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Consumo di suolo: rapporto 2019

Riccardo Graziano

Il consumo di suolo è uno dei principali problemi dell’era industriale e nel nostro Paese è particolarmente acuto. Abbiamo già avuto occasione di occuparcene e ora ci torniamo per aggiornare la situazione con gli ultimi dati ISPRA-SNPA, che riflettono una situazione in ulteriore peggioramento nei centri urbani, con la lodevole eccezione di Torino che, seppure di poco, aumenta gli spazi verdi.
I dati relativi alle aree urbane ad alta densità dicono che nel 2018 abbiamo perso 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell’ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense.
A Roma, su 75 ettari di consumo totale, ben 57 sono stati sottratti ad aree verdi. Ancora peggio fa Milano, che cementifica 11 ettari di aree verdi su un totale di 11,5.
In controtendenza, come dicevamo, Torino, che recupera 7 ettari di suolo, estensione non trascurabile, oltre all’importante segnale di una inversione di rotta rispetto alla tendenza precedente e a quella di tutti gli altri.
La cosa illogica e preoccupante è che ormai il consumo di suolo e la continua pulsione edificatoria sono totalmente disgiunti dal fattore demografico. Ovvero, se negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso il boom edilizio aveva un suo perché, vista la crescita demografica del Paese e il progressivo inurbamento della popolazione, oggi non è più così. La curva demografica è pressoché stabile, la popolazione non cresce e non di rado le città perdono abitanti, con i centri storici che si svuotano progressivamente, tuttavia si continua a costruire. Attualmente ogni cittadino italiano “occupa” una superficie di oltre 380 m2 di aree coperte da cemento, asfalto o costruzioni in altri materiali artificiali, estensione che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, mentre la popolazione diminuisce.
La cementificazione acuisce anche il fenomeno dell’aumento delle temperature, dal momento che le superfici ricoperte da materiali artificiali assorbono quantità di calore sensibilmente superiori rispetto a quanto fa il suolo libero, creando l’effetto cosiddetto delle “isole di calore”, dove la temperatura può risultare superiore di alcuni gradi rispetto alle zone non urbanizzate. Un fenomeno che non solo aumenta le temperature diurne, ma impedisce o comunque riduce il raffrescamento notturno, quando il calore immagazzinato durante il giorno si irradia nel microclima metropolitano.
L’analisi del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) sul territorio nazionale evidenzia altri 51 chilometri quadrati di superficie costruita nel 2018, pari a 14 ettari al giorno in media, ovvero 2 metri quadrati al secondo, un ritmo tuttora insostenibile, anche se inferiore ai valori record degli anni pre-crisi, ma ancora lontano dall’obiettivo europeo che prevede l’azzeramento del consumo di suolo netto, ovvero il pareggio fra suolo occupato da nuove costruzioni e aree recuperate con interventi di demolizione, deimpermeabilizzazione e rinaturalizzazione.
I numeri dicono che, tra i comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti, Roma guida la classifica della cementificazione con i suoi 75 ettari di consumo di suolo, seguita a distanza da Verona (33 ettari), L’Aquila (29), Olbia (25), Foggia (23), Alessandria (21), Venezia (19) e Bari (18). Tra i comuni più piccoli, spicca Nogarole Rocca, in provincia di Verona, con quasi 45 ettari di incremento.
Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture, quindi con perdita permanente e irreversibile.
Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori, +923 ettari, seguita da Lombardia +633, Puglia +425, Emilia-Romagna +381 e Sicilia +302. Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).
Il consumo di suolo cresce perfino nelle aree protette, sia per abusi, sia regolarmente autorizzato (+108 ettari nell’ultimo anno), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari) e nelle zone a pericolosità sismica (+1803 ettari).
Secondo alcune stime l’Italia ha perso negli ultimi sei anni superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua piovana che ora, oltre a non contribuire più a ricostituire le risorse idriche nelle falde acquifere, scorreranno veloci sulle nuove superfici impermeabilizzate, aggravando la pericolosità idraulica del nostro territorio.
La perdita di questi servizi ecosistemici garantiti dal suolo naturale viene valutata con un corrispettivo economico che gli esperti valutano essere compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno.
Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore che minaccia il suolo e il territorio, che sono soggetti anche ad altri processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la desertificazione, la perdita di habitat, di produttività e di carbonio organico.
Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 km quadrati, quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 km quadrati.
ISPRA e SNPA, all’interno del progetto europeo SOlL4LIFE, stanno lavorando con le Regioni alla realizzazione di Osservatori Regionali sul consumo di suolo, ai quali spetterà il compito di supportare, con il monitoraggio del SNPA, le attività di pianificazione sostenibile del territorio.
Un nuovo assetto normativo a livello nazionale che regolamenti in senso restrittivo il consumo di suolo è infatti ormai urgente e indifferibile.
Il Rapporto ISPRA sul Consumo di suolo in Italia e le schede dettagliate delle regioni, province e comuni (da cui sono state prelevate le immagini riportate nella presente pagina), sono disponibili on line all’indirizzo http://www.isprambiente.gov.it.

Fabio Clauser: ha 100 anni il decano dei forestali italiani

Gianni Marucelli

È giunto a 100 anni, non in punta di piedi, ma pubblicando nell'ultimo quadriennio ben due libri di grande interesse, “Romanzo forestale” e “La parola agli alberi”. Fabio Clauser, nato in Trentino nel 1919, decano dei Forestali italiani, è stato festeggiato nell'ottobre scorso presso il Teatro degli Antei”, a Pratovecchio (AR), in quella magica vallata, il Casentino, che è stata per molti decenni il suo luogo di lavoro.
Non basterebbe un voluminoso tomo, per narrare compiutamente le vicende della lunga vita di questo studioso e amministratore del patrimonio forestale del nostro Paese: lui, sobriamente, l'ha riassunta in un libro di 190 pagine (“Romanzo forestale”, appunto), che reca come sottotitolo la dicitura “Boschi, foreste e forestali del mio tempo”. Un tempo, potremmo aggiungere, che non si è ancora affatto esaurito, se Clauser, con la stessa solidità e pacata energia di un faggio secolare, continua a darci lezione di amore per la Natura e a esortarci a preservarla.
Con umiltà e decisione, come io stesso posso testimoniare, quando, alla presentazione del suddetto volume, quattro anni fa, ebbe a dirmi, mentre me lo autografava: “Continuate a battervi, voi di Pro Natura, perché, senza voi ambientalisti, noi possiamo fare poco!”.
Entrato nella Milizia Forestale nel 1940 (il regime aveva voluto cambiar nome al Regio Corpo forestale, per suggerire un che di bellicoso), e  conseguita la laurea presso l'Accademia Militare di Scienze forestale di Firenze, Clauser fu spedito a “farsi le ossa” in Piemonte, da dove poi fu trasferito nel natio Trentino. Il tragico periodo degli ultimi anni di guerra è narrato, con sobrietà ma anche con stimolante ironia e autoironia da Clauser: tra le pagine più godibili certamente quelle in cui il giovane Forestale rifiuta di far giuramento nel nome di Mussolini e della Repubblica di Salò, pena il licenziamento, e le righe che narrano la brevissima e incruenta adesione alla Resistenza, prima del 25 aprile.
Le successive esperienze, quale direttore del Parco Nazionale dello Stelvio quando questa importantissima area protetta era ridotta allo stremo per mancanza assoluta di risorse economiche, e poi, per molti anni, all'Azienda di Stato delle Foreste Demaniali del Casentino, quella zona che sarebbe in seguito divenuta l'attuale Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, esaltarono le capacità di gestione selvicolturale di Fabio Clauser, sempre più orientata nel senso della valorizzazione naturalistica della foresta. In questo contesto, prese vita l'idea di preservare totalmente un'area, destinata al taglio, di accesso difficilissimo, un'area situata sulle pendici di Poggio Scali, versante settentrionale. Il bosco era qui caratterizzato dalla presenza di alberi di alto fusto di varie specie diverse: faggi, abeti, frassini, aceri, tassi, olmi, querce, alberi, scrive lo stesso Clauser “di dimensioni inconsuete nei boschi appenninici, piante in parte piene di vita, malgrado la loro secolare esistenza, in parte espressione evidente di una maestosa e vigorosa vecchiaia, in parte disfatte in un lungo processo di riciclaggio del legno in humus, in parte piantine giovanissime, segno di una rinnovazione lenta, ma sicura del bosco”.
Altri, al suo posto, avrebbero ordinato di procedere all'abbattimento anche di questo lembo di bosco antico. Non il Forestale venuto dal Trentino, che, abusivamente, “risparmia” un centinaio di ettari: “non era il caso di turbarne l'aspetto così commovente nemmeno con il taglio di un solo albero”.
Naturalmente, Clauser si rendeva perfettamente conto che la situazione restava di fatto precaria, e suscettibile di distruzione non appena fosse cambiato il Direttore: perciò decise di intraprendere una strada all'epoca (siamo negli anni '50) assai audace: l'istituzione di una Riserva Naturale Integrale quale ne esistevano in altri paesi europei, create dall'UICN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).
Fu un'impresa lenta e difficile, che incontrò ostacoli non solo dalla burocrazia, ma anche dal mondo accademico. Finché non intervennero con il loro peso scientifico il prof. Mario Pavan e il prof. Gosswald (Università di Wurzburg), e la proposta fu alla fine approvata (1959) con l'istituzione di una Riserva su una superficie di 113 ettari, in seguito ampliata per altri 400 ettari circa. Nacque così la Riserva Naturale Integrale di Sassofratino, che il prof. Pavan riuscì a far inserire fra le Riserve del Consiglio d'Europa. Quest'ultimo conferì molti anni dopo (1985) alla stessa l'ambito riconoscimento del Diploma Europeo per la Conservazione della Natura.
Se la Riserva di Sassofratino rimarrà per sempre legata al nome di Fabio Clauser (e perché non intitolargliela ufficialmente?), l'impegno del decano dei Forestali continuò ad espletarsi ancora per decenni, prima come funzionario dello Stato poi come libero cittadino e studioso impegnato nella difesa dell'ambiente forestale, ed è per questo che, in tanti, noi compresi, al compimento del secolo di vita, si sentono onorati di averlo conosciuto e di potergli ancora augurare “cento di questi giorni!”.

L'Associazione Pro Natura L'Aquila in alta quota

per il giardino alpino di Campo Imperatore

Laura Asti (Presidente Pro Natura L’Aquila) & Loretta Pace (Responsabile scientifico Giardino Alpino, Univaq)

Il Gran Sasso d’Italia rappresenta per la città dell’Aquila la sua essenza ed il suo carattere: forte e gentile. La montagna austera con i suoi rigidi inverni, le copiose nevicate, gli ambienti straordinari e solitari inducono ad un profondo rispetto. Il risveglio primaverile e l’allungarsi delle giornate soleggiate mostrano una signorile bellezza con spettacolari scenari che riempiono il cuore e la vista di variegate fogge, colori, profumi. È in questo scenario che si inserisce il Giardino Alpino di Campo Imperatore, localizzato lungo il pendio meridionale di Monte Aquila sul versante occiden-tale del Gran Sasso d’Italia, in prossimità del valico tra Campo Imperatore ed i Tre Valloni a 2.117 m, oltre il limite della vegetazione forestale.
Fondato nel 1952 dal Prof. Vincenzo Rivera, docente di Botanica e primo rettore dell’Università dell’Aquila, è attualmente gestito dalla sezione di Scienze Ambientali del Dipartimento di Medicina clinica, Sanità pubblica, Scienze della Vita e dell’Ambiente.
Il Giardino Alpino, situato nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, è stato riconosciuto di interesse regionale ai sensi della L.R. 9 Aprile 1997 n. 35 “Tutela della biodiversità vegetale e gestione dei giardini ed orti botanici” dalla Regione Abruzzo.
Nel Giardino vengono coltivate le piante degli habitat altitudinali dell’Appennino Centrale che vivono in un ambiente molto selettivo a causa delle bassissime temperature, della forte irradiazione solare, dei venti spesso violenti e del prolungato innevamento. Per tale ragione la stagione vegetativa è brevissima, inferiore, in media, ai 130 giorni per anno. Nel Giardino sono presenti circa 300 specie vegetali autoctone, molte delle quali rare e vulnerabili, numerosi endemismi e relitti glaciali.
Gli argomenti esposti dai relatori Laura Asti, presidente Pro Natura L’Aquila, ed i responsabili scientifici del Giardino Gianfranco Pirone (past), Fernando Tammaro (past) e Loretta Pace (attuale) hanno messo in evidenza la necessità di sostenere ed incrementare le attività di questo importante centro di ricerca e di divulgazione didattica. A conclusione del Progetto, il Rettore ha donato una targa ricordo all’Associazione Pro Natura L’Aquila per “esprimere il più vivo apprezzamento per l’impegno profuso con passione e generosità”.

Bibliografia breve:
PACE L., CATONICA C., 1998 - Origine ed attualità del Museo Giardino Alpino di Campo Imperatore. Aree Protette in Abruzzo, Carsa Edizioni : 204- 209.
PACE L.,PACIONI G., 2002 - Il Giardino Alpino di Campo Imperatore a cinquant’anni dalla fondazione; Boll. IV serie n°9 : 33- 50.Giugno 2002 C.A.I., Gruppo Tipografico Editoriale.
PACE L., 2002 - A Campo Imperatore una preziosa eredità da custodire: il Giardino Alpino, CARSA Edizione, 72 -75.
PACE L., PACIONI G, PIRONE G., RANIERI L., 2005 – Il Giardino Alpino di Campo Imperatore (Gran Sasso d’Italia, L’Aquila). Informatore Botanico, 37 (2) 1211-1214, Atti “I Giardini della Sapienza”.

Maglie della rete - Termina un annus horribilis

Fabio Balocco

Da quando siamo entrati nell’Antropocene probabilmente nessun anno come questo che sta per terminare ha confermato la follia delle attività poste in essere dalla specie umana.
Gli incendi dell’Amazzonia, gli incendi della Siberia, il primo ghiacciato estinto in Islanda, con tanto di funerale, la “spirale della morte dell’Artide”, la terribile estate calda che abbiamo vissuto, sono lì a testimoniare, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che stiamo rapidamente distruggendo la nostra casa, la sola che abbiamo. Siamo l’unica specie che distrugge talvolta solo per il gusto di distruggere ("Siamo animali crudeli noi umani. Siamo animali terribili" ricorda Sebastiao Salgado), talaltra soprattutto per raggiungere e mantenere condizioni di vita che non si può permettere.
La cartina al tornasole è l’overshoot day che quest’anno per l’Italia è caduto ancor prima, il quindici maggio.

Eppure i politici di tutto il mondo non sanno/non vogliono prendere provvedimenti adeguati per fronteggiare la catastrofe che stiamo vivendo.
Sono solo capaci di prenderci in giro, parlando di green economy, quasi che non sapessimo che non è captando tutti i corsi d’acqua con impianti idroelettrici, non è costellando di turbine eoliche i crinali dei monti, non è installando pannelli solari a terra e consumando ulteriore suolo, non è azzerando boschi per alimentare centrali a biomassa che si può fronteggiare la crisi, bensì solo con provvedimenti drastici di riduzione dei consumi, solo con una brusca virata verso la decrescita. Ma può un regime democratico prendere provvedimenti in direzione esatta e contraria rispetto all’andamento di quella economia che la politica stessa sostiene? Andiamo, su, non viviamo sulla luna. Lo stesso Luca Mercalli in una recente intervista ha solo auspicato che i provvedimenti li possa prendere un regime democratico, intendendo che forse solo con la forza essi possano essere adottati.

D’altra parte il 2019 è stato anche l’anno della presa di coscienza da parte soprattutto di una frangia di giovani che non ci si può più permettere di vivere così: i Fridays for Future con le loro divise colorate e i loro motti che ricordano quelli movimentisti (da “avete rotto i polmoni”, a “se credete che l’economia sia importante, provate a trattenere il fiato mentre contate i soldi”), ma soprattutto gli inglesi Extinction Rebellion, con le loro clamorose azioni di protesta, ne sono esempi.
Ma sono una ristrettissima minoranza, la stragrande maggioranza della popolazione se ne frega dell’estinzione delle altre specie, o della possibilità che l’uomo stesso si estingua, supportata in questa direzione da una informazione sempre meno libera, sempre più legata al capitale, un’informazione che ci dice che bisogna preoccuparsi se il PIL diminuisce, o se diminuisce la popolazione, ma bisogna esultare se fa bel tempo, o se si realizzano la TAV o la Pedemontana Veneta, e che comunque bisogna mangiare carne.

Del resto, è anche vero quello che afferma Timothy Morton: la catastrofe in atto è un iperoggetto dentro al quale noi viviamo giornalmente e che non riusciamo ad apprezzare nella sua reale gravità. Quindi, continuiamo così, continueremo così: come i ciechi di Bruegel il Vecchio che finiscono dentro al fosso. Ormai, non c’è più spazio per l’ottimismo né per la speranza. Facciamocene una ragione.

Bestiario. Farfalle in migrazione - meduse alla deriva

Virgilio Dionisi

21 Agosto 2018
Da diversi giorni assisto al passaggio di tantissime farfalle bianche lungo il litorale fanese. Sono cavolaie maggiori: Pieris  brassicae è il loro nome scientifico.
Non c’è istante che non ne scorga qualcuna in volo sopra la spiaggia; tutte dirette verso sud.  Non formano fitti sciami - come mi è capitato di osservare in montagna -, volano alla spicciolata.
È per lo più un volo parallelo alla costa, anche se per le farfalle è difficile seguire una linea retta. La traiettoria si fa particolarmente ingarbugliata quando un maschio si mette a corteggiare una compagna incontrata in volo; per una manciata di secondi il dover migrare verso sud è sopraffatto da un altro istinto.
Ogni mattina, appena il sole ha asciugato l’umidità sulle ali, riprendono il loro viaggio.
Nell’Area floristica protetta di Baia del Re qualcuna si ferma a far rifornimento sui fiori sopravvissuti alla calura estiva.
Volano pochi metri al di sopra della spiaggia, sopra gli ombrelloni, sopra la gente a passeggio sulla battigia, sopra la massicciata ferroviaria che costeggia la spiaggia. Quando il treno passa, la turbolenza dell’aria le spazza via ma dopo pochi secondi eccole di nuovo in transito sui binari.
Ma c’è un altro fenomeno naturale a cui oggi ho assistito, non sopra la spiaggia ma dentro l’acqua: la fioritura di meduse.
Durante il bagno ho incontrato tantissime meduse appartenenti alla specie cassiopea mediterranea (Cotylorhiza tuberculata): ne ho contate 46. Ho anche visto 6 esemplari di polmone di mare (Rhizostoma pulmo).
La medusa cassiopea ha l’ombrello a forma di disco con una gobba al centro; vista da sopra ha un po' l’aspetto di un uovo cucinato a occhio di bue, infatti viene anche chiamata “Medusa occhio di bue”.  Nella parte inferiore vi sono numerosi tentacoli, corti e sottili, che terminano in bottoni apicali di colore viola.
L’altra specie di medusa incontrata, il polmone di mare, ha invece l’ombrello semisferico, una colorazione bianco-latte, leggermente trasparente, i bordi blu-viola.
Gli individui incontrati di entrambe le specie hanno un diametro che va da 10 ad oltre 30 centimetri.
La medusa cassiopea è quasi innocua, non è così il polmone di mare.
Qualche settimana fa un esemplare di questa specie mi ha sfiorato con i suoi tentacoli provocando un fastidio per l’intera giornata e lasciandomi sulla pelle per diversi giorni i segni di quel contatto.
Entrambe le specie si muovono attivamente attraverso il pulsare dell’ombrello. Le trovo a profondità diverse, alcune a mezz’acqua, altre vicine alla superficie.
Farfalle e meduse, accomunate dal viaggiare silenzioso. Non fa rumore lo sbattere delle ali  delle farfalle – ali di burro, butterflies, così le chiamano gli inglesi -, delle meduse non si sente il pulsare dell’ombrello. È silenzioso il suggere del nettare, non si sentono le urla delle prede catturate coi tentacoli.
Mentre le farfalle bianche “sanno” dove andare e indomite percorrono la rotta verso sud, senza farsi condizionare dalla direzione del vento, le grosse meduse - un polmone di mare può raggiungere i 10 chilogrammi - non hanno meta; il pulsare del loro ombrello nulla può contro la forza della corrente che le trascina via.
Per questi animali pelagici trovarsi a lambire il litorale è solo un caso, un gioco delle correnti. Se non finiranno spiaggiate o se qualche bagnante non le toglierà dall’acqua trasformando il loro bel corpo in un ammasso di gelatina, prima o poi torneranno in alto mare, dove non c’è nulla ad interrompere la linea dell’orizzonte: anche se le meduse non se ne accorgono, il loro sistema visivo permette di percepire solo le variazioni d’intensità luminosa.
Una buona parte delle meduse cassiopee ha dei piccoli pesci argentei al seguito. Sono gli stadi giovanili di specie pelagiche che trovano nelle meduse un rifugio sicuro. La selva di tentacoli urticanti protegge questi avannotti dai predatori.
Mentre la medusa pulsando si sposta, i pesciolini la seguono restando a ridosso dei corti tentacoli o addirittura rifugiandosi sotto l’ombrello nelle cavità del suo corpo, solo qualche impavido pesciolino esce per qualche attimo allo scoperto portandosi sull’ombrello.  
Queste meduse trasportano anche altri ospiti: noto un granchio rifugiato nel corpo grumoso di un polmone di mare ed un altro aggrappato ad una medusa cassiopea.
Mentre faccio snorkeling vedo spesso granchi sul fondo sabbioso; di solito quando mi avvicino si mettono sulla difensiva, alzano le chele puntandole nella mia direzione, qualche volta risalgono verso la superficie, sfruttando il paio di zampe con l’estremità a paletta, per poi tornare sul fondo. Oggi, mentre sto guardando delle meduse a mezz’acqua, un granchio lascia il fondo e si porta vicino a loro, anche se non lo vedo “salire a bordo”.
Oltre che di uovo a occhio di bue, la medusa cassiopea ha la forma di un disco volante. I granchi e pesciolini al seguito mi sembrano l’equipaggio di astronavi alla deriva, disperse nell’immensità dello spazio (pelagico).

Sponde del Po: pioppi o biodiversità?

Giovanni Barcheri

A poco più di un anno dalla presentazione pubblica della candidatura a Riserva Biosfera Mab Unesco del tratto medio padano del Po è arrivato, nel mese di giugno 2019, a Parigi – nella prestigiosa sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – l’ambito riconoscimento che promuove, grazie alla proclamazione ufficiale, il progetto italiano coordinato dall’Autorità Distrettuale del Fiume Po e sostenuto dal Ministero dell’Ambiente e dal Governo in quest’ultimo decisivo sprint finale verso il traguardo ora raggiunto. La decisione della promozione a Riserva Mab di PoGrande è arrivata nel corso della trentunesima sessione del Consiglio Internazionale di Coordinamento del Programma MaB, che si è svolta nella capitale francese dal 17 al 21 giugno e l’ufficialità è stata comunicata direttamente al Segretario Generale del Distretto Po Meuccio Berselli in rappresentanza dell’ente ministeriale, di tutto lo staff tecnico che ha redatto il dossier posto successivamente all’attenzione e alla vigilanza della Commissione Internazionale e dei qualificati ed imprescindibili partners che hanno contribuito alla realizzazione della proficua intesa territoriale.
Resta il fatto che da decenni lungo le rive del Po e dei principali fiumi padani sono già state cancellate e vengono distrutte le preziose fasce boscate ed ancora naturalizzate che dovrebbero rappresentare la serie vegetazionale dei boschi igrofili ripariali e che conservano un prezioso valore di biodiversità.
E la causa di tale devastazione sono gli impianti intensivi della pioppicoltura intensiva, che utilizzano cultivar di pioppi ibridi canadesi che non hanno davvero nulla a che fare con la vegetazione autoctona delle aree planiziali delle Regioni del nord Italia.
Le cultivar di pioppo ibrido canadese non hanno nulla a che vedere, oltre che con la vegetazione ripariale ad ontano nero (Alnus glutinosa), salici, saliconi (Salix spp.pl.) e pioppo nero (Populus nigra), neppure con la vegetazione autoctona del bosco planiziale, il querco carpineto che una volta ricopriva la Pianura padana ed oggi è ridotto a pochi lembi lungo le principali valli fluviali tutelate nei Parchi.
I pioppeti coltivati a schiera in ogni caso sottraggono spazi alla biodiversità anche quando sono impiantati illegalmente nelle lanche, che sono demaniali (!), e lungo le fasce di rispetto dei fiumi. Ma anche i fautori della poco "green" ma nei fatti solo economy, e di una "sostenibilità" solo a parole dovrebbero usare più precauzione prima di avallare scelte di approvvigionamenti energetici a biomasse, tenuto conto poi che il pioppo non fotosintetizza neppure da settembre ad aprile e quindi è pure un arbitrio evocare il Protocollo di Kyoto. Ci vuole invece più precauzione ad avallare scelte solo economiche quando ciò comporta la cancellazione di foreste naturali, alla stregua di quanto accade nelle foreste pluviali del mondo a causa degli impianti industriali a palma da olio africana.
E soprattutto quando lo si usando fondi che sono destinati al miglioramento ambientale e non alla distruzione delle ultime tracce di foresta naturale.
E soprattutto quando lo si fa usando fondi che sono destinati al miglioramento ambientale e non alla distruzione delle ultime tracce di foresta naturale.
La Regione Lombardia, nell'ambito del Piano di sviluppo rurale, ha pubblicato un bando da 4 milioni di euro per supportare progetti di forestazione e imboschimento. Il bando è rivolto alle imprese agricole individuali e alle società agricole di persone, capitali o cooperative.
La superficie minima interessata dall'impianto deve essere di 10.000 metri quadri. Le domande sono già state presentate dal 13 marzo 2019.
Evidentemente quanto sostenuto da Regione Lombardia per promuovere questa misura, e cioè di voler contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ridurre gli apporti chimici, incrementare la biodiversità e migliorare il paesaggio, è solamente pretestuoso, perché la realizzazione di produzioni legnose incompatibili con le condizioni ecologiche del territorio padano, ed anzi qualora comporti la distruzione
della vegetazione igrofila e delle aree umide lungo i fiumi padani, non può avere alcun connotato di reale sostenibilità, perché comporta lungo i fiumi dissesto idro geologico e gravissima perdita di biodiversità.

1959: nasce Pro Natura Italica

Dopo aver celebrato, lo scorso anno, il settantennale della Federazione Nazionale Pro Natura, ci pare opportuno ricordare i 60 anni dalla costituzione di Pro Natura Italica, che fu una sorta di transizione tra il Movimento Italiano per la Protezione della Natura, per l'appunto sorto a Sarre nel 1948, e l’attuale Federazione. Lo facciamo riportando alcuni stralci del volume “La prima isola dell’arcipelago”, di Valter Giuliano, edito da Pro Natura Torino nel 1989.

L’idea veniva da lontano.
Nel 1954 (10 giugno), nel corso dell’adunanza della Commissione per la Protezione della Natura del CNR presieduta da Alessandro Ghigi, lo stesso dà lettura di una lettera copn la quale il professor Bernard, presidente dell’Unione Internazionale per la Protezione della Natura, lo invita a “...esaminare l’opportunità di coordinare e armonizzare i movimenti per la protezione della natura sorti in Italia onde ottenere unità di azione ed accordo, nonché un’effettiva rappresentanza presso l’Unione stessa. Dopo ampia discussione sull’argomento, la Commissione decide all’unanimità di deferire al prof. Ghigi il compito di tentare un’intesa tra le varie Associazioni ed Enti interessati alla protezione della natura, onde coordinare l’azione con unità di intenti” (dal verbale della seduta).
Presenziarono a quella riunione Alessandro Ghigi, Giorgio Anselmi, Michele Gortani, Beniamino Peyronel, Fausto Penati, Cesare Sacchi, Augusto Toschi, Renzo Videsott e Francesco Zorzi.
Il progetto venne rilanciato nell’Assemblea dei soci della Sezione piemontese del Movimento Italiano per la Protezione della Natura, che si tenne a Torino a fine 1957.
Gli anni passano, ma non inutilmente: il progetto matura.
Il 21 dicembre 1958 si tiene a Torino una riunione delle Associazioni ambientaliste italiane, presieduta da Giuseppe Ratti (responsabile della sezione piemontese del MIPN); vi partecipano i torinesi Bruno Peyronel, Vanna Dal Vesco e Ugo Campagna, Francesco Zorzi di Verona, Alessandro Ghigi di Bologna, Carlo Lona di Trieste. L’incontro, informale, tende a mettere a punto la strategia per giungere ad una Federazione Pro Natura.
Il primo passo sarà il “Congresso Nazionale per la protezione della natura  in relazione ai problemi dell’economia montana”,  organizzato dalla Commissione per la Protezione della Natura del CNR e dalla Società Pro Montibus et Silvis di Bologna. Nell’indire tale congresso Alessandro Ghigi scrive tra l’altro “...è giunto anche il momento di tentare la unificazione di tutte le forse nazionali che si interessano alla protezione della natura ed alla conservazione delle risorse naturali,  al fine di dare maggiore efficacia, con la unità di azione, ai vari movimenti che operano in questo settore. Converrà ad esempio insistere perché lo Stato favorisca la costituzione di Comitati Provinciali particolarmente interessati a questo argomento. Si potrà in tal modo dimostrare alla Union International pour la Protection de la Nature, alla quale aderiscono varie nostre istituzioni, che anche in Italia si è costituito un Movimento unitario per raggiungere lo scopo”.
I lavori che si svolsero a Bologna dal 18 al 20 giugno del 1959 lasciarono in realtà ben poco spazio a questo argomento pur previsto dall’ordine del giorno. A Bruno Peyronel, intervenuto in rappresentanza del Presidente della Pro Natura Torino Giuseppe Ratti, rimasero solo quindici minuti per tentare di esporre il progetto di Federazione e la bozza dello Statuto.
Nel pomeriggio del 19 si riunirono i rappresentanti delle Associazioni di Genova, Trento, Vicenza, Trieste, Torino e Verona che concordarono una linea comune di intervento, che prevedeva la presentazione sintetica delle loro attività e la dichiarazione di assenso al progetto e allo statuto in precedenza già visionato.
In realtà la discussione non ci fu, a causa della scarsità di tempo a disposizione, e il Presidente del Convegno, Alessandro Ghigi, proposte di passare immediatamente alla messa ai voti sul punto all’ordine del giorno.
Il Consiglio approvò unanime, ma, scriverà Bruno Peyronel “tra il malcontento di tutti noi fessi lavoratori...”
Nell’occasione Alessandro Ghigi propose che le relazioni della federazione con l’UICN e quelle internazionali in genere fossero svolte tramite la Commissione Protezione della Natura del CNR. La proposta, definita assurda dai rappresentanti delle Associazioni, fu respinta e venne ribadita con fermezza la libertà  e l’autonomia della nascente Federazione. Alla Commissione del CNR venne rivolto l’invito ad aderire alla Federazione, che tuttavia era stata impostata come organismo di base, slegato da poteri politici o accademici, pena l’eccessiva burocratizzazione e in definitiva la quasi sicura inefficienza.
Anche la proposta di incontro, formulata dallo stesso Ghigi per il 23 luglio dello stesso anno a Trento, venne respinta: i delegati confermarono il loro progetto iniziale che comportava una riunione nell’autunno, dopo la discussione dell’argomento con i rispettivi soci e Consigli Direttivi. Così fu e i rappresentanti di Pro Natura Torino, Società Emiliana Pro Montibus et Silvis, Comitato per la Protezione della Natura di Genova, Società Naturalisti Veronesi, Unione Bolognese Naturalisti, Comitato per la Protezione della Flora e della Fauna del Carso si riunirono in Assemblea costituente l’11 ottobre 1959 alle ore 9.30 a Torino, presso la sede di Pro Natura in via Avogadro 20, sotto la presidenza di Ciro Andreatta (delegato da Alessandro Ghigi a rappresentare le due Associazioni bolognesi).
Lo Statuto della Pro Natura Italica venne definitivamente approvato. La bozza era stata predisposta dalla Pro Natura Torino e successivamente modificata secondo le osservazioni emerse dalla riunione preparatoria del 23 luglio a Trento, cui si aggiunsero quelle inviate da Cesare Chiodi. Ai lavori portarono il loro contributo anche i rappresentanti della Commissione per la Protezione della Natura del CNR.
I delegati delle Associazioni fondatrici si costituirono in Giunta Esecutiva provvisoria, dando incarico  ai rappresentanti di Pro Natura Torino di provvedere all’ordinaria amministrazione sino alla costituzione del Consiglio Direttivo, che doveva avvenire non oltre il 31 gennaio 1960: entro il 31 dicembre 1959 gli Enti federati dovevano nominare i rispettivi delegati.
Il periodo di gestione provvisoria torinese durò fino alla fine di gennaio 1960 e vide l’infaticabile opera di Bruno Peyronel che redasse in quel periodo quattro circolari e tesse rapporti per ottenere subito le adesioni di altre Associazioni alla neonata Federazione.
La Giunta Esecutiva provvisoria (costituita dai delegati degli Enti fondatori: Alessabdro Ghigi, Francesco Zorzi, Carlo Lona, Enrico Tortonese e Bruno Peyronel), con sede a Torino presso l’Istituto Botanico dell’Università, deliberò unanime di offrire la Presidenza all’ingegner Cesare Chiodi, Presidente del Touring Club Italiano “in considerazione della competenza e dell’attività svolta personalmente, nonché delle benemerenze del TCI nel campo della conservazione della natura e delle sue risorse in Italia”.
Inoltre, in considerazione del fatto che solo cause contingenti avevano impedito la partecipazione alla riunione costitutiva della Pro Natura Italica di Enti che pure si erano assiduamente adoperati per il raggiungimento dell’obiettivo, propose che venissero considerati fondatori tutti coloro che avessero chiesto l’adesione entro il 31 dicembre 1959. La proposta venne fatta in particolare per consentire l’accoglimento del Comitato di Trento del MIPN, dell’Associazione di Vicenza, del Touring Club e dell’Associazione Diacinto Cestoni di Livorno.
Cesare Chiodi con lettera inviata in data 26 novembre al Presidente Giuseppe Ratti, accettò la Presidenza. Il 30 gennaio si tenne a Milano, presso la sede del TCI di corso Italia 10, la prima riunione del Consiglio Direttivo, che ratificò la nomina di Cesare Chiodi alla Presidenza e di Luigi Carletti alla Segreteria; la sede venne trasferita a Milano, presso lo stesso Touring Club.
L’Assemblea ordinaria della Pro Natura Torino del 31 ottobre 1959 ratificò l’adesione alla Pro Natura Italica ed elesse i suoi rappresentanti nelle persone di Ugo Campagna e Bruno Peyronel. Nel corso del 1960 la Pro Natura Italica venne ammessa a far parte dell’UICN.
Come abbiamo visto gran parte del peso iniziale dell’azione della Pro Natura Italica cadde sulle spalle degli uomini e delle donne di Torino. Ciò nonostante in quegli anni la Sezione torinese viaggiò sul suo binario parallelo, con un’intensa attività che ne radicò la presenza nella vita pubblica cittadina e piemontese.

Venezia e la crescita

Riccardo Graziano

In questi giorni abbiamo assistito e assistiamo con sgomento all’inabissamento di Venezia. Una città unica al mondo, che per giorni e giorni è rimasta ostaggio di quella “acqua alta” che periodicamente la invade, portando devastazione nella quotidianità delle persone e danni irreparabili a un patrimonio artistico senza eguali. Naturalmente, tutti hanno manifestato preoccupazione, solidarietà e la fattiva volontà di porre rimedio a questa situazione. Solo che…
Solo che coloro che propongono le soluzioni sono troppo spesso gli stessi che creano i problemi, peraltro con la “collaborazione” della grande massa che si commuove, si dispera, si indigna, ma non cambia di una virgola le proprie convinzioni e i propri comportamenti. Senza rendersi conto (o senza volersi rendere conto, perché è più comodo) che è il nostro modello di sviluppo, il nostro agire quotidiano, a provocare i disastri climatici che colpiscono un po’ ovunque e che sono perfettamente esemplificati dalla situazione di Venezia.
Sia chiaro: qui non si vogliono creare complessi di colpa, ma semplicemente fare chiarezza.
Le inondazioni periodiche note come “acqua alta” hanno sempre interessato Venezia. Quello che ora sta cambiando è la frequenza e l’intensità degli eventi. Come del resto accade per tutto quello che riguarda i fenomeni atmosferici: siccità prolungate che sfociano in piogge torrenziali, con relativi allagamenti, smottamenti, frane. Venti impetuosi, ondate di calore, grandinate devastanti.
È il cambiamento climatico, bellezza. E a causarlo siamo noi umani, come ci dicono da decenni gli ambientalisti e come conferma da anni la scienza, alla faccia dei – pochi – negazionisti che continuano a negare l’evidenza.
Ormai tutti sanno che i ghiacciai si stanno sciogliendo e che le loro acque, non più congelate, gonfiano i mari o direttamente – come nel caso delle calotte polari, che colano rapidamente negli oceani – o indirettamente, come avviene coi ghiacciai alpini, attraverso il deflusso di torrenti e fiumi che comunque prima o poi sfociano in mare.
Meno noto è il fatto che l’aumento delle temperature medie globali provoca a sua volta l’innalzamento dei mari, perché l’acqua, come qualunque sostanza, tende a dilatarsi man mano che la temperatura sale. Si tratta di un effetto impercettibile su piccola scala, ma che amplificato sull’intera superficie del globo, ricoperto per tre quarti dalle acque, diventa rilevante.
La somma dei due fenomeni determina un innalzamento lento e costante del livello dei mari, già oggi in grado di minacciare l’esistenza delle popolazioni degli atolli del Pacifico e di aumentare la vulnerabilità di città come Venezia o Genova, ma anche New York, Miami e in generale tutte quelle situate sulle coste. È difficile fare previsioni precise, ma le stime calcolano che entro il 2100 il livello delle acque possa salire da un minimo di 50 centimetri a un metro, cioè 0.5-1,2 centimetri all’anno. Può sembrare poco, ma non lo è: provate a immaginare la situazione attuale di Venezia anche solo con altri 10 centimetri di acqua in più e avrete un quadro piuttosto chiaro di cosa possa significare. Ebbene, ai ritmi attuali, quei dieci centimetri in più rischiamo di averli entro il 2026, l’anno delle tanto celebrate Olimpiadi Invernali di Milano - Cortina, quelle per cui la Regione Veneto si è spesa con ogni energia, ben più di quelle impiegate per difendere il suo capoluogo che sprofonda.
Provate a immaginare una sontuosa cerimonia di apertura dei Giochi, mentre a poche decine di chilometri, in laguna, si spala fango e si accatastano macerie. Che impressione farà?
Dovrebbe far riflettere su come spendiamo i fondi pubblici, peraltro sempre più scarsi. Su quali siano le reali priorità del Paese. Su cosa sia lo “sviluppo” e su come creare posti di lavoro. Negli stessi giorni in cui Venezia lottava contro l’invasione del mare, gli “sviluppisti” non cessavano di ripetere le loro ricette per la “crescita”, a base di infrastrutture, cemento e combustibili fossili. Le stesse che stanno provocando gli attuali disastri, con miliardi di euro di danni e purtroppo, non di rado, la perdita di vite umane.
Cosa serve ancora per far capire che è un modello sbagliato, antieconomico, dannoso?
Eppure, anche per Venezia, si insiste per il completamento del MOSE, ennesima “Grande opera” che, nelle parole dei proponenti, doveva salvare la città dalle acque. Qualcuno provò a obiettare sull’utilità dell’opera, ma venne zittito e additato come nemico di Venezia e del progresso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo 16 anni i lavori sono incompiuti, quello che è già stato costruito presenta problemi di malfunzionamento e manutenzione, varie inchieste hanno scoperchiato il solito sottobosco di appalti truccati, tangenti e malaffare, mentre Venezia continua a subire allagamenti sempre più devastanti.
Cinque miliardi di fondi pubblici buttati letteralmente in mare. Quel mare che, lui sì, è in “crescita”, insieme al numero e all’entità dei disastri ambientali, che ormai non possono più essere definiti eventi “eccezionali”, ma semplicemente la nuova quotidianità con cui saremo costretti a convivere.
Tutto questo in ossequio a un paradigma “sviluppista” che sta mostrando chiaramente i suoi limiti e le sue devastanti conseguenze, ma che la maggioranza continua ad appoggiare incondizionatamente, nella convinzione che non esistano alternative. Mentre coloro che, oggi come allora, si oppongono alle “Grandi opere” continuano a venire definiti utopisti, nemici del progresso, “quelli che dicono di NO a tutto”. Anche se i fatti hanno dato loro mille volte ragione.
Oggi dovrebbe ormai essere chiaro che le soluzioni non possono venire dallo stesso modello che ha causato i problemi. Dire “Sì” al TAP, il gasdotto che ha tranciato chilometri di uliveti pugliesi, vuol dire puntare ancora sulle fonti fossili, ovvero quelle che aumentano l’effetto serra e il riscaldamento globale. Discorso analogo per il TAV, il tunnel fra Torino e Lione, la cui costruzione provoca più emissioni a effetto serra di quelle che promette di far risparmiare, oltre a propugnare le solite tesi di “crescita” degli scambi commerciali ormai obsolete, che non hanno più ragione d’essere.
Perché ormai l’attuale modello economico ci ha portato a sbattere contro il limiti fisici del Pianeta. Quindi è l’economia a dover cambiare, perché la fisica – come la matematica e la chimica – è una scienza esatta, e non può essere deformata a piacimento. L’economia, invece, non è una scienza esatta, a dispetto di quello che credono in molti, a partire dagli stessi economisti. Perché si occupa di qualcosa di inventato dall’uomo, quindi per sua natura mutevole e fallibile. I disastri economici degli ultimi anni sono la prova tangibile dell’inesattezza intrinseca dell’economia.
Dunque, occorre cambiare modello. E alla svelta, prima che la “crescita” sommerga Venezia e tutti noi.

La Via dei Pellegrini - A piedi da Rivoli alla Sacra di San Michele

Pro Natura Torino

Nel corso di una decina di anni Pro Natura Torino, con lavoro totalmente volontario e proseguendo il progetto avviato dall’Associazione Salvaguardia Collina Morenica poi confluita nella stessa Pro Natura, ha realizzato un percorso escursionistico che parte dal Castello Rivoli (città a una decina di chilometri da Torino) e giunge alla Sacra di San Michele, millenaria abbazia simbolo del Piemonte.
La distanza in linea d’aria fra il punto di partenza e quello d’arrivo è di circa 11 chilometri, ma le evoluzioni che il percorso effettua per toccare i vari punti d’interesse, compresa la sommità del Monte Cuneo, determinano una lunghezza di circa 25 chilometri, che è consigliabile effettuare in due tappe.
Tutto il percorso è segnalato con cartelli indicatori con il nome delle successive località e la distanza. Tabelloni posti su bacheche o su pali riproducono la carta geografica con il percorso e descrizioni dei massi erratici, delle emergenze ambientali e di chiese o edifici di valore storico.
L’Anfiteatro Morenico di Rivoli-Avigliana si estende geologicamente dalla Bassa Valle di Susa fino alle porte di Torino ed è compreso tra i fiumi Dora Riparia e Sangone; rappresenta un caratteristico paesaggio geomorfologico creato da un antico e potente ghiacciaio che, scendendo dalle testate delle valli alpine, si spingeva con il suo fronte fino alla pianura torinese.
All’interno di questo raro ambiente geomorfologico i massi erratici costituiscono l'evidenza geologica più significativa, in quanto rappresentano la testimonianza più facilmente riconoscibile dell’antica presenza di un ghiacciaio e della sua straordinaria capacità di trasportare materiale per lunghe distanze. Talora di dimensioni gigantesche, di forma e composizione mineralogica molto variegate e posti sempre assai lontano da formazioni rocciose geologicamente simili, sono da considerarsi veri e propri monumenti naturali.
Rileggendo la storia geologica e culturale di questi imponenti monumenti naturali, è evidente il loro valore ambientale e sociale.
I massi erratici sono veri e propri documenti della storia naturale della Terra sotto vari aspetti: valore scientifico e paesaggistico, memoria storica, fruibilità sportiva e didattica; devono essere tutelati e conservati affinché anche le generazioni future possano usufruirne.
Grazie all’azione di Pro Natura Torino la Regione Piemonte ha approvato nel 2010 una specifica legge per la protezione dei massi erratici, i cui scopi principali sono:
- tutela dei massi attraverso il sostegno della legge regionale, ottenuta anche grazie a pressioni dell’Associazione, e con la sensibilizzazione della popolazione;
- scoperta dei massi come monumenti geologici, paesaggistici e culturali;
- valorizzazione dei massi come risorsa turistica, sportiva ed educativa;
- incentivo a far conoscere il territorio con escursioni a piedi, usufruendo anche della collaborazione di alcuni comuni particolarmente sensibili;
-  manutenzione e aggiornamento della segnaletica, dei tabelloni e della percorribilità dei sentieri.
Il collegamento realizzato in tempi più recenti da Avigliana alla Sacra di San Michele, risistemando percorsi esistenti, consente di ammirare il Lago Piccolo di Avigliana, visitare il Giardino Botanico REA in comune di Trana, la zona di Giaveno e la storica abbazia della Mortera, recentemente restaurata anche con finanziamenti europee a cura del Gruppo Abele.
I comuni interessati a questo per-corso, che attualmente si sviluppa tutto sul versante destro della Dora Riparia, diventeranno diciassette con la prevista estensione e chiusura ad anello del percorso lungo il versante sinistro del fiume: Alpignano, Almese, Avigliana, Bruino, Buttigliera Alta, Caselette, Giaveno, Pianezza, Reano, Rivalta, Rivoli, Rosta, Sangano, Sant’Ambrogio, Trana, Val della Torre e Villarbasse.

Le arche migranti

Pubblichiamo un ulteriore omaggio a Francesco Corbetta, per lunghi anni Segretario e poi Presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, recentemente scomparso. Si aggiunge ai ricordi di Valter Giuliano e Giuliano Cervi, pubblicati sullo scorso numero di “Natura e Società”.

LE ARCHE MIGRANTI
Leonardo Badioli

Non ricordo esattamente quando – ma tu neanche c'eri, amico cane – il professor Corbetta, passeggiando con me  ed Elia Tomassetti lungo la spiaggia tra Ciarnin e Marzocca, fu scosso all’improvviso da un violento tremito ed emise un gridolino d’orrore facendo sobbalzare i suoi cento e passa chili di sapienza biologica: “È arrivata anche qui!
“Cosa?”, diciamo noi, allarmati.
“Scafarca” fa lui.
“E cos’è Scafarca”.
Scapharca inaequivalvis. Mollusco venuto dall’oriente attaccato alle navi. La chiamano ‘la giapponese’, ma a quanto pare si è ambientata benissimo in Adriatico”.

Il professore si china con flessuosa agilità e prende su due conchiglie molto simili tra loro; a noi sembrano di quelle che di solito i turisti raccolgono come souvenir, Acanthocardia, ‘Cuore d’acanto’ col nome di Linneo, o più semplicemente ‘Cuore’, sempre scelte per la forma e per i suoi colori.
“Con Acanthocardia non ha molto in comune se non una vaga somiglianza - taglia corto lui - L’orientale è più coriacea; la forma delle valve è squadrata; nel punto della loro congiunzione – fammi dire bene: nella zona ligamentare che separa i due umboni - ha uno spessore nero. Si chiama scafarca perché il guscio è capiente come fosse un’arca, come tutte le Arcidi d’altronde; ‘inequivalve’ per il fatto che la crescita sviluppa le valve in maniera ineguale”. 

Apprendemmo da lui che la nuova venuta era stata classificata da Bruguière nel 1789 (si vede che in quell’anno non tutti i francesi facevano la rivoluzione) e che si tratta di una specie capace di vivere in acque costiere molto povere di ossigeno. Questa sua facilità di adattamento alle condizioni prevalenti del nostro mare opaco e poco ossigenato le permette di sottrarre spazio ad altre specie bivalvi dotate di minore resistenza. Approdata nel porto di Ravenna alla fine degli anni sessanta, aveva allargato la sua area fino ad arrivare qui da noi, con una progressione sufficientemente rapida da sbigottire i più attenti osservatori.

Non negherò che in seguito mi sono fatto bello con gli amici riprendendoli ogni volta che distrattamente raccoglievano un’orientale scambiandola per un’autoctona; l’ho fatto con tanta convinzione che alla fine vedevo scafarche dappertutto. Ricevevo in regalo un sonaglio thailandese con sette elefantini e conchigliette pendule comprato a Canton Art: erano loro. L’ho avvistata addirittura su una pubblicazione che la mia città aveva fatto stampare per propagandare la sua spiaggia e il suo mare pulito: nel lussuoso dépliant, mollemente adagiata sopra un letto di sabbia, era esibito un magnifico esemplare di Scafarca inequivalve.

Vi siete data la zappa sui piedi - ho sghignazzato rivolto ai responsabili - avete fatto pubblicità al degrado dell’ambiente costiero”.
Eh - banalizzava lui - ma chi vuoi che le sappia queste cose”.
I bambini delle elementari”, ho detto io per metterli a sedere; e non era una bugia, perché tutta la mia scienza in materia di conchiglie, oltre al fatto di avere ascoltato il professor Corbetta, proveniva da un libretto per ragazzi edito nell’ottantuno: tra le specie che si trovano nei mari italiani c’era lei, Scafarca, indicata come proveniente dalle coste indopacifiche e localizzata ‘solo lungo le coste veneto-emiliane’, dove era data per ‘molto abbondante’. Dovrebbero aggiornare questo libro man mano che le popolazioni marine si vengono espandendo.

La giornata è di quelle che onorano l’inverno, con un vento tagliente di borino che non porterà neve ma del resto non ci fa mancare niente. L’altro ieri c’è stata burrasca e tutto il lido è segnato dalla linea del trasporto, minutaglia vegetale, merceologia plastica e una galassia di conchiglie di ogni tipo. Mentre tu vai ravanando tra i rifiuti spiaggiati e manifesti la tua predilezione per certe matasse vegetali schifosette e informi, io traccio sulla sabbia un perimetro quadrato (un tocco di sistematicità all’osservazione non è mai da biasimare) per vedere al suo interno che conchiglie trovo, e in quale rapporto quantitativo tra le diverse specie. Intanto per scoprire con sollievo che Acanthocardia – per quanto ormai sappia che non c'è correlazione – è tuttora prevalente su Scapharca. Ce ne sono come al solito di molti colori; tuttavia, diversamente da quanto mi ricordo, stavolta le rosse e le chiare sono in numero minore rispetto alle scure; mi domando allora se il colore non dipenda da un programma genetico che realizzano, così come esistono conigli bianchi, neri, grigi e anche fulvi, o piuttosto dalle varie sostanze che il mollusco utilizza nel luogo in cui si trova; il caso del gran numero di nere attesterebbe una morìa, quando le valve finiscono sepolte sotto la sabbia dove non c’è ossigeno; in quanto alle conchiglie variegate propendo per la seconda spiegazione, che i colori dipendano dal sedimento che quei molluschi assimilano dall’acqua in soluzione.

Perché se no sarebbero così mutevoli secondo tempo e luogo? Acantocardia avrebbe dunque suoi colori locali e temporanei, dialetti cromatici che passano dal bianco al bruno attraverso le gamme dell’arancio e del grigio, con transiti appena percettibili su un verde spento e contrappunti di giallo citrino?

Bisognerà che affronti prima o poi il rischio di dire stupidaggini e mi decida a interrogare qualcuno della biologia marina. Le valve a quanto pare si accrescono dal nucleo primitivo caricando i nuovi cerchi secondo una continuità ritmica che ne determina la trama; il risultato è una testura variegata come quei maglioni che si facevano una volta con la lana d’avanzo, a costine o rasati. Qualcuna a un certo punto della progressione evidenzia un’incertezza, una cesura che farebbe pensare a una crisi momentanea prontamente ripresa con un balzo in avanti della crescita.

Attraverso le sequenze modulari si possono leggere sviluppi temporali e caratteri del luogo in cui si sono formate: la conchiglia è la trama illustrata di un racconto: un paradigma del rapporto tra struttura e processo, diceva il vecchio Bateson; ed è appunto il suo procedere formale che la rende bella.

Lo stesso, vorrei dire, intendeva l’amico Bebo Conti provando nuovi giri alla chitarra. “Che cosa ti piace esattamente - ci teneva a sapere - e perché”; in questi casi tornava molte volte su un passaggio in cui il declinare di una tonalità maggiore in una minore poteva provocare un effetto di struggente meraviglia. Mi è sembrato che l’avere scoperto dove sta l’arcano non dissolva l’effetto; demolisce i mezzucci ma può anche approfondire l’emozione, se la trama tiene. Similmente noi possiamo scomporre le armonie o ordinare le serie biologiche, scandirle, compararle, trasformarle in numeri e comporle in equazioni: la conchiglia marina sarà sempre figlia della pietra e meraviglia per le menti dei bambini, come ai tempi di Alceo. E nel ripetere quelle parole faccio caso che il poeta dice proprio ‘menti’, ‘frenàs’, e non ricettori periferici come gli organi del tatto o della vista.

All’interno del perimetro che ho tracciato si trova una miriade di altri relitti che il mare con ondate successive ha trasportato a riva. Sono gusci di ostriche, Ostrea edulis, suppongo, e di cozze in gran numero, segno che l’onda ha battuto con forza la scogliera dove stavano attaccate e le ha strappate via; ma forse le ha portate già morte e la sua azione era soltanto una ripulitura. A Venezia le chiamano “peoci”, a Senigallia “capuloŋi” e in Ancona “mósciuli”, ma il nome scientifico (il nome del nome, direbbe ancora il vecchio B.) è Mitilus galloprovincialis. Su tutto il quadrato le sue valve, integre o frantumate, riflettono il nero dell’esterno o l’argento perlaceo dell’interno.

Un numero alto di presenze è garantito da Tellina nitida e Tellina tenuis, ovali leggeri e lucenti chiamati “calcinèi”, o “calcidòr” se sono quelli più grossetti dal colore dorato, e più ancora dal minuto Lentidium mediterraneum: dopo una mareggiata se ne trovano a milioni e formano da soli la massa più cospicua del trasporto.

Ci sono poi le vongole, Chamelea gallina, tantissime, forse scombinate dal frugare quotidiano che fanno le turbosoffianti sotto il fondo marino; più rare le vongole veraci, e questa loro rarità mi evita il confronto con un tizio che conosco, originario delle latitudini meridionali del Tirreno, che mi fa una capa tanta sostenendone il primato sulle mie poveracce. La “verace”: come se Chamelea fosse solo una bugiarda mentitrice che si spaccia per quello che non è. Con tutto il rispetto che gli porto, e concedendogli pure che sia l’altra più buona, io sono patriota: nessun Tapes decussatus soppianterà mai la freschezza salina e mattinale delle mie adriatiche.

Deriva dall’infanzia la mia preferenza: ai tempi della grande povertà, mia madre andava a raccoglierle sulla battigia, le metteva sulla piana di ghisa della cucina economica e quelle sfrigolando si aprivano; le mangiavamo appena scottate e sgocciolanti, un sapore così vivo che soltanto un’infanzia protratta dei sensi potrebbe rinnovarlo.

Tanto più preferisco le vongole nostrane se considero poi che le veraci che vendono al mercato non sono affatto tali; dovremmo chiamarle “le mendaci”; il loro nome infatti era in origine Tapes philippinarum, altra specie migrante, succedanea o addirittura sostituta della vera verace, Tapes decussatus; per confondere le idee dei compratori, le cambiarono nome: la chiamarono Tapes pseudodecussatus. Approfittando del sonno di Linneo.

Sul mucchio di conchiglie gocciolanti che abbiamo isolato affiorano anche quelle Mactra stultorum belle grosse e forse anche tontolone come dice il nome (una specie di dispensa degli scemi?); e quelle altre di cui pure non ricordo il nome, ancora più grandi, che mi fanno pensare agli unghioni di un gigante trasandato, orlati di nero; con un colpo d’occhio scovo anche un bell’Aequipecten opercularis, il cui nome locale è ‘canestrello rosa’, parente minore della grande capasanta, Pecten Jacobaeus, che vive su un fondale più profondo e contrassegna i pellegrini che ne usavano la valva come conca per bere. ‘Jacobaeus’ è per San Giacomo, Santiago de Compostela, in fondo alla Via Lattea, vicino all’oceano.

Poi ci sono le varie lumachelle, Aporrhais pespelecani, che ad Ancona chiamano ‘crucéte’ e più a nord ‘garagòi’, le cui digitazioni assumerebbero nella tassonomia la forma di una zampa di pellicano; Bolinus brandaris, il murice che localmente è chiamato ‘ragusa’, anche lui carico di storia per il fatto che i romani ne cavavano la porpora. Chissà se ai tempi nostri sarebbe così facile averne a sufficienza, sapendo che ne servivano ottomila per avere un solo grammo del prezioso colorante. Tintorie famose non erano soltanto a Tiro: in Adriatico i murici erano presenti con più varietà, di modo che anche a Rimini la porpora si produceva.

Rinvengo un certo numero di Nassarius vulgatus, ghiottoneria che qua chiamiamo ‘bumbulìŋ’ (sughetto con cipolla, spruzzo di vino bianco, conserva di pomodoro e odori dell’orto), e Nassarius reticulatus, lumachino che i pescatori detestano perché, pur essendo commestibile, non è vendibile, sporca le pescate e li costringe a una cernita piuttosto laboriosa; e ancora due lumachelle molto simili per dimensione, Neverita josephinae, tondeggiante e leggera, di un cipria rosacenere rischiarato da un alone diafano, e Naticarius millepunctatus, la guancia trapunta di marrone il cui nome originario, oggi tornato in uso, è stercusmuscarum. Sarebbe da capire perché mai una chioccioletta così tenera e graziosa si sia meritata nomi derisori come “chiappa-di-culo” e “cacatina-di-mosca” se non per un particolare sprezzamento di chi l’ha battezzata. E poi, naturalmente, c’è Scapharca; anche di questa mi accade di trovare, come del Cuore, non pochi esemplari interamente neri: le descrizioni la danno di un bianco avorio con sfumature ocra negli esemplari adulti e azzurrine in quelli più giovani. Ho sempre guardato con sospetto fin da quando il professore me l’ha fatta scoprire questa intrusa che attesta il decadimento dell’ambiente marino e lo depriva essa stessa attivamente soppiantando altre specie che ci sono familiari. Dev’essere la stessa insofferenza verso i nuovi venuti che contagia chi ha paura della loro prevalenza o di un inarrestabile meticciato; ma ormai la giapponese si è diffusa ugualmente lungo tutta la costa adriatica, e con essa si è diffusa una cattiva fama: chi raccoglie i molluschi sulla riva inorridisce constatando che ‘butta fuori il sangue’, ossia che possiede emoglobina come noi (la chiamano per questo ‘Sanguinella’); i vongolari la vedono come rivale e l’accusano di divorare le stesse Chamelea che loro pescano e che trovano meno abbondanti; per quanto sia difficile che una bivalve diventi predatrice e carnivora come sono, al contrario, diverse varietà di gasteropodi. In ogni caso non è certo colpa sua se le acque costiere dell’Adriatico versano spesso in condizioni di ipossia e lei riesce a cavarsela meglio degli altri.

In realtà molte specie bivalvi – anche questo rammento rovistando nei cassetti della memoria – sopravvivono a lungo in condizioni di scarsa ossigenazione o totale mancanza di ossigeno.  Il fatto stesso che vivono nelle sabbie basse o nelle zone interessate dalle maree le espone a variazioni cadenzate del loro habitat. Qui agiscono diversi fattori che limitano la quantità di ossigeno disciolta nell’acqua: la temperatura più alta, la presenza di sostanze organiche e l’eutrofizzazione algale. A queste condizioni Scafarca risponde trattenendo acqua e sottraendo da essa l’ossigeno residuo; se non basta, apre le valve in modo da favorire lo scambio acqua-aria. Ha anche adattamenti di tipo biochimico: rallenta il metabolismo riducendo l’attività enzimatica a livelli minimi. In altri termini, certi molluschi entrano in una specie di letargo, che per le vongole è piuttosto breve, per le cozze più lungo e per Scafarca così lungo da permetterle di vivere anche un mese in totale assenza di ossigeno. Attenzione però a non confondere Scapharca inaequivalvis con Scapharca demiri, ammoniscono i testi. Sono molto somiglianti, ma la seconda è più piccola e meno panciuta. In qualche caso servirebbe un occhio esperto per distinguere una specie dall’altra, e talvolta perfino i malacologi rimangono indecisi, o incontrano sorprese; non sempre la tassonomia è chiara e non è mai definitiva.

Cercando su internet qualche tempo fa, ho messo il naso sulla corrispondenza che gli aderenti alla Società Italiana di Malacologia intrattengono tra loro. Un giapponese, il signor Ono Yuya, ha comprato uno stock di arche che abitano il Mediterraneo; rispondendo a chi gliele ha inviate dice, certo, che è molto soddisfatto, gli specimen gli sono pervenuti in buono stato, e spiega come il suo interesse per Scapharca derivi dal fatto che it also lives in Japan; tuttavia fa presente che gli esemplari di inaequivalvis che colui gli ha fatto pervenire sono differenti da quelli che nel suo paese chiamano con lo stesso nome: somigliano piuttosto a Scapharca subcrenata. Il che li renderebbe, se vogliamo, anche più interessanti.

Il venditore, Stefano Rufini, che non è certamente un bottegaio e nemmeno uno Scoglionatissimo Ricercatore Eternamente Precario dell’Università (SCREPUN) deciso comunque a fare rendere al meglio i suoi talenti, ma un vero luminare della malacologia, assicura che quegli esemplari, prima di finire in Giappone, erano già appartenuti a una collezione e cartellinati come provenienti da San Benedetto del Tronto.

A prima vista sembravano inaequivalvis, nell’accezione corrente del termine; né mai mi è capitato di avere subcrenata sottomano”. Poi, però, rivolto ai suoi corrispondenti, avanza un dubbio: ma questo giapponese non sarà mica uno che vuole confonderci le idee, come già altri hanno tentato di fare?

“Lascio a quelli che vogliono indagare il Meraviglioso Mondo delle Arche Migranti - conclude amarognolo il professore - il compito di chiarire cosa nasconde questo mistero”.

Il suo messaggio è inviato alle dieci del mattino. Lo raccoglie da Ancona Cristiano Solustri, che alle dieci di sera risponde: “Il giapponese può avere ragione. Un amico russo col quale collaboro mi ha fatto osservare quanto sia differente la scultura della nostra inaequivalvis da quella giapponese e, in misura minore, dalla thailandese. Che non si tratti della stessa specie?

Ma allora crollerebbe l’ipotesi della migrazione, mi scopro a commentare con sgomento. Aspetto inutilmente che il tam-tam malacologico faccia qualcosa per risolvere l’enigma, perché invece se ne è subito scordato, sopraffatto da un annuncio capace di eclissare ogni altra fantasia: ‘Demiri in Adriatico!’ La costa romagnola è, come al solito, la prima ad avvistarla, ma Solustri l’ha trovata poco dopo tra Ancona e Senigallia, proprio dove io e Klaus ci troviamo a camminare. Non solo ha rinvenuto numerosi esemplari, ma valuta che abbiano fino a tre anni di vita. Sembra probabile che la nuova migrante sia arrivata con le casse di vongole che importiamo in estate dalla costa turca, dove già quella specie era presente, seppure non autoctona. “È incredibile con quale leggerezza sono fatti i controlli, e con quanta incoscienza per le conseguenze sulla vita biologica locale”, si sdegna il ricercatore.

Ma rullano i tamburi: demiri è dappertutto, l’hanno vista addirittura a Brindisi. Solo io sono qui da più di un’ora che confronto tutte le scafarche che ho trovato per vedere se in mezzo alle tante inaequivalvis ce ne sia una più piccola e schiacciata, come scrivono che demiri debba essere. Per fortuna o disgrazia questa specie è straordinariamente prolifica e tra poco non avrò difficoltà a riconoscere la nuova ondata di bivalvi extracomunitarie.

Avrei voglia di fare due chiacchiere con questo Cristiano: chissà che nel frattempo non abbia trovato la chiave del mistero. Può succedere a volte che una cosa che prima ti era ignota e ti sarebbe parsa poco interessante, se non addirittura astrusa, diventi in un momento indispensabile. L’incontro però sembra difficile, perché dall’Istituto dove lui lavorava mi rispondono che si è trasferito e che non sanno dove. Ammettiamo che chi lo sostituisce anche lui sia al corrente del mistero: mi verrebbe più difficile chiedere a un altro col rischio che quello mi risponda senza troppo entusiasmo: “Sì, certo. Scultura differente. Sul blog dei malacologi. Ma lei come ha detto che si chiama?

Per questo mi sento di sospendere la soluzione dell’enigma nell’attesa che rintracci il prescelto intenditore di conchiglie di mare. Se non è partito per uno di quei viaggi che a volte i naturalisti si sobbarcano sulla scia di von Humboldt o del Beagle, da qualche parte lo devo pur trovare.