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I Pesci delle acque interne (Ciclostomi e Osteitti), i Vertebrati più minacciati di estinzione in Italia

Vincenzo Caputo Barucchi & Andrea Splendiani
Università Politecnica delle Marche, Ancona

Negli ultimi anni la sensibilità nei riguardi della natura è fortemente aumentata nel nostro Paese. In particolare, siamo ormai consapevoli che l’impatto indiscriminato dell’antropizzazione sul territorio determina dei cambiamenti spesso irreversibili a danno degli habitat naturali, sottraendo “spazio vitale” a molte specie di piante e animali per i quali la possibilità di una sopravvivenza a lungo termine è sempre più a rischio. Malgrado questa consapevolezza, l’opinione pubblica è generalmente molto attenta nei confronti di quegli animali più conosciuti e in un certo senso “empatici”, come gli Uccelli e i Mammiferi che rappresentano chiari esempi di specie carismatiche in grado di suscitare sentimenti di protezione e accudimento. A questo proposito, alcuni anni fa hanno fatto scalpore le pubbliche proteste, con sit-in in piazza, quando l’orsa Daniza, dopo l’aggressione verso un cercatore di funghi in Trentino, morì a causa di una dose eccessiva di sedativo somministratole durante la cattura. Ancora più emblematico è il caso recente dell’orsa JJ 4 responsabile dell’uccisione di un giovane podista, per la quale c’è stata una vera e propria “sollevazione popolare” (compresi i genitori della vittima) contro il suo abbattimento. Grande entusiasmo suscitano anche i salvamenti delle tartarughe marine, con grande festa di popolo quando esse – dopo un periodo di cure in qualche centro di recupero - vengono rilasciate in mare. Al contrario, scarso o nessun interesse provocano animali come Pesci, Anfibi e Rettili sui quali pesa tuttora una sorta di “discriminazione” dettata da pregiudizi che si sono sedimentati nell’immaginario collettivo fin dalla preistoria. In effetti, lucertole, serpenti e salamandre, sono percepiti come animali sgradevoli se non pericolosi, e ancora oggi un’innocua biscia o un orbettino rischiano di soccombere per le bastonate di un escursionista spaventato. I Pesci d’acqua dolce, poi - con particolare accanimento verso le trote - non sono percepiti come animali degni di tutela nemmeno nelle aree protette, dove in molti casi è tuttora possibile pescarli. Ve l’immaginate il putiferio che si solleverebbe se si proponesse di sparare a tordi e beccacce all’interno di un Parco Nazionale?

Eppure, sono proprio queste le specie più esposte alla minaccia di estinzione a causa della loro elevata specializzazione fisiologica ed ecologica e per la fragilità degli ambienti in cui vivono (1). Infatti, i Pesci sono adattati a una vita permanente nel mezzo acquatico, dal quale dipendono per la respirazione, la riproduzione e l’alimentazione: toglietelo dall’acqua, e il povero pesce morirà soffocato fra atroci sofferenze che purtroppo passeranno inossevate per la sua silenziosità (come spesso accade durante le gare di pesca, veri e propri “massacri legalizzati” che nessun animalista ha mai degnato di attenzione): un pesce infatti è l’animale muto per antonomasia! Inoltre, non va dimenticato che il territorio italiano per la sua complessa storia geologica e paleoclimatica, ospita un numero elevato di specie e/o popolazioni endemiche, con caratteristiche morfologiche e genetiche che si sono evolute esclusivamente nel nostro Paese: ciò rende questi animali di particolare preziosità sientifica, essendo diffusi unicamente in Italia (2) e, allo stesso tempo estremamente esposti al rischio di estinzione proprio per la limitatezza del loro areale di distribuzione: una volta scomparsi in Italia, la loro estinzione sarà globale e definitiva proprio perché non si trovano in nessun altro luogo al mondo!

Da un punto di vista evoluzionistico, l’Italia è così ricca di specie endemiche di Pesci d’acqua dolce perché ne ha favorito la sopravvivenza in condizioni di isolamento durante l’alternanza tra periodi glaciali e interglaciali che si sono susseguiti negli ultimi due milioni di anni. In particolare, il nostro territorio ha funzionato come un’area di rifugio nei periodi di freddo più intenso, quando l’Europa era sepolta sotto estese calotte di ghiaccio, mentre l’Italia ne era sostanzialmente priva nelle zone centro-meridionali e nelle isole maggiori che potevano perciò ospitare quelle specie che vi arrivavano da nord all’inseguimento di un ambiente favorevole; invece, nei periodi interglaciali caldi – come quello in cui viviamo attualmente - le specie legate a climi temperato-freddi sopravvissero rifugiandosi in quota o, nel caso delle trote, si spostarono via mare dal Nord Africa verso nord per colonizzare i corsi d’acqua della Calabria e della Sicilia, più freschi rispetto alle fiumare del Maghreb. In effetti, non tutti sanno che le trote appartengono alla stessa famiglia dei salmoni e, quando le condizioni climatiche lo permettono, possono assumere uno stile di vita anadromo, caratterizzato cioè da un ciclo vitale ripartito fra acque interne, per la riproduzione, e mare dove questi pesci migrano per nutrirsi. Nelle condizioni climatiche attuali questa possibilità, molto favorevole perché consente alle trote di alimentarsi in un ambiente più produttivo rispetto a quello delle acque interne, è possibile solo nell’Europa settentrionale, dove le trote hanno uno stile di vita simile a quello dei salmoni. Nell’area mediterranea, invece, ciò era possibile durante i periodi glaciali, quando le condizioni di salinità e temperatura del mare permettevano alle trote di spostarsi tra mare e fiumi. Questa capacità, oggi perduta per le trote che vivono nei corsi d’acqua italiani, era tipica delle popolazioni che vivevano in Calabria fra 13.000 e 11.000 anni fa, nell’ultima fase delle glaciazioni pleistoceniche. Queste trote, che alimentandosi e accrescendosi in mare, potevano raggiungere dimensioni molto grandi rispetto a quelle attuali (si stimano pesi anche fino a 15/20 chili), venivano attivamente pescate dagli uomini del Paleolitico, come testimonia una grande quantità di resti all’interno di un celebre complesso rupestre (La Grotta della Madonna) che si apre a ridosso del mare nei pressi dell’attuale abitato di Praia a Mare, in provincia di Cosenza. Qui la presenza umana è stata pressoché ininterrotta fin da allora, prima come ricovero preistorico, poi come cimitero romano e oggi come sito di un’antica chiesetta. I tantissimi frammenti ossei campionati dagli archeologi che da molti anni studiano questo importante sito calabrese, sono stati utilizzati come fonte di DNA, ancora leggibile malgrado i milleni trascorsi (3, 4). Questo studio ha permesso di ricostruire le caratteristiche genetiche delle trote di quell’epoca lontana, dimostrando la presenza di esemplari di provenienza magrebina che confermano, come detto prima, l’influenza dei cambiamenti climatici sulle migrazioni degli animali alla ricerca di ambienti favorevoli, come scherzosamente raccontato nei cartoni animati dell’”Era Glaciale”. Infatti, dopo l’ultimo “colpo di coda” delle glaciazioni (il periodo definito “Younger Dryas”, fra 13.000 e 11.000 anni fa circa) il clima dell’emisfero boreale cominciò a scaldarsi in modo rapidissimo: dall’analisi di campioni di ghiaccio artico e antartico, si è potuto stimare che le temperature si impennarono di circa 10/15 gradi in meno di un secolo (5)! Di queste trote di origine africana restano tutt’oggi poche popolazioni confinate in alcuni torrenti della Sicilia orientale, dove furono scoperte ai primi dell’Ottocento e battezzate come una nuova specie, Salmo cettii; mentre in Calabria si sono probabilmente estinte per la competizione con le trote già presenti in loco.

Il grosso problema per le trote native dei corsi d’acqua italiani (la trota fario mediterranea) è che da molti decenni un’errata politica gestionale rischia di portarle all’estinzione a causa dell’ibridazione con le trote di provenienza domestica che vengono immesse dei corsi d’acqua italiani a vantaggio della pesca sportiva (6). Queste trote sono state allevate a partire da esemplari selvatici dell’Europa centro-settentrionale, appartenenti a una specie diversa (la trota fario atlantica), ma in grado di ibridarsi con la specie nativa della quale ha ormai rimpiazzato i genomi originari in vasti territori dell’areale di distribuzione italiano. Se queste pratiche si potevano giustificare in passato, quando le conoscenze sulla biodiversità erano scarse, oggi non sono più ammissibili. È ormai chiaro, infatti, che fauna e flora sono il frutto di millenni di evoluzione e di adattamento alle condizioni ambientali locali: immettere specie e popolazioni alloctone significa alterare un equilibrio che si è formato nel corso di una lunga storia evolutiva. Per esempio, l’incrocio fra stock geneticamente diversi di trote native e alloctone produce ibridi con una bassa fitness e perciò con un elevato rischio di estinzione; in altri casi gli stock alloctoni possono sostituirsi completamente alle popolazioni native. Inoltre, pesci alloctoni, immessi a tonnellate nei nostri fiumi per soddisfare le richieste della pesca sportiva, creano un enorme squilibrio ecologico, essendo voraci predatori di altri Pesci e Anfibi già pesantemente minacciati da siccità e alluvioni. È davvero sorprendente che in un’epoca caratterizzata da una sempre maggior consapevoleza del danno ambientale arrecato dalle specie aliene, sia ormai all’opera da circa un anno una commissione ministeriale che, di concerto con le regioni, sta cercando una via di uscita per continuare a immettere nei nostri fiumi le trote alloctone di interesse piscatorio. Da voci di corridoio, sembra che l’escamotage sia dichiarare questi pesci “autoctoni” per legge, in modo da aggirare i sacrosanti divieti che ne bandiscono l’uso perché dannosi all’ambiente.

Se per la trota nativa l’ibridazione con quella aliena è una delle cause meglio conosciute e documentate della sua progressiva rarefazione, non bisogna però dimenticare che vi sono altre cause che incidono negativamente sulla sopravvivenza a lungo termine dei Pesci d’acqua dolce nel loro insieme. Un elemento molto critico è costituito da dighe, briglie e sbarramenti trasversali che sono stati costruiti sempre più numerosi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, per scopi irrigui o idroelettrici. Essi rappresentano un ostacolo fisico per quelle specie che continuano a migrare fra mare e acque interne anche nel contesto climatico attuale e che rappresentano una componente molto significativa della biodiversità dei Pesci delle acque dolci. Due di queste - per essere precisi - non sono nemmeno “tecnicamente” pesci, perché appartengono ai Ciclostomi, un gruppo di Vertebrati molto arcaici, privi come sono di mascelle e di pinne pari. Si tratta di due specie di lamprede, a buon diritto considerate dei “fossili viventi”. Infatti, le prime forme conosciute allo stato fossile, vissute oltre 300 milioni di anni fa, non sono molto diverse dalle specie attuali e come quest’ultime sono caratterizzate da una bocca circolare a forma di ventosa con la quale gli esemplari adulti aderiscono al corpo delle malcapitate prede (per lo più Pesci ossei), succhiandone il sangue. Anche questi animali migrano in mare per alimentarsi e tornano nei fiumi per la riproduzione, essendo però ostacolati dalla presenza di sbarramenti che ne impediscono la risalita verso le zone sorgive dove le uova vengono deposte. Attualmente, sembra che la più grande delle due lamprede italiane – la lampreda di mare – riesca a riprodursi solo in un fiume del versante tirrenico, mentre della lampreda di fiume si sono perse le tracce e probabilmente si è ormai estinta nei nostri fiumi (7). La situazione è migliore per le due specie che hanno interrotto i contatti col mare (la lampreda di ruscello e la lampreda padana), essendo sedentarie nelle acque dolci dove però non sono in grado di nutrirsi dopo la metamorfosi e sopravvivono come adulti solo per un breve periodo: giusto il tempo di riprodursi e morire subito dopo. La lampreda padana è particolarmente interessante da un punto di vista biogeografico in quanto rappresenta una specie endemica del territorio italiano, dove è presente in tutto il bacino del Po e nel fiume Potenza (nelle Marche) con una piccola popolazione isolata; inoltre, un’altra popolazione relitta si trova sull’altro versante dell’Adriatico, nel fiume Neretva in Coazia. Questa distribuzione separata delle due poolazioni più meridionali è particolarmente interessane in quanto è anch’essa la prova dei grandi cambiamenti climatici alla fine delle glaciazioni (8). Nell’ultima fase glaciale, infatti, la Pianura padana si estendeva verso sud verso sud fino all’altezza dell’attuale Abruzzo in quanto il livello del mare era di di circa 120 metri inferiore rispetto a quello attuale: di conseguenza, il fiume Po sfociava più o meno all’altezza di Pescara, ricevendo come tributari i fiumi delle Marche e alcuni corsi d’acqua balcanici come la Neretva. Un’altra specie relitta delle glaciazioni è la sanguinerola, un piccolo Pesce osseo della famiglia dei Ciprinidi anch’essa con una distribuzione padana e un nucleo relitto recentemente scoperto nell’alto corso del fiume Esino nelle Marche (9).

Anche un gruppo molto antico di Pesci ossei - gli storioni - era una volta rappresentato in Italia da tre specie, di cui una endemica, come testimoniano gli esemplari conservati nei Musei naturalistici italiani, datati tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Il Po e altri fiumi del bacino padano venivano risaliti da uno dei più grandi Pesci d’acqua dolce mai vissuti in Italia, il beluga o storione ladano, che può raggiungere i nove metri di lunghezza nelle femmine più grandi e che si è estinto in Italia nei primi anni Settanta del Novecento. Nel 2018 ne è stata tentata la reintroduzione nel fiume Ticino utilizzando esemplari di origine orientale (la specie è ancora presente nel Mar Caspio e nel Mar Nero), ma al momento l’esito di questo tentativo è ancora incerto. È davvero impressionante pensare che un animale che può produrre oltre sette milioni di uova per ogni stagione riproduttiva sia oggi scomparso in vaste zone del suo areale originario e sia considerato in pericolo critico di estinzione dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Oltre al problema delle dighe, bisogna poi considerare che il beluga è la fonte del caviale più pregiato, ricavato dall’ovario immaturo, per ottenere il quale le femmine vengono pescate e uccise, pregiudicando così il naturale reclutamento demografico delle popolazioni naturali. Fortunatamente, da alcuni anni gli storioni vengono allevati in acquacoltura e l’Italia risulta attualmente una delle principali produttrici; in particolare, il caviale viene ottenuto dai pesci in allevamento spremendo le uova manualmente: in tal modo non è necessario uccidere l’animale che sarà in grado di ricostituire il prezioso caviale negli anni seguenti. Anche lo storione cobice, endemico del Bacino adriatico, viene oggi considerato in periocolo critico se non  già estinto in natura. Fortunatamente, alcuni esemplari sono sopravvissuti in alcuni allevamenti e sono già in corso progetti europei (LIFE Natura) per tentare, anche in tal caso, la reintroduzione in natura. Inoltre, sembra che alcuni nuclei siano sopravvissuti nell’alto corso del Po grazie al fatto che gli storioni cobici sono pesci anadromi facoltativi e possono perciò completare tutto il ciclo vitale nelle acque dolci, senza la necessità di migrare verso il mare (10). Comunque, il repentino declino di questi antichi abitatori dei nostri fiumi sottolinea ancora una volta l’impatto deleterio di dighe e sbarramenti sulla capacità migratoria di questi e di altri Pesci come l’anguilla europea, anch’essa in drammatico declino negli ultimi anni e considerata a serio rischio di estinzione in Europa dall’IUCN. A differenza delle specie anadrome, l’anguilla è un pesce catadromo, che cioè compie il percorso inverso, alimentandosi nel fiumi per riprodursi in mare. Per secoli, tuttavia, si è ignorato dove si trovasse l’area destinata alla riproduzione. Solo nei primi anni Venti del Novecento, infatti, campionando le larve delle anguille che dall’Atlantico si spostano verso i fiumi europei, si è scoperto che il sito di massima concentrazione delle larve appena nate è il Mar dei Sargassi, di fronte alle coste della Florida, scoprendo così il “breeding ground” raggiunto dagli adulti dopo una migrazione di migliaia di chilometri. Gli adulti, infatti, estenuati dallo sforzo della migrazione e della riproduzione, muiono in massa subito dopo la deposizione delle uova e solo la generazione successiva, sotto forma di larve, tornerà verso le foci dei fiumi europei per la fase trofica. In altri paesi europei, più avanzati dell’Italia nell’ambito delle politiche di conservazione, già da decenni alla costruzione di briglie o dighe si accompagna la realizzazione delle cosiddette scale di rimonta, veri e propri passaggi per i pesci che permettono di aggirare l’ostacolo, favorendo così le migrazioni lungo il fiume per scopi trofici e riproduttivi e garantendo la continuità fra le popolazioni lungo il corso del fiume.

Infine, un cenno alle numerose specie di piccoli Pesci dulcicoli per lo più riferibili alla famiglia dei Ciprinidi, che rappresentano il gruppo attualmente più diversificato di Vertebrati delle acque interne. Non è possibile fornire un sia pur sommario elenco delle specie presenti in Italia per ragioni di spazio, ma basti dire che anche in tal caso molte di queste sono endemiche del territorio italiano e sono ancora poco studiate sia dal punto di vista sistematico sia della loro distribuzione geografica. Purtroppo, come già sottolineato in precedenza su questa rivista (11), le recenti modifiche alla normativa nazionale che di fatto liberalizzano l'introduzione in natura dei pesci alloctoni (12-13), rappresentano probabilmente la pietra tombale sulla vulnerabile biodiversità de Pesci delle acque interne italiane, ancora incompletamente conosciuta. Negli ultimi due decenni, la descrizione di una specie endemica di luccio e la convalida di due specie endemiche di barbo, evidenziano quanto siano ancora scarse le conoscenze sui pesci d'acqua dolce del nostro Paese. La presenza di voraci predatori alloctoni nei fiumi italiani porterà definitivamente all’estinzione una biodiversità già pesantemente minacciata dall’impatto antropico e dai cambiamenti climatici, destinata così a scomparire prima ancora di essere nota alla Scienza. Emblematico è il caso del siluro del Danubio, un vero è proprio “squalo” d’acqua dolce che può raggiungere oltre i due metri di lunghezza e che praticamente non ha predatori naturali in grado di contenerlo nei nostri corsi d’acqua; così, quando questo pesce dilaga in un fiume o in un lago divora tutto ciò che è alla portata della sua bocca gigantesca, e quando tutta la fauna acquatica si è esaurita, esso ha imparato a predare piccioni e altri Uccelli che vanno ad abbeverarsi sulla rive del fiume (14-15).

In definiva, come già sottolineato in altre occasioni (11), occorrerebbe considerare che anche i Pesci rappresentano una preziosa componente del patrimonio naturalistico del nostro Paese e, sebbene il loro aspetto freddo e viscido non stimoli l’empatia come un cerbiatto o un uccellino caduto dal nido, essi necessitano di tutta la nostra attenzione per evitare che si estinguano nel volgere di pochi anni. Purtroppo, tuttora le politiche di conservazione nei riguardi di questi animali sono del tutto inefficaci, sotto il pesante fardello del conflitto di interesse con la pesca sportiva; purtroppo, nuoce anche l’indifferenza verso animali considerati di scarso appeal anche da certo mondo ambientalista, pronto a scendere in piazza per l’orsa Daniza (16), ma apparentemente indifferente all’inarrestabile declino del popolo silenzioso e discreto dei Pesci d’acqua dolce.

CITAZIONI BIBLIOGRAFICHE/SITOGRAFIA

  1. C. Rondinini et al., Lista Rossa IUCN dei Vertebrati Italiani (Comitato Italiano IUCN e Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, 2022)
  2. M. Kottelat, J. Freyhof, Handbook of European freshwater fishes (Publications Kottelat, Cornol and Freyhof, Berlin, 2007)
  3. A. Splendiani et al., PLOS ONE, DOI:10.1371/journal.pone.0157975.g005 (2016).
  4. https://www.youtube.com/watch?v=LDsA2PRtu7c
  5. R. B. Alley, PNAS, 97 (4), 1331–1334 (2000)
  6. V. Caputo Barucchi et al., Journal of Fish Biology 65, 403-418 (2004)
  7. https://www.iucn.it/scheda.php?id=1233829055
  8. V. Caputo Barucchi et al., Journal of Fish Biology 75, 2344–2351(2009)
  9. V. Caputo Barucchi et al., The European Zoological Journal 89, 711-718 (2022)
  10. E. Marconato et al., Biologia Ambientale, 20 (1), 25-32 (2006)
  11. V. Caputo Barucchi et al., Natura e Società, numero 4, 16-19 (Ottobre 2022)
  12. Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Decreto 2 aprile 2020 (20A02112)
  13. Decreto del Presidente della Repubblica Italiana, 5 luglio 2019, n. 102
  14. J. Cucherousset et al., PLOS ONE, 7 (12), e50840 (2012)
  15. https://www.youtube.com/watch?v=UZwPG_x6QEk
  16. https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/11/e-morto-lorso-daniza-la-provincia-non-e-sopravvissuta-alla-narcosi/1117359/

Specie vegetali estinte nell’Emilia-Romagna: una breve rassegna con alcuni casi particolarmente significativi

Alessandro Alessandrini

Secondo le categorie dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), un taxon è estinto quando non vi è alcun dubbio fondato per ritenere che l’ultimo individuo sia morto.
La definizione prosegue fissando alcuni criteri per giungere a questa conclusione: “un taxon è ritenuto estinto quando indagini esaustive in habitat conosciuti o potenziali, in intervalli di tempo appropriati, in tutto l’areale storico di distribuzione non hanno dato luogo ad alcuna osservazione. Le indagini devono essere eseguite in uno spazio temporale adeguato al ciclo vitale e alle forme biologiche del taxon.”
Questa premessa è utile per parlare del lavoro dei naturalisti che, quando affrontano il compito di stabilire se un taxon (specie, sottospecie o categorie inferiori) è estinto devono eseguire una valutazione basata su sopralluoghi mirati, svolti in diversi periodi e analizzando tutti i potenziali habitat. Per fortuna a volte (molto di rado per la verità) la valutazione viene smentita e quindi il taxon viene assegnato ad altre categorie di livello di minaccia. Per questo spesso nelle liste rosse lo status viene indicato come “(presumibilmente) estinto” e non solo per scaramanzia. Ad esempio, in Emilia-Romagna veniva considerata estinta Calamagrostis canescens, elofita montana la cui ultima segnalazione risaliva al 1947 per il Pratignano nell’Appennino modenese, mentre altre segnalazioni precedenti relative ad altre località erano risultate errate oppure non erano mai state confermate. Ritenuta dunque estinta è invece stata confermata proprio al Pratignano nel 2011 (rinvenimento di Matteo Gualmini).
Entrando nell’argomento specifico, si può intanto affermare che, in base a quanto registrato nella più recente Checklist della Flora italiana, edita nel 2018, (Bartolucci F., An updated checklist of the vascular flora native to Italy, Plants Biosystems, 152: 179-303, liberamente scaricabile) risultano Estinte a livello regionale 35 entità; tra queste risultano estinte per tutto il territorio italiano 6 specie. Va tenuto conto del fatto che nella stessa Checklist sono previste anche altre categorie, tra cui interessano qui anche le entità che non sono state rinvenute da molto tempo che risultano oltre 100. In questa categoria, che comprende entità per le quali non è possibile esprimere un giudizio sullo status di presenza, sono certamente presenti anche specie estinte a livello regionale. Ma, va sottolineato, è più facile dimostrare la presenza di una specie che non dimostrarne la scomparsa.
Vengono considerate estinte le entità un tempo presenti con certezza e che rientrano in tutti i criteri seguenti: 1. non sono state rinvenute da molto tempo quindi che nessuno dei ricercatori attuali ha mai confermato e 2. che erano presenti in località oggi completamente trasformate e che quindi non offrono più le condizioni di vita per la specie in questione. Va sottolineato che la flora del territorio regionale sta modificandosi con ritmi accelerati; questa modifica causa la diminuzione di alcune specie fino alla loro scomparsa e l’aumento di altre. Tutte queste rapide modifiche sono causate dall’aumento dell’impatto delle attività umane sul territorio; alcune fasce altitudinali subiscono un impatto minore; si tratta delle fasce dalla collinare alla subalpina; la pianura e la costa invece sono quelle più esposte; anche gli ambienti fluviali sono fortemente minacciati, con effetti diretti sulla flora. Le cause sono molte; alcune esercitano il loro impatto direttamente con la distruzione di habitat: agricoltura sempre più intensiva, aumento dell’urbanizzazione e delle reti infrastrutturali (strade e autostrade soprattutto); altre modificano la flora indirettamente come ad esempio il riscaldamento del clima.

Tentando una prima classificazione delle estinte, è possibile riunirle in alcune categorie, che rivelano problemi ambientali più generali; si tratta infatti di specie di ambienti umidi, di litorali sabbiosi e di commensali dei coltivi.

Specie di ambienti acquatici
Vengono collocate in questa categoria le specie che necessitano di un apporto significativo e continuo di acqua nel suolo o di acqua libera: ambienti fluviali, ambienti lotici sia di acque dolci che salmastre e marine. Nell’Emilia-Romagna continentale gli ambienti umidi hanno subito una fortissima riduzione, per cui la loro estensione è diminuita in modo impressionante; oltre alla riduzione areale gli ambienti acquatici hanno subito anche una forte semplificazione morfologica e quindi anche ecologica; è infatti stato modificato il profilo che in origine era graduale e naturale, ma è stato trasformato in scarpate molto ripide che impediscono la presenza di specie legate a distese fangose che un tempo erano molto estese e caratterizzavano nei periodi a bassa piovosità le zone umide originarie. Dal punto di vista vegetazionale questi ambienti si collocano nei Nanocyperion flavescentis, tipologia peraltro identificata come di importanza europea dalla Direttiva Habitat. Numerose specie estinte o fortemente minacciate sono legate proprio ad habitat di passaggio tra ambienti permanentemente umidi e rive emerse. Questo è un argomento complessivamente sottovalutato; negli ultimi decenni si è infatti assistito a un incremento delle superfici acquatiche in ambiente continentale, a volte anche oggetto di finanziamenti comunitari o con i cosiddetti Regolamenti agroambientali o con progetti LIFE Natura o LIFE Ambiente. Tuttavia, questi progetti hanno avuto come obiettivo il miglioramento dello status di conservazione di specie animali soprattutto ornitiche, mentre il patrimonio vegetale è stato quasi del tutto ignorato o visto in funzione della componente animale. Tra le specie vegetali estinte a livello locale legate agli ambienti umidi se ne possono qui portare ad esempio alcune.

Aldrovanda vesiculosa L. (Droseraceae)
Idrofita completamente galleggiante e di ridotte dimensioni, cattura piccoli organismi con un meccanismo a trappola; un tempo piuttosto diffusa in zone umide di molte regioni italiane, oggi sembra del tutto scomparsa dall’intera area italiana; è in forte declino o estinta in gran parte del suo areale eurasiatico. In Emilia-Romagna era stata anticamente segnalata nell’800 da Antonio Bertoloni che scrive “Legi in paludibus di Gandazzolo”. Poiché queste paludi sono oggi del tutto scomparse, eliminate dalle bonifiche, questa specie è scomparsa.

Marsilea quadrifolia L., Quadrifoglio d'acqua (Marsileaceae)
Felce acquatica radicante sul fondo, vive in acque poco profonde ed è in grado di superare periodi di emersione. Un tempo molto diffusa in diverse località di pianura; era infatti nota in tutte le province; gli ultimi dati sono relativi al Parmense; oggi sembra invece del tutto scomparsa, dopo una regressione durata diversi decenni.

Hippuris vulgaris L., Coda di cavallo acquatica (Plantaginaceae)
Di ambienti umidi e paludi, vive in acque non particolarmente profonde; sopporta anche condizioni temporanee di relativa aridità. Di distribuzione subcosmopolitica, come molte altre idrofite, in Italia questa specie è attualmente nota per numerose regioni. In Emilia-Romagna era anticamente piuttosto diffusa, accertata in tutte le Province, da cui è però progressivamente scomparsa a causa della scomparsa degli ambienti di vita. L’ultimo rinvenimento documentato è del 1975 per Valle Santa nel Ferrarese. Da allora mancano del tutto notizie.

Lathyrus palustris L., Cicerchia palustre (Fabaceae)
Specie a distribuzione generale di tipo circumboreale, quindi di climi freddi; la sua distribuzione italiana è limitata ad alcune regioni settentrionali dove tuttavia vive in condizioni critiche e minacciate. In Emilia-Romagna era nota per una sola località del Ferrarese, lungo il Panaro a Bondeno, dove venne raccolto un campione nel 1907, conservato nell’Erbario ferrarese. Dopo questo rinvenimento la specie non è più stata confermata. I fiumi nella pianura emiliana sono stati fortemente alterati, con arginature, irrigidimenti, confinamenti. Ciò ha causato la scomparsa di diverse specie tra cui anche Lathyrus palustris.

Limosella aquatica L., Limosella (Scrophulariaceae)
Pianta annua, a distribuzione circumboreale. In Italia presente attualmente in poche regioni: Lombardia, Piemonte e Calabria, mentre in numerose altre è scomparsa, ovvero non confermata da molto tempo. Per l’Emilia-Romagna venne segnalata in diverse località dal Piacentino al Modenese; ma si tratta di segnalazioni molto antiche e mai in seguito confermate.

Myosurus minimus L., Coda di topo (Ranunculacee)
Pianta annua, di piccole dimensioni a distribuzione generale subcosmopolitica; vive in ambienti temporaneamente inondati su diversi substrati, da calcareo-marnosi ad argilloso-limosi. In Italia è tuttora presente in 4 regioni meridionali, mentre risulta scomparsa in Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna. In quest’ultima era nota per una sola località al confine tra Modenese e Mantovano: Tramuschio. Da questa unica stazione vennero prelevati nel 1910 i campioni per la distribuzione nella Flora Italica Exsiccata. L’ultima segnalazione risale al 1947; la località venne successivamente del tutto modificata per cui, nonostante apposite e ripetute ricerche, non risulta più presente.

Stratiotes aloides L., Coltellaccia, Erba coltella dei fossi (Hydrocharitaceae)
Idrofita radicante, a distribuzione europeo-caucasica. La presenza italiana attuale è limitata a due regione, dove risulta introdotta. E’ invece estinta in Lombardia ed Emilia-Romagna, dove era nota nel Piacentino e nel Ferrarese. Per quest’ultimo era stata segnalata da Campana che ne aveva inviato un campione ad Antonio Bertoloni che così lo riportò nella Flora Italica: “Habui ex paludibus Ferrariensibus a Prof. Campana”. Oggi la specie non è più presente allo stato spontaneo; viene invece conservata ex-situ nell’area “La Bora” presso San Giovanni in Persiceto.

Specie di prati umidi e di altri habitat
Sono state qui riunite specie di altri habitat, dai prati umidi e mesici, alle formazioni forestali planiziarie fino alle rupi fresche; chiude questa parte un approfondimento sulle commensali delle colture.

Cirsium canum (L.) All., Cardo biancheggiante, Cirsio canuto (Asteraceae)
Specie a distribuzione generale Sud-Est europea, in Italia è attualmente accertata nel Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Lombardia. Di ambienti umidi, ai margini di acque scorrenti, era in Emilia nota nel Modenese nei fontanili di San Faustino alla periferia settentrionale di Modena. Il sito è stato del tutto trasformato, con la scomparsa dei fontanili; in precedenza, nei primi decenni del secolo scorso, campioni essiccati vennero distribuiti in numerosi esemplari nelle Schedae ad Floram Italicam Exsiccatam. Gli ultimi accertamenti risalgono al 1947; un campione è infatti conservato nell’Erbario di Modena, raccolto da Antonio Vaccari.

Spiranthes aestivalis (Poir.) Rich., Viticcini estivi (Orchidaceae)
Orchidacea a distribuzione mediterraneo-atlantica, vive in prati umidi dalla zona costiera fino alla fascia montana inferiore; in generale minacciata come l’habitat di vita non di rado oggetto di modifiche distruttive. In Italia risulta segnalata in 12 regioni del Centro-Nord e in Sardegna; tuttavia in ben 5 è estinta o non confermata; in Emilia-Romagna la sua presenza venne accertata da Pietro Zangheri al Bardello, un importante prato umido lungo la costa ravennate, a nord del Lamone. Qui, dove è stata cercata invano da diversi decenni, non risulta più presente.

Ranunculus mutinensis Pignatti, Ranuncolo modenese (Ranunculaceae)
Ranuncolo di ambiente forestale e radure, del gruppo R. auricomus, nel quale sono state descritte numerose agamospecie. R. mutinensis era noto al Bosco di Nonantola e al Bosco della Saliceta (o Bosco di San Felice), importanti formazioni forestali relitte nella pianura modenese distrutte per far luogo a coltivi negli anni ’50 del secolo scorso. Oggi sono in atto interventi di ricostituzione, ma questo Ranuncolo è irrimediabilmente scomparso. Venne raccolto da Adriano Fiori e distribuito nella Flora Italica Exsiccata, Si tratta dell’unico esempio di estinzione a livello globale, poiché si trattava di endemismo puntiforme dell’Emilia-Romagna.

Ambrosia maritima L., Ambrosia marittima (Asteraceae)
Asteracea annuale a distribuzione mediterranea, vive in ambienti sabbiosi litoranei. La sua presenza in Italia è ormai accertata solo in Sardegna, mentre in 14 regioni dell’Italia continentale e Sicilia è scomparsa o non confermata. In Emilia-Romagna era nota lungo tutta la costa, dal Ferrarese alla Mesola fino al Riminese. Oggi invece risulta del tutto scomparsa, mentre appare sostituita dalle meno esigenti congeneri A. tenuifolia e A. psylostachya che sono molto diffuse. La scomparsa appare verosimilmente conseguente alla profonda trasformazione e degradazione che hanno subito gli ambienti litoranei.

Appartiene alla categoria “non confermate” (si spera di ritrovarla) anche Maresia nana, nota anticamente per le dune costiere del Ferrarese, rinvenuta e segnalata da Augusto Béguinot nel 1910. ma mai finora confermata.

Asplenium sagittatum (DC.) Bunge (Asplenium hemionitis L., Scolopendrium h. Sw.), Scolopendria emionitide (Aspleniaceae)
Felce a distribuzione strettamente mediterranea, molto rara in tutto il territorio italiano; vive all’imboccatura di grotte, in fessure rupestri, pozzi e altri ambienti su calcare, umidi e ombrosi. In Emilia-Romagna era nota per una sola località nei Gessi romagnoli, dove venne rinvenuta e documentata da un collaboratore di Antonio Bertoloni, che lo pubblicò nella sua Flora Italica (“Habui ex districtu Forocorneliensi in monte Mauro alla Grotta di Tiberio a Tassinario”). Oggi è scomparsa per le modificate situazioni morfologiche e la conseguente diminuita umidità. Campioni prelevati da questa località vennero distribuita anche nelle Schedae ad Floram Italicam Exsiccatam. È in atto un tentativo di reintroduzione con materiale tratto da stazioni toscane, ma i risultati sono ancora da valutare.

Un ultimo argomento che va affrontato è quello delle specie commensali dei coltivi. Si tratta di piante con una storia biogeografica molto particolare; si ritiene infatti che siano giunte nel nostro territorio seguendo l’espansione della coltivazione dei cereali partendo dalla Mezzaluna fertile; in generale, semplificando molto, si tratta di una parte delle cosiddette archeofite, ovvero di piante esotiche ma il cui ingresso è precedente alla scoperta dell’America e quindi che possono essere considerate parte del patrimonio biologico nativo. A causa dell’intensificazione della lotta alle commensali messicole (che secondo alcuni rientrano nelle le cosiddette infestanti o malerbe) molte tra queste piante si sono drasticamente rarefatte, fino a scomparire da ampi territori oppure ad adattarsi marginalmente in altri habitat. Si tratta inoltre di specie annuali, adattate alle operazione colturali e quindi scarsamente competitive; può apparire paradossale, ma la sospensione del disturbo può causarne la scomparsa.

Tra gli esempi di estinzione regionale che possono essere proposti: Nigella arvensis, Camelina alyssum e Turgenia latifolia, i cui più recenti accertamenti risalgono a oltre un secolo fa. Anche Camelina sativa subsp. microcarpa (Andrz. ex DC.) Bonnier risulta scomparsa; gli ultimi accertamenti risalgono al 1937 per alcune località del Piacentino. Su quest’ultimo argomento può essere proposto un caso particolarissimo; fino a pochi anni fa infatti Gypsophila vaccaria (=Vaccaria hispanica), una Caryophyllacea commensale dei coltivi a cereali, era scomparsa in Emilia-Romagna, pur essendo un tempo ampiamente diffusa; è stata però rinvenuta da Giorgio Faggi, valente esploratore della flora romagnola, nella Pineta di Cervia proprio lungo la fascia che venne distrutta da una tromba d’aria alcuni anni fa. Evidentemente questo evento catastrofico ha riportato alla luce la “banca-semi” che nel caso specifico ha permesso a questa rara e bella specie di ripresentarsi nel territorio regionale; la sua presenza, tuttavia, ha molto probabilmente un destino breve; poco competitiva, sarà infatti facilmente sopraffatta dalla ricostituzione del manto vegetale.

Alcune conclusioni
Sono stati presentati alcuni esempi di specie vegetali scomparse dal territorio dell’Emilia-Romagna.
La prospettiva è che nei tempi futuri scompariranno anche altre specie, sia di ambienti umidi che di altri, principalmente in alta montagna. La componente boreale e i relitti glaciali sono molto minacciati a causa del riscaldamento globale. Le specie di climi freddi già oggi stanno diminuendo la loro presenza e stanno spostandosi verso l’alto, almeno finché sono disponibili aree di maggiore altitudine. Tra le specie per la quale mancano rinvenimenti negli anni più recenti va citato almeno Eriophorum scheuchzeri Hoppe di zone umide altomontane che è prossimo alla scomparsa. Allo stato attuale le possibilità di conservazione in situ sono assai poche; occorrerebbe intanto avviare un serio programma di monitoraggio, scientificamente orientato, delle specie più minacciate, tantopiù che molte delle specie minacciate si trovano in aree protette. In casi estremi sarebbero da attivare progetti di conservazione ex-situ. Alcuni esempi sono già in corso di realizzazione, ma si tratta di esperimenti lodevoli ma volontaristici. Come spesso purtroppo avviene, gli Enti pubblici sono quasi del tutto assenti. persino quelli che avrebbero tra i loro fini fondativi proprio quello della conservazione della natura.

Piante minacciate. Situazione nell’Italia nordorientale

Cesare Lasen

Introduzione
Il nostro pianeta soffre di febbre alta (espressione anche del pontefice Francesco I in Laudato si’) e continua a inviarci segnali inconfutabili attraverso la sempre maggiore frequenza e intensità di eventi estremi. La crisi climatica sta emergendo come il problema dei problemi e molti scienziati (i negazionisti sono ormai un nucleo insignificante e possono essere facilmente smentiti -come fa lo stesso pontefice nella Laudate Deum) concordano sull’estrema urgenza di assumere decisioni coraggiose e non dilatorie. Le conseguenze di tale crisi si manifestano in diversi settori e con differenti livelli di gravità. Non si tratta solo di analizzare e considerare gli aspetti ecologici in senso stretto, posto che la negatività investe ambiti sociali, economici e sanitari. Sarebbe un grave errore continuare a pensare che i problemi ecologici siano marginali e che altre siano le vere priorità: lavoro, crescita, benessere, ricerca della pace; tutti obiettivi nobili e condivisibili naturalmente. Oggigiorno questi diversi temi sono connessi strettamente e gli attuali conflitti, e la stessa pandemia da Covid19, non sono estranei a una matrice che affonda le radici nel continuo sconvolgimento degli equilibri ecosistemici in tutta la biosfera. Già prima dell’acuirsi di questa crisi globale, peraltro, le risorse naturali (che sono finite e rappresentano un bene non rinnovabile -se non in tempi assai lunghi) erano oggetto di continue pressioni al punto da determinare l’estinzione di numerose specie (animali, vegetali e anche organismi di altri regni meno indagati). I dati sono scientificamente indiscutibili e non il frutto di manipolazioni ideologiche, come spesso si argomenta da parte di politici e portatori di interessi economici.
In questo contributo, limitando l’attenzione alla flora vascolare, si proverà a fare un check sulla situazione delle specie minacciate nelle regioni alpine dell’Italia nordorientale.

Liste Rosse
A partire dall’inizio del millennio, e a seguito di prime liste nazionali, partendo dagli indirizzi suggeriti dalla convenzione sulla Biodiversità di Rio de Janeiro (1992), in alcune regioni sono stati avviati censimenti che hanno portato alla stesura di liste rosse locali (in tal senso le due province autonome di TN e BZ vanno considerate alla stessa stregua delle Regioni). Quasi sempre si è trattato di lavori frutto di appassionati e del volontariato supportati poi, per le fasi di stampa, dalle istituzioni. Il primo elenco pubblicato su scala regionale è quello del Trentino (Prosser, 2001) resa possibile dalla notevole mole di segnalazioni confluite nel progetto di cartografia floristica che è stato concepito e poi condotto esemplarmente dal Museo Civico di Rovereto. Lo status delle singole specie minacciate è stato definito secondo le regole internazionali della IUCN. Esse, utile ricordarlo, consistono in livelli di minaccia.
CR gravemente minacciate (critically endangered)
EN minacciate (endangered)
VU (vulnerabili)
NT (quasi a rischio)
Con la sigla LC (Least Concern) si “promuovono” le entità che al momento non risultano correre rischi, pur non essendo necessariamente fra le più comuni. Inoltre, con DD (Deficient Data) si indicano specie per le quali non si dispone di conoscenze adeguate (spesso appartenenti a gruppi critici o tassonomicamente ancora non ben precisate). Non mancano, purtroppo va detto, le entità considerate EX (estinte) o RE (estinte su base regionale). La procedura di assessment per definire lo status si fonda su vari criteri, assai complessi da riassumere e che riportano stime quantitative in verità non semplici da acquisire, al punto che alla fine è necessario ricorrere, in sostanza, al cosiddetto “Giudizio Esperto”. Esse tengono conto del numero e della consistenza delle popolazioni, delle dimensioni dell’areale e, soprattutto, del trend evolutivo osservato negli ultimi decenni, in particolare alla riduzione più o meno significativa delle popolazioni (e alla velocità di tale fenomeno).
Sulla base dell’esperienza diretta acquisita sul campo, si ritiene di premettere che risultano più importanti e interessanti le stime effettuate su base locale/regionale piuttosto che quelle su territori più ampi (da una nazione all’intero pianeta).

Stato delle conoscenze
La lista relativa alle specie a rischio su scala planetaria viene aggiornata ogni anno e si può scaricare dalla rete cliccando su IUCN. In proposito esistono delle convenzioni internazionali che riportano altre liste (ad esempio quella di Berna, o quella relativa all’allegato II (e IV di minore rilevanza) del sistema di Natura 2000. Il tema delle liste rosse si è storicamente palesato a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, con alcuni storici e fondamentali lavori (Conti, Manzi & Pedrotti 1993, 1997; AA.VV., 2001). Un apposito Gruppo di lavoro della Società Botanica Italiana ha pubblicato nelle sue riviste, vari contributi definendo, appunto, l’assessment delle specie più a rischio perché rientranti negli elenchi internazionali -le cosiddette Policy Species- oppure perché endemiche, allargando successivamente l’attenzione a quelle ritenute rare o di maggiore interesse (Rossi et al., 2008, 2013, 2020). Sarebbe eccessivo, per il nostro contributo, nominare tutti i contributi e, in considerazione della panoramica locale (transregionale), si riportano invece i riferimenti relativi alle singole regioni sulla base dei dati più aggiornati.

Per il Trentino, la sopraccitata storica lista di Prosser del 2001 è stata aggiornata con la pubblicazione della Flora del Trentino (Prosser et al., 2019).

Per l’Alto Adige fa ancora testo la lista pubblicata da Wilhalm & Hilpold (2006).

In Veneto, si è partiti dalla lista della Provincia di Belluno (Argenti & Lasen, 2004) per poi arrivare (Buffa et al., 2016) a una lista regionale che contiene anche le indicazioni per singole province. Evidenziate anche le entità minacciate nella Flora del Veneto (Argenti et al., 2019). Non mancano altri contributi più localizzati, ad esempio Masin 2020 per i Colli Euganei, Tasinazzo et al. 2006 per i Colli Berici, Lasen & Da Pozzo 2011 per le Dolomiti d’Ampezzo.  In Friuli-Venezia Giulia, in assenza di un vero elenco completo precedente, si fa riferimento alla recentissima flora con atlante corologico a cura di F. Martini (2023).

Esigenze di tutela della Biodiversità
A partire dalla Convenzione di Rio de Janeiro del 1992, documenti, appelli e piani strategici per limitare la perdita di biodiversità si sono moltiplicati. Non si tratta solo di tutelare specie selvatiche rare e a rischio, ma di una generale, eccessiva, semplificazione degli ecosistemi, anche e soprattutto di quelli soggetti a coltivazioni (agroecosistemi), ricordando che si è perso molto anche della biodiversità coltivata, ciò che corrisponde a un preoccupante impoverimento genetico. Non si tratta solo di specie, appunto, ma anche di comunità (biocenosi) che, per effetto dell’antropizzazione e del progressivo consumo di suolo, si riducono di dimensioni a causa della frammentazione degli habitat, fenomeno che incide poi sulla permeabilità e sulle connessioni interrompendo di fatto le residue reti ecologiche ancora attive e limitando sempre più la funzionalità degli ecosistemi.
Secondo D. Attenborough ormai meno del 3% degli ecosistemi terrestri può essere considerato integro. Ciò significa che si deve cambiare paradigma rapidamente e investire nella ricostituzione di habitat anziché continuare a esercitare forti pressioni sulle residue risorse naturalistiche, perfino nelle aree protette quali parchi, riserve e siti della rete Natura 2000. In altri termini è urgente un cambio di passo che è anzitutto culturale. Non è una novità, sentendo amministratori, ma anche professionisti e persone dotate di buona cultura, che siamo di fonte a un forte deficit di cultura ecologica di base e ciò consente che anche progetti devastanti vengano promossi e poi approvati nella generale indifferenza. La logica del “fare comunque”, del consumo che aumenta il PIL, dei controlli dovuti che si attenuano e vengono declassati a orpelli burocratici, sembra avere il sopravvento nell’attuale contesto politico (che è tale da decenni, peraltro), sia esso nazionale che regionale. Per chi si occupa da molti lustri di Conservazione della Natura, di aree protette, di temi ecologico-ambientali è da registrare un sostanziale arretramento culturale da definire come “analfabetismo ecologico” di ritorno.

Habitat minacciati
Prima di affrontare degli esempi riguardanti specie a forte rischio o anche localmente estinte, si reputa opportuno dedicare qualche nota agli habitat che, per effetto del cambiamento climatico, dell’abbandono colturale o della intensificazione delle coltivazioni e degli allevamenti, risultano più minacciati. Nelle liste rosse sopraccitate non è difficile riscontrare (anche con grafici e rappresentazioni di immediata lettura) che i diversi tipi di habitat ospitano, sia in termini assoluti che in percentuale, numeri molto variabili di specie minacciate.
Premesso che a livello floristico esistono anche specie che riescono a “difendersi” e vivere bene in contesti semi-ruderali, oppure in aree di margine non facilmente identificabili con riferimenti fitosociologici, le situazioni più critiche si manifestano negli ambienti estremi in cui vi è un singolo fattore ecologico prevalente. Gli ambienti umidi -inclusi quelli propriamente acquatici- e quelli arido-steppici, ad esempio, sono fra quelli a maggior rischio. I primi per via di eutrofizzazione, drenaggi, agricoltura intensiva ai margini. I secondi, quasi sempre, per assenza di manutenzione (sfalci) che favorisce il sia pur lento ingresso di specie legnose. Negli ambienti più mesofili, dove maggiore è la concorrenza, il numero di specie a rischio è generalmente inferiore e, spesso, legato a nicchie o microhabitat specializzati. In altri casi, invece, i fattori che determinano la possibile sopravvivenza o scomparsa di specie minacciate vanno ricercati in cause storico-antropiche o corologiche remote. Un habitat interessante è quello dei greti fluviali-torrentizi e in tal caso, oltre ad eventuali escavazioni e danneggiamenti diretti, vanno considerati l’invasione di specie aliene e il passaggio di greggi transumanti che stazionano a lungo generando degrado. Potrebbe sorprendere l’elevata incidenza di specie a rischio che vegetano in ambienti sarchiati e coltivi. Ciò dipende dalla progressiva invasione di neofite (spesso alloctone) che hanno sostituito le cosiddette archeofite legate alle tradizionali colture cerealicole. Il ricorso a forti concimazioni, e ancor più al diserbo selettivo, in aggiunta alla più spinta meccanizzazione, ha radicalmente trasformato le comunità segetali. Altro aspetto da tener presente, a prescindere dalla vulnerabilità intrinseca dei singoli habitat, è relativo all’esistenza di piccole popolazioni situate al margine dell’areale o più o meno fortemente disgiunte rispetto all’areale principale.

Esemplificazioni a livello regionale
Conviene considerare separatamente i diversi territori a seguito di una consolidata tradizione e della presenza di aggiornate banche dati.
Le flore sono tutte di recente pubblicazione e già sopraccitate; in esse si riportano dati che sono più che sufficienti a fornire un quadro aggiornato delle entità rare e della situazione di quelle considerate estinte a livello provinciale. Non è questa la sede per nominarle tutte e qualche esempio è solo indicativo.

Trentino
Tra quelle considerate estinte si richiamano le seguenti.
Helianthemum salicifolium. Annuale, euri-mediterranea, sparita da prati aridi scorticati.
Asperula arvensis. Anch’essa annuale ed eurimediterranea, è segetale scomparsa dai coltivi vernini.
Lycopodium tristachyum. Camefita euroamericana, è stata ricercata invano nelle località in cui era segnalata in radure boschive e brughiere acide.
Hydrocharis morsus-ranae è tipica idrofita, eurasiatica
Anacamptis laxiflora è geofita eurimediterranea di prati umidi-palustri.
Come giustamente si rileva nella più recente Flora del Trentino, le entità estinte a quote superiori ai 1500 m sono soltanto 5 e fra esse è molto verosimile, conoscendo il sito e la sua evoluzione, quello della sparizione di Carex capitata e Carex heleonastes da torbiere in alta Val Duron.
La più elevata concentrazione di specie di lista rossa investe le aree di fondovalle termofile a contatto con zone in cui si pratica agricoltura intensiva. Analogamente anche aree ricche di torbiere quali Madonna di Campiglio, alta Val di Non, altopiano di Piné, Val di Cembra, Passo del Tonale e la sopra menzionata Val Duron risultano fra i siti con maggior numero di entità minacciate.
Quale esempio di CR si richiama il noto caso di Botrychium simplex, che è oltre tutto specie inserita nell’allegato II della direttiva europea conosciuta come “Habitat”.
Dalla recente Flora del Trentino si riportano i seguenti dati. Su un totale di 2563 specie censite, 85 sono CR, 130 EN, 188 VU e le estinte a livello regionale risultano 54.

Alto Adige
Anche senza poter disporre di numeri aggiornati, la situazione è del tutto analoga e le motivazioni identiche.
Fimbristylis annua e Aldrovanda vesiculosa sono esempi di specie scomparse da vari decenni a seguito delle bonifiche e della distruzione di ambienti alluvionali e ripariali.
Restando agli ambienti umidi, ma di quote elevate, Carex maritima e Carex capitata sono validi esempi di specie artico-boreali relitte che sono sopravvissute nelle brughiere subalpine/alpine fino ad oggi, ma che sono sempre più minacciate a causa dell'eutrofizzazione, del disturbo o della distruzione del loro habitat.
Dracocephalum austriacum, estremamente rara e di carattere continentale-steppico, è un esempio di forte declino di una specie di quote collinari-montane a causa delle modificazioni del paesaggio colturale, alle prese tra intensificazione (non tollera concimazioni) e abbandono (in tal caso ingresso di specie legnose e altre più competitive che riducono il suo spazio vitale e modificano i fattori ecologici).
Per Saxifraga facchinii, noto e splendido endemismo dolomitico, che vegeta su rocce e sfasciumi di alta quota, per fortuna meno a rischio nella limitrofa provincia di Trento e in parte anche nel Bellunese, la minaccia più seria è quella legata al cambiamento climatico in atto.
Tra gli habitat più soggetti a rischio e che includono un maggior numero di specie, si segnalano quelli umidi e quelli prativi in generale.
Grazie a una comunicazione personale di Thomas Wilhalm (si sta lavorando a una nuova edizione della lista rossa, presumibilmente entro il 2025), si possono fornire i seguenti dati complessivi. CR 114, EN 172, VU 163, NT 128. Le estinte su base regionale sono state suddivise in 2 gruppi, entrambi comprendenti 38 specie. Quelle considerate definitivamente estinte e le altre “scomparse” mancando segnalazioni negli ultimi decenni.

Friuli-Venezia Giulia
Regione situata all’estremità nordorientale del territorio italiano e ricca di elementi orientali che non superano i confini del Tagliamento o che arrivano fino al Piave con qualche penetrazione in Veneto. Le peculiarità del Carso, oltre che della costiera e della zona delle risorgive, o i magredi del Cellina-Meduna incrementano il valore fitogeografico e sono pertanto numerose le specie da considerare a rischio a livello dell’intero territorio italiano.
Armeria helodes, tipica delle risorgive, steno-endemica ad areale molto ristretto, è a forte rischio di scomparsa per distruzione fisica dell’habitat causata da motivi antropici, ma anche dalla naturale evoluzione (prosciugamento, concorrenza di specie più competitive).
Moehringia tommasinii, con una sola stazione in Italia e altre 3 in Slovenia, vegeta in Val Rosandra ed è fortemente minacciata a causa della palestra di roccia.
Esempio atipico va considerata Epipactis zaupolensis, con un’unica stazione nel pordenonese ai margini di una pioppeta. In tal caso, negli ultimi anni, si è registrata una sorta di proliferazione di nuove entità del gruppo di Epipactis helleborine, la cui consistenza tassonomica meriterebbe ulteriori accertamenti. Anche in Veneto, infatti, vi sono entità con analoghe ristrette popolazioni. Il problema dei gruppi critici si ripropone anche per generi apomittici quali Hieracium, Alchemilla, Taraxacum, Rubus. Essi necessitano di valutazioni che non possono essere utilizzate per fini statistici assieme al resto della florula di un qualsiasi territorio.
La flora regionale consiste in 2957 specie (e 1059 sottospecie) delle quali, rispettivamente, 569 e 77 sono esotiche. I livelli di minaccia interessano le CR (76); EN (86); VU (82); NT (93). Infine, le specie (meglio: taxa) estinte sono ben 243, ma tra esse solo 112 sono autoctone, numero comunque assai elevato. Gli ambienti umidi e acquatici complessivamente ospitano circa il 50% della flora minacciata. Le aree geografiche con maggiore concentrazione di entità a rischio sono il Carso e la Bassa Pianura. Tra le estinte si richiamano Holosteum umbellatum (dal 1956) e Typha minima (dal 1985).

Veneto
Dalle aree lagunari alle Dolomiti, passando attraverso laghi, colline, colture intensive e aree molto antropizzate, la regione è ricca di specie che rientrano nelle categorie minacciate. Il contributo della provincia di Belluno è determinante per le sue peculiari caratteristiche.
In sintesi, riferendosi sempre alla lista del 2016, si annoverano 192 specie CR, 92 EN, 186 VU e 266 NT. Negli ultimi 35 anni le estinte a livello regionale sono 48, numero già indicativo e preoccupante. Tra i casi classificati come RE spicca, ad esempio, Eryngium alpinum che è stato certamente segnalato sia in Comelico (Sappada ora è in FVG) che sul massiccio del Grappa. Si tratta di specie vistosa che non potrebbe passare inosservata e che predilige ambienti prativi ricchi, freschi ma soleggiati, della fascia subalpina. Numerose sono le specie segetali (spesso archeofite) considerate estinte (es. Lolium temulentum) o gravemente minacciate (es. Adonis aestivalis, A. annua e A. flammea). Tra gli habitat più delicati e a rischio, oltre a quelli acquatici e umidi, si annoverano quelli costiero-dunali. In termini assoluti la maggiore percentuale, sia di specie estinte che a vario titolo minacciate, riguarda le formazioni erbose naturali. A seguito degli effetti del cambiamento climatico anche relitti artico-alpini di alta quota vanno considerati fra quelli a maggior rischio di estinzione locale.
All’opposto si può menzionare il caso di Lysimachia tenella, sulle dune di Bibione e nel veronese, quale esempio di una specie a gravitazione atlantica in un contesto fitogeografico nel quale sono assai più numerose le entità il cui areale distributivo insiste sui settori orientali del continente europeo.
Un caso particolare riguarda Gypsophila papillosa, inserita come EN, endemica ad areale assai ristretto con stazioni nel veronese in fascia collinare assai ambita per motivi turistici. Il rischio è altissimo come si evince anche da cronache locali.
Nel caso di una regione composita come il Veneto le differenze, e talora anche discrepanze, sui livelli di minaccia delle singole specie, sono consistenti tra provincia e provincia.

Un occhio al futuro
L’emanazione di normative, sia pure adeguate e aggiornate, non alimenta serie speranze sulla efficace tutela di specie in forte declino. Le misure specifiche su singole entità sono opportune e anche doverose, ma non garantiscono alcun miglioramento automatico dello status delle popolazioni. La tutela degli habitat introduce ulteriori possibilità per evitare il depauperamento del numero degli individui, ma anch’essa non è sufficiente a invertire la tendenza. Risulterà, pertanto, necessario ricorrere, caso per caso, cioè per ogni singola specie a rischio, ad appositi piani che possano prevedere anche interventi di rafforzamento delle popolazioni più deboli. Ciò implica che siano programmati piani di monitoraggio in grado di riscontrare l’andamento delle popolazioni nel corso degli anni senza lasciarsi condizionare da fattori casuali.
Le diverse specie minacciate possono avere esigenze contrastanti, e in alcuni casi essere favorite da modesti disturbi antropici o legati ad attività agrosilvopastorali. Il minimo comune denominatore, per frenare la corsa verso l’impoverimento dei corredi floristici e l’estinzione, è solo uno e teoricamente semplice da attuare: favorire il ripristino degli equilibri ecologici attraverso processi di rinaturazione, limitando al massimo la frammentazione degli habitat e, anzi, intervenendo per assicurare la funzionalità dei corridoi che formano la Rete. Se, in termini generali, è vero che più si lascia agire la Natura e più ci si avvicina alle situazioni ottimali, in molteplici casi è necessario un intervento per rimediare a errori passati o per accelerare processi che avvengono in tempi lunghi.

 

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Ringraziamenti

Per i preziosi suggerimenti, il confronto e la verifica finale sulla validità dei dati qui esposti si ringraziano sentitamente gli amici Fabrizio Martini, Filippo Prosser e Thomas Wilhalm.

Selezione delle immagini

Per TN (foto di Filippo Prosser)

- Helianthemum salicifolium

- Orchis laxiflora (campione di erbario)

Per BZ (Michele Da Pozzo)

- Dracocephalum austriacum

- Carex heleonastes

Per FVG (Michele Da Pozzo)

- Armeria helodes

- Typha minima

Per Veneto (Michele Da Pozzo)

- Adonis annua

- Gypsophila papillosa

Estinzioni e cambiamenti climatici: il caso delle Alpi

Le modificazioni ambientali procedono a un ritmo troppo elevato perché le specie possano applicare meccanismi evolutivi di adattamento

Piero Belletti

Come giustamente ricorda Ferdinando Boero nel suo articolo pubblicato su questo numero di “Natura e Società”, l’estinzione di una specie, di per sé, è un fatto naturale. Così come lo è la morte di un individuo, per quanto dolorosa possa risultare. Lo conferma il fatto che delle numerose specie comparse sul nostro Pianeta (si parla addirittura di alcuni miliardi), la stragrande maggioranza (98-99%) risulti oggi estinta. Quindi una percentuale più alta rispetto a quella circoscritta al genere umano, ove gli individui oggi presenti sulla Terra rappresenterebbero all’incirca il 7% di tutti gli uomini mai vissuti. C’è inoltre da ricordare come spesso l’estinzione di una specie avvenga semplicemente perché le condizioni ambientali sono variate e gli individui hanno accumulato un numero sufficiente di modificazioni genetiche da non poter più essere considerati appartenenti alla specie originaria. È il concetto di “speciazione anagenetica”, in cui una specie si trasforma in un’altra, anche se in lassi temporali molto estesi, per cui la prima, di fatto, può considerarsi estinta. L’esempio forse più famoso riguarda proprio il genere umano, laddove l’Homo erectus (in passato chiamato anche pitecantropo di Giava, mentre oggi spesso lo si definisce Homo ergaster) ha via via assunto le caratteristiche dell’Homo sapiens, in un processo che è durato più di un milione di anni.

Esiste tuttavia un cosiddetto “tasso di estinzione” naturale, che quantifica la dinamica del processo di scomparsa delle specie, quanto meno in condizioni ordinarie. Questo parametro dovrebbe oscillare intorno all’unità per anno e per milione di specie. Ciò significa che, se ipotizziamo un numero di specie attualmente viventi sul nostro pianeta di 10 milioni, se ne dovrebbe estinguere più o meno una decina all’anno. Se invece le estinzioni avvengono con maggior frequenza, significa che è successo qualche evento eccezionale, quale ad esempio la caduta di un asteroide e le modificazioni ambientali da esso causate. Situazioni analoghe si sono già verificate in passato almeno 5 volte, l’ultima delle quali all’incirca 65 milioni di anni orsono, allorquando scomparve il 75% delle specie allora viventi sul nostro Pianeta, tra cui i dinosauri. Come ben sappiamo, oggi stiamo vivendo la cosiddetta “sesta estinzione di massa”, le cui cause però non vanno ricercate in fenomeni astronomici, ma solo nell’impatto delle attività antropiche: c’è chi afferma che oggi si estinguano svariate migliaia di specie all’anno, molte addirittura ancor prima di essere conosciute e classificate. Ma la sesta estinzione di massa non si differenzia dalle precedenti solo per il fattore causale: oggi, a differenza del passato, tutte le specie sono coinvolte dal fenomeno, e non solo, ad esempio, le più grandi o quelle che si nutrono di vegetali, o ancora quelle che abitano una determinata area geografica.

Le cause delle attuali estinzioni sono relativamente ben conosciute e non pare il caso farne, in questa sede, un elenco dettagliato. Ricordiamo solo che, a fianco di quelle intuitivamente più identificabili, ve ne sono altre, più subdole, perché spesso non percepite dai non addetti ai lavori. Tra queste, ad esempio, l’introduzione di specie alloctone, la frammentazione del territorio, le modificazioni climatiche. Ed è proprio di queste ultime che vogliamo trattare in questo articolo, facendo riferimento ad una specifica area geografica, che tra l’altro riguarda da vicino il nostro Paese: la regione alpina. Dove, tra l’altro, gli effetti dei cambiamenti climatici potrebbero risultare più evidenti che altrove, come conseguenza del fatto che già oggi si registrano incrementi di temperature più alti: mediamente 2°C, cioè poco meno del doppio rispetto al pianeta (1,1°C, che a sua volta rappresenta il valore combinato tra 1,6°C di ambienti emersi e 0,9°C di aree coperte dall’acqua).

D’altra parte, i segni del cambiamento climatico in ambito alpino sono già oggi tra i più evidenti: i ghiacciai hanno perso il 60% della loro superficie rispetto al XIX secolo, mentre il loro spessore si è ridotto, mediamente, di ben 34 metri. Ampie porzioni di territorio sono state rese disponibili per l’insediamento della vegetazione, anche se si tratta di un processo che richiede tempi molto lunghi e difficilmente compatibili con la velocità con cui i cambiamenti stanno avvenendo oggi.

Intanto una considerazione generale. Con il cambiamento climatico, e in particolare con l’innalzamento delle temperature (sia medie che intese come valori estremi), la più immediata risposta degli esseri viventi è la migrazione, alla ricerca di condizioni il più possibile simili a quelle preesistenti, cui le specie si erano adattate durante la loro evoluzione. Ciò significa, ad esempio, spostarsi a nord, oppure verso quote più elevate. Ma questo, in ambito alpino, non sempre è possibile: infatti, a prescindere dalla presenza di barriere, sia naturali che artificiali (bacini idrici, insediamenti umani, aree agricole, ecc.), spostandosi verso nord si scende a quote più basse, e ciò annulla il beneficio dell’avvicinamento a regioni più fredde. Anche l’innalzamento della quota cui vivere non sempre è possibile, sia perché anche le montagne, come ogni cosa, hanno un termine, sia perché, alle quote più alte, subentrano altri fattori, quali la ventosità, l’incoerenza del suolo, ecc., che rendono estremamente difficoltosa la sopravvivenza.

Ricordiamo anche come le Alpi siano un vero e proprio scrigno di biodiversità: vi si trovano, ad esempio, ben 13.000 specie di piante, un migliaio delle quali “endemiche”, che cioè non vivono in nessuna altra parte del nostro pianeta. Circa la metà di queste specie sono oggi considerate “a rischio” e se ne ipotizza la scomparsa addirittura entro la fine del secolo. Se, infatti, si concretizzerà lo scenario che prevede un aumento medio di temperatura di circa 3°C entro il 2100, cosa tutt’altro che improbabile, dato l’andazzo attuale…., le piante dovrebbero spostarsi, per trovare condizioni accettabili per la loro sopravvivenza, di 600 km verso nord oppure di 600 m di quota. Tale migrazione, al di là delle considerazioni già viste in precedenza, risulta tuttavia molto improbabile, stante la lentezza con cui le popolazioni vegetali si spostano (o meglio si spostano le generazioni successive), con punte che possono arrivare a un chilometro lineare o pochi metri di quota all’anno nel caso delle popolazioni forestali ma molto, molto di meno per quanto riguarda le specie erbacee. Insomma, le piante alpine presentano uno straordinario adattamento alle difficili condizioni delle alte quote, ma sono scarsamente competitive e molte di loro potrebbero soccombere allorquando specie meno rustiche dovessero salire dalle quote più basse, a loro svolta spinte dalle mutate condizioni climatiche che ovviamente riguardano anche le altitudini inferiori.

Da numerosi studi effettuati in vari istituti di ricerca risulta che non tutte le specie rispondono allo stesso modo ai cambiamenti che si verificano nel loro habitat: nel caso delle specie vegetali, ad esempio, si è osservato che le specie già di per sé rare sono quelle maggiormente esposte al rischio di scomparsa, mentre quelle alloctone rispondono in maniera più rapida ed efficace. Al primo caso si possono, ad esempio, ricondurre numerose specie di orchidee (quali Orchis purpurea e O. morio), le quali necessitano di spazi aperti, come i pascoli semi-naturali, i quali si stanno riducendo per il progressivo abbandono delle attività di pastorizia e che non riescono a formarsi a quote più elevate, dove invece le orchidee tendono a migrare alla ricerca di condizioni climatiche più favorevoli. Un esempio del secondo gruppo è la Buddleja davidii, noto come l’arbusto delle farfalle. Originaria dell’est asiatico, la specie si è diffusa anche nelle nostre zone, invadendo in misura sempre più massiccia aree antropizzate e soprattutto quelle umide lungo i corsi dei fiumi.

Nel complesso, vari studi scientifici hanno ipotizzato che circa un quinto delle specie vegetali alpine potrebbero estinguersi, quanto meno localmente, nel possibile (o forse addirittura probabile) caso di totale scomparsa dei ghiacciai dalle Alpi. Tra queste, specie che potremmo definire “iconiche”, quali il genepì (Artemisia genipi), la Saxifraga bryioides, la sassifraga a foglie opposte (Saxifraga oppositifolia), il billeri pennato (Cardamine resedifolia), il ranuncolo dei ghiacciai (Ranunculus glacialis).

Ovviamente, per gli animali le cose non vanno molto meglio, anche se essi sono decisamente più propensi a muoversi velocemente. Facciamo il caso di uno degli animali simbolo delle Alpi: lo stambecco .Negli ultimi decenni la popolazione di questo superbo animale si è all’incirca dimezzata, soprattutto a causa di una maggior mortalità infantile. Cosa che tra l’altro sembrerebbe un paradosso, viste le condizioni climatiche (temperature miti, scarsa presenza di neve) che caratterizzano con sempre maggior frequenza la stagione invernale e dovrebbero quindi mitigare il più importante fattore naturale limitante le popolazioni. Ma il clima pare c’entri comunque: L’aumento delle temperature, infatti, stimola le piante a vegetare più precocemente che in passato. In questo modo, quando nascono i giovani stambecchi (nei mesi di giugno e luglio) le madri si nutrono di piante che si trovano in uno stadio più “maturo” rispetto al passato, con maggior presenza di fibre ma riduzione nel contenuto proteico. Il latte, quindi, presenta una sostanziale diminuzione del potere nutritivo, per cui la crescita dei capretti risulta rallentata e l’inverno li coglie non sufficientemente irrobustiti.

Cronache della sesta estinzione di massa

Riccardo Graziano

Sull’isola di Mauritius vendono una maglietta con il disegno di una specie di tacchino dall’aria poco sveglia e la scritta “Dodo ile Maurice 1505 – 1681”. Al di là dell’espressione caricaturale dell’animale raffigurato, è uno dei (tanti) esempi dell’incapacità dell’uomo di vivere in sintonia con il pianeta che lo ospita. Nella fattispecie, il 1505 è l’anno della “scoperta” dell’arcipelago delle Mauritius da parte dei colonizzatori occidentali, che fra le altre “risorse locali” vi trovarono appunto il dodo, un gallinaceo che non aveva predatori naturali, per cui era privo della istintiva diffidenza che caratterizza gli animali oggetto di predazione. Questo fattore consentì ai coloni di avvicinarlo senza problemi e, una volta scoperto che le sue carni erano commestibili, di abbuffarsi senza preoccuparsi troppo del calo verticale degli individui. L’eccessivo prelievo venatorio, unito alle altre alterazioni ambientali provocate dai colonizzatori (disboscamento, introduzione di nuove specie animali ecc.) causò l’estinzione del povero dodo, presumibilmente appunto intorno al 1681, meno di due secoli dopo la sua individuazione.

La storia del dodo è il perfetto paradigma della voracità insostenibile con cui divoriamo – in questo caso letteralmente – le risorse messe a disposizione dall’ambiente, a un ritmo ben superiore alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi, causando l’estinzione di intere specie in tempi ridottissimi rispetto ai normali cicli naturali. Se i coloni avessero prelevato una quantità di prede inferiore alla capacità riproduttiva di quel lontano parente del pollo, la specie sarebbe giunta fino a noi in carne e ossa, invece che in effigie caricaturale sulle magliette.

Questa è la dimostrazione evidente che la stragrande maggioranza dei cosiddetti “sapiens” sono semplicemente incapaci di vivere in equilibrio con il proprio ambiente, a eccezione di sparuti gruppi indigeni che nell’arco di pochi decenni hanno fatto o rischiano di fare la fine del dodo, sterminati in breve tempo dopo l’incontro con la “civiltà” occidentale. Questa innata vocazione allo sterminio è stata bene evidenziata in un film cult della fantascienza distopica, Matrix, dove uno dei personaggi evidenzia come, a differenza di tutte le altre specie viventi, l’uomo non sappia coesistere in equilibrio con l’ecosistema che lo ospita, perché ogni volta colonizza un ambiente, si  riproduce sfruttandone a dismisura le risorse fino a distruggerlo, per poi passare all’ambiente successivo. Uno schema di comportamento che condividiamo con un solo altro gruppo di organismi: i virus.

Curioso, no? L’essere che si considera la massima espressione dell’evoluzione si comporta come il più basico, un microrganismo che sa solo riprodursi e che anche per questo ha bisogno di un ospite che gli consenta di farlo. Con un’astrazione, potremmo dire che siamo in presenza dell’alfa e dell’omega, la prima e più semplice forma di vita apparsa sulla Terra e l’ultima e più complessa, che si comportano allo stesso modo, quasi a dare il segnale della fine di un ciclo evolutivo, in prossimità di una nuova estinzione di massa.

In termini più concreti, siamo il virus che affligge l’intero pianeta, devastando tutti gli ecosistemi in un delirio di crescita demografica, economica e di prelievo di risorse semplicemente insostenibile. Siamo la causa del declino della biosfera che ci consente di vivere e, conseguentemente, della Sesta estinzione di massa, una falcidie di specie viventi che inevitabilmente finirà per coinvolgere anche noi, andando quasi ad azzerare la vita presente sulla Terra. Il fenomeno è già in corso e sta rapidamente accelerando, in parallelo col surriscaldamento dell’atmosfera e i conseguenti mutamenti climatici, lasciando intuire che il tutto avverrà in tempi relativamente brevi, qualche secolo se siamo fortunati, altrimenti pochi decenni. Tutto questo perché le condizioni climatiche e ambientali, che pure sono già mutate molte volte in passato, in questo momento lo stanno facendo troppo rapidamente per consentire alla stragrande maggioranza dei viventi di adeguarsi. Noi compresi.

Per rimanere sugli esempi delle isole, microcosmi che consentono di visualizzare meglio fenomeni molto complessi, qualcosa di simile è già successo agli abitanti dell’Isola di Pasqua, la più remota in assoluto, in pratica un mondo a sé stante. A furia di disboscare, si arrivò a un punto in cui l’isola era priva di alberi, dunque anche di semi per farli rinascere. Un depauperamento ambientale insanabile, con evidenti conseguenze anche sul microclima. Parallelamente, gli studi hanno evidenziato una ciclica carenza di risorse alimentari, che portava a comportamenti predatori e scontri armati per procurarsi il cibo, fino a punte estreme di cannibalismo. Homo homini lupus, direbbero gli antichi. In presenza di risorse scarse, gli abitanti dell’isola erano spesso in feroce competizione e sull’orlo di un declino demografico fatale.

Oggi, è la Terra intera, piccola isola sferica persa nel cosmo, a sperimentare la carenza di risorse. E l’intera umanità rischia di ritrovarsi nelle condizioni degli sfortunati abitanti dell’Isola di Pasqua, o di fare la fine dei dodo. Ci mettono sull’avviso, tra gli altri, gli esperti che calcolano l’Overshot Day, dicendoci che consumiamo in soli sette/otto mesi le risorse che la biosfera ci mette a disposizione annualmente, grazie al fatto che diamo fondo ai “risparmi” rappresentati dai combustibili fossili e contemporaneamente, con le relative emissioni di anidride carbonica a effetto serra, andiamo a contrarre un debito con l’ambiente che sta diventando insanabile. L’aumento delle temperature conseguente a queste emissioni causa lo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai alpini, lasciando scoperte porzioni di terra e mare che assorbono maggiormente i raggi solari e dunque si scaldano ancora di più. È un fenomeno che si autoalimenta, esattamente come succede con lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno perennemente ghiacciato che si trova nel sottosuolo delle regioni artiche, che sciogliendosi libera il metano imprigionato in esso, un gas che a sua volta contribuisce ad aumentare il surriscaldamento globale.

L’elenco delle cattive notizie potrebbe continuare, ma ne diamo una buona: la causa di tutto questo disastro è l’uomo, il quale tuttavia sa perfettamente cosa deve fare per rimediare. La pessima notizie è che non lo stiamo facendo, o comunque non abbastanza in fretta. Anzi, ancora in troppi, per interesse o ignoranza, si adoperano per peggiorare la situazione. Molti di questi sono anche al governo dei rispettivi Stati e il rischio è che alle prossime elezioni europee prendano anche il controllo dell’UE, vanificando quel poco che finora si era cercato di fare con i soldi del New Green Deal.

I dati scientifici, le tendenze e le previsioni non lasciano dunque spazio all’ottimismo, a meno che a breve non cambino radicalmente cultura, politica, economia, strategie energetiche e processi industriali. Tutte cose di cui al momento non si vede traccia. In compenso, facciamo progressi velocissimi nel campo dell’intelligenza artificiale. Chissà, forse stiamo preparando la nostra successione, la forma di vita destinata a sostituirci dopo l’estinzione, proprio come nei film di fantascienza distopica. E magari, fra qualche decennio, un robot umanoide si recherà in vacanza a Mauritus e troverà una maglietta con l’immagine di un ominide dall’aria poco sveglia e la scritta “Homo Sapiens pianeta Terra Neolitico – XXI secolo”

Le dune, un ambiente in via di estinzione

Bruno Massa
già Professore di Entomologia, Università di Palermo

Uno degli ecosistemi più fragili del Mediterraneo è quello delle coste sabbiose, dune ed ambienti retrodunali, che, particolarmente in Italia, può essere considerato in via d’estinzione, con le specie che lo abitano. Chi ha visitato negli anni ’70-80 del secolo scorso le coste sudorientali della Sicilia, tra la provincia di Caltanissetta e quella di Ragusa, e dovesse ritornarci oggi, non potrebbe assolutamente riconoscere i luoghi un tempo caratterizzati da splendide dune, profonde centinaia di metri, coperte da una fitta e caratteristica vegetazione, un vero e proprio ‘patrimonio naturale inestimabile’. Il 10 agosto 1973 il giornalista Bazzoni aveva scritto un bell’articolo nel Corriere della Sera, parlando proprio degli ambienti dunali della Sicilia: «Una costa, quella tirrenica è irrimediabilmente perduta, quella jonica si sta perdendo, quella meridionale non si deve perdere. È doloroso dirlo, ma in un Paese che non sa governare il proprio territorio, la sopravvivenza di aree naturali dipende poco da una scelta consapevole, molto dalla mancata scoperta da parte degli speculatori e molto dalla miseria degli abitanti». Queste parole potevano applicarsi bene a qualsiasi regione meridionale d’Italia; sono passati cinquant’anni e l’emergenza ambientale è certamente oggi più esasperata di allora perché le aree naturali esteticamente appetibili sono state scoperte e la miseria quasi non è più di casa in Italia. E la situazione delle tre coste siciliane è cambiata, nel senso che la più devastata dall’abusivismo e dalla serricoltura è proprio quella meridionale.

Oggi quei luoghi sono ricoperti prevalentemente da chilometri quadrati di plastica, sotto cui sono coltivati ortaggi per gran parte dell’anno, sono soggetti ad altissimo inquinamento di natura chimica per l’uso più o meno necessario di fitofarmaci e hanno perso qualsiasi richiamo estetico, anche per il materialista più convinto. Le aree meno vocate alla serricoltura sono ricoperte da case, costruite senza un disegno logico, prodotto di un incontrollato sfruttamento delle risorse naturali ed un’inattesa disponibilità economica derivante dalla produzione serricola. Quei luoghi possono essere considerati un emblema della degradazione ambientale; è vero che i conti correnti locali si sono rimpinguati, ma questo vale anche per chi sfrutta la foresta amazzonica. Nel 2002 è stato stampato uno dei Quaderni Habitat editi dal Ministero dell’Ambiente dal titolo ‘Dune e spiagge sabbiose’. Nell’introduzione Paolo Audisio scriveva: «Le spiagge e le dune costiere e subcostiere e gli ambienti umidi limoso-sabbiosi retrodunali e litoranei ad esse spesso associati rappresentano, su scala mondiale, ecosistemi tra i più vulnerabili e più seriamente minacciati». Il libretto riportava già numerose allarmanti informazioni sulla richiesta di uso improprio delle dune e delle spiagge da parte dell’uomo, soprattutto per il dilagante turismo di massa che ha interessato l’Italia già dalla fine del secolo scorso.
 
Eppure almeno tre tipi di dune presenti in Italia sono considerati habitat prioritari dalla Direttiva Habitat 92/43; poiché rischiano di scomparire, l’Unione Europea ha una responsabilità particolare. Molti di questi sono rientrati nei Siti di Interesse Comunitario, oggi definitivamente dichiarati Zone Speciali di Conservazione. Mettere sigle agli ambienti non servirebbe a nulla se dietro non ci fosse l’impegno degli Stati membri di tutelare quegli habitat; eppure molte dune vengono placidamente spianate dalle ruspe ogni anno, dietro incarico da parte di alcuni Comuni, che hanno interesse a far crescere il turismo a casa loro. La tutela ambientale è all’ultimo posto nella testa degli amministratori locali, loro badano solo alle entrate per il Comune.  
E non basta; negli ultimi anni sono stati realizzati nelle spiagge persino concerti. Nel 2019 e nel 2022 il cantante Jovanotti ha organizzato il Jova Beach Party, un tour di concerti in diverse spiagge italiane. La giornalista Sabrina Giannini ha scritto un competente attacco contro questa iniziativa, spiegando che è ipocrita far passare per green questa iniziativa distruttiva di ambienti naturali. Inoltre ha fornito informazioni supplementari sugli sponsor organizzatori e sul ‘falso green’ che li caratterizza. Nel 2019 durante il Jova Beach Party di Rimini è scomparsa una delle poche coppie di fratino Charadrius alexandrinus, un uccello limicolo considerato a rischio; su questo Jovanotti ha ironizzato alla radio, mostrando scarsa sensibilità. Lo stesso Jovanotti su Facebook ha definito ‘econazisti’ tutti quegli ambientalisti contrari ai suoi concerti in spiaggia. Sulla problematica è intervenuto autorevolmente anche Mario Tozzi, noto geologo e divulgatore scientifico, in una lettera aperta indirizzata proprio a Jovanotti e pubblicata su La Stampa, in cui correttamente ha sostenuto che ‘i concerti con cinquantamila persone non sono sostenibili da alcun sistema naturale’.

A distanza di 50 anni, l’editoriale di Fabio Modesti del 13 settembre 2023 del Corriere del Mezzogiorno, pubblicato a Bari, riporta ancora tristi notizie: la legge regionale pugliese n. 32/2022 dà in concessione le dune ai privati gestori di stabilimenti balneari, con la giustificazione che i Comuni con le proprie risorse non riescono a tutelarle. Tuttavia la stessa legge destina ai Comuni 100 mila euro nel 2023 per la medesima finalità. Spesso capita che nelle amministrazioni pubbliche la mano destra non sa cosa sta facendo la mano sinistra!
Esistono numerose liste rosse di specie in via di estinzione; nella maggior parte dei casi la minaccia dipende dalla degradazione dell’habitat. Forse sarebbe meglio realizzare una graduatoria degli habitat in via di estinzione, perché distruggendo questi si distruggono anche le specie vegetali e animali che vi vivono.

E ancora Valentino Valentini nella rivista Ambiente & Salute ed Enrico Galiano nel sito web Il Libraio.it hanno fatto presente che in questo caso vi sono effetti a cascata diretti e indiretti: quelli diretti si possono sintetizzare nel calpestio della spiaggia e di tutte le sue componenti animali e vegetali da parte di migliaia di piedi, quelli indiretti sono rappresentati dal messaggio di indifferenza verso la natura, di diseducazione verso i giovani, di errate priorità che si condensa in una perdita di speranza di cambiare realmente qualcosa nella mentalità dei giovani. L’educazione ambientale certamente i giovani non la ricevono nelle scuole e nella maggior parte delle università, i messaggi di indifferenza e di mancato rispetto verso la natura sono continui, cosa possono recepire i più giovani, come possono capire cosa è corretto e cosa non lo è? In risposta Jovanotti ha promesso che riprenderà i tour nelle spiagge nel 2024; c’è già una fila di Comuni disposta a ospitarlo.
Purtroppo, come si diceva sopra, i Comuni sono impegnati a fare cassa e non fanno granché a favore dell’ambiente, per cui in genere intervengono alcuni movimenti ambientalisti, definiti da chi non ha argomentazioni scientifiche ‘esponenti del radicalismo ambientalista’ o peggio ‘radical-chic’, espressione usata nel 2022 persino da un ministro della Repubblica Italiana. I movimenti ambientalisti sono additati dai politici come quelli che sono contrari a tutto, che dicono sempre di no; è ovvio che se la domanda posta è irricevibile la risposta sarà sempre no, lo capirebbe anche un bambino.

Lo sconvolgente caso della colomba migratrice

Vincenzo Rizzi

Spesso capita di registrare domande del tipo "Ma per quale ragione dobbiamo preoccuparci dell'estinzione di una specie?" Ci sono molti modi di rispondere, ad esempio potremmo immaginare le specie come una biblioteca, dove attraverso la lettura degli oltre 50 milioni di libri riusciremmo a comprendere i tanti misteri legati alla vita. Forse qualcuno ostinato però potrebbe controbattere che sarebbe come voler conservare tutte le edizioni difettose di un dato autore, ad esempio Pirandello.... A questo ostinato si potrebbe rispondere che in un cromosoma di una blatta ci sono più informazioni di tutte le edizioni dell'enciclopedia Treccani messe insieme. Tenuto conto che sulla terra probabilmente sono vissute 5 a 50 miliardi di specie e che attualmente ne sopravvivono da 5 a 50 milioni (cioè meno del 1%), che l'uomo, la specie più recente, ha attivato la sesta estinzione di massa e visti gli attuali tassi d'estinzione, è probabile che gran parte delle restanti specie si estinguerà nel giro di 1-2 secoli. Purtroppo è evidente che c'è una incapacità di comprendere la gravità di quanto stia succedendo, se ancora oggi c'è gente che può pensare che sia un sacrilegio chiedersi se le 626 opere di Mozart non siano troppe, ma può invece domandarsi “se abbiamo veramente bisogno di 100 milioni specie".

Pochi ricordano che nello zoo di Cincinnati, alle 17 del pomeriggio del 1 settembre 1914, all'età di 29 anni moriva Martha.

La domanda spontanea è "Chi era Martha?" La risposta è semplice: Martha è la dimostrazione concreta che la guerra infinita alla biodiversità può (purtroppo) essere vinta dall'uomo.

Ma oltre i simbolismi, chi era materialmente Martha? Marta fu l'ultimo esemplare di colomba migratrice (Ectopisters migratorius), la specie di uccello più numerosa sulla Terra. Si stimava che da sola essa superasse il 40% del numero di esemplari totali di uccelli del nuovo continente. Alexander Wilson, che era un valente naturalista, ci ha lasciato un'importante testimonianza che ci racconta l'imponenza e la forza di cosa doveva essere poter vivere lo spettacolo della migrazione del più grande piccione dall'inconfondibile colore grigio sulla testa e sul dorso, con il petto macchiato di rosa che tendeva al bianco sul ventre, il becco nero, le zampe rosse e gli occhi arancioni.

Il suo areale principale corrispondeva a tutta la parte centrale e orientale degli Stati Uniti, fino al golfo del Messico mentre a nord comprendeva anche il Canada.

Tornando agli studi di Wilson, egli nel 1800 osservò uno stormo che si spostava tra il Kentucky e l'Indiana che valutò di una lunghezza di 390 km, con una larghezza di oltre un km e mezzo. Egli stimò, per difetto, che tale stormo contenesse non meno di 2.230.272.000 di uccelli. Pertanto è lecito pensare che questi uccelli potessero consumare una quantità pari a circa 633.690 m3 di semi e nocciole al giorno.

Anche il noto ornitologo e illustratore naturalistico James Audubon nel 1813, durante un viaggio che lo stava riportando a casa a Louisville sul fiume Ohio nel Kentucky, dopo che aveva percorso circa 88 km, si trovò quasi in trance ad ammirare la vista di un incredibile spettacolo come la migrazione della colomba migratrice. Da bravo artista estrasse il suo fedele taccuino e cercò di immortalare quel momento di stordimento, circondato da milioni di uccelli in volo, mentre il cielo improvvisamente si oscurò malgrado fosse mezzogiorno, per cui sembrava di assistere ad una eclissi totale: in realtà era uno stormo di colombi.

Probabilmente Audubon poté osservare l'avvicinarsi dei rapaci allo stormo, che reagiva compattando i ranghi come a formare un’enorme unica massa. In un immenso fluire vitale, un ordinato brulicare di esseri che si butta ora in cielo ora verso il suolo, formando linee per poi rapidamente trasformarsi in una successione di onde, che si lanciavano in vorticose forme impalpabili sfiorando in un baleno ora il suolo, per poi tornare a risalire in alto quasi perpendicolarmente, come a formare una immensa macchia di uccelli che oscurava l'orizzonte. Questi instancabili acrobati con sorprendente velocità riprendevano a volare in spirali riconquistando il cielo e sfuggendo in mille forme serpentiformi. Audubon sicuramente fu profondamente colpito da tutto questo, notò come simili assembramenti si susseguivano senza interruzione di continuità, praticamente era una nazione che stava migrando. Il sole non aveva ancora lasciato il passo al crepuscolo, quando il naturalista pittore entrò nella sua città. Il cielo era ancora ammantato dallo stormo in migrazione. Per tre giorni i colombi continuarono a migrare ininterrottamente oscurando il cielo, ma al contempo le loro evoluzioni riempivano il cielo colorandolo ora di viola e porpora, ora facendo scorgere bagliori dorati o di fulgido verde a seconda di come gli animali viravano in volo e intercettavano i raggi del sole regalando agli osservatori migliaia di sagome blu, rosse, grigie.

Il naturalista calcolò la dimensione di un solo di questi stromi che stimò largo un 1,6 km, la cui velocità era di circa 1,6 km al minuto e che pertanto in tre ore avrebbe contato circa 1.015.036.000 esemplari, anche se Il suo collega e rivale Wilson suggerì invece che la popolazione ammontasse a più di due miliardi. Inoltre stimò che uno stormo avrebbe consumato circa 316.844 m3 di cibo. Egli si recò nei luoghi dove questi animali si fermavano per nidificare e rilevò la presenza di moltissimi rami di grosso diametro superiore ai 60 cm spezzati per il peso degli animali. Laddove si posavano, soprattutto nei boschi aperti, con alberi enormi e rado sottobosco, la vegetazione risentiva della presenza di milioni di uccelli concentratisi per dormire, ma tutto questo era nelle cose e rappresentava un elemento fondante di quegli ecosistemi.

Nei giorni successivi Audubon si recò nei luoghi del massacro che si ripeteva ormai ininterrottamente da giorni. Infatti da alcune settimane le colombe usavano quell'area boscosa per la sosta e con regolarità ogni sera i cacciatori procedevano al massacro. Alle prime avvisaglie dell’imbrunire, ancora non si presentavano i colombi all’orizzonte, ma già l'area si riempiva di una moltitudine di persone con cavalli e carri, fucili e munizioni. Preparavano i loro appostamenti ai margini del bosco. Addirittura certi allevatori percorrevano oltre 150 chilometri con i loro trecento maiali, per farli ingrassare con le carcasse degli uccelli. Ai margini del bosco Audubon osservava le persone ancora in procinto di spennare e salare le colombe uccise la sera prima in pentoloni pieni di zolfo. Ma con l'approssimarsi dell'arrivo dei piccioni, le torme di cacciatori si armavano, alcuni di bastoni e torce, ma la maggioranza imbracciava i fucili. Aspettavano con crescente agitazione l'arrivo degli uccelli e, mentre il sole scompariva, finalmente il grido che rivelava l'arrivo dello stormo annunciato dal rumore di milioni e milioni di ali che sbattono producendo un rumore simile all'ululato di una tempesta... Poi il vento e gli spari, una apocalisse di piombo, un'immensa carneficina, migliaia di uccelli cadevano uccisi con i bastoni. Scrive Audubon: "Quando si accesero le torce lo spettacolo che si appalesò ai miei occhi era tanto incredibile quanto orrido. Gli uccelli colpiti si ammassavano a terra, intorno ai tronchi, formando grandi mucchi. Qua e là i rami cadevano per il peso degli uccelli posati, trascinandosi dietro alcune vittime. Tutto intorno a me c’era tumulto, furore e pazzia. Neanche cercai di fermare quelli più vicini a me. Non si notava neanche più il rumore dei fucili. Mi rendevo conto che qualcuno aveva sparato solo quando vedevo il cacciatore ricaricare il suo fucile. Nessuno si azzardava a entrare nel bosco: tutti uccidevano dai margini. Anche i maiali erano ancora nei recinti: il loro intervento era previsto solo per l’indomani. Senza fermarsi altre colombe proseguirono il volo. Solo poco dopo mezzanotte mi decisi a comprovare fino a dove si poteva percepire il rumore assordante del massacro. Inviai un mio assistente per il bosco, il quale tornò dopo due ore, dicendomi che a quattro chilometri di distanza si poteva ancora percepire chiaramente il frastuono. Il silenzio si rimpadronì dei boschi solo verso l’alba. Poco prima che il sole spuntasse, le colombe sopravvissute si levarono in volo, proseguendo la migrazione, mentre l’ululato dei coyote, dei lupi ci ricordava che non eravamo gli unici predatori nel bosco. Volpi, linci, puma, orsi, orsetti lavatori e puzzole si muovevano nel sottobosco in cerca delle colombe, mentre astori, aquile e altri rapaci si avvicendavano sugli alberi, intenti a dividersi le prede con gli avvoltoi. A quel punto anche gli uomini osarono avventurarsi nel bosco, fra le colombe morte, quelle ferite, quelle moribonde, quelle mutilate. Gli uccelli vennero raccolti, messi in mucchietti ordinati, finché ciascuno si impadronì di tanti quanti ne potesse ragionevolmente accatastare. Poi si lasciarono liberi i maiali, perché si nutrissero di quelle che rimanevano al suolo."

Nell'aprile del 1871 i terreni aridi e sabbiosi del Wisconsin centro-meridionale, caratterizzati dalla presenza di radi boschi di querce, furono teatro della massima concentrazione di questo popolo migratore in un sito di nidificazione. Il numero di uccelli stimati fu di ben 136 milioni, che ricoprì una superficie di 2.000 km2. Grazie alla recente invenzione del telegrafo tutti i cacciatori della nazione furono informati, per cui chiunque avesse avuto un'arma, fosse anche stato un bastone, raggiunse il Wisconsin per dare seguito alla mattanza. Il risultato fu che migliaia di cacciatori uccisero milioni di piccioni, che furono venduti e spediti grazie alla ferrovia al prezzo di 15-25 cent la dozzina (Matthiessen 1959).

Può sembrare inverosimile che una specie così numerosa potesse venire cancellata per sempre dalla faccia della Terra, ma purtroppo gli esemplari adulti erano facili da uccidere e i piccoli erano una leccornia. I ventrigli, le viscere, il sangue e persino gli escrementi di questi uccelli venivano venduti come rimedi medicinali contro i calcoli biliari, mal di stomaco, dissenteria, coliche renali, infezioni agli occhi, febbre e, dulcis in fundo, potevano curare l'epilessia. Il piumino veniva utilizzato per coperte e cuscini. Venivano catturati anche per il mercato dei richiami vivi. I cosiddetti sportivi dediti al tiro al "piccione" compravano non meno di un milione di uccelli l'anno, visto che per una gara di una settimana venivano sacrificati fino a 50.000 uccelli. Ovviamente, la sopravvivenza di questi animali nelle mani degli "sportivi" era nulla in quanto oltre a quelli colpiti direttamente, il semplice esercizio del lancio con l'apposito strumento provocava lesioni tali da comportare la morte degli animali.

Nelle competizioni sportive per poter aspirare ad eventuali premi bisognava superare la soglia dei 30.000 uccelli abbattuti. Verso il 1855 un commerciate di New York smerciava giornalmente 18.000 colombe. Nel 1869 ne furono catturate in una sola località sette milioni e mezzo.

Ovviamente, visto il mercato, la caccia al colombo divenne un'attività professionale per molte migliaia di persone. E grazie al telegrafo e alla ferrovia nessuno stormo era al sicuro, nessun sito di nidificazione fu al sicuro.

Per completare lo sterminio furono perfezionate apposite armi come cannoni e percussori per le mitragliatrici.

La guerra fu totale, spietata, gli stormi venivano localizzati e annientati con qualsiasi mezzo, persino con l'artiglieria pesante. Centinaia di carri merci venivano inviati con le carovane di cacciatori per essere riempiti con i cadaveri. Furono realizzate trappole con reti in grado di catturare oltre 2.000 esemplari alla volta. Nel 1878 nel Michigan, e precisamente a Petoskey, i cacciatori individuarono un sito di nidificazione lungo ben 64 km e largo da 5 a 16 km. Gli "sportivi" si avventarono con feroce efficienza in un'unica partita di caccia: furono sterminati un miliardo di esemplari. Nel 1896 rimanevano solo 250.000 mila colombi migratori. Questi ultimi giunsero per l'ultima volta in un unico stormo per nidificare in Ohio, nella foresta del Green River nei pressi di Mammoth Cave. I cacciatori, avvisati mediante telegrafo, arrivarono da tutti gli Stati. Il risultato fu circa 200.000 carcasse di animali raccolti, 40.000 esemplari feriti e mutilati; 100.000 non ancora svezzati, che non valeva la pena catturare, furono abbandonati. Forse meno di 5.000 esemplari sfuggirono alla strage. Ironia della sorte, gli animali uccisi dovevano venire trasportati con la ferrovia, ma in seguito ad un deragliamento tutto il carico di 200.000 carcasse fu abbandonato e lasciato putrefare sul terreno, in un profondo vallone a pochi km dal deposito ferroviario.

Nel 1857 vi fu chi saggiamente suggerì di mettere sotto tutela la specie, ma l’istanza fu rigettata perché: “la specie é estremamente prolifica e possiede boschi sconfinati come siti di riproduzione, non c’é nessuna forma di persecuzione che può metterla in pericolo”. Quarant’anni dopo la specie era ormai condannata all’estinzione: si calcolò che più di 3 miliardi di individui erano stati uccisi nel corso di un secolo. Forse sul finire dell'800, ne erano rimaste ancora alcune migliaia. Le si osservava ancora in piccoli stormi dispersi fra il Michigan, il Wisconsin, l’Indiana e il Nebraska. Ancora venivano implacabilmente cacciati, certo non più in maniera industriale con l’uso dello zolfo, delle reti, delle trappole e delle mazze: questi mezzi di distruzione di massa erano ormai inutili, le si abbatteva ormai solo con i fucili. Questa specie un tempo era stata padrona dei cieli americani, uno spettacolo così grande come una delle piaghe d’Egitto, ora grazie alla caccia era stata annientata. La sua scomparsa avrebbe cambiato il volto della natura americana. La profezia sulla scomparsa della natura dei nativi si avverava. Gli enormi stormi era stati ridotti in infinitesimali frattali. Questi uccelli, che si erano evoluti per vivere fra migliaia di loro consimili, non riuscirono ad adattarsi a questa nuovo status. Non più in grado di rispondere alle pressioni ambientali, a partire dai loro predatori attraverso il meccanismo dello stormo, colpite da incendi boschivi ed epidemie, le ultime centinaia di colombe rinunciarono semplicemente a riprodursi e si abbandonarono nel mistero dell'estinzione.

Nel 1900, l'anno in cui il Lacey Act divenne legge, fu osservato un solo piccione migratore selvatico, in Ohio.

L'epopea del popolo migratore libero si conclude il 24 marzo 1900, sempre nell'Ohio, contea di Pike, quando un ragazzo di 14 anni uccise una femmina: essa era l'ultimo esemplare libero di colomba migratrice.

Martha aveva preso quel nome in onore della vedova di Gorge Washington, era una star, ma deludeva i sui visitatori, era così anziana da avere difficoltà a muoversi. Come racconta Joel Greensberg nel suo recente libro A feathered river across the sky, c'era “chi tirava della sabbia nella gabbia per costringerlo a camminare”. Ma dal 1 settembre del 1914, all'età di 29 anni, nello zoo di Cincinnati, Martha, che era nata in cattività e che non aveva mai vissuto in uno stormo, simbolo di una guerra vinta vita dall'uomo, smise di subire queste umiliazioni.

Che dire in conclusione di questo racconto? Mi è capitato di ricevere una telefonata dal prof. Giuseppe Nicoletti, che mi ha fatto una domanda secca: "Sai chi è Rachel Carson?", vuoto totale, il nome lo conoscevo ed ero cosciente che era legato ad un volume... ma niente, non riuscivo a ricordare (maledetti neuroni). Ovviamente il prof. secco mi ha detto "Sei bocciato!!! ... vergogna". Aveva ragione... Mi sono vergognato... Il contributo di Rachel Carson alla cultura ambientalista è stato fondamentale. Il suo libro, Primavera silenziosa (Silent Spring), era stato pubblicato nel 1962 ed è stato ripubblicato in tutto il mondo, contribuendo alla causa dell'ambientalismo.

Eppure quando la Carson scrisse “perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d'America? E' quanto cercherò di spiegare in questo libro...” era già stata colpita dall'amnesia storica, l'oblio aveva cancellato la memoria degli americani sugli infiniti stormi che oscuravano il cielo, miliardi di ali in movimento che dovevano riempire l'aria di un suono così potente da assomigliare ad un immenso boato... È difficile pensare ora ad un cambiamento più grande di questo che possa aver contribuito a trasformare l'America del nord in un paese infinitamente più silenzioso... dalla scomparsa del piccione migratore le primavere del secolo breve diventarono irrimediabilmente più silenziose per tutti noi.

Estinzioni: quando muoiono le specie(?)

Ferdinando Boero
Fondazione Dohrn, c/o Museo Darwin Dohrn, Napoli

Quante sono le specie sul pianeta terra?
Non abbiamo risposta a questa semplice domanda: non lo sappiamo. Ne abbiamo descritte circa due milioni ma continuiamo a trovarne di sconosciute e si stima che la risposta sia tra gli otto e i dieci milioni. Forse molte di più se consideriamo anche batteri, archea e virus.
Nell'arco della mia attività mi sono posto la domanda "quante specie di idrozoi ci sono sul pianeta?" e ho iniziato con il Mediterraneo. Quanti sono gli idrozoi (classe di Cnidari, cui appartengono, ad esempio, polipi e meduse, NdR) del Mediterraneo? L'elenco, redatto negli anni Cinquanta, ammontava a circa 200 specie; nel 2004 ho pubblicato, con alcuni colleghi, una monografia sugli idrozoi del Mediterraneo e la lista era raddoppiata. Con il proseguire degli studi sulla biodiversità il numero delle specie continua ad aumentare: invece di diminuire pare che la biodiversità aumenti.
Mi sono chiesto, allora, ma quante saranno le specie di idrozoi che magari non si trovano più? E già, se una specie entra in una lista faunistica, lì rimane, dando la sensazione che la biodiversità aumenti continuamente, man mano che si trovano specie sconosciute per l'area considerata ma conosciute altrove, o specie sconosciute per la scienza (le specie "nuove"... ovviamente per noi).

Paleontologia e estinzioni
La paleontologia studia le tracce fossili di vite passate e ricostruisce la storia della vita sul pianeta.  La storia di una specie inizia dal suo primo ritrovamento negli strati geologici e finisce con l'ultimo ritrovamento negli strati geologici successivi. Se una specie è presente, come fossile, in strati di 50 milioni di anni fa, e la sua presenza persiste fino a 20 milioni di anni fa, e poi non c'è traccia di lei nei reperti fossili successivi, si ritiene che essa si sia estinta 20 milioni di anni fa. Alcune linee evolutive arrivano fino a oggi, altre si interrompono. Come quella dei trilobiti, ad esempio. Le testimonianze fossili ci insegnano che in passato, quando non eravamo in giro a far danni, ci sono state cinque estinzioni di massa. Ora stiamo parlando della sesta, causata proprio da noi.
La paleontologia, quindi, ci insegna che l'estinzione è un fatto naturale: le specie muoiono come muoiono gli individui e, in questo contesto, potrebbero essere considerate alla stregua di meta-individui soggetti anch'essi all'invecchiamento e, infine, alla morte. L'estinzione altro non è che l'invecchiamento di una specie che, perso il vigore di un tempo, alla fine cede.
Si può morire di morte naturale, dopo una lunga vita, oppure si può morire per fattori accidentali, mentre si è ancora nel vigore degli anni (ad esempio per l'impatto di un asteroide), oppure si può morire assassinati, come pare stiamo facendo noi per le specie che uccidiamo in modo industriale con il prelievo, ad esempio con la pesca, o con la deliberata distruzione, come i disboscamenti per fare spazio all'agricoltura industriale. Un modo sottile di uccidere consiste nel "far morire" le specie, creando condizioni ad esse avverse senza prenderle necessariamente di mira. L'inquinamento non uccide: fa morire. E questo vale anche per noi.
La paleontologia, però, ci insegna che l'assenza dalle testimonianze fossili non necessariamente implica l'estinzione. I fossili viventi, infatti, sono specie (più spesso generi) presenti in reperti antichissimi e assenti nei reperti fossili più vicini a noi; questo viene interpretato come prova della loro estinzione. Fino a quando non si trovano esemplari vivi e vegeti che dimostrano come una linea evolutiva possa scomparire dalle testimonianze fossili pur continuando a vivere. Il caso più proverbiale è quello dei pesci con le pinne lobate, probabili progenitori dei tetrapodi, ritenuti estinti da milioni di anni e trovati vivi e vegeti alle Isole Comore.

Classificazione delle estinzioni
Di solito si pensa all'estinzione come alla morte di una specie, un evento noto come "estinzione finale". Ci sono però anche le estinzioni locali, che vedono la scomparsa di una specie da località dove prima era presente e la sua presenza, comunque, in altre località. Poi c'è l'estinzione commerciale, soprattutto nel campo della pesca. Le popolazioni di specie bersaglio possono essere talmente decimate dal prelievo, di solito industriale, che la loro pesca non è più economicamente vantaggiosa: si spende di più a prendere i pochi esemplari rimasti di quanto si guadagni a venderli.
L'estinzione, però, può anche essere il preludio all'evoluzione di nuove specie. Le specie presenti oggi sul pianeta condividono discendenza comune con le specie del passato. I loro antenati sono "morti" (sono estinti) ma continuano con loro. Si parla, in questo caso, di "estinzione per speciazione": una specie si estingue diventando un'altra specie, o più specie, nel caso che due o più popolazioni occupino areali disgiunti dove l'evoluzione fa il suo corso in modo indipendente, portando all'insorgere di nuove entità biologiche differenti da quella originaria.
Volendo tornare all'analogia con gli individui, l'estinzione per speciazione implica la scomparsa di una specie a seguito di una nuova venuta, una figlia: la nuova specie. Può anche succedere che la specie "madre" resti in vita e che le sue "figlie" evolvano mentre la "mamma" cambia poco nel corso del tempo: genitori e figli coesistono. Poi, se la separazione permane, anche la specie genitrice cambia e non può più essere considerata "antenata" delle specie che derivano dalla specie originaria: tutte derivano da un antenato comune.
L'estinzione per speciazione può essere brusca ma può anche avvenire gradualmente: la specie genitrice "diventa" la specie figlia senza che sia possibile trovare un momento in cui il cambiamento avviene. Se si guardano momenti evolutivamente lontani, però, è chiaro che si tratta di specie differenti, ma se si guardano momenti evolutivamente vicini non si trova il momento in cui l'antenato si estingue dando vita al discendente.

Estinzione e rarità: a lezione da Volterra
Per misurare lo stato di salute di una specie si può valutare la consistenza delle sue popolazioni. Una specie rappresentata da tanti individui distribuiti su una vasta area geografica può essere considerata in "buona salute". Se il monitoraggio di quelle popolazioni mostra una diminuzione del numero di individui e il restringimento delle loro distribuzioni, allora si può iniziare a parlare di situazioni problematiche. Prima ci sono le estinzioni locali, poi quelle commerciali (se la specie è di interesse commerciale) seguite dall'estinzione finale.
Se fosse sempre vero questo andamento nelle abbondanze, però, potremmo anche pensare che, valutando lo stato della biodiversità in una data area, tutte le specie rappresentate da pochi individui (le specie rare) siano in pericolo di estinzione. Se così fosse, la grande maggioranza delle specie dovrebbe essere sull'orlo dell'estinzione!
Se le valutazioni sono a lungo termine, però, si possono osservare casi come quelli descritti da Vito Volterra riguardo alle fluttuazioni di prede e predatori. Verbalmente, il modello di Volterra si può descrivere come segue: in un dato momento, la specie preda è molto abbondante e il predatore è raro. L'abbondanza delle prede favorisce il predatore e ne garantisce il successo riproduttivo, portando ad un incremento dell'entità delle sue popolazioni. La pressione del predatore sulle popolazioni della preda, dovuta all'aumento di "bocche da sfamare" nelle popolazioni di predatori, fa diminuire la numerosità della preda che, quindi, diventa rara. La rarità della preda riduce la disponibilità di risorse per il predatore che, quindi, va incontro a una riduzione delle sue popolazioni, tornando alla rarità. La rarità del predatore allenta la pressione sulla preda che, quindi, torna ad aumentare. E il gioco ricomincia.
Non è detto che sia sempre così, comunque. Un gatto portato su un'isola dove vivono uccelli che nidificano a terra e che non sono etologicamente adattati ad interazioni con predatori può sterminare la popolazione in pochissimo tempo: l'uccello in questione è uno scricciolo endemico di una piccola isola della Nuova Zelanda, sterminato da un gatto (e dai suoi figli) che faceva compagnia al guardiano di un faro. Una fine simile è toccata al famoso dodo di Mauritius. Si trattava, però, di specie terrestri, molto vulnerabili, e con habitat molto ristretto.
Questo non vale, però, per il tilacino, visto che Australia e Tasmania hanno dimensioni ragguardevoli.
Dato che le estinzioni documentate sono veramente poche, come possiamo avanzare l'ipotesi che una specie sia estinta?

Scavare nelle testimonianze tassonomiche e biogeografiche
Per studiare la biodiversità bisogna conoscere la letteratura tassonomica e questa può essere utilizzata come una sorta di informazione paleontologica.
Usando la letteratura sugli idrozoi come se fosse una testimonianza fossile, assieme ad alcuni colleghi, ho ricostruito la storia di ogni specie di idrozoo del Mediterraneo, attraverso la letteratura. L'inizio della storia tassonomica è segnato dalla descrizione della specie. Per gli animali la storia inizia nel 1758, quando Linneo pubblica la decima edizione del suo Systema Naturae. Da allora il numero di specie è sempre aumentato. Una specie viene trattata nella letteratura anche dopo la sua descrizione: i nuovi ritrovamenti ne ampliano l'areale di distribuzione, gli studi ecologici mostrano i suoi rapporti con l'ambiente abiotico e biotico, e poi ci sono studi fisiologici, etologici. Mettendo assieme tutti i lavori in cui una specie è trattata si ricostruisce la sua "storia tassonomica": la storia della sua conoscenza.  Una specie comune è citata spesso e ogni studio ecologico riguardante i suoi ambienti di elezione la riporta. Altre specie sono riportate meno frequentemente. Come già rimarcato, la maggior parte delle specie è rara e non è facile da trovare, altrimenti non ci sarebbero circa sei milioni di specie ancora da scoprire.
L'analisi della presenza di 398 specie mediterranee di idrozoi nella letteratura tassonomica ha rivelato che 53 specie (il 13% del totale) non si trovano da più di 40 anni. Tricyclusa singularis non viene ritrovata da più di un secolo e mezzo, cioè dalla sua descrizione originale nel Golfo di Trieste.  Tutte le citazioni della specie in letteratura non sono altro che citazioni della descrizione originale.
Non è facile documentare con certezza l'estinzione di una specie, a meno che si tratti di specie molto grandi e di facile identificazione, come i cetacei. Queste 53 specie di idrozoi che mancano all'appello potrebbero essere molto rare, gli ambienti in cui vivono potrebbero essere stati poco coperti dai campionamenti, o potrebbero essere rimasta inosservate a causa di scarsa competenza tassonomica da parte di chi ha analizzato i campioni di biodiversità. In questi casi, piuttosto che parlare di estinzione si può parlare di estinzione putativa: l'estinzione è un'ipotesi che deve essere vagliata. Per farlo bisogna cercare attivamente le specie che non si trovano più da decenni, andandole a cercare dove, in passato, sono state ritrovate. Se questi campionamenti mirati non portano a ritrovamenti, l'ipotesi dell'estinzione diventa molto solida.
La biodiversità del Mediterraneo ammonta a circa 17.000 specie. Se le estinzioni putative corrispondessero a quelle rilevate per gli idrozoi (13%) si potrebbe ipotizzare che circa 2.200 specie mediterranee potrebbero essere estinte.
Per gli inventari di biodiversità, invece, il numero delle specie è in continuo aumento, visto che non è mai successo che una specie fosse rimossa dalle liste, proprio come avviene per Tricyclusa singularis, mai più trovata ma sempre presente nelle liste di specie del Mediterraneo.
Non mi risulta che una specie marina mediterranea sia stata dichiarata estinta, a parte un piccolo mollusco maltese che poi è stato ritrovato vivo e vegeto.

Le liste rosse
Le liste rosse di solito comprendono specie abbastanza appariscenti che pare siano in pericolo di estinzione. Sui siti IUCN, comunque, le estinzioni documentate sono pochissime (circa 40), mentre sono relativamente tante le specie che potrebbero correre qualche rischio. Si tratta comunque di numeri veramente esigui se confrontati con l'entità delle specie attualmente descritte (circa due milioni) e con la stima del numero di specie che potrebbero essere presenti in natura (tra otto e dieci milioni). Papa Francesco, nel capitolo 34 di Laudato Si', parla di specie minacciate di estinzione e ci mette in guardia dall'esprimere troppa preoccupazione per il destino di specie molto "evidenti": Probabilmente ci turba venire a conoscenza dell’estinzione di un mammifero o di un volatile, per la loro maggiore visibilità. Ma per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi. Alcune specie poco numerose, che di solito passano inosservate, giocano un ruolo critico fondamentale per stabilizzare l’equilibrio di un luogo. Il collegamento tra le specie (la biodiversità) e il funzionamento degli ecosistemi ci mette in guardia da approcci emotivi che potrebbero indurci a eccessiva preoccupazione per cose poco importanti e a sottovalutazione di fenomeni di grande rilievo. Quale è il ruolo ecologico delle specie di cui tanto ci preoccupiamo? Francesco ci parla delle specie architrave (keystone) che, pur non essendo rappresentate da grandi quantità di individui, possono avere ruoli essenziali nel determinare la stabilità degli ecosistemi. Spesso si tratta di predatori che rimuovono gli individui di specie potenzialmente monopolizzatrici della biodiversità, permettendo che altre specie abbiano la possibilità di esprimersi ecologicamente.
Sarebbe interessante, a questo punto, "pesare" l'importanza delle specie minacciate in base ai loro ruoli ecologici ma si tratterebbe di un esercizio di scarsa attendibilità perché, per la stragrande maggioranza delle specie che hanno un nome, le conoscenze sono molto rudimentali: raramente conosciamo i cicli biologici delle specie, per non parlare della loro posizione all'interno delle reti trofiche, il che rende problematica la valutazione dell'impatto di possibili estinzioni.
Le liste rosse comprendono specie  un tempo comuni e ora diventate rare, oppure specie con areali molto limitati e costituite da popolazioni di piccole dimensioni, anch'esse, quindi, classificabili come "rare".

Le specie Lazzaro
Alzati e cammina, dice Gesù a Lazzaro, resuscitandolo. Le specie Lazzaro, dopo esser state considerate estinte a causa di assenza prolungata di ritrovamenti, sono "riapparse" in natura. La loro estinzione era soltanto presunta e non è detto che specie dichiarate estinte possano "tornare" spontaneamente alla ribalta, sovvertendo dichiarazioni di morte presunta.  

Ancora rarità: rischio o opportunità?
La rarità può essere soffusiva quando una specie è rara in molte località ma è comune in almeno un sito, oppure diffusiva, quando una specie è rara ovunque, all'interno del suo areale. La scarsa numerosità di individui implica che la specie sia geneticamente "povera" in termini di variabilità. Piccole popolazioni vanno incontro a colli di bottiglia che restringono la loro variabilità genetica e, in teoria, le mettono a rischio di estinzione. Il collo di bottiglia, però, potrebbe anche essere il risultato di selezione naturale che, eliminate espressioni negative di variabilità genetica, permette solo l'espressione di adattamenti vantaggiosi. A questo punto l'effetto fondatore (fondare una nuova popolazione a partire da pochi individui, con scarsa variabilità genetica) può innescare processi che possono portare persino all'insorgere di nuove specie.
Le specie rappresentate da molti individui sono spesso soggette a selezione stabilizzante e il flusso genico che collega praticamente tutti gli individui "appiattisce" la variabilità. Paradossalmente, quindi, l'evoluzione può diventare più "creativa" quando una specie è apparentemente in crisi, attraversa un collo di bottiglia e poi riparte, con l'insorgere dell'effetto fondatore. Il rischio di estinzione c'è, ma c'è anche l'opportunità di novità evolutive in termini di adattamento a nuove condizioni.
La già citata dinamica di predatore e preda nel modello di Volterra, si ripete nelle specie che vogliamo far estinguere con i pesticidi usati, in questo caso, come sostituti dei predatori.
Consideriamo un insetto nocivo, rappresentato da moltissimi individui, che viene combattuto con un pesticida. Le prime applicazioni di pesticida riducono le popolazioni ai minimi termini, tanto da eliminare la nocività della specie, ridotta ai minimi termini. Riprendiamo ora il concetto di collo di bottiglia: la specie, prima rappresentata da moltissimi individui, ora è diventata molto rara. I pochi individui rimasti sono stati selezionati dal pesticida e sono probabilmente ad esso resistenti. La resistenza era presente nella variabilità della specie, ma non era molto diffusa, tanto che la gran parte degli individui muore a seguito dell'applicazione. Restano solo gli individui resistenti che, a questo punto, iniziano a riprodursi. L'effetto fondatore fa sì che la resistenza sia trasmessa ai nuovi nati e se la specie ha grandi possibilità riproduttive si ricostituisce una popolazione in piena salute, cioè rappresentata da moltissimi individui tutti resistenti. L'applicazione dell'insetticida non dà i risultati sperati e bisogna ripetere le applicazioni per avere qualche effetto. Gli individui diminuiscono nuovamente, ma restano individui ancora più resistenti. Lo stesso succede con le popolazioni batteriche trattate con antibiotici.
La rarità diventa il momento più creativo nella storia evolutiva di una specie e, probabilmente, il passaggio da abbondanza a rarità e poi il ritorno ad abbondanza è il meccanismo evolutivo più diffuso.
In altre parole: prima di estinguersi, una specie è rappresentata da pochi individui. Ma non tutte le specie rappresentate da pochi individui sono destinate ad estinguersi.

Il lungo termine
Per capire lo stato della biodiversità occorre valutare il numero di specie presenti e le loro abbondanze relative, nei vari habitat in cui esse sono riscontrate. Se si compie un rilevamento in un dato momento, non è detto che la situazione resti invariata. Se il primo rilevamento viene preso come termine di riferimenti, ogni deviazione da quei risultati verrà ritenuta negativa a meno che il numero di rilevamenti non diventi sufficientemente ampio da garantire una vasta copertura spaziale e temporale, in grado di identificare fluttuazioni, declini, aumenti, scomparse, nuovi arrivi. L'interpretazione dei cambiamenti dipende dai rapporti tra le specie e dall'influenza del clima e delle pressioni antropiche dirette. Non è detto che ogni variazione sia negativa.
Le tartarughe marine e la Posidonia oceanica sono state a lungo considerate specie mediterranee ad alto rischio di estinzione. I siti di nidificazione delle tartarughe erano molto limitati e la posidonia si riproduceva solo asessualmente, ad indicare uno stato di disagio delle popolazioni. Con il riscaldamento globale questi rettili marini si sono spinti sempre più a nord e la specie, per quanto riguarda il Mediterraneo, è definita di "least concern" nelle liste IUCN delle specie a rischio. Se ne pescano tante perché... ce ne sono tante. Le fioriture di posidonia sono sempre più frequenti e la pianta marina ha ripreso vigore. Le due specie, probabilmente, sono favorite dall'aumento di temperatura che, invece, ha effetti devastanti sulle specie ad affinità fredda, come le gorgonie e molte spugne.
La valutazione dello stato della biodiversità richiede l'allestimento di osservatori che prendano in considerazione la presenza e l'abbondanza delle specie nei vari habitat, e le osservazioni devono essere ripetute regolarmente.

L'indice storico di biodiversità
L'Italia è il primo paese al mondo ad aver compilato la lista delle specie animali (marine, terrestri e d'acqua dolce) presenti nel suo territorio. Esiste anche una classificazione degli habitat, anche se grossolana, come proposto dalla Direttiva Habitat.
Incrociando la lista delle specie con quella degli habitat è possibile compilare liste di specie ritrovate in ogni tipologia di habitat che, quindi, diventa un'ipotesi: se un dato habitat è presente, allora in esso dovrebbero riscontrarsi le specie che, in passato, si sono registrate in quell'habitat.
Se un campionamento in un habitat porta al ritrovamento di tutte le specie registrate in quell'habitat nella storia dello studio della biodiversità, allora l'indice vale 1. Se non se ne trova nessuna allora è 0. Se si trovano specie non presenti nella lista, esse vanno semplicemente aggiunte alla lista. Raramente si troveranno valori estremi (o 0 o 1) e, più spesso, i valori saranno intermedi. Un habitat in cui, in una data località, l'indice vale 0.7 è più ricco di specie dello stesso habitat in cui, in un'altra località, l'indice vale 0.3.
Di solito, nelle valutazioni, si fa l'elenco di quel che si è trovato ma l'applicazione dell'indice storico di biodiversità ci dice non solo le specie riscontrate ma anche le specie assenti: quelle presenti nella lista che non sono state ritrovate nel rilevamento.
Se, a seguito di valutazioni temporali e spaziali dello stato della biodiversità in un dato habitat, esiste un certo numero di specie che non risulta mai presente, è possibile sollevare casi di estinzione putativa da investigare con maggiore attenzione.
Molte specie hanno stadi di resistenza e possono riapparire dopo lunghi periodi di assenza, altre specie possono estinguersi localmente ed essere reintrodotte da siti limitrofi dove sono sempre state presenti. Ogni situazione andrà affrontata caso per caso. Si possono proporre soglie temporali al periodo di assenza: per quanto tempo una specie non deve essere trovata perché se ne dichiari l'estinzione putativa? Ovviamente i tempi sono diversi per specie di grandi dimensioni e molto evidenti, rispetto a specie poco appariscenti e di piccole dimensioni, magari tipiche di habitat poco studiati o di gruppi poco studiati.
L'applicazione dell'indice storico di biodiversità a tutta la fauna e alla flora italiane porterebbe a lunghe liste di specie putativamente estinte se, ad esempio, si considerassero 40 o 50 anni di assenza di segnalazioni come campanelli di allarme.

Al lupo al lupo
Durante il secondo congresso mondiale sulla biodiversità marina, ad Aberdeen, una relazione ad invito trattò delle estinzioni in mare e il relatore parlò di sesta estinzione di massa. Alzai la mano e gli chiesi di nominarmi cinque specie marine estinte. Non minacciate, estinte localmente, estinte commercialmente, gli chiesi quali fossero le estinzioni documentate. Imbarazzo. Non ne seppe dire neppure una. Io ne avevo diverse, oltre a Tricyclusa singularis, ma lui no. Quale sarebbe la reazione di un politico che, a fronte di continui allarmi sulle estinzioni, ponesse la domanda che ho posto io al relatore di quel congresso, sentendosi rispondere che non lo sappiamo? Se fossi quel politico direi: ma sapete di cosa state parlando? Se qualcuno mi dicesse che milioni di persone moriranno per un determinato motivo gli chiederei quanti sono attualmente i morti. E se non mi sapesse rispondere perderei fiducia nel suo allarme. Il che è male, perché quel che ho trovato per gli idrozoi ci dice che le estinzioni ci sono eccome. Anche se bisogna capire se ne siamo responsabili.

Responsabilità dirette e indirette
Il riscaldamento globale causa l'aumento delle temperature superficiali degli oceani e dei mari e sono documentate mortalità di massa di animali marini dovute al surriscaldamento delle acque marine. Parallelamente, però, si assiste all'instaurarsi di specie tropicali in mari dove prima non erano presenti. In Mediterraneo sono stati registrati numerosi casi di mortalità massive dovute a ondate di calore ma, contemporaneamente, si registra l'instaurarsi di migliaia di specie tropicali che, oggi, formano popolazioni fiorenti dove prima erano assenti.
La biodiversità risponde ai cambiamenti. Le specie ad affinità fredda non sono morte per l'arrivo di specie ad affinità calda, sono morte per il caldo. Lo spazio ecologico vacante è stato riempito da specie preadattate alle nuove condizioni.
Gli impatti che hanno portato a questa situazione sono di origine antropica ma il riscaldamento globale non è stato generato direttamente nei luoghi dove il suo impatto ha causato problemi a specie con determinate caratteristiche: quelle specie non hanno problemi a causa di comportamenti degli umani che vivono proprio in quei luoghi. I ghiacci polari, ad esempio, non si sciolgono per le attività di popolazioni che vivono in prossimità dei poli: l'impatto è indiretto e le responsabilità sono su scala globale.
La rimozione di impatti diretti è relativamente facile, mentre è difficile rimuovere gli impatti indiretti. Le aree protette evitano gli impatti diretti ma non quelli indiretti che, viste le ripercussioni del riscaldamento globale, sono molto più drammatici.

Dall'emotività alla conoscenza
Come suggerito da Papa Francesco, l'estinzione possibile di specie carismatiche causa reazioni emotive che ci spingono a voler "salvare" le specie in pericolo, ignorando la complessità dei fenomeni che stiamo causando con le nostre azioni. La conoscenza della biodiversità è rudimentale anche solo in termini di specie conosciute ma è ancora più drammatica la scarsa conoscenza della biologia e dell'ecologia delle specie conosciute.
Dato che l'estinzione è un fenomeno naturale e fa parte del gioco dell'evoluzione, potremmo compiere enormi sforzi per salvare specie arrivate alla fine della loro storia evolutiva, mentre non ci curiamo di specie molto importanti che potrebbero essere ancora sconosciute, come le specie "keystone" ricordate da Francesco.

Ambientalismo e neoambientalismo, la faglia generazionale

Riccardo Graziano

Era l’ormai lontano 1948 quando, fra le macerie della guerra e la ricostruzione in corso, un gruppo di pionieri dell’ambientalismo decise di fondare il MIPN – Movimento Italiano per la Protezione della Natura, che qualche anno dopo avrebbe preso la denominazione di Pro Natura, attiva tutt’oggi e col vanto di essere la prima organizzazione ecologista italiana, con oltre settanta anni di attività.

In tutti questi decenni, sono state innumerevoli le istanze e le battaglie portate avanti da Pro Natura e da tutte le altre organizzazioni ambientaliste che via via si sono formate e strutturate, cercando in primo luogo di tutelare un patrimonio naturale sempre più aggredito e devastato in nome di un modello di sviluppo economico insostenibile. Ma ben presto ci si è resi conto che la sola tutela del patrimonio naturale non era sufficiente: "l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio" diceva Chico Mendes, ucciso per il suo impegno a tutela della foresta amazzonica. Per questo le associazioni ambientaliste hanno iniziato ad affiancare all’attività di tutela del patrimonio naturale quella di denuncia di un sistema socio-economico rapace e distruttivo, lanciando appelli sempre più accorati (e inascoltati) per attuare una svolta radicale verso una maggiore sostenibilità, perseguendo la ricerca del benessere senza infliggere danni permanenti alla biosfera che ci consente di sopravvivere.

Un messaggio, lo ripetiamo, pervicacemente ignorato dalle élite dominanti, ma anche dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica dei Paesi sviluppati, troppo intenta a farsi sedurre dall’illusorio benessere offerto dal capitalismo e da tutti gli altri “-ismi” suoi corollari: consumismo, sviluppismo, liberismo, edonismo, individualismo, globalismo e chi più ne ha più ne metta. Per decenni gli ambientalisti si sono sgolati a urlare avvertimenti e allarmi all’indirizzo di un sistema economico avido e predatorio, di “rappresentanti” politici inetti e collusi e di un’opinione pubblica distratta e menefreghista, collezionando sconfitte e frustrazioni, finché ….

Finché il danno ambientale e il rischio climatico sono diventati talmente macroscopici da essere evidenti e innegabili persino per i più distratti, eccezion fatta per i negazionisti di mestiere, che negano l’evidenza e portano avanti pervicacemente una miope difesa dei loro interessi personali a scapito del bene comune.

Questa presa di coscienza ha messo in moto la (ri)scoperta delle tematiche ambientali da parte delle generazioni più giovani, dopo decenni di oggettivo declino dovuto in buona parte all’assenza di coinvolgimento delle generazioni di mezzo, quelle appunto che, come si diceva poc’anzi, si erano cullate nell’illusorio benessere dell’era del capitalismo suadente e “felice”, prima che il suo vero volto fatto di sfruttamento e devastazione diventasse palese.

Ora, questa (ri)presa di coscienza ambientale e sociale da parte della generazione dei millennials – i giovani nati a cavallo del cambio di millennio – non poteva che far piacere agli anziani ecologisti boomers, quelli nati negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, stanchi e frustrati da decenni di battaglie ambientaliste di cui poche vinte e troppe perse e che avevano visto calare inesorabilmente l’attenzione dell’opinione pubblica su questi argomenti.

La (ri)nascita di un movimento ecologista sembrava di ottimo auspicio, ma la realtà attuale ha smorzato parecchio gli entusiasmi, almeno di qualcuno. Innanzitutto perché molti dei nuovi ambientalisti sembrano spesso atteggiarsi come se fossero i primi e gli unici a preoccuparsi delle sorti del pianeta, senza ombra di riconoscimento del grande lavoro fatto finora dalle associazioni che li hanno preceduti e che tuttora portano avanti la duplice attività di tutela del patrimonio naturale e denuncia dei danni ambientali in continuo aumento. Lo dimostra il fatto che una parte preponderante di loro, anziché incanalare il proprio entusiasmo e le proprie rivendicazioni all’interno delle associazioni ambientaliste già esistenti, attive da decenni e ben strutturate, ha preferito fondarne altre ex novo, con tutte le problematiche relative all’inesperienza e alla mancanza di basi solide su cui poggiare. Questi ragazzi avevano la possibilità di “camminare sulle spalle dei giganti”, apprezzando e portando avanti il lavoro che altri avevano fatto prima del loro ingresso nel mondo dell’ambientalismo, nonché del loro ingresso nel mondo tout court, cioè ben prima che loro nascessero. Invece hanno preferito partire da zero, senza ombra di riconoscimento di tutto il lavoro svolto prima, come se fosse inutile o sbagliato. E hanno anche scelto metodi di intervento e di lotta discutibili, troppo spesso scarsamente efficaci se non addirittura controproducenti.

Un giudizio troppo severo da parte di un anziano ecologista amareggiato e frustrato? Forse, ma proviamo a dare un’occhiata oggettiva all’azione dei principali movimenti neoecologisti.

I primi in ordine di apparizione e probabilmente tuttora i più numerosi sono i Fridays For Future (FFF), nati su ispirazione degli “scioperi del venerdì” iniziati dall’adolescente svedese Greta Thunberg, giovane attivista preparata e determinata, leader in grado di amplificare il messaggio ecologista e smuovere le coscienze. Ma dopo un boom iniziale davvero notevole e promettente, il movimento sembra asciugarsi lentamente, senza aver conseguito successi significativi e proporzionali alla ribalta mediatica ottenuta inizialmente, forse anche perché troppo legato a una “liturgia” che a volte sembra preponderante rispetto al messaggio e alle rivendicazioni, a partire proprio dalla consuetudine di reiterare gli “scioperi” per il clima al venerdì, giornata lavorativa che impedisce la partecipazione dei lavoratori. Ne consegue che a queste manifestazioni riescono a partecipare solo gli studenti e alcuni vecchi ambientalisti boomers, grazie al fatto di essere ormai in pensione…. Ma l’assenza delle generazioni intermedie, quelle mature e produttive, pesa molto e contribuisce a esacerbare quella frattura sociale e generazionale che ha provocato il declino del movimento ambientalista durato una trentina d’anni. Oggi ci sarebbe l’occasione di coinvolgere nella lotta quelle generazioni di mezzo che ben poco si sono interessate alle tematiche ecologiche, ma la scelta di manifestare in un giorno lavorativo ne impedisce o quantomeno non ne incentiva la partecipazione, contribuendo ad approfondire il solco generazionale. In più, FFF rifiuta la presenza di bandiere di appartenenza alle proprie manifestazioni. Ora, se questa cosa è comprensibile per quello che riguarda i vessilli di partito e persino dei sindacati, per evitare strumentalizzazioni, è francamente incomprensibile per quanto riguarda le bandiere delle altre associazioni ambientaliste, che con la loro presenza darebbero anche l’impressione di una comune volontà di intenti e di collaborazione. Il problema è dunque capire se tale volontà di collaborazione col resto del mondo ecologista è presente all’interno di Fridays For Future, cosa che a prima vista non sembra.

Altra associazione nata sull’onda neoecologista è Extintion Rebellion (XR) un movimento che “chiama alla disobbedienza civile nonviolenta per chiedere ai governi di invertire la rotta che ci sta portando verso il disastro climatico e ecologico”.  Sulla reale efficacia della “disobbedienza civile” ci sarebbe da discutere a lungo. Tuttavia, abbiamo anche sentito esponenti di XR teorizzare sul fatto che storicamente le rivoluzioni si sono innescate quando il 3 per cento della popolazione era determinata a farle partire. Anche sorvolando sull’ossimoro potenziale fra rivoluzione e nonviolenza, in termini strettamente quantitativi per l’Italia significa un milione ottocentomila persone disposte a “rivoluzionare” il Paese e le proprie vite in nome della svolta ecologica, un numero che ci pare francamente lontano rispetto all’attuale capacità di mobilitazione del movimento ambientalista nella sua interezza, figuriamoci se frammentato al suo interno. Inoltre, la componente quantitativa è necessaria, ma non sufficiente, come si dice in matematica. Occorre che i “rivoluzionari” siano di qualità, ovvero inseriti nei gangli strategici del sistema socioeconomico, per poter essere efficaci, qualcosa che difficilmente è appannaggio degli ambientalisti che, come abbiamo visto, sono in maggioranza studenti o pensionati. Dunque resta solo la “disobbedienza civile”. Auguri.

Per ultimi, è il caso di dirlo, sono spuntati i neoecologisti di Ultima Generazione, quelli diventati famosi perché vanno in giro a imbrattare monumenti per denunciare la mancanza di volontà politica nel contrastare i cambiamenti climatici. Definizione forse un po’ schematica e semplicistica, ma questo è il messaggio che loro stessi hanno contribuito a far passare nella maggioranza dell’opinione pubblica, senza peraltro ottenere nessun risultato concreto e alienandosi anche la (poca) simpatia che la stessa opinione pubblica sembrava iniziare a manifestare nei confronti degli ecologisti. Un’azione dunque non solo inutile, ma pure controproducente, che rischia di squalificare l’intero movimento ambientalista facendolo passare per una massa di teppisti fanatici. Del resto, protestare contro le brutture fatte dall’umanità imbrattando le cose belle fatte dall’umanità stessa è già una contraddizione in termini. Ma su una cosa questi ragazzi hanno purtroppo ragione: se si continua così, la loro sarà davvero l’Ultima Generazione.

Per questo sarebbe il caso di invertire la rotta quanto prima possibile e in maniera decisa, ma il sistema politico e socioeconomico globale non sembra intenzionato ad agire in questo senso, o almeno non abbastanza in fretta. E un’azione forte e determinata di un movimento ambientalista numeroso e coeso sarebbe auspicabile per spingere l’opinione pubblica e di conseguenza i decisori politici in questa direzione.

Ma sembra che i movimenti ecologisti non siano purtroppo così numerosi e, soprattutto, non si intravede la necessaria coesione, anzi la spaccatura fra ecologisti della prima ora e neoecologisti attuali sembra assai difficile da colmare. E pensare che già i nostri avi dicevano “se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse….”.

Ecco, i vecchi – pardon, anziani, pardon, diversamente giovani – ambientalisti “storici” sono qui, con tutto il loro bagaglio di lotte, esperienze e piccole vittorie, pronti a supportare questa nuova ondata ecologista, con rinnovato entusiasmo. Resta da capire se fra i giovani che hanno preferito fondare nuovi movimenti ci sia una reale volontà di ascolto e collaborazione, cosa che al momento non sembra. Ma saremmo felicissimi di essere smentiti.