Membro di
Socia della

Archivio Rassegna Stampa

Se non hai un account social, non esisti (nemmeno se sei la Signora Scienza)

di Sofia Filippetti

La giornata comincia e, con essa, sempre la stessa storia. Ogni giorno (o quasi), tutti i giorni (o quasi). Prendiamo il nostro caffè bollente, ci sediamo a tavola e, mentre soffiamo sulla tazza, è più forte di noi: prendiamo in mano lo smartphone. Lo sblocchiamo, apriamo i social. Facebook, Instagram, TikTok (solo per citarne alcuni). Ci facciamo il nostro giro sulle home, scorriamo contenuti su contenuti, leggiamo di sfuggita titoli e rimandi a link che non apriamo, immagini che scompaiono sotto la nostra disattenzione, notizie di cui notiamo solo le parole chiave. Guardiamo ma non vediamo, leggiamo ma non approfondiamo. Veniamo travolti dall’infinità di avvenimenti che accadono attorno a noi, vicini, lontani, dall’altra parte del mondo, sotto casa nostra. E poi, con un click, chiudiamo tutto. Di tutto ciò che i nostri occhi hanno visto, che il nostro cervello ha assorbito più o meno incoscientemente, ci rimane una impressione, una manciata di termini sensazionalistici, le inquadrature di un video di quindici secondi, i risultati di una ricerca scientifica riassunta in non più di quattro parole, i commenti - stringati o omerici - degli utenti.   

La scienza permea ogni aspetto della nostra vita, se ci pensiamo un momento più del dovuto. La tecnologia è scienza, le connessioni dei nostri neuroni sono scienza, i nostri occhi che osservano tutto sono scienza, come si esprimono influencer e divulgatori è scienza. Gli stessi social media, anche, sono scienza. Un crogiuolo di algoritmi che costruiscono attorno a noi costellazioni di notizie che confermano le nostre convinzioni (creando le cosiddette “echo chambers”, bolle nelle quali abbiamo costante conferma del fatto che il mondo va proprio come crediamo noi), un codice binario fatto di zeri e uno che permette la creazione di frasi che possono venir lette da chiunque, la rete world wide web che costruisce un mondo attorno al mondo. Grazie a noi.

Pervasivi, onnipresenti e quasi onniscienti: fare i conti con i social media è ormai inevitabile. Se non hai un account social, non esisti. Che si tratti di un’istituzione come l’Organizzazione Mondiale della Sanità o di un chicchessia che vuole condividere le sue dimostrazioni a sostegno del terrapiattismo è del tutto indifferente. Su queste piattaforme in continua evoluzione, in continuo aggiornamento, in continuo rischio di obsolescenza, tutti hanno lo stesso spazio, tutti hanno (se costruita e giocata bene) la stessa autorevolezza. Insomma: sono (siamo) tutti sullo stesso piano. Essere sullo stesso piano è un elemento estremamente affascinante e delicato, in quanto da una parte permette lo sviluppo della conversazione della scienza, ma dall’altra rappresenta un’infinità di rischi legati alla facilità con cui informazioni inattendibili e frettolose (altresì chiamato fenomeno della misinformazione) si diffondono in ogni parte del web. Se non scrivi un post sui social, non hai diritto di parola. E questo vale per tutti, compresi gli scienziati, compresa la scienza. Che da un lato è un vincolo ma dall’altro rappresenta un’enorme opportunità per diffondere, comunicare, conversare la Scienza. Perché, ricordiamo, la Scienza la si fa attraverso la diffusione, la comunicazione, la conversazione.

Il fatto, però, è che la signora scienza lavora con determinati tempi, che sono lunghi, mettendo in discussione sé stessa, ogni singola scoperta e scelta, guarda da ogni prospettiva - dall’alto, dal basso, da destra, da sinistra, da qua, da là - ogni risultato. Ogni passo che il progresso scientifico compie è piccolo, misurato, ma ci ha portato sulla Luna e anche un vaccino anti-COVID-19 in tempi rapidissimi. La scienza usa termini che ai social media non piacciono, parla di possibilità, di percentuali, di “necessità di future ricerche e approfondimenti”, ci va coi piedi di piombo ed è pronta a rivedere, correggere e ritornare su leggi e dettami scoperti, per riesaminarli e modificarli. La scienza è una disciplina connotata da profonda plasticità, nonostante segua precisi dettami nel metodo e nelle misurazioni, è dinamica e viene costantemente messa in discussione. È per questo che il mondo dei social media fa fatica ad accettare e a parlare con i suoi stessi termini: i social media sono rapidi, veloci, immediati, accendono un guizzo di interesse che soltanto in pochi decidono di approfondire. Usano termini sensazionalistici, immagini accattivanti, un linguaggio perentorio, bianco-e-nero, senza via di mezzo. È tutto o niente. Allora è difficile armonizzare e coadiuvare due mondi così differenti, in cui il bianco-e-nero cozza con le infinite sfumature, in cui il tutto-o-niente si scontra con il forse.

È difficile, sì, ma non impossibile. Che poi, a ben pensarci, sono sempre stati questi due concetti - la difficoltà e la non impossibilità - a muovere il progresso, la scienza. Nel corso della sua esistenza immemore, la scienza s’è trovata di fronte ad una infinità di sfide e, oggi, fronteggia quella di trasformarsi senza perdere sé stessa, di diventare veramente di tutti. Anche, se necessario, attraverso strumenti finora impensabili. Perché lo scienziato non perda di vista se stesso e riesca a galleggiare nell’insidioso mare dei social, però, ha bisogno di linee guida, di una bussola. Come quella fornita dal Gruppo di Lavoro Comunicazione per la Sanità Pubblica della “Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica” (SItI):

  • Essere aperti, onesti, adattabili ad ogni evenienza e tempestivi;
  • Rispettare i limiti dei canali che si stanno utilizzando;
  • Prepararsi agli imprevisti;
  • Conoscere il pubblico a cui ci si rivolge;
  • Organizzare il tempo programmando la pubblicazione di interventi a cadenza regolare (ad es. 2-3 volte alla settimana);
  • Utilizzare un linguaggio (testo e immagini) semplice e comprensibile;
  • Produrre e condividere informazioni in risposta alle necessità della popolazione, rispondendo ai quesiti dell’opinione pubblica;
  • Aspettarsi commenti/giudizi/opinioni di ogni genere e di varie intensità;
  • Non avere paura di chiedere aiuto, ad esempio ad altri professionisti;
  • Analizzare la risposta del pubblico e valutare come sta elaborando le informazioni;
  • Organizzare occasioni di scambio con il pubblico attraverso chat, interviste, dirette, survey Google, ecc.

Che poi, a ben leggerli, ricordano un po’ i principi su cui si basa un qualsivoglia esperimento scientifico.

 

Fonti di ispirazione

  • “Comunicare sui social media: una guida per operatori di Sanità Pubblica” a cura del Gruppo di Lavoro Comunicazione per la Sanità Pubblica della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) (2024)
  • Regenberg A. Science and Social Media. Stem Cells Transl Med. 2019 Dec;8(12):1226-1229. doi: 10.1002/sctm.19-0066. Epub 2019 Jul 7. PMID: 31282132; PMCID: PMC6877767.
  • Goldstein CM, Murray EJ, Beard J, Schnoes AM, Wang ML. Science Communication in the Age of Misinformation. Ann Behav Med. 2020 Dec 1;54(12):985-990. doi: 10.1093/abm/kaaa088. PMID: 33416836; PMCID: PMC7791627.
  • Wang Y, McKee M, Torbica A, Stuckler D. Systematic Literature Review on the Spread of Health-related Misinformation on Social Media. Soc Sci Med. 2019 Nov;240:112552. doi: 10.1016/j.socscimed.2019.112552. Epub 2019 Sep 18. PMID: 31561111; PMCID: PMC7117034.
  • Flinta Rodrigues, Richard Newell, Giridhara Rathnaiah Babu, Tulika Chatterjee, Nimrat Kaur Sandhu, Latika Gupta, The social media Infodemic of health-related misinformation and technical solutions, Health Policy and Technology, Volume 13, Issue 2, 2024, 100846, ISSN 2211-8837, https://doi.org/10.1016/j.hlpt.2024.100846.
  • Bucchi, M. and Trench, B. (2021). Rethinking science communication as the social conversation around science JCOM 20(03), Y01. https://doi.org/10.22323/2.20030401
  • European Commission. Science Communication: how social media can effectively boost your research project. Link: https://rea.ec.europa.eu/news/science-communication-how-social-media-can-effectively-boost-your-research-project-2023-08-11_en

Il paradosso dell’era moderna: più informazione, più ignoranza

di Piero Belletti

Lo afferma addirittura il Censis nel suo rapporto annuale: più di metà degli italiani non sa in quale secolo avvenne la rivoluzione francese e una percentuale ancora maggiore ignora quale sia la capitale della Norvegia oppure il capoluogo della Basilicata. Il 43,5% dei diplomati (con punte dell’80% negli Istituti professionali) manifesta difficoltà a capire l’italiano scritto , mentre un italiano su 7 non sa quanto fa sette per otto (https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/12/06/rapporto-censis-2024-ignoranza-profonda-subcultura/7794586/).

D’altra parte, che ci troviamo di fronte a un diffuso fenomeno di “ignoranza di ritorno” è palese: basta sentire le chiacchiere sui mezzi pubblici o leggere quei famigerati blog dove l’anonimità induce la gente ad esprimere senza remore il proprio pensiero. Per non parlare ovviamente dei talk-show televisivi, anche se lì c’è il forte sospetto che l’ignoranza (come anche la prepotenza e l’arroganza) siano state decise a tavolino, allo scopo di far lievitare gli ascolti...

Si tratta comunque di un fenomeno estremamente preoccupante: se l’opinione pubblica non conosce almeno a grandi linee le questioni su cui si dibatte, sarà facile cadere vittima di chi, a sua volta per ignoranza oppure – ancor peggio – per interessi personali, diffonde notizie false o quanto meno prive di fondamento. Ne parliamo diffusamente in questo numero di “Natura e Società”.

Il declino culturale è fenomeno ben evidente in particolare a chi si occupa di didattica. Personalmente, ho insegnato materie scientifiche (nel caso specifico genetica agraria e forestale) all’Università di Torino per una trentina di anni, dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso fino all’agognato pensionamento. In questo lasso di tempo ho potuto verificare numerosi cambiamenti, tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.

Il primo riguarda la diminuzione del livello generale di preparazione degli studenti universitari. O meglio, la sempre più evidente presenza di una preparazione frammentata, che privilegia solo alcuni aspetti del sapere. Le basi culturali si sono così indebolite e la capacità di collegare i concetti diventa sempre più merce rara. Ne ho parlato con alcuni insegnanti di scuola media superiore, che fondamentalmente concordavano con questa tendenza, ribaltando però le responsabilità sulle medie inferiori. E da qui sommetterei che si passerebbe alle elementari...

Il secondo problema riguarda la scarsa capacità critica di valutare in modo critico quello che ci viene proposto. Tranne le ovvie e lodevoli eccezioni (che ci sono sempre state e, speriamo, sempre ci saranno), gli studenti che ottengono i risultati migliori sono quelli che apprendono in modo nozionistico e ripetono (quasi) a memoria ciò che hanno ascoltato a lezione o letto sugli appunti. Manca però una visione d’insieme, che ci permetta di collegare le nozioni apprese e creare così un substrato indispensabile per la crescita e la maturazione, umana ancor prima che scientifica.

La prova evidente ci ciò è rappresentata dal fatto che, nel trentennio considerato, i miei programmi dei corsi si sono venuti via via assottigliando, arrivando, alla fine del periodo, a essere poco più della metà di quelli iniziali. Non solo: la soglia per il superamento dell’esame si è costantemente abbassata, anche qui fino a raggiungere livelli che all’inizio della mia carriera di docente sarebbero stati impensabili. Eppure, non c’erano alternative. Ricordo ancora benissimo quando l’allora Preside di Facoltà (quando ancora esistevano le Facoltà...), persona tra l’altro di enorme spessore culturale e che ho sempre ammirato, ci fece capire che non era il caso di essere troppo rigorosi agli esami. Altrimenti, un elevato numero di abbandoni e finanche una modesta votazione media in quelli superati avrebbe ridotto la quota di finanziamento che il Ministero elargiva alle Università.

Ci troviamo quindi di fronte a un paradosso. Abbiamo accesso a una quantità sempre maggiore di informazioni, ma la nostra percezione della realtà va via via scemando. Ma forse, a ben pensarci, non è proprio un paradosso, ma una normale conseguenza dello stato di fatto. Quando ci si trova di fronte a un eccesso di qualsiasi cosa (nel nostro caso di informazioni) diventa essenziale essere in grado di discernere cosa è reale e cosa no, cosa è oggettivo e cosa è stato manipolato ad arte. E qui sta la vera difficoltà, e oserei dire la sfida per un futuro che ci renda veramente liberi.

La scuola e le scienze della natura

di Mauro Furlani

All’interno dei percorsi scolastici, già dalle scuole primarie e poi ancora nelle secondarie di primo e secondo grado, quelle che un tempo si chiamavano scuole medie e medie superiori, fino alle università, avviene una parte importante della trasmissione del sapere.

La trasformazione del sapere in competenze, ovvero la capacità di affrontare risolvere e porre problemi, è in buona parte un passo successivo, avanzato e spesso si concretizza progressivamente negli stadi successivi della vita formativa dei giovani.

La formazione scolastica, oggi, più che in passato, non è solamente una trasmissione di conoscenze, ma anche e non secondariamente, luogo di formazione della coscienza civica, luogo di elaborazione di idee, di maturazione di interessi, di sviluppo di sogni personali e collettivi e luogo di emozioni.

Sempre più spesso è richiesto alla scuola di integrare e colmare il vuoto prodotto da quanto in passato era occupato dalla militanza in movimenti politici, dall’impegno nel volontariato sociale, compreso quello ambientalista o, dalla stessa famiglia. Questi istituti culturali e le stesse strutture sociali non appaiono più attrattive per i ragazzi, i quali spesso vivono all’interno di microcosmi isolati, talvolta virtuali o comunque estraniati da un contesto culturale in grado di alimentare la necessità di conoscenze e di partecipazione attiva tipica dell’età giovanile.

Ora più che mai molte strutture sociali e agenzie culturali sono fallite o nel migliore dei casi hanno ridimensionato il proprio ruolo; in questo senso la scuola rimane uno dei pochi luoghi di aggregazione giovanile se si esclude l’aggregazione virtuale offerta dai social.

Dunque, quanto accade all’interno del mondo della scuola, dell’istruzione, in un adolescente diviene fondamentale per tentare di comprendere i problemi, progettare una visione del mondo e perseguire le proprie aspirazioni.

Questa breve riflessione cerca di indagare, nello specifico delle scienze naturali, come si sono trasformate le discipline di insegnamento negli anni, ponendo al centro l’interrogativo se ancora esse rappresentano uno strumento indispensabile per la comprensione della natura e dei fenomeni che accadono.

Avendo vissuto gran parte del mio tempo nella scuola, come studente prima e poi come docente, ho avuto l’opportunità di osservare questo mondo dal suo interno e verificare le trasformazioni che l’insegnamento delle scienze della natura hanno subito a causa dell’apertura di nuovi fronti di studio che sono entrati all’interno delle programmazioni scolastiche acquisendo uno spazio prioritario.

L’introduzione dello studio delle scienze naturali nelle scuole ha una origine lontana. Una lunga tradizione di studiosi a partire dalle opere di Antonio Stoppani, autore del libro il Bel Paese, con le sue decine di ristampe, ebbe il grande merito, alla fine del diciannovesimo secolo, di diffondere conoscenze naturalistiche e geografiche, stimolando curiosità in persone la cui conoscenza era limitata al proprio ambito di vita.

Non meno importante fu l’opera di Emilio Cornalia a cui si deve la direzione del Museo di Storia Naturale di Milano da pochi anni istituito, prima della direzione dello stesso Stoppani.

Per molti decenni l’insegnamento delle scienze naturali era considerato centrale nella formazione giovanile. Molte scuole, quelle con origini più antiche, conservano ancora vecchie attrezzature didattiche per la sperimentazione, ormai veri cimeli, oppure antiche collezioni naturalistiche che facevano parte integrante della didattica. Un interessante museo naturalistico è quello curato dall’Università di Ancona, allestito nel piccolo borgo di Offagna, il cui nucleo centrale faceva parte delle collezioni raccolte dal Prof. Luigi Paolucci e presenti nel Regio Istituto Tecnico Navale di Ancona.

Una lunga interruzione nell’insegnamento delle Scienze naturali e un ridimensionamento della loro importanza si ebbe a partire dal 1923, con la Riforma Gentile, interruzione che si è protratta per tutto il periodo del regime fascista.

Nel dopoguerra Alessando Ghigi, zoologo e Magnifico Rettore dell’Università di Bologna dal 1938 al 1943, si prodigò con convinzione affinché l’insegnamento delle Scienze naturali rientrasse tra i programmi di insegnamento. Così egli definì la loro importanza: “lo scopo educativo e culturale delle scienze naturali e l’importanza della conservazione delle risorse della natura per il benessere del popolo, nonché l’interesse che le bellezze naturali d’Italia destano nel mondo intero. “

Nei decenni lo studio delle scienze naturali, la cui cattedra in realtà comprende numerosi insegnamenti che vanno dalla Chimica, alla Geologia, all’Astronomia fino all’insegnamento della Biologia si è arricchita oltre che di contenuti, anche di nuovi strumenti educativi e percorsi didattici.

Nel corso degli anni, l’insegnamento delle scienze biologiche è andato incontro all’ampliamento più rilevante di argomenti e di nuove specializzazioni. Si pensi alle discipline biomediche, allo sviluppo delle biotecnologie e a quelle molecolari. Le applicazioni molecolari e genetiche hanno avuto applicazioni importanti anche nel campo della classificazione biologiche, nella definizione di popolazioni e anche nelle priorità e scelte di conservazione.

In un passato recente lo studio di una specie era affidato in gran parte agli aspetti morfologici, etologici, ecologici, oggi, in maniera sempre più dirimente, sono spesso gli approfondimenti genetici e molecolari a differenziare specie simili o popolazioni.

Questi nuovi campi hanno trovato alloggio all’interno di un unico ed esteso insegnamento che è appunto le scienze naturali. Si tratta di settori di studio certamente di grande importanza ed interesse, di forte attrattività per gli studenti oltre che forieri di nuovi sbocchi professionali.

Il numero di ore settimanali in alcuni corsi di studio è significativamente aumentato. Per cercare di far fronte ad una programmazione più estesa rispetto al passato è stato richiesto ai docenti competenze nuove e supporti didattici adeguati. L’ampiamento di alcuni settori disciplinari ha comportato parallelamente una riduzione di altri ritenuti meno formativi.

Se da un lato dunque l’insegnamento ha esteso i suoi campi di conoscenze richiesti dall’affermarsi di nuovi settori, dall’altro l’insegnamento delle scienze ha dovuto far fronte ad un'altra grande trasformazione: quella del passaggio dal macro, il sistema vivente nella sua interezza e nel suo contesto, al micro. Gli sviluppi di una ricerca sempre più specializzata, coadiuvata da strumenti informatici di modellizzazione sempre più efficaci e per certi versi attrattivi, ha occupato gran parte dell’insegnamento.

Questa graduale trasformazione ha contribuito ad affermare una visione del mondo vivente atomizzata, resa adimensionale, sempre più oggetto di studio teorico, quasi aliena dalla realtà quotidiana e sensoriale.

L’insegnamento della biologia si è trasformato da una disciplina in cui la componente descrittiva, dell’osservazione diretta che per decenni ha svolto un ruolo rilevante, ad uno la cui modellizzazione dei contenuti disciplinari ha sostituito l’oggetto manipolabile, toccabile e riferibile alla realtà. Per usare una metafora, il camice e la provetta hanno sostituito lo zaino, Il binocolo e la lente.

Ecco allora che alcuni settori della biologia nelle attuali programmazioni sono quasi trascurati per lasciare spazio ad atri che in questo momento appaiono più utili alla comprensione dei fenomeni biologici. In particolare l’ecologia e la classificazione dei viventi sono spesso sacrificate e relegate ad un ruolo di marginalità, quasi opzionale oppure lasciata alla programmazione didattica dei singoli docenti.

La stessa ecologia, talvolta rischia, nella visione comune, di essere confusa con le buone pratiche della vita quotidiana, sostituendosi allo studio di strumenti di indagine applicati ai contesti ambientali.

Sono convinto che pochi studenti liceali siano in grado di collocare all’interno di una ordine tassonomico corretto specie comuni come un chirottero, una farfalla o una trota, oppure conoscano la differenza tra una fustaia e un bosco ceduo o siano in grado di cogliere il diverso valore tra un prato incolto e uno coltivato. E’ probabile, al contrario, che siano in grado di spiegare adeguatamente il funzionamento di una pompa al sodio-potassio oppure la funzione dell’enzima DNA-polimerasi.

Se andiamo a sfogliare i principali testi scolastici ci rendiamo meglio conto della trasformazione che questi hanno subito. Testi sempre più approfonditi, dotati di apparati iconografici molto efficaci accompagnati da sussidi didattici sempre più attrattivi.

E’ venuto meno in questi anni nella formazione degli studenti il contatto con la realtà quotidiana, creando una separazione sempre più marcata tra quanto studiato e la realtà dei fenomeni che ci circondano. Questa trasformazione ha fatto venir meno dal contesto educativo l’emozionalità dello studio che può essere restituita solo dallo stretto rapporto tra il soggetto che studia, osserva, sperimenta con la realtà indagata.

Quel microcosmo che è la cellula o le sue componenti interne lo studente fatica a collegarlo ad una dimensione più ampia che comprenda un organismo un habitat o un ecosistema, per cui si trova spesso disorientato, con una reale difficoltà a mutuare e trasformare le numerose informazioni che ha acquisito in capacità di analisi delle realtà.

In questa lenta e graduale trasformazione, come si faceva cenno poco prima, alcune discipline contemplate nell’insegnamento delle Scienze naturali hanno subito un drastico ridimensionamento e una marginalità. Tra queste l’insegnamento delle Scienze della Terra.

Le Scienze della Terra dovrebbero rappresentare uno strumento propedeutico di base, imprescindibile anche alla conoscenza di importanti fenomeni biologici, come la distribuzione delle specie, dei loro adattamenti, delle morfologie, ecc. Questo vuoto, questa marginalità produce carenze culturali con effetti ancora maggiori in un paese la cui morfologia, il suo caotico sviluppo urbanistico è spesso causa di calamità, con conseguenze economiche importanti accompagnate da frequenti tragedie umane.

A fronte, per altro, di una centralità della natura, riconosciuta anche dalla nostra Carta costituzionale, e ben presente in quasi tutti gli atti di indirizzo strategico e legislativo dell’Unione europea non ha fatto riscontro una analoga “curvatura” delle programmazioni scolastiche. Un ripensamento delle programmazioni non dovrebbe riguardare solo l’insegnamento delle Scienze naturali ma anche altre discipline, che per semplicità e in una distinzione da rivedere, chiamiamo umanistiche. Si pensi all’importanza e al valore di una rilettura anche in chiave geostorica delle complesse relazioni che intercorrono tra le condizioni ambientali, le caratteristiche socio-economiche e culturali, gli assetti demografici di un territorio e quanto queste abbiano influenzato i vari tragitti storici; per non parlare delle carenze lessicali con le quali descrivere la realtà studiata.

Ritengo che non sia del tutto semplice per uno studente, non addentro in studi specifici, comprendere pienamente la nuova formulazione dell’Articolo 9 della Costituzione, soprattutto dei termini come biodiversità, ecosistemi o cogliere la complessità, le implicazioni insite nel termine paesaggio.

 Ancora più ostica la comprensione di convenzione internazionali come quella sulla diversità biologica, sulle acque per non parlare delle Direttive Habitat, Uccelli, ecc.

La scuola non può neppure essere lasciata sola a colmare gli enormi vuoti che la trasformazione della società ha prodotto, neppure si può pensare che l’interesse alla natura, la consapevolezza del suo ruolo centrale nella nostra vita si possa relegare a qualche fortunato incontro accidentale che un adolescente può avere con essa in grado di destare curiosità e interesse ed emozione.

Ripensare, ad esempio, alla missione dei musei di storia naturale. Oltre al loro ruolo di ricerca ed espositivo, dovrebbero sviluppare ancora di più l’aspetto attrattivo sul valore, la complessità della varietà della vita, incentivare la comprensione delle modalità con cui le nuove tecnologie di indagine sono applicate alla definizione di una specie.

Quanto sta facendo il Muse di Trento, attirando circa mezzo milione di visitatori all’anno, può essere di aiuto anche per altre esperienze museali. Se la visione di questo insostituibile strumento di trasmissione dell’informazione naturalistica, può lasciare perplessi alcuni, è innegabile che l’impatto sulla formazione e sulla espressione emotiva in età adolescenziale è una leva fondamentale.

In un auspicato dialogo tra la scuola e altri soggetti istituzionali, non si può tralasciare il ruolo delle aree protette. Nonostante che la finalità istitutiva sia la conservazione della natura, non va trascurato la loro missione nel campo della divulgazione e nella trasmissione delle conoscenze sulla biodiversità e sulla gestione dei territori, su di uno sviluppo armonico con la natura. Molti ecosistemi, componenti importanti di biodiversità si trovano all’interno delle aree protette; dunque sono proprio questi ambienti a rappresentare, oltre che luoghi di studio delle dinamiche naturali, anche di educazione alla natura. Le buone pratiche di educazione civica all’ambiente mi sembra che rientri ormai nel bagaglio culturale ed educativo soprattutto dei più giovani. Al contrario, permane molto ritardo nella piena consapevolezza del significato di ambiente naturale, delle sue dinamiche, oltre al concetto di biodiversità. 

Dunque la scuola come centro didattico e di diffusione culturale, di informazioni e applicazioni scientifiche dovrebbe collocarsi all’interno di una rete istituzionale in uno scambio continuo con il territorio ma anche in dialogo con altri e nuovi soggetti culturali.

Un ultimo punto non mi sembra trascurabile ed è quello relativo agli sbocchi professionali che le scienze della natura offrono. Ci si aspetterebbe, a fronte di una dichiarata centralità della natura, non solo nella vita quotidiana ma anche nelle scelte politiche, amministrative e di gestione del territorio, analoga centralità delle professionalità, in grado di indirizzare scelte corrette sul piano tecnico e amministrativo. Ogni tentativo di migliorare le conoscenze scientifiche della natura, delle sue dinamiche, confligge con un ruolo marginale che un esperto, qualificato di natura, viene a trovarsi all’interno della società e delle amministrazioni.

Troppo poche sono le istituzioni che prevedono tra le proprie figure professionali esperti in grado di mettere a disposizione le proprie competenze. Venendo meno la centralità di queste figure professionali soffre, a tutti i livelli, anche il percorso di studio della natura.

La disinformazione contro l’auto elettrica

di Riccardo Graziano

La disinformazione è stata utilizzata molto efficacemente per fini commerciali, come dimostra la strategia condotta dall’industria del tabacco di cui parliamo in un altro articolo. Anche le compagnie petrolifere sono molto attive nel difendere i loro interessi multimiliardari, sostenendo i negazionisti del cambiamento climatico o attuando pratiche di greenwhasing per millantare una presunta sostenibilità ambientale di fatto inesistente. E anche i produttori di automobili non sono da meno, quando si tratta di tutelare i propri fatturati: si passa da piccoli inganni quali pubblicizzare con atmosfere italiane auto prodotte in Polonia a vere e proprie truffe, come quella di truccare i valori delle emissioni di scarico che ha portato allo scandalo del Dieselgate, passando per la disinformazione strisciante dell’auto “che si ricarica da sola”, manco avessero inventato il moto perpetuo, quando in realtà la “ricarica” avviene alla pompa del distributore, come per tutte le altre. Tranne le elettriche, naturalmente, che si riforniscono alle colonnine o, per chi può, direttamente a casa propria. Già, perché la differenza fondamentale delle elettriche è che, nei casi più fortunati, il “carburante” te lo puoi fare da te, se hai dei pannelli solari sul tetto di casa. Non è un caso se fra i pionieri della mobilità elettrica si trovano molti possessori di impianti fotovoltaici, che hanno comprato l’auto elettrica per sfruttare eventuali surplus di produzione e viaggiare almeno in parte gratis.

In ultima analisi, forse è proprio questo il vero motivo per cui le case automobilistiche e i loro compari petrolieri osteggiano le vetture elettriche: perché se le persone scoprono che possono fabbricarsi il “carburante” da soli e sottrarsi almeno in parte dalla dipendenza delle multinazionali, i loro fatturati potrebbero iniziare a scendere progressivamente, prospettiva che li getta nello sconforto. Naturalmente, gioca anche il fatto che per la transizione alla mobilità elettrica occorrono investimenti imponenti sulle piattaforme, sull’elettronica di bordo, sulla componentistica e, ovviamente, su motori e batterie. Ma questo si è in parte già verificato quando si è passati dalla sola benzina al diesel, che in breve tempo è arrivato a occupare più o meno metà del mercato, pur richiedendo a sua volta cicli di produzione sensibilmente differenti. Eppure, all’epoca dell’introduzione del gasolio non ci fu nessuna levata di scudi, come pure per le auto alimentate a metano e gpl, anzi furono proprio le case automobilistiche a introdurre le novità. Allora perché sull’auto elettrica si è sollevata subito un’ondata di ostilità? Perché si passa dalla dipendenza dalle multinazionali del petrolio a quella dai produttori elettrici? Eppure questi ultimi si riforniscono spesso dai primi, anzi a volte sono la stessa cosa, come nel caso della nostra Eni. No, il problema è proprio che, nel caso dell’auto elettrica, un numero crescente di consumatori riesca a fare da sé, affrancandosi dalla schiavitù alle multinazionali, una cosa che proprio non va giù al ristretto numero di oligopolisti che controllano con pugno di ferro il “libero mercato”.

Ecco allora che contro l’auto elettrica si è scatenata un’offensiva mediatica di disinformazione di rara potenza e capillarità, che ha avuto e ha tuttora ampio riscontro in una larga maggioranza dell’opinione pubblica, anche se basata spesso su pregiudizi, mezze verità o vere e proprie bufale. Vale dunque la pena fare un po’ di chiarezza, almeno sulle problematiche principali.

“Un Diesel di ultima generazione inquina meno di un’elettrica”

Questa affermazione ingannevole deriva da alcuni studi, ormai obsoleti e smentiti, secondo i quali nell’intero ciclo di vita – estrazione materie prime, fabbricazione, utilizzo, smaltimento finale – l’auto elettrica avrebbe comportato più emissioni di anidride carbonica rispetto a un equivalente veicolo diesel. Oggi sappiamo che questa affermazione è falsa persino in quei Paesi, come la Polonia, dove il mix energetico è particolarmente sfavorevole a causa dell’utilizzo esteso del carbone, il combustibile fossile più inquinante. Il confronto diventa progressivamente sempre più favorevole per l’elettrica man mano che cresce la percentuale di energia da rinnovabili: in Italia, che pure non è fra i Paesi più virtuosi, il ciclo di vita di un’elettrica produce meno della metà delle emissioni di un’equivalente vettura con motore a scoppio. Per non parlare dei gas di scarico: provate a respirare vicino al tubo di scappamento di un diesel mentre pensate che una elettrica il tubo di scappamento non ce l’ha nemmeno, e avrete subito un quadro chiarissimo della differenza.

“Se tutte le auto fossero elettriche non ci sarebbe abbastanza energia, a meno di non ricorrere al nucleare”

Rispetto al fabbisogno energetico complessivo quello necessario per la mobilità elettrica è piuttosto ridotto. Se tutte le auto dell’UE fossero elettriche bisognerebbe produrre il 15% di energia in più, ma si abbatterebbe il fabbisogno di petrolio e contestualmente la quota di energia necessaria a raffinarlo, perché occorre ricordare quello che in genere viene omesso: benzina e diesel non sgorgano spontaneamente sotto i distributori, vanno prodotti nelle raffinerie, stabilimenti estremamente inquinanti ed energivori. Inoltre, la crescita delle rinnovabili può soddisfare i bisogni energetici futuri a ciclo continuo, a differenza delle fonti fossili che, una volta bruciate, vanno nuovamente estratte, trasportate e raffinate, con costi energetici e ambientali destinati a crescere.

“Per produrre le batterie servono le Terre rare che hanno solo i cinesi e il cobalto scavato dai bambini in Africa”

Le batterie delle auto elettriche sono attualmente composte in prevalenza da Litio, un elemento il cui nome deriva dal greco lithos, letteralmente “pietra”, il che dovrebbe far intuire che non è così raro come si vuol far credere. In effetti, ora che la domanda sta crescendo in modo esponenziale, si è iniziato a cercarlo più attivamente e si è scoperto che è presente anche in Europa. Inoltre, come già accade per l’alluminio, una volta estratto è riciclabile praticamente all’infinito e per questo motivo l’UE punta molto sulla filiera dell’economia circolare, in modo che le batterie dismesse diventino materia prima per quelle di nuova fabbricazione. Le Terre rare sono effettivamente appannaggio privilegiato dei cinesi, ma servono per una molteplicità di usi, compresa la raffinazione del petrolio, rispetto ai quali nessuno ha manifestato preoccupazioni, mentre la quota destinata al settore auto elettrica è minimale. Quanto al cobalto, dalle auto elettriche è ormai scomparso, mentre invece viene utilizzato costantemente per produrre pc e telefonini, ma per questi oggetti di uso quotidiano non risultano particolari scrupoli morali sulla provenienza delle materie prime da parte della maggioranza dei consumatori.   

“Se compro l’auto elettrica poi non so dove caricare perché non ci sono colonnine”

Questa affermazione era vera agli inizi della mobilità elettrica, fattore che, unito alla scarsa autonomia delle prime elettriche, ha comportato non pochi patemi ai pionieri di questo tipo di mobilità, con la cosiddetta “ansia da ricarica” e la dilatazione dei tempi di percorrenza dovuti alla lentezza del rifornimento. Attualmente, il numero delle colonnine in Italia ha superato le 60.000, delle quali parecchie a potenze elevate, mentre le prestazioni di auto e batterie sono notevolmente migliorate, per cui le percorrenze sono più facili e veloci. Purtroppo la moltiplicazione degli operatori complica un po’ il rifornimento, perché non sempre tessere e app per la ricarica sono interoperabili su circuiti diversi e i pagamenti con bancomat e carte sono ancora poco diffusi. Per contro, rispetto agli inizi, quando eravamo in pochissimi, è quasi totalmente scomparsa la possibilità di ricaricare gratis (bei tempi!) anzi, le tariffe hanno subito uno stillicidio di aumenti, per cui oggi viaggiare in elettrico ha un vantaggio economico minimo rispetto alla grande convenienza dei primi tempi. Tali aumenti sono del tutto ingiustificati e viziati da comportamenti che autorizzano il sospetto di logiche da “cartello” da parte degli operatori, ma al momento non ci risulta che qualcuna delle tante autority sia intervenuta, men che meno il governo.

In conclusione

L’elenco di falsi miti e bufale sull’auto elettrica potrebbe continuare ancora, ma forse conviene mettere in evidenza quello che è l’unico, vero e insopprimibile problema di questo tipo di vetture: passare da un’auto col motore a scoppio a una elettrica non è come passare da un’auto Euro 3 a una Euro 6. Occorre un cambio di mentalità, che va dalla programmazione del viaggio (ormai minima, vista l’abbondanza di colonnine, ma comunque consigliabile) all’idea che non si deve più andare “a fare il pieno”, ma sfruttare i tempi morti e mettere in carica la vettura mentre si fa la spesa, si pranza, si va al cinema o durante la notte. Un cambio di paradigma radicale, per il quale molti non sono pronti e che alcuni non vogliono proprio prendere in considerazione.

La comunicazione scientifica e l'educazione ambientale funzionano male

di Ferdinando Boero - Fondazione Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli; Università di Napoli Federico II; CNR-IAS, Genova, Italia.

 

Cultura umanistica e cultura scientifica: la strana coppia

La nostra specie non è dotata di "cultura" trasmessa geneticamente; ogni individuo deve essere esposto a lunghi periodi di formazione, spesso erogati da un sistema educativo formalizzato: la scuola. L'accumulo di conoscenze, generazione dopo generazione, e il progresso impetuoso di ciò che collettivamente sappiamo richiedono un aggiornamento culturale continuo che prosegue anche dopo la scuola: non smettiamo mai di imparare.

La "cultura" è solitamente divisa in due rami principali: la cultura umanistica e la cultura scientifica. La cultura umanistica (ad esempio arte, letteratura, musica, storia, filosofia e religione), da un lato, caratterizza la cultura collettiva di ogni nazione, le cui scuole si concentrano di solito sui prodotti della cultura nazionale, con una rappresentazione distorta dei successi umani: la cultura umanistica degli altri paesi non è trattata con la stessa accuratezza, generando un pregiudizio verso altre nazioni, poiché "noi" abbiamo una cultura alta, che vale la pena studiare, "loro" no.

La cultura scientifica (dalla matematica alla biologia), d'altra parte, tende ad essere più universale. In ogni paese, infatti, i programmi scientifici trattano gli stessi argomenti, anche se le nazioni tendono ad esaltare i propri successi nella storia della scienza. La Francia, ad esempio, considera Jean-Baptiste Lamarck come il fondatore della teoria dell'evoluzione, mentre gli anglosassoni riservano questa gloria a Charles Darwin. Noi italiani possiamo essere fieri di aver scoperto l'elettricità, con Galvani, e di aver inventato come produrla, con Volta; abbiamo posto le basi per la fisica nucleare, con Fermi, e abbiamo inventato i personal computer con Olivetti, per non parlare delle telecomunicazioni, con Marconi, la plastica, con Natta, e molto altro ancora, inclusa la dimostrazione della rotondità della terra con Colombo.

Alcuni successi "stranieri" possono essere sminuiti: il mondo occidentale, ad esempio, ha usato i numeri romani per secoli, e il passaggio ai numeri indo-arabi ha segnato un cambiamento culturale che ha aperto una nuova era, ma che non viene adeguatamente riconosciuto. L'influenza pervasiva di altre culture nello sviluppo della cultura occidentale è spesso sottovalutata.

Con l'Illuminismo, l'occidente ha dato una posizione preminente alla scienza come mezzo per concepire e comprendere il mondo naturale e, attualmente, anche i paesi che riconoscono la preminenza della religione hanno abbracciato la scienza e la tecnologia occidentali, a volte anche solo per sviluppare armi.

Le democrazie si basano su un consenso pubblico fondato sulla conoscenza; quindi, anche se non c'è alternativa alla scienza per acquisire conoscenze, la comunicazione scientifica popolare, rivolta non solo ai giovani ma al grande pubblico, è cruciale per l'aggiornamento culturale dei cittadini informati, anche a causa del limitato spazio che le scienze naturali hanno nei curricula educativi.

Le varie branche della scienza, quindi, si impegnano nella divulgazione pubblica per convincere i cittadini che vale la pena investire denaro pubblico nelle imprese scientifiche. Tuttavia, le strategie di divulgazione producono effetti contrastanti.

 

Alcune persone non vogliono sapere

Un numero sempre più elevato di persone, infatti, nega l'importanza della scienza come strumento di conoscenza e contrappone le proprie credenze ai fatti scientifici. Nel suo ultimo editoriale per Nature, la celebre rivista scientifica che diresse per 25 anni, John Maddox si lamentò della diffusa sfiducia nella scienza (Maddox, 1995). Maddox elogiò diversi successi scientifici ed espresse sorpresa per l’atteggiamento di numerosi individui che non credono alle scoperte scientifiche.

Gli errori della scienza sono spesso usati per screditarla, dimenticando che solo la scienza può correggere i propri errori, procedendo per prove ed errori. La diffidenza popolare verso le prove scientifiche si accompagna alla credenza in proposte scientifiche ben lontane dall'essere dimostrate.

Se, da un lato, i negazionisti climatici rifiutano di accettare fatti dimostrati (Mendy et al., 2024), dall’altro, la credenza nell’esistenza di vita extraterrestre intelligente è molto forte, nonostante l’assenza di prove concrete a supporto di modelli matematici che considerano probabile l’emergere della vita su alcuni esopianeti. Paradossalmente, quindi, le persone (e anche molti decisori politici) tendono a credere in fatti non dimostrati e a negare fatti dimostrati.

Il progetto Flyeye per la sorveglianza dello spazio (Föhring et al., 2024), e altri progetti simili, rappresentano un ulteriore esempio di enormi investimenti pubblici basati su ipotesi altamente speculative, come: un asteroide colpì la Terra 66 milioni di anni fa portando all’estinzione dei dinosauri, quindi dobbiamo essere pronti per un’altra collisione che potrebbe minacciare la nostra stessa esistenza. Naturalmente, se l’asteroide "killer" verrà identificato, sarà possibile progettare un sistema di reazione, con ulteriori costi.

Le probabilità di eventi come la scoperta della vita extraterrestre intelligente o la nostra estinzione a causa di impatti di asteroidi sono molto basse e non dovrebbero giustificare spese così elevate, soprattutto perché risorse simili non vengono investite per affrontare minacce molto più concrete alla nostra sopravvivenza, come il cambiamento climatico, il deterioramento degli ecosistemi, l’erosione della biodiversità e altre emergenze molto più urgenti.

Come è possibile che le persone credano di più negli "omini grigi", come gli alieni di Roswell (Borzellieri, 2011), piuttosto che nei rapporti sul cambiamento climatico firmati da centinaia di scienziati, inclusi premi Nobel? Come è possibile che fatti dimostrati, come l’evoluzione biologica e la crisi climatica, vengano negati, mentre pure speculazioni vengano accettate come vere?

Questi atteggiamenti irrazionali sono probabilmente dovuti alla mancanza di alfabetizzazione scientifica nel grande pubblico, evidenziando gravi carenze sia nell’educazione formale sia nella comunicazione scientifica, ostacolando lo sviluppo del pensiero critico in ampie porzioni della popolazione.

 

L’analfabetismo scientifico sul nostro corpo

Due decenni fa mi resi conto che gli studenti del primo anno di scienze biologiche e ambientali non conoscevano la differenza tra escrezione ed eliminazione. Così, durante la prima lezione di ogni corso universitario del primo anno che insegnai da allora, condussi un esperimento. Spesso capitava che fossi il primo docente che gli studenti incontravano all’università, dopo tredici anni di istruzione pre-universitaria.

Senza dire nulla, scrivevo sulla lavagna "pipì" e "popò" e poi chiedevo: “Chi può spiegarmi come si formano pipì e popò?”. Mi astenevo dall’usare i termini tecnici escrezione (pipì) ed eliminazione (popò) perché ero sicuro che la maggior parte degli studenti non avesse familità con i due termini, quindi usavo volutamente un linguaggio infantile. Per spiegarmi meglio, aggiungevo: “Avete visto la pubblicità dell’acqua minerale che elogia quanto una certa marca faccia fare molta plin plin?" Tutti l’avevano vista. "Bene, quale percorso segue l’acqua nel nostro corpo per trasformarsi in pipì? Alzate la mano, se lo sapete”.

In più di vent’anni, nessuno ha mai alzato la mano. Sapere come si forma la pipì significa sapere come funziona l’intero nostro corpo. Tutti avevano le informazioni per rispondere, ma non erano in grado di trasformarle in conoscenza. La risposta, infatti, richiede la conoscenza degli apparati digerente, circolatorio, respiratorio ed escretore, insieme al metabolismo cellulare. Ogni argomento è trattato nei corsi pre-universitari, ma uno alla volta. Per rispondere alla domanda sulla pipì, è necessario sapere come collegarli tra loro, "unendo i puntini" rappresentati dai singoli pezzi di informazione, per trasformare le informazioni in conoscenza.

La parte più inquietante è che nessuno si era mai posto la domanda, vivendo nell’illusione di conoscere una risposta che non era alla portata della propria educazione.

Non sapere come funziona il nostro corpo è solo la punta dell’iceberg, come vedremo più avanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari. Questi, e altri fatti scientifici, dovrebbero essere il fondamento su cui costruire il resto delle nostre conoscenze: ci mancano le basi. Interviste casuali con colleghi della facoltà di scienze mi fecero capire che, a parte i biologi, i miei colleghi non conoscevano le risposte. Quando mi veniva chiesto di valutare il livello di preparazione degli studenti dopo la prima lezione, potevo solo rispondere che il loro livello di conoscenza era sotto zero e che avremmo dovuto ricominciare da capo.

 

L'approccio scientifico

Una volta, una ragazza alzò la mano e spiegò il percorso dell’acqua nel nostro corpo in questo modo: "... abbiamo due sistemi digerenti, uno per i liquidi e uno per i solidi; ciò che beviamo va nel sistema liquido, e il prodotto di scarto è la pipì, mentre ciò che mangiamo va nel sistema solido, e da lì viene la popò; se qualcosa va per traverso, significa che ciò che abbiamo ingerito è finito nel canale sbagliato."

Tutti risero, ma nessuno conosceva la risposta corretta. La ragazza, ovviamente, era la più brillante dell’intera classe, la più incline alla scienza. Secondo Faber e Proops (1993), la scienza si basa su tre passaggi: il primo è l’identificazione dell’ignoranza, il secondo è la formulazione di ipotesi per ridurla, e il terzo è la verifica di queste ipotesi. La ragazza capì di non sapere, identificò la propria ignoranza e formulò un’ipotesi che, ovviamente, non avrebbe resistito a un esame più approfondito e avrebbe quindi dovuto essere riformulata.

Ma se non si realizza di non sapere, diventando consapevoli della propria ignoranza, non sarà mai possibile ridurre quell’ignoranza. La studentessa era convinta di essere l’unica a ignorare il funzionamento del proprio corpo ed era timorosa nel fare domande, poiché molti sistemi educativi addestrano gli studenti a rispondere alle domande piuttosto che a porle.

I sistemi educativi sono quasi invariabilmente noiosi. La ragione è semplice: si basano su astrazioni che gli studenti devono apprendere mentre sono seduti immobili ai loro banchi o chini sui loro libri, una sorta di alienazione dal mondo esterno che li circonda e che desiderano conoscere. Edward Wilson (1984) coniò il termine biofilia per indicare l’inclinazione naturale dei giovani umani verso il mondo vivente. A scuola, invece di essere incoraggiata, la biofilia viene ignorata e sostituita da astrazioni che hanno poco a che fare con il mondo reale.

Impariamo a parlare la nostra lingua madre attraverso un procedimento induttivo: prima parliamo, poi apprendiamo le regole di grammatica e sintassi. Imparare prima le regole, con un approccio deduttivo, con l’assunzione che "poi" le useremo nella pratica, è il problema principale dell’educazione formalizzata.

 

L’ontogenesi della cultura deve ripercorrere la sua filogenesi

Haeckel formulò la sua legge biogenetica (l’ontogenesi ricapitola la filogenesi) sostenendo che gli stadi di sviluppo di ogni individuo, dall’uovo fecondato all’adulto riproduttivo (cioè la sua ontogenesi), attraversano le tappe evolutive che ripercorrono la sua storia evolutiva, dagli antenati più antichi a quelli più recenti (cioè la sua filogenesi). Anche gli embrioni umani attraverserebbero queste tappe durante il loro sviluppo. Questo concetto è stato messo in discussione da molti autori (es. Gould, 1977), ma è utile per pianificare un insegnamento efficace.

L’ontogenesi della cultura avviene in ogni individuo umano: nasciamo ignoranti e acquisiamo conoscenze durante tutta la nostra esistenza, se lo vogliamo. La filogenesi della cultura comprende l’origine della cultura nei nostri antenati e tutti i passaggi che hanno portato alla cultura attuale: l’evoluzione della cultura.

Le pitture rupestri, che rappresentano principalmente animali e umani, sono i primi segni noti di cultura. Esse fondono una cultura scientifica e una artistica, poiché sono opere d’arte che rappresentano porzioni di realtà, dimostrando una piena comprensione della struttura e spesso del comportamento di oggetti naturali, prima di tutto gli animali. Solo successivamente abbiamo iniziato a sviluppare astrazioni, come la traduzione di fenomeni naturali in termini matematici, che ha portato alla fisica, o la comprensione delle proprietà di materiali diversi, che ha portato alla chimica e alla geologia. Le "storie" raccontate dalle pitture rupestri si sono evolute in poesia e letteratura.

La biofilia di Wilson è un segno di ricapitolazione: l’antico desiderio di conoscere la natura rimane nei nostri sentimenti ereditati. Quasi tutti i bambini sono attratti dagli oggetti naturali, specialmente da quelli viventi, e vogliono sapere di più su di essi. Un bambino in un bosco o su una spiaggia vuole conoscere il più possibile sugli elementi naturali, li porta agli adulti vicini e fa domande su cosa siano e quali siano i loro nomi. Una volta spiegato, il sapere trasmesso viene memorizzato e utilizzato in future esplorazioni naturali: la curiosità per la natura è innata nella maggior parte degli umani giovani.

Una volta portati a scuola, questa curiosità non viene coltivata, e la "cultura" proposta si concentra su astrazioni, su regole generali che devono essere apprese e che saranno utili... dopo. L’induzione è il nostro modo naturale di apprendere, ma le scuole si basano troppo spesso sulla deduzione. Questo cambiamento nella comunicazione del sapere e nei temi trattati (dalla grammatica alla sintassi fino ai teoremi e alle loro dimostrazioni) è astruso e solitamente non asseconda la curiosità dei bambini.

I bambini desiderano soddisfare le aspettative degli adulti e accettano di memorizzare porzioni di sapere che non sono attraenti per le loro giovani menti. "Dopo" comprendono l’importanza di ciò che è stato loro imposto, anche se, una volta cresciuti, ammettono spesso che quel "dopo" non arriva mai e che ciò che hanno ricevuto a scuola non ha avuto alcun impatto sulla loro vita futura.

Se la scuola nutrisse la natura umana coltivando la biofilia, l’apprendimento sarebbe un piacere affascinante. Solo più tardi diventerebbe naturale passare dall’osservazione dei fatti attorno a noi allo sviluppo di concetti astratti, proprio come è accaduto nel corso dell’evoluzione (filogenesi) della nostra conoscenza condivisa.

Poiché la biofilia non è incoraggiata nei programmi scolastici, la curiosità per la natura rimane anche in molti adulti, e la mancanza di natura a scuola viene compensata da libri, film, programmi televisivi ed esposizioni che trattano della natura, ma questo avviene di solito solo per suscitare meraviglia e sorpresa.

 

La Strategia "OHHH"

La comunicazione scientifica popolare sulla natura coinvolge le persone concentrandosi soprattutto sugli animali. I musei di storia naturale, un’evoluzione delle “stanze delle meraviglie” del XVI e XVII secolo, sono dedicati in gran parte agli animali, inizialmente esposti imbalsamati in armadi, e poi collocati in ricostruzioni dei loro habitat naturali.

I musei, tuttavia, tendono a stupire il pubblico, facendogli esclamare "ohhh". Lo stesso accade negli acquari e negli zoo. Anche la natura entra nelle nostre case attraverso documentari televisivi. Ma, anche in questo caso, lo scopo principale è l’intrattenimento legato alla meraviglia. Vengono mostrati animali carismatici, di solito grandi vertebrati, insieme a habitat esotici come le barriere coralline e le foreste tropicali. In tutti i casi, animali e habitat vengono mostrati con l’obiettivo di evocare la meraviglia di cui ho parlato: "ohhh".

Ma se si chiede quali siano le piante e gli animali più importanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari… la risposta non arriva (proprio come nel caso del percorso dell’acqua nel nostro corpo, che porta alla formazione dell’urina). Qualcuno potrebbe dire le api, ma la porzione terrestre della biosfera è piccola rispetto agli oceani, dove non ci sono insetti.

Migliaia di ore di documentari e edifici imponenti dedicati alla natura, eppure nessuno sa quali piante e animali siano i più importanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari. E, come con la domanda sulla pipì, il problema più grave è che nessuno è consapevole di non sapere cose di tale importanza pervasiva, sentendosi sicuri nella propria limitata conoscenza: una conoscenza che non include il funzionamento del proprio corpo o degli ecosistemi che sostengono la nostra vita. Ovviamente, queste sono considerate questioni banali, dettagli insignificanti. Come possono essere paragonate a teoremi con dimostrazioni e poesie da memorizzare?

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che sia inutile conoscere teoremi e poesie; sto solo dicendo che forse è anche necessario conoscere il nostro corpo e gli ecosistemi.

Charles Darwin, con l’insieme delle sue opere, cambiò radicalmente la nostra visione della natura e di noi stessi, ma il suo contributo è ancora sottovalutato da ampie porzioni del pubblico e dal sistema educativo. La sua teoria dell’evoluzione è il quadro concettuale per tutte le discipline biologiche, anche se spesso viene trattata come un’ipotesi non provata.

 

Il Museo Darwin-Dohrn: da "Ohhh" a "Ahhh"

Charles Darwin, con la selezione naturale, spiegò l'origine delle specie in termini ecologici. La parola "evoluzione" è assente nella prima edizione de L'origine delle specie, anche se il testo termina con il termine "evolved" (evoluto). Darwin non era a conoscenza della genetica e la sua teoria ha richiesto integrazioni continue: prima il neo-darwinismo, poi la sintesi moderna e molti altri contributi più recenti, dagli equilibri punteggiati all'evo-devo. Il quadro teorico creato da Darwin con la selezione naturale, un processo eminentemente ecologico, continua a restare valido in tutti gli sviluppi successivi.

Nel 1872, Anton Dohrn, ispirato dalla teoria di Darwin, fondò la Stazione Zoologica, che oggi porta il suo nome, proprio per contribuire all'affermazione delle teorie evolutive attraverso lo studio della vita marina, promuovendo l'esplorazione della biodiversità e la ricerca sulla biologia degli organismi marini.

In questi 150 anni, il contributo decisivo della Stazione Zoologica alle scienze marine è stato riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale, ma non è ampiamente noto al grande pubblico, che è più familiare con l'Acquario. Il Museo Darwin-Dohrn (DaDoM) è stato concepito proprio per "raccontare la storia" della Stazione Zoologica creata da Anton Dohrn, collegandola alla figura di Charles Darwin, che ne ispirò la fondazione.

Per rispondere alle domande sulla struttura, il funzionamento e l'evoluzione degli ecosistemi marini (e vale la pena ripeterlo: più del 90% dello spazio abitato dalla vita), ho progettato, insieme a tre giovani colleghi, un museo unico nel suo genere. Un museo in cui l' "Ohhh" dello stupore si trasforma nell'"Ahhh" della consapevolezza. Il museo si chiama Darwin-Dohrn e si trova a Napoli, accanto alla Stazione Zoologica Anton Dohrn e al suo Acquario, che nel 2024 celebra 150 anni.

Il museo, attraverso una sequenza espositiva, guida il visitatore a porsi domande e poi a trovare diverse risposte ("Ahhh") accompagnate da vari momenti di meraviglia ("Ohhh"). Non spiegherò come si forma la pipì, ma spiegherò come funziona il mondo biologico, utilizzando un diagramma grafico creato con la consueta abilità dell'artista Alberto Gennari.

La superficie del pianeta è coperta per il 71% dall’oceano che, però, non è una superficie: è un volume! Più del 90% dello spazio abitabile dagli esseri viventi è costituito dalla colonna d’acqua oceanica. La terra è un’eccezione, il volume oceanico è la regola. È l’oceano che mantiene in funzione il mondo biologico.

Leggi tutto...

La Legge di Brandolini, ovvero dell’asimmetria della disinformazione

di Riccardo Graziano

La “Legge di Brandolini” dice testualmente che l'energia necessaria a confutare una stron**ta è molto superiore a quella necessaria a produrla. In inglese questa “legge” fondamentale della comunicazione è conosciuta come "bullshit asymmetry principle", ovvero principio di asimmetria delle suddette str… Naturalmente, non si tratta di una legge della Giurisprudenza e nemmeno della Fisica termodinamica, appartiene piuttosto a quella numerosa schiera di enunciati e paradossi pseudoscientifici che hanno come capostipite la famosa “Legge di Murphy”, che recita «Se qualcosa può andare storto, lo farà». Ma questo non diminuisce affatto la sua valenza: provate per esempio a confrontarvi con qualcuno che, in spregio a secoli di evidenze scientifiche, afferma con immotivata sicumera che “la Terra è piatta”. Che fate? Gli ricordate che già duemiladuecento anni fa Eratostene aveva non solo compreso la sfericità della Terra, ma era addirittura riuscito a calcolare la lunghezza della sua circonferenza con un margine di errore minimo? E sareste in grado di spiegare come ha fatto? Forse sì, ma impieghereste molto più tempo del vostro interlocutore e con ottime probabilità che i vostri sforzi si rivelino vani. Stessa cosa se qualcuno vi dicesse che la Terra è ferma al centro dell’Universo e tutto il resto le gira attorno: hai voglia a citare Copernico e Galileo, lui potrebbe replicare citando Aristotele e Dante e sei daccapo. In questi casi estremi, è senz’altro meglio adottare un’altra enunciazione fondamentale, coniata da quel genio dell’umorismo che era Mark Twain: “Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.” Una tattica di buon senso molto efficace, ma purtroppo non sempre le cose sono così semplici. Ci sono infatti molti casi nei quali la disinformazione non deriva da teorie complottiste, visioni distorte o fissazioni mentali, bensì da precise strategie di comunicazione volte a difendere interessi spesso indicibili.

Il caso più famoso e studiato è senz’altro quello noto come “strategia del tabacco”, che vide protagoniste nel 1954 le multinazionali statunitensi produttrici di sigarette. Dopo che negli anni immediatamente precedenti alcuni studi avevano evidenziato il legame fra fumo di sigaretta e cancro ai polmoni, la lobby del tabacco decise di passare al contrattacco, per difendere i propri interessi miliardari anche a scapito della salute dei consumatori. A seguito di un incontro ad altissimi livelli fra i vertici delle case produttrici, si decise di adottare appunto una strategia di controinformazione, arruolando una serie di scienziati, fra i quali il genetista C. C. Little e il fisico Frederick Seitz, con l’incarico di seminare il dubbio sostenendo che gli studi che mettevano in correlazione fumo di sigaretta e cancro non erano sufficientemente comprovati. Investendo capitali ingenti, riuscirono in poco tempo a creare l’illusione di un dibattito interno alla scienza che in realtà non esisteva. Gli esperimenti infatti dimostravano senz’ombra di dubbio che tale correlazione esisteva e che fumare fa male e favorisce una serie di patologie, fra le quali appunto il cancro ai polmoni. Tuttavia, grazie a questa tecnica di disinformazione pilotata, le multinazionali del tabacco sono riuscite a difendere per decenni i loro interessi, grazie anche a due fattori in teoria positivi, ma che furono sottilmente utilizzati per contrabbandare le loro tesi. Il primo è che la Scienza, per sua natura, è incentrata sul dubbio, perché il suo progredire dipende proprio dal fatto di mettersi continuamente in discussione, fattore che consente però a chi è in malafede di porre a sua volta dubbi non legittimi. Il secondo è che pochi anni prima negli Stati Uniti era entrata in vigore la Fairness Doctrine, ovvero l'obbligo per i mezzi di informazione di dare spazio a tutti i pareri in caso di un dibattito di interesse pubblico, il che dava la possibilità alla lobby del tabacco di reclamare i propri spazi al pari dei sostenitori della tesi legittima. In effetti, questa dottrina che ancora oggi vediamo applicare in nome del “politicamente corretto”, pur se condivisibile in linea di principio, ha almeno due limiti vistosi: il primo è che tale metodo può avere un senso quando si confrontano posizioni politiche, ma molto meno quando si parla di scienze esatte, perché se uno sostiene che due più due fa quindici non è che “ha diritto alla sua opinione”, bensì semplicemente sostiene una tesi sbagliata alla quale non si deve dare spazio; il secondo è che si tende a dare uguale peso a tesi differenti, anziché soppesarle adeguatamente; se il 90 per cento degli scienziati sostiene una tesi, questa dovrebbe avere molto più spazio sui mezzi di comunicazione, per esempio in un dibattito non dovrebbe esserci un relatore per parte, ma nove che sostengono la loro idea e uno solo che sostiene la sua opinione. Naturalmente, anche con quest’ultima accortezza ci sarebbe sempre qualcuno disposto a credere a chi fa il “bastian contrario”, sostenendo che tutti gli altri fanno parte di un complotto, ma almeno le proporzioni sarebbero rispettate e la maggioranza dell’opinione pubblica potrebbe farsi un’idea corretta di come stanno realmente le cose.

Oggi, a distanza di 70 anni, possiamo chiaramente vedere da che parte stava la verità, ma ormai il danno è fatto. Migliaia di persone si sono ammalate (e continuano a farlo, anche se adesso si sa tutto sulle conseguenze del fumo) e, nonostante in alcuni casi le multinazionali del tabacco siano state condannate a risarcimenti milionari, hanno ampiamente compensato quelle perdite con miliardi di guadagni, tanto che la tattica dilatoria basata sulla disinformazione e sull’insinuazione del dubbio ha fatto scuola, proprio perché consente di guadagnare tempo e soldi (molti soldi!) prima dell’inevitabile sebbene tardiva resa dei conti. Attualmente, le stesse multinazionali del tabacco stanno replicando lo schema con le sigarette elettroniche, che, oltre a introdurre al vizio del fumo platee di giovanissimi, producono valanghe di rifiuti, dal momento che sono usa e getta e che con ogni probabilità non tutti gli utilizzatori le conferiscono correttamente nelle isole ecologiche come RAEE (a proposito, lo sapevate che vanno messe lì?).

Ma soprattutto, come dicevamo, la vicenda ha fatto scuola nel mondo del capitalismo ed è stata utilizzata anche in altri settori, a partire da quello petrolifero e automobilistico. Sono ormai diversi decenni che la lobby del petrolio continua a negare la correlazione fra l’utilizzo di combustibili fossili e il surriscaldamento globale che sta provocando l’attuale crisi climatica, nonostante la ragguardevole mole di prove scientifiche che la comprovano. Ancora oggi, grazie a ingenti investimenti, alla presenza capillare nel sistema mediatico, all’azione di lobby sui decisori politici e alla connivenza di scienziati in contrasto con la maggioranza della comunità scientifica, i petrolieri inducono larga parte dell’opinione pubblica a dubitare della effettiva responsabilità umana nel causare l’attuale crisi climatica, anche se i climatologi hanno da tempo stabilito che la colpa è proprio nostra. Ma naturalmente molti preferirono adagiarsi su comode bugie piuttosto che accettare questa scomoda verità. Ed ecco che riscuotono grande successo panzane o subdole mezze verità, da quella che “Annibale ha varcato le Alpi con gli elefanti, quindi faceva già caldo allora” a quella che “il clima è sempre cambiato” tralasciando che le fonti storiche ci dicono che le perdite nell’esercito dei cartaginesi furono ingenti proprio a causa del clima rigido, che uccise la maggior parte degli elefanti, o che il clima impiegava decine di migliaia o milioni di anni per cambiare e non pochi decenni come ora.

Il problema è che prendere atto delle nostre responsabilità sul cambiamento climatico  ci imporrebbe di ridurre drasticamente l’utilizzo di combustibili fossili, con evidenti ripercussioni sui guadagni delle compagnie petrolifere, ma soprattutto sui nostri stili di vita e di consumo, ai quali non vogliamo assolutamente rinunciare. Per questo troviamo molto comodo, facile, appagante credere alle bugie consolatorie propinate da chi difende i propri interessi economici anche a scapito della salute del pianeta e dei suoi abitanti. Continuate a vivere come avete sempre fatto – ci dice la propaganda delle multinazionali petrolifere - a consumare e inquinare tranquillamente, tanto di tutti i disastri annunciati dalla scienza non è vero niente, oppure qualche santo provvederà, si troverà qualche soluzione miracolistica, alla faccia degli “ambientalisti fanatici che dicono di no a tutto”. Una tattica che funziona benissimo, visto che dopo una breve fase di successo e consenso, il movimento ambientalista (anche a causa dei comportamenti di alcune sue frange estreme) è stato nuovamente messo in minoranza, spesso criminalizzato e addirittura accusato di essere la causa dei danni che aveva cercato di prevenire. È il caso delle alluvioni sempre più frequenti e devastanti, provocate dal susseguirsi di eventi estremi causati proprio dal cambiamento del clima, ai quali si aggiunge la problematica della cementificazione selvaggia del territorio, che impermeabilizza migliaia di ettari di suolo, impedendo l’assorbimento delle valanghe d’acqua che si riversano a terra. Eppure, la colpa viene affibbiata agli ambientalisti “che non lasciano pulire i fiumi”, o che “non lasciano togliere le tane degli animali dagli argini” e così via, senza ascoltare gli esperti di idrologia che continuano a raccomandare – inascoltati – la rinaturalizzazione dei fiumi come rimedio migliore.

Una tattica di comunicazione che, lo ribadiamo, ha funzionato e funziona benissimo, alla quale gli ambientalisti, pur essendo nel giusto, non riescono a contrapporre una narrativa altrettanto efficace, anche per mancanza di mezzi economici e visibilità mediatica, ma non solo per quello. E il fatto che il tempo galantuomo ci darà ragione non è particolarmente consolatorio, perché rischiamo che sia poi troppo tardi.

La (dis)informazione ambientale

di Valter Giuliano

Nel 1981 decidemmo di ridare alla Federazione una voce autonoma. Dopo aver contattato e consultato il direttore del nostro foglio “storico” Natura-Società, Dario Paccino che ci incoraggiò, registrammo, a settembre, il foglio che, aggiungendo una “e”, consegnava speranza al dialogo tra Uomo e Ambiente. Il primo numero della nuova serie uscì a marzo 1982 riprendendo la storica testata diretta da Valerio Giacomini e, appunto, Dario Paccino. Il programma editoriale era riassunto nell’immagine di copertina che dal giovane all’anziana, riassumeva il “popolo” di lettori cui avremmo voluto rivolerci. Con linguaggio semplice e sostanza di argomenti.
Sembrò terremo fertile per l’informazione ambientale, nel quale inserirsi.
Per capire meglio il mare in cui avevamo calato la nostra scialuppa, ci confrontammo in un convegno “Stampa e informazione ambientale” (1982) i cui atti furono pubblicati dalla Regione Piemonte come n. 4 dei Quaderni di Natura e Società (anche qui ricongiungendoci all’esperienza degli anni Settanta).
Illustri i relatori (Salvatore Giannella, Fulco Pratesi, Dario Paccino, Mario Fazio, Francesco Corbetta, Gianluigi Mazzufferi, Gladio Gemma, Andrea Poggio...) a significare un momento propizio per chi desiderava comunicare i temi della difesa ambientale, delle crisi ecologica, delle possibilità, per ognuno, di portare il suo contributo.
Fotografia di un clima di crescente attenzione nei confronti delle tematiche ambientali e ambientaliste che registravano il successo, in edicola, di testate rivolte ai temi ecologici.
Rappresentati non solamente con i toni dell’invito alla conoscenza naturalistica, alla dimensione di scoperta di paradisi naturali incontaminati, di alfabetizzazione su flora e fauna, ma anche con un invito all’impegno e alla mobilitazione per difendere cotanta bellezza minacciata.
Facciamo un salto all’oggi. E ci sembra un  balzo all’indietro.
Cosa resta? Cosa soprattutto rimane di quella tensione, anche ideale e politica, che suggerirà un impegno diretto degli ambientalisti nella politica e nella pubblica amministrazione?
Poco. Molto poco. Nell’informazione come nella politica. Tempi di presunta bonaccia, in cui si naviga a vista senza più la capacità di muovere tempeste. Che pure sarebbero richieste, oggi più che mai, nel momento in cui le fosche previsioni che indicavamo negli anni Settanta si stanno concretizzando. Basta rileggere le pagine di Alfredo Todisco, Giorgio Nebbia, Mario Fazio, Antonio Cederna, per citare i giornalisti ambientalisti più lungimiranti e impegnati sulle questioni ambientali cui se ne aggiungevano altri dai toni più conservazionisti e naturalistici tra cui contiamo addirittura un Dino Buzzati, impegnati nella difesa del patrimonio culturale come Vittorio Emiliani, o quelli che al giornalismo erano prestati dal primario impegno ambientalista come Fulco Pratesi.
Ma persino quelle di Airone, Oasis, Geodes, poi rientrate in una rassicurante e iconica rappresentazione della bellezza naturale da osservare e ammirare senza più alcun richiamo verso  il dovere di difenderla. La storia della prima è emblematica. Andate a cercarla in edicola, ci sarà ancora per poco, e confrontatela con quella di Egidio Gavazzi o di Salvatore Giannella...
Ma anche testate di più recente esordio si sono piano piano adeguate alla necessità di sopravvivere accontentandosi di resilienze comportamentali ma anche politiche, come le associazioni che le editano.
Cosa rimane?
Rimangono poche voci. Tra loro emerge quella di Mario Tozzi, talvolta quella di Luca Mercalli cui la RAI ha ben presto rinunciato e, a spot, qua e là qualche bel servizio di inchiesta giornalistica relegato magari in tarda serata sulle rete del servizio pubblico. Spesso, e meritevolmente, di timbro animalista che, tuttavia non esaurisce la visione di un ambientalismo che deve avere visione globale. Restano alcune testate specializzate, tra quelle a stampa La Nuova ecologia, tra quelle on line, Greenreport. Navigando, con una certa abilità al timone informatico. si possono incontrare fonti, spesso internazionali, importanti per ciò che trasmettono con competenza e scientificità. Tra le fonti, ovviamente, anche quelle delle principali associazioni ambientaliste nazionali e internazionali storiche o recenti e di alcune ONG.
Ma a tirare i remi in barca sembra essere tutto il movimento ambientalista, ripetitivo e senza più creatività e, soprattutto, radicalità nelle sue azioni. Pienamente integrato nel sistema. Contento di diffondere ripetitivamente, ogni anno, dati sull’inquinamento nelle città, sullo stato delle acque marine, sul progressivo ritiro dei ghiacciai… Informazioni che sappiamo e che possiamo oramai facilmente prevedere. Di cui, semmai, dovrebbe occuparsi istituzionalmente lo Stato, i cui rapporti sullo stato dell’ambiente sono in ritardo di lustri. Come stanno diventando le nomine dei Consigli delle aree protette nazionali (le eccellenze della biodiversità), affidate a Presidenti autoreferenziali che non rispondono a nessuno.
Spesso con discutibili competenze e resi abili solo per obbedienze partitiche.
Nel silenzio dell’informazione. Che dovrebbe chiedere, pretendere di conoscere e far sapere ai cittadini,
L’Italia è scivolata nella classifica internazionale della qualità dell’informazione. Ci sono colleghi appagati dal rilanciare i comunicati stampa dei poteri forti o di mettere, senza interlocuzione, un microfono sotto le labbra dei potenti di turno senza sentirsi in dovere di contestarne le evidenti bugie e falsificazioni della realtà.
Esisteva il reato di diffusione di “notizie false e tendenziose”. Non risulta essere cancellato, ma la maggioranza delle notizie lo sono.
Tutto questo accade nel silenzio assordante dei vertici di una categoria sempre più inaffidabile e non credibile che registra, passiva, il declino inesorabile di una professione che dovrebbe essere garante della qualità dell’informazione. Tranne rare eccezioni, non lo è più da tempo, e per questo si avvia verso l’estinzione, sostituita dalla comunicazione diretta di soggetti che non fanno informazione ma propaganda. Eppure sembra non interessare nessuno. Si assiste con ignavia a spettacoli deprimenti di come la professione giornalistica si esercita in Italia, non solo senza alcuna deontologia professionale, ma neppure senza la pur minima dignità.
La classifica che ci spinge verso il fondo è dunque ben meritata anche se sembra non allarmare nessuno. Al servizio del potenti e irridenti e irriguardosi nei confronti dei cittadini che, non a caso, sempre di più rifiutano le menzogne dette e stampate.
In un contesto così, come pensare a una informazione ambientale di qualità che possa servire a rendere i cittadini coscienti e consapevoli delle questioni ambientali? Come superare i muri dei tabù che il potere economico finanziario e al suo traino quello politico ha eretto e difende pur di non far conoscere e distorcere la realtà? Come contrastare la propaganda ascientifica che, in contrasto, corre in rete sui social, senza alcuna verifica?
Il nostro lavoro operoso e imperterrito di formiche sarà sufficiente?

La protezione della Natura nel pensiero di B. Granello, G. Passerini, R. Videsott e P. Videsott

Franco Pedrotti

 

Nel 1951 l’U.I.P.N. (Union International pour la Protection de la Nature), ora U.I.C.N. (Union International pour la Conservation de la Nature et des ses Ressourses) pubblicò un volume sullo stato di conservazione della natura nel mondo (U.I.P.N., 1951). Il capitolo per l'Italia fu scritto da B. Granello, G. Passerini, R. Videsott e P. Videsott (1951). B. Granello era la segretaria della Sezione di Trento del M.I.P.N., G. Passerini il Direttore dell’Istituto sperimentale per lo studio e la difesa del suolo di Firenze, R. Videsott il Direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso e P. Videsott il Presidente della Sezione di Trento del M.I.P.N. (Movimento Italiano per la Protezione della Natura, poi diventato) I principi riportati in tale articolo, sono stati alla base delle attività successive di Renzo Videsott per la protezione della natura in Italia e in Europa.

Dato l'interesse storico di tale contributo, ho pensato di tradurlo in italiano e di proporlo, qui di seguito, ai lettori di Natura e Società.

Il Movimento Italiano per la Protezione della Natura (M.I.P.N., ora Federazione Nazionale Pro Natura) si ispira al principio che l'uomo deve prelevare solamente la rendita delle risorse naturali rinnovabili, senza intaccare il capitale, e che questo sfruttamento non deve trascurare gli interessanti aspetti spirituali della comunità (scientifica, ricreativa, culturale, educativa, ecc.) legati all'ambiente naturale. Tende a favorire anche in Italia un'unione federativa, in un Consiglio per la Protezione della Natura (come esiste anche in altri Paesi), di tutte le organizzazioni che si occupano dell'interesse pubblico, in modo che le iniziative di ciascuna di loro non danneggino gli interessi degli altri settori, ma possano, al contrario, rafforzarsi a vicenda.

Questi principi hanno un’enorme importanza politica e sociale e si rivelano sempre più indispensabili, poiché la pressione demografica, la pianificazione urbana e l’ignoranza di massa continuano ad espandersi, così come l’aumento della distruzione delle risorse, che ha trasformato le terre produttive in terra arida o degradata. Basti citare l'esempio delle isole del Mediterraneo, della Calabria, dell'Appennino e delle terre emerse e degradate dall’Appenino alle Alpi, spogliate di buona parte della loro antica ricchezza dovuta alla copertura forestale. Questo terribile lavoro di deforestazione supera quello dei rimboschimenti.

Purtroppo, l'uomo della strada in Italia non si rende conto dell'importanza nella sua vita privata del disordinato sfruttamento indiscriminato della natura, con tutte le conseguenze che determina negli aspetti idrogeologici, climatici e agricoli.

Il Movimento vorrebbe allertare le persone e renderle consapevoli del problema e raggruppare le energie disperse, affinché il Governo sia stimolato e spinto a prendere le misure necessarie per conservare le risorse naturali, materiali e spirituali, in vista del benessere delle generazioni attuali e future.

Il Movimento non è ancora abbastanza conosciuto; i suoi soci sono circa 250 e lavorano attivamente a Torino, Trento, Milano e in altre sezioni attualmente in formazione. Le risorse finanziarie sono rappresentate dai contributi dei cittadini.

Tra i successi ottenuti dai soci del M.I.P.N. si segnalano: il salvataggio e la valorizzazione del Parco Nazionale Gran Paradiso; il sostegno e il contributo alla realizzazione del Parco Naturale Brenta-Adamello, la proposta di un disegno di legge per fornire assistenza finanziaria a tutti i parchi nazionali in Italia; la partecipazione dell'Italia al Congresso Internazionale per la Protezione della Natura a Fontainebleau; la rappresentanza italiana nel Comitato Direttivo dell'U.I.P.N. (Unione Internazionale per la Protezione della Natura, ora U.I.C.N., Unione Internazionale per la Conservazione della Natura e delle sue Risorse); la diffusione di concorsi nelle scuole primarie per la difesa degli uccelli utili per l'agricoltura e soprattutto per la realizzazione dei nidi artificiali, realizzati dagli studenti, con un risultato educativo imprevisto, tra i bambini e nelle medesime famiglie. In provincia di Trento, quest’anno, abbiamo posizionato 4.000 nidi artificiali, che sono stati occupati quasi solo dai codirossi; tra gli studenti l'entusiasmo per i fenomeni naturali cominciano a soppiantare gli istinti distruttivi. E poi ancora i primi contatti didattici tra associazioni private e semipubbliche per la protezione della natura; la realizzazione di postazioni informative per contrastare la distruzione dei boschi, dei monumenti naturali, ecc., pubblicazioni e proiezioni cinematografiche nelle scuole e nei locali; la difesa dei parchi cittadini; iniziative con l'obiettivo di far conoscere l'utilità degli uccelli per l'agricoltura, e quindi la campagna per l'abolizione delle trappole per uccelli e per educare al rispetto di specie senza distinzione di razza; propaganda, infine, per ottenere ciò che il vecchio quadro giuridico del concetto di “res nullius” lasci spazio al principio “cosa di tutti”.

A proposito di organizzazioni minorenni, abbiamo stabilito una stretta collaborazione con i gruppi Scouts.

Recentemente il MIPN ha preparato uno stand nella Fiera Internazionale del Turismo a Trento (12-27 agosto 1950). Questo stand esponeva, con l'ausilio di documenti fotografici, diagrammi, istruzioni e animali imbalsamati, i principi fondamentali della protezione della natura. Questo padiglione ha suscitato i più entusiasti interessi, tra la gente, con le autorità, e il suo successo ha superato le speranze degli organizzatori.

Meglio prevenire che curare

Riccardo Graziano

 

Meglio prevenire che curare. Questo ci insegna la medicina, ma anche la saggezza popolare. Non solo. Meglio evitare di sporcare piuttosto che dover pulire, meglio una manutenzione costante che una straordinaria, meglio evitare di compromettere il suolo piuttosto che doverlo rinaturalizzare, eccetera.

L’Europa ha varato una legge per il ripristino della natura, passata tra mille opposizioni, emendamenti, contestazioni e strumentalizzazioni politiche. Di per sé, è una cosa buona, visto che l’ambiente è talmente degradato da necessitare non più soltanto di varie forme di tutela, ma di restauri e ripristini. Tuttavia, tutto questo rischia di essere inutile se, mentre mettiamo a posto da una parte, continuiamo a sfasciare dall’altra.

Facciamo qualche piccolo esempio, in breve e certamente in modo non esaustivo, partendo dal livello globale per arrivare a quello locale, negli ecosistemi marini e terrestri.

Deep sea mining
Il “Deep Sea Mining” è l’ultima frontiera della devastazione degli habitat. L’industria estrattiva, alla continua ricerca di risorse da sfruttare, ha deciso di mettere nel mirino nientemeno che i fondali marini, scavandoli con appositi macchinari come se fossero cave o miniere in ambiente terrestre. Le deleterie conseguenze provocate da un’attività così invasiva in questo ambiente delicato e in parte poco conosciuto hanno messo in allarme le organizzazioni ambientaliste sia per i danni diretti alle forme di vita presenti sul fondale, sia per le enormi quantità di polveri  provocate da scavi e perforazioni, che finirebbero inevitabilmente in sospensione, andando a inquinare anche la colonna d’acqua soprastante e/o limitrofa alla zona di estrazione. Inoltre, i macchinari emetterebbero un frastuono che, veicolato dal fluido marino, si espanderebbe a grandi distanze, disturbando la fauna ittica e in particolare i cetacei, le cui popolazioni sono già sotto stress e minacciate da numerosi altri fattori.

È chiaro che ha poco senso pensare di riqualificare qualche tratto di mare destinato a riserva marina se nel frattempo si permette un simile sfacelo, magari a poche miglia nautiche di distanza. Prima di pensare a ripulire il mare bisogna pensare a non sporcarlo, quindi porre attenzione a scarichi industriali e agricoli, plastiche monouso, pratiche di abbandono delle reti e così via, monitorando e bloccando sul nascere nuove minacce come quella rappresentata dal Deep Sea Mining e, nel frattempo, curare la manutenzione ordinaria di aree protette evitando disastri ecologici come quello recentemente avvenuto nella laguna di Orbetello.

La strage di Orbetello
Le elevate temperature dell’estate appena trascorsa, sintomo dei cambiamenti climatici in atto, hanno provocato, tra le altre cose, una moria di pesci nella laguna di Orbetello, uccisi dal riscaldamento delle acque, dalla carenza di ossigeno e dall’accumulo di alghe. Secondo Slow food, che ha raccolto le testimonianze di operatori della zona, le problematiche della laguna si trascinano da almeno un trentennio, a causa di incuria e mancanza di manutenzione. Il sito, ricco di biodiversità e di elevato valore paesistico e turistico, è in effetti frutto di interventi artificiali di bonifica e canalizzazione delle acque, quindi non può autoregolarsi come un ambiente naturale e aperto, bensì richiede attenzione e interventi continui e mirati. La profondità è minima, dunque se i sistemi idraulici non garantiscono un adeguato ricambio delle acque, si rischia un surriscaldamento e una carenza di ossigeno fatali per la fauna ittica presente, specialmente se nel frattempo non si è tenuta sotto controllo la proliferazione delle alghe, favorita anche da scarichi industriali di sostanze che ne hanno favorito la moltiplicazione. Il danno faunistico ed ecologico è stato rilevante e naturalmente ha avuto inevitabili ripercussioni economiche sia per i pescatori, sia per i ristoratori e gli operatori del turismo in genere.

Un tema, quello del profondo legame fra ecologia ed economia, che spesso si tende a dimenticare o sottovalutare, ma che incide profondamente, sia – come abbiamo visto – in mare, sia sulla superficie terrestre, a partire dal disastro ambientale che sta devastando il più grande habitat e scrigno di biodiversità del pianeta, la foresta amazzonica.

Il collasso dell’Amazzonia
Fra i vari ambienti che l’Unione Europea si prefigge di ripristinare con la nuova normativa ci sono le foreste, in particolare i pochi residui di quella che un tempo era la vasta foresta planiziale del continente, spazzata via dall’antropizzazione del territorio e ridotta a poche e piccole porzioni isolate. Un’ottima iniziativa, volta a tutelare anche quella biodiversità che ancora vi trova riparo. Ma mentre noi siamo impegnati a restaurare i residui frammenti dei nostri boschi primordiali, dall’altra parte dell’Atlantico la distruzione della foresta dell’Amazzonia prosegue a ritmi forsennati. Secondo una denuncia di Greenpeace, che nel solo mese di luglio ha registrato 666 km² di deforestazione, ci stiamo avvicinando pericolosamente al punto di non ritorno, oltre il quale questo habitat fondamentale per la biodiversità planetaria rischia di collassare. L’Amazzonia è infatti una foresta pluviale e in quanto tale sopravvive solo grazie ad abbondanti precipitazioni, buona parte delle quali sono innescate dall’umidità che deriva dalla traspirazione della sua stessa massa vegetale. Va da sé che più deforestiamo, meno ci sarà traspirazione e cappa di umidità, dunque le precipitazioni diminuiranno, e con esse anche la capacità di rigenerazione della copertura arborea, quindi verrà a mancare altra traspirazione e umidità e così via, in una spirale degenerativa che rischia di far seccare la parte di foresta risparmiata dal taglio intensivo.

Ora, qualcuno potrebbe pensare che tutto ciò a poco a che vedere con l’Europa e le sue direttive comunitarie, perché le responsabilità sono dei Paesi sudamericani i cui confini includono porzioni di questo polmone verde, in particolare il Brasile. Ma la realtà è che buona parte di quella deforestazione è indirettamente causata dal mercato europeo, la cui domanda di prodotti alimenta l’offerta dei Paesi che disboscano come se non ci fosse un domani. Siamo noi infatti ad acquistare una quota rilevante del legname e dei suoi derivati estratti dalla foresta amazzonica, ma non solo. Sui terreni disboscati si allevano enormi mandrie di bestiame, la cui carne arriva in grandi quantità sulle nostre tavole in svariate forme, dallo scatolame ai sughi. E ancora, vaste porzioni dei terreni strappati alla foresta ospitano coltivazioni intensive di prodotti importati dall’industria mangimistica che alimenta i nostri allevamenti intensivi, ai quali non basta più la sola produzione nazionale, tanto sono ormai numerosi ed estesi, con milioni di capi stipati nei capannoni. E qui ci colleghiamo a un altro tema.

Allevamenti intensivi e territorio
In Italia si mangia troppa carne. Lo sostiene la FAO, i cui studi documentano che il consumo medio in Italia è di circa 73 kg pro capite all’anno, quasi il doppio della media mondiale. Per fronteggiare questa domanda elevata e crescente importiamo carne, ma soprattutto continuiamo ad aumentare il numero e l’estensione degli allevamenti intensivi, il che comporta non pochi problemi. Dal punto di vista della salute, l’eccessivo consumo di carne (e insaccati) può portare a varie patologie, sulle quali non ci dilungheremo in questa sede. Inoltre, la zootecnia intensiva è responsabile di una quota rilevante di inquinamento in Europa, con una percentuale del 54% delle emissioni di metano e addirittura del 94% di quelle di ammoniaca, la quale a sua volta causa la formazione di polveri sottili, le famigerate PM, molto insidiose per le nostre vie respiratorie. Ma quello che ci preme sottolineare qui è il consumo di suolo diretto e indiretto che tali allevamenti comportano. Nell’agricoltura tradizionale del passato e nell’attuale bioagricoltura, dove l’uso della chimica era ed è marginale o nullo, erano gli animali stessi, liberi al pascolo, a provvedere da un lato a diserbare brucando e dall’altro a concimare con le loro deiezioni direttamente sul campo. Oggi usiamo diserbanti chimici per liberare terreni che coltiviamo con concimi chimici per una produzione agricola in gran parte destinata a nutrire animali chiusi dentro a capannoni di cemento costruiti su (ex) suolo fertile che non potrà più essere coltivato. Senza dimenticare che queste “fabbriche di carne” dove gli animali stanno ammassati in condizioni assolutamente innaturali e con livelli igienici non sempre adeguati, sono i luoghi ideali per l’incubazione e lo scoppio di epidemie sempre più frequenti e devastanti, che spesso portano alla necessità di abbattere tutti gli animali di un allevamento, con un danno economico proporzionale al numero di capi presenti. Quando ciò accade in campo suinicolo, si dà immancabilmente la colpa ai cinghiali, senza peraltro che nessuno ci spieghi come sia possibile per un cinghiale arrivare a contatto con dei maiali chiusi in un capannone. Se succede ai polli, si dice che è colpa degli uccelli migratori che portano l’aviaria. Al momento però nessuno ha ancora trovato un possibile “capro espiatorio” fra i selvatici per quando succede alle pecore, alle mucche e persino alle stesse capre. Indiscutibili invece le responsabilità umane per disastri come “mucca pazza” o i polli alla diossina di funesta memoria. E qualcuno definisce tutto questo sistema “agricoltura tradizionale”, contestando pervicacemente qualunque richiesta di conversione produttiva, anche se lautamente finanziata.

È chiaro come anche in questo caso, oltre al lodevole intento di ripristinare oasi naturalistiche e boschetti sparsi, occorre prima di tutto porre un freno all’espansione degli allevamenti intensivi che continuano a divorare territorio direttamente e indirettamente, puntando su un’agricoltura che si riavvicini al vero modello tradizionale, evitando l’abuso di chimica e favorendo i piccoli produttori invece della grande agroindustria. Mettendo in campo anche un’azione di tipo culturale per riportare i consumatori verso un modello di dieta mediterranea a ridotto consumo di carne, riconvertendo le coltivazioni verso produzioni destinate al consumo diretto, anziché alla mangimistica animale, il che consentirebbe anche una sensibile riduzione delle superfici necessarie all’agricoltura. E qui ci ricolleghiamo a un altro aspetto di uso (o abuso) del territorio.

Coltivare fotovoltaico
Secondo l’EEB (European Environmental Bureau) basterebbe il 2,2% del territorio europeo per installare impianti di energie rinnovabili sufficienti a dare all’UE l’energia necessaria a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2040. Questo per ovviare al fatto che, sempre secondo la stessa fonte, i tetti non basterebbero per il fotovoltaico. Discorso analogo per i siti attualmente idonei all’eolico onshore (cioè a terra, tradotto nel nostro idioma, rispetto all’eolico offshore delle pale piazzate in mare). Quindi, secondo qualcuno, sarebbe il caso di rinunciare a porzioni di terreno agricolo a favore dello sviluppo delle rinnovabili per accelerare la transizione energetica. Per supportare questa tesi, si fa notare che ad esempio in Francia e in Italia la superficie coltivata per la produzione destinata all’alimentazione animale è doppia o tripla rispetto a quella che servirebbe per posizionare pannelli solari e pale eoliche, dunque basterebbe cambiare dieta e mangiare meno carne per avere molto più terreno (ex) agricolo da destinare alla “coltivazione” di energia rinnovabile.

Una tesi che fa sorgere non pochi dubbi, visto che in Italia, ma non solo, buona parte di quello che arriva dall’Unione Europea (a parte i soldi, come i generosi sussidi all’agricoltura industriale) viene ferocemente contestato, a volte persino in forma autolesionistica (piuttosto che passare all’auto elettrica pago di più di benzina, piuttosto che coibentare la casa pago di più di riscaldamento e così via). In un contesto simile, convincere gli europei a mangiare meno carne per avere più terreni agricoli da seppellire sotto i pannelli fotovoltaici otterrebbe probabilmente l’effetto di scatenare grigliate oceaniche di protesta o di portare le dimensioni dei taglieri di salumi a quelle di una portaerei, e pazienza se il colesterolo si innalza esponenzialmente.

Oltretutto, a noi che siamo ambientalisti, pur volendo puntare molto sulle energie rinnovabili, ci fa un po’ effetto pensare che dei suoli coltivabili vengano (ab)usati per la loro installazione, quando abbiamo una marea di territorio cementificato, asfaltato o comunque compromesso da sfruttare prima di utilizzare suolo libero.

I tetti non bastano? Sicuri? Avete contato anche quelli dei capannoni dismessi? Le tettoie dei distributori? E poi i parcheggi di supermercati e outlet? I margini delle autostrade e delle ferrovie? La possibilità di mettere pannelli galleggianti sugli invasi destinati all’idroelettrico? Sinceramente, ne dubitiamo. Ma anche fosse, prima sfruttiamo tutti quei siti, poi dopo, se non basta, vediamo quanto terreno agricolo ci serve ancora.

In realtà, lo studio non prevede l’utilizzo dei terreni agricoli in generale, ma si limita a considerare solo quelli più degradati e a rischio abbandono per infertilità. Inoltre, esclude le aree che dovrebbero essere oggetto di intervento secondo la nuova direttiva sui ripristini. Tuttavia, il buon senso suggerisce di iniziare a utilizzare prima il terreno già impermeabilizzato da cemento e asfalto, senza intaccare un metro di suolo libero. Se anche non lo coltiviamo o decidiamo di non ripristinarlo con i fondi previsti dalla nuova direttiva UE, lasciamolo comunque a disposizione della Natura. Magari scopriamo che è più brava ed efficiente di noi a ripristinare i suoli degradati. E, cosa tutt’altro che trascurabile, lo fa gratis.