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Comunicato di Pro Natura Lombardia contro la proposta dell'Assessore all'Agricoltura di voler destinare alla pioppicoltura industriale le aree golenali demaniali della Regione

L’Assessore Regionale all'Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi propone di destinare le aree del demanio di propria competenza allo sviluppo della pioppicoltura vantandone potenziali benefici ambientali ed economici.
Nello specifico le aree che sono indicate dal comunicato dell’Assessore, che riprende la comunicazione presentata il 22 marzo in Giunta regionale, sono limitate in termini assoluti, complessivamente poco più di tremila ettari, insufficienti a ripianare la riduzione della coltura di pioppo in Regione che è registrata negli ultimi anni, (certo legata a dinamiche economiche certamente preoccupanti e di devastante impatto ambientale nelle aree tropicali e in Nord Europa), è tuttavia una superficie significativa e qualitativamente importante.
Si tratta, come appare indicato nella nota dell’assessore, di aree connesse al reticolo idraulico principale, il cui mantenimento nella disponibilità pubblica ha lo scopo di conservarle alla principale destinazione di protezione idraulica ed ambientale.
Nel contesto della crisi ambientale generale, descritta dal modello dei “planetary boundaries”, i limiti planetari che l’attività umana sta superando, mettendo così a rischio la sopravvivenza della vita sul pianeta (https://www.researchgate.net/publication/270898819; https://www.stockholmresilience.org/publications/artiklar/2016-04-15-planetary-boundaries-guiding-human-development-on-a-changing-planet.html), consegue che tali aree siano preziosi elementi di difesa della biodiversità naturale e di regolazione dei cicli biogeochimici, oltre che del regime idraulico dei fiumi del regime padano: da decenni lungo le rive del Po e dei principali fiumi padani le comunità vegetali naturali sono state pressoché cancellate e la distruzione continua. I boschi igrofili sono quelle formazioni ripariali e planiziarie di cui rimangono solo pochi lembi ai margini dei fiumi e nelle aree retrodunali. Una volta erano superbe foreste formate da piante di grandi dimensioni, pioppi, salici, ontano nero, frassini, e farnia che rappresentavano la serie vegetazionale dei boschi igrofili ripariali e che conservano un prezioso valore di biodiversità.
Causa di tale devastazione sono spesso gli impianti intensivi della pioppicoltura intensiva con cultivar di pioppi ibridi canadesi che non nulla hanno a che fare con la vegetazione autoctona delle aree planiziali: la vegetazione ripariale e con la foresta planiziale: il querco-carpineto, esteso un tempo su tutta la Pianura padana ed oggi ridotto a pochi lembi lungo le principali valli fluviali (generalmente sotto la tutela dei Parchi regionali). Nella stessa situazione sono le aree umide quali paludi, torbiere, distese di acqua stagnante o corrente. In Italia tra il 1938 e il 1984 abbiamo perso il 66% di queste aree (ISTAT & ISMEA, 1992) ed il tasso di declino e perdita di alcune popolazioni di specie legate agli ecosistemi acquatici è quadruplicato dal 2000 a oggi.
L’idea di utilizzo delle aree di rispetto fluviale dell’Assessore Rolfi contiene dunque una grave minaccia: sottrarre aree strategiche alla conservazione della biodiversità e alla protezione idrogeologica (meglio svolta dalle comunità biologiche naturali) per impiantare schiere di pioppelle: c’è un problema di tecniche produttive, da adeguare ai principi dell’agroecologia e della produzione biologica rispettosa della biodiversità programmata e non programmata negli agroecositemi; ma soprattutto di localizzazione dell’attività di pioppicoltura da escludere in aree cruciali per la conservazione della biodiversità, quali le aree di rispetto fluviale.
Sul piano normativo rileviamo che l’art. 1 della Legge 5 Gennaio 1994, n. 37 (Norme per la tutela ambientale delle aree demaniali dei fiumi, dei torrenti, dei laghi e delle altre acque pubbliche) prevede che i terreni abbandonati dalle acque correnti appartengono al Demanio pubblico. Ma l’invito di estendere (o conservare) la pioppicoltura intensiva nelle aree demaniali dei fiumi lombardi è incompatibile con la normativa vigente per la quale il suolo degli alvei abbandonati dal corso dei fiumi sono assoggettati al regime del Demanio pubblico sono quasi sempre tutelati dai vincoli previsti dal Testo Unico ambientale e non si possono manomettere.
Rileviamo poi che i presunti vantaggi in termini di stoccaggio di carbonio della pioppicoltura intensiva vanno valutati al lordo delle connesse profonde modificazioni dello stato dei terreni, che provocano perdite di sostanza organica dal suolo e della scarsa durata dello stoccaggio del carbonio nei prodotti ottenuti dalla pasta di legno. Infine l’impatto degli interventi antiparassitari nel pioppeto è paragonabile a quello su altre colture intensive, quali il mais o i fruttiferi.

San Giuliano Milanese, 29 marzo 2021

Franco Rainini

INVITO AD ADERIRE AL COORDINAMENTO PRO NATURA LOMBARDIA

Cari amici,
cominciamo costruttivamente la "famigerata" fase due post-COVID costituendo il coordinamento regionale Pro Natura Lombardia.
Le prime riunioni con questo obiettivo risalgono all'avvio del millennio, alcune delle persone che promossero quel tentativo oggi non sono più tra noi e più che mai ne sentiamo la mancanza.
Nel 2019 abbiamo avviato alcune iniziative di collaborazione: con il Gruppo Naturalistico della Brianza, in particolare con Umberto Guzzi, la Federazione è stata rappresentata nel Contratto di Fiume Lambro Settentrionale ed in altri contesti nei quali sono state portate proposte significative.
In questa e in altre occasioni la Federazione Nazionale ha assunto direttamente la funzione di rappresentarci, mentre le altre associazioni ambientaliste avevano rappresentanze Regionali più o meno strutturate, in grado di rispondere con maggiore immediatezza e forti del contatto diretto con le organizzazioni del territorio.
In prospettiva anche nel riverbero della grave crisi in corso molti sono gli impegni che la Federazione e le sue federate debbono assumere in Lombardia. Riguardano la tutela della qualità della vita nell'area milanese, la tutela della biodiversità, il contrasto a un sistema agricolo che alimenta soltanto i grandi conglomerati industriali a scapito della salute e degli interessi di agricoltori e cittadini, non ultima la necessità di contenere la continua violazione delle norme Nazionali e Comunitarie che una piccola minoranza di cacciatori sovrarappresentati politicamente impongono a questa Regione.
In questo quadro, e constatate le (oggettive) difficoltà che troviamo nel far partire ORA l'Associazione Pro Natura Lombardia sembra sensato proporre un modello organizzativo leggero, che non precluda la possibilità di uno sviluppo futuro ma che dia a tutti noi la possibilità di una rappresentanza diretta a fronte delle istituzioni Regionali, inaccessibili da ciascuna nostra associazione da sola.
Per rafforzare la nostra rappresentatività di una realtà Regionale tanto vasta, il coordinamento è aperto anche ad organizzazioni esterne alla Federazione purché si riconoscano nei principi del nostro statuto.
I termini di questa partecipazione sono fissati nel quadro dello stesso Statuto Federale ed hanno precedenti in altre realtà regionali.
Un primo significativo nucleo di associazioni federate ha sottoscritto il Protocollo di adesione (apri pdf >>>) avviando così il coordinamento.
Neppure per un attimo pensiamo a questa proposta come ad un punto di arrivo, la riteniamo invece un passaggio necessario per rafforzare e allargare la forza del movimento ambientalista in Lombardia, per cui ciascuna delle nostre organizzazioni deve giocare un ruolo maggiore.
Siamo tutti consapevoli che una sigla in più non ha alcun valore se non è sostenuta dalla volontà di fare insieme qualcosa di utile.
La diversità della natura e degli scopi presente tra le federate e le associazioni amiche deve essere considerata un elemento di forza per cui affrontare con flessibilità e creatività la disastrata realtà delle questioni ambientali in Lombardia.
Un caro saluto a tutti.

Franco Rainini
Coordinatore PRO NATURA Lombardia
maggio 2020

COMUNICATI

Comunicato congiunto contro l'attacco dei cacciatori all'Arma dei Carabinieri - 2021 10 22 (apri il pdf >>>)

Comunicato di Pro Natura e WWF in merito al "Raid motonautico Pavia-Venezia" - 2021 05 24 (apri il pdf >>>)

Regione Lombardia: in aula le norme a favore del bracconaggio - 2021 05 15 (apri il pdf >>>)

Lombardia: in arrivo le nuove norme a favore del bracconaggio e la mancata ottemperanza di individuazione dei valichi da tutelare - 2021 04 22 (apri il pdf >>>)

Comunicato di Pro Natura Lombardia contro la proposta dell'Assessore all'Agricoltura di voler destinare alla pioppicoltura industriale le aree golenali demaniali della Regione - 2021 03 29 (leggi di più >>>)

Comunicato delle Associazioni ambientaliste - In Regione Lombardia si prospetta il più massiccio attacco alla fauna selvatica di tutti i tempi. Impedimento dei controlli, norme a favore del bracconaggio, caccia in deroga anche al cardellino - 2021 03 23 (leggi di più >>>)

Le associazioni pro tramvie del Nord Milano replicano al sottosegretario Buffagni - 2020 10 23 (leggi di più >>>)

Giù le mani dai Carabinieri Forestali. Stop al bracconaggio in Lombardia - 2020 10 23 (leggi di più >>>)

Ricorso al Presidente della Repubblica contro il tentativo di stravolgere il sito di rilevanza comunitaria di Monte San Primo (CO) - 2020 09 04 (apri il pdf >>>)

Richiesta di riesame e di annullamento in autotutela della modifica operata della ZRC San Primo, inserita nel comprensorio alpino "Penisola lariana afferente al territorio della Provincia di Como" in assenza di VAS e di VINCA - 2020 08 12 (apri il pdf >>>)

Comunicato sull'azzeramento da parte della Giunta lombarda dell'ERSAF, l'ente regionale per i servizi all'agricoltura e alle foreste - 2020 07 14 (apri il pdf >>>)

Contributo alla procedura di verifica di assoggettabilità alla Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) per il Programma regionale per il recupero e la valorizzazione del patrimonio minerario dismesso - 2020 06 27 (apri il pdf >>>)

Comunicato contro le norme di modifica alla Legge Regionale 26/93 che regolamenta la caccia - 2020 05 26 (apri il pdf >>>)

Atto di diffida al voto degli emendamenti al PDL 118/2020 in materia venatoria - 2020 05 18 (apri il pdf >>>)

Appoggio al Manifesto per un futuro sostenibile in Lombardia avanzato da Legambiente, Italia Nostra e WWF - 2020 05 18 (apri il pdf >>>)

Verso un Piano Strategico per il Po. Proposte della Federazione nazionale Pro Natura (apri il pdf >>>)

Proposte avanzate dalla Federazione Nazionale Pro Natura riguardanti l’adozione di misure che è necessario assumere nel bacino del fiume Lambro Settentrionale in ordine alla riduzione del rischio idraulico, alla difesa degli acquiferi profondi e per la riduzione del grado di inquinamento delle acque e dei suoli - 2019 10 08 (apri il pdf >>>)

Giù le mani dai Carabinieri Forestali. Stop al bracconaggio in Lombardia

Da oltre trent'anni le Associazioni ambientaliste firmatarie questo comunicato si battono per il ripristino della legalità nelle province di Brescia e Bergamo, a viso scoperto e sempre in leale collaborazione con le Istituzioni. Per questo motivo si dissociano con forza da azioni come quella che la settimana scorsa hanno comportato il danneggiamento di alcuni capanni da caccia in Franciacorta e in Val Brembana; gli autori di atti hanno ottenuto l’unico risultato di regalare alle solite sigle venatorie estremiste l'occasione per attaccare l'attività antibracconaggio.

Il danneggiamento dei capanni da caccia, opera di sedicenti animalisti, è stato infatti utilizzato da talune sigle venatorie per attaccare nuovamente gli organi di controllo con la diffusione di un comunicato stampa per così dire "fuori tema". Non poteva mancare poi, come ogni anno, il triste teatrino dei facinorosi “sparatutto” che si oppongono ai controlli dell'attività venatoria. Per costoro la verifica dei carnieri, dei richiami e di tutto ciò che è previsto per legge si trasforma puntualmente in perquisizioni arbitrarie e violenza ai danni di “indifesi cacciatori”, a cui sono accertate violazioni e comportamenti da bracconieri, cioè delinquenti molto spesso abituali.

A tutto ciò quest’anno si è aggiunta la singolare imposizione di indossare un abbigliamento ad alta visibilità da parte delle Guardie venatorie volontarie, tentativo puerile di inficiare l’attività di vigilanza.

È di questi giorni un video che mostra un controllo effettuato dai Carabinieri Forestali in Alone di Casto che è stato infatti utilizzato pretestuosamente per attaccare nuovamente la legittima attività di Polizia Giudiziaria. Evidentemente per taluni l'abbattimento di specie protette e la detenzione di richiami vietati, così come l’uso di reti da uccellagione e trappole, soprattutto in talune "zone franche", sono reati che non andrebbero perseguiti: Monte Ladino di Lumezzane (l'area in cui èavvenuto il controllo), le piane della Val Camonica, Preseglie sono solo alcuni luoghi in cui l'illegalità venatoria èprassi comune e i controlli impediti con vari stratagemmi (strade chiuse da sbarre, recinzioni create ad hoc, staffette che raccolgono gli uccelli protetti per eludere la vigilanza ecc.).

Proficue attività commerciali prosperano grazie al bracconaggio: come accertato a Trescore Balneario in provincia di Bergamo, dove centinaia di richiami vivi di provenienza illegale sono stati sequestrati dai Carabinieri Forestale ad un commerciante, che già aveva subito qualche anno prima analoga sorte a opera dell’ex Corpo Forestale e il cui procedimento penale, incomprensibilmente, era rimasto fermo sui tavoli dell’Autorità Giudiziaria e quindi l’autore dei reati accertati è rimasto impunito.

L'attacco alle Forze dell'Ordine e alla vigilanza venatoria nel suo complesso è una strategia oramai nota e ripetitiva e se si vuole anche noiosa, che ha il solo fine di garantire impunità ai bracconieri e il permanere degli interessi economici e clientelari legati al mondo della caccia illegale.

Non dimentichiamo che queste province sono identificate tra le aree “Black Spot” nel Piano d’Azione Nazionale per il contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici del Ministero dell’Ambiente; in questo contesto di non rispetto delle normative nazionali e internazionali proliferano situazioni inconcepibili come appostamenti fissi di caccia autorizzati in proprietà private recintate, oppure attaccati o trasformati in villette o case, che - grazie alla Legge regionale che le definisce "immobili a carattere rurale destinati al riposo del cacciatore" possono dribblare anche i divieti della legislazione urbanistica e paesaggistica e garantiscono l’elusione dei controlli e il continuo massacro di uccelli protetti.
Gli ambientalisti che operano sul territorio in realtà sono ben consapevoli che molti cacciatori sono contrari all'illegalità e collaborano quotidianamente con segnalazioni puntuali sugli episodi di bracconaggio. Purtroppo questi cacciatori non sembrano trovare voce nelle associazioni che li rappresentano, che invece sembrano solo volere l’allentamento dei controlli e raccontare una favola distorta, dove il bracconaggio è inesistente o residuale e non invece pervasiva pratica come nella realtà.
Le Associazioni ambientaliste chiederanno nei prossimi giorni un incontro al Prefetto, al Procuratore della Repubblica e al Comandante dell’Arma dei Carabinieri di Brescia, alla luce della situazione del bracconaggio fuori controllo e con l’intento di chiedere il massimo impegno dello Stato in difesa della Natura e della legalità.

Milano, 23 ottobre 2020

Cabs
Enpa
Gaia
Gruppo Ornitologico Lombardo
Lav
Lega Abolizione Caccia
Legambiente Brescia
Lipu
Pro Natura Lombardia
WWF Lombardia

Le associazioni pro tramvie del Nord Milano replicano al sottosegretario Buffagni

Dopo aver letto le dichiarazioni alla stampa di Stefano Buffagni sul prolungamento della Metropolitana 5 di Milano e la realizzazione della metrotranvia Milano - Seregno ricordiamo che la metrotranvia costituisce l'asse di collegamento tra i paesi lungo la vecchia Valassina. Sia lo studio di per la M5 sia quello per la M3 la considerano come realizzata.
Purtroppo, anche da Stefano Buffagni, l'ipotesi di M5 viene considerata come un grimaldello utile a scardinare il progetto della tranvia che, ad oggi, è l'unico concretamente realizzabile per il Nord Milano. A titolo di esempio facciamo notare che nel 1981 è stato eliminato il tram Milano-Vimercate (noi c'eravamo!) promettendo che a breve sarebbe stata prolungata M2 da Cologno Monzese. Sono passati 40 anni. Forse ora c'è un progetto concreto che riguarda però una tranvia moderna.
Ben vengano i 15 milioni di euro promessi da Buffagni. Non risulta però sia ancora stata presa una decisione su cosa fare in merito allo sbinamento della M5 verso Bresso e Cusano Milanino anche perché questa decisione andrebbe inquadrata in uno studio generale sul trasporto del Nord Milano. Esiste questo studio? Nemmeno risulta sia stato prodotto il secondo passaggio del PFTE sullo sbinamento M5 con la relazione costi-benefici (Buffagni diceva che sarebbe stato fatto in tempi brevissimi).
Infine confutiamo un'altra falsa affermazione. L'eventuale sbinamento di M5 non può influire minimamente sul progetto della metrotranvia che è allo stadio di progetto esecutivo appaltato.
Per questo motivo, come in più occasioni abbiamo già fatto notare, la richiesta dei Sindaci di Bresso e Cusano di rivedere il progetto trasformandolo a binario unico non è minimamente accoglibile. Sorprende sia stata avanzata anche dal punto di vista sostanziale: visto che l'obiettivo del progetto è dare sino a Calderara un servizio simile a quello milanese della linea 4.
Ci si lamenta del fatto che i Comuni esterni a Milano vengono trascurati ma poi ci si oppone ai miglioramenti per accontentare non si capisce bene chi. Forse qualche elettore che preferisce usare come parcheggio personale lo spazio già attualmente sede dei binari.

23 ottobre 2020

Gruppo Naturalistico della Brianza Cusano Milanino - Comitato per il tram, Utenti Trasporto Pubblico, Pro Natura Lombardia

Per approfondire: apri il pdf >>>

ECOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

LETTERA APERTA ALLA FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA

Carissimi Presidente, Consiglio Direttivo, associazioni federate e soci tutti della Federazione Nazionale Pro Natura,

come noto i principali - cosiddetti - “social” prevedono l’obbligo di registrazione sulle rispettive piattaforme per l’utente interessato ad accedere ai contenuti che vi sono proposti. Per questo motivo, se il privato cittadino è ovviamente libero di comportarsi come crede, ritengo invece inopportuno il loro uso sistematico, come abituali canali di comunicazione, da parte delle istituzioni pubbliche e di quelle private, incluse le associazioni.
Sul tema vorrei quindi aprire un confronto costruttivo nell’ambito della Federazione Nazionale Pro Natura sottoponendo alla comune riflessione alcune argomentazioni in proposito.
Perciò chiedo ospitalità per questa “lettera aperta” sui nostri “media” ed il suo inoltro alle singole associazioni federate che auspico vorranno rilanciarla sui propri.

RIFLESSIONI SUI SOCIAL (SPECIALMENTE FACEBOOK) - ECOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

1. Soluzione comoda
So bene che molte associazioni, specialmente le più piccole e meno strutturate, sono in rete esclusivamente sulle piattaforme social: principalmente Facebook, perché la soluzione è tecnicamente più semplice rispetto alla pubblicazione e gestione di un vero e proprio sito internet ed è “apparentemente” senza costi.
Però Pro Natura un sito ce l’ha.

2. Efficacia della comunicazione tramite piattaforme social per Pro Natura
Per non ragionare “a sentimento” ma su basi concrete, chiedo se sia disponibile qualche dato / informazione in proposito da rendere noto.
Infatti credo sia utile (sempre come e quando si può) avere una misura dell’efficacia riscontrata attraverso questi strumenti di comunicazione, l’esperienza che ho io (anche di amici che hanno usato i servizi di Facebook a pagamento) non è che sia proprio quella attesa o creduta (ma posso anche sbagliarmi, quindi sarei contento di conoscere dati oggettivi che dimostrino il contrario).

Nell’intestazione del riquadro Facebook sempre presente “di spalla” su ogni pagina del sito di Pro Natura, al 7 ottobre 2020 leggo il numero “2011 mi piace”: non propriamente un gran successo (così come i poco più di 2000 seguaci e le 48 registrazioni)! A numeri analoghi a questi arrivo, ogni mese, grazie all’autorevolezza che ho acquisito per i suoi contenuti e senza che io abbia fatto alcuna pubblicità, semplicemente con il mio modesto sito giornalistico L’Eclettico (www.rudyz.net/eclettico), e io non sono certo un noto personaggio pubblico “influenzatore” di masse.

Da quel che so sulla situazione finanziaria e sui numeri delle adesioni alla Federazione Pro Natura (o ad altre associazioni che conosco ad essa affiliate) non mi risulta che la presenza sui social sia foriera di una grande utilità per noi (come per la maggior parte di chi vi è presente). Viceversa i nostri piccoli numeri, sommati a quelli di tanti altri come noi, decretano il successo commerciale dei padroni delle piattaforme.

Anche frasette come “Di’ che ti piace prima di tutti i tuoi amici” le trovo un po’ infantili ed un po’ stonate per chi, come Pro Natura, propone contenuti e proposte di ben altro livello; d’altra parte sono emblematiche della considerazione che i gestori dei social hanno per i loro utenti.

3. Le multinazionali
Multinazionali come Coca Cola ed altre, che molti di noi hanno boicottato e boicottano tuttora per ottime ragioni, ora a loro volta boicottano i social perché le azioni scorrette di questi ultimi ne danneggiano l’immagine (ed abbiamo detto tutto): farci “superare in coerenza” da queste realtà, che di etico hanno ben poco, mi sembra paradossale.

4. Spregiudicatezza e falsità dei social
Per le informazioni che ne ho leggendo quotidiani di una certa condivisibile serietà - NB le mie considerazioni si riferiscono in particolare a Facebook - sappiamo tutti quanto le piattaforme social più in uso, al di là della facciata “perbenista” o delle elargizioni caritatevoli (ben sfruttate mediaticamente oltre il loro risibile importo rispetto ai propri fatturati: come quella che tempo fa è valsa a Zuckerberg l’apertura di tutti i TG di prima serata con un minuto di servizio e ripresa video accanto a Papa Francesco: per una volta dimostratosi più sprovveduto di quanto in realtà sia):

  • prediligano contenuti riprovevoli, che hanno determinato anche gravi casi di cronaca nera (i cui filmati ancora vi circolano),
  • si pieghino al tradimento delle opposizioni democratiche ai regimi dittatoriali ancora esistenti in diversi paesi nel mondo,
  • possano arrivare fino alle conclamate scorrettezze in sede di consultazioni democratiche (che quindi tali, in definitiva, non sono state),
  • per non dire dei discutibili sistemi di filtro/blocco dei contenuti non opportuni, che spesso agiscono con criteri penalizzanti proprio per quelli invece più validi.

Purtroppo a “fare più contatti” è chi rimesta nel torbido e questo non sfugge a chi dal numero di contatti trae profitto.

5. Finalità dei social
La finalità di questi strumenti è fondamentalmente VENDERE IL TEMPO CHE RIESCONO A TENERCI COLLEGATI. Tenendo a mente questo, si capisce facilmente come ogni meccanismo di Facebook, WhatsApp (dal 2014 acquisita da Facebook), compagnie telefoniche e tutti gli altri è appositamente costruito con questo scopo, dimostrando un’ottima conoscenza della psicologia dell’essere umano.
Per fare soldi senza farsi scrupoli.
Lo dimostra come sono arrivati al successo, ciascuno cominciando con un’azione disonesta, personaggi come Zuckerberg, Gates ed altri. Replicando su altra scala economica e planetaria quanto nella nostra piccola Italia ha fatto un altro ben noto personaggio sceso in politica a difendere direttamente i propri interessi quando è venuto meno chi l’aveva protetto ed avvantaggiato fino a quel momento.
Poco valgono a ripulirsi coscienza e reputazione le fondazioni filantropiche costituite “a fine carriera”.
In proposito, anche per i non credenti, penso sia lapidario e condivisibile il versetto evangelico relativo a “cammelli” (che poi forse erano grandi funi di uso nautico) e “crune” di aghi.

Chi vuole davvero essere un benefattore dell’umanità si comporta diversamente.
Un esempio? Tim Berners Lee, l’inventore di internet che ha voluto condividere la sua idea anziché restarne proprietario per arricchirsi, risulta abbia dichiarato che “Il denaro è importante, ma non è tutto. La vera battaglia, da tempo, è tra chi vuole far progredire l’umanità e chi vuole fare soldi”.

In questo contesto l’illusione, propria anche di molte buone anime nel mondo ecclesiale, di portare contenuti positivi in un contesto che non è tale è, appunto, soltanto “pia” e fa il gioco dei burattinai di turno.

Sono orgoglioso di aver potuto incontrare di persona a Milano il Papa della Chiesa Copta d’Egitto: Tawadros (Teodoro) II di Alessandria, una persona che, a seguito di un grave fatto accaduto in un monastero sotto la sua giurisdizione, ha chiuso il suo profilo Facebook ed ha disposto che facessero altrettanto tutti i religiosi appartenenti alla sua Chiesa.

6. Analisi degli esperti della comunicazione
Conoscenti appartenenti ad associazioni che hanno come finalità loro propria lo studio dei mezzi di comunicazione, mi hanno confermato quanto la mia esperienza nell’organizzazione di eventi di qualità e la contestuale misura dell’efficacia della comunicazione adottata per essi mi avevano empiricamente dimostrato: i social funzionano bene per rilanciare sciocchezze effimere come versarsi secchiate d’acqua gelida in testa: che hanno esplosioni di contatti ma poi spariscono nel nulla. Funzionano meno bene per le cose serie.
Viceversa, un autorevole studio sull’efficacia della comunicazione “social” dei musei ha rivelato quanto questa sia sopravvalutata.
Non è un caso che un’importante quota dell’influenza di questi strumenti sull’opinione pubblica deriva dal rilancio dei loro contenuti da parte della stampa pigra che si appiattisce nella comoda pratica di limitarsi a riproporre - amplificandoli - sulle proprie testate di vario genere (stampate, elettroniche e radiotelevisive) i videomonologhi o i messaggi pubblicati su Facebook invece che pensare, confrontare le posizioni, verificare le notizie e “fare domande pretendendo risposte” aiutando così i lettori ad esercitare a loro volta l’autonomia di pensiero e la capacità critica.
Proprio questa è la ragione che rende convenienti gli imponenti investimenti economici che sui social vengono condotti perché sia considerato più del dovuto il seguito di chi vuole artificialmente gonfiare la propria autorevolezza.
Non credo invece sia qui necessario soffermarsi sulle notizie false, deliberatamente propalate come vere - senza vergogna - da parte di chi riveste importanti ruoli nella società e nelle sue forme di aggregazione.

7. Responsabilità istituzionali
Per quanto ho fin qui argomentato, ritengo che nessuna istituzione pubblica (includendo nella categoria non soltanto la Pubblica Amministrazione a tutti i suoi livelli, e deprecando i suoi esponenti che cedono a questo malcostume, ma anche un’associazione ambientalista che voglia proporsi come autorevole punto di riferimento) debba utilizzare forme di comunicazione diretta che non siano pienamente pubbliche e consultabili da chiunque in tutte le sezioni in cui sono articolate senza obbligo per l’utente di registrarsi.
Attualmente ciò viene invece richiesto anche sui profili pubblici di alcuni social (un tempo accessibili liberamente a chiunque) che, almeno per certi utenti (come capita a me), restano tali solo per pochi secondi e solo per la pagina iniziale.
Nel breve volgere di qualche istante una maschera automatica copre lo schermo invitando il lettore ad accreditarsi per poter continuare la lettura.
Il comando che posticipa questo adempimento vale a togliere di mezzo la maschera solo per poco: come un pupazzo a molla che salta fuori dalla sua scatola ce la ritroviamo di nuovo addosso in men che non si dica.
Quando questo accade io chiudo direttamente tutta la pagina, orgoglioso di farlo e fiero di potermi riconoscere in un verso che Francesco Guccini canta in “Canzone di notte n. 2”: “scusate non mi lego a questa schiera... morrò pecora nera”.

8. Fiducia negli incaricati ed Etica della comunicazione
Tutto ciò premesso tengo ovviamente a precisare che non ho alcun dubbio sulla correttezza della comunicazione che la Federazione Pro Natura fa attraverso i social grazie a chi se ne occupa,
8.1 la questione che pongo, invece, è se “è etico che per fini buoni un’istituzione utilizzi strumenti che, pur di successo, hanno ombre oscure alla loro origine e nella loro conduzione” come dimostrato di recente anche con i messaggi successivi all’uccisione del ragazzo nel Lazio; io su un sistema che non blocca queste nefandezze (e non lo fa perché gli conviene ci siano) non credo si possa stare, io almeno non ci sto e mi imbarazza che ci stia l’associazione alla quale appartengo.

9. Tracciamento
Il problema del tracciamento è evidentemente implicito nella mia obiezione ed alla base di tutto: proprio l’obbligatorietà di registrarsi è il problema che sollevo quando a proporla è un’istituzione. Fra chi ha già letto queste mie osservazioni c’è chi ha osservato che “Persino il papa e il Presidente degli USA ormai fanno politica prevalentemente attraverso Twitter.”…
Ma Papa Francesco almeno non usa Facebook, che invece usa il Vaticano (ahimè), come fanno anche tanti preti, diocesi e parrocchie, e questo lo considero sbagliato, come ho già scritto.
Quanto a Trump, qualsiasi mezzo usi per me non è un modello al quale fare riferimento, in qualsiasi campo.
E comunque dissento dall’argomentazione che la politica si faccia attraverso i social, qui si fa l’apparenza: del Papa, che ha cose più serie da dire, la maggior parte dei rilanci sugli altri media non si riferiscono a quanto scrive su Twitter.
Con Trump, Salvini ed altri di ogni parte politica - ma si noti chi mi è venuto immediatamente in mente e ci si domandi il perché - è il contrario: e questo conferma le mie argomentazioni.

10. Pro Natura e il buon esempio che attrae
Una presa di posizione netta della Federazione Pro Natura in questo senso, anche adeguatamente comunicata ai media, credo sia una notizia che ci darebbe più attenzione di quanta se ne possa avere attraverso i social e magari potrebbe anche concretizzarsi nella possibilità di suscitare nuovi aderenti, il Consiglio Direttivo ci pensi.
È come quando, in una successione di spot a colori, ne compare uno in bianco e nero: che si distingue dalla massa e desta maggior interesse.

11. I giovani
Inoltre, a chi obietta: “Che noi lo vogliamo o no, oggi il mondo (soprattutto quello giovanile) comunica così”, come ho già scritto, rispondo che i social seguiti dai giovani non sono Facebook e Twitter, chi fra i lettori è insegnante può verificarlo facilmente.

12. Vogliamo un’altra comunicazione
Ciò di cui c’è bisogno è di una comunicazione più riflessiva ed argomentata, che è più difficile, perché ci portano altrove tutte le forze economiche che ci vogliono condizionare: pensiamo alla telefonia, sulla quale avrei anche un altro tema da aprire con riferimento alla salvaguardia ambientale ed al risparmio energetico: mi sto battendo su questo contro il mio fornitore Wind (al quale sono arrivato lasciando per questo motivo Telecom) e cercherò di resistere fino a quando potrò.

Spero che quanto ho scritto possa essere utile per riflettere sull’argomento e procedere di conseguenza nelle relative scelte che riguardano la Federazione Pro Natura.

Per quanto mi riguarda non predisporrò mai un collegamento ad una delle pagine elettroniche di social con le caratteristiche descritte né ad altre che vi puntino.
Mi concederò solo un’eccezione quando dovrò necessariamente rilanciare la sopra citata pagina di Pro Natura Lombardia che ho con passione contribuito a costruire.
Ma nel farlo mi sentirò in imbarazzo ed in conflitto di coscienza con il mio desiderio di coerenza - la sola qualità che ci rende credibili agli occhi dei nostri interlocutori - perché porterò comunque una mia gocciolina d’acqua ad un mulino che macina una farina... “non proprio biologica”!

Grazie per l’attenzione che in Pro Natura si vorrà e potrà dedicare a questo tema, però non irrilevante.

Cordiali saluti con l’augurio a tutti dei migliori successi per tutte le iniziative di ciascuno.

Giovanni Guzzi

 

PS

Fin da piccolo ho iniziato a diffidare di chi mi prendeva per “fessacchiotto”.
A partire dai fumetti di Topolino quando, in un periodo in cui vi prevalevano storie disegnate male e “di poco spessore” (tranne la prima dopo la copertina), l’editore contava di far presa sui lettori allegando ad ogni numero dei giocattolini. Ho capito che mi prendevano per una persona di poca intelligenza... così ho smesso di comprarlo. Frequentavo le scuole elementari, ma la mia maestra mi dava da leggere anche i libri di Mario Rigoni Stern.

La tutela del paesaggio: principio costituzionalmente rilevante e preminente sulla indiscriminata diffusione degli impianti “green”

Stravolgere il paesaggio, quale bene comune, determina la cancellazione della memoria storica collettiva quindi la distruzione del nostro futuro. Secondo Zanzotto «un bel paesaggio una volta distrutto non torna più, e se durante la guerra c'erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati alla sterminio dei campi: fatti che, apparentemente distinti fra loro, dipendono tuttavia dalla stessa mentalità».

 

Ing. Donato Cancellara, Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano

 

 

1. Il caso dell'impianto eolico alle porte di Matera

Ancora una volta il T.A.R. Basilicata si esprime sull'annosa vicenda dell'impianto eolico, denominato "Matine", della Zefiro Energy S.r.l. alle porte del Comune di Matera. Un impianto costituito da 15 aerogeneratori e dalle relative opere connesse, di potenza elettrica complessiva di 37.5 MW. Pale eoliche di potenza 2.5 MW ciascuna con altezza torre di 100 metri, diametro rotore 90 metri ed altezza complessiva 145 metri. Sin dal rilascio dell'autorizzazione unica da parte della Regione Basilicata, nel lontano 2013, svariate le contestazioni da parte di alcuni organi istituzionali locali e di svariate associazioni ambientaliste per l'ingiustificabile sfregio al contesto paesaggistico materano di altissimo pregio nonché al patrimonio storico, artistico e naturalistico. Prima di richiamare l'attenzione sulla recente pronuncia dei giudici amministrativi lucani, tramite la sentenza n. 23 del 3 gennaio 2020, occorre ritornare indietro con la memoria.

 

2. Prima importante pronuncia del TAR Basilicata sul caso Zefiro

Era il 20 dicembre 2014 quando il T.A.R. Basilicata pubblicò la sentenza n. 869/2014 successivamente confermata dal Consiglio di Stato con decisione n. 4947 del 29 ottobre 2015. Una sentenza che definimmo, sulla pagine di alcuni quotidiani locali, storica per la Lucania in quanto venne evidenziata la priorità dell'Ambiente, del Paesaggio e dei Beni culturali sulla realizzazione di un impianto eolico autorizzato dalla Regione Basilicata con D.G.R. n. 597/2013 a pochi chilometri da siti vincolati rispetto ai quali, pur non essendo direttamente interessati dalle croci d'acciaio rotanti, comunque avrebbe potuto arrecare negative conseguenze.

La società proponente il progetto "green" è la Zefiro Energy S.r.l. Tre furono i ricorrenti che nell'anno 2013 vollero affrontare la società Zefiro e la Regione Basilicata dinanzi al tribunale amministrativo: il Comune di Matera; la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici della Basilicata e l'Ente Parco della Murgia materna. Ricorsi che vennero unificati per l'analoga richiesta di annullamento della Deliberazione della Giunta regionale avente ad oggetto l'Autorizzazione Unica per la costruzione ed esercizio dell'impianto eolico della Zefiro con i relativi atti di istruttoria compreso il verbale della Conferenza di Servizi del 16 aprile 2013.

Sentenza lunga decine e decine di pagine, ma a nostro avviso la frase meritevole di apprezzamento fu sicuramente quella con cui viene bacchettata la Regione Basilicata. Nella sentenza si legge: "Alcuna norma o principio, a livello comunitario o nazionale, riconoscerebbe come prevalente l'esigenza energetica rispetto a quella di tutela paesaggistica, per cui il regime di favore per gli impianti eolici non potrebbe mai condizionare in maniera assoluta il giudizio di compatibilità ambientale, nel senso di obbligare il rilascio dell'autorizzazione in relazione ai benefici legati all'efficienza energetica per la collettività". Ed inoltre, emerge che il parere della Soprintendenza non sarebbe stato presentato in seno alla Conferenza di Servizi motivo per cui, secondo il parere della società resistente Zefiro, il diniego espresso andava considerato inammissibile. Di parere opposto, il T.A.R. Basilicata secondo cui "tale assunto sarebbe errato [...] l'omessa valutazione del parere obbligatorio e vincolante reso dalla Soprintendenza renderebbe, quindi, invalidi ed inefficaci tutti gli atti amministrativi emessi in Conferenza di Servizi e l'Autorizzazione Unica, quale atto finale e conclusivo del procedimento".

Possiamo concludere che bene fece il T.A.R. Basilicata a ribadire ciò che di fatto è già insito nelle norme nazionali. Infatti, l’art. 12 comma 7 del D.lgs. n. 387 del 2003consente la realizzazione, in area agricola, di impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile purché ciò avvenga nel rispetto del paesaggio rurale.

 

3. Rilevante sentenza del Consiglio di Stato nel 2014

Quanto evidenziato dal TAR Basilicata nel 2014, sul caso Zefiro, venne ribadito dalConsiglio di Stato, con riferimento ad altra vicenda, con la sentenza n. 2222 del 2014: “il paesaggio è bene primario e assoluto, la tutela del paesaggio è quindi prevalente su qualsiasi altro interesse giuridicamente rilevante, sia di carattere pubblico che privato [...] essere considerato come bene «primario» ed «assoluto», in quanto abbraccia l’insieme «dei valori inerenti il territorio» concernenti l’ambiente, l’eco-sistema ed i beni culturali che devono essere tutelati nel loro complesso, e non solamente nei singoli elementi che la compongono”.

 

4. Seconda importante pronuncia del TAR Basilicata sul caso Zefiro

La società Zefiro non ha voluto rinunciare alla realizzazione dell'impianto eolico così da ritornare all'attacco evidenziando, con una nota del 24 febbraio 2016, che i provvedimenti giurisdizionali non hanno riguardato il parere reso dal Comitato Tecnico regionale per l'Ambiente (C.T.R.A.) del 21 febbraio 2013 e che lo stesso andava considerato ancora valido ed efficace con necessaria conclusione del sub-procedimento di V.I.A. Tuttavia, è sfuggito alla società quanto affermato dalla Regione e condiviso dai giudici amministrativi: "benché non vi sia una disposizione che limiti l'efficacia temporale del parere del C.T.R.A., giova ricordare che, ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006, il giudizio di compatibilità che ingloba il parere tecnico del C.T.R.A., ha una validità quinquennale, per cui un parere reso nel 2013 andrebbe, di fatto, riesaminato in ragione delle intervenute condizioni ambientali e normative".

La Regione Basilicata non ha voluto dare seguito alle richieste della Zefiro, tanto da rendere necessaria la nomina di un commissario ad acta tramite Decreto prefettizio del 24 agosto 2017. Il Commissario si espresse per la conclusione negativa della Conferenza dei Servizi del 12.11.2018, costatando le criticità dell'impianto in relazione alla L.R. n. 54/2015 "Recepimento dei criteri per il corretto inserimento nel paesaggio e sul territorio degli impianti da fonti di energia rinnovabili ai sensi del D.M. 10 settembre 2010"; le criticità rappresentate dal Comune di Matera, dall'Ufficio Urbanistica e pianificazione territoriale della Regione Basilicata e dalla Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio in ordine all'impatto visivo rispetto al Parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri del materano,

Nella recente sentenza del T.A.R. Basilicata n. 23/2020, viene richiamata l'interferenza dell'impianto eolico con l'area buffer di 8.000 metri a partire dal perimetro esterno del sito UNESCO e con l'area buffer di 3.000 metri dal perimetro del manufatto "Torre Spagnola" su cui grava un vincolo archeologico - storico - monumentale diretto ed indiretto (Decreto del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali del 20.07.1988).

Viene affermato dai giudici amministrativi che la conclusione negativa della Conferenza di servizi non si è affatto limitata ad affermare un'assoluta preclusione all'istallazione del parco eolico nel sito prescelto. Infatti, l'esito negativo non è frutto dell'applicazione meccanica della legge regionale n. 54/2015 avendo tenuto conto anche dei motivati dissensi espressi dal Comune di Matera, dall'Ufficio Urbanistica e Pianificazione territoriale, della Soprintendenza e dell'Ente Parco quali amministrazioni preposte alla tutela paesaggistico - territoriale e del patrimonio storico - artistico.

Sono i giudici amministrativi ad evidenziare che "la ricorrente non si avvede che ben 3 aerogeneratori distano 734 mt, 2761 mt e 3758 mt da Torre Spagnola, dalla Masseria Danesi e dal limite esterno del Parco delle Chiese Rupestri, violando inevitabilmente, le prime due, la prescrizione di un buffer dui 3000 mt e la terza la prescrizione del buffer degli 8.000 mt".

Pertanto, le disposizioni di cui alla L.R. n. 54/2015 non si pongo affatto in contrasto con le disposizioni previste dalle Linee Guida nazionale, D.M. 10 settembre 2010, così come alcun contrasto viene rilevato con l'art. 12, comma 10 del D.Lgs. n. 387/2003.

Nel rigettare il ricorso della Zefiro Energy S.r.l. secondo cui il diniego alla realizzazione del suo impianto si sarebbe posto in violazione delle norme costituzionale e comunitarie tese all'applicazione del principio della massima diffusione delle fonti di energia rinnovabile, i giudici del T.A.R. Basilicata sentenziano che "non si versa in ipotesi di totale preclusione dell'installazione di impianti eolici in tutto il territorio del Comune di Matera, bensì in una ben delimitata area in cui è ritenuto prevalente, con motivazione non manifestamente erronea o irragionevole, l'interesse costituzionalmente protetto alla tutela dell'ambiente e del paesaggio".

 

5. Il Consiglio di Stato ribadisce la rilevanza costituzionale della tutela paesaggistica e del patrimonio culturale

Non ci potrebbe essere conclusione migliore se non quella offerta dal Consiglio di Stato la cui recente pronuncia sancisce, nuovamente, la rilevanza della tutela paesaggistica e del patrimonio culturale quale principio costituzionale e, come tale, prevalente su altre materie legate al governo del territorio che sono evidentemente collocate in posizione subordinata ai principi della nostra Costituzione. Prendendo in prestito alcune frasi della sentenza del Consiglio di Stato n. 7839/2019, si spera in un anno 2020 maggiormente rivolto alla salvaguardia della memoria storica collettiva insita nel Paesaggio nel quale il nostro territorio, quindi tutti coloro che lo abitano, rappresenta parte integrante ed inscindibile:

"Giova premettere che la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa di tali valori.

La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia; non par dubbio che gli interventi di antropizzazione connessi alla trasformazione territoriale con finalità residenziali, soprattutto quando siano particolarmente consistenti per tipologia e volumi edilizi da realizzare, finiscono per alterare la percezione visiva dei tratti tipici dei luoghi, incidendo (quasi sempre negativamente) sul loro aspetto esteriore e sulla godibilità del paesaggio nel suo insieme. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonché con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie".

 

Il cinghiale: nemico pubblico o trastullo per i cacciatori?

Spesso viene presentato come il più grande disastro ambientale contemporaneo. Ma perché il cinghiale è proliferato in modo così rapido e massiccio? E soprattutto, quanto si sta facendo per contrastarne la diffusione è veramente efficace? Numerosi studi scientifici sollevano molti dubbi. E quasi mai si prendono in considerazione le possibili alternative.

 

Piero Belletti

 

Nel periodo medioevale il cinghiale era diffuso in gran parte del nostro Paese. A partire dal 1500 cominciò tuttavia, a causa delle uccisioni da parte dell’uomo, un declino, che culminò all’incirca un centinaio di anni fa, quando la specie, ad esempio, risultava del tutto assente nell’Italia nord-occidentale. Pare che proprio nel 1919 alcuni esemplari provenienti dalla Francia ritornarono in Piemonte e Liguria, dando il via ad un processo di ricolonizzazione che, dapprima lentamente, ma via via sempre più velocemente ha portato alla situazione attuale. Le cause dell’espansione del cinghiale sono fondamentalmente due: la prima è l’accresciuta disponibilità di territorio a lui congeniale, grazie all’abbandono di boschi e campi (soprattutto in aree montane e collinari) e alla grandissima capacità di adattamento della specie. Ma altrettanto, se non più importanti, sono state le massicce immissioni, compiute a scopo venatorio da Associazioni di cacciatori, ma anche da Amministrazioni pubbliche, che si effettuarono a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso e che sono durate (quasi) fino ai giorni nostri. Peccato che queste immissioni, come afferma l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) siano state “inizialmente operate con soggetti catturati all’estero e, successivamente, con animali prodotti in allevamenti che si sono andati progressivamente sviluppando in diverse regioni italiane. Ciò ha creato problemi di incrocio tra sottospecie differenti e di ibridazione con le forme domestiche, che hanno determinato la scomparsa dalla quasi totalità del territorio della forma autoctona peninsulare” (Carnevali L., Pedrotti L., Riga F., Toso S., 2009. Banca Dati Ungulati - Status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio delle popolazioni di Ungulati in Italia, Collana “Biologia e Conservazione della Fauna”, Volume 117). In pratica, la maggior parte degli esemplari liberati apparteneva al ceppo est-europeo (l’ecotipo autoctono dell’Italia settentrionale si era nel frattempo estinto), più grande e prolifico di quello maremmano, quindi caratterizzato da un maggior interesse venatorio.

Quindi, se oggi la situazione è quella che conosciamo, sia ben chiaro che la principale responsabilità è del mondo venatorio. Mondo venatorio che però approfitta della situazione e si propone quale unico soggetto in grado di risolvere un problema da lui stesso creato. In realtà, i cacciatori non hanno nessuna intenzione di risolvere il problema cinghiale, che sopperisce a una carenza di altre specie di interesse venatorio sempre più evidente. Non solo, poiché il cinghiale viene anche cacciato nell’ambito di piani di selezione (che prevedono l’abbattimento di individui predeterminati in base al sesso e all’età e che non sono limitati alla stagione venatoria, ma estesi per tutto l’anno) ecco che ai cacciatori si concede la possibilità di divertirsi di fatto per 12 mesi all’anno, e non più per due o tre come avveniva in un recente passato.

E questo non lo affermiamo solo noi ambientalisti, notoriamente tacciati di incompetenza ed emotività quando si affrontano questioni che riguardano la fauna. Lo dice il citato ISPRA (ricordiamo, massima autorità scientifica italiana in materia di caccia), il quale, commentando il piano di controllo del cinghiale della Regione Toscana per il periodo 2019-22 afferma testualmente: “Ciò che invece appare evidente è come l’attività di caccia di selezione e più complessivamente gli interventi autorizzati (che dovrebbero avere precise finalità di contenimento della specie) non appaiono essere stati recepiti ed attuati come strumenti specificatamente finalizzati alla riduzione degli impatti causati dai cinghiali, e come la programmazione realizzata non si differenzia in modo incontrovertibile dalla normale attività venatoria, Al riguardo le azioni condotte potrebbero essere lette più come una opportunità per estendere tempi e aree di caccia che come interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi di contenimento dei danni previsti dalla legge regionale. In particolare, dalla relazione inviata (dalla Regione Toscana, n.d.r.), emerge come si continui a fare ampio uso della braccata (modalità di caccia mediante la quale gli animali selvatici, in questo caso cinghiali, vengono spinti da mite di cani verso i luoghi ove i cacciatori sono appostati, n.d.r.), anche in ambiti protetti e in periodi (ottobre-febbraio) in cui lo stadio di sviluppo delle colture garantirebbe, invece, la massima visibilità e contattabilità di eventuali animali presenti nelle aree agricole che potrebbero, pertanto, essere efficacemente rimossi attraverso il prelievo in selezione. Al riguardo, si evidenzia come l’attività di controllo, così come programmata e realizzata, appare configurarsi solo come una estensione dell’attività di caccia in braccata al di fuori degli ambiti e dei tempi previsti dalle norme, nonché un ampliamento del personale coinvolto a figure non esplicitamente previste dalla normativa medesima”.

Ma al di là di queste considerazioni, che comunque già da sole dovrebbero innescare una profonda riflessione sulle modalità di controllo del cinghiale, c’è da rilevare come le azioni che si intraprendono oggi sono spesso inutili se non addirittura favorevoli ad una ulteriore diffusione della specie. Azioni: in realtà avremmo dovuto usare il singolare, visto che l’unico intervento che si propone e si attua per controllare i cinghiali sono gli abbattimenti.

Quindi gli abbattimenti favoriscono la diffusione della specie, invece di contrastarla? Sembra strano ma in gran parte è proprio così. E vediamone i motivi.

In primo luogo gli abbattimenti, soprattutto se effettuati attraverso il deprecabile metodo della braccata, tendono a disgregare i branchi. Questi sono di solito costituiti da femmine con i loro piccoli, mentre i maschi tendono ad avere comportamenti più solitari. Il branco è guidato dalla scrofa più anziana (quindi anche quella di maggiori dimensioni), la quale, tramite messaggi di tipo ormonale, riesce in qualche modo a controllare l’estro delle femmine più giovani, all’evidente scopo di favorire i propri discendenti, e quindi il proprio patrimonio genetico. Quando i branchi di disperdono, soprattutto in caso di abbattimento della femmina alfa (peraltro obiettivo principale dei cacciatori, perché, come detto, si tratta di un esemplare di grandi dimensioni), spesso poi si assiste alla formazione di branchi più piccoli, con il conseguente aumento di femmine che vanno in calore (spesso anche anticipato) e, in definitiva, del tasso riproduttivo della specie. Non solo, la destrutturazione dei branchi determina anche spesso la diffusione degli animali in aree limitrofe a quelle in cui prediligono insediarsi, e cioè quelle boschive, determinando di fatto le condizioni idonee per una crescita del numero complessivo di animali e dell’aumento dei danni alle coltivazioni agrarie. Non solo, aumenta anche la probabilità di incidenti. Le statistiche a tale proposito sono chiarissime: la maggior parte degli investimenti di cinghiali, ma non solo, avviene nei mesi autunnali, durante la stagione venatoria.

E tutto questo senza contare l’enorme disturbo che la caccia al cinghiale, soprattutto se eseguita con la braccata determina ad altre specie animali, che spesso vengono disturbate proprio nella delicatissima fare riproduttiva.

Le Associazioni ambientaliste da anni propongono l’adozione di strategie alternative agli abbattimenti per limitare i danni che il cinghiale arreca alle attività agricole, così come peraltro previsto dalla legislazione nazionale in materia venatoria, che impone, prima di procedere con gli abbattimenti di specie che creano problemi, la verifica dell’efficacia di metodi cosiddetti “ecologici”. Quasi inutile ribadire come questa norma non venga praticamente mai seguita. Tra le possibili modalità alternative in grado di limitare la diffusione e i danni provocati dal cinghiale ricordiamo il divieto dell’allevamento e del trasporto di animali (che troppo spesso sfocia, guarda caso, in fughe di animali in ambienti aperti….), l’uso di recinzioni elettrificate per proteggere le colture più pregiate, dissuasori ad ultrasuoni, l’uso di prodotti contraccettivi. Certo, in quest’ultimo caso, i problemi da superare sono ancora molti, Però è evidente che fino a quando non si affronta un problema con convinzione, mezzi e risorse adeguati, ben difficilmente si sarà mai in grado di risolverlo….

Ricordiamo infine che il cinghiale non è quella specie così pericolosa per l’uomo come certa propaganda interessata vuol farci credere (la stessa cosa capita per il lupo). Il cinghiale, come tutti gli animali selvatici, teme l’uomo e fugge in sua presenza. Solo in casi del tutto particolari (animale ferito e cui sia preclusa ogni via di fuga, persona che viene a trovarsi tra la madre e i suoi piccoli) è possibile un attacco. Si tratta comunque di episodi estremamente rari, anche alla luce dell’elevato numero di cinghiali oggi presenti nel nostro Paese: quanti siano esattamente nessuno lo sa, ma si sente parlare di stime che arrivano fino a 2 milioni di esemplari.

Su questi temi il Tavolo Animali e Ambiente di Torino (Comitato che raccoglie numerose Associazioni ambientaliste ed animaliste, tra cui Pro Natura Torino) sta organizzando un convegno, che dovrebbe tenersi il prossimo 20 giugno a Torino. Il condizionale è tuttavia d’obbligo, stante l’attuale situazione legata all’epidemia di coronavirus. È quindi possibile che l’evento verrà rimandato, forse all’autunno. Chi fosse interessato può chiedere informazioni rivolgendosi alla Segreteria di Pro Natura Torino (tel. 011 5096618, torino@pro-natura.it).