Membro di
Socia della

Archivio Rassegna Stampa

Caro Coronavirus

Fabio Ligabue

L’attenzione del mondo intero, oggi, è rivolta a te. Ti vorrei parlare in nome di tutte quelle migliaia di persone che hai colpito.
Sei un virus nuovo, sconosciuto, no? Qui c’è grande confusione e nessuno, penso, ha capito bene che origine tu abbia avuto. C’è ancora tutto da scoprire su di te, perché sei   esploso all’improvviso e ci hai preso, così sembra, tutti sottogamba.
Dimmi la verità, ti prego, dammi l’anteprima: come sei nato, veramente?
Ti confido: tra le varie ipotesi che ho sentito, tra noi comuni mortali (per così dire gente semplice come me), c’è quella che sostiene che tu sia frutto della sporcizia e della poca igiene che regna nella zona che ti ha messo al mondo.
Oppure c’è quella (ed è ciò che mi preoccupa di più), che dice che tu sia frutto – sostanzialmente – del fatto che siamo troppi e mal distribuiti sulla Terra  e che, col nostro progresso, stiamo andando ad occupare le nicchie ecologiche che l’evoluzione aveva assegnato ad altre specie viventi.
Dai, dimmi: è così? Stiamo andando troppo veloce? È necessario un ritorno al passato?
Sai, sto rileggendo un libro che già qualche anno fa, mi aveva coinvolto molto e che si intitola proprio “Ritorno al passato, la crisi della società fondata sul petrolio e il futuro che ci attende”.
Lo sto rileggendo perché, come una profezia, già dalla sua prima edizione, diversi anni fa, in estrema sintesi, sostiene che anche la nostra società “evoluta”, basata sulla crescita, crescita e ancora crescita (economica e di conseguenza demografica), sarebbe destinata inevitabilmente a raggiungere presto il suo apice, il suo culmine, da cui subirebbe il suo inesorabile tracollo.
Così avrebbero fatto anche altre civiltà, tra cui il glorioso popolo romano, 2000 anni fa, che tanto ha dato allo sviluppo del mondo.
Conclude invece affermando che ciò che è sempre rimasto, nel corso della Storia (ma che, se andiamo avanti così verrà presto distrutto), sono essenzialmente le popolazioni primitive o per così dire semplici, perché, nella loro essenzialità e forse, inconsapevolezza, vivono in simbiosi con il mondo, con la natura, con l’ecosistema.
Chi, con un briciolo di sensibilità, non rimane motivato da queste parole?
Non è così???
Io penso che questa sia la verità, ma capisco che ognuno sia figlio della propria epoca e tornare indietro, quando si è raggiunto un certo livello, è molto difficile, se non impossibile.
In effetti, anche presso i popoli primitivi prima o poi c’è stato progresso, c’è stata una spinta evolutiva, per esempio a fare meno fatica nel lavorare   la terra, nell’attingere o trasportare acqua,… nel cercare maggiori agiatezze.
Nella mia povera ignoranza, penso però a come la spinta evolutiva sia insita nella natura umana e che, evidentemente, il problema sta nel capire il limite (l’equilibrio nell’ecosistema), entro cui fermarsi.
Mia nonna, così pure come ho sentito da alcuni nostri vecchi che ho intervistato qualche anno fa, dice che si stava meglio quando si stava peggio. Al di là della perdita dal valore inestimabile di vite umane di questo periodo, lei, classe 1930, dice sempre che si mette A RIDERE quando oggi sente dire in giro che c’è crisi!
Ma, pensandoci, quante volte l’ho sentito dire, non solo da lei: “si stava meglio quando si stava peggio”...
E forse, sotto molti aspetti a ragione.
Anche qui sta l’eterna lotta tra ciò che è bene e ciò che è male? Tra la bramosia del volere sempre di più e il sapersi accontentare e godere di quel che ci è stato donato?
Ma allora la crisi, a cui ci stai trascinando (e per cui mia nonna si mette a ridere), nasce nel momento in cui si riesce a fare il confronto tra peggio e meglio e non ci si accontenta più delle cose che abbiamo o di cui possiamo fruire.
Ma allora forse ci vuoi insegnare qualcosa!!!
Che la storia si ripete e che la saggezza popolare insegna sempre???
Mah…
Mi pervade, quindi, il pensiero   di come tutto quel che riceviamo dalla Terra debba essere sano, pulito, custodito e restituito tale, perché anche noi, in fin dei conti, ne siamo parte e che se i componenti di un ecosistema si ammalano, nel loro equilibrio, le conseguenze possono essere disastrose.
Quindi, questa tragedia è “il tuo caso”?
Allora forse, ce la siamo proprio cercata noi, si dice così no?, con la nostra bramosia di potenza e ricchezza e tu ne sei un frutto.
Quindi probabilmente non sei nato cattivo, siamo solo noi che ti abbiamo creato. Non è così?
Non abbiamo ancora capito che il valore di questo Mondo è, in definitiva, la Vita e ciò che la   Vita/Natura ci può offrire. Nel suo rispetto.
Se è così, allora guida pure il mondo come ritieni, ma tuttavia, ti chiedo di essere un po’ meno spietato…,   di farci mandare giù la pillola un po’ per volta…, di fare in modo che ognuno di noi “EVOLUTI”   faccia proprio il pensiero che   finora abbiamo sbagliato e ti prego, ancora una volta, anche in nome di tutte quelle persone che sono morte cercando di salvare gli altri, fa che si abbia ancora il tempo di regolarsi di conseguenza.

Artico in agonia

Riccardo Graziano

I cambiamenti climatici interessano tutto il pianeta, ma in alcune zone sono più evidenti sia nell’entità, sia per le conseguenze. Fra i territori particolarmente colpiti dal surriscaldamento globale ci sono naturalmente i ghiacciai, sia quelli alpini, sia quelli di Artico e Antartico, ma anche le fasce climatiche sub-polari sono in sofferenza.
È di qualche settimana fa la notizia dell’ennesimo disastro ambientale avvenuto in quelle regioni, precisamente a Norilsk, nella penisola di Taymyr, nel nord della Russia. Qui, il 29 maggio scorso circa ventimila tonnellate di gasolio fuoriuscite dai depositi della NTEC (società del gruppo Nornikel) hanno contaminato il suoloe oltre venti chilometri di fiumi.
Le cause dello sversamento non sono chiare, vista la poca trasparenza con la quale trapelano le notizie da Mosca, ma sembra esserci una correlazione con lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno profondo perennemente ghiacciato che si trova nelle regioni caratterizzate da basse temperature lungo tutto il corso dell’anno. Infatti l’incidente sarebbe avvenuto, secondo l’azienda, a causa del crollo dei serbatoi provocato dal cedimento del permafrost sottostante, che si sarebbe liquefatto per via delle temperature insolitamente elevate dell’ultimo periodo.
Dal momento che la Procura locale ha aperto un’indagine penale sull’incidente, il riferimento allo scioglimento del permafrost potrebbe anche essere uno stratagemma strumentale del Nornickel Mining Group – principale produttore mondiale di nichel e palladio, a cui fa capo l’impianto oggetto dello sversamento – per cercare di evitare qualsiasi responsabilità attribuendo le cause del disastro a un fenomeno naturale, quale sarebbe secondo loro lo scioglimento del permafrost. Se questa strategia dovesse avere successo, non sarebbe certo la prima volta che un incidente ambientale di ampie proporzioni rimane senza colpevoli, con il danno ecologico ed economico che va a impattare sulla collettività anziché sui veri responsabili. In Russia c’è una ricca casistica in proposito, ma anche l’Italia non è certo da meno, come del resto la gran parte dei Paesi.
Ora, occorre sottolineare due fatti: il primo è che il permafrost si sta effettivamente sciogliendo in misura preoccupante, ma non si tratta di un fenomeno “naturale”, bensì dovuto al surriscaldamento globale provocato dall’effetto serra, a sua volta causato dalle emissioni antropiche dovute all’(ab)uso di combustibili fossili; il secondo è che – anche ammettendo che tale scioglimento sia alla base del cedimento dei serbatoi di combustibile – si tratterebbe comunque di una concausa, ma il grosso della responsabilità sarebbe in ogni caso di chi ha insediato un’attività produttiva altamente impattante in una zona fragile, senza monitorare in maniera adeguata l’evolversi della situazione.
In altre parole, se gestisci un impianto appoggiato sul permafrost, devi essere conscio del fatto che esiste la concreta possibilità che ti si squagli il terreno sotto i piedi, quindi devi controllare costantemente la situazione della consistenza del sottosuolo e delle fondamenta ed essere pronto a intervenire per evitare il collasso delle strutture. Cosa sarebbe successo se al posto dei serbatoi ci fosse stato un condominio? Avremmo attribuito la tragedia a cause naturali? Probabilmente sì, visto che lo facciamo in continuazione, in occasione di allagamenti, frane o altri eventi “naturali” dove invece è estremamente elevata la corresponsabilità dell’azione antropica, per esempio perché si insediano abitazioni o attività dove non si dovrebbe, come nel caso dell’impianto russo.
Vale la pena ricordare che già nel 2009 l’organizzazione ambientalista Greenpeace aveva ammonito sui “rischi per le infrastrutture dell’industria russa del petrolio e del gas, associati al degrado del permafrost a causa dei cambiamenti climatici”. La situazione era dunque già nota da tempo e non si può attribuire l’attuale disastro al fatto che negli ultimi mesi le temperature si sono alzate di circa 4°C sopra le medie locali. Inoltre, il fenomeno dello scioglimento del permafrost russo è un fatto assodato da anni. Approfittando dello scongelamento del terreno, alcune popolazioni dell’estremo nord hanno addirittura messo in piedi un commercio quantomeno singolare: quello dell’avorio delle zanne di mammuth, che riemergono dalla prigione di ghiaccio in cui erano rimaste sepolte per millenni e vengono recuperate e vendute (in genere per cifre ridicole) a commercianti che le indirizzano verso i mercati asiatici.
Ma tale commercio è ben poca cosa rispetto al cinismo dei petrolieri russi, che approfittano dello scioglimento della banchisa polare per installare nuove piattaforme petrolifere marine sempre più a nord, implementando l’industria dei combustibili fossili che è la principale causa del riscaldamento globale. In pratica, anziché contrastare il fenomeno che provoca i cambiamenti climatici, si agisce per accelerarlo. Del resto, la cosa vale anche per lo scioglimento del permafrost: il terreno ghiacciato per centinaia di migliaia di anni ha fatto da “tappo”, trattenendo nel sottosuolo milioni di metri cubi di gas metano, che ora invece fuoriesce proprio a causa dello scioglimento della copertura, disperdendosi in atmosfera. Il problema è che il metano, a sua volta, è un gas che contribuisce al riscaldamento globale in maniera rilevante, visto che la sua capacità di creare “effetto serra” è 25 volte più elevata di quella dell’anidride carbonica, dunque il ciclo riscaldamento/scioglimento del permafrost è un circuito che si autoalimenta e, conseguentemente, accelera.
Ne consegue che i cambiamenti climatici sono ancora più incombenti di quanto stimassero le previsioni e le loro conseguenze dirette e indirette sempre più devastanti. Tanto per dare un’idea, gli esperti hanno valutato che le barriere poste sui fiumi riusciranno a intercettare solo una minima parte delle ventimila tonnellate di gasolio fuoriuscito nell’incidente russo, mentre il resto degli idrocarburi inquinerà acque e suolo, con danni ambientali ingenti. Le città industriali di Norilsk e della regione di Krasnoyarsky hanno dovuto dichiarare lo stato di emergenza e i danni ai sistemi idrici della regione sono stati valutati in 77,5 milioni di euro, senza contare i costi della bonifica dell’ambiente contaminato.
I danni economici di questi “incidenti” crescono di pari passo con i danni ambientali e, esattamente come questi ultimi, ricadono sulla collettività, mentre gli inquinatori non vengono mai inchiodati alle loro responsabilità e continuano a fare soldi a palate. In realtà, se si applicasse il semplice principio “chi inquina paga” diventerebbe palese che l’industria dei combustibili fossili non è così conveniente come vogliono farci credere. O meglio, lo è per i petrolieri che incassano, ma non per tutti noi che ne paghiamo le conseguenze.

Tratto da Agendadomani (agendadomani.it)

Codice Forestale Camaldolese - Le radici della sostenibilità

Dom Salvatore Frigerio

La comunità monastica di Camaldoli, fin dal suo primo sorgere attorno al 1024, stabilì un rapporto vitale con l’ambiente forestale, fino ad assumerlo a simbolo e custode della vita monastica. Qui troviamo il nodo che collega la tradizione camaldolese a quella biblica.
Nel 1080 Rodolfo, il quarto Priore dell’Eremo, codifica per la prima volta le consuetudini di vita della comunità romualdina (Liber eremiticae regulae aeditae a Rodulpho eximio doctore. Biblioteca della città di Arezzo, cod. 333, sec XI). La sua opera viene ampliata da Rodolfo II all’inizio del XII secolo. In questo nuovo codice camaldolese l’Autore ci offre pagine altamente dimostrative del rapporto tra i monaci e la foresta. In una pagina particolarmente ricca di poesia è raccolta tutta la tensione ascetica dei monaci che vivono in sintonia con l’ambiente, fino a registrare la loro “identificazione” con gli alberi. Il brano (cap. 49) canta i sette alberi elencati nel libro di Isaia quali segno della fertilità della terra rifondata da Dio (Is 41,19) e, contemplandone le proprietà, vi scopre l’indicazione di quelle virtù che ogni monaco deve possedere. Ma va oltre affermando che ogni monaco deve diventare quegli alberi!

“Pianterò, Egli dice, nel deserto, il cedro e il biancospino, il mirto, l’olivo, l’abete, l’olmo e il bosso”. Se dunque desideri di possedere di questi alberi in abbondanza o se brami di essere tra loro annoverato (ut inter eos computari), tu chiunque sii, studiati di entrare nella quiete della solitudine (in solitudine quiescere). Quivi infatti potrai possedere, o diventare tu stesso (aut cedrus fieri) un cedro del Libano che è pianta di frutto nobile, di legno incorruttibile, di odore soave: potrai diventare, cioè, fecondo di opere, insigne per limpidezza di cuore, fragrante per nome e fama; e come cedro che si innalza sul Libano, fiorire di mirabile letizia (mira iocunditate florescas). Potrai essere anche l’utile biancospino, arbusto salutarmene pungente, atto a far siepi, e varrà per te la parola del profeta “sarai chiamato ricostruttore di mura, restauratore di strade sicure”. Con queste spine si cinge la vigna del Signore: “affinché non vendemmi la tua vigna ogni passante e non vi faccia strage il cinghiale del bosco né la devasti l’animale selvatico”. Verdeggerai altresì come mirto, pianta dalle proprietà sedative e moderanti; farai cioè ogni cosa con modestia e discrezione, senza voler apparire né troppo giusto né troppo arrendevole, così che il bene appaia nel moderato decoro delle cose. Meriterai pure di essere olivo, l’albero della pietà e della pace, della gioia e della consolazione. Con l’olio della tua letizia illuminerai il tuo volto e quello del tuo prossimo e con le opere di misericordia consolerai i piangenti di Sion. Così darai frutti soavi e profumati “come olivo verdeggiante nella casa del Signore e come virgulto d’olivo intorno alla sua mensa”. Potrai essere abete slanciato nell’alto, denso di ombre e turgido di fronde, se mediterai le altissime verità, e contemplerai le cose celesti, se penetrerai, con l’alta cima, nella divina bontà: “sapiente delle cose dell’alto”. E neppure ti sembri vile il diventare olmo, perché quantunque questo non sia albero nobile per altezza e per frutto, è tuttavia utile per servire di sostegno: non fruttifica, ma sostiene la vite carica di frutti. Adempirai così quanto sta scritto:”Portate gli uni i pesi degli altri e così adempirete la legge di Cristo”. Finalmente non tralasciare di essere bosso, pianticella che non sale molto in alto ma che non perde il suo verde, così che tu impari a non pretendere d’essere molto sapiente, ma a contenerti nel timore e nell’umiltà e, abbracciato alla terra, mantenerti verde. Dice il profeta:”Non alzate la testa contro il cielo” e Gesù: “chi si umilia sarà esaltato”. Nessuno dunque disprezzi o tenga in poco conto i ministeri esteriori e le opere umili, perché per lo più le cose che esteriormente appaiono più modeste, sono interiormente le più preziose. Tu dunque sarai un Cedro per la nobiltà della tua sincerità e della tua dignità; Biancospino per lo stimolo alla correzione a alla conversione; Mirto per la discreta sobrietà e temperanza; Olivo per la fecondità di opere di letizia, di pace e di misericordia; Abete per elevata meditazione e sapienza; Olmo per le opere di sostegno e pazienza; Bosso perché informato di umiltà e perseveranza.”

Il testo esalta virtù che appartengono indistintamente ai monaci e agli alberi, in un sorprendente reciproco confondersi. In questa pagina è gettato il fondamento di tutta l’attenzione amorosa ed edificatrice che i monaci hanno offerto alla “loro” foresta. Proprio da qui si dipana il lavoro di custodi appassionati, che nel turgore della foresta riflettono il turgore della loro ascesi e che ritrovano le tappe del loro cammino monastico negli alberelli posti a dimora. Per questo non vi sarà più una legislazione successiva, riguardante la vita della comunità monastica, che tralascerà di disciplinare il rapporto monaco-foresta, se non quando questo sarà interrotto dalle soppressioni civili che ne toglieranno ai monaci la cura, nel 1810 (soppressione napoleonica) e nel 1866 (soppressione sabauda tuttora vigente). Si verifica quindi una legislazione forestale del tutto singolare: non viene promulgato un codice a parte, specifico per la gestione forestale, ma questa è parte integrante delle Costituzioni che regolano la vita dei monaci. Si tratta di un caso unico in tutto il monachesimo cristiano. Nel 1520, stampato con i tipi in legno della nuovissima tipografia installata nel monastero, viene pubblicato un libro di grande importanza: la Regola di vita eremitica (Paulus Justiniani, Eremitice vite regula a beato Romualdo Camaldolensibus Eremitis tradita: seu Camal.Eremi Istitutiones, Monasterio Fontis Boni MDXX, p.37 ss.). Si tratta della prima organica legislazione, promulgata dal priore Paolo Giustiniani, dotto umanista veneziano (1476-1528). Quest’opera, che possiamo considerare il primo compendio ben articolato di tutte le precedenti norme stabilite dai Camaldolesi, ci dimostra come il rapporto con la foresta fosse parte integrante della regola di vita di quei monaci. Silvano Razzi, abate del Monastero fiorentino di S. Maria degli Angeli, ci dà, nel 1575, una traduzione della Regola del Giustiniani in lingua toscana (Regola della Vita Eremitica… Le Constituzioni Camaldolesi tradotte dalla lingua latina nella toscana, a cura di Silvano Razzi, Fiorenza MDLXXV, pp. 22-23 e p. 198). Da questa riprendiamo alcuni passi.

“… se saranno gl’Eremiti studiosi veramente della solitudine, bisognerà che habbiano grandissima cura, & diligenza, che i boschi, i quali sono intorno all’Eremo, non siano scemati, ne diminuiti in nium modo, ma piu tosto allargati, & cresciuti. Si possono adunque tagliare Abeti, per edificazione della Chiesa, delle Celle, & dell’altre stanze, & officine dell’Eremo; (…) con la sola licenza, & concessione del Maggiore [il Priore. Ndr]. Quando poi bisogna tagliarne quantità maggiore (…) ciò si faccia, ma con speciale licenza del Capitolo dell’Eremo: ne altri si conceda licenza di tagliare Abeti. (…) Procurino (…) con diligente cura che per ogni modo, si piantino ciascun’anno, in luoghi opportuni, & vicini all’Eremo, quattro, ò cinque mila Abeti. (…) La qual cosa, se per sorte, un anno (che Dio nol voglia) non si facesse, l’anno seguente facciasi per l’uno, & per l’altro. Ne altrimenti si possano tagliare Abeti, se ciò prima non sarà stato fatto” .“Alla cura finalmente de gl’Abeti, si dee deputare uno del numero dei fratelli (…); l’ufficio del quale sia attendere con diligente cura, & sollecitudine, che non siano ne tagliati, ne offesi, ò vero guasti in alcun modo; & procurare, che di nuovo, come si è detto sopra a suo luogo, se ne piantino. & usare ogni diligenza alli piantati, accio che possano crescere; & quando se n‘ha da tagliare, mostrare quali, & dove si possa fare con manco danno della bellezza della selva; & fare in breve con diligenza tutte le cose, che appartengono alla cura, & custodia de gl’Abeti”.

Nel 1639 le nuove Costituzioni di Camaldoli introducono la Guardia Forestale. Così recita l’articolo 7:
“Molto importa che le selve dei nostri eremi siano ben guardate, e conservate, e però si habbi l’occhio chi sia, e di condizione, il custode di quelle: perciò deve essere giovane, e robusto, che possa una volta, et ancora due bisognando, ogni giorno circondare le selve, et cacciare via gli animali di vicini, et procurare che non si facci danno.” (da G. Cacciamani, L’antica foresta di Camaldoli, Ed. Camaldoli, 1965, p. 31).

Nel 1850 un Regolamento del Priore dell’Eremo documenta la creazione di un Caporale che sovrintende al lavoro dei Taglialegna (Bifolci) e dei Macchiaioli (D.G.B. Casini, Regolamento per i Macchiajoli, 1850, copia ms. Archivio di Camaldoli).
L’ultimo intervento risale al 1866, esattamente due mesi prima della soppressione Sabauda. In via ordinaria era esclusiva competenza del Capitolo di Camaldoli, cioè dell’assemblea della Comunità, prendere tutte le decisioni necessarie per garantire la buona gestione della foresta. In quelle assemblee, i cui Atti Capitolari ci offrono ampia documentazione, spettava al Priore e al Cellerario (economo) dell’Eremo presentare le proposte; dopo la discussione si procedeva alla votazione segreta; decideva solo la maggioranza assoluta (50%+ I). La proposta approvata passava agli Atti Capitolari e neppure il Priore poteva modificarla. Qualora questo si fosse verificato, il responsabile, fosse anche il Priore Generale, incorreva nella ‘scomunica”! E non sembri esagerato il provvedimento, dal momento che la decisione era stata presa dalla Comunità in modo solenne, e dunque, trasgredirla significava “rompere la comunione” con la Comunità stessa. Se, nell’ambito della vita civica, emanare leggi e osservarle è un atto di maturità etica, nella Comunità monastica diviene espressione e testimonianza di condivisione del cammino di fede. Anche questo può diventare monito per tutti noi, cittadini, amministratori e politici! Anche in questo la regola di vita camaldolese può essere richiamo per tutti.
Le maggiori preoccupazioni della suddetta legislazione erano:
I) La custodia della foresta, e in particolare degli abeti, non intesa come “imbalsamazione”: la foresta era “viva” ed era “sacra” e perciò doveva essere “nutrita” con un premuroso avvicendamento che la rinvigorisse. Per il mondo cristiano il sacro non è statico ma dinamico!
2) Da quanto sopra derivava una regolamentazione del taglio degli abeti, controllato da disciplina ferrea.
3) La piantagione degli abeti. I primi documenti al riguardo risalgono al XVI secolo: nella Regola del I520 si disciplinò per la prima volta la messa a dimora dell”Abies Alba”, presente da sempre in quella foresta. Vi fu fissato un numero minimo di 4-5000 abeti l’anno. Anche questo numero andò crescendo, fino ad arrivare ai 30.000 annui del 1801.
4) La vendita degli abeti. La prima documentata risale al 1313, fatta al Fiorentino Guiduccio Tolosini: si trattava di un taglio di 3.000 tronchi, al prezzo complessivo di 2.500 fiorini d’oro. Ciò intensificò il rinnovamento ciclico della foresta che però non fu mai sottoposta a sfruttamento irrazionale. Essa fu sempre difesa, anche quando si prospettò la Soppressione. Proprio in quella occasione nel 1866 i monaci rifiutarono l’offerta di un milione di lire di un ricco mercante di Livorno per un vasto taglio di abeti che avrebbe compromesso l’integrità del patrimonio forestale. 

Nel 1866 la soppressione sabauda ha interrotto definitivamente l’opera forestale dei Monaci Camaldolesi.
Dicevo, introducendo, come, oltre ai libri, la vita della foresta fosse regolata da una miriade di fogli sparsi lungo i secoli, la cui importanza è determinante per documentare la vivace dinamica della silvicoltura camaldolese.
Si tratta di decreti di priori; atti capitolari; tariffari per il prezzo del legname confrontato con quello di altre segherie; note per il pagamento dei barrocciai che trasportavano il legname fino al porto di Poppi, sull’Arno; tabelle per gli stipendi dei dipendenti; ricevute doganali; contratti di vendita del legname; atti di acquisto di nuovi terreni boschivi; liti per lasciti testamentari o per problemi di vicinato, particolarmente vivaci con le confinanti foreste dell’Opera del Duomo di Firenze; lettere che chiedono consigli tecnici; documenti con i quali il Granduca di Toscana nel 1817 affida ai Camaldolesi le suddette foreste dell’Opera del Duomo; memorie presentate al Parlamento del nuovo Stato Italiano dai Comuni del Casentino per scongiurare la soppressione della comunità monastica e della sua foresta; carte della nuova amministrazione demaniale che si serve della competenza tecnica dei “monaci soppressi” e di uno in particolare che lavora a tempo pieno presso il nuovo ufficio statale
Da questa costellazione di fogli è possibile apprendere, passando a volte di sorpresa in sorpresa:
- le tecniche per la rinnovazione del bosco, artificiali per i vivai e naturali tramite il prelievo dei selvaggioni in bosco;
- i tipi di taglio, pochissimi a raso, fitosanitari con ripuliture del sottobosco, e “a scelta” per assortimenti particolari (alberi maestri per navi);
- le strutturazioni coetanee e pure di abete bianco, con l’adozione dei “ronchi utili” per depurare il terreno dai parassiti, con la rotazione di colture, con la rinnovazione naturale che garantiva la selezione;
- la disposizione per spazi conservati alla silvicoltura spontanea;
- l’uso di marchiare a martellatura le piante destinate al taglio;
- le numerose elemosine in legname per i più diversi destinatari;
- le punizioni per i trasgressori delle norme di taglio;
- lo scavo dei laghetti per l’irrigazione dei vivai;
- l’assistenza gratuita ai dipendenti malati, accolti nell’ospedale del Monastero allestito nel 1046 accanto alla Foresteria o Hospitium di Fontebona e gestito dai monaci fino alla soppressione napoleonica del 1810 (da notare che Spedale e Hospitium erano sostenuti nel loro servizio gratuito dall'utile ricavato dall'amministrazione della foresta);
- le pensioni di vecchiaia per gli stessi dipendenti;
- la provvigione della dote di nozze alle figlie dei dipendenti o alle giovani indigenti del territorio;
- le percentuali sugli utili del legname trasportato via fiume concesse al gestore del porto di Poppi;
- il contratto per la fornitura di 360 travi per la ricostruzione del tetto e della soffittatura della Basilica di S.Paolo in Roma, distrutta dall’incendio del 1832.
Questi “Fogli” preziosi sono conservati nell’Archivio del Monastero di Camaldoli e nell’Archivio di Stato di Firenze e sono ora consultabili grazie al lavoro svolto in tre anni di ricerca che ne ha digitalizzato oltre 45.000 permettendo così la pubblicazione di quattro volumi, come risulta dal Sito www.forestaetica.com.

Vi era poi la coltivazione di un orto botanico dove i monaci “speziali” coltivavano le numerose erbe medicamentose (officinali) che si aggiungevano a quelle che spontaneamente nascevano in foresta, usate per la confezione dei medicinali per lo “Spedale” (da G. Ciocci, Cenni storici del S. Eremo di Camaldoli, Firenze 1864, pp.102-104).
E poi ancora gli innumerevoli e diversificati interventi sul territorio e oltre, che provvedevano alla costruzione di lazzaretti, ospedali, opifici o addirittura, in Firenze (XIII sec.), all’edificazione del quartiere popolare di San Frediano, primo esempio di architettura popolare realizzato per venire incontro al problema delle masse contadine che dalle campagne ormai insicure si riversavano in città (fenomeno di urbanesimo allora in corso). Dunque un modo di operare che non nasceva da meri progetti di investimento economico ma dalla preoccupazione di edificare un rapporto con gli uomini e l’ambiente secondo il progetto proposto dalla Parola di Dio rivelata nella Scrittura Giudaico-Cristiana.
E ancora lettere di visitatori, illustri e no, che descrivono l’incanto di quei luoghi che testimoniano “quanto possa operar natura, quando non la si maltratta, e quanto essa contraccambi l’amor dell’uomo”, come scrive Halfred Bassermann nel suo commento alla Divina Commedia di Dante Alighieri, riferendosi proprio alla foresta di Camaldoli, descrivendo il Casentino nel XXX Canto dell’Inferno (vv.64-67).
Si tratta dunque di un materiale veramente prezioso nei contenuti e incalcolabile nella quantità.
Materiale testimone di “un mondo che non è solo una riserva di alberi e di animali, ma che, proprio perché è un mondo, è un risultato di vite, di storie, di processi, di testimonianze, di ricerche, di fatiche, di lotte e di successi, di sconfitte e di vittorie, di solitudini e di incontri non riducibili a un mero problema tecnico ed economico; questo solo non si addice certamente a una realtà viva e perciò depositaria di un mistero che solamente la sua storia può far percepire e che nessun tecnico può mutare ma solo ascoltare e servire perché tale mistero sia conservato. (…) Qui tutti, dalla possente e secolare quercia al trepido e armonioso capriolo, sono depositari di una storia che nessun turista, e tanto meno nessun tecnico, ha il diritto di ignorare (…) soprattutto oggi che questi splendidi luoghi (…) possono rischiare di essere trasformati in doloroso oggetto di consumo, destinato a quell’usa e getta a cui ci stiamo tanto abituando, salvo poi a pagarne tutti insieme e singolarmente le dolorose conseguenze.” (Simone Borchi, Foreste Casentinesi, prefazione di Salvatore Frigerio, pagg.8-9, Ediz. DREAM, 1989).
Oltre ottocentocinquanta anni di lavoro complesso e appassionato che attende di essere conosciuto perché molto può offrire alla conoscenza storica del nostro Paese, alla riflessione di chi non vede nella natura un idolo inappellabile ma una realtà che con l’uomo e per mezzo dell’uomo cammina verso il suo compimento armonico; alla competenza tecnica di chi, oggi, lavora affinché il “servizio all’ambiente” sia sempre più un servizio all’uomo riappacificato con se stesso e con tutto il cosmo. Sono convinto che solo questa riappacificazione possa promuovere quella “qualità della vita” che oggi si ripropone come “esigenza nuova” come segno della capacità insita nell’Uomo di “emergere” dalle sue obnubilazioni passate e presenti, capacità che non deve sfuggire a coloro che nella comunità civile, nella ‘polis”, hanno esattamente il compito di “educare” i rapporti, gestendo e individuando tutti gli strumenti atti a sostenere e a dare compimento a questa vocazione dell’Uomo e dell’Ambiente in comunione tra loro.
È dunque altamente significativo il fatto che l’UNESCO abbia posto  l’attenzione a questa Etica monastica camaldolese nei confronti del rapporto Uomo/Ambiente, avviando il progetto del suo riconoscimento quale Valore Immateriale Universale in questi nostri giorni tanto bisognosi di attenzione amorosamente operativa nei confronti di tutta questa nostra Madre Terra, di questo Giardino che è stato a noi consegnato perché lo “servissimo” (è il termine esatto di Genesi 2,15 che ha un valore cultuale!) per poterlo coltivare.

Posidonia: le foreste sottomarine

Ferdinando Boero

Posidonia oceanica, una delle più importanti piante dell’area Mediterranea, è spesso confusa con un’alga. È invece una pianta con fiori e frutti, che abita i fondali mediterranei dalla superficie fino a 30-40 m e, se l’acqua è particolarmente limpida, anche a profondità maggiori. Come molte altre piante, la posidonia perde le foglie e queste si accumulano sulle spiagge dove, di solito, vengono chiamate “alghe” da chi non sia molto esperto di mare. La città sarda di Alghero deve il suo nome agli ingenti ammassi di foglie di posidonia che si accumulano da tempi immemorabili sulle sue spiagge e che, ovviamente, sono da sempre considerati alghe.
La posidonia ha radici che si insinuano tra le rocce o la sabbia (a seconda del fondale), un fusto, detto rizoma, e un fascio di foglie. I rizomi morti restano sul posto e su di essi crescono i nuovi rizomi, formando piattaforme che innalzano il livello del fondo marino, rendendolo compatto. Le praterie di posidonia sono presenti lungo tutte le coste italiane, con l’eccezione di quelle del centro e del nord Adriatico. Molte specie oggetto di protezione sono rare, ma la posidonia è un habitat prioritario per l’Unione Europea proprio per la grande diffusione delle sue praterie.
Perché sono così importanti?
Il primo motivo, ovviamente, è che sono un’espressione della natura, e già solo per questo meritano rispetto. Ma le praterie di posidonia rivestono grande utilità anche per la nostra specie. Dato che le piattaforme sono vere e proprie biocostruzioni, come le formazioni coralline tropicali, se c’è la posidonia, il fondale è “vivo” e cresce. Se manca la posidonia il fondale va più facilmente in erosione a causa del moto ondoso. Il primo servizio che la posidonia ci offre, quindi, è di proteggere le coste dall’erosione e non è solo la presenza dei rizomi attaccati al fondo a smorzare l’azione delle onde. Le foglie vive, attaccate ai rizomi, infatti, attutiscono il moto ondoso e lo rendono meno devastante. Anche le foglie morte svolgono ruoli importanti. Queste, infatti, sulle spiagge formano ammassi enormi, abitati da una fauna molto particolare, su cui si frangono le onde. Invece di portar via la sabbia, le onde si accaniscono sulle foglie morte che, quindi, sono un’efficace difesa costiera. Le foglie si sfilacciano e le onde le “lavorano” facendole diventare quelle palle di fibre che i biologi chiamano egapropili. Sono in molti a considerare come sporcizia gli ammassi di foglie che, quindi, vengono rimossi. Chi va al mare, spesso, vorrebbe essere come in piscina, e considera “sporcizia” ogni manifestazione della natura. Un grave errore. Assieme alle foglie, infatti, si rimuove anche la sabbia e, tolta la protezione, le onde erodono la spiaggia “pulita”. Oltre a proteggere la costa dall’erosione, inoltre, le praterie di posidonia sono un habitat accogliente per molte specie di pesci di valore commerciale, soprattutto per gli stadi giovanili che trovano rifugio tra foglie e rizomi: la posidonia aumenta la pescosità del mare! Oltre ai pesci, spesso considerati come l’unica manifestazione di un qualche valore della vita marina, la posidonia ospita numerose specie che vivono solo in questo habitat. Si tratta di piccoli invertebrati, e di alghe. La maggior parte della biodiversità è costituita da specie poco appariscenti che, a occhi profani, non rivestono particolare importanza. Sono queste specie a rendere possibile il funzionamento degli ecosistemi e, quindi, anche l’esistenza della fauna che tanto ci piace. Come tutte le piante, inoltre, la posidonia assorbe anidride carbonica e produce ossigeno. Le nostre attività, invece, consumano ossigeno e producono anidride carbonica. La deforestazione è un moltiplicatore del cambiamento climatico dovuto a eccesso di anidride carbonica in atmosfera, e la perdita di praterie di posidonia è una forma di deforestazione, con conseguenze identiche a quelle riscontrate a terra: diminuisce la biodiversità, aumenta l’erosione, si perde il “servizio” di rimozione di anidride carbonica e di produzione di ossigeno.
L’elenco di attività che costituiscono un pericolo per l’integrità delle praterie è molto lungo. La pesca a strascico è illegale nelle praterie di posidonia, ma viene comunemente praticata, assieme a molti altri tipi di pesca che, invariabilmente, lasciano profonde cicatrici nelle piattaforme di rizomi, contribuendo alla loro erosione. Anche l’ancoraggio delle barche da diporto ferisce le piattaforme di posidonia, per non parlare di trincee scavate per far passare condotte sottomarine. La sedimentazione causata dalle attività umane tende a soffocare la prateria: le difese costiere, le massicciate, le discariche sono assolutamente proibite in presenza di posidonia, ma il divieto viene spesso ignorato. Chi non conosce l’importanza della posidonia trova inconcepibile che una qualsiasi attività possa essere proibita per la sua presenza, e persino chi deve far rispettare le regole spesso non è molto sensibile a queste tematiche.
Si innescano così processi di degrado causati da profonda ignoranza. Se gli ammassi di foglie sulla spiaggia sono rimossi, la spiaggia arretra. Ogni metro di spiaggia rappresenta un reddito per i balneari, e così la spiaggia viene ricostituita attraverso opportuni ripascimenti: si deposita sabbia sulla linea di costa, per sostituire quella portata via dal mare. Le foglie che si accumulano vengono opportunamente rimosse, così l’erosione continua. Il mare, invece di portar via le foglie, porta via la sabbia e la deposita sulla prateria, soffocandola. Così, oltre alla protezione delle foglie morte, viene meno anche l’azione di smorzamento delle onde dovuta alla presenza della prateria viva. L’erosione aumenta e i ripascimenti non bastano più. Si ricorre alle difese rigide e si costruiscono massicciate per proteggere il litorale, magari uccidendo gli ultimi resti della prateria. In questo modo si sostituisce una costa rocciosa (la massicciata) alla costa sabbiosa, e spesso si forma una lagunetta putrida tra la massicciata e la spiaggia, oramai priva di qualunque attrattiva. Il processo può richiedere molti anni e avviene in modo graduale, così si stenta a comprendere quali siano le cause di questa catastrofe. La spiaggia che si voleva proteggere e “pulire”, magari per avere un reddito con la gestione degli stabilimenti balneari, viene distrutta. Finita la posidonia, il mare è anche meno pescoso e la varietà dei pesci diminuisce.
Come spesso avviene quando si distrugge il capitale naturale (in questo caso la posidonia) per incrementare il capitale economico (la gestione della spiaggia a fini turistici), nel lungo termine si hanno svantaggi economici (in termini di perdita di metri di spiaggia) ben superiori rispetto agli iniziali vantaggi. Distruggere la natura non conviene neppure economicamente.

Queste le cattive notizie, ma ve ne sono anche di buone. Il Mediterraneo, cinque milioni di anni fa, si prosciugò quasi completamente e restarono solo lagune molto salate nelle aree più profonde. Questo periodo di regressione viene chiamato Crisi del Messiniano. Alcune specie che abitavano quel mare quasi prosciugato (la Tetide) sopravvissero e ripresero il loro spazio quando, aperto lo stretto di Gibilterra, l’acqua dell’Atlantico entrò a costituire il Mediterraneo odierno. La posidonia è un “relitto tetideo”: una specie che è sopravvissuta alla crisi del Messiniano. Dagli stagni sul fondo dell’antica Tetide, la posidonia è risalita verso la superficie man mano che si innalzava il livello del nuovo mare: il Mediterraneo.
Le nuove condizioni, però, probabilmente non erano così favorevoli ad una specie che vive in condizioni di elevata temperatura e salinità. Nella parte settentrionale del Mediterraneo, a memoria d’uomo, la posidonia si è riprodotta solo asessualmente, con nuovi rizomi originati dai vecchi rizomi, senza produrre fiori e frutti e senza produrre, quindi, nuove piante attraverso la riproduzione sessuale. Le fioriture di posidonia si osservavano soltanto sulle coste africane del Mediterraneo.
A partire dagli anni 80 del secolo scorso, però, le fioriture di posidonia sono diventate via via più frequenti, assieme all’attecchimento dei semi e la nascita di nuove piante per riproduzione sessuale. Siamo tutti preoccupati per il riscaldamento globale, ma pare che l’innalzamento della temperatura del Mediterraneo stia favorendo la pianta più importante del bacino che, quindi, potrebbe anche affrontare con maggiore resistenza le traversie dovute alle nostre pratiche dissennate. La riproduzione sessuale, inoltre, tende a far aumentare la variabilità genetica e permette una diversificazione su cui agisce la selezione naturale: le varianti più idonee tendono a prevalere su quelle più deboli e la specie si “rinforza”.
È ancora presto per poter dire che la posidonia è in ottime condizioni, visto che nel Mediterraneo orientale, e precisamente in Libano, è recentemente scomparsa a causa dello sconsiderato sviluppo costiero e dell’inquinamento. Sono inoltre pochissimi gli studi sull’impatto sulle piante marine degli erbicidi usati in agricoltura: i pesticidi dilavano in mare attraverso le falde e i fiumi e, come sono programmati per uccidere le piante nocive all’agricoltura, così potrebbero avere effetti negativi sulle piante marine. Questo campo di indagine è ancora quasi inesplorato.

Le associazioni ambientaliste hanno maturato, negli ultimi decenni, una sensibilità ai temi ambientali che va ben oltre le specie carismatiche che tutti ben conosciamo. Se è facile puntare sull’emotività del grande pubblico chiedendo la protezione di animali come i delfini o le tartarughe, è senz’altro più difficile convincere chi è digiuno di questioni ambientali che non bisogna “pulire” le spiagge dalle foglie morte di posidonia e che quegli ammassi sono una benedizione per l’ecologia costiera.  L’alfabetizzazione ecologica è ancora un pio desiderio che renderà finalmente effettiva la conversione ecologica predicata da Papa Francesco in Laudato Si’. Per convertirsi a una scienza, l’ecologia, è necessario conoscerla. Nei percorsi di formazione, dalle elementari alle medie superiori, l’ecologia trova pochissimo spazio e viene spesso sacrificata per approfondire altre discipline. Si tratta di un errore madornale: non si può proteggere e rispettare ciò che non si conosce, e non si può concepire la natura solo come manifestazione estetica (il paesaggio e gli animali carismatici) senza comprendere il ruolo essenziale delle specie apparentemente poco importanti, come la posidonia. Ancora trattata alla stregua di spazzatura che lorda le spiagge e che deve essere prontamente rimossa.

Foreste al macello

Riccardo Graziano

È di qualche settimana fa il rapporto di Greenpeace “Foreste al Macello”, che mette in luce il rapporto tra la carne che viene importata in Europa e Italia dal Sudamerica e la deforestazione in atto in quei territori, in particolare nell’Amazzonia brasiliana.
L’organizzazione ambientalista spiega nel dettaglio come avviene in genere il processo che porta a insediare allevamenti intensivi di bovini nelle zone di foresta disboscata: “La foresta, che appartiene al pubblico demanio, viene distrutta (spesso illegalmente) e trasformata in pascoli da una determinata azienda agricola; tramite un’autodichiarazione, l’azienda agricola iscrive l’area forestale, deforestata e occupata, nel Registro Ambientale Rurale per regolarizzarne la proprietà; dopo un certo periodo di tempo, gli animali che pascolano sull’area deforestata vengono venduti a un’altra azienda agricola che opera in aree non legate a deforestazione; la nuova azienda agricola acquista regolarmente il bestiame e lo vende a un macello o ad aziende di lavorazione della carne; le aziende di lavorazione della carne la rivendono sul mercato nazionale o internazionale; nei nostri fast-food, ristoranti, supermercati arriva, assieme ad altre produzioni, carne prodotta a scapito delle foreste, di cui spesso i rivenditori europei ignorano l’origine”.
Infatti i vari passaggi servono proprio a “confondere le acque”, cioè a nascondere la “reale provenienza della carne, occultando il legame fra produzione della carne e deforestazione”. Per accertare il reale luogo di provenienza occorrerebbe un’indagine approfondita sulla filiera di produzione, cosa che in genere non viene fatta, per cui è possibile che la carne venduta da noi sia “contaminata” dalla deforestazione.
Nel rapporto, asserisce Greenpeace “abbiamo analizzato il caso dell’azienda agricola Paredão, edificata e avviata all’interno del parco statale Ricardo Franco, nello stato del Mato Grosso in Brasile. L’area è classificata come protetta e Paredao è accusata di spostare il bestiame fuori dal parco prima di venderlo, per nascondere il legame delle sue attività con le aree deforestate illegalmente nel Parco. Secondo le nostre indagini, tra aprile 2018 e giugno 2019, l’azienda Paredão ha venduto 4.000 capi di bestiame all’azienda Barra Mansa, che si trova fuori dai confini del Parco. Barra Mansa rifornisce le principali aziende di lavorazione della carne del Brasile: JBS, Minerva e Marfrig, che a loro volta esportano carne in tutto il mondo, Italia inclusa”.
È già di per sé singolare il fatto che si consenta l’insediamento di una simile attività produttiva all’interno di un parco. In questo caso è poi particolarmente grave, visto che l’area protetta, come ci evidenzia la stessa Greenpeace, presenta caratteristiche peculiari di notevole rilievo: “Il parco statale Ricardo Franco, creato nel 1997, copre un’area di 158 mila ettari (una superficie superiore all’estensione della città di Roma) e si trova al confine tra il Brasile (stato del Mato Grosso) e la Bolivia, dove si incontrano l’Amazzonia, il Cerrado, la savana più ricca di biodiversità del Pianeta e il Pantanal, la più grande zona umida del mondo. Si tratta quindi di un’area preziosa, in cui interagiscano specie animali e vegetali uniche, dando origine a una biodiversità ricchissima che include 472 specie di uccelli e numerosi mammiferi in via di estinzione, come il formichiere gigante. Nonostante la sua importanza, il parco non è mai stato adeguatamente protetto e nel corso degli anni il 71 per cento della sua estensione è stato occupato da 137 aziende agricole, interessate a creare pascoli per bestiame destinato al macello, a scapito della foresta”.
Questo disastro ecologico, che va a incidere su uno dei più grandi polmoni verdi del pianeta e su una riserva di biodiversità unica al mondo, avviene con la complicità (inconsapevole?) degli importatori europei, che non si curano particolarmente di capire quale sia la reale provenienza della carne importata dal Sudamerica, nonostante siano ormai numerose le evidenze che dimostrano come troppo spesso la produzione avviene a scapito della foresta. In particolare, Greenpeace stima che: “i consumi nell’Unione europea sono legati al 10 per cento della deforestazione globale, che avviene prevalentemente al di fuori dei confini dell’Ue”.
Il problema è legato principalmente alle aziende importatrici, ma non bisogna dimenticare che “i cittadini europei – ammonisce Greenpeace – rischiano di essere complici inconsapevoli della distruzione di foreste fondamentali per il Pianeta, come l’Amazzonia”. Per tale motivo l’organizzazione ambientalista ha chiesto alla Commissione europea “di presentare rapidamente una normativa che garantisca che carne e altri prodotti, come la soia, l’olio di palma e il cacao, venduti sul mercato europeo, soddisfino rigorosi criteri di sostenibilità e non siano legati alla distruzione o al degrado degli ecosistemi naturali e alle violazioni dei diritti umani”.
È importante sottolineare, infatti, che la deforestazione, oltre a incidere sui meccanismi del riscaldamento globale e contribuire alla perdita della biodiversità, spesso va a colpire le popolazioni indigene, che vedono ridursi i territori e le risorse che permettono loro di vivere da sempre in armonia con l’ambiente che li circonda. Per tale motivo, esorta Greenpeace “multinazionali e governi devono impegnarsi immediatamente ad interrompere le relazioni commerciali con chi distrugge biomi essenziali per le persone e il Pianeta!”.
Un monito rivolto ai vertici, ma che occorre declinare anche a livello di noi cittadini/consumatori. Infatti, occorre sottolineare che, in definitiva, sono le nostre scelte a orientare il mercato: diminuire il consumo di carne – come evidenziato da numerosi studi e rapporti internazionali – è uno dei metodi più efficaci per ridurre il nostro impatto sul pianeta, sia in termini di emissioni nocive, sia per porre un freno alla deforestazione e alla perdita della biodiversità.
Soprattutto, è un modo per tutelare la nostra salute, visto che gran parte delle epidemie degli ultimi anni, compresa l’attuale, devastante Covid-19, appartiene alla categoria delle zoonosi, ovvero malattie di provenienza animale spesso causate dall’insediamento di allevamenti in territori un tempo coperti di vegetazione naturale. È proprio in quei luoghi, infatti, che ci sono le più elevate possibilità di spillover, ovvero il cosiddetto, temutissimo “salto di specie”, quello che porta virus sconosciuti a passare dagli animali selvatici a quelli domestici e da questi all’uomo.

Tratto da Agendadomani (www.agendadomani.it)

Simbiosi e complessità: le parole chiave per il post COVID-19

Aldo Di Benedetto

Si continuano a rilanciare messaggi di ripresa come se nulla fosse cambiato e nulla cambierà rispetto al pre-Covid-19. E invece la ripartenza dovrebbe fondarsi su alcuni punti chiave, nei quali le regole e le condizioni sono diverse rispetto al passato.
Per far fronte alle conseguenze della pandemia da virus SARS-COV-2, che ha coinvolto aspetti non solo sanitari ma anche sociali ed economici, ritengo non si possa prescindere da un innovativo modello scientifico e istituzionale, abbandonando quei presupposti riduzionistici che ci hanno condotto in un vicolo cieco. Questo vale per la ricerca scientifica: ci eravamo illusi di aver eliminato la malattie infettive, invece siamo in piena emergenza pandemica; quanto alle istituzioni pubbliche pagano lo scotto di avere perso il controllo delle regole dello sviluppo economico, finito nelle mani di grandi gruppi finanziari che hanno condizionato la globalizzazione dei mercati e le regole del gioco. La ripartenza, quindi, dovrà fondarsi su una visione complessa e un approccio sistemico che faccia leva su una nuova organizzazione delle istituzioni sanitarie e sociali e su una visione integrata e coerente degli obiettivi sanciti dall’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile.

"Più si comunica, meno si comunica": il paradosso della società
Credo che questo sia un percorso obbligato, tuttavia si continuano a rilanciare messaggi di ripresa come se nulla fosse cambiato e nulla cambierà rispetto al passato. Quotidianamente assistiamo alla inflazione di informazioni che imperversa sui mass media e sui social, alla contrapposizione di esperti e scienziati nel dare riscontro alle domande che vengono dai cittadini, inermi di fronte a un drammatico scenario.
Al riguardo vorrei citare un’affermazione molto significativa del filosofo ed epistemologo Mauro Ceruti: “C’è un paradosso nella nostra società: più si comunica e meno si comunica, più piovono informazioni e meno siamo informati, più siamo interdipendenti e meno siamo solidali. Il morbo della semplificazione è andato di pari passo con la frammentazione dei saperi e delle discipline, che ha isolato gli esperti nelle rispettive specialità”.
Gli scienziati chiamati in causa spesso si rifugiano nell’incertezza; in molti sostengono che questo virus non lo conosciamo, per questo abbiamo la necessità di raccogliere più dati e pubblicazioni! Forse non ci si vuole rassegnare alla complessità dove la certezza è pura illusione, mentre sarebbe necessaria la cooperazione fondata sulla condivisione delle conoscenze e sulla cooperazione delle discipline.

Simbiosi, i vantaggi della cooperazione
Lo studio delle basi della biologia ci insegna che i virus sono microrganismi che formano partenariati simbiotici con specie eucariotiche (e non solo) e ne abbracciano tutti gli stadi evolutivi. Come ha scritto lucidamente Aldo Sacchetti, nella sua ultima opera “Scienza e Coscienza”: “L’evento fondamentale di tutto il percorso evolutivo verso l’uomo, il sorgere della cellula eucariotica, non è stato una semplice mutazione, né il trionfo della macabra competizione predatoria spesso offerta dai programmi naturalistici televisivi, bensì la progressiva instaurazione di una simbiosi multipla, di un saldo legame interspecifico che illumina la coerenza cooperativa alla base di tutto l’ordine vivente. La nostra mente non può misurare la complessità della natura. Ne è misurata”.
In un recente articolo di approfondimento, l’illustre ricercatore di microbiomi umani David Relman ipotizza che "le simbiosi sono gli ultimi esempi di successo che si fondano sulla collaborazione e sui potenti benefici delle relazioni intime". Questa espressione eloquente sottolinea i vantaggi che la cooperazione con i partner microbici offre a tutte le forme di vita, compresi i virus. Documentare la diversità dei microbi presenti nelle diverse specie ospiti, potrà consentire alla ricerca interdisciplinare di porre nuove domande sulla natura delle interazioni tra le specie.

Come cambia una relazione
Le simbiosi microbiche sono comunemente classificate come parassitismo, commensalismo o mutualismo, tuttavia la relazione simbiotica può cambiare a seconda dei processi evolutivi che possono essere condizionati dai cambiamenti nelle condizioni ambientali e dello stato di salute dell'ospite primordiale, costretto ad adattarsi ad habitat diversi per la perdita della sua nicchia ecologica. Due aspetti, questi, che connotano lo spillover e la conseguente trasformazione opportunistica del virus che potrà diffondersi a macchia d’olio sul nuovo ospite come nel caso delle epidemie.
È il nostro modello di sviluppo e le conseguenti azioni e manipolazioni che hanno turbato questi stadi evolutivi, favorendo il passaggio da una condizione di mutua collaborazione a una condizione di invadenza opportunistica di altre specie ospiti e di diffusione epidemica e pandemica per noi esseri umani. Peter Daszak, ecologo delle malattie e presidente di EcoHealth Alliance, in un articolo pubblicato sul New York Times nel febbraio 2020 sostiene che: “la nostra impronta ecologica ci avvicina sempre di più alla fauna selvatica in aree prima inaccessibili del pianeta, il commercio, anche per collezionismo, porta questi animali nei centri urbani. La costruzione di strade con un ritmo senza precedenti comporta in molte aree una deforestazione senza seguire criteri di sostenibilità, al tempo stesso la bonifica e lo sfruttamento massiccio dei territori per fini agricoli, nonché i viaggi e il commercio ormai globale, ci rendono estremamente sensibili ai patogeni come i coronavirus”.
Orbene, affermare che siamo in guerra contro un nemico chiamato SARS-COV-2 è un’asserzione fuorviante che non fa capire l’origine del problema, alimenta le incertezze e il disorientamento, come se dovessimo armarci per combattere un nemico che non vediamo; allora, una volta “vinta la guerra” riprenderemo le nostre vecchie abitudini insostenibili. D’altro canto, per come si evolvono le epidemie un rimedio verosimilmente efficace sarebbe il vaccino che, in verità, non rappresenta un’arma ma un sussidio per stimolare una reazione compensativa del nostro sistema immunitario per ristabilire la propria omeostasi, alla sanità pubblica per offrire uno presidio per la profilassi di ulteriori contagi.

Il quadro dei sistemi sanitari
Il paradossale quadro organizzativo dei servizi sanitari ha evidenziato tutte le contraddizioni di politica sanitaria messe in atto nel corso degli anni, che ha enfatizzato le strutture ospedaliere cosiddette di eccellenza, mettendo in secondo piano i servizi territoriali di base e di prevenzione. Di conseguenza, per far fronte alla drammatica pandemia si è dovuta potenziare la rete ospedaliera delle terapie intensive, sovraffollate, scaricando gli eccedenti nelle case di riposo e sugli hospice, del tutto inadeguati ad affrontare situazioni di emergenza.
Nell’evocare il ruolo della sanità pubblica, ci si riferisce impropriamente all’assistenza ospedaliera, ciò che invece ha dimostrato clamorosamente questa epidemia è la debolezza delle organizzazioni territoriali di base finalizzate alla prevenzione primaria e alla sanità pubblica; anche nei Dipartimenti di prevenzione sussiste la frantumazione delle competenze disciplinari, burocratizzate e scarsamente integrate, con gravi limitazioni nell’approccio One Health che sarebbe dirimente per affrontare la complessità delle problematiche collegate al rischio delle EID (Emergency Infectious Diseases), alla sorveglianza sanitaria e alla prevenzione primaria.
Questo quadro drammatico ci sollecita, pertanto, ad attrezzarci per il futuro, ma con regole e condizioni diverse dalle note dolenti del passato, a partire da un potenziamento e un rinnovamento organizzativo e funzionale dei servizi territoriali di base e dei Dipartimenti di Prevenzione, alimentando un profondo rinnovamento culturale e organizzativo, con la consapevolezza di un approccio sistemico, per salvaguardare i sacrifici e i grandi investimenti ci accingiamo a mettere in atto per “ripartire”.
Streicker suggerisce che: “il lavoro futuro dovrebbe concentrarsi sui tratti del virus che potrebbero migliorare la loro propensione a saltare alle persone e dovrebbe considerare come il commercio della fauna selvatica e il cambiamento ambientale, spingano gli animali a contatto con più persone e influenzino l'emergere di virus”.
Per di più, la risoluzione delle complesse relazioni tra biodiversità e rischio EID consentirebbe un risparmio di milioni di vite umane e di costi economici esorbitanti per far fronte alle epidemie; al riguardo la strategia One Health offre una piattaforma globale per l'integrazione della mitigazione del rischio EID nella pianificazione dello sviluppo sostenibile, “equilibrando le tre dimensioni dell’Agenda 2030: economico, sociale e ambientale", con vantaggi sostanziali per i sistemi sanitari, la produzione di bestiame, la sicurezza dei cittadini, la salvaguardia degli ecosistemi.

Da: www.scienzainrete.it