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Il cambiamento climatico e le guerre

di Domenico Sanino


Nel mondo ci sarebbero più di 170 conflitti armati. Lo dice una relazione dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), un programma di ricerca sui conflitti realizzato dall’Università svedese di Uppsala. Nel conteggio rientrano non solo le aree dove due eserciti si fronteggiano, come in Ucraina o a Gaza, ma anche i tanti scontri armati che coinvolgono i vari Stati, le organizzazioni criminali e le bande armate. A risentirne è la popolazione civile, ma anche l’ambiente.
Calcolare l’impatto di queste guerre sull’ambiente è pressoché impossibile, ma certamente è devastante. Parlo unicamente dei danni all’ambiente, non la inaccettabile perdita di vite umane e la distruzione di intere città.
A fare i conti, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, hanno provato in tanti, tra cui Milena Gabanelli nei suoi Dataroom e i risultati sono impressionanti.
Il territorio ucraino è sconfinato, ma assai uniforme, per cui la biodiversità risente più che in altri paesi degli effetti dei bombardamenti, che hanno anche colpito i parchi naturali e le oasi di protezione faunistica, causando un’ecatombe senza fine, che sta pesando anche su di noi, visto le interconnessioni tra gli esseri viventi. Si è dimostrato che a morire non sono solo gli animali in territorio ucraino, ma anche quelli dei paesi confinanti.
L’ambiente e gli animali, è stato scritto, sono le vittime silenziose delle guerre. I calcoli dell’Università di Uppsala per il solo primo anno di guerra in Ucraina parlano di oltre 12 mila km² di riserve naturali distrutte, con il rischio di sterminare 600 specie diverse di animali e 750 specie di piante.
Alla distruzione diretta, va aggiunta quella indiretta dovuta al taglio indiscriminato di alberi per costruire le trincee. Al termine della Prima Guerra Mondiale migliaia di ettari di foreste in Veneto e Trentino Alto Adige erano sparite. È vero che poi la vegetazione si riprende, sempre che ci siano le condizioni climatiche per poterlo fare, e questo è l’altro problema.

Quanto incide sul clima l’inquinamento atmosferico causato dai bombardamenti?
Proviamo a vedere la situazione in Ucraina. A Kiev, dopo un mese di guerra, si sono registrati i valori di inquinamento atmosferico più alti al mondo, 33 volte oltre la soglia-limite fissata dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità).
Proviamo ad esaminare qualche dato. Per quanto riguarda l’anidride carbonica, tra bombardamenti, incendi, danni alle foreste (che non possono più assorbire la CO2) e agli impianti di energia da fonti rinnovabili, si stima che le emissioni di CO2 prodotte dalla guerra in Ucraina siano almeno il triplo rispetto a prima. Se a questo si aggiunge quanta CO2 verrà prodotta nelle fasi di ricostruzione, che prima o poi ci saranno, i dati sono veramente allarmanti. 
Pensare che noi con grande sacrificio cerchiamo di ridurre le nostre emissioni e poi basta una guerra insensata ad annullare i nostri sforzi!
C’è poi l’inquinamento atmosferico. In Ucraina la guerra ha liberato nell’aria prodotti altamente tossici come l’ammoniaca e l’amianto presente negli edifici del periodo sovietico. Quando un edificio viene distrutto, le polveri d’amianto restano nell’aria e sappiamo qual è il danno sulla salute umana. Chi riesce a salvarsi dalle bombe, rischia di morire, fra pochi anni, di mesotelioma polmonare.
C’è poi l’inquinamento dell’acqua, sempre legato ai bombardamenti che hanno colpito fabbriche, impianti elettrici, acquedotti e depuratori, causando inquinamento ai fiumi, ai laghi e perfino al mare. E siccome l’acqua, come l’aria, non ha confini, prima o poi questi inquinanti arriveranno anche nel Mediterraneo. Non solo gli ucraini hanno avuto subito difficoltà a bere acqua potabile, ma di fatto si trovano a vivere in un ambiente fortemente contaminato. Nelle acque sono finiti i rifiuti umani, ma anche quelli chimici e industriali, pieni di metalli pesanti. I ricercatori sostengono che i pesci siano completamente spariti dall’Ucraina.
Infine il suolo e l’agricoltura, perché la contaminazione non riguarda solo le acque, ma anche il suolo. Pensate che cosa liberano le bombe e le mine! Sostanze che resteranno sul suolo per centinaia di anni e entreranno nella catena alimentare. E veniamo all’agricoltura, principale risorsa economica del paese. I dati, parziali, parlano di un terzo di campi che non possono più essere lavorati e un quarto delle aziende agricole che hanno dovuto chiudere con un danno economico valutato tra i 6 e i 10 miliardi di euro. 

Le guerre per le terre rare
I minerali che fanno parte delle così dette “terre rare” son diventati particolarmente di moda quando il presidente americano, Donald Trump, li ha voluti dall’Ucraina come risarcimento per le spese di guerra sostenute dagli USA.
Sono un gruppo di 17 elementi chimici (scandio, ittrio e i 15 lantanidi) con proprietà magnetiche e chimiche tali da renderli indispensabili per numerose applicazioni tecnologiche e industriali. Sono elementi fondamentali per la transizione ecologica e digitale, perché vengono utilizzati in dispositivi elettronici, nelle batterie, nei magneti permanenti e in molti altri campi. Oltre ai minerali ricordati prima, molto ricercato è anche il litio, fondamentale per le batterie elettriche.
Le terre rare sono relativamente abbondanti sulla Terra, ma sono difficili da identificare e soprattutto è molto complesso il processo di estrazione e di lavorazione.
Oltre agli elementi sopra indicati, molto ricercato è anche il cobalto, fondamentale per la produzione di tecnologie aerospaziali e rinnovabili, e il coltan, una miscela di columbite, formata da ossidi di niobio, e tantalite, un ossido di tantalio.
Il Congo detiene il 70% del coltan mondiale, che è fondamentale per la produzione di telefoni cellulari e computer. Per questo da decenni è in corso una guerra nella regione di Goma, nel Nord Kivu della Repubblica Democratica del Congo, tra l'esercito congolese e il gruppo ribelle M23. Da anni Pro Natura Cuneo collabora con la missione salesiana di Goma e fornisce aiuti per la realizzazione di pozzi per l’acqua potabile e per l’educazione scolastica dei bambini. Nell’inverno di quest’anno il conflitto si è intensificato e i guerriglieri hanno occupato la città di Goma. La loro azione è chiara: distruggere tutto ciò che c’è, ammazzare migliaia di persone, incendiare le foreste e impedire l’agricoltura per terrorizzare la popolazione e avere mano libera nell’estrazione del minerale, estrazione che viene fatta senza nessuna attenzione ambientale, creando ulteriori danni al territorio già ben martoriato. Eppure di questa guerra nessuno parla. Ad oggi i morti si contano a migliaia e la crisi umanitaria ha costretto decine di migliaia di persone a sfollare.
La missione salesiana è sull’orlo del collasso. Ogni giorno bisogna scegliere tra i bambini e gli adulti a chi dare da mangiare, perché non c’è cibo per tutti. In Congo, come sapete, ci sono i gorilla di montagna, una specie in via di estinzione. Quale attenzione ci può essere nei confronti di questi animali, se non si rispetta l’uomo?

Anche da noi sono in espansione le ricerche sui minerali rari, come il cobalto e il litio. Nelle valli di Lanzo la società australiana Alta Zinc da alcuni anni percorre capillarmente il territorio alla ricerca di questi importanti minerali. Hanno iniziato con Usseglio ed ora stanno operando anche a Balme dove ci sarebbero nuovi importanti filoni di cobalto.
Non è difficile pensare che le autorizzazioni estrattive arriveranno senza tanti vincoli e, temo, anche senza attenzioni ambientali, perché il cobalto e il litio sono considerati minerali essenziali per il nostro futuro sviluppo economico. Non nascerà una nuova guerra, ma ci saranno momenti di tensione che non avvantaggeranno nessuno.
In Africa, con la violenza, si mette a tacere la popolazione. Da noi non ancora, ma come insegna il TAV, opporsi è sempre molto difficile.
Ecco un esempio europeo di contrasto tra l’estrazione di minerali e la difesa dell’ambiente. In Serbia c’è tanto litio nel giacimento di Jadar, che, secondo i calcoli, potrebbe contenere il 10% delle riserve mondiali. Per questo è stato avviato fin dal 2017 un progetto di estrazione gestito dalla multinazionale Rio Tinto.
A Jadar, unico caso al mondo conosciuto, Il litio si trova frammisto al boro (altro minerale importante) per cui la Geologia si è arricchita di un nuovo minerale, la jadarite. L’avvio delle attività estrattive determinerebbe la scomparsa di fertilissimi terreni agricoli, i migliori di tutta la Serbia, e l’inquinamento delle riserve d’acqua sotterranee. Per questo il progetto ha suscitato molte proteste e dissenso da parte della popolazione locale, che finora è riuscita a fermare l’inizio delle attività estrattive. Ma fino a quando? La Serbia, grazie alle sue riserve di litio, è diventata un attore importante nella geopolitica internazionale e fa gola a molte potenze, Germania in testa. Oltre al litio, la Serbia possiede anche altre risorse minerarie, come il rame, il carbone, l’uranio. I favorevoli all’estrazione sostengono le importanti implicazioni economiche con la possibilità di nuovi posti di lavoro e maggiore ricchezza della popolazione. L’occupazione è sempre una notevole molla per far passare i progetti, dimenticandosi sempre delle implicazioni ambientali. Poi a disastri avvenuti, si scopre che i posti di lavoro sono stati ben misera cosa e la popolazione locale raramente ha avuto dei vantaggi. Vedremo chi la vincerà.

Dopo quanto scritto, la depressione è massima e soprattutto c’è da chiedersi se ha senso continuare, qui da noi, a fare tutto il possibile per ridurre gli effetti del cambiamento climatico. Ovviamente la risposta è sì, perché, se non ce la mettiamo tutta, per la nostra specie non c’è futuro.

I danni che la guerra infligge al Pianeta

Verso il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale

di Pinuccia Montanari

 

La guerra è spesso narrata nei termini del dramma umano, delle perdite civili e militari, delle macerie materiali e morali. Ma vi è un altro fronte di devastazione, meno visibile, ma non meno grave: quello ambientale. Ogni conflitto armato produce effetti collaterali distruttivi su ecosistemi naturali, risorse idriche, biodiversità e clima. È ormai evidente che la guerra non colpisce solo le persone, ma anche il pianeta.

Il volto ecologico dei conflitti armati
Secondo l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), le forme di violenza organizzata nel mondo si suddividono in tre categorie principali: conflitti fra Stati, conflitti non statali (tra gruppi armati) e violenza unilaterale contro i civili. Dal 1989 al 2022, questi conflitti hanno causato oltre 3,4 milioni di morti. Tuttavia, oltre alla perdita di vite umane, la guerra comporta un impatto enorme sulle risorse economiche e sull’ambiente.
Nel 2022, la spesa militare globale ha superato i 2.240 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, la Cina e la Russia guidano la classifica, seguiti da India, Arabia Saudita e Regno Unito. Tali risorse potrebbero essere impiegate per affrontare la crisi climatica, combattere la povertà, garantire l’accesso all’istruzione e alla sanità. Invece, vengono assorbite da un sistema che distrugge ciò che promette di difendere.
Se si considerano le emissioni di gas serra, l’apparato militare globale rappresenta un ulteriore elemento critico: se fosse una nazione, sarebbe il quarto maggiore emettitore al mondo, dietro solo a Cina, Stati Uniti e India. Le emissioni derivano da molteplici fonti: l’uso di carburanti, la produzione e l’uso di armamenti, i movimenti logistici, la costruzione di fortificazioni e la distruzione di infrastrutture civili e naturali.

Il caso della diga di Nova Kakhovka: un ecocidio annunciato¹
Un esempio emblematico è la distruzione della diga di Nova Kakhovka, in Ucraina, avvenuta il 6 giugno 2023. L’esplosione ha causato il rilascio di 18 miliardi di metri cubi d’acqua, inondando 40 località e lasciando oltre 700.000 persone senza accesso all’acqua potabile. Le conseguenze sono state devastanti: contaminazione da carburanti, pesticidi e sostanze chimiche, la morte di migliaia di animali, la distruzione di interi ecosistemi e danni economici stimati in oltre 5 milioni di dollari.
Secondo il rapporto dell’ONG Truth Hounds, l’atto è stato deliberatamente eseguito dall’esercito russo, rendendolo potenzialmente classificabile come crimine di guerra e, secondo una lettura giuridica emergente, come ecocidio². L’articolo 8(2)(b)(iv) dello Statuto di Roma considera crimine di guerra ogni attacco che provochi “danni diffusi, duraturi e gravi all’ambiente naturale” in modo sproporzionato rispetto al vantaggio militare.

L’ambiente come vittima silenziosa: il caso dell’Africa
L’Africa rappresenta una delle regioni del mondo più vulnerabili agli impatti ambientali della guerra. I conflitti armati in paesi come Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Mali hanno lasciato una scia non solo di sofferenza umana, ma anche di degrado ambientale profondo.
Nel Darfur, i conflitti per il controllo delle risorse idriche e dei pascoli hanno aggravato la desertificazione. Le milizie armate hanno incendiato villaggi, foreste e piantagioni, distruggendo habitat cruciali e spingendo le popolazioni rurali verso insediamenti sovraffollati e insostenibili. In Somalia, la guerra ha incentivato il disboscamento illegale per la produzione di carbone, una delle poche fonti di reddito in aree sotto controllo dei gruppi armati.
In Congo, il saccheggio delle risorse naturali (coltan, oro, diamanti) è strettamente legato alla guerra. Le miniere illegali devastano foreste, inquinano fiumi con mercurio e cianuro, e alimentano economie parallele basate sulla violenza. Anche la fauna selvatica paga un prezzo altissimo: il bracconaggio di elefanti e gorilla, spesso con armi da guerra, è una piaga alimentata dall’instabilità cronica.

Voci dal fronte: la missione MEAN a Kiev
Durante l’undicesima missione a Kyiv del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN), abbiamo toccato con mano la devastazione ambientale e umana della guerra. Era l’alba quando il treno della pace attraversò l’ultima curva dei Carpazi e si adagiò lento sui binari di Kyiv. Il cielo era terso, azzurro e crudele, come lo sguardo di chi ha visto troppo. La città si svegliava tra le ombre lunghe delle sirene notturne e l’eco lontano di un altro allarme aereo. In quell’ora rarefatta, camminavamo piano. Nessuno parlava. Il rumore dei nostri passi sembrava fuori posto.
All’ospedale pediatrico, il silenzio era più denso di qualsiasi parola. Un missile aveva colpito due giorni prima. I sogni dei bambini malati divenuti cenere. Sulle pareti sbriciolate ancora restavano giraffe, arcobaleni, piccoli soli con occhi di cuore. La guerra aveva strappato anche quei colori. Una dottoressa era morta nel tentativo di salvare quei sogni. Entrammo in punta di piedi, come si fa in una chiesa devastata.
Ogni notte gli allarmi ci svegliavano nel cuore nero della città. Non c’erano ascensori, solo scale. Pensai agli anziani, a chi abitava ai piani alti. La luce era un lusso intermittente, i generatori un sottofondo di resistenza. Kiev viveva in una sospensione irreale, stretta tra il quotidiano e l’imprevisto, tra il sorriso di un bambino e l’ombra lunga di un cratere.
Eppure in Piazza Santa Sofia, tra cupole dorate e caldo soffocante, ci prendemmo per mano. Le ragazze cantavano, i cartelli chiedevano pace. Gli allarmi non fermavano la voce. “Tu puoi”, disse una scritta. E lo sentimmo davvero: che la responsabilità di cambiare le cose è nostra.
La sera attraversammo Piazza Maidan, dove le bandiere raccontano i nomi dei ragazzi caduti. I giovani erano ancora lì, inginocchiati, a pregare. Una ragazza si avvicinò: “Non vogliamo essere qui. Vogliamo fare l’Erasmus come tutti i giovani europei. Vogliamo l’Europa. Siamo Europa.” E lo dissero con gli occhi, molto prima che con le parole.

Un crimine senza nome?
Finora, gli impatti ambientali dei conflitti non hanno avuto un riconoscimento giuridico adeguato. Il concetto di ecocidio, proposto dalla giurista Polly Higgins, mira a colmare questa lacuna, definendolo come “la distruzione, il danneggiamento o la perdita su vasta scala di uno o più ecosistemi di un determinato territorio”³. Il caso della diga di Nova Kakhovka è una possibile pietra miliare in questo percorso: un atto che potrebbe, per la prima volta, essere perseguito non solo come crimine di guerra, ma anche come crimine contro la natura. Le parole della poetessa ucraina Iya Kiva rendono con efficacia questo concetto: “La natura è sempre disarmata di fronte alla guerra. Gli alberi non possono sradicarsi e fuggire: la natura perde sempre.”

Conclusione: il disarmo come tutela del pianeta
La guerra è la più distruttiva tra le attività umane. Uccide, spinge milioni alla fuga, distrugge infrastrutture, e danneggia irreparabilmente l’ambiente. In un mondo già minacciato dal riscaldamento globale, proseguire su questa strada significa ipotecare il futuro del pianeta.
Serve un cambiamento di rotta radicale. Riconoscere l’ecocidio come crimine internazionale sarebbe un primo passo verso un nuovo paradigma in cui la tutela dell’ambiente sia considerata alla pari di quella dei diritti umani. Come ha dichiarato il giurista Dmytro Koval⁴: “Questo caso della diga in Ucraina è un catalizzatore per il diritto ambientale. È un’opportunità per trasformare norme dormienti in strumenti attivi contro i crimini ambientali.”
La guerra uccide e distrugge, ma anche avvelena la terra, i fiumi e l’aria. Ogni tonnellata di CO2 emessa, ogni foresta abbattuta, ogni fiume inquinato è una ferita aperta nel corpo del pianeta. Il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale è un passo necessario.

Il pianeta non è un campo di battaglia. È la nostra casa.
La pace non è solo una necessità morale: è un’urgenza ecologica.

 

Note

  1. Montanari, P. & Grenga, G. (2023). Guerra ed Ecocidio: Il Caso della Diga di Nova Kakhovka.
  2. Truth Hounds et al. (2023). Sommersi: Studio sulla distruzione della diga di Khakovka.
  3. Higgins, P. (2010). Eradicating Ecocide: Laws and Governance to Prevent the Destruction of Our Planet.
  4. Montanari & Grenga, op. cit., p. 7.

Verde ambiente salute, un rapporto di vita

di Luigi Campanella

Più volte ho scritto che quando si parla di sviluppo del verde ci si ferma al primo anello della catena e cioè quello della piantumazione di un albero, mentre si trascura quello della cura del verde: eppure un albero per svolgere la sua funzione di protezione dell'ambiente e della salute dell'uomo deve essere in buone condizioni ed avere superato una dimensione media di 50 cm di diametro del tronco. La crescita e lo sviluppo di un sistema forestale dipendono oltre che dalla manutenzione e dalle condizioni ambientali anche dal suolo dove è allocato.

L'implementazione di misure di protezione del suolo come colture di copertura, colture intercalari, lavorazione conservativa del suolo e l’uso del digestato (in sostituzione del concime chimico) o ancora la diffusione di pratiche di agroforestazione e agricoltura mista, integrando alberi o arbusti nella gestione delle colture sono tra i principi che possono guidare la conservazione e il ripristino di sostanza organica nel suolo, contribuendo allo sviluppo del verde ed inoltre riducendo le emissioni di gas serra, migliorando la fertilità ed aumentando la resilienza agli effetti dei cambiamenti climatici ed alle fitopatologie. In questo contesto, il carbon farming si conferma uno degli strumenti più promettenti per contribuire al raggiungimento degli obiettivi climatici europei. Una strategia che non solo contrasta i cambiamenti climatici, ma ha l’obiettivo di premiare anche gli agricoltori per l’adozione di pratiche ecologiche, integrando il loro reddito. Per carbon farming intendiamo un sistema agricolo in grado di sfruttare la naturale capacità del suolo di immagazzinare anidride carbonica, il principale gas ad effetto serra se consideriamo i volumi, e di utilizzarlo sotto forma di sostanza organica a vantaggio della fertilità del suolo. Sottraendo CO2 dall’atmosfera se ne abbassa la concentrazione e questo, su scala globale, può avere l’effetto di rallentare il surriscaldamento globale. Con il carbon farming si vuole massimizzare la produzione di biomassa secca in campo e ridurne le perdite. Un agricoltore che decida di modificare in questo senso le tecniche di coltivazione dei propri terreni, potrebbe aumentare sensibilmente le capacità di questi di assorbire CO2 dall’atmosfera e incamerarla nel suolo. Secondo le degli addetti “in una stagione si possono sequestrare 2-2,5 tonnellate di CO2 ad ettaro, pari alle emissioni prodotte da una macchina che percorre circa 15-19mila chilometri“. Gli agricoltori potrebbero essere stimolati verso questa procedura sulla base della carbon farming initiative della Commissione Europea che prevede “di avviare iniziative pilota a livello locale, anche nell’ambito degli “eco-schemi” previsti dalla Politica Agricola Comune (PAC), per poter individuare criticità e buone pratiche da replicare su più ampia scala. Secondo la Commissione Europea, questi schemi potrebbero diventare una significativa fonte di reddito per gli agricoltori europei, fra i 38 e i 58 miliardi di euro. Secondo un articolo pubblicato su Agronotizie ai prezzi attuali un agricoltore potrebbe guadagnare 12-15 euro (con prezzi previsti in crescita) per un ettaro che sequestra 2-2,5 tonnellate di CO2,valori che sembrano marginali, ma che riportati sugli ordini di grandezza delle superfici coltivate in Italia iniziano a diventare davvero significativi. Un agricoltore che adotta pratiche di agricoltura sostenibile si fa certificare da un ente terzo indipendente la rimozione di CO2 dall’atmosfera; una società specializzata si occupa della conversione delle tonnellate di CO2 rimossa in crediti di carbonio; un’azienda privata acquista questi crediti di carbonio per compensare la propria impronta climatica e raggiungere gli obiettivi di carbon neutrality.

Mentre l'agricoltura diviene il focus di questa fase della vita politica ed economica europea leggo che Paesi in via di sviluppo cercano di anticipare i problemi con i quali oggi l'Europa è costretta a confrontarsi. In molti Paesi dell'Africa si realizzano progetti di formazione agricola che insegnano a praticare l'agricoltura con tecniche innovative ed a rispettare l'ambiente. Alcune delle sfide che le nuove generazioni dovranno affrontare riguardano i cambiamenti climatici e lo sfruttamento agricolo intensivo, specialmente in contesti con risorse naturali limitate. Gli adolescenti ed i giovani coinvolti imparano l'applicazione dei metodi pratici in serra ed in campo aperto per avere in futuro una propria fattoria. La scuola viene di conseguenza vista come l'ascensore per arrivare a questi traguardi. La scuola con i suoi insegnamenti consente di evitare errori collegati alla volontà di avere sovrapproduzioni: si evita così di bruciare alberi o di devastare intere aree boschive o ancora di caricare il terreno di fertilizzanti che per effetto del fattore limitante che regola la chimica agraria non potranno essere sfruttati. Tutto nasce all'interno dell'Incubatore Agricoltura 4.0 e del programma Agricoltura per la Vita. Il format del progetto è composto da 3 macroaree, formazione dei giovani, produzione agricola, benessere sociale (welfare).La formazione si basa su moduli teorici di know how produttivo con laboratori didattici ed attività pratiche in campo che puntano ad un sistema di Agricoltura sana ed a chilometri zero. Viene anche attivato un ciclo di distribuzione economica verso realtà esterne ,ma collegate in maniera diretta. Con questo approccio integrale l'agricoltura può svolgere il suo ruolo in favore dello sviluppo economico insieme all'industria ed ai servizi anche sfruttando gli avanzamenti scientifici e tecnologici, a volte nati in campo industriale, ma trasferibili al settore agricolo purché se ne tengano in conto limiti e differenze a partire dai fattori limitanti che praticamente sono solo economici nell'industria, mentre assumono connotati naturali diversi nel caso dell'agricoltura (irradiazione, temperatura, composizione del suolo.....) ,connotati che non possono essere scavalcati. Nel frattempo quasi a giustificare e sostenere questa rinata attenzione all'agricoltura ecco nascere la Medicina Forestale come nuova frontiera della salute green. In Italia è addirittura sorta un'Associazione a supporto. Attraverso una o più belle passeggiate della durata complessiva di 3-4 ore settimanali in boschi e foreste si contribuisce ad una protezione ed un miglioramento della propria salute attraverso l'ispirazione di molecole di terpeni emessi dagli alberi. I terpeni sono una classe di composti organici presenti in natura; sono noti anche come isopreni e la loro struttura è basata su ripetizione di unità isopreniche (C5H8)x, con x>2. I terpeni sono i principali costituenti della resina vegetale e degli oli essenziali estratti dalle piante. Svolgono un ruolo protettivo delle piante rispetto agli attacchi da parassiti e microorganismi. Un'applicazione della Medicina Forestale tutta giapponese è il Komorebi, la luce che filtra tra le foglie degli alberi. C’è qualcosa di assolutamente poetico, quasi magico, in una cultura che crea una parola apposta per un concetto del genere: il senso che ci pervade quando ci si sente avvolti dai raggi del sole che penetrano attraverso le foglie.

L’Associazione Italiana di Medicina Forestale A.I.Me.F., è stata fondata a dicembre del 2018 da un piccolo gruppo di persone eterogenee, ma unite dallo stesso progetto: riportare le persone a contatto con la Natura. Un medico, una botanica, una odontoiatra, un osteopata, una pedagogista, un esperto di comunicazione: questo è il piccolo gruppo che ha dato vita a questa importante Associazione nazionale, con l’obiettivo di far conoscere e riconoscere la Medicina Forestale anche in Italia, favorire la diffusione delle “Urban Jungle”, nonché tutelare e proteggere il patrimonio boschivo e naturale nella nostra nazione, trasmettendo a quante più persone possibile, il potenziale terapeutico dell’immersione nella natura.

Profili giuridici della “crisi climatica”

di Giovanni Cordini

1. La crisi climatica: origini e svolgimenti

La “crisi climatica”, oggi all’ordine del giorno, è oggetto di attenzione da diversi decenni sia in ambito internazionale che nel contesto dell’Unione Europea e degli ordinamenti nazionali. Già nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente a Stoccolma nel 1972 se ne possono trovare tracce significative, così come nel Rapporto della Commissione Bruntland del 1988. Non sorprende, pertanto, che le Nazioni Unite, nel promuovere la Conferenza mondiale del 1992 a Rio de Janeiro avessero intrapreso l’impegno per approvare una Convenzione internazionale sul clima che venne poi sottoscritta nel corso della Conferenza. Del pari è noto che nell’ambito del dibattito scientifico si ebbero, per diverso tempo, opinioni e risultati controversi e contrastanti, senza addivenire ad una comune configurazione degli effetti climatici che risultasse convincente per tutti. Di conseguenza i decisori nazionali non operarono congiuntamente nel senso prospettato dalla Convenzione del 1992, perciò, al fine di adottare gli accordi necessari per rendere operative le misure da attuare furono necessari aggiustamenti e rinvii. I diversi incontri annuali, promossi dalle Nazioni Unite (le COP), furono spesso deludenti sul piano dell’effettività e gli Stati ritennero preferibile operare in un quadro di soft law piuttosto che assumere obblighi e sanzionare le trasgressioni. L’incontro di Parigi (la COP 21 del 2015) sembrò prospettare qualche avanzamento in quanto fu preceduto da un’intensa attività preparatoria che si basava anche sul rapporto scientifico fornito dagli esperti[1]. I numerosi centri di ricerca, facenti capo ad Università e a prestigiosi Enti scientifici presenti in diverse aree del Globo e rappresentativi di tutti i Continenti convergevano nel riconoscere che era in atto una “crisi climatica” importante e che l’accelerazione degli effetti era un dato certo. Una così convincente ed ampia convergenza scientifica, fino ad allora, non si era riscontrata per cui la Conferenza ebbe l’effetto non solo di rappresentare il problema ai Governi e ai decisori politici ma anche di rendere sensibile il più largo pubblico innescando quel processo di responsabilizzazione di ciascun abitante del Pianeta che è sempre più intenso ed esteso[2]. Ogni anno si ripete il rito, forse oggi troppo scontato, di un appuntamento globale in tema di clima. Le COP 28 e 29 del 2023 e del 2024 hanno aderito, ancora una volta, a questa ritualità ribadendo l’esigenza di affrontare, con tempestività e adeguatezza, la crisi climatica in atto, sempre più evidente alla luce degli studi che ne segnalano la progressione, tuttavia le misure concrete scontano gli effetti prodotti dalla pandemia del COVID19 e subito dopo dall’aggressione della Russia all’Ucraina che ha acuito la crisi energetica[3] per cui restano ambigui e privi di concretezza gli impegni che, all’ultima ora, vengono sottoscritti onde evitare un clamoroso e plateale fallimento. In queste occasioni l’Unione Europea ha confermato il proprio impegno tracciando, ancora una volta, un programma ambizioso (Green Deal Europeo) che non manca di concretezza e che indica limiti e orizzonti temporali certi (con obiettivi puntualmente definiti per il 2030 e il 2050)[4]. Va considerato, peraltro, che, secondo dati attendibili, i Paesi che sono più restii ad introdurre misure efficaci di contenimento delle emissioni (Cina, Stati Uniti, India, Russia e Brasile) contribuirebbero per oltre il 50%. Mentre l’Unione Europea dal 1990 al 2021 ha ridotto del 27% le emissioni globali la Cina le ha aumentate del 285% e l’India del 170% per cui lo sviluppo di questi due soli Paesi dimostra che la “sostenibilità ambientale” definita nelle conferenze internazionali globali non trova alcun effettivo riscontro in alcuni Pesi chiave per la soluzione della “questione climatica” a livello globale. Il Presidente degli Stati Uniti Trump, tra gli ordini esecutivi firmati nel giorno stesso del suo insediamento alla Casa Bianca ha compreso anche l’avvio del processo per il ritiro dell’adesione degli Stati Uniti dagli accordi sul clima siglati a Parigi, nel 2015 indebolendo ulteriormente il già fragile impegno assunto dagli Stati in ambito globale. Forse sarebbe utile riflettere, dunque, sulla possibilità di affrontare seriamente la questione climatica con accordi vincolanti adottati in ambito continentale e non solo sulla base di concertazioni globali tra Stati. La concreta possibilità di fare ricorso a misurazioni della “giustizia ecologica” meriterebbe anch’essa un’attenta considerazione in quanto consentirebbe di basare gli accordi su concrete analisi globali e settoriali del “sistema climatico”[5].

 

2. Le controversie sul clima e il ruolo delle Corti

Il rapporto delle Nazioni Unite “Global Climate Litigation Report” 2023[6] segnalava come dal 2017 (quando venne presentato il precedente resoconto) le controversie ambientali che erano state portate in giudizio ed affrontate dai Tribunali in tutto il Globo erano quasi triplicate passando da 884 nel 2017 a 2180 nel 2022. Casi importanti, giudicati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dalle Corti costituzionali e dai Tribunali in diversi Paesi dimostrano una tendenza, ormai consolidata, da parte di singoli cittadini e delle associazioni che si propongono lo scopo di tutela dell’ambiente a rivolgersi ai giudici al fine di tutelare i diritti ambientali proclamati dalle Costituzioni e delineati nella legislazione di quasi tutti gli Stati[7]. Le pubbliche autorità, perciò, sono sempre più chiamate ad assicurare l’effettività delle misure annunciate nei testi e si chiede loro di procedere alle opportune verifiche, ove non vogliano essere incolpate per gli inadempimenti e le violazioni delle regole che sono state definite dai legislatori[8]. Questo progressivo impegno delle giurisdizioni, che trova fondamento nell’affermazione dei principi costituzionali ambientali e svolgimento per la via della “giustizia ambientale”, segna un passaggio significativo e, forse, determinante a fronte dei ritardi, delle insufficienze e degli inadempimenti da parte dei governi e dei pubblici poteri nazionali.

 

3. Crisi climatica e costituzionalismo ambientale

Sin dall’origine, dunque, la crisi climatica s’inserisce nel più ampio dibattito internazionale, statale e locale relativo alla salvaguardia dell’ambiente. Non è possibile, in questa sede, dare conto di un tale percorso in modo adeguato perciò sembra opportuno rinviare ad altre occasioni di approfondimento[9]. Riesce, comunque, utile fornire alcuni cenni. Nel costituzionalismo ambientale, in un primo momento, la protezione dell'ambiente, di regola, è stata considerata in rapporto ai soggetti, per la classica via dell'affermazione dei diritti e dell'imposizione dei doveri[10]. Il costituzionalismo liberaldemocratico, che caratterizza gli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati dell'Unione Europea e dell'Occidente industrializzato, ha proposto come esigenza, non eludibile, quella di assicurare ai cittadini un adeguato livello di "benessere" individuale, da un lato mettendo in essere politiche fiscali e indirizzi economico-sociali volti ad una redistribuzione della ricchezza prodotta in ciascun Paese e dall’altro orientando le politiche pubbliche in senso sociale, per attribuire effettività a queste esigenze di redistribuzione della ricchezza. Non è questa la sede opportuna per un approfondimento, tuttavia mi sembra utile segnalare alcuni indirizzi che possono avere un impatto rilevante per la mitigazione climatica: gli orientamenti volti a rafforzare ed estendere l’impatto dell’economia circolare, il processo di decarbonizzazione, il sistema di scambio delle quote di emissione, la progressiva riduzione dei combustibili fossili. Variano, naturalmente, le misure concrete che si adottano nei diversi Paesi e i livelli di "benessere" che possono essere effettivamente garantiti a ciascuno. L'affermazione costituzionale di principio, in effetti, non impedisce una modulazione degli interventi in ragione delle condizioni economico-sociali e degli equilibri finanziari che contraddistinguono ciascuno Stato. Ciò nondimeno si può affermare, con fondamento, che non è solo l'ideologia liberaldemocratica che, nel suo versante costituzionalistico, fonda le radici nell'idea di progresso umano esteso a tutti i consociati, a riconoscere l’esigenza di contemperare lo sviluppo con la sostenibilità ambientale[11]. E’ stato acutamente osservato che, negli ordinamenti costituzionali della nostra epoca, la "qualità della vita" che si vuole assicurare ad ogni cittadino, richiede anche il rispetto dell'ambiente, condizione che si pone quale modo di essere e misura dei diritti, al pari di un altro valore costituzionale universale, quale il principio di eguaglianza[12]. Questo "nuovo diritto" propone di ampliare la sfera di tutela sociale e parimenti impone delle limitazioni ai diritti tradizionali concepiti in termini di "libertà" e di "garanzia", prescrivendo comportamenti "virtuosi" ed estendendo i doveri individuali e collettivi.

 

4. Lo schema costituzionale ambientale fondato sulla correlazione fra diritti e doveri

Merita di rilevare come negli ordinamenti costituzionali, in origine, le condizioni ambientali sono quasi sempre strettamente associate alla formula "qualità della vita umana".  Una fase successiva che è stata oggetto di un intenso confronto  intellettuale ha sottolineato il ruolo decisivo che è assegnato ai contemporanei in una fase non solo storica ma, soprattutto geologica, che impone di considerare la responsabilità di ciascun essere che abita questo Pianeta e pone l’esigenza di prestare attenzione ai diritti delle future generazioni, non tanto in relazione a condizioni di benessere bensì a mutazioni che mettono in causa le stesse condizioni di vita e il futuro del Pianeta[13]. La ricerca scientifica, sfatando miti e comprovando effetti ha messo bene in luce le origini e le cause dell’accelerazione impressa alla “crisi climatica” del nostro tempo, designato come “età dell’antropocene”[14].  La comparazione dei testi di diritto positivo conferma l'ampia diffusione di un modello fondato sulla correlazione tra diritti  ed obblighi, ove, al riconoscimento di un fondamentale diritto all'ambiente, si fanno corrispondere altrettanti doveri, prospettati come "limiti" ai diritti costituzionali: il generale dovere di rispettare e di proteggere l'ambiente, che trova specificazione nelle normative di settore; il dovere di astenersi dalle attività lesive dei beni ambientali; il dovere di adottare cautele, in presenza di potenziali pericoli per l'uomo e per l'ambiente[15]. Questa impostazione, già abbozzata nell’articolazione del principio “chi inquina paga”, trova ulteriori svolgimenti proprio nella fase di aggiornamento dei testi costituzionali, ove la correlazione tra diritti e doveri viene esplicitata e articolata in relazione ai diversi ambiti ed impatti della legislazione ambientale. Il versante dei doveri fondamentali, infine, può essere meglio compreso se si adottano anche iniziative per estendere l'educazione ambientale e rafforzare il senso civico del cittadino, prescindendo dalla sanzione giuridica.

 

5. Crisi climatica e responsabilità degli Stati e dei singoli esseri umani che popolano il Globo terrestre: un contesto problematico

Nel corso dell’intenso dibattito sul clima gli Stati hanno riconosciuto l’esigenza di affrontare la questione climatica ma non hanno ritenuto opportuno introdurre delle misure vincolanti, assumendo le conseguenti responsabilità sia sul piano politico che in ambito giuridico. Il conflitto tra Nord e Sud del mondo che, in tema di protezione ambientale, è risultato palese in occasione dei Vertici internazionali come Rio de Janeiro e Johannesburg ha coinvolto anche la “questione climatica” in quanto la stessa richiede severi impegni finanziari di medio e lungo termine, misure straordinarie che possono alterare gli attuali equilibri finanziari e indirizzare le politiche pubbliche di tutti i Paesi proponendo un diverso modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale. Le Conferenze COP (Conference of the Parties) annuali, pur confermando gli impegni a medio (2030) ed a più largo termine (2050) non riescono ad assicurare il concreto impegno di tutti i Paesi per cui spesso le misure che sarebbero necessarie ed urgenti sono sottoposte a condizioni e rinvii.

L’esigenza di una radicale revisione del contesto entro cui si discute di ambiente in ambito globale potrebbe essere meglio compresa se fosse valutata alla luce della comparazione tra sistemi giuridici diversi per le radici culturali, sociali e religiose che li contraddistinguono e per i loro svolgimenti storici. Si potrebbe, così, prendere atto del fatto che non tutte le forme di pensiero che ispirano i regimi politici e informano gli assetti istituzionali contemporanei postulano l'esigenza di garantire un costante incremento dei consumi individuali e collettivi e di ritenere essenziale, ancora per lungo tempo, l’utilizzo di materie prime (soprattutto in ambito energetico) che hanno un deleterio impatto ambientale, con particolare riferimento proprio agli effetti sul clima. Il costante riferimento alle responsabilità individuali e collettive, in ambito ambientale, riesce essenziale dato che ogni intervento impone trasformazioni e sacrifici mettendo in relazione le responsabilità collettive e l’impegno individuale, sia in termini di coerenza che di effettività.



[1] Cfr. IPCC The Fifth Assessment Report of the Intergovernamental Panel on Climate Change, Geneve 2014 

[2] Questa esigenza di promuovere una responsabilizzazione individuale che si traduca in comportamenti virtuosi viene sempre più indicata anche nei contesti costituzionali e normativi. Cfr. D. AMIRANTE, Costituzionalismo ambientale, Atlante giuridico per l’antropocene. Il Mulino, Bologna 2022

[3] Sulla crisi energetica globale si v. K. GROMEK-BROC (eds), Regional Approaches to the Energy Transition. A Multidisciplinary Perspective, Springer 2023.  

[4] Cfr. Decisione (UE) 2022/591 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 aprile 2022 relativa a un programma generale di azione dell’Unione per l’ambiente fino al 2030. Sul green deal europeo v. L. PAGANETTO, Europa e sfide globali. La svolta del green deal e del digitale, Eurlink University Press, 2020; A. MOLTERNI, Il Green Deal europeo e le sfide per il diritto dell’ambiente, in Riv. Quad. Dir.Amb., 2021, 1, 4 e sgg.; E. BRUTI LIBERATI, M. DE FOCANTIIS, A. TRAVI (a cura di), L’attuazione dell’European green deal: i mercati dell’energia e il ruolo delle istituzioni e delle imprese, Cedam, Padova 2022. 

[5] Per opportuni svolgimenti rinvio a M. CARDUCCI, La metrica della sostenibilità eco-sociale: l’analisi eMergetica come democrazia partecipata per la  in Federalismi.it, 24 gennaio 2025

[6] U.N., Global Climate Litigation Report 2023 Status Review, U. N. Environment Programme 2023

[7] Cfr. G. GIORGINI PIGNATIELLO, Verso uno Ius Climaticum Europeum? Giustizia climatica ed uso dei precedenti stranieri da parte dei giudici costituzionali nei Paesi membri dell’Unione Europea, in Comparative Law Review, Vol. 15, N. I, 2024, Le declinazioni della giustizia., pagg. 36 e sgg. 

[8] Si veda, anche per la considerazione dei limiti della risposta puramente giurisprudenziale L. SALVEMINI, Il nuovo diritto dell’ambiente tra recenti principi e giurisprudenza creativa, Giappichelli, Torino 2022

[9] Cfr.: G. CORDINI, P. FOIS, S. MARCHISIO, Diritto ambientale. Profili internazionali, europei e comparati, 4° Ed., Giappichelli, Torino 2024.

[10] B. CARAVITA DI TORITTO, Costituzione, principi costituzionali e tecniche normative per la tutela dell'ambiente, in S. GRASSI, M. CECCHETTI, A. ANDRONIO, Ambiente e diritto, I, Olschki, Firenze, 1999, pagg. 175 e sgg. E' da condividere l'osservazione per cui nel campo ambientale la parte dei doveri e delle responsabilità è rilevante e porta a riconoscere che non sempre vi è "un potere dell'uomo da combattere e una controparte nei cui confronti rivendicare spazi di autonomia; esistono invece un ambiente da rispettare e una natura che esige protezione, in primo luogo da parte dell'uomo aggressore e responsabile. Per queste considerazioni si v. F. FRACCHIA, Sulla configurazione giuridica unitaria dell'ambiente: art. 2 Cost e doveri di solidarietà ambientale, in Il diritto dell'economia, 2002, pagg.. 215 e sgg., spec. pagg. 258-259.

[11] Si può v. al riguardo K. BOSSELMANN, The Principle of Sustainibility Trasforming Law and Governance, Routledge,London 2008; D. PORENA, Il principio della sostenibilità. Contributo allo studio di un programma costituzionale di solidarietà intergenerazionale, Giappichelli, Torino 2018.

[12] In tal senso cfr.: G. LOMBARDI, Prefazione a B. INGHIRAMI, L. PARENTI, A. RAFFAELE, M. RAGONA, L. SERROTTI, P. SPINOSA, Bibliografia Giuridica dell’Ambiente, CNR, Roma, 1991, pagg. VII e VIII. Giorgio Lombardi parla di una sorta di "nuova cittadinanza", in cui l'equilibrio tra l'uomo e l'ambiente, anche sotto il profilo giuridico, è il punto di riferimento. Si può proporre un accostamento con l'idea dell'identità nuova che si verrebbe a determinare, nell'ambito comunitario, per i cittadini dell'Unione con il trattato di Maastricht.  Il senso di un'Europa compiuta si avrà soltanto con il riconoscimento giuridico di una cittadinanza comune. Cfr.: Per qualche sviluppo del vasto e complesso tema qui solo accennato si v. G. GRECO, Profili di diritto pubblico italo-comunitario, in AA.VV., Argomenti di diritto pubblico italo-comunitario, Giuffrè, Milano, 1989, pagg. 3 e sgg.; V. LIPPOLIS, La cittadinanza europea, Il Mulino, Bologna,1994; M. LA TORRE (ed.), European Citizenship. An Institutional Challange, Kluwer, London-The Hague-Boston, 1998; G. CORDINI, Elementi per una teoria giuridica della cittadinanza, CEDAM, Padova, 1998, pagg. 289 e sgg. La letteratura giuridica in tema di "cittadinanza europea", negli ultimi anni è cresciuta a ritmi esponenziali. Utili indicazioni sono fornite da A. MINUTI e G. CHITI, trattato di Amsterdam e cittadinanza europea. Bibliografia, in Rivista Ital. di Diritto Pubblico Comunitario, 2000, pagg. 881 e sgg.

[13] Si v. la relazione di D. AMIRANTE, Metodo comparativo, ambiente e dinamiche costituzionali in DPCE online, 31.5.2023.

[14] Si v. E. PADOA SCHIOPPA, Antropocene. Una nuova epoca per la Terra, una sfida per l’umanità, Il Mulino, Bologna, 2021

[15] Cfr. L. MEZZETTI (a cura di.), I diritti della natura.  Paradigmi di giuridificazione dell'ambiente nel diritto pubblico comparato, CEDAM, Padova, 1997; G. RUIZ-RICO RUIZ (coor.), Derecho comparado del medio ambiente y de los espacios naturales protegidos, Comares, Granada, 2000; A. POSTIGLIONE, L’albero dei diritti e dei doveri umani, Cantagalli, Roma 2020.

Energia eolica: sostenibile, ma…

di Ferdinando Boero

Per attuare la transizione energetica, uno dei capisaldi della transizione ecologica, è necessario uscire dall'era della combustione ed abbracciare la strategia delle rinnovabili. Le fonti rinnovabili sono moltissime: idroelettrico, moto ondoso, maree, sole, geotermico, vento. Gli impianti di rinnovabili occupano spazio e hanno anche notevoli impatti sul paesaggio, un bene particolarmente rilevante in Italia, protetto dalla Costituzione nell'art. 9, assieme al patrimonio culturale e, finalmente, a biodiversità ed ecosistemi.

Per quel che riguarda l'eolico, l'Italia ha investito molto in questo campo, ad esempio in Puglia dove, percorrendo l'autostrada da Napoli a Bari si attraversano campi eolici con altissime torri, fittamente distribuite. L'impatto sul paesaggio, prevalentemente agricolo, è comunque forte. Nel nord Europa l'eolico a mare è molto sviluppato, anche perché non ci sono particolari valenze paesaggistiche, visto che il turismo balneare non è molto praticato. I "nordici" si spostano in Grecia, Croazia, Italia, Francia e Spagna per godere del clima e del paesaggio mediterraneo.

Nel periodo 2012-2016 ho coordinato un progetto europeo (CoCoNet) per la redazione di linee guida per l'istituzione di reti di Aree Marine Protette (AMP) e l'installazione di campi eolici a mare in Mediterraneo e Mar Nero. All'epoca i campi eolici a mare (Offshore Wind Farms: OWF) non erano presenti in Mediterraneo e Mar Nero, e la Commissione, che aveva promosso questa forma di produzione energetica nel Mare del Nord, voleva capire se questo fosse possibile anche nei mari meridionali d'Europa.

Non sapevo nulla di energia eolica a mare, allora, e i funzionari mi spiegarono che non volevano che un progetto sull'eolico fosse gestito solo da ingegneri, con l'aiuto, ovviamente subalterno, degli ecologi. Volevano che ecologi ed ingegneri lavorassero gomito a gomito. Il progetto vedeva la collaborazione di 22 paesi di tre continenti (Africa, Asia, Europa) con un predominio numerico di specialisti di AMP e, anche, un nutrito numero di specialisti di OWF.

Per quel che riguarda gli impianti eolici, la prima cosa che facemmo fu di creare una base di dati con tutte le informazioni disponibili sull'ambiente marino, dalla biologia all'ecologia, la geologia, e gli usi antropici. Per capire che fare è necessario conoscere il "corpo ricevente" (l'ambiente marino) e pianificare un uso dello spazio che trovi compromessi accettabili tra le esigenze di "sviluppo" e quelle di conservazione del capitale naturale. La Direttiva sulla Pianificazione dello Spazio Marittimo, istituita nel 2016, era in cantiere, per soddisfare le stesse finalità che adottammo nel progetto.

Ovviamente i "buchi" nella banca dati furono in parte coperti dalle nostre attività, per avere un quadro quanto più dettagliato possibile di quel che avremmo dovuto pianificare.

La procedura delle linee guida è molto intuitiva.

La prima cosa che fu allestita, per la sezione eolica, fu una carta del vento, anche con simulazioni legate al cambiamento globale. I dati del passato sono importanti, ma non è detto che il futuro sarà uguale al passato, specialmente in un periodo di cambiamento come l'attuale.

La carta del vento permette di individuare le aree dove è presente abbastanza vento da garantire il funzionamento dei campi eolici. Queste aree furono individuate, anche con le simulazioni di possibili cambiamenti futuri.

Questo portò al restringimento delle porzioni di spazio da investigare. Il compromesso che volevamo trovare consisteva nel minimizzare i possibili impatti dei campi eolici sull'ambiente e sulle attività antropiche, prima di tutto il turismo.

Le aree fruttuose dal punto di vista dell'intensità e della costanza dei venti ricadevano anche in vicinanza della costa, e qui fu necessario escludere l'installazione dei campi eolici a ridosso dei sistemi costieri, prima di tutto per l'impatto visivo e i possibili danni al turismo. Il Mediterraneo e il Mar Nero non sono l'Olanda, dove i mulini sono pittoreschi, e quelle gigantesche pale rotanti avrebbero sicuramente incontrato l'opposizione delle comunità costiere. Bisognava andare lontano dalla costa, a distanze che rendessero poco visibili le grandi pale. Ma questo poneva un problema tecnico non da poco. Nel Mare del Nord le torri eoliche erano principalmente a base singola: un enorme palo piantato sul fondo, che esce dall'acqua e su cui è innestata la pala. Quelle profondità erano incompatibili con le attività turistiche e rendevano quasi impensabile la proposta di installare gli impianti, a meno di installarle in siti già "sacrificati" allo sviluppo economico.

All'epoca le piattaforme eoliche galleggianti erano ancora molto sperimentali, e molto costose. Il che rendeva economicamente insostenibile la possibilità di adottare quella tecnologia. Ma lo sviluppo tecnologico era rapido, e confidammo nel progresso tecnico che, in effetti, c'è stato.

A questo punto si trattava di dire dove NON si dovevano fare le piattaforme, andando per esclusione. La procedura quindi era: nelle aree dove c'è il vento, quali sono le controindicazioni per quanto riguarda la necessità di preservare biodiversità, gli habitat e gli ecosistemi? La legislazione europea ci veniva in aiuto, in quanto la Direttiva Habitat stabilisce una lista di Habitat di Importanza Comunitaria, come le praterie di Posidonia, e le biocostruzioni (reef) come il coralligeno. La Posidonia raramente arriva a 50 m di profondità e non si allontana molto dalla costa, per cui era già esclusa la possibilità di impianti in corrispondenza delle praterie. Sommando paesaggio e posidonia, le possibilità di installazione vicino alla costa diventavano minime. Per gli altri habitat le informazioni, però, non erano complete e lavorammo anche per questo. In profondità ci possono essere montagne sottomarine, canyon, formazioni di coralli bianchi, e altre tipologie che ricadono nelle prescrizioni della Direttiva Habitat. Escludemmo anche quelle. Restavano le piane fangose, già fortemente impattate dalla pesca a strascico.

Da allora, la tecnologia dell'eolico galleggiante è migliorata molto ed è economicamente sostenibile: si può pensare di procedere. Le carte che producemmo non erano comunque finemente dettagliate e gli studi vanno ripetuti, focalizzandoli sulle zone prescelte in base al vento. Per valutare possibili impatti è necessario realizzare campagne di rilevamento con veicoli subacquei a controllo remoto che ci permettano di costruire mappe molto dettagliate e georeferenziate. I primi rilevamenti, in vista delle future installazioni, già identificano zone che, apparentemente, avrebbero dovuto essere deserti sottomarini che, invece, sono ricchissime di vita, magari per affioramenti rocciosi. Tra queste, però, si estendono ampi spazi che presentano profonde cicatrici dovute allo strascico. Per quel che riguarda gli habitat di fondo, quindi, queste sono le aree in cui il possibile impatto è il minimo possibile. Anzi, se è presente un impianto, lo strascico non è possibile e queste zone sono chiuse alla pesca industriale, diventando Other Effective Conservation Measures: misure che non hanno finalità conservative ma che comunque soddisfano le finalità delle misure di conservazione. Le Aree Marine Protette più stringenti non prevedono la pesca industriale, e questa è bandita anche in corrispondenza di piattaforme di qualunque tipo e, quindi, un effetto collaterale di questi impianti è la rimozione dell'impatto della pesca.

Un altro impatto è quello della dismissione degli impianti. Che fare delle parti immerse quando gli impianti diventano obsoleti? L'Unione Europea, e anche il Governo Italiano, hanno finanziato e finanziano l'installazione di barriere artificiali in ambienti a bassa diversità, impattati dalla pesca a strascico. Si tratta di immettere in mare, posizionate sul fondo, delle strutture di vario tipo che servono come dissuasori dello strascico e che, essendo costituite da substrati duri, diventano siti di insediamento delle larve di organismi che di solito non vivono sui substrati duri. Basta guardare i relitti delle navi. Sono ricoperti di spugne, coralli (nelle zone coralline), gorgonie, briozoi, e molto altro. La fauna ittica è molto abbondante e in quegli spazi tridimensionali trovano rifugio gli stadi giovanili dei pesci.

Perché non disegnare le basi delle piattaforme galleggianti in modo da poterle utilizzare come barriere artificiali da lasciare in situ quando gli impianti saranno smantellati? Ogni impianto deve essere progettato pensando già alla dismissione. In questo modo la dismissione non è più così onerosa, visto che gran parte dell'opera rimane sul fondo, e si hanno impatti positivi sulla biodiversità. Inoltre, molte piattaforme sono colonizzate da grandi masse di mitili che, periodicamente, vanno pulite. Perché non utilizzare quei mitili a scopi alimentari? Questo potrebbe convertire almeno una parte dei pescatori ad acquacoltori. Inoltre, subito fuori dalle aree "protette", dove la pesca è proibita, "traboccano" individui delle specie che si sviluppano dove gli impatti sono assenti. La pesca diventa fruttuosa nelle vicinanze di questi siti, senza compromettere gli ambienti "sorgente".

Ma, come dico spesso, l'ambiente marino è tridimensionale: non c'è solo il fondo, c'è anche la colonna d'acqua. E poi c'è lo spazio aereo interessato dalle pale. In questi spazi vivono specie protette. In aria gli uccelli, sui quali esiste una specifica direttiva europea: la Direttiva Uccelli. In acqua di sono, per esempio, i cetacei. Gli uccelli possono essere uccisi dalle pale, soprattutto quando intraprendono migrazioni, e i cetacei potrebbero essere disturbati dal rumore. I cavi elettrici che portano l'elettricità a terra generano campi che potrebbero disturbare gli squali. Di tutte queste cose occorre tener conto nella progettazione e nella gestione di questi impianti. Ad esempio interrompendo le attività nei periodi di migrazioni significative dell'avifauna. Per i cetacei diventa inopportuno installare gli impianti in zone particolarmente frequentate a fini alimentari.

Presi dal fervore della decarbonizzazione, noi ecologi eravamo inclini a "passar sopra" ad alcune prescrizioni e, paradossalmente, gli ingegneri, sensibilizzati dai nostri discorsi, si rivelarono più talebani di noi. 

Oggi le prime piattaforme eoliche sono state installate, in Mediterraneo, a Taranto. E sono su palo. L'impianto si chiama Beleolico e si trova in uno spazio marino antistante la zona industriale di Taranto. Si tratta di un'eccezione, però, visto che l'area non è a forte vocazione turistica. Le concessioni assegnate per l'installazione, a seguito di rigorose valutazioni di impatto ambientale, prevedono piattaforme galleggianti, su fondali fortemente impattati dalla pesca a strascico.

Esiste però una condizione che, secondo il mio modesto parere, andrebbe soddisfatta: ogni installazione che miri alla produzione di energia rinnovabile, inclusa quella eolica, non si deve sommare alla produzione di energia non rinnovabile, come è il caso, attualmente, della Puglia. Si prevede che la sostituzione avverrà ma, per il momento, questo non è avvenuto.

Non esistono azioni umane che non abbiano un qualche impatto. Le valutazioni dei costi e dei benefici delle piattaforme eoliche a mare, come quelle di tutte le nostre attività, devono essere effettuate con piani di produzione e gestione che considerino la totalità delle produzioni, senza frammentare le valutazioni. Se i benefici complessivi sono maggiori dei costi complessivi, dobbiamo accettare che comunque qualche costo sia pagato. Soprattutto se si eliminano costi ecologicamente insostenibili.

La forza dei no che pronunciamo, come difensori dell'integrità ambientale, si misura anche con i sì a misure alternative. Dire no a tutto non porta buoni frutti e sminuisce il nostro impatto sull'opinione pubblica e sui decisori.

La soluzione del problema energetico, poi, non prevede che si produca sempre più energia, anche se da fonti rinnovabili. Dobbiamo puntare, prima di tutto, all'efficientamento dell'utilizzazione dell'energia: dobbiamo efficentare la mobilità, e il condizionamento delle abitazioni. Dobbiamo produrre e consumare meno e meglio.

CER Sinergie: per una transizione energetica equa e una cittadinanza protagonista del cambiamento

La necessità di un nuovo modello energetico e sociale a supporto della transizione ecologica

La trasformazione del sistema energetico è una sfida imprescindibile nel contesto attuale.  La crisi climatica, accoppiata alle crescenti disuguaglianze sociali e alla pressione derivante dall’instabilità geopolitica, impone una rivoluzione radicale nel modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo energia.

Le fonti fossili, che hanno sostenuto lo sviluppo industriale per decenni, sono oggi responsabili di gran parte delle emissioni di CO₂ e di altri inquinanti che minacciano il nostro pianeta.

Le criticità dell’attuale sistema si manifestano su più fronti: dal punto di vista ambientale, la continua dipendenza dai combustibili fossili sta accelerando la crisi climatica; dal punto di vista sociale, si evidenzia una crescente povertà energetica che colpisce oltre 2 milioni di famiglie in Italia, con impatti significativi sulla qualità della vita; e dal punto di vista tecnico, emerge la necessità di modificare il sistema elettrico, originariamente pensato per una produzione centralizzata dell'energia, per incorporare la produzione decentralizzata di elettricità da fonti rinnovabili, garantendo la sicurezza e il bilanciamento della rete.

 

In risposta a queste sfide, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva (UE) 2018/2001, nota come RED II, che stabilisce obiettivi ambiziosi per l’incremento dell’energia da fonti rinnovabili e promuove strumenti normativi e finanziari per una transizione energetica sostenibile.

Questa normativa non si limita a fissare obiettivi quantitativi, ma incoraggia attivamente la creazione di modelli decentralizzati e partecipativi, in cui la produzione e la gestione dell’energia siano nelle mani dei cittadini, delle piccole imprese e degli enti locali.

Questo nuovo paradigma rappresenta non solo una necessità tecnica, ma anche un imperativo etico e sociale, volto a garantire un modello energetico più inclusivo ed equo.

In questo contesto emergono le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), che costituiscono uno strumento innovativo e decisivo per realizzare la transizione.

Le CER infatti offrono risposte integrate a diverse problematiche:

  • energetiche: promuovono l’autoconsumo locale di energia riducendo le perdite di rete e favorendo un migliore bilanciamento locale della rete;
  • economiche: riducono la spesa energetica dei propri membri;
  • sociali: rafforzano il tessuto sociale, favorendo la partecipazione attiva e la coesione delle comunità attraverso la gestione democratica dei progetti energetici.

Così, le CER non sono solo un mezzo per realizzare un sistema energetico più sostenibile, ma anche uno strumento di inclusività sociale e di giustizia ambientale.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) ed i loro membri possono beneficiare di specifici incentivi volti a promuovere la produzione e la condivisione di energia da fonti rinnovabili.

Tra le principali misure incentivanti vi sono:

  • Contributo a fondo perduto del 40%: finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), questo contributo è destinato alla realizzazione di impianti fotovoltaici nei comuni con meno di 5.000 abitanti (domanda presentabile fino al 31/03/25).
  • Tariffa incentivante sull'energia condivisa: riconosciuta per un periodo di 20 anni sulla quota di energia condivisa dall’impianto di produzione con i membri della CER all’interno della medesima cabina primaria.

 

Tuttavia, l’implementazione delle CER non è priva di ostacoli. Il quadro normativo nazionale che definisce il modello e gli incentivi previsti per le CER si è definito soltanto a febbraio 2024 con l’approvazione da parte del MASE delle regole operative per l’accesso agli incentivi. È quindi una normativa recente che risulta spesso complessa e difficile da interpretare per chi non possiede competenze specifiche in materia tecnica e amministrativa.

È inoltre necessario che la CER si costituisca come un soggetto giuridico autonomo con costi iniziali di avvio e gestione dei progetti che rappresentano un ulteriore ostacolo, specialmente per le piccole comunità e le realtà locali che non dispongono delle risorse e competenze necessarie.

In queste condizioni c’è il rischio di risultare inaccessibili a coloro che dovrebbero esserne i principali beneficiari (cittadini, associazioni, autorità locali e PMI) e di poter essere strumentalizzate da logiche speculative, se il controllo e la gestione vengono affidati a grandi operatori o a gruppi organizzati orientati al profitto.

In questo contesto, risulta fondamentale proporre e adottare modelli organizzativi virtuosi basati sulla trasparenza, sulla partecipazione democratica e sull’assenza di scopo di lucro. Questi principi devono essere al centro di ogni iniziativa volta a promuovere le CER, affinché esse possano svolgere pienamente il loro ruolo: quello di generare benefici ambientali, economici, sociali ed energetici, contribuendo in maniera significativa a una transizione energetica realmente equa e sostenibile.

La nascita di CER SINERGIE: energia motore di cambiamento per le comunità locali!

Con questo spirito è nata CER SINERGIE: proporre un modello di CER che superi le barriere all’accesso e permetta a cittadini, associazioni e comunità sociali di partecipare attivamente alla produzione e alla condivisione di energia rinnovabile.

CER SINERGIE è stata costituita il 15 novembre 2024 ed è un’associazione senza scopo di lucro promossa da 5 realtà associative attive sul territorio torinese e regionale sensibili a tematiche sociali e ambientali: Pro Natura Torino, Legambiente Metropolitano, ACMOS, Giustizia Climatica Ora! e Fondazione Benvenuti in Italia.

 

CER SINERGIE propone un modello di Comunità Energetica Rinnovabile regionale che non si pone in alternativa ad altre iniziative locali dal basso, ma in modo complementare e sinergico, offrendo un'infrastruttura amministrativa e gestionale condivisa. In questo modo, anche piccoli gruppi di cittadini, associazioni, enti locali e imprese possono accedere ai benefici delle CER costituendo la propria configurazione locale e condividendo l’energia prodotta localmente dai propri impianti ad energia rinnovabile.

Il modello di CER SINERGIE si basa su alcuni principi fondamentali:

  • senza scopo di lucro: tutti i benefici economici della condivisione dell’energia restano all’interno delle comunità locali, evitando logiche speculative.
  • trasparente: la gestione è chiara e condivisa, accessibile a tutti i membri.
  • accessibile: l’iniziativa è aperta a cittadini, imprese e enti locali senza barriere economiche o burocratiche.
  • attenta alle esigenze locali: il modello viene costruito in armonia con le specificità dei territori, offrendo un luogo di confronto e consapevolezza sulla transizione energetica.

Grazie alla sua struttura amministrativa centralizzata, CER SINERGIE può gestire più configurazioni permettendo di ridurre i costi gestione, evitando che ogni singola comunità debba sostenere spese legali, contabili e organizzative. Inoltre, garantisce un supporto tecnico e legale qualificato, rendendo più semplice la gestione delle configurazioni locali e delle pratiche di accesso agli incentivi statali.

Oltre alla gestione amministrativa, CER SINERGIE si pone come strumento per promuovere la partecipazione attiva e consapevole delle comunità locali nella transizione energetica. Attraverso incontri informativi, sportelli di supporto e il coinvolgimento diretto di associazioni e cittadini, l’associazione punta a diffondere un modello energetico più equo e sostenibile, in cui i benefici siano realmente redistribuiti e il protagonismo della cittadinanza venga valorizzato.

Un modello di governance su due livelli per garantire autonomia e autodeterminazione

Un elemento distintivo di CER SINERGIE è il suo modello di governance su due livelli, utile a garantire contemporaneamente efficienza nella gestione amministrativa e autonomia decisionale alle comunità locali.

A livello centrale, CER SINERGIE gestisce gli aspetti tecnici e amministrativi condivisi, sollevando le singole configurazioni locali da oneri burocratici e garantendo trasparenza e sostenibilità economica. Questo livello offre supporto nell’accesso agli incentivi, nella gestione della contabilità e nella compliance normativa, assicurando che ogni comunità possa operare in un quadro chiaro e sicuro.

A livello locale, ogni comunità locale mantiene piena autonomia sulle decisioni strategiche legate alla gestione dell’energia condivisa e alla ripartizione dei benefici. Le singole configurazioni possono così adattare il modello alle esigenze del proprio territorio, mantenendo un controllo diretto su regole e meccanismi di redistribuzione dell’energia e degli incentivi economici.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano uno strumento di supporto alla partecipazione attiva e consapevole delle comunità locali al processo di transizione ecologica.

Attraverso iniziative come CER SINERGIE, è possibile creare un modello di sviluppo che metta al centro i cittadini, il territorio e la sostenibilità, contrastando efficacemente il rischio speculativo e promuovendo una transizione compatibile con lo sviluppo e le necessità dei territori.

Invece del nucleare: come salvare il clima senza ipotecare il futuro

di Gian Piero Godio

Premessa
Anch’io, come tanti giovani studenti di oggi, ho creduto a suo tempo che l’energia derivante dalla fissione nucleare potesse rappresentare il modo migliore per affrancare il mondo intero dalla schiavitù delle fonti fossili, e sono stato ben contento di essere assunto al Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare dove, nel giro di pochi anni, sono diventato responsabile della unità di automazione e di calcolo scientifico di un importante impianto di riprocessamento di combustibili nucleari.

è proprio facendo quel lavoro che ho constatato quanto il nucleare fosse pericoloso per i lavoratori, per l’ambiente e per il suo legame con le guerre, e così mi sono sentito in dovere di fare conoscere a tutti ciò che non si legge sui libri di fisica o di ingegneria nucleare, entrando a far parte attiva, già negli anni ’80, dei movimenti ecopacifisti e successivamente delle associazioni ambientaliste Pro Natura e Legambiente, delle quali faccio parte tuttora.

Dobbiamo salvare il clima, come?
L’obiettivo che è doveroso porsi oggi è quello del contrasto, mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici per assicurare al Pianeta un futuro che sia sostenibile per le prossime generazioni e per tutti gli esseri viventi.

Per fare questo non esiste una soluzione univoca, adatta a qualsiasi realtà, ma vanno individuate e praticate diverse misure convergenti che concretizzino tutto il potenziale di uno specifico territorio, andando verso un'equità ed una solidarietà globali, tra le specie viventi, tra i popoli, tra le generazioni e tra gli individui, praticando la sufficienza e l’efficienza, utilizzando appropriatamente le fonti energetiche rinnovabili e pulite, anziché coltivare speranze velleitarie basate su tecnologie non appropriate come quella della fissione nucleare. 

Per questo gli obiettivi climatici nazionali, regionali e comunali non possono basarsi solamente su possibili sviluppi tecnologici, ma devono trovare necessariamente il supporto della cittadinanza che, tramite micro-azioni su fonti rinnovabili, efficienza, sufficienza e modifica delle proprie abitudini nei settori della mobilità, dei rifiuti, dell'utilizzo delle risorse e delle acque, delle scelte alimentari, di consumo, del tempo libero, ecc., possono concretizzare tutti quegli obiettivi per raggiungere i quali le istituzioni possono fare ben poco.

Sarà pertanto importante che i cittadini che lo desiderano possano essere informati delle numerose scelte pratiche attualmente disponibili e degli stili di vita che possono praticare per far sì che non sia necessario ricorrere a tecnologie pericolose come quella nucleare. Perché le centrali nucleari, grandi o piccole, di terza o di ennesima generazione, anche senza contare il possibile utilizzo in campo militare dei materiali prodotti ed i rischi in caso di eventi bellici o terroristici, rappresentano il modo più pericoloso, costoso e intempestivo per produrre energia elettrica, mentre la sufficienza, l’efficienza e le fonti rinnovabili e pulite, correttamente dimensionate e localizzate, sono le uniche che possono garantirci un futuro sostenibile, dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Il nostro Paese ha già conosciuto bene il nucleare
Come dice bene una famosa frase attribuita a Primo Levi: “Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”, in Italia sarebbe utile e formativo ricordare quali erano le caratteristiche di efficacia, pericolosità e sostenibilità del nucleareda fissione di ieri, per poi arrivare a quello che ci viene proposto oggi.

E di nucleare pregresso da ricordare ne abbiamo parecchio!

Il nostro Paese aveva infatti tutti gli impianti necessari per il nucleare, e anche le miniere di uranio, quali ad esempio quelle di Peveragno e Canosio nella zona di Cuneo o quelle di Giaglione nella zona di Susa.

A seguito di questa fervente attività degli anni ’60-‘70, oggi i siti che si trovano costretti ad ospitare sostanze radioattive sono quella ventina che si possono vedere nella seguente figura.

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Il Medioevo prossimo venturo

di Piero belletti

Quando, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, iniziai a occuparmi di difesa dell’ambiente, la bibliografia disponibile sull’argomento, o ecologia come si diceva allora, era piuttosto scarna. A prescindere da testi di connotazione prettamente naturalistica, mi vengono in mente “Primavera silenziosa” di Rachel Carson, “L’imbroglio ecologico” di Dario Paccino, “Il cerchio da chiudere” di Barry Commoner, il famoso e mal tradotto (soprattutto nel titolo) “I limiti dello sviluppo” del MIT, “La morte ecologica” di Edward Goldsmith e Robert Allen, e poi ancora scritti di Giorgio Nebbia, Laura Conti, Alfredo Todisco, Antonio Cederna e Virginio Bettini (con tante scuse ad altri Autori cui la mia vacillante memoria senz’altro arreca offesa).

Ricordo in particolare “Il medioevo prossimo venturo” di Roberto Vacca. In realtà è rimasto impresso nella mia mente soprattutto per il titolo, inquietante e premonitore, che lasciava intendere come lo sviluppo della civiltà avesse ormai raggiunto il suo apice e fosse destinato ad un inesorabile regresso verso situazioni analoghe a quelle già vissute in un oscuro e remoto passato. In questi giorni direi che tale titolo è tornato di grande e drammatica attualità. Tutto lascia infatti presagire un futuro, nemmeno troppo lontano, in cui le condizioni di vita degli uomini peggioreranno in maniera significativa, almeno per la maggior parte di essi, e anche le prospettive legate alla convivenza sociale appaiono del tutto inquietanti. Le problematiche ambientali sono ben lungi dall’essere risolte, o anche solo affrontate con serietà. Anzi, dopo un periodo in cui sembrava che qualche modesta iniziativa fosse stata intrapresa, si è tornati a considerare l’ambiente unicamente come un supporto sul quale realizzare profitti economici sempre più ampi e concentrati in poche mani. L’ambiente è solo un ostacolo, che deve essere accantonato per non intralciare i progetti di accaparramento di denaro e potere che sono alla base della nostra attuale civiltà. L’ambiente va bene solo per iniziative di facciata, che in realtà non hanno alcuna capacità di incidere sulla realtà delle cose, però servono per mettere in pace le coscienze, almeno di alcune. Oppure per mascherare iniziative che in realtà vanno nella direzione opposta, ma che, con una buona mano di verde a coprire le crepe, possono godere di una miglior accettazione sociale. Altro che “sviluppo sostenibile”, ora dovranno essere i vincoli ambientali ad essere assoggettati alle iniziative economiche.

Ciliegina sulla torta: negli Stati Uniti d’America si è appena insediato, o meglio re-insediato, Donald Trump, quale Presidente della più importante e influente nazione al mondo. Tra i primi provvedimenti che questo multimiliardario prestato alla politica (chissà per quale motivo....) ha dichiarato di voler perseguire ha citato l’abbandono delle politiche industriali con un minimo di attenzione ai problemi ambientali e climatici, il massiccio ritorno ai combustibili fossili, nonché una lotta senza quartiere all’immigrazione e un drastico ridimensionamento dei diritti civili. Ma sulle iniziative del bulletto di Washington rimando allo scritto di Riccardo Graziano su questo stesso numero della rivista.

Anni e anni di battaglie e sensibilizzazioni, di conquiste culturali prima che legislative buttati letteralmente al vento. Con l’aggravante che il tempo ormai è agli sgoccioli e ogni ulteriore ritardo nella modificazione dei paradigmi consumistici ed energivori della nostra società rende l’inevitabile collasso ambientale sempre più vicino e ineluttabile.

Ma quello che sconvolge è che, a differenza del secolo scorso, questa volta non si tratta del programma di un folle o di un dittatore, che ha conquistato il potere con la forza. No, si tratta di un personaggio democraticamente eletto, addirittura con una maggioranza tutt’altro che risicata. E nemmeno si può affermare che le posizioni di Trump (ma come lui ce ne sono moltissimi altri: Milei, Orban, Le Pen, Vox, Wilders, Kickl e chi più ne ha più ne metta ..... per non parlare ovviamente dei destrorsi di casa nostra) fossero sconosciute o mistificate prima delle elezioni. No, tutt’altro. Trump ha basato la sua campagna elettorale proprio sulle iniziative che ora cerca di realizzare. E la gente lo ha votato proprio per questo. Segno che la maggioranza della popolazione non è affatto sensibile alle problematiche ambientali (e sociali o addirittura umanitarie) come illusoriamente abbiamo sempre creduto. Una constatazione drammatica, che ci lascia veramente sbigottiti e del tutto dubbiosi e impotenti su come impostare le nostre future azioni.