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Il favor legislativo per le fonti rinnovabili a discapito dell'identità di interi territori

Donato Cancellara - Ass. VAS per il Vulture Alto Bradano

Il Decreto Legislativo n. 104/2017, in attuazione della direttiva europea 2014/52/UE concernente la Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) di determinati progetti pubblici e privati, ha introdotto numerose modifiche al d.lgs. n.152/2006 (Testo Unico Ambientale) con particolare riferimento alla competenza in materia di V.I.A. quale strumento che dovrebbe verificare la sostenibilità di un progetto anche tramite adeguate misure di mitigazione.
Tale decreto ha previsto che tutti i progetti di opere elettriche (in generale stazioni elettriche ed elettrodotti) per i quali è prevista la V.I.A. o la procedura di Verifica di assoggettabilità alla V.I.A., cosiddetto screening alla V.I.A., siano da ritenersi di competenza statale, così come le procedure di V.I.A. di progetti di impianti eolici con potenza elettrica nominale maggiore ai 30 MW.

Le ripercussioni di tali disposizioni sono rilevanti in tutti quei territori, la Basilicata in primis, che risultano martoriati dall'eolico selvaggio e dall'anomalo proliferare di opere elettriche, spesso ritenute surrettiziamente - durante l'iter autorizzativo - opere connesse all'impianto eolico oggetto di autorizzazione unica regionale. Si ricorda che, ad oggi, 18 sono le nuove istanze di V.I.A. (metà delle quali di competenza regionali e l'altra metà di competenza statale) riguardanti mega impianti eolici che si vorrebbero realizzare in Basilicata per un totale di oltre 540 MW di potenza elettrica da installare tramite 178 nuovi aerogeneratori i cui progetti eolici interesserebbero 24 Comuni lucani.

È in questo scenario che si va ad innestare l'annosa vicenda della "trasversale lucana" quale rilevante progetto comprendente svariate opere elettriche autorizzate tramite Delibera di Giunta Regionale n. 279 del 12 marzo 2013. Con detta delibera venne dato il nulla osta alla realizzazione di una miriade di opere elettriche considerate connesse ad un impianto eolico di soli 8 aerogeneratori per una potenza complessiva di 20 MW. Parliamo della stazione elettrica "Genzano" 150/380 kV, della stazione elettrica "Nuova Vaglio" a 150 kV, della stazione elettrica "Nuova Oppido" a 150 kV, della stazione elettrica "Nuova Avigliano" a 150 kV nonché una doppia linea di elettrodotti di collegamento a 150 KV per oltre 40 Km di tracciato. Tutte opere elettriche invasive ed impattanti sul territorio, classificato agricolo, di 5 Comuni (Cancellara, Vaglio, Tolve, Oppido e Genzano di Lucania) che solo successivamente sono pervenute alla società Terna S.p.A. tramite un susseguirsi di volture tra gennaio 2014 e maggio 2015. Tutte opere ritenute connesse all'impianto eolico di 20 MW, proprio quell'impianto entrato in esercizio anche senza che tali opere venissero completamente ultimate. Tutte opere necessarie ed indispensabili a svariati impianti eolici e non solamente a quell'unico impianto di 20 MW. Tutte opere con un impatto ambientale che risulta essere indiscutibilmente maggiore rispetto a quell'impianto eolico considerato "opera principale" a fronte della miriade di opere elettriche ritenute "opere connesse".
Stiamo parlando della già citata D.G.R. n. 279/2013 in cui si precisa che il giudizio di compatibilità ambientale è da ritenersi valido per un periodo massimo di 5 anni a partire dall'adozione della delibera e che entro tale data dovevano iniziare ed essere ultimati tutti i lavori per la realizzazione del progetto comprendendo anche quelle opere elettriche che oggi chiamiamo "trasversale lucana".
Opere che non sono state integralmente realizzate nel termine perentorio dei 5 anni per motivi riconducibili anche alla necessità di varianti progettuali, interferenze con aree soggette ad usi civici ecc... Tutti aspetti non banali che avrebbero potuto richiedere la ridiscussione dell'opera nel suo insieme da parte della Regione Basilicata con il coinvolgimento di tutti i portatori di interesse insieme, ovviamente, all'unica società avente titolarità dell'opera qual è Terna.
Cruciale la voltura con la quale nel gennaio 2014 si trasferisce la titolarità dell'Autorizzazione Unica rilasciata con D.G.R. n. 279/2013 alla società Serra Carpaneto s.r.l. poi Serra Carpaneto 3 S.r.l., a favore della società Eolica Cancellara S.r.l. già titolare di altra autorizzazione rilasciata con D.G.R. n. 278/2013. Voltura che avrebbe riguardato le sole 2 stazioni elettriche "Nuova Vaglio" e "Nuova Oppido" con relativi raccordi. Una volturazione precedente a quelle che avrebbero poi portato Terna ad essere l'unica titolare della "trasversale lucana".

Tutta questa lunga premessa per comprendere il senso della Deliberazione n. 133 del 14 febbraio 2019, di recentissima pubblicazione, con la quale l'Ufficio di Compatibilità ambientale della Regione Basilicata ha deciso l'archiviazione dell'istanza, presentata dalla Società Terna Rete Italia S.p.A., riguardante la proroga del termine di validità del Giudizio favorevole di Compatibilità ambientale, inizialmente rilasciato con D.G.R. n. 279/2013, per sopravvenuta incompetenza legislativa a seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 104 del 16 giugno 2017.
Estenuante il braccio di ferro tra Terna che avrebbe voluto far esprimere la Regione Basilicata sulla proroga e la stessa Regione, per il tramite del suo ufficio competente, nel sostenere la sua impossibilità a soddisfare la richiesta ed il dover necessariamente rivolgersi al Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (M.A.T.T.M.) per sopravvenuta competenza statale dell'oggetto della richiesta.
La discussione, alquanto surreale, sembra essere stato il tentativo di considerare tutte le opere elettriche, sopra menzionate, spacchettate in due distinte delibere di giunta regionale (DGR n. 278/2013 e n. 279/2013) tali da giustificare la competenza regionale di una di esse (la n. DGR n. 279 riguardante un impianto avente potenza inferiore ai 30 MW), oppure considerare tutte le opere elettriche in un unico progetto quale la "trasversale lucana" senza distinzione tra ciò che risulta presente in una delibera e ciò che risulta presente in altra delibera. Era così complicato comprendere che le tante opere elettriche andavano considerate come un unico e rilevante progetto elettrico facente capo ad un'unica società legittimata alla gestione delle opere AT e AAT (alta ed altissima tensione)?

Lo scenario si complica con una recentissima legge della Regione Basilicata n. 4/2019, approvata dal Consiglio regionale in regime di prorogatio, con cui è stato introdotto il raddoppio del contingente di potenza elettrica installabile derivante da fonte eolica, ed in particolare al comma 3 dell’articolo 13 si prevede che: “nelle more della adozione della nuova pianificazione energetica ambientale della Regione, ai fini del rilascio delle autorizzazioni di cui all'art. 12 del D.Lgs. n. 387/2003 i limiti massimi della produzione di energia da fonte rinnovabile stabiliti dalla Tab. 1.4 del vigente P.I.E.A.R. approvato con L.R. n. 1 del 19 gennaio 2010, sono aumentati per singola fonte rinnovabile in misura non superiore a 2 volte l'obiettivo stabilito per la fonte eolica e per la fonte solare di conversione fotovoltaica e termodinamica e in misura non superiore a 1,5 volte gli obiettivi stabiliti per le altre fonti rinnovabili in essa previste".
Alquanto surreale pensare di installare centinaia di altre pale eoliche prima di una nuova ed aggiornata pianificazione energetica in Terra di Basilicata. L'installazione di aereogeneratori ha generato un'evidente situazione di insostenibilità dal punto di vista ambientale e paesaggistico avendo raggiunto, già da molto tempo, un massiccio abuso della parola rinnovabile che, spesso, cerca di eludere quella di speculazione.

La legge contestata è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri con Delibera dell'8 maggio scorso, ma non nella direzione sperata. Infatti, si legge che "nel nostro ordinamento non vi è un principio di regionalizzazione per la produzione e consumo di energia. Secondo quanto disposto dall'art. 1, comma 1, del d.lgs. 79/1999, la produzione di energia elettrica (da qualunque fonte) è attività libera e non è pertanto condizionata dall'entità dei consumi in ambito regionale. Le linee guida statali, in coerenza con tale principio, prevedono che l'eventuale superamento di limitazioni programmatiche contenute nel Piano energetico regionale o delle quote minime di incremento dell'energia elettrica da FER non preclude comunque l'avvio e la conclusione favorevole del procedimento di rilascio dell'autorizzazione unica (par. 14.5). Il riferimento alle quote minime di incremento di energia da FER è stato introdotto nelle linee guida in relazione all'obiettivo nazionale del 17% di consumo finale lordo da FER al 2020, stabilito dalla direttiva europea 2009/28/CE (sulla promozione delle fonti rinnovabili). In base al d. lgs. 28 del 2011 è stato emanato il DM 15 marzo 2012 (cd. Burden Sharing) che ha ripartito detto obiettivo fra le Regioni, in considerazione del loro potenziale tecnico-economico e delle disponibilità di risorse energetiche locali.
Sebbene la Regione Basilicata sia in linea con la traiettoria intermedia degli obiettivi fissati dal Burden Sharing, va osservato che la fissazione di tetti di produzione di energia elettrica non deve in ogni caso rappresentare un ostacolo o la compressione della libertà di iniziativa economica in materia di produzione di energia elettrica di cui al citato art. 1, comma 1, del d.lgs. 79/1999, che è di derivazione comunitaria (direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica). Deve allora risultare chiaramente che i predetti limiti massimi di produzione per le singole fonti, che le Regioni possono fissare, non inibiscono l'avvio e la conclusione favorevole del procedi-mento di rilascio dell'autorizzazione unica o di altri titoli abilitativi.
È noto infatti il favor accordato alle fonti rinnovabili dagli accordi internazionali e dalle direttive comunitarie in materia (direttive 2001/77/CE e 2009/28/CE, attuate nell'ordinamento italiano, rispettivamente, con i d. lgs. n. 387/2003 e n. 28/2011). Al riguardo, è appena il caso di ricordare che con la recente direttiva 2018/2001 dell'11 dicembre 2018 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili sono stati posti nuovi e più sfidanti obiettivi al 2030 e che l'Italia, con la proposta del Piano per l'energia e il Clima (inviata alla Commissione Europea a fine dicembre 2018), si è impegnata a raggiungere il 30% dei consumi di energia da fonte rinnovabile sul totale dei consumi ".

A fronte di tale precisazioni, sembra più che mai urgente insistere con proposte di legge che modifichino la legislazione nazionale, in primis il decreto legislativo n. 387/2003, al fine di porre un freno a quel favor legislativo per le fonti rinnovabili che sta portando, in diverse parte dell'Italia, a fenomeni di speculazione incontrollata con rilevanti danni all'Ambiente, al Paesaggio ed alla salute dei cittadini.

Notizie dal Delta del Po

Mario Rocca (Associazione Naturalisti Ferraresi Amici del Delta)

Questo territorio, che ha ben pochi uguali nel bacino del Mediterraneo, è da sempre bistrattato dalle nostre Amministrazioni. Ne fa fede la tormentata storia del Parco del Delta, mai arrivato a diventare Nazionale, e ora ridotto a un pallido simulacro, orientato più allo sviluppo turistico e industriale che alla tutela del patrimonio ambientale.
Il caso della “Fabbrica delle Polveri”, a ridosso dell’abitato di Porto Garibaldi, nell’immediato entroterra della statale Romea, rappresenta un caso emblematico. Circa mezzo secolo fa, coi criteri di allora, l’area era stata destinata a zona industriale, ed ivi era sorta una fabbrica di piastrelle in ceramica, la CERCOM, poi fallita e abbandonata già dal 2002. Le multinazionali spagnole Arcilla Blanca e Torrecid, che producono impasti per Gres Porcellanato, e si forniscono di minerale nelle zone del Mediterraneo orientale, hanno pensato nei mesi scorsi di situare una lavorazione intermedia a Comacchio, nell’area CERCOM, ora zona Parco. Lì sarebbero arrivati i camion da Ravenna, carichi del minerale scaricato dalle navi.
Battezzata dagli oppositori comacchiesi “La Fabbrica delle Polveri”, doveva ridurre il minerale in finissima polvere, per poi trasformarla in impasto ed inviarlo a destinazione ovunque. La burrascosa opposizione locale aveva ottime frecce al suo arco: gli spagnoli che consideravano Comacchio alla stregua di terzo mondo; le emissioni dei camini alti 35 m in una zona vocata al turismo vacanziero, sia stagionale che “stanziale”, leggi seconde case; il traffico dei TIR, stimato sui 170 giornalieri, sulla supertrafficata Romea, e attorno a un residuo vallivo attiguo alla fabbrica; l’inadeguatezza strutturale del ponte della Romea sul Porto Canale, e del relativo svincolo, non costruiti per sopportare tale traffico aggiunto; la grande richiesta di acqua dolce per le lavorazioni, nonché i vapori emessi in atmosfera; l’impatto visivo delle torri fumanti alte 35 m in zona turistico-balneare.
Il dibattito in Comune, energicamente sostenuto dalle opposizioni consiliari, dal coacervo delle Associazioni ferraresi, e dal Comitato appositamente costituitosi, ha finito fortunatamente con lo spaventare gli investitori, e il Sindaco, che aveva caldeggiato il progetto, ha dovuto rinunciarvi.
Ebbene, non ancora spenti gli echi dell’affare CERCOM, ecco un nuovo allarme: il deposito di terreni “bonificati” nelle ex-vasche di decantazione dello zuccherificio di Comacchio, abbandonato anch’esso 26 anni fa. L’area delle vasche, a poca distanza dall’insediamento CERCOM, misura 22 ettari, è attigua all’area dismessa del vecchi zuccherificio, e insiste su resti archeologici risalenti ai proto-insediamenti in zona, evolutisi poi fino alla Comacchio contemporanea. Non dimentichiamo che a poca distanza esistono gli scavi della necropoli di Spina in Valle Pega, i cui reperti hanno riempito dei musei, per non parlare del ritrovamento di una nave romana, di epoca successiva (tardo impero).
Le vasche di decantazione ospitavano i liquami di scarto dei sughi di barbabietola da cui si ricavava il saccarosio. Questi liquami non avevano un contenuto tossico, ma necessitavano di ossigeno per fermentare: prima che queste vasche divenissero obbligatorie per legge, i liquami venivano sversati nei fiumi, dove la loro fermentazione provocava la totale anossia delle acque, e la conseguente moria di tutta la fauna acquatica. Attualmente le vasche in questione, dopo 26 anni, esaurito da tempo il processo di ossidazione, hanno un aspetto prativo, delimitato dagli antichi arginelli. Attigui alle vasche si alzano ancora i resti dello zuccherificio, in stato di abbandono.
Ed è sopra a queste vasche che la società Sipro, gestore di un insediamento industriale nell’entroterra, ha concordato alla chetichella con il Comune il deposito di rifiuti di Classe B dianzi nominato, provenienti dalle bonifiche di terreni inquinati, trattati dalla ditta Petroltecnica di Rimini , per un volume di 250.000 metri cubi, equivalente ad uno spessore di materiale di oltre un metro. L’area dei depositi resterebbe interdetta per 10 anni (non agli uccelli, anzi si prospetta di approntarvi una garzaia!), il tempo necessario alla “maturazione” dei terreni, i quali resterebbero di provenienza ignota, e trattati dalla Petroltecnica per il solo contenuto in idrocarburi. Vale a dire che ogni altro eventuale contenuto di inquinanti, di qualsiasi genere, vi resterebbe inalterato.
Le speranze di sventare questo accordo, del quale si è appreso l’esistenza in Consiglio Comunale per una soffiata, è affidata all’ormai tumultuosa protesta dei comacchiesi, alla battaglia di alcuni Consiglieri di opposizione, e all’iniziativa di Legambiente Comacchio e dell’ ASOER, Associazione Ornitologi Emilia Romagna. Oltre a una corposa e documentata critica al progetto, esse presentano una soluzione alternativa, cioè la creazione nelle vasche di una zona umida di acqua dolce, opportunamente strutturata in bassissimi fondali e isole, alimentata dalle acque del Consorzio di Bonifica. Tale zona umida verrebbe presto frequentata dalle numerose specie avicole che prediligono l’acqua dolce, mentre l’acqua delle Valli è salmastra.
L’aspetto qualificante di questa soluzione risiede nella possibilità di fruire di contributi regionali ed europei che coprirebbero per intero le modeste spese di realizzazione e di fruizione. Non vi sarebbe nemmeno apporto di terreno sulle vasche. Gli ostacoli che si presentano sono la scadenza a breve del bando per ottenere i contributi, e il fatto che la domanda deve essere presentata dal proprietario dell’area, cioè guarda caso, la SIPRO. Il dialogo fra le parti è comunque iniziato. Auguri e scongiuri, dunque!

Un'Assemblea di rinnovamento

Mauro Furlani

Il 7 aprile scorso, nella bellissima struttura della Corte di Giarola, presso Collecchio, all’interno del Parco Fluviale del Taro, si è svolta l’Assemblea annuale della Federazione Nazionale Pro Natura. Un ringraziamento per l’ospitalità va al Comune di Collecchio, alla Direzione del Parco e al Segretario dell’Organizzazione Regionale dell’Emilia Romagna Giuliano Cervi, che si è attivamente impegnato nell’organizzazione di questo evento.
L’Assemblea, per coloro che hanno potuto, è stata anticipata, il giorno precedente, da una escursione nella nostra Oasi di Monte Prinzera, inserita all’interno dell’omonima riserva naturale e ceduta in gestione alla Provincia di Parma. È stato un fine settimana denso di spunti e animato da una discussione che avrebbe richiesto tempi più lunghi per affrontarli adeguatamente.
Quanto non si è potuto in quella sede, dovrà essere oggetto di approfondimento in un prossimo futuro.
Sì è trattato di una assemblea elettiva e dunque si è provveduto ad eleggere il nuovo Consiglio direttivo che dovrà guidare la Federazione nel prossimo triennio; compito questo non semplice, visto il momento storico che stiamo vivendo e che sembra porci, in modo sempre più stringente e improrogabile, di fronte a scelte complesse. In primo luogo dovremmo fare uno sforzo per comprendere quanto sta accadendo. In questo contesto la sfida è di svolgere il nostro ruolo insieme a tutti i soggetti che cercano di conciliare la sostenibilità del mondo naturale con la convivenza tra le persone. Montagne quasi insuperabili, che tuttavia motivano il nostro impegno e quello di tante persone.
La consapevolezza dei problemi, il valore e l’estetica della natura, il rigore scientifico con cui ci si accosta ad essa, costituiscono un propulsore che muove le scelte quotidiane, il nostro impegno e la nostra ragion d’essere come Federazione.
Impegno che dovrebbe essere in grado di indirizzare, suggerire le scelte quotidiane individuali e gli indirizzi gestionali del territorio, rendendoli compatibili con i principi di ecologia. Ecologia che sempre più urgentemente dovrebbe coniugarsi con l’altro termine che con essa condivide la stessa etimologia: economia.
Il movimento di giovani che si è riunito attorno alla figura e alle provocazioni della giovanissima Greta Tumberg, per denunciare l’emergenza climatica, chiedere attenzione e scelte coerenti, ci pone di fronte ad alcuni interrogativi le cui risposte non sono più eludibili.
L’enfatizzazione e l’eco mediatica avuta dal movimento di opinione si sono alimentate sia per il protagonismo di una nuova generazione, di un nuovo soggetto sociale, facilitati anche dalla diffusione esponenziale offerta da strumenti mediatici. Il rischio concreto è che siano proprio gli stessi strumenti che hanno diffuso il fenomeno a fagocitare e metabolizzare quanto accaduto.
Malgrado questo rischio, la mobilitazione di centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo occidentale, intorno ad un tema globale come il clima, ci rimanda a quella globalità, non solo economica, ma ad un’altra, ben più grave, quella ecologica, denunciata anche da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì.
Il sasso comunque è stato lanciato, e anche se del tutto prematuro, sembra emergere un nuovo soggetto sociale che usa strumenti mediatici e di condivisioni in gran parte estranei a noi adulti.
Sebbene molti siano rimasti sorpresi di quanto accaduto - si sono osservati i primi maldestri tentativi di cavalcare quest’onda inaspettata - credo, al contrario, che il fenomeno vada osservato e assunto con grande interesse e attenzione. Proprio per la sua peculiarità, anche anagrafica, esso va lasciato libero di muovere i suoi passi in modo del tutto autonomo e al di fuori di condizionamenti.

Al nostro interno, uno degli obiettivi, che personalmente ritengo importante e, almeno in parte, raggiunto, è stato quello di un forte rinnovamento del Consiglio Direttivo, con l’ingresso, oltre che di numerosi giovani, anche di una importante e qualificata rappresentanza femminile.
Ciò non è avvenuto per assecondare la cosiddetta “quota rosa”, quanto piuttosto perché in molte realtà periferiche si sta affermando una propulsione femminile che doveva trovare espressione anche all’interno del nostro Direttivo. Il Consiglio Direttivo appena eletto ha colto l’importanza di aprirsi all’esterno, percependo l’arricchimento fondamentale che una visione femminile dell’impegno ambientalista porta con sé.
Abbiamo voluto anche ampliare il Consiglio direttivo fino al numero massimo che ci è concesso dallo statuto, undici Consiglieri, convinti che più numerose saranno le intelligenze, le sensibilità e più intenso potrà essere il confronto e le capacità della Federazione di intercettare le spinte e di affrontare i problemi. Dunque un grande augurio, innanzi tutto alle giovani donne che hanno accettato di far parte degli organi dirigenti: ad Alice Coppola, Erika Iacobucci e a Pierlisa Di Felice, che già da anni svolge, in qualità di Vicepresidente, un lavoro prezioso.
Un augurio di buon lavoro anche a Luca Cardello, Franco Rainini e Salvatore Caiazzo, nuovi entrati nel Direttivo.
Sono certo che si potrà costruire un gruppo propositivo, attento alle tematiche da affrontare e con le competenze all’altezza delle complessità che si hanno di fronte, in grado di consolidare un rapporto, anche umano, con le Federate sparse nel territorio, che sono la vera forza e motivo istitutivo della Federazione. Molti dei nuovi ingressi, come detto, sono giovani e con loro la Federazione potrà trovare non solo nuove spinte, ma anche prospettive per il futuro.
La globalità dei problemi richiede il coinvolgimento del maggior numero possibile di risorse nel territorio, per questo la Federazione dovrebbe riuscire ad estendere la sua presenza strutturata anche in quelle regioni in cui ora è più debole.
Mi riferisco in particolare ad alcune regioni del Nord Italia: Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, e ad alcune regioni del Sud Italia, in particolare Calabria, Basilicata, Sardegna e in parte la Sicilia.
Quest’ultima Regione, soprattutto a causa della difficoltà a costituire un coordinamento regionale, non trova la giusta espressione e il peso che potrebbe avere nel contesto nazionale.

Mi sia concesso di condividere una nota di grande tristezza per la scomparsa di una delle figure più rappresentative e limpide dell’ambientalismo in quella regione, Nuccia di Franco, consigliere della Federazione per anni, che, insieme al marito Luigi Lino, non ha mai fatto mancare la propria vicinanza alla Federazione, anche quando le difficoltà fisiche le impedivano un coinvolgimento diretto. Con grande malinconia ospitiamo, nelle pagine di questo numero della rivista, l’ultimo articolo che ci ha mandato solo poche settimane orsono.

Se una maggiore presenza nel territorio rimane un obiettivo strategico fondamentale, altrettanto importante, a mio parere, è lo sviluppo e il consolidamento di una rete di relazioni che vada al di là dei confini nazionali
Quando uscirà questo numero saranno da poco concluse le elezioni europee e il nuovo Parlamento, i nuovi Commissari dovranno confrontarsi con problemi talmente complessi che la voce delle Associazioni ambientaliste nazionali non potrà rimanerne esclusa. Sempre di più la politica ambientale si gioca e si confronta su più livelli: locale, regionale, nazionale, e sempre più spesso all’interno di una cornice normativa europea.
Forse è anche per questo parziale superamento del ruolo nazionale, che la politica europea in materia di ambiente subisce sbeffeggiamenti, è vista con fastidio, e delegittimata con sarcasmo.
Eppure essa ha prodotto norme importanti, divenute punto di riferimento non solo per l’Italia ma per tutti i paesi che fanno parte dell’Unione.
Non c’è settore - da quello agricolo, a quelli industriale, energetico e naturalistico - che non trovi nell’Europa il suo punto di riferimento.
D’altro canto, come detto in precedenza, è solo la sommatoria delle misure locali che può contribuire a modificare un contesto globale. Questo non limita il valore e il significato di misure locali, al contrario, le rende ancora più rilevanti soprattutto se inserite in un contesto più ampio.
Dalla Politica Agricola Comunitaria, alla Convenzione sul Paesaggio, alla Rete Natura 2000, fino all’adozione di una strategia per arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici, praticamente non c’è legge nazionale che non debba confrontarsi con le norme europee. All’interno di queste misure figurano quelle per il contenimento delle specie alloctone, le normative sulla biodiversità marina e lo sfruttamento delle risorse ittiche, la strategia europea per ridurre il consumo delle materie plastiche, ecc.
In questi ultimi anni, anche grazie al lavoro comune con altre Associazioni nazionali ed europee, siamo riusciti in alcune circostanze a superare i confini nazionali.
Il riferimento in particolare è alla politica Agricola Comunitaria, oppure alla campagna europea contro l’uso del glifosate in agricoltura, con la raccolta di un milione e trecentomila firme. Talvolta, noi stessi, ma anche alcune nostre Federate, hanno cercato nell’Europa un’ultima sponda per contrastare scelte gestionali italiane che non trovano, nel nostro paese, un confronto e interlocutori credibili e sensibili.
Nei prossimi anni si dovrà allacciare relazioni strette tra Associazioni europee, al fine di consolidare una rete in grado di interloquire direttamente con le istituzioni europee. In questo la Federazione mi sembra particolarmente adatta a perseguire questo obiettivo.
La Federazione appartiene da molti anni al EEB (European Environmental Bureau), rete internazionale di Associazioni che raccoglie oltre 140 Associazioni europee.
La sua stessa struttura federativa l’ha resa particolarmente predisposta ad interloquire con numerosi soggetti, con sensibilità diverse dalle proprie, valorizzando le differenze, purché animate dall’intento comune di ottenere risultati concreti in campo ambientale.

Rimanendo alle questioni nazionali, la Federazione è riuscita a mantenere una presenza costante nel panorama ambientalista nazionale. Lo abbiamo fatto per cercare di contrastare la riforma della Legge quadro sulle aree protette, così come sulle cosiddette grandi opere, a partire dal TAV e in numerose altre.
Purtroppo dobbiamo rilevare che troppo spesso l’agenda è stata dettata più dall’incombere delle circostanze e dalle emergenze che da noi stessi. Malgrado ciò, alcune circostanze, come la Proposta di legge sul consumo di suolo, avanzata dal Forum sul Paesaggio a cui la Federazione ha partecipato attivamente, costituiscono casi in cui la politica ha dovuto prendere atto e aggiornare la propria agenda.
All’interno di questo contesto propositivo va inserito il convegno voluto soprattutto dall’UBN (Unione Bolognesi Naturalisti) e a cui abbiamo partecipato, sul degrado di luoghi naturalistici rilevanti come la aree paludose nei pressi di Ravenna e di cui a breve usciranno gli atti, oppure il rilancio di una politica sul verde urbano portato avanti dal Gruppo Società e Ambiente di Senigallia. Lo stesso progetto Reforest degli Amici di Sempre Verde di Latina e molti altri ancora.
Non so dire se i diversi piani su cui dovrà operare nel prossimo futuro la Federazione potranno essere effettivamente portati avanti come si vorrebbe; tuttavia sono convinto che il nuovo Consiglio Direttivo abbia piena consapevolezza del suo ruolo e anche del momento storico che si sta attraversando.

Il 7 aprile scorso, in realtà, si sono tenute due assemblee: quella ordinaria ed una straordinaria.
Quest’ultima ha provveduto a modificare lo Statuto sociale, così come imposto a seguito dell’approvazione del Decreto Legislativo 117 del 2017 (Codice del Terzo Settore). Si tratta di modifiche espressamente previste dalla nuova normativa, che tuttavia non alterano in modo significativo né gli obiettivi e le finalità della Federazione, né le sue modalità organizzative. La nuova versione dello Statuto della Federazione Nazionale Pro Natura è consultabile al sito http://www.pro-natura.it/statuto.html.

L’Assemblea ordinaria, cui hanno partecipato – direttamente o tramite delega - 41 Associazioni delle 95 aventi titolo,  ha invece provveduto ad effettuare le classiche adempienze previste in questi casi: approvazione dell’attività svolta e di quella in programma, nonché dei bilanci consuntivo 2018 e preventivo 2019.

Dopo attenta visione della documentazione presentata e sentite, ove presenti, le Organizzazioni Regionali competenti per territorio, ha inoltre approvato l’ammissione alla Federazione delle seguenti Associazioni, tutte con la qualifica di Federata:
- Gruppo Emergenza Radio Volontari – Pro Natura Cosenza
- Oasicostiera di Cesenatico
- Maremma Pro Natura di Grosseto

Ha poi preso atto della cessazione di attività da parte delle Associazioni:
- Nuovo Domani di Fiumicino
- Uomo e Territorio Pro Natura di Saronno
- Associazione Nazionale Polizia di Stato di Pisa
- Volontari per l’Ordine Teutonico di Roma
e ne ha disposto la radiazione anche per morosità.

L’Assemblea ha infine provveduto al rinnovo del Consiglio Direttivo per il triennio 2019-2021.
Sono risultati eletti:
-  Belletti Piero (Pro Natura Torino)
-  Caiazzo Salvatore (Amici del Parco di Monteveglio, Valsamoggia)
-  Cardello Luca (Sempre Verde Latina)
-  Coppola Alice; (Roma Pro Natura)
-  Di Felice Pierlisa (Pro Natura Aterno)
-  Furlani Mauro (Associazione Argonauta, Fano)
-  Iacobucci Erika (Escursionisti Scontrone)
-  Marucelli Gianni (Pro Natura Firenze)
-  Pulvirenti Emiliano (Roma Pro Natura)
-  Rainini Franco (Vivai Pro Natura)
-  Rizzi Vincenzo (Centro Studi Natura, Foggia)
Hanno anche ottenuto voti: Mauro Sasso, Gianfranco Kolletzek, Paolo Nunzio Belfiore, Ezio Fonio.
I componenti del Collegio dei Revisori dei Conti sono stati eletti per acclamazione, nelle persone di Pietro Gallo, Francesco Lazzarotto e Domenico Sanino. Paolo Pupillo è stato designato in qualità di supplente.

Successivamente, il neo insediato Consiglio Direttivo ha poi provveduto al rinnovo delle cariche sociali, che risultano essere le seguenti:
Presidente: Mauro Furlani
Vice Presidenti: Pierlisa Di Felice e Vincenzo Rizzi
Segretario: Piero Belletti
Tesoriere: Lorenzo Marangon

Mauro Furlani

 

Il 7 aprile scorso, nella bellissima struttura della Corte di Giarola, presso Collecchio, all’interno del Parco Fluviale del Taro, si è svolta l’Assemblea annuale della Federazione Nazionale Pro Natura. Un ringraziamento per l’ospitalità va al Comune di Collecchio, alla Direzione del Parco e al Segretario dell’Organizzazione Regionale dell’Emilia Romagna Giuliano Cervi, che si è attivamente impegnato nell’organizzazione di questo evento.

L’Assemblea, per coloro che hanno potuto, è stata anticipata, il giorno precedente, da una escursione nella nostra Oasi di Monte Prinzera, inserita all’interno dell’omonima riserva naturale e ceduta in gestione alla Provincia di Parma. È stato un fine settimana denso di spunti e animato da una discussione che avrebbe richiesto tempi più lunghi per affrontarli adeguatamente.

Quanto non si è potuto in quella sede, dovrà essere oggetto di approfondimento in un prossimo futuro.

Sì è trattato di una assemblea elettiva e dunque si è provveduto ad eleggere il nuovo Consiglio direttivo che dovrà guidare la Federazione nel prossimo triennio; compito questo non semplice, visto il momento storico che stiamo vivendo e che sembra porci, in modo sempre più stringente e improrogabile, di fronte a scelte complesse. In primo luogo dovremmo fare uno sforzo per comprendere quanto sta accadendo. In questo contesto la sfida è di svolgere il nostro ruolo insieme a tutti i soggetti che cercano di conciliare la sostenibilità del mondo naturale con la convivenza tra le persone. Montagne quasi insuperabili, che tuttavia motivano il nostro impegno e quello di tante persone.

La consapevolezza dei problemi, il valore e l’estetica della natura, il rigore scientifico con cui ci si accosta ad essa, costituiscono un propulsore che muove le scelte quotidiane, il nostro impegno e la nostra ragion d’essere come Federazione.

Impegno che dovrebbe essere in grado di indirizzare, suggerire le scelte quotidiane individuali e gli indirizzi gestionali del territorio, rendendoli compatibili con i principi di ecologia. Ecologia che sempre più urgentemente dovrebbe coniugarsi con l’altro termine che con essa condivide la stessa etimologia: economia.

Il movimento di giovani che si è riunito attorno alla figura e alle provocazioni della giovanissima Greta Tumberg, per denunciare l’emergenza climatica, chiedere attenzione e scelte coerenti, ci pone di fronte ad alcuni interrogativi le cui risposte non sono più eludibili.

L’enfatizzazione e l’eco mediatica avuta dal movimento di opinione si sono alimentate sia per il protagonismo di una nuova generazione, di un nuovo soggetto sociale, facilitati anche dalla diffusione esponenziale offerta da strumenti mediatici. Il rischio concreto è che siano proprio gli stessi strumenti che hanno diffuso il fenomeno a fagocitare e metabolizzare quanto accaduto.

Malgrado questo rischio, la mobilitazione di centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo occidentale, intorno ad un tema globale come il clima, ci rimanda a quella globalità, non solo economica, ma ad un’altra, ben più grave, quella ecologica, denunciata anche da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sì.

Il sasso comunque è stato lanciato, e anche se del tutto prematuro, sembra emergere un nuovo soggetto sociale che usa strumenti mediatici e di condivisioni in gran parte estranei a noi adulti.

Sebbene molti siano rimasti sorpresi di quanto accaduto - si sono osservati i primi maldestri tentativi di cavalcare quest’onda inaspettata - credo, al contrario, che il fenomeno vada osservato e assunto con grande interesse e attenzione. Proprio per la sua peculiarità, anche anagrafica, esso va lasciato libero di muovere i suoi passi in modo del tutto autonomo e al di fuori di condizionamenti.

Al nostro interno, uno degli obiettivi, che personalmente ritengo importante e, almeno in parte, raggiunto, è stato quello di un forte rinnovamento del Consiglio Direttivo, con l’ingresso, oltre che di numerosi giovani, anche di una importante e qualificata rappresentanza femminile.

Ciò non è avvenuto per assecondare la cosiddetta “quota rosa”, quanto piuttosto perché in molte realtà periferiche si sta affermando una propulsione femminile che doveva trovare espressione anche all’interno del nostro Direttivo. Il Consiglio Direttivo appena eletto ha colto l’importanza di aprirsi all’esterno, percependo l’arricchimento fondamentale che una visione femminile dell’impegno ambientalista porta con sé.

Abbiamo voluto anche ampliare il Consiglio direttivo fino al numero massimo che ci è concesso dallo statuto, undici Consiglieri, convinti che più numerose saranno le intelligenze, le sensibilità e più intenso potrà essere il confronto e le capacità della Federazione di intercettare le spinte e di affrontare i problemi. Dunque un grande augurio, innanzi tutto alle giovani donne che hanno accettato di far parte degli organi dirigenti: ad Alice Coppola, Erika Iacobucci e a Pierlisa Di Felice, che già da anni svolge, in qualità di Vicepresidente, un lavoro prezioso.

Un augurio di buon lavoro anche a Luca Cardello, Franco Rainini e Salvatore Caiazzo, nuovi entrati nel Direttivo.

Sono certo che si potrà costruire un gruppo propositivo, attento alle tematiche da affrontare e con le competenze all’altezza delle complessità che si hanno di fronte, in grado di consolidare un rapporto, anche umano, con le Federate sparse nel territorio, che sono la vera forza e motivo istitutivo della Federazione. Molti dei nuovi ingressi, come detto, sono giovani e con loro la Federazione potrà trovare non solo nuove spinte, ma anche prospettive per il futuro.

La globalità dei problemi richiede il coinvolgimento del maggior numero possibile di risorse nel territorio, per questo la Federazione dovrebbe riuscire ad estendere la sua presenza strutturata anche in quelle regioni in cui ora è più debole.

Mi riferisco in particolare ad alcune regioni del Nord Italia: Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, e ad alcune regioni del Sud Italia, in particolare Calabria, Basilicata, Sardegna e in parte la Sicilia.

Quest’ultima Regione, soprattutto a causa della difficoltà a costituire un coordinamento regionale, non trova la giusta espressione e il peso che potrebbe avere nel contesto nazionale.

Mi sia concesso di condividere una nota di grande tristezza per la scomparsa di una delle figure più rappresentative e limpide dell’ambientalismo in quella regione, Nuccia di Franco, consigliere della Federazione per anni, che, insieme al marito Luigi Lino, non ha mai fatto mancare la propria vicinanza alla Federazione, anche quando le difficoltà fisiche le impedivano un coinvolgimento diretto. Con grande malinconia ospitiamo, nelle pagine di questo numero della rivista, l’ultimo articolo che ci ha mandato solo poche settimane orsono.

Se una maggiore presenza nel territorio rimane un obiettivo strategico fondamentale, altrettanto importante, a mio parere, è lo sviluppo e il consolidamento di una rete di relazioni che vada al di là dei confini nazionali

Quando uscirà questo numero saranno da poco concluse le elezioni europee e il nuovo Parlamento, i nuovi Commissari dovranno confrontarsi con problemi talmente complessi che la voce delle Associazioni ambientaliste nazionali non potrà rimanerne esclusa. Sempre di più la politica ambientale si gioca e si confronta su più livelli: locale, regionale, nazionale, e sempre più spesso all’interno di una cornice normativa europea.

Forse è anche per questo parziale superamento del ruolo nazionale, che la politica europea in materia di ambiente subisce sbeffeggiamenti, è vista con fastidio, e delegittimata con sarcasmo.

Eppure essa ha prodotto norme importanti, divenute punto di riferimento non solo per l’Italia ma per tutti i paesi che fanno parte dell’Unione.

Non c’è settore - da quello agricolo, a quelli industriale, energetico e naturalistico - che non trovi nell’Europa il suo punto di riferimento.

D’altro canto, come detto in precedenza, è solo la sommatoria delle misure locali che può contribuire a modificare un contesto globale. Questo non limita il valore e il significato di misure locali, al contrario, le rende ancora più rilevanti soprattutto se inserite in un contesto più ampio.

Dalla Politica Agricola Comunitaria, alla Convenzione sul Paesaggio, alla Rete Natura 2000, fino all’adozione di una strategia per arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici, praticamente non c’è legge nazionale che non debba confrontarsi con le norme europee. All’interno di queste misure figurano quelle per il contenimento delle specie alloctone, le normative sulla biodiversità marina e lo sfruttamento delle risorse ittiche, la strategia europea per ridurre il consumo delle materie plastiche, ecc.

In questi ultimi anni, anche grazie al lavoro comune con altre Associazioni nazionali ed europee, siamo riusciti in alcune circostanze a superare i confini nazionali.

Il riferimento in particolare è alla politica Agricola Comunitaria, oppure alla campagna europea contro l’uso del glifosate in agricoltura, con la raccolta di un milione e trecentomila firme. Talvolta, noi stessi, ma anche alcune nostre Federate, hanno cercato nell’Europa un’ultima sponda per contrastare scelte gestionali italiane che non trovano, nel nostro paese, un confronto e interlocutori credibili e sensibili.

Nei prossimi anni si dovrà allacciare relazioni strette tra Associazioni europee, al fine di consolidare una rete in grado di interloquire direttamente con le istituzioni europee. In questo la Federazione mi sembra particolarmente adatta a perseguire questo obiettivo.

La Federazione appartiene da molti anni al EEB (European Environmental Bureau), rete internazionale di Associazioni che raccoglie oltre 140 Associazioni europee.

La sua stessa struttura federativa l’ha resa particolarmente predisposta ad interloquire con numerosi soggetti, con sensibilità diverse dalle proprie, valorizzando le differenze, purché animate dall’intento comune di ottenere risultati concreti in campo ambientale.

Rimanendo alle questioni nazionali, la Federazione è riuscita a mantenere una presenza costante nel panorama ambientalista nazionale. Lo abbiamo fatto per cercare di contrastare la riforma della Legge quadro sulle aree protette, così come sulle cosiddette grandi opere, a partire dal TAV e in numerose altre.

Purtroppo dobbiamo rilevare che troppo spesso l’agenda è stata dettata più dall’incombere delle circostanze e dalle emergenze che da noi stessi. Malgrado ciò, alcune circostanze, come la Proposta di legge sul consumo di suolo, avanzata dal Forum sul Paesaggio a cui la Federazione ha partecipato attivamente, costituiscono casi in cui la politica ha dovuto prendere atto e aggiornare la propria agenda.

All’interno di questo contesto propositivo va inserito il convegno voluto soprattutto dall’UBN (Unione Bolognesi Naturalisti) e a cui abbiamo partecipato, sul degrado di luoghi naturalistici rilevanti come la aree paludose nei pressi di Ravenna e di cui a breve usciranno gli atti, oppure il rilancio di una politica sul verde urbano portato avanti dal Gruppo Società e Ambiente di Senigallia. Lo stesso progetto Reforest degli Amici di Sempre Verde di Latina e molti altri ancora.

Non so dire se i diversi piani su cui dovrà operare nel prossimo futuro la Federazione potranno essere effettivamente portati avanti come si vorrebbe; tuttavia sono convinto che il nuovo Consiglio Direttivo abbia piena consapevolezza del suo ruolo e anche del momento storico che si sta attraversando.

 

 

 

Il 7 aprile scorso, in realtà, si sono tenute due assemblee: quella ordinaria ed una straordinaria.

 

Quest’ultima ha provveduto a modificare lo Statuto sociale, così come imposto a seguito dell’approvazione del Decreto Legislativo 117 del 2017 (Codice del Terzo Settore). Si tratta di modifiche espressamente previste dalla nuova normativa, che tuttavia non alterano in modo significativo né gli obiettivi e le finalità della Federazione, né le sue modalità organizzative. La nuova versione dello Statuto della Federazione Nazionale Pro Natura è consultabile al sito http://www.pro-natura.it/statuto.html.

 

L’Assemblea ordinaria, cui hanno partecipato – direttamente o tramite delega - 41 Associazioni delle 95 aventi titolo,  ha invece provveduto ad effettuare le classiche adempienze previste in questi casi: approvazione dell’attività svolta e di quella in programma, nonché dei bilanci consuntivo 2018 e preventivo 2019.

 

Dopo attenta visione della documentazione presentata e sentite, ove presenti, le Organizzazioni Regionali competenti per territorio, ha inoltre approvato l’ammissione alla Federazione delle seguenti Associazioni, tutte con la qualifica di Federata:

Gruppo Emergenza Radio Volontari – Pro Natura Cosenza

Oasicostiera di Cesenatico

Maremma Pro Natura di Grosseto

 

Ha poi preso atto della cessazione di attività da parte delle Associazioni:

Nuovo Domani di Fiumicino

Uomo e Territorio Pro Natura di Saronno

Associazione Nazionale Polizia di Stato di Pisa

Volontari per l’Ordine Teutonico di Roma

e ne ha disposto la radiazione anche per morosità.

 

L’Assemblea ha infine provveduto al rinnovo del Consiglio Direttivo per il triennio 2019-2021.

Sono risultati eletti:

-  Belletti Piero (Pro Natura Torino)

-  Caiazzo Salvatore (Amici del Parco di Monteveglio, Valsamoggia)

-  Cardello Luca (Sempre Verde Latina)

-  Coppola Alice; (Roma Pro Natura)

-  Di Felice Pierlisa (Pro Natura Aterno)

-  Furlani Mauro (Associazione Argonauta, Fano)

-  Iacobucci Erika (Escursionisti Scontrone)

-  Marucelli Gianni (Pro Natura Firenze)

-  Pulvirenti Emiliano (Roma Pro Natura)

-  Rainini Franco (Vivai Pro Natura)

-  Rizzi Vincenzo (Centro Studi Natura, Foggia)

Hanno anche ottenuto voti: Mauro Sasso, Gianfranco Kolletzek, Paolo Nunzio Belfiore, Ezio Fonio.

I componenti del Collegio dei Revisori dei Conti sono stati eletti per acclamazione, nelle persone di Pietro Gallo, Francesco Lazzarotto e Domenico Sanino. Paolo Pupillo è stato designato in qualità di supplente.

 

Successivamente, il neo insediato Consiglio Direttivo ha poi provveduto al rinnovo delle cariche sociali, che risultano essere le seguenti:

Presidente: Mauro Furlani

Vice Presidenti: Pierlisa Di Felice e Vincenzo Rizzi

Segretario: Piero Belletti

Tesoriere: Lorenzo Marangon

Rinnovabili sì, ma sostenibili

Riccardo Graziano

Non c’è dubbio che l’unico futuro possibile per l’energia sia quello delle fonti rinnovabili, che dovranno sostituire progressivamente i combustibili fossili. Attenzione però, perché rinnovabile non è sinonimo di sostenibile, significa solamente che l’energia viene prodotta da fonti che non si esauriscono, come il sole e il vento. Ma questo non garantisce automaticamente la sostenibilità degli impianti. Anzi, proprio l’accelerazione della produzione da rinnovabili sta producendo storture già ben visibili, che dovremmo correggere per tempo, prima che la situazione degeneri e crei problematiche ambientali diverse da quelle delle fonti fossili, ma non per questo meno gravi.
L’esempio più classico è quello delle dighe, vere e proprie cesure imposte ai corsi d’acqua, che rischiano di alterare gli ecosistemi e di produrre squilibri idrici, come avvenuto con la storica Hoover Dam, che dal 1935 sbarra il corso del fiume Colorado fra Arizona e Nevada, formando il lago Mead. Gran parte delle sue acque e della corrente elettrica prodotta dall’impianto vanno ad alimentare i consumi della California e di Las Vegas, una delle città più energivore del mondo. Ma a causa di questi massicci prelievi, quello stesso Colorado capace di scavare una meraviglia della natura come il Grand Canyon, oggi arriva in Messico con una portata d’acqua talmente ridotta da non riuscire quasi più a sfociare in mare, perdendosi nelle sabbie della Baja California. Ciò ha provocato conseguenze sia ambientali, con la progressiva salinizzazione del delta del fiume, sia socio-economiche, per il pesante impatto che la carenza d’acqua causa alle popolazioni messicane la cui vita ruotava intorno al fiume.

Una situazione simile si sta creando oggi in Etiopia con la diga sul fiume Omo. A fronte di una produzione di energia che dovrebbe “modernizzare” il Paese consentendo la sua industrializzazione, si sono creati enormi svantaggi per le popolazioni a valle dell’impianto, che hanno visto ridursi considerevolmente la quantità d’acqua disponibile.
I primi a farne le spese sono stati naturalmente agricoltori e allevatori, ma anche i pescatori che lavorano nel lago Turkana, dove sfocia il fiume Omo, hanno visto le risorse ittiche crollare drammaticamente, in modo proporzionale all’abbassamento del livello del bacino lacustre. Si rischia un disastro ecologico come quello che ha sostanzialmente distrutto il lago di Aral e tutta l’economia che ci ruotava intorno.

Qualcuno si è chiesto se l’energia prodotta vale un simile costo? Se i posti di lavoro ipoteticamente creati dalla diga potranno compensare quelli che già sta mettendo a rischio? E se quelle popolazioni non più in grado di mantenersi “a casa loro” decidessero di migrare verso le nostre coste, con quale faccia tosta potremmo respingerli, dal momento che la diga l’ha costruita un’impresa italiana?
Queste domande, valide per tutte le grandi dighe e in particolare per quelle attualmente in progetto o in costruzione, possono essere ribaltate, con le dovute proporzioni, anche sul cosiddetto mini idroelettrico, forma di sfruttamento dei corsi d’acqua in rapido aumento che, a fronte di un apporto di produzione energetica trascurabile, rischia di creare seri danni ecologici. Il problema è particolarmente sentito nei Balcani, dove le proteste contro tali impianti si moltiplicano, ma esiste anche in Italia. Il fatto è che nel nostro Paese, non di rado, questi impianti godono di sussidi pubblici, il che solletica gli appetiti di certi imprenditori, diciamo così, poco sensibili all’ambiente. Il rischio è quello di snaturare corsi d’acqua ed ecosistemi con sbarramenti artificiali che, anche se di dimensioni molto inferiori a quelli delle grandi dighe, spezzano comunque la continuità dell’ambiente fluviale, con impatti pesanti dal punto di vista ecologico che non vengono in alcun modo compensati dall’infima quantità di chilowattora prodotti.

Discorso analogo può essere fatto per alcuni impianti eolici, piazzati in zone poco ventose solo per mettere le mani sui sussidi pubblici e grazie ad amministrazioni complici o perlomeno poco avvedute, che hanno concesso i permessi abbagliate dalla prospettiva di lauti guadagni mai concretizzati. La cronaca giudiziaria recente è costellata di casi di impianti fermi, con inchieste a carico di società opache, imprenditori discutibili e politici conniventi. Ma purtroppo ormai il danno è fatto, con assetti idrogeologici compromessi e paesaggi deturpati, specie sui crinali montuosi e collinari. Un danno che si sarebbe potuto evitare con un minimo di programmazione, dal momento che era ampiamente noto il fatto che la ventosità del nostro Paese è notevolmente più bassa di quella che, per esempio, permette alle nazioni nord-europee di produrre grandi quantità di elettricità grazie alle pale eoliche.
L’Italia, “paese del sole” per antonomasia, è piuttosto indicata per lo sviluppo del fotovoltaico, ma anche qui occorre fare attenzione, per evitare danni ulteriori oltre a quelli che già sono stati fatti. Intendiamoci, vanno benissimo gli impianti destinati all’autoconsumo, quelli che molte famiglie e anche qualche impresa hanno installato sopra ai propri tetti e che coprono almeno in parte i loro fabbisogni energetici. Ma il discorso cambia totalmente per i cosiddetti impianti “a terra”, quelli con i pannelli posizionati sul suolo, destinati a sottrarre terreno fertile all’agricoltura o a deturpare zone paesistiche di pregio.

I pannelli solari non devono assolutamente entrare in competizione con agricoltura e pastorizia, soprattutto non devono inficiare in alcun modo la capacità di un suolo naturale di fornire i cosiddetti servizi eco-sistemici, dalla cattura dell’anidride carbonica tramite la vegetazione spontanea alla captazione delle acque piovane con successiva azione di filtraggio verso le falde acquifere sotterranee. Piuttosto, il fotovoltaico dovrebbe finalmente entrare in modo massiccio nei centri urbani, o comunque dove il suolo è già stato compromesso dalla cementificazione che caratterizza il nostro modo di intendere lo “sviluppo”. Tra l’altro, così facendo si toglierebbero argomenti a certi individui che si scoprono ambientalisti quando possono denunciare lo “scempio” di pannelli fotovoltaici che vanno a ricoprire terreno vergine, ma che stranamente non dicono mai nulla quando i medesimi terreni vengono cancellati da colate di cemento e asfalto destinate a nuovi centri commerciali con relativi mega parcheggi, raccordi stradali costellati di rotonde, capannoni destinati all’abbandono e così via.

I tetti dei condomini sono un luogo ideale per posizionare i pannelli, specialmente in meridione, ovviamente privilegiando quelli esposti a sud. Un’opzione praticabile anche nei centri storici, di cui l’Italia è costellata, purché con soluzioni (peraltro già disponibili) che rendano minimo l’impatto visivo, per non alterare l’omogeneità storico-artistica del paesaggio urbano. Vale la pena ricordare che, grazie a una modifica normativa introdotta nel 2012, anche un singolo condomino può installare pannelli solari sul tetto condominiale per il proprio uso personale, naturalmente occupando solo una porzione corrispondente ai propri millesimi di proprietà. Tuttavia, sarebbe opportuno che tali iniziative venissero prese collegialmente, dunque sarebbe di grande utilità una normativa ad hoc su base nazionale che incentivasse e al tempo stesso regolamentasse l’installazione di pannelli destinati a coprire almeno in parte le esigenze del condominio o del nucleo urbano, minimizzando la necessità di ricorrere all’energia prodotta dalle centrali.
Inoltre, impianti solari (ed eolici, dove c’è vento sufficiente) possono essere installati nelle zone industriali attive o dismesse, nei grandi centri commerciali, o anche nelle zone portuali, come sta avvenendo a Porto Torres, dove è prevista l’installazione di pannelli fotovoltaici in grado di produrre 51 GWh in un anno.
Qualcuno ha calcolato che l’area coperta da fabbricati idonei a ospitare impianti fotovoltaici, anche se distribuita a macchia di leopardo, sia complessivamente pari al 7% del territorio nazionale, un’estensione paragonabile a quella dell’Umbria, senza intaccare nuovo suolo o deturpare paesaggi o manufatti di pregio. Se si riuscisse a incentivare l’installazione di pannelli solari su tali edifici con una normativa valida a livello nazionale, che eviti il consumo di suolo e tuteli il patrimonio storico-artistico e naturalistico, sull’esempio di quanto il Ministero dell’Ambiente ha già fatto con tre Regioni all’avanguardia (Puglia, Toscana, Piemonte) potremmo implementare una produzione energetica non solo rinnovabile, ma anche sostenibile, perché ottenuta senza impattare su agricoltura, paesaggi ed ecosistemi.

#Reforest, un progetto condiviso per stimolare e sensibilizzare alla rinaturalizzazione

Disboscamento è stata l’azione prevalente del secolo scorso, riforestazione ci auguriamo diventi quella attuale

Luca Cardello e Claudia Esposito

La riforestazione sembra essere tra le soluzioni più impattanti davanti alla grande sfida per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico in corso; uno strumento potentissimo per la tutela della biodiversità e per la conservazione della Natura.
Dopo decenni di deforestazione, ancora in corso non solo in Amazzonia ed in Indonesia, finalmente oggi assistiamo al moltiplicarsi, a livello globale, di diversi movimenti per una lotta consapevole ai cambiamenti climatici; #Reforest è uno di questi ed è in seno alla Federazione Nazionale Pro Natura.
È bene sapere che quando parliamo di riforestazione ci riferiamo all’atto di mettere gli alberi laddove una volta c’erano alberi. Dunque concretamente restituire quello spazio alla natura perduto nel tempo per diversi fattori: disboscamento, incendi, calamità naturali e così via. Basti pensare all'abbattimento naturale di milioni di alberi a seguito delle tempeste del 29 ottobre 2018, dall'Asiago, passando per la costa tirrenica, fino alla Sicilia. L’utilità risiede nel ripristino degli ecosistemi naturali attraverso l’allargamento o l’impianto di nuove aree adibite a forestazione per fornire ossigeno all’atmosfera e casa a numerose specie anche in contesti urbani.
Per saldare questo debito con la Terra è necessario che diversi attori sociali entrino in gioco coordinandosi sul territorio, nel rispetto del paesaggio e delle sue caratteristiche. Per rispondere a questa necessità, anche il Ministro Costa ha recentemente riconosciuto la forestazione utile al contenimento del dissesto idrogeologico stanziando fondi in questo senso, anche se ancora manca un piano di forestazione su scala nazionale.
Un primo tentativo iniziò già dal 1992 e nel 2013 con la legge “Un albero per ogni nuovo nato”, ma questa è rimasta spesso inattesa. Se fosse stata rispettata completamente avremmo avuto ben 22 milioni di alberi ad oggi. Esistono inoltre altre leggi che garantiscono la pratica, ma i fondi languono e la programmazione non esiste.
Nel quadro di questa ripresa quantomeno morale, anche l’Italia, con il suo patrimonio arboreo e la sua ricca biodiversità, vede oggi germogliare piccole realtà attente alla tutela e alla cura del paesaggio e del territorio. Tra queste, nel 2017, nasce e si sviluppa l’idea di #Reforest, un progetto interassociativo patrocinato dalla Federazione Nazionale Pro Natura e ideato dall’Ass. Sempre Verde di Latina. L’obiettivo ultimo di #Reforest è quello di ripristinare degli ecosistemi boschivi e avere un paesaggio più verde con la conseguenza di rendere l’ambiente più sano. Ma per arrivare a questo ci sono varie azioni necessarie da percorrere.
Entriamo nel particolare.
#Reforest propone un modello di integrazione del verde ripetibile e inclusivo; permette a coloro che vogliono sposare il progetto di modellarlo alle esigenze del territorio in cui si va ad inserire, con lo scopo comune di mettere a dimora specie arboree coerenti con il contesto climatico e con gli ecosistemi naturali che si vogliono ripristinare. #Reforest propone la creazione di una rete virtuosa di cittadini che si interfaccia con le amministrazioni locali in modo sinergico e che segue il ciclo dell’albero dal seme alla pianta. L’obiettivo è quello di ottenere che ogni Comune si doti aree adibite a forestazione e dei mezzi per soddisfare le necessità dell’ambiente e dei cittadini, adempiendo alle leggi. Per fare questo gli aderenti al progetto iniziano con il dar loro stessi il buon esempio, organizzando azioni di sensibilizzazione.
Si propongono giornate informative; si creano vivai diffusi e condivisi in aree comuni, nelle scuole, in aree pubbliche, ma anche nel proprio giardino o sul balcone di casa. Si crescono le piante e si mettono a dimora concordando con i comuni le aree più adatte all’azione.
Ecco qui di seguito le azioni che propone il progetto:
•    forestazione, ovvero la  messa a dimora di alberi o semina di ghiande
•    libera l'albero, quindi lo sfalcio delle erbacce intorno alle giovani piante a opera o di volontari e/o del comune
•    adotta l'albero, dunque annaffiare i giovani arbusti d'estate e nei periodi siccitosi
•    vivaio diffuso, far crescere alcuni semi e piantine sul balcone, in terrazzo o in giardino per poi donarle quando pronte per le iniziative di forestazione)
•    istituire un’OASI PRO NATURA che entri a far parte della rete italiana delle oasi Pro Natura (http://www.pro-natura.it/oasi.html). Le oasi Pro Natura sono di dimensioni ridotte e sono esempi di rinaturalizzazione di estrema rarità e rappresentatività per la biodiversità. Esse possono essere aree degradate per esempio da incendi che possono grazie alle iniziative delle associazioni Federate a Pro Natura riacquisire una nuova naturalità, condizione per una loro fruizione didattica e di ricerca.
 Questo nel piano più in superficie. Sullo sfondo delle iniziative di #Reforest c’è invece la battaglia affinché alcune leggi scritte su carta, come l’obbligo di piantare un albero per ogni nuovo nato; di istituire un catasto incendi e un bilancio arboreo comunale, siano applicate dai comuni per il benessere e la salvaguardia dei cittadini e delle città. Creare quindi un fermento dal basso che spinga all'impegno politico le Amministrazioni, gravate oggi solo dall’obbligo di seguire queste leggi, ma senza sanzione in caso di mancata applicazione. Se la volontà di far rispettare queste leggi non si manifesta, il progetto non può avviarsi. E in questi casi ci limitiamo a qualche iniziativa sporadica di messa a dimora degli alberi, sempre importante per l'ambiente, ma solo localmente e in ogni caso assai meno incisiva in termini di impegno politico-ambientale a medio-lungo termine.
#Reforest funziona al massimo delle sue potenzialità quando c’è dialogo e partecipazione tra i vari enti coinvolti. Facciamo un esempio: se abbiamo l'autorizzazione comunale ma non c'è un supporto reale dal basso il progetto non riesce a partire; Se invece le istituzioni non rispondono ad una richiesta dal basso ugualmente il progetto è destinato a fallire.
In termini concreti, gli step per realizzare il progetto #Reforest territoriale sono:
•    creare e costituire un gruppo formale o informale di cittadini e/o associazioni che ne condividono temi, ideali, metodo e azioni;
•    relazionarsi gli enti locali, Comuni in primis, per avere l'autorizzazione e collaborazione per le messe a dimora degli alberi;
•    coinvolgere le scuole, le associazioni territoriali,  singoli o gruppi di cittadini per sensibilizzare alla cura della cosa comune e per impegnarsi in tutte le attività che seguono e che noi abbiamo inquadrato in sotto-iniziative come: Adotta l'albero, Vivaio diffuso ecc.
Il progetto ha avuto finora applicazione nel Lazio nel quale si è articolato in gruppi locali in collaborazione con la rete che costituisce il coordinamento Lazio Pro Natura.
Come dicevamo, quello che accade quando nasce un movimento, è che questo tende ad adattarsi diversamente a seconda del territorio con cui entra in contatto proprio come accade appunto con le piante. La forza di questo adattamento, sta nel cogliere gli stimoli, affrontare gli ostacoli esterni, piegarsi alle avversità, ma rimanere interi per il raggiungimento dell’obiettivo: gli alberi.
 
Come #Reforest si sta adattando nelle diverse realtà
#ReforestAnzioNettuno, referenti Daria Gabriele e Claudia Esposito, si costituisce gennaio 2018 grazie al lavoro sinergico di associazioni e cittadini. Il gruppo si è dotato di una sua costituzione; è riuscito ad aprire i primi tavoli tecnici con i comuni di Nettuno e di Anzio; ed ha creato un vivaio “centrale” di ecotipi autoctoni operando in alcuni eventi in collaborazione con alcune scuole elementari del territorio e con l’Università Agraria di Nettuno. Durante questi eventi i bambini hanno avuto la possibilità di scoprire il ciclo dell’albero attraverso giochi esperienziali al fine di costituire insieme agli alunni, ai volontari, agli insegnanti e ai genitori, il vivaio della scuola. Queste azioni permettono di supportare le amministrazioni comunali, di avere un bacino di piante disponibili ad essere usate per garantire l’applicazione delle leggi sulla riforestazione. Inoltre questo permette di coinvolgere simultaneamente centinaia di persone, enti, amministrazioni e di avere concretamente piante da donare alla comunità cittadina, in un ciclo continuo.
Attualmente il “vivaio diffuso” di ReforestAnzioNettuno conta più di 400 querce appartenenti ad ecotipi locali del bosco misto.
#ReforestSudPontino, referenti Alessandra Lieto e Marco del Bene, è costituito da alcune associazioni tra cui Ass.Sportiva Indovina dove sono e Ass. Ambiente, Natura e vita dal dicembre 2017. Hanno sottoscritto la costituzione del gruppo: i Comuni di Spigno Saturnia, Minturno, Formia e Santi Cosma e Damiano; il parco naturale degli Aurunci; e il Parco regionale della Riviera d’Ulisse. Sono state fatte diverse riunioni organizzative con enti e altre associazioni e sono stati eseguiti due eventi di messa a dimora condivisi con Sempre Verde nel 2018.
#ReforestVentotene, referenti Giuseppe Vitiello ed Erasmo Treglia, è formalmente costituito con delibera comunale. Il progetto ha mosso il sui primi passi ad Aprile 2019. Con il patrocinio del Comune Di Ventotene, dell’ente Area Marina Protetta e della Riserva Naturale Statale di Ventotene e Santo Stefano, hanno messo a dimora 100 giovani piante mediterranee nella Stazione di Inanellamento dell’isola e in una scuola. In collaborazione con il progetto The Green Link, co-finanziato dal programma LIFE dell’Unione Europea, 80 di questi alberi sono stati messi a dimora con l’ausilio di un dispositivo in cartone compostabile ma idroresistente per diversi mesi, chiamato COCOON, per garantire loro la riserva d’acqua (25 litri) per il prossimo anno e aumentare le probabilità di attecchimento.

Come aderire al progetto
Chi vuole aderire al progetto nel proprio comune di appartenenza deve necessariamente creare un gruppo operativo, con un proprio documento costitutivo in cui vengono tracciate e condivise le linee guida del progetto madre. Il tipo di documento  scelto per costituirsi può variare a seconda delle esigenze, ma deve essere efficiente al fine di interfacciarsi con le amministrazioni locali. Ogni Gruppo locale ha uno o più referenti che si avvalgono del supporto tecnico-scientifico di Sempre Verde (SV). L’insieme dei referenti e dei gruppi locali costituisce “#ReforestCentrale” gruppo informale in cui si organizzano e condividono le attività che possono essere condivise o applicate dai vari gruppi. In questo modo #ReforestCentrale ha un ruolo di direzione in linea di massima sull’esecuzione del progetto.
 
Per sviluppare #Reforest nella tua realtà locale anche fuori dal Lazio, contatta reforest.lazio@gmail.com

EEB - While the Commission is right to call ‘toxic bloc’ summit, it would be wrong to step back from enforcing the law

This week’s summit of EU environment ministers is a welcome opportunity to move air pollution to the top of the political agenda.

http://metamag.org/2018/01/30/the-commission-is-right-to-call-toxic-bloc-summit-it-would-be-wrong-to-step-back-from-enforcing-the-law/

IUCN welcomes first-of-kind World Rowing pledge to avoid impacts on natural World Heritage

The World Rowing Federation FISA today became the first sporting body to announce its commitment to ensuring that activities under its control will not damage natural World Heritage sites, which IUCN monitors as the official advisory body on nature to the World Heritage Committee.

https://www.iucn.org/news/world-heritage/201801/iucn-welcomes-first-kind-world-rowing-pledge-avoid-impacts-natural-world-heritage

Di corsa verso Eschede

Latte sardo, madami-ne, sigarette e crescita infelice

Valter Giuliano

Magari involontariamente, ma stiamo già praticando la “decrescita felice”.
L’illusione della crescita infinita si è rivelata nella sua spietata dimostrazione di impossibilità.
Cozza infatti contro i princìpi della fisica.
E lo si sa sin dagli anni Venti del secolo scorso, quando l’incontro fra biologi e matematici mise tutti al corrente delle leggi che regolano i rapporti delle diverse specie e popolazioni con il cibo e lo spazio disponibile.
Una multinazionale di scienziati - l’americano Alfred Lotka (1880-1949), l’italiano Vito Volterra (1860-1940), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin (1883-1963) - mise in guardia sull’inevitabile destino di qualsiasi popolazione vivente destinata a crescere sino a un punto nel quale inesorabilmente avrebbe dovuto subire una progressiva decrescita.
Questi studiosi constatarono altresì le analogie fra fenomeni ecologici e fenomeni economici, sancendo l’impossibilità di una crescita infinita sul nostro Pianeta finito.
Di quella verità scientifica non si è mai voluto prendere atto e neppure oggi sembra esserci un ripensamento, nonostante segnali incontrovertibili ci stiano indicando che il limite sia ormai ampiamente superato e che l’umanità stia pericolosamente raggiungendo il punto di non ritorno.
Alla crisi economica la risposta del capitalismo è stata il rifugio nella finanza e il progressivo allontanarsi dai reinvestimenti dei profitti nelle attività e nel lavoro come valore sociale oltre che produttivo in sé.
Ma anche qui è ben presto scoppiata la bolla speculativa che non ha ancora esaurito i suoi danni.
E la crisi si è ancor più accentuata.
Ci ha insegnato che alcuni consumi sono del tutto superflui (ce lo aveva già indicato Agnes Heller con la teoria dei bisogni indotti); se ne può fare tranquillamente a meno senza alcun contraccolpo al nostro stare bene e senza peggiorare affatto la qualità della vita.
Li ritenevamo indispensabili e invece non ne sentiamo proprio la mancanza.
Viviamo bene, forse meglio.
Vivremmo ancor meglio senza la paura indotta, inventata allo stesso modo da chi vuole venderci la sicurezza - sia essa politica che personale - con le armi della difesa personale.
L’industria bellica su cui vive l’export del nostro Paese, non ha purtroppo flessioni, alimentando le numerose guerre in giro per il pianeta.
Più preoccupato il comparto produttivo della Val Trompia e dintorni: scendono i cacciatori, che ce ne facciamo delle armi?
Una in ogni casa per la difesa personale può essere uno sbocco.
Come per il telefono: niente più telefoni pubblici, cellulari per tutti.
Niente più -o meno- poliziotti, più armi personali...
L’importante è far crescere l’industria e il Pil aumenta anche con i morti ammazzati e con i funerali.
Fino a quando?
Prendiamo gli allevatori sardi e le madami-ne torinesi.
Cosa c’è che accomuna le sostenitrici a oltranza e “a prescindere” della realizzazione del tunnel di base del Moncenisio e i pastori di pecore da latte destinato a produrre pecorino romano?
La sindrome della crescita infinita.
In Sardegna la crescita produttiva è continuata fino al collasso.
Perché il libero mercato - nuovo totem, che ci hanno raccontato si sarebbe autoregolato -  non può assorbire all’infinito la crescita.
Le madami-ne irridono la decrescita felice e sognano treni passeggeri che inseguono quelli merci, e viceversa, in un continuo transito da Lisbona a Kiev, con l’unica pianura fertile d’Italia, quella padana, trasformata in uno sfavillante susseguirsi di poli per la logistica.
Invece di campi di mais e grano, pile di container da movimentare non si sa bene come visto che i famigerati TIR sono da mettere al bando... anche se tra qualche decennio - quando forse sarà finito il tunnel e tra altri (non si sa bene quanti) decenni ci saranno i tremila chilometri dell’agognata linea ad alta velocità di cui per ora esiste qualche centinaio di chilometri e gli altri non risultano neppure in progetto - probabilmente avremo motori a zero o quasi emissioni.
L’importante è fare, andare avanti...
Crescita infinita su un pianeta finito: è questa la lungimiranza sostenuta dalle imprese e dagli organi di informazioni strettamente (salvo qualche miracolosa eccezione) nelle loro mani.
La politica a rimorchio. Ormai inutile orpello di una finta democrazia chiamata a registrare decisioni che vengono prese altrove.
Una macchina infernale in corsa verso un destino che la porterà a sbattere.
Magra consolazione cui, ostinatamente, qualcuno cerca di opporsi dovendo contrastare bocche di fuoco alimentate dai denari di tutte le mafie che hanno oramai corroso l’intera società alimentando l’unica religione vincente, quella del denaro e degli affari.
Per chi si oppone, la fatwa: guardate solo all’indietro! Volete farci tornare all’età della pietra!
Questa è la situazione generale e lo stato di diffusa incoscienza contro cui si scontra la giovane Greta, icona della necessità di cambiare paradigma radicalmente e in fretta.
Inutile dire che tifiamo per lei e ci auguriamo possa compiere il miracolo di richiamare ognuno alle sue responsabilità verso la società e il Pianeta.
Ma le icone si fa presto a costruirle e altrettanto presto a distruggerle.
Vogliamo sperare non sia così.
Ma sarà difficile aprire una breccia nel muro di ignoranza trasversalmente esteso all’intera rete dei decisori mondiali.
Senza alternative di pensiero, senza alterità di progetto, tutti concubini del liberismo senza freni.
Nessuno sembra in grado di guardare oltre un modello di sviluppo strangolato dalla necessità della crescita senza la quale sembra impossibile parlare di futuro.
Eppure esistono prospettive di sviluppo oltre questa iconica crescita che produce unicamente distruzione delle basi stesse della vita.
Nessuno sa proporre un modello che non sia quello del produrre-vendere-consumare (ripeto cose che dicevamo più di 40 anni fa) in cui trionfa l’economia speculativa della massimizzazione dei profitti senza etica alcuna e meno che mai con la preoccupazione del valore sociale del lavoro. È la globalizzazione, bellezza...
Vince il mercato, si impone il profitto: parametri miserabili su cui è impossibile costruire futuro.
A tutti va bene così, tranne che a frange emarginate senza parola.
Va bene agli imprenditori che traggono profitti, va bene ai lavoratori e ai loro sindacati (vero Landini?) perchè hanno da vivere.
I senza lavoro non hanno parola, dunque non li conteggiano.
A farne le spese è la Terra, l’ambiente, le sue limitate risorse.
Ma non ha parola e dunque non conta niente neppure lei.
Facciamo ostinatamente finta che la tragedia della Terra non sia anche l’atto finale della nostra tragedia.
Meno che mai possiamo far finta, oggi, di non saperlo.
Un tempo non c’era la Rete e le informazioni viaggiavano tra ristrette oligarchie di pensiero. Ma dall’inizio degli anni Settanta la pubblicistica americana e il rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita non lasciano più alibi a nessuno.
Meno che mai alle classi dirigenti.
Ma anche i cittadini, davanti alla febbre del Pianeta e ai cambiamenti climatici che iniziano a farci comprendere le conseguenze delle nostre disobbedienze alle regole e a cicli naturali cui dovremmo appartenere, non possono più dire di non sapere.
Sa molto bene e ci sbatte in pieno viso le nostre responsabilità, la giovane Greta che domanda ai potenti del mondo misure atte a garantire a lei e alle generazioni che verranno un futuro degno di essere vissuto.
Stiamo loro preparando un deserto. E l’abisso che si apre su questa prospettiva è vicino.
Siamo oltre sette miliardi di brulicanti geofagi che continuano con accanimento a spolpare questa povera Terra, nell’illusione di quella che continuiamo a chiamare crescita e che invece è continua erosione della nostra stessa vita.
Eppure non registriamo proteste internazionali davanti ai progetti devastanti del nuovo presidente brasiliano Bolsonaro, che annuncia l’annientamento dei popoli nativi e lo sfruttamento della foresta amazzonica, mentre si prepara a mettere in atto tutte le possibili azioni contro il Sinodo che papa Francesco, l’ecologista, ha programmato per l’autunno sul tema Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.
Si parlerà del progetto della transamazzonica, ma anche dei predoni multinazionali nel bacino del Congo, del sistema acquifero Guaranì, delle foreste tropicali del Pacifico asiatico e del corridoio biologico mesoamericano.
E in continuità con la Laudato si’ l’intento è quello di «promuovere un’ecologia integrale, ovvero ambientale, economica, sociale, culturale e della vita quotidiana».
Ma «Cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti».
Ancora una volta il richiamo è a «una conversione ecologica che esige uno stile di vita nuovo La conversione domanda di liberarci dall’ossessione del consumo. (...) La conversione ecologica significa assumere la mistica dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato».
Bisogna far risorgere il pensiero e l’impegno di Chico Mendez che sembra invece lontano secoli, ucciso allora dal capitalismo prenditore e predatore, oggi dalla nostra indifferenza.
Se permarrà, passeranno pochi decenni e la Corrente del Golfo cesserà di svolgere i suoi benefici effetti sul nord dell’Europa. E sarà ben peggio della Brexit.
Quella che gli esperti hanno chiamato Antropocene è l’era della scomparsa della nostra specie, così stolta da essere incapace di vivere in quel Paradiso terrestre che ci è stato affidato e che stiamo dilapidando.
Così sciocca da non accorgersi che l’avanti a cui aspira in realtà sta facendo rotta, a velocità in costante aumento, in direzione opposta.
In agguato è la crescita infelice che al traguardo non può che incontrare lo schianto nel nulla.
Eppure la derisione sopportate per decenni e gli argomenti nei confronti di chi mette in guardia verso questa “non prospettiva” sono sempre gli stessi, ammantati da superficiale leggerezza e da totale ignorante menefreghismo.
Questo è il Dna della nostra classe politica e dirigente. E non da oggi.
Sentiamo la continua ripetizione dei mantra di chi pur avendone ormai conoscenza rifiuta ostinatamente di prendere coscienza.
È la sindrome del pacchetto delle sigarette.
Sappiamo che il nostro consumo “nuoce gravemente alla salute” eppure continuiamo a ignorare l’evidenza. Per il fumo si ottenne, non senza fatica, che i fumatori non compromettessero anche la salute degli altri.
Per l’ignoranza dei danni ambientali il nocumento, purtroppo, non può essere circoscritto agli inquinatori.
Anche questa è una metafora dell’umanità che si rifiuta di prendere atto di ciò che comporta non tornare nei binari delle leggi di natura.
E la meta rischia di essere la stessa, un inconfessato desiderio di morte.
Ma ciò che è peggio e che i nostri comportamenti di oggi nuoceranno gravemente non solo alla salute di chi li decide, oggi, in maniera irresponsabile, ma alle generazioni a venire.
Forse per sempre.
Il futuro sereno e il buon vivere delle generazioni che verranno - avverte papa Francesco - passano solo dalla scelta di una felice sobrietà e da un’armonia multiforme che nascono dalla cultura dell’incontro e mettono da parte l’ossessione per il consumo e la cultura del rifiuto, dello scarto.
Dice bene Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sul quotidiano torinese schierato fortemente per la promozione della linea ad alta velocità del Corridoio 5: «La nostra sinistra ancora fatica a svincolarsi da un discorso sviluppista legato a un modello stantìo di produttivismo fatto di grandi opere e di grandi player industriali» ( La Stampa, 6 marzo 2019, Quei giovani in piazza con Greta).
Il centro sinistra del neosegretario PD Zingaretti sembra non cogliere la contraddizione dello schierarsi per il traforo del Moncenisio e per l’iniziativa di Greta.
Meno che mai il ragionamento può essere compreso dal centro destra appiattito, insieme alla stragrande maggioranza dell’informazione sul modello di sviluppo dominante, sul predominio del Pil e incapace di visione di futuro.
Che, a questo punto, o è dalla parte dell’ambiente o non è.
Perchè senza una drastica riconversione stiamo andando dritti dritti verso la fine dell’Antropocene.
Ben descriveva questa prospettiva l’amico Guido Ceronetti: «Il paragone più adeguato è il treno di Eschede in Germania: il 3 giugno 1998 un nuovo convoglio ad alta velocità parte da Monaco per arrivare ad Amburgo e si ferma invece tragicamente ad Eschede. L’alta velocità, l’ultimo grido della tecnica più avanzata d’Europa, deraglia rovinosamente (101 morti, 88 feriti gravi). Noi siamo un po’ tutti sulla stessa linea. Ad Amburgo è difficile che ci arriviamo. Ad Eschede ci arriveremo ancora». (V. Giuliano, G. Caresio, In un mondo che corre verso Eschede. Amichevole colloquio con Guido Ceronetti. Parchi n. 60/2011)

La Fauna d'Italia nella politica editoriale italiana

Pierangelo Crucitti
Società Romana di Scienze Naturali - Ente di ricerca pura

Premessa
Questo breve saggio costituisce un rapido excursus storico sulle numerose opere che hanno sinora illustrato (e continuano, almeno in parte, ad illustrare) la straordinaria ricchezza faunistica del nostro paese. Che la fauna italiana meriti la massima attenzione da parte della nostra editoria può sembrare, oggi più che mai, una mera petizione di principio, quasi una banalità. Del Capitale Naturale dell’Italia è parte integrante la biodiversità con la sua componente animale (AA.VV., 2018; Cencini e Corbetta, 2013). Per quanto lo stato delle conoscenze sulla nostra fauna possa essere considerato complessivamente buono e nonostante i continui progressi della scienza, permangono ancora irrisolti numerosi problemi ai fini del completamento delle conoscenze di base.

Di cosa stiamo parlando?
Solo alcuni numeri per ricordare le dimensioni del problema. Per quanto riguarda la biodiversità animale, si stima che in Italia vi siano oltre 58.000 specie; il 98% è costituito da invertebrati con 55.000 specie, di cui 1.812 sono Protozoi; il phylum più ricco, con oltre 46.000 specie, è quello degli Artropodi, di cui fa parte anche la classe degli insetti nella quale l’ordine più numeroso, oltre 12.700 specie, è quello dei Coleotteri; la fauna terrestre è costituita da oltre 42.000 specie, di cui circa il 10% sono endemiche; circa 5.500 specie (esclusi i Protozoi), vivono negli habitat d’acqua dolce ovvero quasi il 10% dell’intera fauna italiana; vi sono in Italia più di 9.000 specie di fauna marina e, data la posizione geografica del Paese, è probabile che esse rappresentino la gran parte delle specie animali viventi nel Mar Mediterraneo. Allo stato attuale delle conoscenze, la fauna terrestre italiana risulta essere la più ricca tra quelle dei paesi europei; siamo peraltro ancora lontani dal possederne un inventario sufficientemente completo.Un solo esempio; nel caso di alcune famiglie di Imenotteri (vespe, api, bombi, calabroni e affini) e Ditteri (mosche, mosconi, callifore, zanzare e affini) è ragionevole attendersi che le scoperte portino quanto meno ad un raddoppio delle liste di specie attuali, pur essendo già state descritte svariate migliaia di specie in ciascuno dei due ordini.Ad esempio, iSirfidi, famiglia di Ditteri Brachiceri che a livello mondiale conta oltre 6.000 specie, annoverano 536 specie in Italia su 887 in Europa, oltre il 60% delle specie del continente (Burgio et al., 2015). E l’Italia costituisce appena il 20% dell’intero continente europeo! Peraltro i Sirfidi sono insetti relativamente vistosi e, nel panorama dei Ditteri italiani che annoverano molte specie pochissimo appariscenti, considerati di “bell’aspetto”; questo contribuisce a spiegare il livello, piuttosto buono, delle conoscenze su questo gruppo di insetti. Le lacune conoscitive più vistose riguardano soprattutto i piccoli invertebrati della fauna del suolo, ad es. acari, collemboli, nematodi, miriapodi, ragni, lombrichi oltre ad alcuni gruppi di parassiti tra cui gli elminti.In numerosi settori c’è ancora molto da fare, in particolare nel campo dell’araneofauna. Un solo esempio recentissimo; una ricerca sui ragni della Calabria ha permesso di stabilire la presenza, nella Regione, di 456 specie di 213 generi e 41 famiglie; nel contesto, una specie è risultata nuova per la Scienza mentre sei specie sono risultate nuove per l’Italia, quindi complessivamente sette specie sono risultate nuove per la fauna italiana (Pantini e Mazzoleni, 2018).
Tuttavia, neppure la lista dei vertebrati terrestri italiani può essere considerata definitiva soprattutto a causa dell’evoluzione dei criteri (morfologici, genetici, molecolari) che portano al continuo riconoscimento di specie nuove per la Scienza. Due esempi: negli ultimi 30 anni il numero di specie di geotritoni (Hydromantes), genere di Urodeli della Sardegna e Italia peninsulare, è quasi raddoppiato, oggi conta almeno 8 specie; i serpenti (Serpentes) della fauna italiana sono passati, negli ultimi dieci anni, da 22 a 26 specie. Sono anzitutto più che mai necessarie approfondite indagini sul campo in aree ancora insufficientemente esplorate (Blasi et al. eds., 2005; Minelli, 2005; Crucitti, 2018).

Precursori ed epigoni
La fauna italiana è stata oggetto sia di numerose opere di sintesi sia di alcune collane editoriali, due delle quali attualmente in progress. Una delle prime sintesi del XX secolo è “Fauna Italiana” (1933) a cura dello zoologo evoluzionista fiorentino Giuseppe Colosi (1892-1975). Si tratta di un’opera di grande erudizione a carattere prevalentemente divulgativo, peraltro piuttosto squilibrata sia dal punto di vista tassonomico - i vertebrati hanno la prevalenza - sia dal punto di vista ecologico - le faune terrestri e delle acque dolci sono, in proporzione, trattate più estesamente. L’esaltazione della ricchezza e della varietà paesaggistica e zoologica dell’Italia sono fortemente influenzate dalle condizioni politiche del momento storico piuttosto che da una analisi obiettiva dei fattori che le determinano. La trattazione rispecchia un filo conduttore marcatamente tassonomico, sequenza quasi obbligata data l’epoca: Mammiferi, Uccelli, vertebrati inferiori, invertebrati. Si tratta di un’opera che testimonia nondimeno la vastissima cultura dell’autore, uno dei maggiori zoologi italiani del suo tempo. Per un approccio moderno bisogna attendere la stampa de “La Fauna” della collana Conosci l’Italia del Touring Club Italiano (1959) il cui filo conduttore è marcatamente ecologico. Dopo un’ampia introduzione sui criteri di classificazione e sulla classificazione degli animali, si passa all’esame delle caratteristiche delle faune alpina, terrestre e acquatica dei monti e delle pianure, degli ambienti umani, degli ambienti sotterranei, dei litorali e infine del mare; gli ultimi due capitoli sono dedicati alla sua origine e relativi problemi di rarefazione e protezione. L’opera, di cui sono compilatori Benedetto Lanza, Paola Manfredi, Giampaolo Moretti, Carlo Piersanti, Sandro Ruffo, Enrico Tortonese, Augusto Toschi, è di elevato livello e può essere ancora consultata con profitto, soprattutto per motivi storici. Nessuno degli autori suddetti, eminenti specialisti, è tuttora in vita; Benedetto Lanza, il più longevo, è scomparso nel 2016. Sulla stessa falsariga ma assai più recente è “La Fauna in Italia” (2002), anch’essa edita dal Touring Club Italiano oltre che dalla Direzione per la Conservazione della Natura del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) e dal Centro di Ecologia Alpina, con testi di numerosi autori e coordinamento scientifico di Roberto Argano, Claudio Chemini, Sandro La Posta, Alessandro Minelli, Sandro Ruffo, tutti ancora in vita ad eccezione di quest’ultimo. La trattazione è molto approfondita e particolarmente equilibrata nell’esame delle faune dei principali ambienti che caratterizzano il territorio della nazione. Al passato, presente e futuro  della  nostra fauna  è dedicato un  capitolo che affronta i problemi della rarefazione ed estinzione di specie, contestualmente a quelli della conservazione. Quest’opera costituisce una base indispensabile di conoscenze per gli studenti dei corsi di Biologia della Conservazione e, più in generale, per tutte le persone colte amanti della natura che desiderano acquisire una conoscenza sintetica ma non superficiale sui nostri animali.

Checklist e Collane
L’Italia è stato il primo paese al mondo a dotarsi di una checklist informatizzata delle specie della propria fauna. Il progetto, a cura del MATTM (all’epoca ancora MATT) e del Comitato per la Fauna d’Italia, coordinato da Sandro Ruffo, Alessandro Minelli e Sandro La Posta, ha richiesto la costituzione di un organigramma di tre coordinatori generali, 14 responsabili di sezione e circa 250 autori: un impegno formidabile che ha permesso di inserire in lista pressoché tutte le specie sino ad allora note della fauna italiana, oltre 58.000 delle quali 47.000 (85%) di ambienti terrestri s.l. La collana, denominata “Checklist delle specie della fauna italiana” (1993-1995), ha avuto una gestazione sorprendentemente breve. Il progetto della checklist è articolato in 24 fascicoli suddivisi in 110 lotti o sezioni, da “Protozoa” a “Vertebrata”. Si tratta di un elenco informatizzato di specie univocamente individuate da un codice numerico, con indicazioni aggiuntive costituite da sigle di una o due lettere relative alla distribuzione geografica per grandi aree (Italia settentrionale, Italia continentale, Sicilia e isole circumsiciliane, Sardegna e isole circumsarde) e allo status di specie endemica e/o minacciata. Ne risulta un’opera compatta dalle dimensioni ridotte, l’insieme dei fascicoli può essere contenuto in una borsa capiente. Un database come la checklist perde molto del suo valore se non viene aggiornato nel tempo e se questa informazione non viene resa disponibile il più rapidamente possibile. Sono state quindi definite norme che ne consentono il periodico aggiornamento, iniziativa nella quale si è particolarmente distinta la Società Entomologica Italiana; gli Artropodi ed in particolare gli Insetti costituiscono infatti il gruppo di organismi animali che più di ogni altro contribuisce alla crescita delle specie del nostro paese, sia per la scoperta di specie autoctone non ancora descritte e sia per l’afflusso ormai continuo di specie provenienti da territori extranazionali, introdotte, più o meno intenzionalmente, dall’uomo; alcune tra queste, per fortuna ancora relativamente poche, si comportano da specie esotiche invasive rappresentando un serio problema per l’ambiente e per la stessa salute dell’uomo; a titolo d’esempio, il castorino o nutria, la testuggine americana dalla guance rosse, il gambero della Louisiana. Il proseguimento del lavoro di cui sopra ha portato alla realizzazione del progetto “Checklist e distribuzione della fauna italiana - 10.000 specie terrestri e delle acque interne” (di cui esiste la versione inglese) a cura della Direzione per la Protezione della Natura (DPN) del MATTM, del Comitato Scientifico per la Fauna d’Italia, del Museo Civico di Storia Naturale di Verona e del Dipartimento di Ecologia dell’Università della Calabria. 538.000 dati di distribuzione georeferenziati relativi ad oltre 10.000 specie terrestri e di acqua dolce ritenute buoni indicatori faunistici e biogeografici, hanno consentito la realizzazione di un GIS faunistico e delle relative carte tematiche. Una seconda serie, limitata alla fauna delle nostre acque interne, è costituita dalle monografie della Collana del progetto finalizzato “Promozione della qualità dell’ambiente” a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche: “Guide per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane” (1977-1985). Si tratta di 29 monografie destinate allo specialista, dagli Irudinei (sanguisughe) agli Anfibi. L’Unione Zoologica Italiana ha promosso numerose iniziative, inquadrate nell’ambito del Progetto “Bioitaly”, versione nazionale di “Rete Natura 2000”, ad implementazione della Direttiva 92/43 CEE “Habitat” che ha permesso, dopo quattro anni di intenso lavoro (1994-1997), di consegnare alla UE le schede di oltre 2.200 siti georeferenziati che ospitano specie e/o habitat di importanza comunitaria a rischio.

Ben 24 guide pocket della collana “Quaderni Habitat”, completata nel 2009 e di cui esiste anche versione in lingua inglese, rappresentano il frutto della collaborazione tra MATTM e Museo Friulano di Storia Naturale - Comune di Udine; la serie, coordinata da Alessandro Minelli, Sandro Ruffo e Fabio Stoch, è destinata alla illustrazione dei vari habitat italiani (e relative formazioni vegetali, flore e faune) in forma analitica e monografica. Infine, nell’ambito dei Quaderni di Conservazione della Natura, collana che non dovrebbe mancare nella biblioteca del faunista moderno, devono essere segnalati gli Atti dello storico convegno sulla sintesi dello stato delle conoscenze (al 2004) botaniche e zoologiche in Italia con una particolare attenzione al passaggio dagli inventari al monitoraggio (a cura di Carlo Blasi e collaboratori, 2004).

La collana “Fauna d’Italia”
L’Italia non è certo l’unica nazione europea ad essersi dotata di una collana editoriale esclusivamente dedicata alla propria fauna, nel caso specifico la “Fauna d’Italia” (d’ora in avanti FI). Dalla fine del XIX secolo sono numerosi i paesi ad essersi dotati di inventari faunistici organizzati in collane omogenee: Francia, Spagna, Germania, Danimarca, Gran Bretagna, Ungheria, Polonia. La Francia ha edito la serie “Faune de France” (Francia e regioni limitrofe) a partire dal 1921 sotto il patrocinio della Fédération Française des Sociétés de Sciences Naturelles; al suo attivo 97 monografie stampate; dal volume 90 l’opera è bilingue (francese-inglese). L’obiettivo prioritario di quest’opera è chiaramente definito: “destinés à permettre l’identification des Animaux Vertébrés et Invertébrés que l’on rencontre en France ou, suivant les volumes, dans une aire géographique plus vaste englobant notre pays: région gallo-rhénane, Europe occidentale, région euro-méditerranéenne“. Analogamente alla nostra FI, la serie non è caratterizzata dalla stampa di sequenze univoche dal punto di vista tassonomiche, ad esempio, solo volumi sui Coleotteri sino a completamento del gruppo e, a seguire, solo sui Lepidotteri, solo sui Pesci ecc.; gli ultimi quattro volumi sono dedicati, rispettivamente, ai Coleotteri Carabidi (94, 95), Emitteri Pentatomidi euro-Mediterranei. 2 (96), Ortotteri Celiferi (97); al volume 89 (Cétacés de France) segue il volume 90 (Hémiptères Pentatomoidea Euro-Méditerranéennes. 1). Ciò rispecchia soprattutto lo stato di conoscenze variabile da gruppo a gruppo, la disponibilità degli specialisti a compilare monografie di propria competenza oltre a più o meno rilevanti problemi di natura editoriale. Un’altra serie analoga, relativa ad un territorio altrettanto esteso e ricco di biodiversità, è “Fauna Iberica” derivante da un progetto del 1988 con obiettivo “to carry out a well-documented inventory of the animal biodiversity in the Iberian-Balearic region”. Secondo Ramos e coll. al 2001, circa 1/3 della Fauna della Regione Iberico-Balearica era stato dettagliato, si stimano almeno 75 anni necessari per completarne la revisione tassonomica. Ad oggi sono stati editi 42 volumi per complessivi 44 tomi.
Quali che siano le caratteristiche dell’opera - ogni “fauna” rappresenta un caso a sé, data l’unicità del gruppo tassonomico e del territorio al quale si riferisce - gli obiettivi generali di una collana destinata ad illustrare analiticamente le specie di una fauna nazionale sono: raccogliere, discutere e illustrare sinteticamente, le informazioni  esistenti sino a un dato momento (un riferimento è l’anno di stampa del volume dedicato) relative a posizione tassonomica, morfologia, biologia funzionale e comportamentale, ecologia e distribuzione geografica, delle specie di un gruppo omogeneo utilizzando a tal fine chiavi analitiche ad hoc (Crucitti et al., 2016; Crucitti, 2018).
La parte speciale è, di norma, preceduta da una sezione generale in cui sono dettagliati la storia delle ricerche sulgruppo di specie animali in oggetto unitamente alle sue caratteristiche biologiche generali; costituiscono pure elemento di discussione i metodi di raccolta e di studio, nonché la diversità (= ricchezza) di specie sia a scala regionale s.l. (ad es. Italia) sia a scala globale (ad es. Europa), se nota. Risulta infine quanto mai utile sottolineare le lacune ancora esistenti in merito al completamento delle conoscenze di base: queste ultime sono costituite da ragionate previsioni sul numero complessivo di specie/sottospecie(note, ovvero descritte, più sconosciute ovvero non ancora descritte ma di cui è possibile prevedere, sulla base di opportune estrapolazioni, il numero, ancorché approssimato); specie/sottospecie il cui livello delle conoscenze risulti ancora imperfetto; aree ed ambienti insufficientemente esplorati. Nei volumi più recenti, la trattazione include i fattori di minaccia di origine antropica in funzione delle preferenze dell’habitat; i gruppi tassonomici maggiormente a rischio sono quelli il cui habitat è costituito dalle acque interne. I 51 volumi sinora editi di “Fauna d’Italia”, collana tuttora “in progress”, dal primo del 1956 (Odonata) al più recente del 2017 (Ascidiacea) (Tab. 1) non sono “guide di campo” o “field guides”, libri maneggevoli il cui contenuto consente la rapida determinazione di specie in natura, e neppure semplici checklist o cataloghi annotati di specie; da questi ultimi si può dedurre la presenza di una specie in un dato territorio (ad es. un monte, un’isola, una provincia, una regione) e poco altro essendo, di norma, escluse le informazioni relative ai molteplici aspetti della biologia delle singole entità. La Tab. 1 costituisce il prospetto analitico della serie di volumi della FI. Abbiamo fatto riferimento ai tempi presunti di completamento della serie relativa alla fauna della Spagna.

Vol. I - 1956 - Odonata - C. Conci, C. Nielsen - 308 pp. (80)

Vol. II - 1956 - Leptocardia - Cyclostomata - Selachii - E. Tortonese - 334 pp. (1 + 3 + 60, tot. 64)

Vol. III - 1960 - Ephemeroidea - M. Grandi - 474 pp. (75)

Vol. IV - 1959 - Mammalia - Generalità, Insectivora, Chiroptera - A. Toschi & B. Lanza - 488 pp. (13 + 29, tot. 42)

Vol. V - 1964 - Mutillidae - Myrmosidae - F. Invrea - 302 pp. (55 + 6, tot. 61)

Vol. VI - 1965 - Echinodermata - E. Tortonese - 422 pp. (102)

Vol. VII - 1965 – Mammalia - Lagomorpha, Rodentia, Carnivora, Ungulata, Cetacea - A. Toschi - 648 pp. (6 + 28 + 14 + 9 + 12, tot. 69)

Vol. VIII - 1965 - Coleoptera - Cicindelidae, Carabidae (Catalogo topografico) - M. Magistretti - 512 pp. (1.218)

Vol. IX - 1967 - Rhynchota - Heteroptera, Homoptera, Auchenorrhyncha (Catalogo topografico e sinonimico) - A. Servadei - 851 pp. (1.375 + 788, tot. 2.163)

Vol. X - 1970 - Osteichthyes - Pesci ossei - parte prima - E. Tortonese - 566 pp. (165)

Vol. XI - 1975 - Osteichthyes - Pesci ossei - parte seconda - E. Tortonese - 636 pp. (271)

Vol. XII - 1976 - Coleoptera - Dryopidae, Elminthidae - M. Olmi - 280 pp. (17 + 27, tot. 44)

Vol. XIII - 1978 - Diptera Nematocera - Simuliidae - L. Rivosecchi - 536 pp. (80)

Vol. XIV - 1979 - Coleoptera - Haliplidae, Hygrobiidae, Gyrinidae, Dytiscidae - M. E. Franciscolo - 804 pp. (22 + 1 + 14 + 187, tot. 224)

Vol. XV - 1979 - Hirudinea - A. Minelli - 152 pp. (28)

Vol. XVI - 1980 - Coleoptera - Histeridae - P. Vienna - 386 pp. (164)

Vol. XVII - 1980 - Coleoptera - Anthicidae - I. Bucciarelli - 240 pp. (92)

Vol. XVIII - 1982 - Coleoptera - Carabidae. I - Introduzione, Paussinae, Carabinae - A. Casale, M. Sturani, A. Vigna Taglianti - 500 pp. (69)

Vol. XIX - 1982 - Coleoptera - Staphylinidae - Generalità - Xantholininae - A. Bordoni - 434 pp. (80)

Vol. XX - 1983 - Ephydridae - Canaceidae - S. Canzoneri, D. Meneghini - 338 pp. (160 + 2, tot. 162)

Vol. XXI - 1984 - Crustacea - Copepoda: Calanoida (d'acqua dolce) - E. Stella - 102 pp. (21)

Vol. XXII - 1985 - Lepidoptera - Noctuidae. I - Generalità, Hadeninae, Cucullinae - E. Berio - 972 pp., 32 tavole (110 + 178, tot. 288)

Vol. XXIII - 1985 - Cladocera - F. G. Margaritora - 400 pp. (109)

Vol. XXIV - 1986 - Tardigrada - W. Maucci - 388 pp. (204)

Vol. XXV - 1987 - Coleoptera - Staphylinidae - Omaliinae - A. Zanetti - 472 pp. (200 ca.)

Vol. XXVI - 1988 - Coleoptera - Cerambycidae (Catalogo topografico e sinonimico) - G. Sama - 216 pp. (267)

Vol. XXVII - 1991 - Lepidoptera - Noctuidae. II - Sezione Quadrifide - E. Berio - 710 pp., 16 tavole (181)

Vol. XXVIII - 1991 - Coleoptera - Meloidae - M.A. Bologna - 542 pp. (61)

Vol. XXIX - 1992 - Aves. I - Gaviidae - Phasianidae - P. Brichetti, P. De Franceschi, N. Baccetti (eds) - 964 pp. (151)

Vol. XXX - 1992 - Diptera Sciomyzidae - L. Rivosecchi - 270 pp. (80)

Vol. XXXI - 1993 - Crustacea - Amphipoda di acqua dolce - G. S. Karaman - 338 pp. (89)

Vol. XXXII - 1993 - Coleoptera - Nitidulidae - Kateretidae - P. A. Audisio - 972 pp. (168)

Vol. XXXIII - 1994 - Coleoptera - Elateridae - G. Platia - 430 pp. (243)

Vol. XXXIV - 1996 - Coleoptera - Staphylinidae - Leptotyphlinae - R. Pace - 328 pp. (157)

Vol. XXXV - 1997 - Coleoptera - Lucanidae - M. E. Franciscolo - 228 pp. (9)

Vol. XXXVI - 1998 - Acari - Ixodida - G. Manilla - 280 pp. (36)

Vol. XXXVII - 1999 - Hymenoptera - Dryinidae - Embolemidae - M. Olmi - 426 pp. (133 + 3, tot. 136)

Vol. XXXVIII - 2003 - Mammalia. III - Carnivora - Artiodactyla - L. Boitani, S. Lovari, A. Vigna Taglianti (eds) - 434 pp. (17 + 9, tot. 26)

Vol. XXXIX - 2004 - Chaetognata - E. Ghirardelli, T. Gamulin - 158 pp. (30)

Vol. XL - 2005 - Hymenoptera - Sphecidae - G. Pagliano, E. Negrisolo - 560 pp. (380)

Vol. XLI - 2006 - Coleoptera - Aphodiidae - Aphodiinae - G. Dellacasa & M. Dellacasa - 484 pp. (128)

Vol. XLII - 2007 - Amphibia - B. Lanza, F. Andreone, M. A. Bologna, C. Corti, E. Razzetti (eds) - 538 pp. (44)

Vol. XLIII - 2008 - Plecoptera - R. Fochetti, J. M. Tierno de Figueroa - 340 pp. (160)V

ol. XLIV - 2008 - Mammalia. II. Erinaceomorpha - Soricomorpha - Lagomorpha - Rodentia - G. Amori, L. Contoli, A. Nappi (eds) - 736 pp. (2 + 15 + 6 + 31, tot. 54)

Vol. XLV - 2011 - Reptilia - C. Corti, M. Capula, L. Luiselli, E. Razzetti, R. Sindaco (eds) – 800 pp., 58 tavole (58)

Vol. XLVI - 2011 - Porifera I - Calcarea, Demospongiae (partim), Hexactinellida, Homoscleromorpha – M. Pansini, R. Manconi, R. Pronzato (eds) – 554 pp., 16 tavole (185)

Vol. XLVII - 2012 - Mammalia V. Chiroptera - B. Lanza – 786 pp., 47 tavole (39)

Vol. XLVIII - 2012 - Orthoptera - B. Massa, P. Fontana, F.M. Buzzetti, R. Kleukers, B. Odé (eds) – 563 pp., 185 tavole, 1 CD Rom (349)

Vol. XLIX - 2015 - Mammalia IV. Cetacea - L. Cagnolaro, B. Cozzi, G. Notarbartolo di Sciara, M. Podestà (eds) – 390 pp. + 105 tavole (23)

Vol. L - 2015 - Marine Rotifera - W.H. de Smet, G. Melone, D. Fontaneto, F. Leasi – 254 pp. + 166 figs. (118)

Vol. LI - 2017 - Ascidiacea of the European Waters - R. Brunetti, F. Mastrototaro – 447 pp. + 133 tavole in b/n e XIII tavole a colori (381)

La Collana “Fauna d’Italia” - Volumi pubblicati (il titolo è in grassetto; tra parentesi il numero delle specie trattate in ciascun volume; è indicato, ove possibile, il numero delle specie riferite a ciascuna sezione (ad es., famiglia ordine), dalla cui somma è possibile dedurre il totale delle specie trattate in ciascun singolo volume).

E per l’Italia? È impossibile qualsiasi previsione puntuale, di certo saranno necessari molti decenni per completare l’opera; anche perché i primi volumi richiedono un aggiornamento ormai improcrastinabile. Consideriamo ad esempio due casi, l’uno relativo agli Odonata (libellule), trattati nel Vol. I, l’altro relativo ai Chiroptera (pipistrelli) trattati nei Voll. IV e XLVII. In entrambi i casi si tratta di gruppi di specie poco numerosi. Si deduce anzitutto che le conoscenze riportate sul Vol. IV del 1959 sono state aggiornate al 2012 (anno di stampa del Vol. XLVII); in questo lasso di tempo le specie italiane sono passate da 29 a 39 con un incremento del 34,5%. Nel caso del Vol. I del 1956 (lo stato delle conoscenze sulle libellule italiane era stato definito “buono” dagli AA. (Cesare Conci e Cesare Nielsen), l’aggiornamento non esiste ancora; si consideri che nel frattempo il numero di specie di libellule della fauna italiana è passato da 80 a 93 con un incremento del 16,3%. Da quest’ultimo esempio si deduce che altre opere di sintesi sono state recentemente dedicate agli Odonati italiani (Riservato et al., 2014). In generale, non è necessario attendere la pubblicazione di volumi dedicati della FI per conoscere il numero complessivo delle specie attualmente presenti nel nostro paese. Ad esempio, pur non essendo stato pubblicato alcun volume sui ragni (Araneae) sappiamo che questi Aracnidi assommano a 1.620 specie attuali sinora descritte di 54 famiglie (Pantini e Isaia, 2016; ma si consideri il contributo di Pantini e Mazzoleni, 2018, precedentemente citato); saranno prevedibilmente necessari numerosi volumi della collana per illustrarne compiutamente la diversità. Non v’è peraltro alcun dubbio che per livello di informazioni e ricchezza iconografica la collana FI rappresenti attualmente un’opera assolutamente unica nel suo genere. La sua naturale collocazione è nella biblioteca dello specialista e in quelle di dipartimenti universitari, musei zoologici ed istituzioni scientifiche equipollenti.

Dati statistici
Dalla lista della collana FI possono essere estrapolati alcuni dati interessanti. Il numero di specie considerate in ciascun singolo volume è quanto mai variabile, da un minimo di 9 (Vol. XXXVI) ad un massimo di 2.163 (Vol. IX); da 9 a 380 (Vol. XL) se si escludono i cataloghi sinonimici e topografici, semplici elenchi di specie. I volumi dedicati ai vertebrati sono 12 (23,5%), un valore piuttosto elevato dato il numero relativamente modesto di specie di Pesci, Anfibi, Rettili, Uccelli e Mammiferi sul totale delle specie italiane.
Per molteplici motivi, le informazioni disponibili sui vertebrati sono, dal punto di vista quali/quantitativo, ben superiori a quelle disponibili attualmente per moltissimi invertebrati per i quali il livello delle conoscenze (ciclo biologico, regime alimentare e più in generale rapporti con l’ambiente fisico e biotico) è pressoché nullo (Minelli, 2005). I volumi dedicati a faune marine sono in lingua inglese in quanto potenzialmente utili a tutti gli zoologi che si occupano di faune del Mar Mediterraneo; testimoniano altresì il respiro ormai internazionale acquisito dalla nostra FI. Collaboratori prolifici della collana sono stati gli eclettici naturalisti Enrico Tortonese (1911-1987), biologo marino ed ittiologo, e Benedetto Lanza (1924-2016), erpetologo e teriologo, autori o coordinatori di ben otto volumi della FI (il 15,7% del totale). Sette volumi (13,7%) sono dedicati a gruppi prevalentemente o esclusivamente marini, in particolare gli ultimi tre volumi della serie, a dimostrazione dei progressi significativi del livello delle conoscenze sulle faune dei mari italiani, in particolare negli ultimi decenni. Tre volumi (5,9%) sono dedicati a gruppi strettamente legati all’ambiente delle nostre acque interne. L’ordine rappresentato dal numero più elevato di monografie, ben 12 (23,5%), è quello dei Coleoptera a conferma di quanto precedentemente sostenuto in merito alla ricchezza di specie del gruppo; oltretutto, molte famiglie di Coleoptera non sono state ancora trattate o lo sono state solo parzialmente (ad es. nel caso dei cataloghi topografici e sinonimici). Nel corso di oltre 60 anni, la veste editoriale dei volumi della collana, tutti in coperta hdk, non è cambiata in modo sostanziale

Le Liste Rosse
La seconda serie attualmente in progress dedicata esclusivamente alla nostra fauna è quella delle Liste Rosse IUCN. Le Liste Rosse (LR) IUCN costituiscono elenchi di specie, riferiti ad un determinato territorio, per le quali viene indicato il livello di rischio emerso a valle di un procedimento di valutazione noto come Risk Assessment, basato sulle conoscenze dell’ecologia della specie e sulla identificazione delle principali minacce in corso unitamente alla pianificazione di opportune azioni necessarie per contrastarle (Crucitti, 2016). Le LR costituiscono strumenti di lavoro essenziali ai fini della gestione delle aree protette e, più in generale, per impostare adeguate politiche di conservazione. In tale contesto, la mission è costituita dalla conoscenza dello status del maggior numero possibile di specie. A livello mondiale è la International Union for the Conservation of Nature (IUCN), fondata oltre 60 anni or sono con la missione di “influenzare, incoraggiare e assistere le società in tutto il mondo a conservare l’integrità e diversità della natura e di assicurare che ogni utilizzo delle risorse naturali sia equo ed ecologicamente sostenibile”, a redigere e diffondere Liste Rosse di specie animali e vegetali minacciate. La IUCN è considerata la massima autorità al mondo sullo stato di conservazione della natura. Gli esperti della IUCN, oltre 10.000 tra botanici, zoologi e specialisti in discipline affini, sono volontari provenienti da ogni parte del mondo; molti afferiscono alla Commissione per la Salvaguardia delle Specie o SSC (IUCN Species Survival Commission Specialist Groups)di cui fanno parte anche numerosi scienziati italiani. Fra i principali species assessors a livello mondiale, vi sono rappresentanti di NGOs e di enti di ricerca internazionali; BirdLife International, Zoological Society of London, World Conservation Monitoring Centre. L’autorità nazionale della IUCN è il Ministero dell’Ambiente; Federparchi è uno dei componenti del Comitato IUCN Italia e ne gestisce per statuto la segreteria. Dal 1963 la IUCN redige e aggiorna periodicamente la Red List of Threatened Species o Liste Rosse delle specie minacciate. All’inizio del 2013, la Red List ha valutato oltre 65.000 specie di cui oltre 20.000 minacciate di estinzione. Le Liste Rosse IUCN italiane non sono le uniche liste rosse sinora proposte per la fauna italiana. Uno dei pregi di questa collana è la sua omogeneità, in particolare iconografica. Nel prospetto di Tab. 2 viene riassunta la situazione delle Liste Rosse IUCN d’Italia aggiornata al 2017 unitamente ad altri esempi di liste rosse italiane.

La fauna marina
Alla fauna dei mari italiani (nove settori biogeografici del Mediterraneo che circondano la penisola e i gruppi di isole; otto aree principali più il “microsettore” costituito dallo Stretto di Messina) abbiamo appena accennato. La Società Italiana di Biologia Marina (S.I.B.M.) ha edito la “Checklist della Flora e della Fauna dei mari italiani” (Parte I - 2008; Parte II – 2010; Relini ed., 2008 e 2010) indispensabile aggiornamento della checklist della Calderini 1993-1995. In quest’ultima, lo ricordiamo, erano state elencate 57.000 specie raccolte in 110 sezioni di cui 32 sono dedicate totalmente, o in parte, alle 9.309 specie marine di cui 1.047 sono Protozoi. I capitoli relativi a specifici gruppi tassonomici sono curati da specialisti ad eccezione di pochi gruppi compilati dalla redazione. Nella Parte I sono presi in considerazione una ventina circa di phyla tra cui molti “minori” (costituiti al più da poche decine di specie), da Protozoa a Oligochaeta, per complessive 6.565 specie; nella Parte II sono presi in considerazione soprattutto Arthropoda, Bryozoa e Deuterostoma (Vertebrati inclusi) oltre a gruppi “minori” per complessive 3.257 specie; il totale di 9.822 specie costituisce un incremento significativo (+ 513 specie) rispetto alla Checklist del 1993-1995 (per inciso, le specie di piante, comprensive di Fungi, Phytoplankton, Microphytobenthos e Macrophytobenthos, ammontano a 2.772 specie di rango specifico e intraspecifico). Dalla fondamentale opera della S.I.B.M. ci separano tuttavia nove anni ed è pertanto evidente la necessità di un aggiornamento a breve scadenza.

Per concludere, la crescente attenzione verso la crisi della biodiversità a livello mondiale richiede, come base conoscitiva iniziale e irrinunciabile, la realizzazione di inventari floristici e faunistici costantemente aggiornati per ogni singolo paese.

Liste Rosse IUCN della fauna italiana

Autori / Anno

 

 

Lista Rossa dei Vertebrati Italiani

           Pesci Cartilaginei - Pesci d’acqua dolce -Anfibi - Rettili - Mammiferi

Rondinini et al., 2013

Lista Rossa dei Coralli  Italiani

Salvati et al., 2014

Lista Rossa della Flora Italiana

           1. Policy species e altre specie minacciate

Rossi et al., 2013

Lista Rossa delle Libellule Italiane

Riservato et al., 2014

Lista Rossa dei Coleotteri Saproxilici Italiani

Audisio et al., 2014

Lista Rossa delle Farfalle  Italiane - Ropaloceri

Balletto et al., 2015

Lista Rossa dei Pesci Ossei Marini Italiani

Relini et al., 2017

Altre Liste Rosse della fauna italiana

Autori / Anno

Lista Rossa 2011 degli Uccelli Nidificanti in Italia

A Red List of Italian Italian Saproxylic Beetles: taxonomic overview, ecological features and conservation issues (Coleoptera)

 

Proposta di una Lista Rossa dei Molluschi terrestri della Campania (Mollusca: Gastropoda)

 

Peronace et al., 2012

Carpaneto et al., 2015

 

 

Maio et al., 2017

Alcune delle più recenti liste rosse della fauna italiana; le prime sette sono quelle incluse nella serie curata da MATTM, Federparchi e IUCN Comitato Italiano

 

Bibliografia

AA.VV., 2018. Il Capitale Naturale in Italia. Aria, suolo, acqua, foreste. Un patrimonio da difendere e arricchire. Edizioni Ambiente, Milano.

Blasi C. (ed. in chief), Boitani L., La Posta S., Manes F. e Marchetti M. (a cura di), 2005. Stato della Biodiversità in Italia. Contributo alla strategia nazionale per la biodiversità. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - Direzione per la Protezione della Natura - Società Botanica Italiana. Palombi & Partner S.r.l. , Roma.

Burgio G., Sommaggio D., Birtele D., 2015. I Sirfidi (Ditteri): biodiversità e conservazione. ISPRA, Manuali e Linee Guida 128/2015, 182 pp.

Cencini C. e Corbetta F. (a cura di), 2013. Il manuale del bravo conservatore. Saggi di Ecologia applicata. “Edagricole” – Edizioni Agricole de il Sole 24 ORE Spa, Bologna.

Crucitti P., 2016. Strategie per la conservazione della biodiversità - Liste Rosse e Citizen Science. Europa Edizioni s.r.l. Roma, 161 pp.

Crucitti P., 2018. Principi e metodi della ricerca faunistica - La progettazione nelle ricerche sulla biodiversità animale. Edizioni Accademiche Italiane, 316 pp.

Crucitti P., Bubbico F., Di Russo E., Tringali L., Veltri Gomes L., 2016. La Collana “Fauna d’Italia”. Sessanta anni di politica editoriale per la fauna italiana. Scienze e Ricerche, suppl. al n. 35, agosto 2016: 3-46.

Minelli A., 2005. Fauna terrestre, stato delle conoscenze. In: Blasi C. (ed. in chief), Boitani L., La Posta S., Manes F. e Marchetti M. (a cura di), 2005. Contributo alla strategia nazionale per la biodiversità. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - Direzione per la Protezione della Natura - Società Botanica Italiana. Palombi & Partner S.r.l. , Roma.

Pantini P., Isaia M., 2016. Checklist of Italian spiders. Version April 2016. http://www.museoscienzebergamo.it/web/index.php?

Pantini P., Mazzoleni F., 2018. I Ragni di Calabria (Arachnida Araneae). Riv. Mus. Civ. Sc. Nat. “E. Caffi” Bergamo, 31: 11-70.

Riservato E., Festi A., Fabbri R., Grieco C., Hardensen S., La Porta G., Landi F., Siesa M. E., Utzeri C., 2014. Atlante delle libellule italiane, preliminare. Società Italiana per lo Studio e la Conservazione delle Libellule. Edizioni Belvedere, Latina, “Le Scienze” (17), 224 pp.