired, resulting in shorter device lifetimes, a loss of rare and valuable materials and billions in unnecessary consumer expenditure, writes Chloé Mikolajczak.

https://meta.eeb.org/2021/12/07/non-replaceable-batteries-are-bad-news-for-the-environment-and-consumers/

IUCN - IUCN World Conservation Congress to be held from 3 to 11 September 2021 in Marseille

The International Union for Conservation of Nature (IUCN) and the French government have agreed to hold the IUCN World Conservation Congress 2020 from 3 to 11 September 2021 in Marseille. The event, originally scheduled for June 2020, was postponed due to the COVID-19 pandemic.

https://www.iucn.org/news/secretariat/202012/iucn-world-conservation-congress-be-held-3-11-september-2021-marseille

EEB - Future farming: cultivating people-friendly food systems

Short-term and insecure contracts, dire working conditions, widespread suffering caused by diet-related diseases. Our current food system leaves a lot to be desired for the people working in and buying from it.

Asger Mindegaard and Celia Nyssens look into needed changes to make the EU food system a driver of social sustainability – for producers, workers and consumers alike.

https://meta.eeb.org/2021/01/13/future-farming-cultivating-people-friendly-food-systems/

IUCN - European bison recovering, 31 species declared Extinct

The European bison (Bison bonasus), Europe’s largest land mammal, has moved from Vulnerable to Near Threatened thanks to continued conservation efforts, according to today’s update of the IUCN Red List of Threatened Species™. With this update, 31 species also move into the Extinct category, and all of the world’s freshwater dolphin species are now threatened with extinction.

https://www.iucn.org/news/species/202012/european-bison-recovering-31-species-declared-extinct-iucn-red-list

Imprenditori agricoli lungimiranti

Mentre è in corso la discussione per il Piano Strategico Nazionale che recepirà la nuova Politica Agricola Comune della UE -che si vuole, a parole più “verde” e innovativa, ma che, per quanto constatato dai rappresentati della Federazione nel tavolo di partenariato sociale ed economico, è la riedizione della rovinosa esperienza passata- offriamo ai lettori di Natura e Società il contributo di Paolo Mosca, che oltre a rappresentare la Federazione in diverse istanze (Tavolo Regionale piemontese per il Piano di Sviluppo Rurale, Coalizione #cambiamoagricoltura), è agricoltore biologico, agronomo e attivo propugnatore di un approccio agroecologico nello svolgimento delle pratiche agricole, quale sola strada per avviare una autentica transizione del sistema agroindustriale (che da solo rappresenta più del 15% del valore monetario dell’economia italiana e gestisce due terzi del territorio nazionale – somma superficie agricola e forestale – [dati CREA, Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria].
Al centro dell’approccio agroecologico vi è  l’agricoltura contadina, da intendersi in senso più estensivo e radicale di quanto inteso dal senso comune: Secondo il professor  J. D. van der Ploeg, docente di sociologia rurale presso l’Università di Wegeningen l’agricoltura contadina non si distingue da quella imprenditoriale per le sue caratteristiche istituzionali ma per uno stile di gestione. Lo stile contadino si caratterizza per specifici modi di rapportarsi con la natura e la società, di mobilitare, combinare e sviluppare le risorse e di organizzare e sviluppare la produzione.  Ecco dunque il senso dell’impegno di chi come il dottor Mosca si impegna quotidianamente a fornire prodotti alimentari e forestali sani e sicuri, nonostante le resistenze d un sistema basato sull’agrochimica, superato da decenni, che sopravvive solo in forza degli interessi economici di pochi e dell’inerzia politica dei più.

RICERCA PARTECIPATA E PRODUZIONE SOSTENIBILE NELLA NUOVA PAC
Paolo Mosca
Rielaborazione dell’intervento all’omonimo seminario Federbio del 18/03/21 (prima che si concludesse il trilogo sulla nuova Pac)

Io sono un agricoltore e vi porto oggi la mia esperienza che racconta la storia di un gruppo di agricoltori che hanno provato a reinterpretare l’agricoltura. Parlo di riso perché sono nato nelle risaie e sono interprete di una delle realtà risicole nell’area più importante d’Europa, la pianura vercellese, noi italiani siamo infatti i primi produttori risicoli in campo europeo. Vi riporto un modo di vedere la risicoltura valevole per un gruppo di aziende che hanno cercato di interpretarla in modo diverso da come è sempre stata vista, malgrado, ancora oggi, la maggior parte dei risicoltori proceda ancora in quella direzione. Uno dei punti su cui spesso gli agricoltori si arenano rispetto al cambiamento di modello produttivo è per esempio la questione delle erbe infestanti, dei parassiti e delle avversità. La stampa specializzata è piena, dalla prima all’ultima pagina degli annuari e delle relazioni degli enti pubblici e privati, di argomentazioni sul difficile, complesso, annoso problema della gestione delle erbe infestanti che attanagliano le coltivazioni. Se si gira pagina e ci si dimentica delle erbe infestanti, c’è un altro problema quello degli attacchi fungini. Mi riferisco al Brusone, questo importante agente patogeno che è una delle ragioni delle perdite di produzioni più rilevanti a livello mondiale. Se poi vogliamo ancora voltare pagina ci sono gli insetti. Per citarne uno, il Punteruolo acquatico, che non fa dormire sonni tranquilli agli agricoltori. Questo è quanto la risicoltura convenzionale si trova davanti quotidianamente ponendosi in una prospettiva di risoluzione del problema col controllo chimico come prima ed insostituibile arma di difesa. Se ci riferiamo agli attacchi fungini vi è poi in subordine alla prima soluzione, quella del controllo chimico per i più considerata un’arma insostituibile, una seconda tecnica di difesa che consiste nel scegliere varietà resistenti (in questo caso ci avviciniamo un pochino, se vogliamo, nella direzione della lotta biologica ) e, ancora, come terza possibilità, troviamo modelli di previsione per intercettare quelle che possono essere infezioni e poter intervenire (chimicamente) per tempo. Questo è un modello che ritengo superato, è un modello “Technology based” ovvero basato solo sulla tecnologia che, per come è architettato e come si è evoluto, oggi è completamente superato. Non dico che basare un modello sulla tecnologia sia errato, ci mancherebbe, però per come è architettato e si è evoluto questo modello è completamente superato perché l’innovazione di processo e prodotto è basata solo ed esclusivamente sulla tecnologia, questa è l’essenza che rende obsoleto l‘approccio.
La tecnologia gli agricoltori la acquistano come utilizzatori. E’ un modello che deriva dalla storia dell’evoluzione agricola degli ultimi 50 anni, dal dopoguerra, dalla rivoluzione verde. E’ un modello dove la ricerca e lo sviluppo sono centralizzati, sono svolti dalle multinazionali, dai centri di ricerca, e ricadono dall’alto verso gli agricoltori. Capite che in questo tipo di modello l’agricoltore è posto in basso e tutto il sistema è posto al di sopra di esso e fa cadere dall’alto tecnologia, consigli, pratiche e prospettive di sviluppo. E’ un modello top-down superato: “Technology based model”. che ha dimostrato la sua inadeguatezza nel rispondere alle sfide future, inadeguatezza in termini di sostenibilità sotto tutti i profili.
Il fatto che ci sia un’attesa costante da parte dell’agricoltore moderno nel ricevere tecnologia per risolvere i suoi problemi, che sono in costante crescita, è preoccupante. Si comprende facilmente questa dimensione se si guarda l’indice di una importante pubblicazione [53a Relazione Annuale 2020 Ente Nazionale Risi] uscita meno di un anno fa, redatta dal più importante ente di ricerca italiano in risicoltura: l’Ente Nazionale Risi.
E’ una pubblicazione di 140 pagine e, da pag. 6 a pag. 130 ci sono sostanzialmente solo prove di principi attivi, nuovi protocolli per l’intercettazione delle malerbe via via crescenti, e nuovi fertilizzanti.
L’agricoltore è posto in una posizione di attesa costante, attende che qualcuno gli dia gli strumenti per risolvere i problemi che questo modello agricolo di sviluppo man mano purtroppo ha creato.
Ma questo modello così come è congegnato e strutturato è davvero sostenibile almeno da un punto di vista economico? Io la risposta la cerco tra le righe di un altro importante lavoro [Il bilancio economico dell’azienda risicola] svolto egregiamente dai miei colleghi dottori Agronomi della sezione di Vercelli che ogni tre o quattro anni producono questo importante lavoro che riassumo in parole veramente semplici. Questo lavoro ci porta a capire che la media produttiva di risone tradizionale degli ultimi 15 anni è pari a 6,5 tonnellate per ettaro e, se andiamo a incrociare questo dato con una tabella qualche pagina più avanti, vediamo che nemmeno una produzione di 7,6 t/ha – quindi superiore a quella della media della risicoltura degli ultimi 15 anni – è in grado di portare in equilibrio economico ai prezzi di mercato, (fatto salvo il prezzo di 300 €/t dell’anno appena trascorso). Quindi si evince dal grafico che un’azienda di 50 ha non pareggia il bilancio nemmeno lontanamente, ma il particolare significativo è che nemmeno una azienda di 150 ha riesce a pareggiare, e ancora nemmeno una di 300 ha, come risulta dai dati di un anno e mezzo fa (Medie prezzi di mercato Camera Commercio Vercelli).
Che cosa ci siamo messi a fare io e altri agricoltori per rispondere a questi dati inquietanti che certificano la assoluta insostenibilità economica del modello risicolo attuale?
Ci siamo messi a pensare a un modello di sviluppo agricolo innovativo che rimetta gli agricoltori al centro della scena, basato sull’agroecologia, una parola che oggi ritorna molto di moda, che, con la sua declinazione di agricoltura biologica, confluisce sotto il cappello dell’agricoltura sostenibile – quella vera-.
Quando dico agroecologia intendo dire qualcosa di futuro e di molto lontano? Assolutamente no, forse bisogna semplicemente guardarsi un pochino indietro e fermarsi a ragionare un pochino. Io vengo da una tradizione agricola, la mia è una famiglia di agricoltori da alcune generazioni. Mio nonno, classe 1920, posso dire con assoluta certezza che aveva sulla punta delle dita i concetti base dell’agroecologia, molto più di mio padre classe 1950, nato nel dopoguerra nel momento della rivoluzione verde, che aveva potuto permettersi di perdere alcune di quelle conoscenze perché comodamente sostituite da strumenti più semplici ed economici da utilizzare, arrivavano in quegli anni fertilizzanti ed erbicidi che soppiantavano la zootecnia, le rotazioni, le mondine. Oggi bisogna andare a riprendere l’agroecologia e andarla a reinserire in un modello di sviluppo agricolo che guarda concretamente al futuro.
Nel nuovo modello che stiamo attuando, gli agricoltori e i ricercatori lavorano alla pari, c’è un approccio di spinta dal basso, sviluppano sul campo le soluzioni che gli agricoltori individuano come migliori e che , attraverso uno scambio reciproco, attraverso una diffusione delle conoscenze che tra gli agricoltori stessi, si sviluppano e trovano applicazione. E’ un modello che è ovviamente indipendente dall’intermediazione di terzi. Tutto questo è fondamentale, ridona libertà e autonomia all’agricoltura.
Vi porto l’esempio di questo progetto di ricerca che si chiama Riso Biosystem che coinvolge, oltre ad un gruppo di agricoltori, Università, Crea, Ente Risi con l’approccio dal basso descritto. Ha messo insieme alla pari le conoscenze degli agricoltori con quelle dei ricercatori dei diversi enti di ricerca e sviluppo per trovare soluzioni condivise. E che cosa ha fatto rispetto al modello tradizionale che vi ho descritto? Ha rimesso, al primo posto, la conoscenza, la biodiversità, sia in termini di biodiversità ambientale che quella della comunità in cui l’agricoltura insiste. Mettendo al primo posto la salute del suolo, e questo può essere misurato con degli indicatori. Utilizzando delle tecniche che tengano i suoli sempre coperti con colture dedicate (ultimamente si usano molto le cover crop) ad incrementare la fertilità dei nostri suoli, utilizzo del pascolo, utilizzo della rotazione, utilizzo delle minime lavorazioni e delle false semine. Si ritorna al concetto di agroecologia che dicevo prima.
In questo modo si possono trovare delle soluzioni. Si possono, ad esempio, trovare delle soluzioni per il controllo del brusone, uno di quei problemi che non fa dormire gli agricoltori di notte. Facendo le rotazioni, avendo una buona conoscenza dei suoli e adottando delle coltivazioni per cui si ristabiliscono degli input azotati equilibrati assolutamente organici soltanto derivati da cover crop, si può in questo modo, avendo un apporto bilanciato di azoto e di azoto organico tutto assolutamente derivato dalle cover crop, come dicevo, si può avere un controllo agroecologico del brusone. Per fare questo non servono i droni, non servono i sensori, non serve investire in tecnologie, non servono nuove o vecchie NBT, non serve chiedere a venditori di prodotti, perché l’agricoltore torna proprietario con le sue mani della propria produzione con la sua conoscenza che è il prodotto più importante e prezioso che egli possiede nella sua azienda.
L’altro problema è quello del controllo degli insetti che dicevo prima. Anche in questo caso si tratta di ricreare ecosistemi più complessi, e diversificati.
Più semplifichiamo il sistema, più i problemi vengono accentuati. Quindi ricreando nella gestione aziendale complessità ecologica si guadagna, anche in questo senso, nella gestione alternativa degli insetti. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo per esempio dato il via a un progetto di riqualificazione di un’importante zona umida. Una zona umida considerata dai più una zona marginale che non crea reddito e non ha nessuna rilevanza. In un’ottica di agroecologia e di tutto quello che abbiamo detto fino ad ora, un’area come questa inserita in un contesto agricolo mantenuta ed anzi valorizzata ha un valore agroecologico incredibile: 11 ettari, 3 diversi ecosistemi di rilevanza comunitaria e in quest’area, dove ovviamente ci sono specie autoctone in via di estinzione, ricreiamo quella complessità ecologica che serve all’agricoltura e andiamo ad attuare e a mitigare i problemi che nella risicoltura convenzionale si possono andare a creare. Si tratta di fare un passo indietro? No, io credo che si tratta invece di guardare molto lontano perché fare queste cose significa, per esempio, essere in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tanto millantati ma troppo spesso poco praticati.
Concretamente, significa essere in linea con una PAC verde e con il nuovo Green Deal. Vediamo che cosa, a titolo esemplificativo, si può mantenere e ottenere curando delle aree di interesse ecologico all’interno di un’azienda agricola: dal punto di vista degli animali, delle specie ittiche, degli insetti, dei pipistrelli, della flora e della fauna di ogni tipo. In quest’area abbiamo censito per esempio la testuggine palustre Emys Orbicularis, alcune specie ittiche molto rare, la farfalla Lycaena Dipsar, un tipo di pipistrello tipico delle zone umide – Pipistrellus Nathusii – e decine di altre specie importantissime dal punto di vista biologico e della biodiversità.
Questa è l’ interpretazione di una agricoltura attenta a questi aspetti. Se non basta lo spazio coltivato, se non basta l’area dedicata alla biodiversità ci sono poi tutta una serie di aree accessorie che ha un’azienda agricola: i bordi dei campi, l’interno dei canali irrigui, che possono essere gestiti con dei miscugli dedicati, con dei filari, con fasce tampone. Anche in questi casi si può creare biodiversità con un costo agricolo veramente basso e dall’output ambientale veramente concreto. Il risultato di questo approccio di ricerca partecipata di questo gruppetto di agricoltori che hanno condiviso le loro competenze insieme ai ricercatori è stato un’ importantissimo riconoscimento, perché questo lavoro che è stato fatto, direi innovativo dal punto di vista della metodologia, è stato pubblicato su Agricoltural Systems, che è un’importantissima rivista di agricoltura di livello internazionale. E questo è un primo riconoscimento. Se però poi andiamo nel concreto di quella che è la mia realtà agricola produttiva tipica di un agricoltore che deve produrre cibo, derrate alimentari, vi descrivo brevemente quella che è stata la mia esperienza di questi ultimi anni. In ottobre è stata seminata la cover crop per nutrire il suolo immediatamente dopo la trebbiatura. Durante l’inverno si è sviluppata questa cover crop che ancora a fine inverno è stata pascolata e quindi sono state rilasciate al suolo importanti quantità di letame. Direttamente su quella cover crop a maggio, la primavera scorsa, è stato seminato il riso semplicemente abbattendola, schiacciandola e seminando con una macchina il riso direttamente su di essa e a ottobre è stato raccolto il riso. Il risultato straordinario di questa operazione è che si è avuto il 100% di riduzione della dipendenza e dall’uso da fitofarmaci e fertilizzanti. Allora, in un’ottica di nuova PAC, di ecoschemi che vadano a premiare la ricaduta in output per la collettività, quanto vale per il pianeta e per la collettività questo approccio agro ecologico completo, profondo? Quanto vale la metodologia produttiva appena descritta rispetto ad esempio a una rispettabilissima precision farm o a una lotta integrata che riduce gli input chimici del 5, 10 o 20%? Questa è una delle domande che faccio e rispetto alle quali mi piacerebbe avere una risposta. Analizzando le produzioni poi, qual è l’output della nostra azienda? Abbiamo prodotto 5,6 tonnellate per ettaro di riso che è un’ottima produzione per il biologico. Ma, attenzione, di riso commodity? Io dico di no! Abbiamo prodotto un prodotto specifico, differenziato, diverso dalla commodity, un prodotto che ridà valore alla produzione. Allora noi dobbiamo anche scegliere quale mercato vogliamo intercettare. Se vogliamo metterci in competizione con una logica produttiva agricola mondiale globalizzata, quindi andare a competere sui mercati con delle commodities, o invece con un prodotto di valore intrinseco perché ottenuto rispettando logiche di tutela ambientale, della biodiversità, del paesaggio, un prodotto con un valore organolettico, nutrizionale, sociale per la collettività. Noi questo stiamo inseguendo. Noi abbiamo prodotto 5,6 t/ha di riso più tante tonnellate di biodiversità, di paesaggio, di presidio del territorio, “tonnellate” di sostenibilità, indipendenza e libertà che consentono a un’azienda viva dal punto di vista economico di rimanere sul territorio senza necessariamente dover fagocitare altra terra, altre aziende, per diventare di 300, 400, 500 ha per star dietro ai bilanci di cui dicevo all’inizio, ma che può rimanere della sua dimensione e in questo senso consentire anche agli altri di rimanere sul mercato.
Se una azienda rimane della sua dimensione senza doversi ingrandire in modo spropositato per far quadrare i bilanci, e quindi l‘agricoltore vive dignitosamente, c’è spazio per altri che loro volta rimangono e non scappano, con la loro dimensione, sul territorio, lo controllano lo presidiano e lo rendono più gradevole. Anche questo è sviluppo certo visto da angolazioni diverse. Cambiare modello è possibile ed è straordinariamente conveniente.
E’ conveniente in termini di felicità di un agricoltore che con le sue capacità, con strumenti semplici ma ben incardinati, con la conoscenza, con la condivisione con altri agricoltori , riesce ad ottenere una produzione in modo sostenibile. Dico che gli strumenti come la nuova Pac devono credere coraggiosamente in modelli alternativi. E qui veniamo all’annoso problema degli ecoschemi perché sono troppo strategici per essere una misura di aiuto diluita, indifferenziata, di ricaduta indistinta tra coloro che fanno qualcosa di più impegnativo e per coloro che invece si limitano al minimo base indispensabile. Io credo che su questo ci sia molto da fare. Lo dico per un’ultima volta, la conoscenza permette il cambiamento e rende appagato l’agricoltore senza nuovi obblighi o dipendenze tecnologiche, senza costi, senza caricarlo di mutui, senza caricarlo di spese, un agricoltore libero e indipendente, che è quello che ci serve! I risultati confermano una sostenibilità sociale, ambientale, economica e agronomica tangibile, misurabile. Tutto quello che vi ho detto è misurabile e dimostrabile. Io mi aspetto una Pac coraggiosa, fatta per tutti coloro i quali vogliono mettersi in gioco, vogliono mettersi a lavorare facendo quel passo in più, quel salto in più, quel qualcosa che gli permetta di produrre, come dicevo prima, non un prodotto indifferenziato, indistinto, anonimo, ma un prodotto che porta con sé un valore. Un valore che può essere ambientale, paesaggistico, di tutela.
Quindi sono un po’ contrario, nonostante questa mia posizione non sia condivisa da moltissimi miei colleghi, a mettere tanti soldi su operazioni, su temi, che tutto sommato dovrebbero essere la base di partenza per poi poter raggiungere degli obiettivi ben più ambiziosi. So di rappresentare una piccola parte dei miei colleghi agricoltori però, quando c’è un confronto con altri, la cosa che mi viene sempre da dire è: interpretiamo questi nuovi stimoli, vincoli, obiettivi che ci vengono imposti non come un maggior peso, onere, sulle nostre spalle. Utilizziamolo invece come fattore competitivo. Perché poter produrre dicendo “prodotto in un certo modo” è un fattore competitivo rispetto alla concorrenza mondiale. Quindi ben venga una Pac che alza un pochino l’asticella e premia chi vuole fare bene e più dell’impegno base. Io vedo, come ho cercato di spiegare, modelli diversi, modelli di sviluppo dal basso dove agricoltori e allevatori, trovano il modo per uscire da questa crisi.
Da questa crisi si esce trovando delle strategie commerciali, comunicative, trovando delle strategie come strumenti di sostegno messi a disposizione dalla Comunità europea, come strumenti messi a sostegno, forniti dai PSR. Se si utilizzano questi strumenti nel modo corretto forse si può fare a meno di tutte le soccide e di tutti i meccanismi capestro che relegano l’agricoltore ad un mero esecutore di ordini. Però bisogna decidere cosa si vuol fare da grandi e questo lo può decidere una politica lungimirante a livello europeo sicuramente.
Io credo fortemente nella libertà dell’imprenditore, nella libertà dell’agricoltore. Se l’agricoltore torna a capire che diventa forte, libero e indipendente rimettendo l’agroecologia al primo posto della sua strategia di sviluppo allora credo che ci possa essere un’agricoltura virtuosa per tutti, per chi la fa, per chi se la mangia, per chi la vive andandoci a fare le passeggiate la domenica. Un’agricoltura dove tutti hanno il loro tornaconto.
Se devo guardare alla mia esperienza penso innanzitutto che bisogna aver la fortuna di trovarsi nella condizione di poter condividere, cioè di trovare persone che ti raccontano come hanno trovato il modo di risolvere problemi in un’area diversa dalla tua ma tutto sommato simili ai tuoi. Da questo confronto nascono nella testa delle nuove idee/soluzioni. La grande fortuna che noi abbiamo avuto, quando dico noi intendo questo gruppo di aziende che si è messo a fare ricerca partecipata, è stata quella di avere messo insieme un certo numero di aziende che avessero un certo tipo di obiettivo, ciascuna con le proprie specificità, con le sue particolarità organizzative, con la propria dimensione aziendale, con la propria storia famigliare, di macchine, di manodopera, di posizionamento geografico. Ognuna diversa dalle altre ma tutte con l’obiettivo di fare quel salto in più.
Seconda fortuna quella di trovare una parte di ricerca che è stata disposta a relazionarsi alla pari. Cioè il ricercatore innovativo, come l’agricoltore, è una persona che con estrema umiltà si siede al tavolo, ascolta e propone, ma prima ascolta. Allo stesso modo l’agricoltore che vuole risolvere i problemi prima ascolta i suoi colleghi che li hanno visti magari con delle sfumature per poterli risolvere, ma prima ascolta. Attraverso questo meccanismo di partecipazione alla pari si possono veramente trovare delle soluzioni. Ormai abbiamo sviluppato, ricercato l’impossibile, siamo in esubero di tecnologie. Forse è veramente il caso di iniziare a mettere le idee, le esperienze a frutto e attraverso la condivisione trovare le soluzioni.
Probabilmente la nostra è un’esperienza fortunata. L’idea della partecipazione, del territorio, del coinvolgimento, questa è la prima chiave. La seconda sicuramente è la conoscenza. Io ho la fortuna di insegnare in un Istituto superiore Agrario, ai miei ragazzi cerco sempre di spiegare una cosa fondamentale che per fare l’agricoltore oggi come minimo ci vuole una laurea. Per aprirsi a quella che è la guerra della globalizzazione come minimo ci vuole una laurea. Quindi la conoscenza è un fattore fondamentale per poter interpretare la sfida dell’agricoltura a testa alta con la possibilità di risolvere i problemi e di avere una prospettiva rosea. Io vedo quelli meno preparati ad affrontare una transizione verso l’agricoltura biologica come massimo obiettivo ma anche obiettivi meno impegnativi come l’agricoltura integrata, vedo coloro che si approcciano a questa tematica con più inesperienza e forse in modo meno convinto, vedo farlo consigliando semplicemente la sostituzione di prodotti. Cioè se il prodotto che hai fin qui usato è tanto inquinante e vuoi fare agricoltura integrata usi il prodotto ammesso in agricoltura integrata, così stai facendo agricoltura integrata. Vuoi fare agricoltura biologica? Usi il prodotto, anch’esso registrato, per l’agricoltura biologica per risolverti quel problema e così stai facendo agricoltura biologica. NO! Quella è pigrizia. Purtroppo bisogna fare qualcosina in più: reinvertare il modello. Quello che ho cercato di descrivere prima. Risolvere i problemi in modo integrato, agroecologico vuol dire attuare una strategia aziendale di coltivazione e di difesa, di governo del suolo, della salute del suolo, del suo nutrimento e di tutta una serie di variabili che prescindono dall’utilizzo del prodotto. Il prodotto da impiegare deve essere l’ultimo dei problemi. Se davvero si attua una strategia agroecologica questa conta per il 95% e poi per il 5%, o anche meno, tutto il resto. Se si ha ben chiara questa proporzione allora si può puntare ad un modello sostenibile, altrimenti si tratta semplicemente di usare dei prodotti con un’etichetta diversa da quello che si è abituati a comprare.

Diamo un po' di numeri

Aquila Reale

Inquinamento del suolo
Un rapporto recente di Fao e Unep (Food and Agriculture Organization - United Nations Environment Programme, entrambi emanazioni dell’ONU) lancia un allarme sul crescente inquinamento dei suoli, tale da mettere a rischio la qualità del nostro cibo e della nostra acqua.
Le cause sono da individuare nelle attività estrattive, in particolare quelle legate ai combustibili fossili, nei processi industriali, nella produzione di rifiuti, nei trasporti e nelle pratiche agricole attuali, fortemente dipendenti dall’uso di prodotti chimici. Per quanto riguarda questi ultimi, lo studio evidenzia che tra il 2000 e il 2017 l’uso di pesticidi è aumentato del 75% a livello globale (circa 109 milioni di tonnellate di fertilizzanti chimici sparsi sul suolo). Cresce anche l’utilizzo di plastica in agricoltura, arrivata nel 2019 nella sola Unione Europea a 708 mila tonnellate, esclusi gli imballaggi (!).
A livello mondiale, la produzione industriale di composti chimici dal 2000 a oggi è raddoppiata, toccando i 2,3 miliardi di tonnellate, mentre le previsioni stimano un ulteriore incremento dell’85% da qui al 2030. Previsto anche un aumento nella produzione di rifiuti globale, dagli attuali due miliardi di tonnellate annui (!!) a circa 3,4 miliardi entro il 2050. La pandemia in corso, come ben sappiamo, ha contribuito a peggiorare di parecchio questa situazione, a causa dell’enorme quantità di dispositivi protettivi necessari, spesso monouso.
Secondo il rapporto, è imperativo invertire questa tendenza, puntando maggiormente su una attività di prevenzione, con la diminuzione della quantità di rifiuti prodotta, piuttosto che sulla bonifica a posteriori dei suoli inquinati, complessa e costosa. Una strategia che andrebbe attuata tramite precisi indirizzi in campo legislativo e amministrativo. Per esempio, introducendo al più presto una forma di tassazione sulla plastica, invece di rimandarla come ha fatto l’attuale Esecutivo dell’Italia...

Tutelare il pianeta è un doppio affare
Il pianeta è minacciato da tre gravi problemi ambientali: cambiamento climatico, perdita della biodiversità e inquinamento. Per evitare conseguenze catastrofiche occorre porre rimedio al più presto, il che sarebbe un affare anche in termini economici.
Lo ha reso noto un rapporto congiunto di Unep (il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente) e Fao (l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni unite) uscito qualche mese fa, secondo il quale occorrerebbe investire circa 200 miliardi di dollari in questo decennio per ripristinare gli ecosistemi compromessi. Una cifra apparentemente considerevole, ma che in realtà è solo un quinto rispetto alla somma delle spese militari annuali di USA e UE, dunque decisamente abbordabile per i bilanci degli Stati, vista la posta in palio.
Tanto più che il rapporto calcola che ogni dollaro investito nella salvaguardia del pianeta potrebbe produrre fino a 30 dollari di benefici, fra valore dei servizi ecosistemici preservati e prevenzione del danno climatico. Un investimento davvero vantaggioso, specialmente tenendo conto del fatto che già oggi – sempre secondo il rapporto – il degrado ambientale sta minando il benessere di 3,2 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione globale.
Lo studio ha calcolato l’apporto dei diversi ecosistemi (fiumi, foreste, oceani, terreni agricoli …) alla creazione di valore e le perdite legate alla loro compromissione, giungendo alla conclusione che ogni anno perdiamo circa il 10% della produzione economica globale. Al contrario, il loro ripristino produrrebbe benefici economici, maggiori possibilità di rispettare l’Accordo sul Clima di Parigi (contenimento dell’aumento medio della temperatura al di sotto di 2°C) e potrebbe evitare il 60% delle estinzioni di specie previste se dovesse continuare la tendenza attuale.
La sola pratica dell’agroforestazione, ovvero della gestione equilibrata di coltivazioni agricole e vegetazione spontanea, potrebbe aumentare la sicurezza alimentare di almeno 1,3 miliardi di persone,  praticamente la popolazione dell’intera Africa. Mentre tutelare le foreste di mangrovie, naturale barriera protettiva delle zone costiere, potrebbe mitigare i danni rivenienti dall’innalzamento delle acque degli oceani.
Insomma, tutelare il pianeta potrebbe portare ingenti benefici economici. E persino aumentare le possibilità di sopravvivenza della specie umana, allontanando il pericolo dell’estinzione di massa, nel caso a qualcuno interessasse...

Subsidenza

Riccardo Graziano

Da qualche tempo locuzioni come riscaldamento globale, cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacci, consumo di suolo ricorrono relativamente spesso sui mezzi di comunicazione, inducendo l’opinione pubblica a prendere coscienza di queste  problematiche. Ma si parla ancora poco di un fenomeno che a sua volta avrà conseguenze piuttosto serie nei prossimi anni: la subsidenza.

Un termine tecnico che indica l’abbassamento del suolo, a volte per cause naturali, ma ultimamente sempre più spesso per effetto dell’azione dell’uomo, che da un lato “appesantisce” il terreno con le sue costruzioni mentre dall’altro lo “svuota” prelevando risorse dal sottosuolo. È evidente infatti che una selva di grattacieli pesa molto di più di una foresta di mangrovie, come pure è chiaro che se continuiamo a prelevare in modo massiccio acqua o idrocarburi da riserve sotterranee, creiamo un vuoto, o comunque una depressione, che induce il suolo ad afflosciarsi,  con uno sprofondamento lento, ma costante, che può essere percepito e misurato anche su tempi relativamente brevi.
Se il fenomeno è legato a cause naturali, quali i movimenti geologici, c’è poco da fare, salvo registrare le variazioni di livello e verificare che non causino problemi a eventuali infrastrutture presenti. Ma se il problema deriva da attività antropiche, sarebbe il caso di porre in atto dei rimedi, anche perché in questi casi la progressione è più rapida, perché viaggia su scala umana, non geologica, quindi le tempistiche non si misurano certo in milioni di anni o millenni, bensì in anni o addirittura mesi. In pratica, significa che ogni anno il suolo si abbassa di qualche centimetro o addirittura di decimetri, su aree di grandezza variabile, ma comunque quantificabili fra le decine e le migliaia di chilometri quadrati.

Questo sprofondamento produce una serie di problemi alle zone interessate, sia in superficie che nel sottosuolo. In particolare, nelle aree urbanizzate le costruzioni possono subire lesioni strutturali tali da comprometterne le funzioni. Ma anche la compressione dei livelli sottostanti ha conseguenze non da poco: per esempio, la capienza delle falde acquifere viene compromessa in modo permanente, perché è come se i nostri “serbatoi” naturali venissero schiacciati, perdendo quindi di volume.
Inoltre, un suolo ribassato è più soggetto a rischi alluvionali, problema non da poco in un’epoca in cui sono sempre più frequenti gli eventi di precipitazioni violente, spesso indicate come “bombe d’acqua”. Questa vulnerabilità aumenta considerevolmente nelle zone costiere, specialmente in vista dell’innalzamento progressivo del livello dei mari.

In Italia, la splendida e fragile Venezia è l’esempio più lampante delle problematiche legate alla concomitanza dei due fenomeni, la terra che si abbassa e il mare che sale. Il fenomeno dell’acqua alta, fino a qualche anno fa visto generalmente come pittoresca attrazione per turisti curiosi, sta aumentando di frequenza e livello, producendo troppo spesso danni ai residenti. Di questo passo, nemmeno il MOSE, entrato di recente in funzione per qualche volta, potrà proteggere la città da questi eventi estremi, rischiando di renderla a breve invivibile per i suoi abitanti, costretti a spalare fango sempre più di frequente.
Il problema è presente anche poco più a sud, lungo il litorale ravennate, che si abbassa ogni anno di qualche millimetro. In questo caso, fortemente indiziati rispetto alle cause del fenomeno sono gli impianti di estrazione della zona, che da decenni pompano via milioni di metri cubi di idrocarburi dal sottosuolo.
Ma il fenomeno è di portata globale ed è spesso legato all’aumento esponenziale dei prelievi idrici, per soddisfare i bisogni di una popolazione crescente e di un’agricoltura ancora troppo legata ai consumi di acqua, tanto che l’Unesco ha di recente finanziato uno studio per valutare l’incidenza del problema e individuare possibili soluzioni. Secondo tale studio, entro il 2040 il 19% della popolazione mondiale sarà minacciato o danneggiato dal fenomeno della subsidenza.
In altre parole, fra meno di vent’anni, una persona su cinque – oltre un miliardo e mezzo di individui – avrà problemi perché la terra gli sprofonda letteralmente sotto i piedi, una prospettiva piuttosto preoccupante, specie se associata a tutte le altre problematiche ambientali (e non) che ci attendono nel prossimo futuro. Per esemplificare, il previsto aumento dei periodi di siccità prolungata indurrà presumibilmente a implementare i prelievi idrici, cosa che a sua volta aumenterà la subsidenza, che a sua volta ridurrà la capacità di reintegro delle falde acquifere, che a loro volta nelle zone costiere rischieranno di essere infiltrate dalle acque salate in risalita dal mare …. un circolo vizioso di problematiche intrecciate che complicherà non poco le nostre vite, in tempi relativamente brevi.

Non si tratta di previsioni pessimistiche dei soliti “ambientalisti catastrofisti”, ma della semplice proiezione di dinamiche in atto, che ad oggi già interessano 34 stati e 200 località, in prevalenza in Asia. Emblematico il caso di Jakarta, che in 10 anni si è abbassata di due metri e mezzo, tanto che il governo indonesiano sta valutando il trasferimento della capitale. Anche l’Iran vede sprofondare rapidamente le sue città, a causa dell’aumento dei prelievi idrici a fronte della crescita della popolazione. Discorso analogo per i due giganti demografici, India e Cina, che pompano enormi quantità d’acqua dal sottosuolo per soddisfare le esigenze della loro vasta popolazione.
In America il fenomeno interessa in particolare Stati Uniti e Messico, mentre in Europa, oltre a quanto già accennato per l’Italia, rischia grosso anche l’Olanda, il cui nome originario non a caso è Paesi Bassi, visto che un quarto del suo territorio è ormai sotto il livello del mare.

La subsidenza è dunque destinata a diventare nel giro di pochi anni un altro dei tanti problemi ambientali che ci affliggeranno, sempre a causa dello sfruttamento eccessivo del pianeta da parte dell’uomo, una tendenza distruttiva e autodistruttiva che al momento non pare accenni a fermarsi.

Fonte: https://science.sciencemag.org/content/371/6524/34

Trent'anni da rilanciare

Nell’anniversario della Legge quadro sui parchi e le aree protette. Intervista a Gianluigi Ceruti

Libero Sédola

Era il 6 dicembre 1991 e, dopo decenni di attesa, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga appose la sua firma in calce alla legge n. 394.
La legge quadro sui parchi e le aree protette era all’ordine del giorno, ed attesa dal movimento ambientalista e dal mondo scientifico, da decenni. Grazie alla presenza in Parlamento dei Verdi il risultato fu raggiunto.
Primo firmatario l’avvocato Gianluigi Ceruti da Rovigo, già vicepresidente di Italia Nostra.
Con lui abbiamo fatto una chiacchierata in merito a questi trent’anni dalla legge quadro, in un momento che, rispetto ad allora, registra una decisa riduzione di attenzione nei confronti dei parchi e delle aree protette. Nonostante si sia alla vigilia del Centenario della istituzione dei Parchi nazionali del Gran Paradiso e d’Abruzzo che, in un solidale abbraccio di simbolica fratellanza, hanno deciso di celebrare insieme il loro compleanno.
Per tutti noi che ci interessiamo di tutela dell’ambiente naturale il riferimento storico è la data del 1832; per la preservazione delle Sorgenti Calde (Hot Springs) dell’Arkansas gli Stati Uniti d’America introducono l’istituto giuridico dell’inalienabilità che nel 1905 sarà applicato con legge speciale anche alla Pineta di Ravenna. Nel 1864 il presidente statunitense Abramo Lincoln adottò un provvedimento di adeguata protezione delle ciclopiche sequoie delle Valli della Sierra Nevada, in California.
Finalmente con Act del giorno 1 marzo 1871 ecco l’istituzione, negli Stati Uniti d’America, del Parco Nazionale di Yellowstone (il Fiume Giallo delle Rocce, nell’appellativo dei nativi d’America), il primo parco nazionale del mondo.
A seguire l’Australia che nel 1879 costituì quello che oggi è chiamato Royal National Park; poi il Canada, nel 1887, con il Parco Nazionale di Banff; il Sudafrica con due riserve naturali che nel 1926 costituiranno il nucleo iniziale del Parco Nazionale Krüger, intitolato al presidente della prima Repubblica sudafricana
Per l’Europa occorrerà attendere il 1914, con il Parco nazionale svizzero della Bassa Engadina nel Cantone dei Grigioni.
Nel 1919, in Polonia, l’immensa foresta di Bialowieza fu destinata a riserva integrale.

E in Italia, dove comincia la storia?
«La storia delle aree protette italiane affonda le sue radici nel 1907, allorché l’insigne zoologo prof. Alessandro Ghigi suggerì l’istituzione, nella regione del Sangro, del Parco Nazionale d’Abruzzo, che il prof. Pietro Romualdo Pirotta, direttore dell’Istituto di Botanica dell’Università di Roma, rilancerà nel 1913 e il presidente della Società Botanica Italiana, prof. Lino Vaccari riproporrà. Finalmente,  nel novembre 1921, per iniziativa della Federazione Pro Montibus et Sylvis, veniva costituito, con atto di natura privatistica, l’Ente Autonomo del Parco Nazionale d’Abruzzo, che sarà riconosciuto dallo Stato con il R.D.L. n. 257 in data 11 gennaio 1923, convertito nella legge 1511 del 12 luglio 1923. Nel dicembre 1922 il Regio Decreto Legislativo 3 dicembre 1922, n. 1584, convertito nella legge 17 aprile 1925, n. 473, istituì il Parco Nazionale del Gran Paradiso, dopo che la Corona aveva rinunciato alla sua riserva di caccia. Successivamente, il nostro Paese si doterà di altri tre Parchi nazionali: in Calabria, nel Circeo e sullo Stelvio. Questa è la situazione dei Parchi nazionali italiani quando, nel 1952, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), per solerte iniziativa del suo presidente prof. Giovanni Polvani, costituisce una Commissione (attiva per alcuni anni) comprendente, oltre a uomini politici e docenti universitari di scienze naturali, rappresentanti di parchi nazionali e di giardini e musei zoologici, esperti designati da Touring Club Italia e Italia Nostra, con il compito di studiare una proposta di normativa unitaria dei Parchi nazionali esistenti e futuri, che fu predisposta e inviata nel 1962 al Presidente del Consiglio e ad alcuni ministri affinché diventasse un disegno di legge di iniziativa del Governo».

La strada per giungere a una legge di sistema che portasse ordine nella politica delle aree protette è stata travagliata e lunga.
«Nell’inerzia assoluta dell’esecutivo fu il professor Vincenzo Rivera, deputato, docente ordinario di Botanica nell’Università di Roma, a presentare il 4 ottobre 1962 alla Camera dei Deputati il disegno di legge n. 4158, che decadde con la fine della terza legislatura . Nella successiva legislatura, i deputati Paolo Rossi, Franco Restivo, Ugo La Malfa e Vittorio Badini Confalonieri raccolsero i risultati di un gruppo di esperti designati dall’associazione Italia Nostra, coordinato da Bonaldo Stringher  e presentarono, il 24 settembre 1964, il progetto di legge n. 1669, nel quale si contemplava la potestà legislativa in materia in capo alle Regioni nel proprio territorio: la differenziazione tra parchi nazionali e parchi regionali si fondava sulla rilevanza scientifica degli ecosistemi e della biodiversità. Ma anche in questo caso non se ne fece nulla. Con l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario (1970) iniziò, in questa materia, una lunga stagione di dispute dottrinali, giurisprudenziali e politiche, spesso conflittuali, fra sostenitori di contrapposte rivendicazioni istituzionali e di competenze tra Stato, Regioni e Enti locali, nonché di decisioni importanti della Corte Costituzionale. Nel 1972, durante la quinta legislatura, furono presentati al Senato due disegni di legge: n. 122 d’iniziativa del senatore Michele Cifarelli e altri e n. 473 del senatore Giacomo Samuele Mazzoli: proposte di legge-cornice che valorizzavano gli enti regionali, abilitandoli a costituire parchi e riserve naturali regionali. Opportunità che molte Regioni seppero cogliere. La prima iniziativa legislativa in materia da parte del Governo (per impulso del Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste senatore Giovanni Marcora) fu il disegno di legge n. 711 del 7 febbraio 1980, nato dalla collaborazione del Governo con WWF Italia, Italia Nostra e Club Alpino Italiano: unificato ad altri progetti, alimentò speranze per la sua organicità e completezza, ma decadde quando già era all’ordine del giorno dell’Aula. Nell’ottava e nella nona legislatura ulteriori proposte legislative non approdarono alla meta».

Nel 1986 si apre la decima Legislatura, poco dopo  la tragedia ecologica di Chernobyl e un’opinione pubblica improvvisamente attenzionata sulle questioni ambientali.
I Verdi arrivano in Parlamento con una buona rappresentanza. In cui ci sei tu.
«Preparai e presentai, il 26 novembre 1987, alla Camera dei Deputati, il progetto di legge numero 1964 sulle aree protette, con la collaborazione vitale ed essenziale della parte più sensibile della comunità scientifica e di appartenenti qualificati all’ambientalismo militante, assistei ad una vera e propria gara tra i deputati per apporre la propria firma in calce al testo depositato alla Camera. Infatti, oltre a chi scrive quale primo proponente, ben 37 furono i firmatari, di tutti i Gruppi parlamentari (ad eccezione di Südtirolervolkspartei, che alla fine però votò la legge, e di Union Valdôtaine)».

Quali sono i caposaldi della legge?
«La legge disciplina unitariamente, per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano, l’intera materia delle aree naturali protette terrestri e marine, detta norme e appresta risorse finanziarie per la loro istituzione e per il loro stabile funzionamento, anche delle aree regionali. Istituisce i Parchi nazionali terrestri: Cilento e Vallo di Diano (Cervati, Gelbison, Alburni, Monte Stella e Monte Bulgheria); Gargano; Gran Sasso e Monti della Laga; Maiella; Val Grande; Vesuvio. Inoltre, d’intesa con la regione Sardegna, il Parco nazionale di Orosei, Gennargentu e dell’isola di Asinara: qualora l’intesa con la regione Sardegna non si perfezioni entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge fu prevista l’istituzione del parco della Val d’Agri e del Lagonegrese (Monti Arosio, Volturino, Viggiano, Sirino, Raparo). Inoltre, con l’approvazione della legge, i Parchi nazionali del Pollino, delle Dolomiti Bellunesi, dei Monti Sibillini, dell’Arcipelago Toscano e di Falterona-Campigna e Foreste Casentinesi, non senza giustificazione denominati “parchi di carta” furono posti nelle condizioni di funzionare con un ente di gestione e dotazione finanziaria. Infine fu confermato e ampliato l’elenco delle aree protette marine stabilito dalla legge sulla difesa del mare. A oggi sono solo in parte realizzate, lacuna che voglio sperare possa essere colmata dall’attuale Ministro della Transizione Ecologica».

Due disposizioni, episodiche e disorganiche “in attesa dell’approvazione della legge-quadro sui parchi nazionali e le riserve naturali”, velleitariamente anticipatrici della legge n. 394/1991, approvate nel 1988 e nel 1989, si rivelarono negative perché, dopo l’emanazione dei decreti ministeriali di istituzione, le perimetrazioni provvisorie non furono operative (né potevano esserlo) e per questo suscitarono delusioni là dove avevano alimentato aspettative ed attese concrete nelle popolazioni interessate.
«Ecco perché si può con sicurezza affermare che soltanto con la legge 394/1991 e con i successivi decreti del Presidente della Repubblica, anche i Parchi nazionali delle Dolomiti Bellunesi, del Monte Falterona, Foreste Casentinesi e Campigna, dell’Arcipelago Toscano, dei Monti Sibillini, del Pollino hanno conseguito, per così dire, una certezza di status e un futuro, cessando di essere “parchi di carta”. In una condizione di precarietà è rimasto il territorio del Delta del Po tra Veneto ed Emilia Romagna. Il testo legislativo originariamente proposto non è stato integralmente confermato nel corso del dibattito parlamentare. Infatti un emendamento, approvato al Senato, ha escluso dall’elenco dei Parchi nazionali terrestri il Delta del Po, la cui sorte è stata affidata ad una futura intesa delle Regioni Emilia Romagna e Veneto tra le stesse e con lo Stato: intesa che non è mai intervenuta benché si tratti della più vasta zona umida italiana inclusa da Unesco nel progetto MAB, comparabile, per rilevanza naturalistica, ecosistemi e biodiversità, alle foci del Danubio in Romania, del Guadalquivir in Spagna e del Rodano in Francia, dove la preservazione dei valori naturalistici e paesaggistici è perseguita e convive con un turismo ricco e nel contempo correttamente disciplinato e rispettoso del patrimonio da conservare. Il Delta del Po non è ancora parco nazionale. Debbo ancora sottolineare il principio di “leale collaborazione”, inserito nella legge, che ha agevolato il superamento dei conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali».

I tentativi di scardinare l’impianto normativo si sono reiterati più volte perché la legge era in anticipo sui tempi per il livello generale, culturale ed etico-politico.
Alcuni sono andati a segno, come l’abolizione del Comitato Stato-Regioni e della Consulta Tecnica per le Aree Naturali Protette, che in dieci anni di vita aveva svolto un’attività consultiva intensa e preziosa, indirizzando al Ministro dell’Ambiente di turno anche pareri di propria iniziativa, che erano normativamente consentiti, ma forse furono talvolta più subiti che graditi.
Così anche per quanto riguarda le modalità per la nomina del Direttore del Parco, che nel testo inizialmente proposto doveva avvenire per titoli ed esami, mentre poi è rimasta la procedura concorsuale per soli titoli e il direttore viene scelto in una rosa di tre candidati proposti dal Consiglio direttivo tra soggetti iscritti all’Albo degli idonei alla Direzione.
Altri tentativi di stravolgere la legge, più penetranti e invasivi, sono invece rientrati.
«L’offensiva più insidiosa di una parte della società politica prese corpo nel 2016, quando il disegno di legge di un Senatore (Massino Caleo, NdR) fu approvato in prima lettura dal Senato ma poi non ebbe seguito per l’iniziativa apprezzabile di Giorgio Boscagli e di Francesco Mezzatesta, che costituirono il cosiddetto Gruppo dei Trenta, autore di un appello, allarmato e documentato, alle istituzioni, a cominciare dal Parlamento e dal Governo, tramite le associazioni di protezione ambientale e il periodico OASIS che riuscì a bloccare una serie di proposte che miravano – ad esempio – a compensare con royalties agli enti parco l’invasione di attività degradanti per l’ambiente e la salute o ad inserire rappresentanti di associazioni di categorie economiche nei consigli direttivi dei parchi nazionali, a scapito della presenza di qualificati esperti designati dalla comunità scientifica e dall’associazionismo naturalistico e chiedendo che i Presidenti non venissero scelti tra adepti dei partiti politici come tali ma tra persone specificamente competenti, esperte e indipendenti.
Più recentemente, in positivo si può registrare che in un provvedimento del 19 maggio 2020 sono state approvate procedure più semplici, più veloci e meno macchinose per la nomina dei presidenti e dei consiglieri dei Parchi nazionali e si è introdotta la parità di genere nei consigli direttivi.
Inoltre, per i Parchi nazionali sono state istituite le cosiddette Zone Economiche Ambientali (Z.E.A.) in cui si prevedono agevolazioni e vantaggi fiscali per i soggetti privati che intendano avviare nella zona consentita del parco attività imprenditoriali ecosostenibili come quelle di guide escursionistiche ambientali e di guide del parco (riconosciute).
La doglianza, che è stata opportunamente sollevata, riguarda l’esclusione dei parchi regionali dal beneficio particolare delle Z.E.A.
I benefici anzidetti si aggiungono a quelli che già la legge 394/1991 aveva apprestato con l’art. 7, assicurando la precedenza nei finanziamenti pubblici di una serie di opere a favore dei Comuni e Province ricadenti nel territorio del parco».

Sulla legge Fulco Pratesi, fondatore e presidente onorario del WWF, che con i suoi interventi sul Corriere della Sera ha spinto tanti di noi all’impegno ambientalista, il commento finale: «Credo che nessuno, nella esigua squadra di coloro che si sono battuti per tanti anni in difesa della natura, possa dimenticare la data del 6 dicembre 1991. Un avvenimento che può essere considerato l'apice e il fulcro di un'azione che ha portato l'Italia – con tutti i problemi a questa storia collegati – a far passare lo striminzito 0,6% di territorio protetto nel 1965 agli oltre 25 Parchi Nazionali e centinaia di altre aree tutelate che oggi coprono quasi il 20% della superficie del Paese».

Tornando al protagonista di questa intervista, Gianluigi Ceruti, pardon, il professor Onorevole Gianlugi Ceruti, ricorda che nel 1988 ebbe occasione di essere presentato al Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che fu informato dell’avvio del percorso della legge quadro che avrebbe poi controfirmato e promulgato. Il Presidente, dimostrò di conoscere a fondo l’argomento e, con espressione incredula al punto da poter essere quasi interpretata come scettica, gli elencò i nomi degli illustri parlamentari che si erano cimentati con la materia; e lui, pivello, neo eletto, davvero pensava di poter condurre in porto una legge attesa da decenni?
Poi, probabilmente pentito di aver frustrato le speranze e i progetti di un parlamentare, annunciò il suo appoggio. Non solo, ma a fine anno volle omaggiare l’On. Ceruti inserendo nel discorso di fine anno agli italiani, un accenno a quella che si sarebbe affermata come la “primavera dei parchi”. Potete immaginare la soddisfazione e l’incoraggiamento che quelle parole ebbero per Gianluigi che ebbe il privilegio di riceverle qualche ora prima del discorso a reti Rai unificate, grazie alla gentilezza e alla riconoscenza del Quirinale.
Le speranze di allora hanno avuto vita non troppo lunga.
Ma guai se oggi ci rassegnassimo alle avvisaglie di un incombente autunno.
Per i parchi e le aree protette è tempo di rifiorire archiviando le ultime stagioni sia a livello nazionale che in molte Regioni.
Gran Paradiso e Abruzzo si preparano a celebrare, insieme, l’anniversario centenario della loro istituzione. Furono tra il dicembre del 1921 e il gennaio del 1922 i primi parchi nazionali italiani.
Fu l’avvio di una politica, sempre claudicante, che contraddistingue, tuttora, il destino delle aree protette, mai definitivamente affermatesi come necessità imprescindibile per la tutela della ricca e preziosa biodiversità della penisola, unica garanzia di futuro.
Furono necessari settant’anni prima che il nostro Paese, o meglio il suo Parlamento, si convincesse  della necessità di normare la materia, nel frattempo rafforzata dalla nascita dei parchi regionali.
Dopo decenni di attesa da parte del mondo scientifico e ambientalista, la legge proposta e fortemente perseguita da Gianluigi Ceruti che, infine, approdò all’approvazione del Parlamento il 6 dicembre 1991, non poteva che essere accolta “magno cum gaudio”.
Ora è necessario continuare l’impegno perché la legge venga applicata in tutte le sue parti.
A Gianluigi e a coloro che sostennero la storia che qui ci racconta, deve andare la gratitudine di tutti. Per ciò che ha fatto e per quello che ne può derivare.