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Punto di non ritorno

di Riccardo Graziano

Avevamo tempo fino al 2030 per invertire la rotta e frenare il riscaldamento globale, evitando gli effetti peggiori del cambiamento climatico. Ma non lo abbiamo fatto.

Ora, a qualcuno potrà sembrare strano che si parli al passato di qualcosa che va da qui ai prossimi cinque anni, ma il problema è che le decisioni prese un paio di mesi fa segneranno il nostro avvenire – o forse meglio dire destino – fino al 2030 e purtroppo anche oltre. Ci riferiamo, chiaramente, alle elezioni statunitensi dello scorso novembre, che hanno incoronato Donald Trump per un secondo mandato. E anche qui, qualcuno potrebbe osservare che il termine appropriato sarebbe “eletto”, ma ancora prima di insediarsi Trump ha iniziato a usare un linguaggio da padrone del mondo che ha ben poco a che vedere con la democrazia e la diplomazia, molto più vicino a quello di un imperatore o un dittatore.

Ma per capire meglio cosa succederà nel prossimo futuro, dobbiamo fare un passo indietro.

I rapporti dell’IPCC
Da decenni sappiamo che l’utilizzo di combustibili fossili produce un eccesso di anidride carbonica che aumenta l’effetto serra e dunque la temperatura del pianeta, portandoci a un cambiamento climatico già in atto e sotto gli occhi di tutti, anche se la lobby dei petrolieri cerca di negare l’evidenza (e in parte ci riesce, versando fiumi di denaro per influenzare politici, sistema mediatico e opinione pubblica). In particolare, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change - Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, un’agenzia che fa capo all’ONU) ha pubblicato negli ultimi decenni vari rapporti, nei quali ha regolarmente fatto il punto della situazione, individuando problemi, cause e rimedi relativi alla situazione climatica del globo terrestre. Proprio nel più recente di questi rapporti si indicava questo decennio come cruciale per impostare strategie atte a ridurre le emissioni, per contenere il riscaldamento del pianeta e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, evitando scenari potenzialmente catastrofici. Le linee guida indicate riguardavano tutti i settori, dall’agricoltura alla produzione di energia, dalla mobilità alla gestione dei rifiuti. Nel rapporto si specificava che gli investimenti necessari per la riconversione ecologica erano indubbiamente elevati, ma che il ritorno economico li avrebbe ampiamente coperti, così come i posti di lavori destinati a scomparire in alcuni comparti sarebbero stati compensati dall’aumento dell’occupazione nei settori in crescita. Dunque, secondo gli autorevoli esperti dell’IPCC, la transizione ecologica non è solo una necessità dal punto di vista climatico, ma anche e soprattutto un affare dal punto di vista economico, specialmente se teniamo in conto i danni derivanti dai fenomeni atmosferici estremi, che stanno diventando sempre più frequenti e devastanti.

Quindi, la conclusione logica sarebbe stata di avviare la transizione ecologica, perché è necessaria e conviene. Ma …

La controffensiva dei fossili
Ma, come accennavamo all’inizio, ci sono un sacco di multinazionali, lobbies  e gruppi di potere che guadagnano miliardi con il sistema economico attuale, e non hanno nessuna intenzione di cambiare, per cui hanno messo in campo una gigantesca macchina propagandistica (costosissima, ma il denaro certo non gli manca) per convincere le masse che la transizione ecologica non solo non serve, ma è addirittura dannosa, fa perdere posti di lavoro, costa e danneggia l’economia. E naturalmente che gli ecologisti la vogliono perché sono dei fanatici, catastrofisti, vorrebbero tornare nelle caverne, dicono di no a tutto e bla bla …

Operazione, peraltro, riuscita perfettamente. Milioni di consumatori sono convintissimi che si possa e si debba andare avanti in questo modo. E molti di loro, oltre che consumatori, sono anche elettori, e hanno iniziato a votare per i partiti di estrema destra, che sono appunto i più feroci oppositori della transizione ecologica e portano avanti posizioni negazioniste totalmente prive di fondamento scientifico, ma che hanno un’enorme presa sull’opinione pubblica, anche in virtù del fatto che tutto ciò consente alla gente di non dover cambiare le proprie abitudini e i propri stili di vita e di consumo, senza stare a preoccuparsi troppo del futuro. Consumare come se non ci fosse un domani. Appunto. Infatti è probabile che non ci sarà.

Perché a novembre dell’anno scorso questa ondata nera come il petrolio ha raggiunto il suo apice negli Stati Uniti d’America, portando al potere per la seconda volta Donald Trump, più arrabbiato e cattivo che mai. Infatti il miliardario ha imparato dagli errori del primo mandato, quando la resistenza passiva delle burocrazie di Washington gli impedì di portare avanti molti dei suoi piani. Il secondo mandato sarà tutta un’altra storia, Trump 2 La vendetta, si direbbe al cinema. E rischiamo che sia solo il primo di una serie di sequel, come si dice sempre al cinema. Perché serve a poco il ritornello che “gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo”, forse lo erano, ma l’assalto al Campidoglio di quattro anni fa, quando Trump si rifiutò di accettare la vittoria elettorale di Biden, dovrebbe aver fatto comprendere a tutti che Trump non ha nessuna intenzione di mollare la poltrona. È vero che la legislazione statunitense prevede un massimo di due mandati, anche se non consecutivi, ma ancora prima di insediarsi, Trump aveva già affermato “a meno che non ci inventiamo qualcosa”, affermazione sibillina e inquietante. Ma anche se alla fine del quadriennio Trump dovesse lasciare la Casa Bianca senza incidenti, sarebbe comunque troppo tardi dal punto di vista climatico.

Troppo tardi
Ecco perché all’inizio dicevamo che entro il 2030 non potevamo più farcela a impedire la deriva verso la catastrofe. L’IPCC aveva lanciato il suo “ultimatum” all’inizio del decennio, quando la pandemia da Covid 19 aveva forzosamente rallentato le attività economiche: "Siamo a un bivio. Le decisioni che prendiamo ora possono garantirci un futuro vivibile. Abbiamo gli strumenti, le conoscenze e le competenze necessari per limitare il riscaldamento”. Sarebbe stata l’occasione per ripartire su nuove basi, con un’economia da ricostruire in modo più sostenibile. Invece niente, avanti come prima, più di prima, senza pensare che più ci avviciniamo allo scoglio, più sarà brusca la virata per evitarlo, oppure semplicemente si va a sbattere, come il Titanic, e poi si affonda.

Secondo l’accordo di Parigi del 2015, per evitare i guai peggiori avremmo dovuto contenere l’aumento di temperatura entro fine secolo al di sotto dei 2°C, meglio se 1,5° C, ma già allora gli Stati Uniti avevano preso “impegni” talmente poco stringenti da portare a una previsione di +3,2° C entro il 2100. Infatti dieci anni dopo siamo già a +1,6° C, cioè abbiamo superato la prima soglia prefissata, e continuiamo a salire inesorabilmente. Il cosiddetto scenario BAU (business as usual, cioè continuare come abbiamo sempre fatto) implica una previsione di aumento di 4°C entro fine secolo e un cambiamento climatico che gli esperti definiscono “catastrofico”. Ma ora, con l’avvento di Trump, le cose cambiano. In peggio.

Drill baby drill
Il neo presidente ha dichiarato l’emergenza nazionale per quanto riguarda l’energia, provvedimento che consente di sbloccare poteri speciali nel settore, e ha firmato una serie di ordini esecutivi destinati a cancellare ogni politica a favore delle rinnovabili. In primis, ha ritirato gli USA dall’accordo di Parigi sopra citato (e anche dall’OMS, ma questa è un’altra storia). Poi ha bloccato tutte le erogazioni di fondi previsti dall’amministrazione Biden a favore delle rinnovabili e ha cancellato le restrizioni che erano state imposte all’industria dei combustibili fossili. Inoltre, ha bloccato le nuove autorizzazioni di impianti eolici incentivando la ricerca di nuovi giacimenti, a partire dallo shale gas, una delle fonti in assoluto più impattanti, visto che prevede l’estrazione tramite la frantumazione degli strati rocciosi.

Tutto in linea con le sue promesse elettorali, quando strillava “Drill baby drill” – trivella bellezza trivella - e con la sua ideologia negazionista, che non tiene minimamente in conto le evidenze scientifiche relative ai cambiamenti climatici. È possibile che questo atteggiamento si rifletta anche sui finanziamenti che i Paesi industrializzati dovrebbero concedere alle nazioni meno sviluppate, spesso le prime vittime degli eventi estremi in aumento, mentre è sicuro che avrà conseguenze deleterie sulle emissioni climalteranti degli USA, destinate ovviamente ad aumentare. Inoltre, è probabile che la svolta fossile degli Stati Uniti provochi un effetto domino su altri Paesi, a partire da quella non piccola porzione di Europa governata dalle Destre negazioniste, come infatti già avviene in Italia.

Punto di non ritorno?
Resta da capire fino a che punto Trump riuscirà a smantellare la legislazione ecologista di Biden, che iniziava a portare benefici anche negli stati governati dai Repubblicani, il partito che sostiene lo stesso Trump. E fino a che punto durerà il sodalizio col miliardario Elon Musk, visto che il presidente ha deciso di penalizzare le auto elettriche di cui lui è uno dei principali produttori. Ma non c’è dubbio che le azioni di contrasto al riscaldamento globale e di mitigazione dei mutamenti climatici subiranno un colpo fatale. Tutti gli obiettivi fissati da qui al 2030 e oltre sono destinati a non essere raggiunti, e con essi scompare anche la possibilità di evitare le conseguenze catastrofiche di un clima scompensato.

A meno che altre nazioni, a partire dall’intera UE, agiscano in senso opposto con grande determinazione. Ma ciò è assai improbabile, visto che il Partito Popolare Europeo, quello di maggioranza relativa che ha espresso la presidente della Commissione europea, sta già proponendo la parziale cancellazione del Green Deal europeo, mentre come si diceva gli Stati governati dalle Destre si stanno già allineando alle posizioni di Trump, l’Italia prima fra tutte, visto che era già su quella strada.

Resterebbe ancora la speranza che una buona parte dei governi, compreso quello di Trump, cambino idea e riprendano la via della transizione ecologica sotto la spinta di un’opinione pubblica consapevole e determinata , che eserciti la dovuta pressione sui propri rappresentanti eletti, nonostante i pochi spiragli lasciati al dissenso e alla protesta democratica. Ma anche su questo i segnali lasciano poco spazio all’ottimismo.

Uscire dall'era della combustione

di Ferdinando Boero

La combustione è una reazione ossidativa attraverso la quale il combustibile (di solito composti organici a base di carbonio) viene a contatto con un comburente (l'ossigeno) e si libera energia.
Esistono due tipi principali di combustione: 1) la combustione del cibo durante il metabolismo cellulare e 2) la combustione tramite il fuoco. In entrambi i casi la combustione implica processi che coinvolgono l'ossidazione di composti organici, ma si tratta di processi che differiscono per modalità, condizioni e finalità.
Il metabolismo cellulare è un processo controllato e graduale: la combustione dei nutrienti avviene attraverso una serie di reazioni biochimiche come la glicolisi, il ciclo di Krebs e la fosforilazione ossidativa. Queste reazioni permettono una liberazione graduale dell'energia contenuta nei legami chimici delle molecole organiche. L'interazione tra composti a base di carbonio (il combustibile) e l'ossigeno porta alla liberazione di anidride carbonica, un gas composto da carbonio e ossigeno. Respiriamo ossigeno e, con la respirazione cellulare, emettiamo anidride carbonica.
Il metabolismo cellulare non avviene con la formazione di fiamma... avviene a temperature corporee standard (circa 37°C negli esseri umani) e in ambiente acquoso, condizioni ottimali per l'attività enzimatica.
La fiamma si produce con la combustione tramite il fuoco. Si tratta di un processo rapido e incontrollato: una reazione chimica rapida e spesso violenta, in cui i materiali organici reagiscono con l'ossigeno dell'aria, liberando energia sotto forma di calore e luce. L'energia viene rilasciata immediatamente, causando un aumento significativo della temperatura e l'emissione di radiazioni luminose. Anche in questo caso si produce anidride carbonica come prodotto di scarto.
Il metabolismo cellulare, quindi, è un processo di combustione lento e regolato, mentre la combustione nel fuoco è rapida e spesso esplosiva. Le reazioni metaboliche sono regolate da enzimi per soddisfare le esigenze energetiche dell'organismo, mentre la combustione nel fuoco avviene senza controllo biologico e ha come unico scopo la liberazione immediata di energia.
Entrambi i processi implicano l'ossidazione di composti organici, e la liberazione di anidride carbonica e acqua, ma sono caratterizzati da differenze essenziali.
I modi di dire che trattano del nostro metabolismo come qualcosa che brucia sono molto diffusi: si bruciano i grassi, si bruciano le energie e altre amenità. E chi non conosce le differenze è indotto a pensare che ci siano delle fiammelle dentro le cellule.

Tornare nelle caverne
I movimenti ambientalisti e i politici che promuovono politiche di decarbonizzazione sono spesso accusati di mirare ad un'involuzione sociale e tecnologica: questi vogliono tornare al lume a petrolio!!! Anzi, al lume a olio lampante (l'olio di oliva dedicato alle lampade), o a olio animale, come l'olio di balena. Questa obiezione è mostruosa: chiedere l'abbandono dei combustibili fossili, paradossalmente, significa auspicare progresso. Anche se le condizioni di contorno sono molto differenti, e ora abitiamo ambienti confortevoli, siamo ancora intenti a bruciare qualcosa per avere energia. Prima bruciavamo legno, poi abbiamo bruciato carbone, olio animale e vegetale, petrolio, gas. In tutti i casi si producono gas climalteranti, prima di tutto l'anidride carbonica.
Quanto a produzione di energia, quindi, siamo ancora nelle caverne. Chi chiede la decarbonizzazione non vuole tornare al lume, vuole che finalmente si esca dall'era della combustione e, quindi, dalle caverne.

Il sequestro del carbonio
L'agricoltura ci fornisce l'energia per il nostro metabolismo e, quindi, produce anch'essa combustibili. Possiamo affrancarci dalla combustione per la produzione di energia extracorporea, ma non possiamo certo affrancarci dalla combustione che avviene nelle nostre cellule. Però c'è modo e modo. L'agricoltura (comprendente le attività etimologicamente connesse: la coltivazione dell'agro, ma anche l'allevamento del bestiame) richiede un processo di alterazione della natura. La biodiversità viene eradicata e, al posto della vegetazione e degli animali ad essa associati, si coltiva di solito una sola specie vegetale di cui poi ci cibiamo o con cui alimentiamo gli animali destinati a diventare cibo per noi. Le piante offrono un servizio ecosistemico importantissimo perché usano l'anidride carbonica e liberano ossigeno, bilanciando gli squilibri gassosi derivanti dal metabolismo animale che, notoriamente, fa esattamente l'opposto: consuma ossigeno e produce anidride carbonica. Dato che in agricoltura si coltivano piante, queste ovviamente consumano anidride carbonica e producono ossigeno. Che siano tante specie a farlo (la vegetazione naturale) o una sola specie cambia poco. Ma solo apparentemente. Gran parte della vegetazione usa l'anidride carbonica per "costruire" i corpi delle piante e queste "sequestrano" il carbonio nei loro corpi, magari a vita lunghissima, come avviene nella vegetazione arborea. La gran parte della vegetazione, poi, non viene consumata dagli erbivori che, attraverso il loro metabolismo, producono anidride carbonica. Il combustibile a base di carbonio, quindi, viene "sequestrato" nella vegetazione e finisce a terra, dove poi viene incorporato. Magari fossilizzandosi. I combustibili fossili sono fatti di carbonio che è stato "sequestrato" nei sedimenti e che, quindi, non essendo bruciato, non ha prodotto anidride carbonica. Il servizio ecosistemico del sequestro del carbonio, quindi, può richiedere milioni di anni e, in questi ultimi due secoli, ci siamo "bruciati" proprio milioni di anni di sequestro del carbonio!
L'agricoltura non prevede che le piante restino lì. Le piante sono raccolte e sono usate come combustibile per il metabolismo animale. Il sequestro del carbonio attuato dai vegetali è solo temporaneo, visto che i corpi delle piante sono "bruciati" metabolicamente, con la produzione di anidride carbonica.
Se le piante coltivate sono consumate da noi si ha un solo passaggio, mentre se sono usate come alimento per animali destinati a diventare cibo, abbiamo due passaggi. Da un punto di vista energetico, chi mangia vegetali produce meno anidride carbonica di chi mangia animali, visto che ci vogliono, in media, dieci chili di vegetali per fare un chilo di erbivoro, e che un chilo di erbivoro sostiene un etto di carnivoro. Ne consegue che un chilo di erbivoro richiede dieci chili di vegetali, mentre un chilo di carnivoro ne richiede cento chili e che lo spazio utilizzato per l'agricoltura aumenta in modo rilevante a seconda che i sistemi agricoli producano vegetali o animali.

Cibo dal mare
In mare non abbiamo campi coltivati, ricavati dall'eradicazione della biodiversità vegetale, ma l'aratura esiste eccome: si chiama strascico. La pesca industriale, con le catture accessorie, è una inesorabile eradicatrice di biodiversità. Le popolazioni di specie marine commerciali sono quasi tutte sull'orlo dell'estinzione commerciale. Gli individui sono talmente rari che lo sforzo di prenderli non viene compensato dal ricavato della loro vendita. Lasciamo perdere, per questa volta, il problema dei sussidi alla pesca, che permettono che le attività di pesca continuino anche a fronte di perdite economiche, compensate, appunto, dai sussidi: se fosse in vigore il libero mercato, la pesca sarebbe economicamente improduttiva e cesserebbe. In effetti questo sta comunque avvenendo, e stiamo passando all'acquacoltura. Se a terra alleviamo erbivori o, tutt'al più, onnivori (penso ai maiali), in mare alleviamo carnivori. Animali che mangiano animali. In mare, inoltre, le catene trofiche sono molto più lunghe che a terra e possiamo arrivare all'aberrazione di allevare carnivori che nutriamo con altri carnivori, a loro volta carnivori, con impatti ecologici molto grandi. Con l'eccezione dei bivalvi filtratori, tipo le cozze o mitili: animali allevati che non hanno bisogno di mangimi visto che si nutrono di materiale organico in sospensione nell'acqua. I mitili trasformano il particolato organico, i batteri, i virus, le microalghe in proteine animali di ottima qualità.
Paradossalmente, nutrirsi di animali come i mitili è più sostenibile di nutrirsi di piante coltivate.

Smettere di bruciare
Possiamo abbandonare la combustione da fiamma. Le rinnovabili servono a questo. Non possiamo smettere di bruciare il nostro combustibile: il cibo, ma possiamo cercare di accorciare quanto più possibile i processi di produzione di quel che mangiamo. Il consumo consapevole, quindi, è un'arma potente.
La transizione ecologica richiede una transizione energetica (le rinnovabili) e una transizione alimentare (attraverso la scelta di alimenti sostenibili), a cui si aggiunge l'economia circolare che prevede il riutilizzo di quel che adoperiamo: la natura non conosce spazzatura. Tanto per fare una battuta, la natura è come il maiale: non si butta via niente.
La transizione più importante, anticamera delle altre transizioni, è quella culturale, generatrice di consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte individuali.

Le lobby green
Pro Natura è una delle tante Organizzazioni Non Governative (ONG) che promuovono politiche di sostenibilità e difesa della natura. Le ONG possono avere accesso a finanziamenti europei, ad esempio con i progetti LIFE che mirano ad aumentare la sensibilità pubblica nei confronti delle questioni ambientali. L'Unione Europea, ad esempio, promuove l'alfabetizzazione marina, visto l'analfabetismo diffuso su questioni che riguardano il mare. Molte ONG impegnate nella difesa dell'ambiente, quindi, partecipano a progetti che finanziano il loro lavoro di sensibilizzazione del pubblico e, anche, dei politici.
Si sta diffondendo l'idea che la Commissione finanzi le lobby green per influenzare i politici. E alla fine si genera la percezione che dietro al Green Deal e a tutte le politiche di sostenibilità ci siano oscure manovre di lobbisti che agiscono nell'ombra, sostenute dalla Commissione, peraltro. Chiamare lobby queste ONG le equipara a ben altre lobby: quelle dei produttori di petrolio, che ostacolano le politiche di decarbonizzazione perché si continui a usare il fossile, delle industrie che costruiscono armi, spesso associate a industrie che lavorano nel campo nucleare, o, ancora, dei produttori di pesticidi che vogliono che i loro prodotti continuino ad essere sparsi sulle coltivazioni. Poi ci sono le lobby più diffuse, come quelle di chi adotta modalità di pesca distruttiva, o chi riempie di plastica gli oceani, per non parlare dei balneari. C'è anche la lobby degli evasori fiscali. Queste lobby non avrebbero mai accesso ai fondi europei, e non ne hanno bisogno perché molte dispongono di enormi risorse finanziarie. Possono influenzare i politici per indurli a far cadere governi che promuovono politiche di sostenibilità, ad esempio. Magari ingaggiandoli per cicli di conferenze strapagate. Non è corruzione, ci mancherebbe! Tutto secondo le regole, tutto dichiarato. Come sono secondo le regole, e dichiarati, i fondi LIFE. Le finalità di queste azioni sono ben diverse, però.
I lobbisti green non fanno gli interessi di potentati economici e mirano, a volte goffamente e ingenuamente, lo concedo, all'attuazione di politiche a favore dell'ambiente e, quindi, della società e dell'economia: sistemi di produzione e consumo insostenibili ecologicamente presto diventano insostenibili anche socialmente ed economicamente, visti i costi sociali ed economici che comportano. I lobbisti delle industrie che producono armi, pesticidi, tecnologie nucleari, e di ogni altro tipo di impresa che mina l'integrità ambientale, sociale ed economica, fanno esclusivamente gli interessi di chi li paga.

Un capolavoro mediatico
Il capolavoro mediatico dei lobbisti veri, quelli delle industrie miliardarie, è di aver generato l'impressione che, dietro alle politiche di sostenibilità, ci siano lobby green che mirano a interessi che nulla hanno a che fare con il bene comune. I lobbisti veri accusano i fautori della sostenibilità dei loro stessi misfatti, e le politiche verdi sono spacciate come il prodotto delle lobby green.
Come membro del network europeo di eccellenza su Biodiversità Marina e Funzionamento degli Ecosistemi ho ricevuto un finanziamento europeo. La Commissione ha utilizzato le risultanze del nostro lavoro per sviluppare le sue politiche e siamo andati a Bruxelles a parlare con politici e funzionari, esponendo i nostri risultati e dando consigli su quali legislazioni sarebbe stato opportuno promuovere. Ho fatto la stessa cosa con la Mission Healthy Oceans, Seas Coastal and Inland Waters, e altri progetti. Tra i risultati di queste azioni, finanziate dalla Commissione, ci sono la Marine Strategy Framework Directive e la Nature Restoration Law. E quindi sì, la Commissione mi ha pagato per permettermi di influenzare scelte politiche: sono un lobbista, pagato dalla Commissione! Ho fatto anche molte conferenze su queste cose. Gratis. Nessuno si è mai sognato di offrirmi migliaia di euro a conferenza: non ci sono entità plurimiliardarie che hanno interesse a quel che faccio io. Quelli che offrono queste cifre sono petrolieri, produttori di armi, pesticidi e altre bazzecole del genere. A loro interessa molto che per il pubblico siamo tutti lobbisti e che uno valga l'altro. Proprio come i partiti: tanto sono tutti uguali. La sfiducia nella possibilità di cambiare qualcosa è la migliore arma per far sì che nulla cambi, e che la disonestà non sia così disonorevole: sono tutti disonesti!
Queste strategie di disinformazione si combattono con la consapevolezza. E le ONG devono stare molto attente perché i lobbisti, con il greenwashing, cercano di comprare anche loro, usandole per crearsi una verginità ambientalista.

Energia e crisi climatica

di Mauro Furlani

Affrontare la questione energetica nella contingenza ambientale e climatica, data la precarietà degli equilibri tra Stati, è cosa quanto mai complessa, col rischio di muoversi in terreni viscidi e scivolosi. È noto come la crisi climatica sia in buona parte dovuta alle grandi emissioni di sostanze chimiche climalteranti, in particolare diossido di carbonio (CO2), oltre a una minore capacità che ampie aree geografiche naturali hanno di assorbirla per effetto di una loro riduzione o alterazione. È evidente pertanto che la crisi climatica non può essere contrastata senza affrontare le modalità di trasformazione energetica.

L’uso del termine scivoloso vuole richiamare sensibilità e visioni differenti anche all’interno dello stesso mondo ambientalista, con il perseguimento di strategie differenti.

È certamente da tutti condivisa la preoccupazione sugli effetti della crisi climatica e la necessità urgente, non più dilazionabile, di uscire dalla combustione di fonti fossili, principale responsabile delle alterazioni climatiche in atto. Emergenze climatiche che presumibilmente si accentueranno nei prossimi anni e decenni, con risvolti giuridici e internazionali importanti (vedi l’articolo di Giovanni Cordini “Profili giuridici della crisi climatica” in questo stesso numero di “Natura e Società”). L’Italia, in particolare, al centro del bacino del Mediterraneo, ponte naturale tra due continenti, costituisce anche un epicentro di questi cambiamenti.

Visioni differenti, talvolta contrastanti, affiorano sulle modalità per raggiungere un equilibrio tra le trasformazioni energetiche, la produzione di sostanze alteranti il clima e la capacità naturale della Terra e della biosfera di assorbirle e metabolizzarle.

Il grande consumo di energia richiesto da società ad elevato livello di industrializzazione e a tecnologia avanzata è in continuo aumento e ciò comporta la ricerca di nuove fonti e un livello di sfruttamento di quelle già esistenti sempre più spinto (Ferdinando Boero: “Uscire dall’era della combustione”).

Le ricadute negative sul clima generale sono inevitabili, così come sugli ecosistemi e sul versante geopolitico, spingendo gli equilibri tra Stati e tra popolazioni in una condizione di forte tensione. A questo si va a sommare la ricerca di nuove materie prime, indispensabili per soddisfare le nuove richieste di cui le nuove tecnologie fanno uso.

Pur nella consapevolezza che gli argomenti trattati non riescono a coprire interamente la complessità e i pericoli impliciti nella conversione dell’energia, coerentemente con lo spirito di “Natura e Società”, abbiamo ritenuto utile portare un nostro contributo, una nostra visione e sviluppare alcuni approfondimenti.

Per questo sono stati coinvolti Autori con competenze diverse, in grado di affrontare alcuni problemi da più punti di vista. Ulteriori approfondimenti saranno pubblicati nel successivo numero di questa rivista, che uscirà alcune settimane dopo il presente. Ci piacerebbe che, anche grazie a questi scritti, proseguisse un confronto al di fuori di visioni preconcette e improntato ad una visione scientifica e laica.

Ci è sembrato utile portare il nostro contributo soprattutto ora, in cui i nuovi equilibri mondiali a seguito dell’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump sembrano avere messo in discussioni non solo gli assetti geopolitici, ma anche faticose conquiste e interrotto percorsi che sembravano irreversibili, rischiando di alimentare vecchi conflitti e generarne di nuovi ancora più pericolosi.

In una sorta di specularità rispetto a quanto accade al di là dell’Atlantico, ignorando l’esito dei due referendum celebrati nel 1987 e nel 2011 il nostro Ministro dell’Ambiente e della Transizione Energetica, Pichetto Fratin, ha ritenuto di riesumare la pericolosa e obsoleta opzione nucleare con la “Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile”.

Come ha ricordato Nicola Almaroli, ricercatore del CNR, una delle massime istituzioni pubbliche di ricerca italiane, durante l’audizione in Commissione Ambiente della Camera, l’opzione nucleare è una opzione costosa, con prospettive temporali di realizzazione troppo lunghe e in controcorrente rispetto all’orientamento di quelle nazioni già dotati di reattori nucleari, come la Germania, che dal nucleare sono di recente usciti e la Francia, che pur dotata di reattori nucleari, non è esente da problemi. Si consideri, peraltro, che spesso al nucleare civile, si associa il nucleare militare. La Francia, massima produttrice di energia nucleare all’interno dell’Unione Europea è la sola nazione in possesso anche di un arsenale nucleare militare.

Evidentemente il Ministro, rilanciando questa scelta, trascura gli enormi costi per la realizzazione di nuove centrali e le difficoltà di gestione e di collocazione delle scorie radioattive. Non è dato sapere come si possa conciliare l’autonomia differenziata delle singole Regioni, voluta dallo stesso Governo, con la scelta delle Regioni ad accogliere favorevolmente sul proprio territorio una centrale nucleare.

Alcune forme di conversione di energia mettono fortemente a rischio e violano uno dei principi fondamentali su cui si basa non solo la convivenza all’interno della società, ma anche l’irrinunciabile solidarietà intergenerazionale. (Gian Piero Godio: “Come salvare il clima senza ipotecare il futuro”).

Alla base di una qualsiasi idea di protezione della natura e di una cultura ecologica vi è una idea di sviluppo, di principi morali, di complicità tra persone e tra generazioni che dovrebbe trovare il suo punto di equilibrio in una solidarietà intergenerazionale, in cui umanesimo e scienza diventino strumenti irrinunciabili.

La conservazione dell’ambiente è solo in parte a vantaggio delle attuali generazioni, essa trova la propria ragione ideale nella possibilità che le future generazioni ereditino le stesse opportunità ambientali avute dalle precedenti e possano beneficiare delle stesse bellezze naturali.

L’energia nucleare, a causa della pericolosa eredità che lascia alle future generazioni, è forse la forma di conversione energetica che mette più a rischio questo principio. Senza volere prefigurare eventi catastrofici, purtroppo accaduti, come quello di Cernobyl o, più di recente, Fukushima in Giappone e altri ancora prima, la sola conservazione delle scorie radioattive costituisce una eredità trasmessa alle generazione che verranno. Quanto prodotto in pochi anni di attività delle centrali in Italia ancora oggi non ha trovato una adeguata collocazione in grado di garantire sicurezza per secoli e millenni e perciò accettata dalle popolazioni.

Come si può pensare che vi possa essere un atteggiamento differente all’istallazione di nuove centrali?

Non che alcune forme di energia, comprese quelle da fonti rinnovabili, rispecchino sempre il principio di compatibilità ambientale. Un impianto eolico su un crinale, oppure a ridosso di un paese medievale indubbiamente produce un impatto violento su quel territorio, che non potrà risanarsi se non dopo tempi estremamente lunghi. (Ferdinando Boero: “Energia eolica: sostenibile, ma....”)

Dal materiale al virtuale

Da diversi anni ci stiamo indirizzando verso una sorta di dematerializzazione, accentuata dalla pandemia del Covid 19. Le società, almeno quelle maggiormente industrializzate, hanno riorganizzato parzialmente il tempo di lavoro, di formazione e quello ludico sfruttando le potenzialità di un mondo virtuale che avvolge con fili invisibili le nostre vite.

Se ciò da certi punti di vista offre opportunità nuove, mettendo in contatto persone che farebbero fatica ad incontrarsi e facilitando l’accesso a informazioni in passato impensabili, tutto questo non è a costo zero.  La trasformazione epocale nel modo di vivere e di rapportarsi può dare l’impressione che la virtualità attorno alla quale ruota la nostra vita non abbia un impatto sull’ambiente o sia meno profondo di un libro materiale, di una conferenza seguita in presenza o di un incontro con amici in piazza.

Le cose purtroppo non stanno così come appaiono.

La richiesta di energia della società informatizzata ha costi energetici rilevanti. La nostra quotidianità, dal momento che accendiamo un computer o consultiamo uno smartphone, malgrado l’immaterialità ha abbassato i costi energetici solo in parte. Questi costi sono stati solo trasferiti altrove, in qualche luogo spesso sconosciuto, ma non per questo esente da effetti ambientali.

Nulla di ciò che facciamo è a costo zero. La stessa realizzazione della nostra rivista, i cui costi di stampa e spedizione ci hanno costretto a renderla immateriale, si carica di un costo energetico per la sua conservazione all’interno di memorie, per la sua diffusione nell’infinita e intricata rete virtuale e così via.

Essa viaggia nella rete, si ferma presso i vari utenti che possono ridistribuirla nel mondo immateriale, approdando a qualche social e li rimane per un tempo indefinito, conservata all’interno di memorie sempre più potenti ed energivore.

Ogni qualvolta varchiamo la soglia di una banca riconosciuti da una telecamera, ciò è reso possibile grazie ad un collegamento con qualche memoria che ha archiviato il nostro viso.

Ciò che ci attende non sarà una diminuzione dell’energia utilizzata, nonostante una accresciuta efficienza energetica dei data center, quanto al contrario una sua crescita costante, che sarà fortemente incrementata dallo sviluppo e diffusione dell’intelligenza artificiale.

Dal 2012 od oggi l’incremento di energia collegata allo sviluppo di questa rete immateriale è raddoppiato ogni tre anni e pochi mesi.

Tutto ciò appare sorprendentemente simile al funzionamento del nostro cervello e della nostra rete neuronale che, pur nella loro limitata dimensione rispetto al corpo, consumano all’incirca un quarto dell’energia del corpo.

Entro il 2027, da una ricerca di Alex de Vries della Vrije Universiteit Amsterdam, i data center che alimentano l’intelligenza artificiale potrebbero consumare tra 85 e 134 terawattora (ogni tera corrisponde a mille miliardi) di energia all’anno, equivalente addirittura al consumo di intere nazioni come l’Argentina o i Paesi Bassi. Ma non è solo di energia che i sempre più potenti strumenti che circondano la nostra vita necessitano. Al crescere della loro efficienza fa riscontro una accresciuta richiesta di acqua indispensabile a  tenere sotto controllo la temperatura degli strumenti. Microsoft tra il 2021 e il 2022 ha registrato un aumento del 34% nel suo consumo di acqua, corrispondente a 6,4 milioni di metri cubi, equivalente alla capacità di 2.500 piscine olimpioniche.

Dunque non si tratta affatto di un mondo immateriale: al contrario, l’impronta in termini di diossido di carbonio liberato in atmosfera per alimentare il nostro lavoro, ma anche il nostro svago, navigando nel mondo virtuale della rete ha un notevole impatto.

Non per tutti la crisi climatica è negativa: l’incognita Donald Trump

Una incognita, per la verità neppure tanto celata, è quanto potrà accadere durante i quattro anni che si sono appena aperti della presidenza Donald Trump negli Stati Uniti. L’elezione di Trump ha fatto emergere la fragilità della “comunità internazionale”, dai primi atti del nuovo Presidente del tutto ignorata. Il nuovo corso americano sembra voler completamente rinunciare a qualsiasi accordo internazionale faticosamente raggiunto, con il rischio di un trascinamento del Pianeta in una sorta di anarchismo internazionale dove a prevalere saranno quelli con maggiore forza militare ed economica e tecnologica. (Riccardo Graziano: “Punto di non ritorno”)

Purtroppo le prime decisioni assunte in vari settori, da quelli umanitari, alle relazioni internazionali, sanitari e dell’ambiente non lasciano presagire nulla di positivo. In tema ambientale, quanto promesso e minacciato sembra potrà venire concretizzato, a partire dall’uscita degli accordi di Parigi. Accordi che, ricordiamolo, hanno l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale all’interno di 1,5C. (Piero Belletti: “Il Medioevo prossimo venturo”).

Alla decisione americana potrebbe far seguito quello dell’Argentina, il cui Presidente Javier Milei, lo stesso che in campagna elettorale e in diverse sue apparizioni pubbliche si è presentato con una motosega in mano, forse a ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, come trattare l’ambiente e la sua tutela. Il nuovo corso americano, affidato oltre a Trump anche a personaggi come Elon Musk, incensato come genio per la sua capacità di intuire e progettare un futuro dell’umanità in cui la tecnologia e il grande capitale avranno la supremazia sui popoli e sui viventi.

A nostro parere, una intelligenza che guardi al futuro è tale se messa al servizio dell’intera umanità, stabilendo con essa empatia, e non asservita e finalizzata ad alimentare una patologica bulimia economica.

Lo spregiudicato approccio con il quale il nuovo Presidente statunitense sembra affrontare i problemi è ben lontana dalla consapevolezza che salvaguardia degli ambienti naturali, tutela ella biodiversità, rallentamento del riscaldamento globale possano rappresentare una preoccupazione e una minaccia a cui cercare di porre rimedio.

In uno scenario che ha come unico obiettivo l’accrescimento economico di pochi, un aumento della temperatura globale può essere visto come elemento positivo, come opportunità da sfruttare. Non è un caso che il Presidente Trump immediatamente dopo la sua nomina abbia espresso mire egemoniche nei confronti della Groenlandia, o verso quel mare del Nord il cui riscaldamento lo renderebbe facilmente navigabile, mettendo a frutto quello slogan tanto usato in campagna elettorale: drill baby drill.

Il Green Deal europeo

Molte delle politiche di protezione ambientale nel nostro Paese derivano dall’applicazione di normative prodotte in sede europea. Si pensi alle Direttive Uccelli (79/409/CEE) e Habitat (92/43/CEE), le cui aree validate sono designante in Zone Speciali di Conservazione (Z.S.C.), oppure la recente applicazione sul ripristino della natura. Pur con molte contraddizioni (si veda ad esempio il recente declassamento dello status di protezione del lupo), l’Unione Europea costituisce un argine alle spinte localistiche dei singoli Stati, Italia compresa. La Nature Restoration Law, che prevede un recupero degli ecosistemi degradati è, almeno nella volontà, una proiezione verso il futuro, verso nuove generazioni. L’Europa, malgrado le accresciute incertezze dal nuovo corso americano, che ha ridato vigore alle spinte più regressive, mantiene nel suo ordinamento una spinta ideale che va incrementata e salvaguardata come un bene prezioso.

La capacità di deterrenza che le normative europee in materia ambientale possono svolgere va difesa, soprattutto ora che l’ambiente è minacciato in maniera sempre più aggressiva, forse come mai lo sia stato.

Gli obiettivi e le linee guida del green deal sul tema climatico si prefiggono l’obiettivo ambizioso, previsto dagli accordi di Parigi, di raggiungere, nel 2050, una parità tra quanto emesso in atmosfera e quanto gli ambienti naturali sono in grado di metabolizzare. Questo obiettivo potrà essere raggiunto riconvertendo la trasformazione energetica da fonti fossili a quelle rinnovabili, ma anche e soprattutto modificando gli stessi paradigmi di vita individuali e collettivi.

L’uomo, diversamente da quanto fanno le popolazioni naturali, non ha sviluppato la capacità di autocontrollo, sia in termini di espansione numerica, sia dei suoi consumi. Già nel lontano 1972 il Club di Roma, con la pubblicazione del libro “I limiti dello sviluppo” ha chiaramente dimostrato la incompatibilità tra una crescita illimitata e incontrollata con le possibilità di vivere in un Pianeta finito. Avere confidato nella presunzione di dominare gli eventi naturali e, ignorando le stesse sue leggi, sottovalutando la regola secondo cui una crescita costante e incontrollata e uno sfruttamento predatorio delle risorse, rende forse inevitabile che la natura, prima o poi, ci presenti il conto.

Suicide Squad

di Riccardo Graziano

Qualche decennio fa, la DC Comics, editrice di Batman e Superman, iniziò a pubblicare le avventure di un nuovo gruppo di Supereroi denominato “La Squadra Suicida” (Suicide Squad). Si tratta di un gruppo di ex (?) criminali dotati di poteri sovrumani che vengono impiegati in missioni ad alto rischio, agli ordini di una agente segreta priva di scrupoli. Più recentemente, è arrivata la versione cinematografica della serie a fumetti, con l’uscita di un paio di film che hanno avuto parecchio successo fra gli appassionati. I protagonisti hanno caratteristiche e talenti fuori dal comune, ma un’indole in genere brutale e spietata, per cui le pellicole sono abbastanza violente, ma con un taglio surreale e grottesco che alleggerisce e rende sopportabili situazioni che risulterebbero inaccettabili se presentate in maniera realistica.

In ogni caso, personaggi come quelli della Squadra Suicida è meglio se rimangono confinati nella fantasia dei fumetti o dei film, perché un simile campionario di individui dai modi brutali e dotati di grandi poteri sarebbe piuttosto inquietante nella realtà di tutti i giorni, specialmente se fossero agli ordini di un individuo privo di scrupoli e magari operassero anche loro per il Governo della nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti, come i protagonisti dei film e dei fumetti in questione. Ma per fortuna nella realtà queste cose non succedono, nessuno sarebbe così pazzo da mandare al potere individui brutali, senza scrupoli, spietati e già che ci siamo anche razzisti. Specialmente in un Paese come gli Stati Uniti, da sempre identificato come “la più grande democrazia del mondo”.

A proposito di Stati Uniti, tutti sapranno che il miliardario Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali e si appresta a ritornare alla Casa Bianca, fatto che preoccupa non poco gli ecologisti, visto che è un alfiere dell’economia fossile e nega l’esistenza del surriscaldamento globale e dei mutamenti climatici, agendo di conseguenza. Uno dei primissimi atti del suo mandato precedente fu di revocare l’adesione degli USA all’accordo sul Clima di Parigi, e in questa campagna elettorale uno dei suoi tanti slogan incendiari è stato Drill baby drill, traducibile con “trivella bellezza, trivella”, che potrebbe anche essere la battuta di un cattivo da fumetto, ma in realtà si riferisce alla volontà di autorizzare una ripresa massiccia delle perforazioni petrolifere e dello sfruttamento dei giacimenti di shale oil, il petrolio imprigionato in minuscole goccioline all’interno delle rocce, la cui estrazione ha conseguenze ambientali devastanti. Ma Trump ha sempre dimostrato di non avere alcun tipo di scrupolo ecologico ed è sicuramente legato a una ideologia estrattivista, che valuta la Natura alla stregua di un enorme serbatoio di risorse da sfruttare come se non ci fosse un domani, tanto che al dipartimento dell’Energia ha nominato Chris Wright, un petroliere che lavora proprio nel campo dello shale oil.

La spinta alle fonti fossili è senz’altro uno dei temi centrali del programma di Trump, insieme al taglio dei fondi alle scuole che richiedono vaccinazioni e mascherine agli studenti e a quella che lui stesso definisce “la più grande operazione di deportazione di massa della storia americana”, ovvero il rimpatrio forzato di milioni (!) di immigrati illegali. Sembrerebbe il programma di un “cattivo” dei fumetti, tanto spietato quanto ridicolo, specialmente se si tiene conto del fatto che la maggior parte delle cose il neo presidente intende attuarle “nelle prime ventiquattro ore”, come ha più volte ripetuto in campagna elettorale. Ma qui non siamo in un fumetto della Squadra Suicida al servizio degli Stati Uniti, qui parliamo proprio del Governo degli Usa. E a proposito di squadra, nell’attesa di insediarsi alla Casa Bianca e dare corso al suo rivoluzionario programma, “The Donald” ha iniziato a nominare i collaboratori che lo affiancheranno nella sua azione di governo della nazione più potente del mondo. Vediamo una rapida carrellata della squadra di persone alla quale Trump intende affidare grandi poteri.

Premessa: secondo autorevoli commentatori, pare che il requisito fondamentale per fare parte della Squadra Suic… ehm … di governo di Trump sia la fedeltà al capo. Evidentemente, la competenza è un concetto superato, un po’ come la verità, visto che gli stessi commentatori hanno individuato nelle affermazioni di Trump un tale numero di bugie da fare impallidire Pinocchio, altra dimostrazione che a volte la realtà supera la fantasia. Ma vediamo i protagonisti della futura saga presidenziale USA, iniziando dal più noto, quell’Elon Musk che è stato al suo fianco per tutta la campagna elettorale e che fra i suoi superpoteri ha quello di essere l’uomo più ricco del mondo, di controllare il social media X (ex Twitter) e la rete di satelliti di comunicazione di Starlink, di essere il padrone di aziende leader nella mobilità elettrica (Tesla) e nell’aerospazio (SpaxeX) e di aver creato Neuralink, azienda specializzata in intelligenza artificiale che ha già realizzato impianti sperimentali di microchip nel cervello umano. Se questo elenco di superpoteri vi ha fatto venire in mente scenari da fantascienza distopica, con schiere di umani controllati da impianti neuronali che ricevono input direttamente dai satelliti, state sereni: il ruolo di Musk – che tra l’altro si vanta di fare uso di droghe – sarà solo quello di un plenipotenziario incaricato di tagliare i costi pubblici, probabilmente con lo stesso sistema utilizzato dopo l’acquisizione di Twitter, ovvero licenziamenti in massa (ma siamo pronti a scommettere che le spese militari saranno esenti dai tagli).

Nel ruolo cruciale di capo di gabinetto Trump ha nominato Susie Wiles, che è stata coordinatrice della campagna elettorale e sarà la prima donna a ricoprire questo prestigioso incarico. La Wiles è rimasta quasi sempre sottotraccia, ma deve aver agito con pugno di ferro e freddezza, tanto che lo stesso Trump l'ha definita "la fanciulla di ghiaccio", appellativo degno dell’eroina del cartone animato Frozen, ma qui siamo nella realtà, come si diceva.

Come Segretario di Stato, l’equivalente del Ministro degli Esteri, è stato scelto Marco Rubio, senatore della Florida, il quale appena nominato ha pubblicato un messaggio su X nel quale afferma tra l’altro " Sotto la guida del presidente Trump porteremo la pace attraverso la forza e metteremo sempre gli interessi degli americani e dell'America al di sopra di tutto". No Comment.

Alla sicurezza interna arriva Kristi Noem, governatrice del South Dakota, nota per aver inviato la propria Guardia nazionale in Texas per aiutare le forze di polizia locali nel contrasto all’immigrazione clandestina, ma soprattutto per aver dichiarato di aver sparato al proprio cane da caccia perché non ubbidiva ai suoi comandi. I suoi futuri sottoposti sono avvisati.

Al ministero della Salute arriva un Repubblicano dal nome famoso, Robert Kennedy junior, terzogenito di Robert Kennedy e nipote del presidente democratico John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas nel 1963. Oltre che per i natali illustri, è noto per la sua opposizione ai vaccini, frutto di teorie dietrologiche.

Aoccuparsi dell'Istruzione, Linda McMahon, cofondatrice con il marito della World Wrestling Entertainment, che non di rado è salita sul ring di persona.

Potremmo proseguire con altre perle, ma ci piace concludere con la nomina al ministero della Difesa di Pete Hegseth, ex veterano decorato dell’esercito e attuale conduttore di Fox News, finito nell’occhio del ciclone per aver dichiarato di non voler inserire nelle forze armate donne che ricoprano ruoli che potrebbero portarle in zone di conflitto, il che onestamente non ci pare un gran male.

Ricapitolando.

Un no-vax alla Sanità, una lottatrice all’Istruzione, un petroliere all’Energia, una dal grilletto facile alla sicurezza interna, un suprematista agli Esteri, il tutto coordinato da una dama di ghiaccio e supervisionato da un multimiliardario con interessi economici in vari campi, a volte sotto l’effetto di droghe e incaricato di smantellare quel poco di statale e pubblico che sopravvive in un Paese fortemente liberista.

Tutti agli ordini di Trump, a sua volta multimiliardario, prepotente, villano, bugiardo e violento, che ha promesso di vendicarsi di chi lo ha ostacolato nel precedente mandato, di azzerare qualunque strategia a favore dell’ambiente e che, prima ancora di iniziare il secondo mandato, sta già pensando a come poter fare il terzo, visto che l’attuale legislazione non lo permette.

Tutto sommato, la Squadra Suicidi dei fumetti potrebbe essere una discreta opzione alternativa. Ma quelli sono supereroi di fantasia che fanno sfracelli, qui siamo nella realtà, e la Squadra di Trump promette di fare ben peggio.

City Nature Challenge e Citizen Science

di Paolo Mazzei - ALI Associazione Lepidotterologica Italiana - Università degli Studi di Torino
   Vincenzo Buonfiglio -  Servizio Aree protette - Tutela della biodiversità, Città metropolitana di Roma Capitale
   Fabio Collepardo Coccia - Consorzio universitario CURSA, Roma
   Marco Giardini, Pierangelo Crucitti - Società Romana di Scienze Naturali

La City Nature Challenge(CNC)è uno tra i piùgrandi eventi internazionali di censimento dellabiodiversità. Si tratta di una competizione, con frequenza annuale, che vede gareggiare tra loro centinaia di città del mondo che si sfidano per segnalare il maggior numero di piante e animali in natura o comunque in siti lontani dalle principali strade di scorrimento,iniziativa a cui sono invitati e possono partecipare cittadini, ricercatori, scuole, famiglie, comunità. La CNC si inserisce pertanto pienamente nelle attività di Citizen Science ossia di ricerca attiva effettuata dai cittadini. Attivata nel 2016 come competizione tra Los Angeles e San Francisco, la City Nature Challenge è rapidamente diventata un evento internazionale, motivando le persone di tutto il mondo a trovare e documentare la florae la fauna selvatica nelle proprie città. Gestito dai team di Community Science della California Academy of Sciences e del Natural History Museum della contea di Los Angeles, la CNC è un evento globale annuale di quattro giorni in cui le città collaborano - si incontrano - in una competizione amichevole per vedere cosa si può ottenere quando si lavora tutti insieme per un obiettivo comune. L’attività si fonda su prerequisiti ampiamente standardizzati; osservare e fotografare piante e animali selvatici durante quattro giorni prestabiliti, di norma alla fine di aprile, per comprendere meglio, e quindi tutelare, la natura delle nostre aree urbane. Sapere quali specie sono presenti nelle nostre città e dove si trovano ci aiuta a studiarle e a proteggerle. La partecipazione alla City Nature Challenge non solo consente di imparare molto di più sulla natura locale ma anche di rendere le città posti migliori, per l’uomo come per le altre specie. Ci sia consentita una digressione: in un mondo in cui l’obiettivo fondamentale di molti governi è sempre più il riarmo, l’obiettivo della CNC è esattamente l’opposto: contribuire alla pace tra i popoli. Le ville, i parchi e i giardini cittadini rappresentano i polmoni verdi delle città, offrendo un importante rifugio a molte specie della fauna e flora selvatica, ad es. uccelli e mammiferi che trovano negli ecosistemi urbani non pochi vantaggi ad es. favorevoli condizioni climatiche, elevata disponibilità di cibo ed acqua, siti di rifugio nei confronti di potenziali predatori. Sino al 2023 Roma ha partecipato una sola volta ad eventi di CNC, nel 2018. Nel 2022 parteciparono al CNC 457 città, tra cui le maggiori capitali mondiali ed europee, e 67.220 cittadini con 1.694.877 osservazioni relative a oltre 50.000 specie animali e vegetali. Peraltro, l’edizione 2023 di CNC è stata la più partecipata di sempre con ben 482 città di 46 paesi di tutti i continenti con una importante adesione di città europee (Atene, Berlino, Copenaghen, Edimburgo, Londra, Lussemburgo, Madrid, Parigi, Praga, Roma, Vienna, Zagabria), oltre 66.000 partecipanti e oltre 1.800.000 osservazioni relative a più di 57.000 specie. La vittoria è stata conseguita da La Paz (Bolivia) sulla base di tutti e tre i parametri considerati; numero di osservazioni, specie osservate e osservatori. Roma è risultata quarta in Europa, con un numero totale di osservazioni pari a 15.318 effettuate da 657 persone e relative a 2.089 specie differenti. L’adesione di Roma all’evento è una partecipazione che prevede l’adesione di tutto il suo territorio metropolitano che può vantare una notevole varietà di biodiversità, dall’ambiente marino costiero ai 1.855 metri del Monte Autore sulla catena dei Monti Simbruini. Nel 2024, tra il 26 ed il 29 aprile, l’intero territorio della Città metropolitana di Roma Capitale è stato coinvolto. Anche in questo caso, l’evento di CNC è stato coordinato dall’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL; è stato inoltre dedicato alla memoria dell’eminente zoologo professor Valerio Sbordoni, Segretario dell’Accademia, venuto a mancare nel 2024 subito dopo aver promosso questa iniziativa. Nei giorni della “sfida”, i cittadini sono stati invitati a prendere parte ad uno o più BioBlitz programmati per l’evento; ovvero appuntamenti con esperti e ricercatori in presenza di cittadini e studenti delle scuole di diverso ordine. I cittadini possono peraltro agire anche in piena autonomia. I requisiti generali per essere un organizzatore sono: realizzare periodicamente riunioni online; attivare e mantenere un progetto di CNC nella città di appartenenza; promuovere la CNC comprese le modalità per partecipare al meglio e comunicare i risultati; completare le tappe fondamentali in modo tempestivo sulla base di una tempistica predefinita; accettare le linee guida sull'uso del logo, parlare con i media, raccogliere fondi. I cittadini sono invitati a: 1) scaricare la specifica App o accedere al sito web di iNaturalist creando un profilo utente; 2) iscriversi al progetto City Nature Challenge relativo all’anno e alla propria città (opzionale); 3) osservare e documentare piante non coltivate e animali selvatici per mezzo di foto o registrazioni audio; 4) condividere le osservazioni raccolte su iNaturalist (App o sito web).

I Bioblitz (BB) rappresentano la longa manus operativa di attività di Citizen Science sul campo finalizzate al censimento della biodiversità in aree selezionate; costituiscono una indagine biologica intensiva con l’obiettivo di registrare tutte le specie che vivono all’interno di un’area scelta ad hoc, avvalendosi di gruppi di specialisti insieme a personale non esperto. La componente pubblica dei BB è di fondamentale importanza a dispetto della mancanza di specializzazione di molti partecipanti ed è in grado di fornire una quantità inimmaginabile di dati sulla diversità biologica. Ai cittadini interessati si affiancano biologi e naturalisti dotati di competenze sufficienti per identificare sul campo la maggior parte delle specie. Le aree interessate da eventi di BB sono spesso protette pur non essendo escluse dalle ricerche le aree ad esse limitrofe non tutelate; a questo proposito è appena il caso di ricordare che la partita della conservazione di specie e habitat si gioca anche e soprattutto nelle aree esterne e contigue alle aree protette. Preliminarmente, vengono assegnati gli incarichi necessari ai componenti dello staff, ai ricercatori e ai citizen experts eventualmente formati nel corso dei precedenti sopralluoghi. Lo staff è dotato di GPS, binocoli e fotocamere digitali, talvolta in possesso anche di molti cittadini “professionisti”. Le attività di BioBlitz sono finalizzate alla raccolta di big data ovvero cospicue masse di dati soprattutto quantitativi. L’importanza della disponibilità di una massa relativamente enorme di dati è duplice: colmare i vuoti relativi alla assenza o scarsità di serie temporali da comparare (fluttuazione della abbondanza di taxa, soprattutto di specie target); confrontare la distribuzione attuale delle specie e lo stato degli habitat con la velocità e la direzione dei cambiamenti in atto (che si verificano sotto i nostri occhi data la pervasività e intensità delle attività umane) risultando foriera di risultati utili anche al fine di prospettare l’idoneità dei modelli predittivi grazie all’infittimento dei dati sulla distribuzione delle specie. Un solo esempio: nell’ambito del North American Bird Phenology Program sono stati utilizzati sei milioni di dati. È inoltre evidente l’importanza della validazione dei dati che, se basata su riscontri obiettivi, ad esempio immagini dell’esemplare (animale o pianta) in vita nel suo ambiente naturale ottenute per mezzo di una buona fotocamera, sarà certamente facilitata; lo specialista accademico e/o il citizen expert potranno confermare la diagnosi relativa alla identificazione di taxa problematici. I problemi organizzativi di un BioBlitz sono complessi e richiedono una accurata pianificazione data la mobilitazione collettiva di grandi masse e la varietà delle attività da realizzare, eventualmente anche in orario notturno. L’attività principale è rappresentata dal censimento, lungo transetti prefissati, delle specie riscontrate; se possibile, all’unisono con la raccolta di dati bioclimatici ed eco-etologici. È preliminarmente necessario costituire una “cabina di regia” che, oltre alla assegnazione di compiti e incarichi, risolva problemi organizzativi strettamente correlati; approntamento di servizi igienico-sanitari e di ristoro, posti di pronto soccorso, stand di varia natura con postazioni PC e Internet, binoculari stereoscopici e guide di campo (field guides) per il riconoscimento di specie vegetali e animali oltre a tracce, segni e altri elementi di identificazione. L’inizio delle attività di ricerca viene preceduto dalla costituzione di gruppi di persone operanti sul campo, coordinate da uno o più specialisti. 

Il termine "BioBlitz" è stato coniato dal National Park Service USA e il primo BB si è tenuto, in collaborazione con il National Geographic, a Kenilworth Aquatic Gardens, Washington DC, nel 1996; in quell’occasione vennero identificate circa 1000 specie, con una grande partecipazione di pubblico decretandone così il successo. Da allora, la maggior parte dei BBvede la presenza di adulti, bambini e adolescenti che affiancano esperti e scienziati del settore in questo “inventario della Natura” che si svolge nell’arco di 24/48 ore. In Italia il primo BioBlitz è stato organizzato dal CURSA - Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e l’Ambiente, il 27 e 28 ottobre 2012, presso la Riserva Naturale Nomentum. L’evento, oltre al patrocinio della Provincia di Roma, ebbe anche il patrocinio del NPS USA e di National Geographic Italia. Le attività di ricerca coinvolsero più di 30 ricercatori di diversi Atenei romani, della Società Romana di Scienze Naturali e di varie associazioni naturalistiche. Durante questo BB, nonostante le avverse condizioni meteo, furono determinate 270 specie di organismi e furono coinvolte circa 500 persone.

Un evento di BioBlitz è organizzato da una rete di attori per una straordinaria occasione di animazione, educazione, ricerca e collaborazione al quale possono partecipare tutti; bambini, ragazzi, adulti, anziani, ma anche studenti universitari, famiglie e in generale persone appassionate di natura, che vogliono lavorare fianco a fianco con gli “specialisti della natura”. Partecipare ad un “BioBlitz” offre diverse opportunità e benefici rispetto ad una tradizionale attività scientifica di campo. Alcuni di questi includono:

1 - divertimento: pur essendo un'indagine sul campo strutturata in modo tecnico e scientifico, questo evento ha l'atmosfera di una festa, resa ancor più eccitante dalla diversità degli attori coinvolti e dalla “corsa contro il tempo”;

2 - impatto locale: possibilità di coinvolgimento nella riscoperta dei valori degli ambienti, anche i più vicini, e verificare che le aree verdi urbane, i parchi nazionali, regionali e locali sono ricchi di biodiversità e quindi importanti da conservare e tutelare;

3 - incontro con ricercatori e scienziati: raccogliere informazioni di base su alcuni gruppi sistematici di specie, incoraggiare le persone a relazionarsi con scienziati e ricercatori che lavorano sul campo;

4 - identificazione di specie rare e uniche: lavorando insieme, si è in grado di monitorare habitat e luoghi di elevato interesse naturalistico; in alcuni casi fortunati potrebbero persino essere scoperte specie rare; la ricerca inoltre, potrebbe chiaramente indicarci quale area geografica o quali gruppi meriterebbero un ulteriore approfondimento delle ricerche;

5 - documentazione di specie: iBBnon hanno la pretesa di fornire una “checklist” completa delle specie presenti in un sito, tuttavia forniscono un elenco di base da cuipartire per realizzare un inventario più completo.Questa modalità di svolgimento garantisce una straordinaria efficacia in termini di comunicazione,essendo un “evento” capace di suscitare impatti emotivi, legati all’ambiente in cui si realizza e alfatto che i partecipanti diventano “esploratori” per un giorno e attori di un evento da ricordare.

Nel 2020 il CURSA ha pensato di trasferire in mare il know-how acquisito con la realizzazione di sei BioBlitz terrestri, realizzando, con il progetto FEAMP BioBlitz Blu, un monitoraggio della biodiversità marina a 360° in alcuni siti marini della Rete Natura 2000. Le attività videro la partecipazione di numerosi operatori subacquei volontari che furono istruiti sulla tecnica del visual census. Ad oggi le competenze acquisite in ambito marino hanno permesso di coinvolgere anche i fotografi subacquei nella City Nature Challenge 2023 e 2024 con ottimi risultati in termini di specie censite.

1. Un esempio paradigmatico di un’area interessata da attività diBB è costituito dalla Campagna Romana a nord-est di Roma, vasta pianura ondulata e intersecata da fossi, che si estende dalla capitale fino al piano collinare prossimo (a nord il comprensorio Tolfetano-Cerite-Manziate, a sud i Colli Albani, a est i rilievi preappenninici; è appena il caso di ricordare che Campagna Romana non è sinonimo di Agro Romano, porzione della Campagna Romana inclusa nel distretto municipale di Roma), mosaico di frammenti boschivi, agrosistemi ed estesi comprensori artificializzati ma, nonostante questo, ricchissimo serbatoio di biodiversità valorizzato dalla presenza di piccole aree protette (Riserve Naturali ed aree afferenti alla Rete europea Natura 2000). Non è un caso che il 1°BioBlitz Nazionale (X.2012) sia stato realizzato nella Riserva Naturale di Nomentum, dato il livello ormai relativamente avanzato delle conoscenze sulla storia naturale di questo territorio. È ormai parte integrante della storia delle attività sponsorizzate dalla SRSN Società Romana di Scienze Naturali ETS il “Progetto BioLazio”, preceduto da una lunga serie di sopralluoghi sul campo in comprensori della Campagna Romana a nord-est di Roma. Si tratta di aree planiziali delimitate da infrastrutture viarie, edificato compatto e attraversate da grandi elettrodotti, le cui caratteristiche fisiografiche sono tuttavia quelle tipiche della Campagna Romana; rilievi bassi e ondulati rivestiti da una cotica erbosa più o meno uniforme, fossati e incisioni del terreno con raccolte d’acqua nei periodi piovosi, canali a idroperiodo variabile, siepi e macchioni fitti, filari di alberi frangivento lungo i bassi crinali, accumuli di natura litogenetica oltre a frammenti boschivi di estensione variabile; aree estese alcune centinaia di ettari, interessate o meno da provvedimenti di tutela che, nonostante lo sfruttamento agricolo, pascolo incluso, ospitano ancora un numero elevato di specie, sia vegetali sia animali, molte delle quali di notevole interesse conservazionistico. La realizzazione di questi BioBlitz, nel quadro delle attività di promozione del “Progetto BioLazio”, ha richiesto il superamento di numerosi problemi organizzativi. In primis la possibilità di accedere, da parte dei numerosi cittadini intervenuti (richiamati da manifesti ad hoc collocati nei punti ritenuti strategici con alcune settimane di anticipo rispetto alla data di svolgimento dell’evento), a posti di parcheggio e ristoro che oltretutto costituiscono il punto di accesso più favorevole all’area di studio.

2. Quest’anno la Società Romana di Scienze Naturali ha partecipato all’evento City Nature Challenge nella Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, area protetta gestita dalla Città metropolitana di Roma Capitale che si estende, con i suoi 997 ettari di superficie, nei comuni di Mentana, Monterotondo e Sant’Angelo Romano nel quadrante nord-est del territorio metropolitano. La Riserva presenta un paesaggio collinare a mosaico con ampie zone destinate al pascolo ed alle coltivazioni che si inseriscono tra lembi di boschi di querce, una testimonianza della più ampia formazione forestale che originariamente ricopriva la regione dei Monti Cornicolani. Nelle giornate del 27 e 28 aprile numerosi cittadini hanno partecipato al BioBlitz insieme ai soci della SRSN ed al personale tecnico della riserva.

Nelle attività di Citizen Science il ruolo giocato dalle piante è spesso di secondaria importanza: la presenza di botanici è di solito minoritaria ed è, più in generale, molto scarsa la conoscenza delle specie vegetali nelle persone. Le piante, infatti risultano, di norma, meno attrattive rispetto agli animali. Si resta più facilmente colpiti da un uccello in volo, da un rettile che attraversa un sentiero o da un mammifero che scompare rapidamente in mezzo alla vegetazione. Può capitare che l’attenzione di qualcuno sia colpita dalla fioritura di una pianta molto vistosa o da vaste distese di piante fiorite, ma tutto il resto del mondo vegetale viene normalmente ignorato; sembra, nella maggior parte dei casi, destare scarsissimo interesse. Le piante, data la loro immobilità, sono percepite semplicemente come elementi del paesaggio, lo sfondo verde di tanti stupendi paesaggi italiani. Le attività di Citizen Science possono quindi svolgere un ruolo non secondario allo scopo di sensibilizzare le persone e stimolare la loro curiosità relativamente alla conoscenza e all’importanza delle piante. A tal fine può risultare interessante fornire informazioni sul ruolo ecologico delle piante e della vegetazione, oppure sulla presenza di specie rare, endemiche o protette in una certa regione, o su particolari meccanismi riproduttivi o di disseminazione, o sulla presenza di specie utilizzabili a scopo alimentare, medicinale o altro ancora. Questi ultimi aspetti sono spesso quelli ai quali le persone che hanno scarse conoscenze naturalistiche sono maggiormente interessate. Dopo aver parlato del valore scientifico, biogeografico o ecologico di una rara specie vegetale la domanda che viene posta più frequentemente è: “ma questa pianta è buona da mangiare?”. I Bioblitz sono pertanto una importante occasione per far capire quanto le piante siano importanti, al di là del loro valore alimentare. Un risultato degno di nota che può essere facilmente conseguito consiste semplicemente nel far notare la ricchezza di specie vegetali che si può osservare anche in un’area molto ristretta; non è infatti raro trovare decine di specie diverse in pochi metri quadrati. Questa semplice osservazione è per molte persone sorprendente e può avere un notevole ruolo allo scopo di aumentare la consapevolezza dell’elevata biodiversità degli ambienti naturali, soprattutto se si tratta di quelli situati a due passi dalla propria abitazione. Le esperienze di Citizen Science possono anche gradualmente far sviluppare un senso di appartenenza e di responsabilità nei confronti dell’ambiente naturale e stimolare la realizzazione di azioni concrete per la sua conservazione. A proposito della ricchezza floristica dei nostri ambienti naturali possiamo citare i risultati conseguiti nel corso del Bioblitz effettuato nella mattinata del 27 aprile 2024 presso la Macchia di Gattaceca in occasione dell’ultimo evento di CNC. In poco più di tre ore sono stati infatti censiti 143 taxa, quasi tutti a livello specifico. Tra questi diverse specie protette: il pungitopo (Ruscus aculeatus, Direttiva Habitat), i ciclamini (Cyclamen hederifolium e C. repandum, CITES), diverse specie di orchidee spontanee (CITES) e lo storace (Styrax officinalis, L.R. 61/74), specie rara e di grande interesse scientifico, simbolo del Parco naturale regionale dei Monti Lucretili e scelta dalla Società Botanica Italiana come pianta simbolo del Lazio. Altra specie rara osservata è il melo ibrido (Eriolobus florentinus), frequente a Gattaceca, la cui presenza nell’area cornicolana, all’epoca terza stazione nota per il Lazio, è stata segnalata soltanto nel 2006.

La ricerca e l’osservazione delle specie animali presenti all’interno dell’area protetta effettuate da naturalisti e cittadini ha consentito di arricchire la check-list delle specie presenti con l’importante individuazione di un esemplare di orbettino Anguis veronensis, un Rettile Sauro che ha perduto le zampe (pertanto, non un serpente ma una lucertola serpentiforme) non osservato da molto tempo all’interno della Riserva naturale; oltre alla prima segnalazione di un individuo di una specie vistosa, Morimus asper, un Coleottero Cerambicide protetto a livello comunitario il cui ciclo vitale è legato al legno morto presente nei boschi. Inoltre, nel corso del 27 aprile 2024 sera, è stata allestita una postazione con telo verticale e due lampade, una miscelata da 160W e una al Hg da 250W, alimentate da un gruppo elettrogeno portatile. Un gruppo zoologico non troppo difficile da campionare, se si possiede l'attrezzatura adatta, e che comprende un elevato numero di specie, è quello delle falene (Lepidotteri) attratte dalla luce artificiale. La luce necessaria per attirare il maggior numero di individui e di specie diverse deve essere di buona intensità luminosa ed avere, nel suo spettro, una discreta quantità di ultravioletti. Il tipo di lampade utilizzato per queste attività sono quelle a vapori di mercurio (Hg), pure o miscelate, alimentate a 220Vca (gruppo elettrogeno o batteria con inverter) e con potenze tra 125W e 400W per lampada. Ultimamente, stanno diventando sempre più comuni per i monitoraggi di insetti notturni, le lampade dotate di LED ultravioletti, molto leggere, efficienti ed alimentabili con batterie a 5V, di peso e ingombro molto ridotto (powerbanks), che consentono campionamenti anche in aree di difficile accesso con attrezzature pesanti e ingombranti come quelle alimentate a 220V. Tra le 20.15 e le 22.30 circa, cioè in poco più di due ore di osservazioni, sono state fotografate, sul telo e nelle immediate vicinanze, quasi 40 specie di falene (Lepidotteri Eteroceri), per un numero complessivo di individui che ha superato ampiamente i cento.

3. La Presidenza della Repubblica ha aperto le porte della Tenuta di Castelporziano per la City Nature Challenge il 26, 27 e 28 aprile 2024. La Tenuta Presidenziale ha accolto studenti e cittadini che si sono sfidati, partecipando alla ricerca della ricca varietà vegetale e delle numerose specie animali che caratterizzano la residenza presidenziale. Con le sue oltre 6000 specie in più di 6000 ettari inseriti nel contesto di una città urbanizzata come Roma, Castelporziano supporta questa iniziativa con l’obiettivo di valorizzare la biodiversità nei contesti urbani oltre a diffonderne la conoscenza. Ad accogliere i partecipanti nella Tenuta - oltre 150 studenti delle scuole superiori e circa 300 cittadini coinvolti dal Comando Biodiversità dei Carabinieri forestali e dal WWF sezione Litorale Romano - e a guidarli nelle loro osservazioni scientifiche sono stati i ricercatori del personale del CURSA anche in collaborazione con i Carabinieri del CUFAA - Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei carabinieri, del WWF-Italia ed infine dell’ARDE Associazione Romana di Entomologia. Il 28 aprile, in un momento di simbolico avvio dell’iniziativa civica, i rappresentanti delle principali Istituzioni coinvolte (Roma Capitale, Città metropolitana di Roma capitale, Regione Lazio e CUFAA) si sono incontrati a Castelporziano.

In virtù degli ottimi risultati conseguiti nelle ultime due edizioni, la Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, si è attivata anche quest’anno per promuovere e coordinare l’iniziativa CNC sul territorio di Roma Città Metropolitana. L’Accademia dei XL ha deciso di portare avanti il progetto utilizzando la piattaforma iNaturalist con la stessa definizione geografica dell’anno precedente ovvero la Città Metropolitana di Roma Capitale. Per il 2025 si prevede di svolgere la competizione nei giorni 25-28 aprile.

Pianificazione territoriale e urbanistica. Nobili decadute da resuscitare

di Valter Giuliano

«...tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso il mare. La febbre del cemento s’era impadronita della Riviera: là vedevi il palazzo già abitato, con le cassette dei gerani tutti uguali ai balconi, qua il caseggiato appena finito, coi vetri segnati da serpenti di gesso, che attendeva le famiglie lombarde smaniose dei bagni; più in là ancora un castello d’impalcature e, sotto,  la betoniera che gira e il cartello dell’agenzia per  l’acquisto dei locali. Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulla spalle dell’altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soptrelevamenti» (Italo Calvino, La speculazione edilizia,1958).
Il fenomeno fece presa, si estese e, sia pure in forme diverse non si è mai arrestato.
Allora fu definita “rapallizazione” (ma non chiamatela così che il Comune eretto a emblema si offende e minaccia querele…), un virus capace di contaminare l’intera penisola.
E non solamente le sue coste che semmai hanno assistito a una occupazione privata senza regole che solo ora, per fortuna, porta i suoi nodi al pettine grazie alle normative europee, in contrasto con il familismo amorale “de noaltri” che pesa come un macigno su ogni onesto contribuente.
I disastri dell’urbanizzazione selvaggia li stiamo pagando ad ogni evento straordinario che i cambiamenti climatico comportano. Non sono che la conseguenza del mancato rispetto di una legislazione che pure il Paese si seppe dare ma che, puntualmente è stata ignorata o, peggio ancora violata.
A contrastare la speculazione edilizia e le trasformazioni selvagge del territorio si seppe, allora, reagire con una nuova legislazione, che negli anni Ottanta era a livelli di avanguardia lungimirante. È stata via via modificata nella direzione di un mal interpretato liberalismo urbanistico i cui conti sono destinati a essere presto saldati, con insidiosi danni per il territorio e le comunità.
In parte già lo sono stato, con gli insediamenti ammessi in alveo che le alluvioni hanno trascinato via. I fiumi riprendono i loro spazi e fanno bene a liberarsi del cemento e dell’asfalto che uomini presuntuosi e insipienti hanno sparso sul loro cammino. L’importante è che non si prendano anche le loro vite che ci auguriamo pronte al ravvedimento.
Nel necessario percorso, non solo individuale, di ravvedimento, l’urbanistica dovrà necessariamente tornare a svolgere un ruolo di pratica sociale e di partecipazione.
Ma la sfida, ovviamente, si gioca nei grandi agglomerati urbani.
Nel 1960 assorbivano il 33,5% degli esseri umani. Nel 2015 la percentuale è salita al 54% e le prospettive per il 2050 indicano un’ulteriore crescita della popolazione metropolitana prevista al 66%. Una tendenza all’inurbamento che pone più di un problema e che necessiterebbe di un ragionamento ampio, capace di immaginare il futuro andando oltre l’infruttuoso inseguimento delle emergenze più  drammatiche: inquinamento, consumo di suolo, sicurezza, mobilità ...
Quel che è in gioco è l’idea stessa di città, nel confronto tra città sognate e città possibili che da sempre appassiona la riflessione con svariati modelli filosofici, più o meno utopici che si sono susseguiti. Tra la prospettiva perfetta della “città del Sole” e il bieco realismo che spesso ci circonda, deve pur esserci una terza via in grado di affrontare con razionalità i mutamenti e la perdita di qualità di cui sempre più spesso l’habitat urbano soffre.
Vanno abbandonate concezioni che fanno riferimento a disegni e modelli che appaiono superati per guardare a un buon governo del territorio in cui le aree edificate sono parte imprescindibile e non separabile. Bisogna mettere in paragone città per le quali occorre valutare il confronto, e spesso lo scontro, tra più attori sociali e diversificati interessi economici.
Lo si deve affrontare con nuove capacità di visione guardando a un equilibrio possibile tra ambiente e società, tra naturale e artificiale, per provare a ricomporre una possibile armonia, anche estetica.
Eppure, se guardiamo al presente, la necessità di pianificare sembra essere definitivamente consegnata alla storia dell’urbanistica. Allo stesso modo la cosiddetta  urbanistica pubblica ha lasciato terreno aperto  alla prevalenza degli interessi - che sotto denominazioni diverse - ha contrassegnato gli ultimi decenni.
Non sarà sempre stata speculazione edilizia, ma la generale tendenza alla privatizzazione delle politiche e il trionfo di un liberismo incontrollato alla ricerca della massimizzazione dei profitti non ha di certo favorito una gestione oculata del territorio e dell’attività edificatoria.
Recuperare una dimensione pubblica alle nostre città, ridurre il consumo complessivo di suolo, restituire il rispetto che meritano ai centri storici salvaguardandone le testimonianze di cultura, prestare nuovamente attenzione alla dimensione del paesaggio urbano e naturale riconsegnando a entrambi il senso dell’armonia, riprogettare gli spazi urbani in una dimensione di naturalità che aiuti nel tentativo di   trovare soluzioni innovative a basso consumo di energia per la mobilità e il riscaldamento invernale : sono solo alcune delle sfide che l’urbanistica e le politiche di pianificazione dovranno affrontare nei prossimi anni.
Per questo è necessario che entrambe rialzino con forza la testa e pretendano di tornare a essere strumenti efficaci di governo del territorio che non può essere abbandonato al libero mercato e alla speculazione.
La politica deve tornare a svolgere il suo compito nobile ed essenziale di regolatrice degli interessi per ricercare nuovi equilibri economici e sociali senza i quali non c’è futuro ambientalmente e socialmente sostenibile.
Una rigenerazione urbana è possibile purché si sia disposti a rivedere la predominante tendenza liberista. «Il liberismo in urbanistica genera periferie, consumo di suolo, privatizzazione dei luoghi paesaggistici e dei monumenti, degrado e crisi economica. Impedisce la partecipazione e di conseguenza una corretta pianificazione. Non è un caso che in Italia, da quando sono state attribuite a undici città capoluogo il ruolo di “città metropolitana” nessuna di loro ha formulato ipotesi o bozze di piano o principi metodologici, di organizzazione del territorio “ metropolitano”. Altro che “rigenerazione”».
Questo il commento di Vezio dei Lucia, architetto urbanista, componente del nostro Comitato scientifico.
Le città metropolitane continuano a rappresentare una delle tante riforme incompiute mentre, nei fatti, emerge sempre più la necessità di progettazione di area vasta con la gestione, se non comune, almeno coordinata delle infrastrutture  e della gestione dei servizi (strutture commerciali, aree industriali e artigianali, politiche del verde metropolitano, acque e rifiuti in primis).
In questo percorso l’urbanistica dovrà necessariamente tornare a svolgere un ruolo di pratica sociale e di partecipazione. Per farlo occorrerà, prima di tutto, recuperare una filosofia urbanistica tesa a disegnare la città e il suo futuro, evitando di continuare a procedere a vista quasi sempre in risposta e accoglienza delle emergenze o di progetti specifici elaborati in seguito ad eventi speciali e per questo quasi mai integrati o integrabili con il contesto storico o immaginato dalle politiche di piano.
Semmai la rigenerazione dovrebbe comprendere l’intero Paese, a cominciare dalla sua classe politica e dirigente la cui decadenza culturale si manifesta ormai ogni giorno. Accompagnata, ahimè, da quasi tutto l’universo dell’informazione tra cui è sempre più difficile incontrare personaggi  - cito Antonio Cederna per tutti – così assiduamente e competentemente attenti al malgoverno del territorio perpetrata da tanti “nuovi vandali”.
Quando, il  26 gennaio 2017 morì, all’età di novantatrè anni, Leonardo Benevolo, architetto e urbanista di livello internazionale, studioso raffinato delle questioni relative ai nostri centri urbani, autore di Piani regolatori di importanti città, medaglia d’oro per meriti culturali (2003). neppure uno
dei canali della televisioni di Stato, fece accenno alla scomparsa di un grande italiano!
Un malinconico paradigma di quanto alla cultura urbanistica e architettonica in questa povera Italia sia rimasto uno spazio esiguo, nonostante  tutti i dati, ormai conosciuti, ma ignorati continuino a dimostrare come ce ne sia urgenza e necessità.
Senza pianificazione territoriale – che deve essere pianificazione globale – non si riuscirà a far fronte alle conseguenze drammatiche il cambiamento climatico sta preparando in risposta alla nostra ignavia.

 

Memorie di un Ministro dell’ambiente

di Valdo Spini

Non sono a stretto rigore un ambientalista ma da buon socialista liberale penso che l’iniziativa individuale debba essere legata alla responsabilità sociale. È quella verso l’ambiente lo è al massimo grado. Pertanto, ho ricoperto con grande piacere e con grande impegno l’incarico di ministro dell’Ambiente della Repubblica italiana.

La mia avventura comincia nel marzo 1993 quando ricevo una telefonata del Presidente del Consiglio Giuliano Amato che mi propone di entrare nel suo primo governo in sostituzione del dimissionario Carlo Ripa di Meana. Il 9 marzo giurai e assunsi le funzioni, La prima cosa che feci fu quella di elaborare un disegno di legge per il personale del Ministero che portai in Consiglio dei ministri e che fu poi approvato dal Parlamento. Com’è noto il personale di un ministero allora del tutto recente come quello dell’ambiente era comandato dalle più varie amministrazioni e provenienze e occorreva mettere un po’ d’ordine e di razionalità in un contesto molto precario. Ne scaturì la legge n. 221 del 13 luglio 1993 “Misure urgenti per assicurare il funzionamento del Ministero dell’Ambiente”.

Poche settimane dopo il mio insediamento, il 18 aprile si svolse e fu approvato il referendum abrogativo per la separazione dei controlli ambientali da quelli sanitari promosso dagli Amici della Terra. La competenza delle Usl veniva meno e occorreva procedere tempestivamente ad istituire una nuova struttura di controlli ambientali. Personalmente considerai il risultato del referendum come un’occasione importante per sviluppare la politica ambientale, lo accolsi positivamente e mi mossi di conseguenza. Nel frattempo (28 aprile) il governo Amato I si era dimesso e si era formato il governo di Carlo Azeglio Ciampi. Tornato il 5 maggio al Ministero dell’Ambiente, proposi al nuovo Presidente del Consiglio, Ciampi, un decreto-legge per l’istituzione dei controlli ambientali. Si prevedeva l’istituzione dell ‘Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Anpa) e si dava il via alle Agenzie Regioni (Arpa-quella Toscana era naturalmente Arpat) e a quelle provinciali, Appa. Indubbiamente un fatto storico.

 L’iter del decreto vide da un lato un impegno tempestivo e intenso del Governo, dall’altro un cammino parlamentare accidentato. Già il 4 agosto il Governo fu in grado di emanare su mia proposta il Decreto-legge per l’istituzione dell’ANPA, ma questo Decreto fu approvato dalla Camera ma non dal Senato nei sessanta giorni prescritti. Pertanto, si rese necessario reiterarlo con modifiche il 3 dicembre successivo. Venne convertito in legge in gennaio e fu la legge 61 del 21 gennaio 1994.  Era l’ultimo giorno utile per farlo prima dello scioglimento anticipato delle Camere.

Difficile se non impossibile enumerare tutto gli atti e le iniziative dei miei tredici mesi di ministero. Fedele alla missione assegnatagli, il governo Ciampi si dimise dopo l’approvazione della nuova legge elettorale maggioritaria che prese il nome dall’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e furono indette elezioni politiche anticipate. Queste videro la vittoria di Silvio Berlusconi e del suo Polo delle Libertà il 27 marzo 1994. Noi rimanemmo in carica per gli affari correnti fino al giuramento del nuovo governo che avvenne l’11 maggio 1994.

Il mio mandato di Ministro dell’Ambiente durò circa un anno, ma sono riuscito ad istituire tredici parchi Nazionali, portando la superficie protetta del nostro paese al 7%. Il mio predecessore Giorgio Ruffolo aveva fatto approvare la legge quadro sui parchi, ma questi erano rimasti sulla carta, non erano stati cioè costituiti. Di quelli già creati con legge ne costituii cinque a partire dal settembre 1993. Furono i parchi delle Dolomiti Bellunesi, dei Monti Sibillini, delle Foreste Casentinesi-Monte Falterona e Campigna, Pollino e Aspromonte.

Con miei decreti si dispose poi la perimetrazione e le misure di salvaguardia per questi nuovi Parchi nazionali: del Cilento e Vallo di Diano, della Maiella, del Gran Sasso-Monti della Laga, del Vesuvio e del Gargano.

Per il recentemente istituito Parco della Valgrande costituì l’Ente che lo avrebbe governato.

Significativa fu anche l’istituzione del Parco Marino Internazionale Franco-Italo-Monegasco alle bocche di Bonifacio, preparato dal mio immediato predecessore Carlo Ripa di Meana e che firmai a pochi giorni dal mio insediamento col Ministro dell’Ambiente francese Ségolène Royal.

 

Nel frattempo, con proposta di legge di iniziativa parlamentare, che, come governo, avevamo sostenuto, era stato istituito anche il Parco nazionale della Maddalena e anche di questo disposi la costituzione.

 A sostegno della costituzione dei parchi feci approvare dal Cipe il piano Triennale delle aree protette che riguardava il triennio 1991-93 e che prevedeva un finanziamento complessivo di 345 miliardi di lire.

C’era da razionalizzare   la spesa ambientale. Giorgio Ruffolo aveva varato  il piano Triennale per la tutela ambientale per il 1989-91. Il problema con cui si era scontrato Ruffolo era quello della capacità di spesa delle regioni, talune delle quali non avevano dato seguito agli stanziamenti del piano. Preparai un secondo Piano triennale per la Tutela Ambientale, approvato dal Cipe il 28 dicembre 1993, che riguardava di fatto il periodo 1994-96 e che attivava risorse per 3.200 miliardi di lire. Venivano fissati precisi obblighi per il ministero e per le regioni, in particolare stabilendo che se una regione non dava attuazione ad un progetto convenuto, il relativo stanziamento veniva revocato e riassegnato ad altro progetto della stessa regione e, in caso di ulteriore inadempienza, ad altra regione.

Un altro dei problemi che mi trovai ad affrontare fu quello degli impianti industriali classificati ad alto rischio (erano ben 700), la cosiddetta Direttiva Seveso. Chiesi e ottenni i mezzi e il personale necessario e il coinvolgimento di comitati regionali della prevenzione incendi. Mi fu d’aiuto la mia precedente esperienza di sottosegretario all’Interno con delega ai Vigili del Fuoco. Il tutto venne previsto e regolato dal decreto leggen.13 del 10 gennaio 1994.

Oggi il tema di assoluta priorità è quello dei mutamenti climatici. Ricordo quindi che nell’ottobre 1993 fu avviato il Programma Nazionale di ricerche sul clima previsto nell’ambito del World Climate Program e con un decreto del Ministro dell’Università e della ricerca scientifica, Umberto Colombo e mio fu costituita una Commissione di coordinamento nazionale e convocata la prima conferenza nazionale sul clima che si svolse a Firenze nel novembre 1993.

Un’altra iniziativa di cui vorrei rendere conto fu quella delle cosiddette “materie prime seconde”, cioè sull’utilizzazione dei residui di lavorazione e di produzione in altre lavorazioni, produzioni o in energia elettrica. (Si trattava anche di un modo per combattere le discariche illegali in buona parte nelle mani della criminalità organizzata). Promossi un decreto-legge in materia.

Potei concludere in bellezza il mio mandato con un’iniziativa di carattere internazionale del tutto innovativa.

Nel primo semestre del 1994 l’Italia era presidente di turno del G7 e il Presidente del Consiglio Ciampi aveva preparato con molta cura questo appuntamento prendendo la decisione di fare svolgere il vertice conclusivo dei Capi di Stato e di governo nella città di Napoli per la quale fu varata un’apposita legge.  Il vertice conclusivo era nel giugno, dopo le previste elezioni politiche anticipate, e quindi toccò poi a Berlusconi presiederlo. Nel frattempo, nel corso del semestre, si svolgevano i G7 dei vari Ministeri. Non vi era mai stato un G7 dei ministri dell’ambiente, ma, con la collaborazione del mio consigliere diplomatico Ino Cassini, ne organizzammo uno che si svolse a Firenze il 12 e 13 marzo 1994. L’idea era di cercare di permeare di contenuti ambientali il successivo vertice dei Capi di Stato e di governo. Il vertice era informale, la partecipazione volontaria, ma vennero tutti i ministri invitati. Per la cronaca il titolare francese dell’ambiente era Michel Barnier, attuale primo ministro di quella nazione. Il Ministro tedesco era Klaus Töpfer, personaggio politico di rilievo nella vita della sua Germania. Il vertice si concluse con un documento pubblicato nel “Quaderno del Circolo Rosselli” 1/1994 di cui in nota. Come si è detto, nel frattempo ci furono le elezioni e il governo Ciampi fu sostituito dal governo Berlusconi e questo documento non fu materia di discussione al vertice dei Capi di Stato e di governo che si svolse nel luglio a Napoli.

Comunque, da allora il G7 per l’Ambiente, ospitato ogni anno dalla presidenza di turno, è un

appuntamento fisso, a riprova che i cambiamenti climatici e più in generale la tutela ambientale sono una priorità assoluta per la comunità internazionale.

Devo rinviare, per molto altri argomenti, a due miei scritti sull’Ambiente come opportunità1, che fu un po’ uno slogan del mio ministero. Uno slogan che spero ancora attuale di fronte agli effetti disastrosi che i cambiamenti climatici stanno avendo sulla vita economica e sociale dei nostri paesi.



1. V. Spini, L’ambiente come opportunità, supplemento a “Progetto”, n.1/1994, Tipolitografia Ip, Firenze e V. Spini, Prefazione a L’Ambiente come opportunità “Quaderno del Circolo Rosselli”, n. 1/1994 Milano, Franco Angeli che contiene vari  testi e documentazioni sull’attività del Ministero dell’Ambiente. Sui parchi in particolare cfr. A. Di Pace, I parchi nazionali italiani. La grande svolta del 1993-94, in “Quaderni del Circolo Rosselli” n. 4/2020, p.135 e ss. Sull’istituzione dei controlli ambientali, vedi: https://ambientenonsolo.com/sistema-delle-agenzie-ambientali-30-anni-dopo-intervista-allallora-ministro-dellambiente-valdo-spini/ L’intervista è di MarcoTalluri. Sulla storia del Ministero dell’Ambiente, vedi C. Pera, Ripensando a Giorgio Ruffolo, alcune tracce per una storia del Ministero dell’Ambiente in “Quaderni del Circolo Rosselli” n.4/2023, Pacini editore, Pisa pagg.145-164.

Ritorno al passato. Le conseguenze del declassamento del lupo in Europa

di Ettore Randi

Anche se pudicamente il sito web della Convenzione di Berna annuncia che lo Standing Committee ha approvato la proposta europea di modificare la protezione del lupo (Canis lupus), in realtà si tratta di downgrading, una parola che viene tradotta in italiano come declassamento, un concetto decisamente brutto che, secondo il Vocabolario Treccani, può anche significare degradazione, dequalificazione, retrocessione. Ma questo è quanto ha deliberato la quarantaquattresima riunione dello Standing Committee della Convenzione. Fino al 3 dicembre 2024 il lupo era “specie strettamente protetta” iscritta nell’Allegato II della Convenzione. Dal 6 dicembre il lupo in Europa viene retrocesso a “specie protetta”, e quindi dovrà essere iscritta nell’Allegato III della Convenzione. Per chiarire le conseguenze del downgrading, riporto alla lettera la versione in italiano di parte dell'art. 7 della Convenzione, relativo alle specie di fauna, incluso il lupo, riportate in Allegato III, per le quali si potranno adottare: “a) periodi di chiusura e/o altri provvedimenti atti a regolare lo sfruttamento; b) il divieto temporaneo o locale di sfruttamento, ove necessario, onde ripristinare una densità soddisfacente delle popolazioni; c) la regolamentazione, ove necessario, di vendita, detenzione, trasporto o commercializzazione di animali selvatici, vivi o morti”. Il testo dell’articolo non è di comprensione immediata, forse perché si riferisce ad un elenco di specie molto diverse, che va dalle spugne ai cetacei e ai carnivori, ma è chiaro che prevede esplicitamente il possibile “sfruttamento” di specie di fauna selvatica. Nella sostanza si dice che le specie in Allegato III sono "sfruttabili", quindi, nel caso della selvaggina e del lupo, sono cacciabili. Tuttavia, per tutelarne lo stato di conservazione favorevole: a) lo sfruttamento si può sospendere attivando periodi di chiusura (della caccia); b) lo sfruttamento può essere sospeso temporaneamente o localmente; c) la vendita, detenzione ecc. sono consentite, ma sono regolamentabili. Nel caso del lupo, sfruttamento evidentemente significa consentire attività venatorie, cioè certe forme di “caccia”. Vengono così a cadere le più importanti misure di protezione rigorosa, che fra l’altro vietavano (anche qui riporto alla lettera la versione in italiano di parte dell’art. 6 della Convenzione): “a) qualsiasi forma di cattura intenzionale, di detenzione e di uccisione intenzionale; b) il deterioramento o la distruzione intenzionali dei siti di riproduzione o di riposo; c) il molestare intenzionalmente la fauna selvatica, specie nel periodo della riproduzione, dell'allevamento e dell'ibernazione, nella misura in cui tali molestie siano significative in relazione agli scopi della presente convenzione; e) la detenzione ed il commercio interno di tali animali, vivi o morti, come pure imbalsamati, nonché di parti o prodotti facilmente identificabili ottenuti dall'animale”.

Nello scenario peggiore del downgrading possiamo davvero immaginare che i siti di riproduzione o di riposo dei lupi vengano “distrutti” o “molestati intenzionalmente”? Che i lupi “vivi o morti” possano essere oggetto di commercio? A proposito di sfruttamento: ripartirà il commercio delle pelli di lupo? Vogliamo proprio sperare che non sarà così. Considerato che lo scopo fondamentale della Convenzione è di “di assicurare la conservazione della flora e della fauna selvatiche e dei loro habitat naturali” (art. 1), le applicazioni del downgrading dovranno comunque tener conto della persistente fragilità di alcune delle loro popolazioni e tutelare le funzioni che i lupi svolgono negli ecosistemi naturali. Ma la revisione della Convenzione di Berna rende necessaria anche la revisione della Direttiva Habitats, il che comporterà lo spostamento del lupo dall’allegato IV (elenco delle specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa) all’allegato V (specie animali e vegetali di interesse comunitario il cui prelievo nella natura e il cui sfruttamento potrebbe formare oggetto di misure di gestione). Ecco ancora il riferimento esplicito allo sfruttamento, il che rafforza il timore che i lupi possano essere prelevati e sfruttati, non solo singolarmente nei casi in cui singoli individui vengano identificati come “pericolosi”, come è stato possibile finora in deroga alle misure di rigorosa protezione, ma in quanto “oggetto di misure di gestione”, cioè di caccia.

Le indicazioni della Convenzione di Berna e Habitats sono generiche, dovranno essere recepite dagli Stati membri e servirà tempo per approvare i necessari regolamenti applicativi e le linee guida. Ma le dichiarazioni di certe associazioni degli agricoltori, di quelle venatorie, di ministri ed esponenti politici dei partiti della coalizione di questo governo hanno immediatamente identificato il core business del declassamento: sarà possibile elaborare piani di prelievo (venatorio) del lupo, senza troppi obblighi burocratici, senza la necessità di ottenere deroghe o autorizzazioni. Da anni (2002-2019) ISPRA ha elaborato un piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, piano che non è mai stato approvato dalle Regioni. Ora, sfruttando il momento favorevole, la Regione Lombardia ha immediatamente proposto l’istituzione di un tavolo di coordinamento interregionale per la gestione del lupo. È probabile che a questo punto il piano d’azione sarà riscritto e finalmente approvato, forse enfatizzando l’autonomia decisionale delle Regioni e marginalizzando i ruoli di supervisione scientifica di ISPRA ed il coordinamento nazionale del Ministero dell’Ambiente. Per tutelare lo stato favorevole delle popolazioni di lupo, invece, è necessario che le funzioni delle istituzioni scientifiche, delle agenzie nazionali ed europee di conservazione della natura, rimangano e vengano rafforzate. È noto e scientificamente dimostrato che in Europa le principali popolazioni di lupo sono transfrontaliere e transregionali. È già difficile immaginare come i singoli stati possano gestirle indipendentemente; non vogliamo neppure pensare cosa accadrebbe se fossero le amministrazioni regionali a poter decidere che fare, in autonomia le une dalle altre.

In queste settimane il tema del downgrading è stato ampiamente presentato dai media. Sappiamo che la popolazione italiana di lupo ha seriamente rischiato l’estinzione fra fine ‘800 e i primi anni ’70 del 1900. Dopo secoli di persecuzione al lupo e ad altre specie di fauna definite “nocive”, restavano due popolazioni frammentate di circa 100 individui, distribuite nell’Appennino meridionale, fra Campania e Calabria. Il declino si è fermato, e il trend negativo si è invertito piuttosto rapidamente, in conseguenza dalle imponenti trasformazioni socioeconomiche che hanno interessato il nostro Paese a partire dal dopoguerra, soprattutto negli anni ’60 e ’70. L’industrializzazione e urbanizzazione, l’abbandono dell’agricoltura in aree di montagna e collina considerate improduttive, hanno aperto la strada ad una rapida rinaturalizzazione e riforestazione, in parte spontanea, in parte assistita da impianti forestali. A ciò è seguito il ritorno degli ungulati selvatici, le prede naturali del lupo, quasi sempre sostenuto da programmi di ripopolamento in parte ben pianificati e trasparenti (per es. stambecco e camoscio alpino), in parte incontrollati (come nel caso ben noto del cinghiale). I risultati oggi sono molto evidenti: le popolazioni italiane di ungulati selvatici sono molto numerose, forse anche troppo numerose se guardiamo al cinghiale o al capriolo europeo in alcune regioni centro-settentrionali. D’altra parte, sono stati avviati programmi razionali per la salvaguardia delle piccole popolazioni di pregio di sottospecie endemiche: il camoscio appenninico, il capriolo italico, il cervo della Mesola. In questo contesto ecologico, l’espansione del lupo è stata del tutto naturale, favorita anche dalla protezione per legge e dall’istituzione di nuovi parchi nazionali ed altre aree protette. Non ci sono state traslocazioni, immissioni, ripopolamenti o “lanci” di lupi di nessun tipo da parte di nessuno. Il primo monitoraggio nazionale (ISPRA 2022) ci dice che i lupi nelle Alpi sono circa 1.000, negli Appennini circa 2.000-2500. I lupi hanno ricolonizzato circa il 70% delle aree potenzialmente disponibili, dove si sono installate unità familiari riproduttive, territorialmente stabili (fatto salvi incidenti, bracconaggio, avvelenamenti ed altre cause di mortalità prevalentemente antropogenica). Disponiamo di prime indicazioni che anche in Italia, come in Germania ed altrove, l’espansione del lupo sta rallentando. È noto che i lupi in dispersione, durante le prime fasi di colonizzazione di nuove aree, possono predare anche bestiame domestico, oltre che nutrirsi di carcasse ed eventuali rifiuti alimentari, come fanno da sempre ovunque. Gli impatti sugli allevanti sono modesti: si stima che in Europa venga depredata una pecora su mille di oltre 60 milioni di capi allevati. Nelle nostre regioni europee, molto abitate ed antropizzate, è impossibile azzerare le predazioni di bestiame, ma programmi nazionali ed europei, soprattutto LIFE, hanno ripetutamente mostrato che disponiamo di sistemi di prevenzione molto efficaci. L’assistenza tecnica agli allevatori e misure di sostegno economico possono ridurre significativamente gli impatti e rendere economicamente sostenibile la coesistenza di attività zootecniche con la presenza di grandi carnivori. Al contrario è dimostrato che l’uccisione di lupi singoli o anche la rimozione di interi nuclei familiari non riducono significativamente le predazioni. Purtroppo, il downgrading va nella direzione opposta. Il messaggio esplicitamente lanciato da associazioni di agricoltori e cacciatori, sostenuto già da tempo da alcuni paesi nordici (Scandinavia), fatto proprio dall’attuale Presidente della Commissione europea e finalmente accettato dalla Convenzione di Berna, è che, al contrario, i lupi ormai sono troppi e la coesistenza non è possibile se non bloccandone l’espansione e limitando le popolazioni, ovunque si decida di farlo, con il minimo possibile di vincoli conservazionistici e burocratici.

Comunque, il processo di implementazione e applicazione del downgrading richiederà tempo. Le decisioni dalla Convenzione di Berna potranno entrare in vigore solo se verranno ratificate entro tre mesi da una maggioranza qualificata dei partner al Consiglio d’Europa. Poi dovrà essere modificata la Direttiva Habitats, il cui art. 19 precisa che: “Le modifiche necessarie per adeguare al progresso tecnico e scientifico gli allegati I, II, III, V e VI sono adottate dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata su proposta della Commissione. Le modifiche necessarie per adeguare al progresso tecnico e scientifico l'allegato IV sono adottate dal Consiglio, che delibera all'unanimità su proposta della Commissione”. In altri termini: a) se almeno un terzo (17 su 50) dei partner della Convenzione di Berna si opporrà, le modifiche non entreranno in vigore; b) se meno di un terzo dei partner si opporrà, la decisione entrerà in vigore solo in quei paesi che non hanno sollevato obiezioni; c) lo spostamento del lupo in allegato IV della Direttiva dovrà essere approvato dall’unanimità del Consiglio, il che sembra essere improbabile. È quindi possibile che le procedure di downgrading si fermino a questo punto, a meno che non si trovino delle scappatoie legali per bypassare l’art. 19. In seguito, se approvate dal Consiglio, le modifiche dovranno essere recepite dagli Stati membri, che dovranno adeguare le leggi nazionali, elaborare i relativi piani d’azione e le linee guida. È presumibile che saranno necessari mesi, forse un anno o qualcosa in più, prima che il downgrading divenga applicabile e i piani di controllo elaborati dalle Regioni possano diventare esecutivi. Abbiamo un po' di tempo per tentare di bloccarne l’esecuzione oppure per limitarne i danni.

Oltre agli appelli, comunque doverosi, forse servono azioni legali rivolte agli organismi europei che le ONG e le associazioni ambientaliste interessate potrebbero lanciare entro questi tre mesi. In Europa esiste l’istituto dell’Ombudsman, il Mediatore europeo, che già a novembre ha aperto un’indagine sul declassamento del lupo da parte della Commissione europea, sostenendo che mancano evidenze scientifiche, che ci sono dubbi sulle motivazioni (in risposta alle pressioni essenzialmente politiche di portatori di interessi) e ci sono rischi per la conservazione della specie, particolarmente preoccupante in aree come l’Italia dove, oltre alla caccia “legale” continuerebbe a colpire il bracconaggio. Le convenzioni e direttive EU sono vincolanti, ma lasciano agli stati membri la scelta della forma e dei metodi per raggiungere gli obiettivi prescritti. Perciò in questo periodo di tempo le azioni di informazione e pressione da parte delle organizzazioni per la conservazione della natura, dei conservazionisti e dei ricercatori diventano ancor più importanti. Le conseguenze del downgrading potrebbero interferire sui processi in corso di transizione degli ecosistemi verso stati di rinaturalizzazione più equilibrati. Dobbiamo fare il possibile per ribadire l’importanza dei contributi del lupo ai servizi ecosistemici, come, ad esempio, la predazione di erbivori selvatici e la riduzione del loro impatto su colture e vegetazione naturale, il contrasto a malattie infettive come la peste suina africana, che è diffusa anche dai cinghiali. Occorre ribadire il sostegno ad ulteriori sperimentazioni e all’utilizzo delle tecnologie di prevenzione; la richiesta di partecipazione ad eventuali revisioni del piano d’azione nazionale e alla redazione di programmi regionali di controllo; il ruolo essenziale della supervisione tecnico-scientifica di ISPRA e del Ministero dell’Ambiente. La Convenzione di Berna e la Direttiva Habitats sono leggi di protezione della biodiversità, ed il loro obiettivo di fondo è garantire lo stato di conservazione favorevole di tutte le popolazioni protette, lupo incluso. Come dichiara il WWF: “Il declassamento del lupo è un ritorno al passato”. Proviamo a fermarlo. Non vorremmo vedere il ritorno dei lupari con i loro trofei esibiti nelle piazze del nostro Paese.

Comunicazione ambientale: un’esigenza di riequilibrio tra umanità, natura e innovazione

Di Giulio Maria Chiodi - Professore ordinario emerito di Filosofia politica e Filosofia del diritto

Il concetto di comunicazione da molti anni è valorizzato come una delle principali chiavi interpretative della costituzione e del comportamento di insiemi e di sistemi di relazione, nonché delle loro trasformazioni; e il fenomeno non concerne soltanto i comportamenti umani. La comunicazione è concepita, perciò, se non proprio come l’unica, certamente come la principale responsabile delle strutture e delle dinamiche assunte da ogni forma dell’esistente, cosicché la spiegazione delle modalità compositive e altresì attive di un organismo, individuale o collettivo, viene affidata all’individuazione della quantità e della qualità delle informazioni che le sue componenti si scambiano al suo interno e che, al suo esterno, esso nella sua unità scambia con altre entità. Il mondo, detto in altri termini, è visto come uno sterminato insieme e insieme di insiemi in costante intercomunicazione. Si ritiene che l’interruzione dell’azione comunicativa, se non si instaurano nuovi rapporti, equivale per un organismo alla sua estinzione.

Anche la realtà ambientale assunta nella sua totalità, dunque, può essere considerata come un sistema complesso di fattori intercomunicanti.

Ogni ambiente nelle sue articolazioni appare come un organo vivente appartenente all’intero organismo di Gea. In quest’ottica diamo per acquisita una premessa basilare: la comunicazione, nelle sue innumerevoli manifestazioni, intesse una struttura dinamica che forma e condiziona costitutivamente l’ambiente e l’ambiente a sua volta è determinante nel condizionare la comunicazione che gli inerisce. L’ambiente perciò è da intendersi, in ultima analisi, come il risultato unitario ed articolato di una continua interazione di fattori reciprocamente condizionanti e condizionati, che solo per semplificare possiamo polarizzare su due estremi: il territorio fisico o naturale e gli esseri umani che lo popolano.

Già gli antichi – un illustre esempio viene da Ippocrate, ma non è il solo – avevano sviluppato la teoria dell’incidenza dei climi e della natura dei territori sulla formazione dei costumi dei popoli; oggi ci poniamo anche il rapporto inverso, ossia dell’incidenza umana sul clima e sulla natura e, detto in sintesi, ragioniamo su un evolversi interconnesso e unitario dell’umanità e del suo habitat. Si tratta, in ultima analisi, di una sorta di simbiosi in continuo mutamento, in virtù della quale prendono corpo i vari ecosistemi e biosistemi nelle loro modalità evolutive e involutive in diretta congiunzione con l’intervento umano.

L’ambiente, insostituibile condizione di sopravvivenza, è dunque da definirsi come un’entità natural-culturale, risultato cioè di una fusione di elementi naturali e di operato umano in costante trasformazione. Su queste basi si profila la necessità di un’attenta presa in considerazione delle realtà ambientali in cui viviamo, in vista anche di precise prese di posizione sul come relazionarsi in esse e con esse: il come comportarsi “ambientato” è un problema impellente del presente che proietta nel futuro gli esiti delle soluzioni e rende pressante l’assunzione di un costume sociale che ne prenda piena consapevolezza e sappia agire di conseguenza. Detto con altri termini, la cura dell’ambiente, concepito nella sua unitaria molteplicità, è sempre più giudicata una priorità indiscutibile dalle strategie della sopravvivenza.

Insorge in tal modo il bisogno di commisurare alle esistenti condizioni ambientali le necessità economiche e i profitti materiali, tenendo in debito conto il paesaggio, la produzione, il carattere delle risorse presenti, le attività agricole, manufatturiere e industriali locali, le peculiarità dell’organizzazione e della tipologia delle iniziative commerciali che convivono. Ma alla tutela del patrimonio naturale, che coinvolge anche la sempre più pressante questione del reperimento di risorse primarie, si affianca la cura del patrimonio apportato dall’opera umana, frutto del susseguirsi storico e profondamente integrato col territorio in quanto tale, con la terra lavorata dal sudore di intere generazioni e spesso nutrita dal sangue versato per difenderla o fors’anche per conquistarla, e con le aree intensamente urbanizzate.

Recentemente si è accresciuta la sensibilità nel prendersi cura dell’ambiente in merito ad interventi tanto sostitutivi o di protesi territoriale quanto riattivanti, quanto nei confronti di aree naturali, rurali o urbanizzate, anche sulla spinta di una imperante propensione all’innovazione.

Innovare è necessario, ma non deve essere fine a sé stesso. La sopravvivenza è sicuramente garantita dal rinnovamento delle fonti energetiche e dal reperimento di nuove risorse, che inevitabilmente trasformano gli ambienti, ma come la terra deve essere curata affinché produca i suoi frutti, che poi altresì la rigenerano, altrettanto va curato l’ambiente preso nel suo complesso, affinché risponda alle nostre reali esigenze, in maniera di non alterarlo più del necessario e assicurando il mantenimento delle sue peculiarità. Oggi si parla di sostenibilità, con riferimento prevalentemente pensato in chiave economica e legato a un rapporto calcolistico costi-benefici, ma il concetto deve essere esteso oltre i valori puramente materiali fino a comprendere valori morali e ideali: alla sostenibilità puramente utilitaristica va accostata anche la sua compatibilitàcon la conservazione del patrimonio culturale.

L’osservanza della compatibilità ambientale, assunta in tal senso, è di salvaguardia alla sussistenza identitaria delle collettività e comporta una responsabilità verso l’ambiente, che si risolve, in prima istanza, in responsabilità verso chi vi è insediato e in ultima istanza verso l’intera umanità. Coltivare materialmente e moralmente il proprio ambiente è da porsi come un dovere primario. Non ha alcun senso parlare di diritti dell’ambiente e sull’ambiente, ma in realtà bisogna soltanto parlare di doveri verso l’ambiente, che nel contempo comportano anche doveri dell’ambiente, se considerato nella sua componente umana, nei confronti degli altri ambienti.

Mettere in evidenza in proposito il concetto di Identità non significa semplicemente porre un problema di conservazione, ma piuttosto di continuità, di specificità, di particolarità insostituibile, di una ricchezza quindi con sue peculiarità di cui uguali, prese nel loro insieme, non si riscontrano altrove. È l’identità a qualificare come tale un ambiente preso nel suo complesso; e nel contempo l’ambiente nel suo complesso contribuisce a determinare le identità che ospita. In conclusione, l’ambiente non può essere concepito come qualcosa di soltanto esteriore, preordinato, passivamente accogliente l’essere umano che lo abita: noi siamo sempre in un ambiente, ma anche l’ambiente è in noi, l’ambiente è anche noi. Per questo motivo, per ben acquisire questo concetto, dobbiamo prima di tutto concepire il contesto relazionale in cui viviamo come ambiente culturale.

Ambiente culturale è memoria ambientale; la conservazione della memoria è il fattore qualificante. C’è una memoria conscia, rappresentabile, di portata sia collettiva che personale: in entrambi i casi è evocativa, ossia espressione di un passato, che fa parte del luogo e di noi, lo vive, lo riplasma, lo presentifica fisicamente e sentimentalmente. I monumenti celebrativi di quel passato sono simboli vissuti, infondono sostanza identitaria, che continua ad influire su condizioni di vita e su assetti sociali, costitutivi non soltanto di ricordi retorici o di oggetti di curiosità artistica e di antiquariato; sono invece dotati di energie simboliche che plasmano sentimenti di appartenenza, attestando radici storiche e stimolando continuità solidamente fondate rivolte al futuro. Reperti archeologici, edifici di culto, antichi palazzi o semplici costruzioni familiari e rurali, specialmente se dotati di esclusive peculiarità, quando si trovano disseminati in un medesimo territorio lo caratterizzano, lo impregnano di significati, addirittura lo consacrano e si fanno elementi insostituibili nel qualificarne la natura e tutto l’insieme della sua abitabilità. Si tratta di testimonianze non soltanto mnestiche, ma anche silenziosamente orientanti le idee e i sentimenti dell’intera collettività che pratica in quegli spazi; e tanto più rivestono tale carattere, quanto più intense sono la consuetudine di abitare o di frequentare un consimile ambiente. Accanto a una memoria conscia, ecco che si cela anche una memoria inconscia, incidente sulla percezione dei sensi, sui sentimenti e sulle intenzionalità che orientano la mente.

È sulle basi ora tracciate che si delineano le specificità di quella che possiamo definire la comunicazione ambientale.

Le forme di comunicazione coinvolgente le componenti ambientanti attingono all’intimità del nostro essere e ne attivano le energie più sottili e più radicate negli animi. Ciò determina altresì la memoria inconscia che agisce per vie sotterranee, ma anche impregna lo spirito che anima una comunità e di fatto ne costituisce le insostituibili peculiarità. Un punto fermo va posto in posizione prioritaria: qualsiasi cura del territorio presuppone un intenso scambio comunicativo con e tra le componenti culturali che vi sono insediate, cogliendo le suggestioni di paesaggio sia territoriale che immaginario. Senza disposizione ad una ricettività intercomunicativa di tal genere non si dà comunicazione, perché l’ambiente è terra morta.

Il sentimento di appartenenza sviluppa anche modi di essere non forzati, non costrittivi, giacché questi si percepiscono dettati dalla condivisione di costumanze, che infondono anche il senso di una particolare dignità rappresentativa, spesso anche intrisa di sano orgoglio, che si risolve in comportamenti sociali utilmente condivisi e socialmente acculturanti. La comunicazione ambientale agisce infatti sulle potenzialità di autoriconoscimento a beneficio di rapporti sociali più consapevoli della propria e dell’altrui libertà e coinvolgenti un senso comune di responsabilità.

Simile ad un organismo vivente, quindi soggetto a trasformazioni evolutive e involutive, l’ambiente deve potersi strutturare conservando anche le sue memorie, come se dovesse fare costantemente tesoro delle esperienze consumate. Col passato ci si deve misurare onde trarre indicazioni ed orientamento per il futuro. Senza conservazione del suo passato un ambiente assomiglia ad uno smemorato che, in quanto tale, non sa chi sia né da dove venga ed è quindi privo della capacità di discernimento e di direzione e, per conseguenza, rimane in completa balìa del sopravvenire di ogni evento, impreparato ad affrontare qualsivoglia situazione ed esposto ad ogni degradazione. È soprattutto una costante intercomunicazione ambientale ad impedire la perdita di memorie e il successivo disarticolarsi e il disgregarsi di una comunità.

Comunicazione significa necessariamente “rivolgersi a”, “recepire da”, di conseguenza comporta relazione, contatto, coinvolgimento e, come suggerisce il vocabolo, altresì messa in comune. Comunicare, comunque, non significa semplicemente scambio di informazioni. Quanto possiamo affermare in merito non è un gioco di parole: informazione è condizione di formazione e quindi anche di performazione e infine conformazione. Comunicazione significa, allora, dare e al tempo stesso recepire indicazioni, ma favorendo in tal modo un’attività cognitiva che non si arresta all’acquisizione di nozioni o alla ricerca e alla messa a disposizione di dati, bensì arricchisce il patrimonio esistenziale, lo plasma e potenzia gli stimoli creativi e le iniziative all’azione. Al tempo stesso l’intercomunicazione, che anima la dialettica individuo-comunità-ambiente, genera un aumento della circolazione e della condivisione di energie cognitive e di modalità funzionali, che attivano aperture sia per l’ampliamento delle scelte e dell’acquisizione di novità, sia nei confronti delle alterità, in forme non stravolgenti e sostanzialmente compatibili con l’esistente.

Aver cura del proprio ambiente, colere, coltivare è cultura e valorizzazione del patrimonio disponibile. È atteggiamento che genera e invigorisce il poco sopra invocato sentimento di appartenenza. È questo un sentimento costitutivo, che rafforza autoconsapevolezza e solidarietà, incrementa potenzialità e capacità di ambientamento, qualificazione di identità, che orienta a valutazioni appropriate sia sui limiti e sui bisogni comuni effettivi, sia sulle adeguate necessità di apertura, di integrazione, di comprensione delle diversità e delle complementarità indispensabili alla conservazione e agli sviluppi della vita associata.

L’autoconsapevolezza di una comunità è condizione di consistenza e di specificità, che si fondano sul sentimento di appartenenza, e consente di valorizzare sé stessa e nel contempo di relazionare stessa al mondo, operando maggiori e più virtuose reciprocità.Anche “comunicazione ambientale” significa soprattutto concreta manifestazione del sentimento di appartenenza. Tale sentimento, a sua volta, attesta una realtà di cui si è parte e che al tempo stesso è parte di noi. Le conseguenze di questo stato d’animo sono di grande rilevanza sociale: costituiscono un correttivo a due opposti ma strettamente compatibili e indesiderabili eccessi, che sotto il profilo della convivenza presentano aspetti patologici: sono le chiusure in un individualismo egotico autoreferente e le aperture ad un globalismo indifferenziato, entrambe situazioni abrasive di pensiero creativo e di effettiva intercomunicazione tra esseri umani consapevoli delle proprie scelte, entrambe soffocatrici tanto della coscienza di sé quanto dell’effettivo interscambio di apprendimenti e di valori.

Il sentimento di appartenenza è dotato di un intenso spirito socializzante e conferisce connotazioni identitarie, che non sono affatto imposte e passivamente recepite, ma attivamente partecipate a beneficio della comunità e dei suoi toni civili. Si può dire di più: è in virtù di una sorta di narrazione collettiva che, esprimendoci in forma un po’ enfatica, quel sentimento accomunante offre contenuti ai miti dell’origine o miti fondativi, in assenza dei quali è impossibile l’autoriconoscimento di una collettività e molto fragili se ne fanno i legami e le capacità di interazione con altre realtà.

Del sentimento di appartenenza in forma collettiva fanno parte integrante ritualità costumali e celebrative, che tanto più rivestono una funzione intercomunicativa aggregante quanto più sono radicate nelle consuetudini ambientali e non espresse da occasioni o circostanze transitorie ed effimere, ancorché dotate di momentaneo successo. Cerimonie ed iniziative rappresentative segnate dalle impronte consuetudinarie includono implicite consonanze accomunanti e investiture legittimanti e non si esauriscono affatto nelle momentanee coreografie.

Svolgeun ruolo rilevante il rispetto delle tradizioni, chenon è da considerarsibanalmente coincidente con un dogmatico tradizionalismo. Il tradizionalismo guarda al passato, il rispetto della tradizione qui in questione, invece, guarda con collaudata competenza al futuro e valorizza la sua entità secondo una temporalità non piattamente lineare, bensì ritmica. Cosa significa? Che il passatista tradizionalismo ha un atteggiamento descrittivo nei confronti del passato per poi volerlo riprodurre inalterato nel presente; quanto intendiamo come rispetto della tradizione, di contro, vive gli stimoli reperiti nelle memorie, ne fa termini di confronto, ne approfondisce le premesse più costruttive e ne mette a frutto le risorse materiali e spirituali reperite. Il ritmo non è solamente il tipo di temporalità che si riscontra nella musica, ma è anche quella forma temporale che scandisce le ritualità, le ricorrenze di una comunità, la conservazione di costumanze, la riproduzione di avvenimenti strutturanti, la tipicità delle proprietà naturali e costruite, l’allestimento di festività con le loro consuete ritualità, che comprendono anche le atmosfere familiari. Non si tratta affatto di ripetizione dell’identico, non si tratta di automatismi, ma di rinnovamento costante dell’espressione e della trasmissione di energie continuative, in maniera non molto dissimile alla rigenerazione effettuata dai cicli naturali della biosfera o a quella dei rintocchi di campana nelle ore e ricorrenze prestabilite.

La comunicazione ambientale, nella sua dimensione specificamente pubblica, si manifesta dunque anche con propri ritmi performativi, che la connotano e che trasmettono informazioni costitutive di sue peculiarità aggreganti, a differenza di quanto avviene con quelle utilitaristicamente programmate e riversate dalla comunicazione di massa omologante, tese a pianificazioni sradicate e volutamente sradicanti dalle proprietà naturali e culturali degli ambienti in quanto tali. La socializzazione ambientata, invece, riflette una comunicazione compartecipe sulla base di un vissuto condiviso, non imposto, spontaneo nelle consuete componenti degli ambiti di aggregazione. Da queste osservazioni si evince immediatamente che comunicare con e nel proprio ambiente smuove spontanee e connaturate istanze interiori, che non richiedono il sussidio di apposite mediazioni, poiché sono espressione di modo di sentire e pensare e di relazionarsi, sostenuto da una coscienza identitaria in connaturata condivisione di necessità e di sorti comuni.

Ma qui si impone anche una precisa riflessione sulle incombenti necessità epocali di misurarsi con la necessità, ormai considerata planetaria, di introdurre innovazioni. Nell’affrontare il problema, si fa evidente il ruolo decisivo della comunicazione ambientale nell’individuare e coltivare adeguate forme degli interventi innovativi. A questo proposito la comunicazione ambientale è chiamata ad assolvere al compito di contribuire al mantenimento di sani ed efficaci equilibri tra conservazione ed innovazione in maniera che l’apporto dell’esperienza, e quindi di una ben collaudata attitudine a dialogare con le qualità costitutive dell’ambiente preso nel suo complesso, si configuri quale fattore funzionale assolutamente indispensabile.

A fronte di qualsiasi intervento trasformativo la geografia, la conformazione territoriale, le caratteristiche delle coltivazioni, dell’urbanizzazione e delle reti di collegamento devono contestualizzarsi armonicamente non solo in quanto paesaggio inerte, ma in quanto parte costitutiva dell’intero complesso vitale determinato dai fattori evocativi, dall’atmosfera storica, dalle suggestioni estetiche, dal patrimonio artistico e in generale dall’aura culturale che il luogo ispira.  Carente o addirittura mancante intercomunicazione tra fattori ambientali corrisponde, in tal caso, a favorire una vita sociale disambientata e psicologicamente disorientata.

Non da ultimo, la corretta ed equilibrata intercomunicazione ambientale favorisce nella comunità la creazione di un tessuto partecipativo, idoneo a provocare una più efficace interazione tra i cittadini e le istituzioni che li rappresentano. Si può perfino giungere a sostenere che intercomunicare consapevolmente nei confacenti modi in relazione al proprio ambiente sia uno dei più validi presupposti per predisporre le basi di una buona amministrazione e più in generale di un buon governo. Infatti, le componenti emotive e psico-affettive che accompagnano i modi di rapportarsi all’ambiente inducono anche a temperare autoreferenzialità e conflittualità meramente ideologiche e convinzioni divisive, politiche o religiose, senza per ciò disconoscerne la rilevanza, inducendo a non pregiudicare le sottili continuità che legano a luoghi e costumi e che nutrono il sé collettivo come parte del sentire ed agire personale.

Comunicazione ambientale è sinonimo di autocoscienza, di comunanza, di responsabilizzazione collettiva e individuale, di sentimento e condivisione di appartenenza, tutte precondizioni atte allo sviluppo di solidarietà e di ragionevole fruizione di risorse naturali e morali, idonee ad assicurare equilibri dinamici al corpo sociale.

Nella comunicazione ambientale occorre riserbare uno spazio privilegiato al cosiddetto genius loci. È l’interlocutore fondamentale del complesso ambientale preso nel suo insieme. Preliminare ad ogni trasformazione ambientale dovrebbe sempre intervenire un tipo sui generis di comunicazione, che può richiedere raffinata e sagace accuratezza col genius loci. È questa una figura immaginaria, estremamente fragile e discreta, che riassume in sé i significati e le energie patiche di un ambiente, facendosene idealmente interprete e nume tutelare: lo si può dire l’anima di un ambiente. La percezione della sua presenza, riassuntiva di un tutto unitario e multiforme, fa comprendere l’unicità e l’irripetibilità delle caratteristiche di un ambiente e invita alla sua salvaguardia e soprattutto a non rendersi, di fatto, parassiti di quel contesto territoriale, che fra l’altro può in certi casi, se provocato, reagire con disastrose rivalse eco-ambientali in forme impreviste. Anche un singolo insediamento, una singola abitazione, una particolare area naturale possono nascondere un proprio genius loci. Già gli antichi ne avevano compreso l’importanza, rappresentandolo come protettore e spirito propiziatorio di un luogo alla stregua dei lari protettori della famiglia. Rilevare la sua presenza equivale alla comprensione degli equilibri compositi e delle energie inafferrabili che reggono e qualificano un ambiente, conservandolo nella continuità delle sue sane fattezze.

Urbanisti, architetti, programmatori territoriali, gestori e governatori a vario titolo degli spazi devono intuire e saper interpellare i genii locorum ed apprenderne il silenzioso e multiforme linguaggio, altrimenti la mancata intercomunicazione produce inevitabilmente danni e scompensi in quegli equilibri. Il vandalismo estetico, l’urbanizzazione selvaggia, il cinico e irresponsabile sfruttamento di aree naturali sono responsabili di vere e proprie devastazioni, semplicemente imputabili al non aver saputo, ma spesso non aver voluto, consultare i suggerimenti del genius loci, da considerarsi a pieno titolo anche un genius communitatis.

Ma c’è di più. Interpellare il genius loci, respirarne l’aura, equivale altresì a mettere in pratica il terzo principio della dinamica, che avverte che ad ogni azione corrispondono reazioni contrarie di ugual portata e invita perciò a temperare e calibrare ogni intervento in considerazione di inevitabili e poco prevedibili effetti negativi. Il richiamo a questo principio del mondo fisico è estensibile anche all’operare socio-ambientale e occorre essere consapevoli che trasformazioni ed innovazioni qualsivoglia non si risolvono soltanto nel conseguimento delle utilità desiderate, come se fossero fine a sé stesse, ma che comportano sempre effetti compensativi controvalenti, che soltanto gli sfruttamenti sconsiderati di aree, le urbanizzazioni selvagge, nonché gli interventi riparatorî decontestualizzati mettono in chiara evidenza. Avere contezza di queste situazioni sotto diversi profili (economici, estetici, funzionali, ecologici, sociali, affettivi, cultural-patrimoniali e via dicendo), premessa indispensabile per un’effettiva valorizzazione ambientale si risolve di fatto nella capacità di saper comunicare col genius loci, il che vuol dire, in ultima analisi, con l’ambiente vivente preso nel suo complesso.

Diversamente dal turista distratto o di passaggio, ascoltare le voci della memoria, conoscere la storia dei luoghi, cogliere i significati desumibili, apprendere, saper ascoltare anche i silenzi, saper collegare particolari, individuare le pertinenze e le continuità, elaborarne proiezioni mentali atte a suggerire e guidare iniziative vuol dire comunicare effettivamente con l’ambiente. È una comunicazione prettamente simbolica e quindi in grado di esprimere dimensioni ricavate indistintamente dal conscio e dall’inconscio, dall’interiorità personale e dal vissuto comune, dall’immaginazione e dalla realtà oggettiva. La comunicazione ambientale ha dunque valenze squisitamente patiche, ossia elaborate simbolicamente dalla psiche, dove contemporaneamente e inscindibilmente come un tutt’uno agiscono la mente e le affezioni interiori o, come direbbero gli antichi, la mente e il cuore.

Comunicare con e nell’ambiente è altresì connesso con l’attitudine all’introspezione, ossia col saper dialogare con sé stessi attraverso il saper guardare, il saper ascoltare gli stimoli, il provare sensazioni ed emozioni, il destare affetti e il nutrire sentimenti e aspettative, lo scoprire implicanze di cose e memorie, il cogliere i tratti qualificanti e distintivi di un paesaggio o di un’architettura, il saper instaurare muti rapporti con le impressioni ricevute effettuando un percorso o soffermando lo sguardo su uno scorcio oppure rivisitando strutture consuete e il ripensarne vissuti e mutamenti, il sostare occasionale imbastendo una riflessione sullo scorrere del tempo lungo il luoghi o immaginando il trascorrere di generazioni che li abitano. Tutte queste forme di comunicazione squisitamente ambientale, che di per sé sono strettamente personali, alimentano e qualificano anche la comunicazione sociale, perché si trasformano in messaggi qualificanti nelle relazioni che poi si riversano nella comunità.

L’assenza o la forte carenza di un tal genere di comunicazione con cose e persone - che può essere frutto di indifferenza o di distrazione, di disaffezione, di inerzia attitudinale o di facile allettamento alla presa di attrattive bassamente utilitaristiche o di messaggi massificati dai processi globalizzanti – inducono a creare condizioni di spaesamento, diciamo pure alla lettera di “disambientamento”, che gradualmente compromettono la consistenza di un habitat natural-culturale e morale e contribuiscono a rendere passivi gli animi di chi vi è ospitato. L’idea di spaesamento qui adombrata può bene esprimere la situazione di carenza di comunicazione ambientale come forma di estraneazione all’ambientamento in sé stesso che conduce a condizioni di vera e propria irresponsabilità, che prende le mosse proprio dall’irresponsabilità ambientale, a partire dalla quale la convivenza umana stessa incomincia a profilarsi come vittima inerme degli eventi.

Sono in corso elaborazioni di molte teorie sui principî-guida da seguire per prevenire o impedire nei territori l’aggravamento di processi di degrado temuti irreversibili, ma è urgente in aggiunta si è fatto urgente concepire un maggiore coinvolgimento degli aspetti che possiamo definire culturali, comprensivi delle esigenze del vissuto collettivo ambientato, onde cercare soluzioni che consentano il massimo equilibrio possibile tra le varie componenti ambientali. Il genere di comunicazione di cui qui ci occupiamo svolge in merito un ruolo essenziale e prodromico, in quanto incisivo sull’orientamento che devono assumere le scelte più opportune.

Prima di concludere non si può prescindere da un accenno alle innovazioni tecnologiche, che trovano applicazione sempre più estesa in tutti i campi. La civiltà digitalizzata neutralizza spazi e tempi e segue logiche meramente datistiche, in cui il dato è recepito decontestualizzato e astrattamente ricontestualizzabile – giocando con le parole diremmo “disambientato” e astrattamente “riambientabile” – ed è perciò facilmente incline ad ignorare completamente il sistema di relazioni di cui originariamente fa parte. Detto altrimenti, l’intelligenza artificiale persegue utilità avulse da un’effettiva intercomunicazione, giacché la macchina è incapace di dialogo, poiché in sé e per sé solamente monologa e recepisce monologhi. La comunicazione ambientale, come a grandi linee l’abbiamo tratteggiata, le è del tutto estranea (agisce con “mente” separata dal “cuore”) e ciò ci induce a pensare che un ambiente reale e vitale non può certo essere affidato soltanto alle sue programmazioni.

Se ne deduce l’insostituibilità dei valori assunti ed espressi dalla permanenza di contatti intercomunicativi diretti con e dell’ambiente, le cui caratteristiche assicurano una proficua complementarità ed efficacia integrativa e correttiva alle virtualità egemoniche della macchina, conservando proprietà squisitamente umane e naturali a fronte delle sue informazioni programmate e seriali, esproprianti la varietà di appartenenze e le specifiche identità coese alla vita personale e collettiva. 

In conclusione, il luogo unitariamente naturale e sociale che definiamo ambiente, vissuto sia nelle impressioni ricevute che nelle proiezioni espresse, è fonte di educazione, che nella sua articolata complessità aiuta a coniugare le dimensioni estetiche, nel senso esteso del termine, con quelle etiche, ed è condizione precostitutiva della coltivazione (dal latino colere, da cui cultura) delle inclinazioni personali, dell’istinto orientatore, delle intenzionalità del pensiero, delle idealità, che infine tramite l’intercomunicazione sociale alimentano le relazioni e il costume collettivo vigente. L’ambiente è, per tale motivo, un patrimonio concentrato di risorse etiche, in cui il rispetto delle consuetudini non si risolve nel chiuderne i ricordi in una specie di ideale archivio museale, ma nel porre a disposizione e mettere in azione esperienze collaudate, che offrono un prezioso sostegno orientatore per il futuro. È questa una buona ragione per affermare che incombe il dovere di diffondere e fortificare una solida coscienza ambientale1.



1. La letteratura sui temi toccati è ormai molto vasta. Solo per un’indicazione di primo avvio per eventuali approfondimenti segnalo: Giacomo Becattini, Ritorno al territorio, Il Mulino, Bologna, 2009; Vincenzo Pepe, Pensare il futuro. Dare vita a un nuovo modello di ambientalismo, Cairo, Milano, 2018; Alberto Magnaghi, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2020; per accostare la problematica giuridica cfr. Giovanni Cordini, Paolo Fois, Sergio Marchisio, Diritto ambientale: profili internazionali europei e comparati, Giappichelli, Torino, 2024.