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La protezione dei mari: un obiettivo prioritario a livello globale e l’occasione mancata dell’Area Marina Protetta del Conero

Roberto Danovaro (Università Politecnica delle Marche, Presidente Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli)

I mari offrono la chiave per la transizione ecologica e sostenibile del Pianeta. Sono il motore dell’economia del futuro: turismo, trasporti, infrastrutture, pescato, energie rinnovabili, materie prime. Oltre un miliardo e 300 milioni di persone dipendono esclusivamente dal mare per la loro sopravvivenza. Si tratta di una risorsa e di un bene di valore inestimabile da custodire e valorizzare in modo sostenibile.
Con 8,700 chilometri di costa, l’Italia copre il 15% del Mediterraneo ed è per metà del suo territorio sotto il mare. L’ultimo rapporto di Nomisma Mare ha calcolato che un quarto dell’economia italiana è dovuto, direttamente o indirettamente, al mare. Un dato forse sovrastimato, ma derivante dall’integrazione di tutte le attività economiche, produttive, turistiche ed energetiche correlate al mare. Basta pensare che il mare da solo attrae oltre il 60% del flusso turistico globale. E poi le compagnie di navigazione, gli agenti marittimi, gli spedizionieri, il sistema portuale e l’intera catena logistica. A questo si aggiungono gli alberghi, gestione delle spiagge e logistica che insieme fanno quota 9% del PIL. Con un’Italia leader mondiale sia nella costruzione di navi da crociera sia degli yacht. Per non parlare delle infrastrutture a mare, la rete di gasdotti, elettrodotti, e cavi per la trasmissione di dati.

Il mare è strategico per la competitività del sistema economico nazionale considerato anche che via mare transita il 64% dell’import italiano e il 50% delle esportazioni. Le “autostrade del mare” trasportano ogni anno 1,5 miliardi di veicoli, con un risparmio di costi e notevoli vantaggi in termini di emissioni inquinanti e clima alteranti. Un dato che può crescere ancora se pensiamo che a livello globale oltre l’86% delle merci transita via mare.
Un recente rapporto della Comunità Europea conferma che il mare sarà fondamentale per la crescita e occupazione dei paesi a vocazione blu. Il nostro paese sta realizzando un piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per fronteggiare la crisi economica e ambientale, centrato sulla sostenibilità.
L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha messo l’economia del mare al centro delle strategie mondiali di sviluppo sostenibile. Le Nazioni Unite hanno dedicato il decennio 2021-2030 alla Scienze degli oceani per lo sviluppo sostenibile. L’Europa e i grandi paesi del mondo stanno spingendo verso il New Green Deal. Anche la Cina sta programmando un piano di protezione e restauro degli ecosistemi marini.

Uno degli obiettivi chiave dell’agenda delle Nazioni Unite per il 2030 è quello di proteggere almeno il 30% dei mari entro il 2030. La ragione è semplice: il mare deve rigenerarsi o non sarà più in grado di fornire i beni e i servizi ecosistemici che produce e che hanno sostenuto la crescita dell’umanità.
La sfida è difficile, perché l’Italia fino a oggi ha protetto solo poco più del 5% del proprio mare, e le difficoltà per realizzare nuove aree marine protette sono lampanti.

Dopo molto impegno e notevoli sforzi, negli ultimi anni si sono finalmente concretizzate l’Area marina protetta di Capo Milazzo e quella di Capri, ma altre aree individuate già dalla fine degli anni ’90 sono ancora al palo.
Il caso più eclatante a livello nazionale è quello delle Marche, con l’Area marina protetta Costa del Conero. La Costa del Conero è già per gran parte un Sito di Interesse Comunitario (SIC), e quindi dovrebbe avere misure di protezione, monitoraggio e gestione per non incorrere in pesanti sanzioni da parte dell’Unione Europea. Il Ministero dell’Ambiente prima, e quello della Transizione ecologica (MItE) più recentemente hanno cercato di supportare di sollecitare le Amministrazioni mettendo a disposizione le risorse economiche per l’istituzione e funzionamento dell’area marina protetta e fornendo risposte alle bizzarre domande dei politici locali.

Il Ministero, vista la reticenza dei Comuni di Numana e Sirolo, ha anche proposto una nuova perimetrazione, che coinvolgerebbe solo il mare del Comune di Ancona. La nuova perimetrazione proposta dal Ministero ha ristretto l’area da proteggere prevedendo solo una zona B e una zona C di tutela parziale, escludendo la presenza di zone A (a maggior grado di protezione). In questo modo l’Area Marina Costa del Conero sarebbe protetta, ma resterebbe fruibile, permettendo di continuare a svolgere le attività consentite (balneazione, navigazione, raccolta del “mosciolo”, la famosa cozza di Portonovo) nel rispetto dell’ambiente marino. Si tratta di un approccio definito win-win, ovvero dove vincono tutti.
Ma nonostante questo, tutti i Sindaci, a partire da quello di Ancona, hanno detto di non essere interessati. Anche la Regione Marche ha risposto in modo negativo, dicendo che “non sembrano esserci le condizioni”. Le motivazioni per questo rifiuto però hanno dell’incredibile. I politici dicono che un’area marina protetta sarebbe un freno alle attività locali, un ennesimo carrozzone amministrativo che ci costringerebbe a macchinose burocrazie. La risposta appare assurda, poiché sarebbero proprio i comuni a gestirla. L’area marina protetta, inoltre, porterebbe finanziamenti superiori alle spese, e potrebbe essere integrata nel Parco del Conero, che è già gestito proprio dai Comuni di Ancona, Numana, Sirolo e della Regione Marche.
Ma la verità è un’altra: esistono importanti lobbies elettorali, che fanno capo agli interessi della diportistica e della pesca sportiva, che sono in prima fila e da sempre, contrari. Sostengono che crollerebbe il mercato degli yacht, che scapperebbero i diportisti. Alla faccia dell’interesse comune.

Ma quello che è successo nelle Marche va oltre e ha dell’incredibile. Siamo un Paese dei mille Comuni, dove ci si divide su tutto, soprattutto in ambito politico, ma le Marche sono state compatte nel dire no all’area marina protetta da parte di tutti gli schieramenti politici, di destra e sinistra, al governo delle Amministrazioni. Ovviamente i governanti pensano di interpretare il pensiero dei cittadini. Ma non è così: una campagna per la raccolta di firme a favore dell’Area protetta del Conero, apparsa sul sito change.org, ha raccolto in pochi giorni oltre 13.000 adesioni. Oltre 20 associazioni culturali e ambientali, tutte le più importanti del Paese, hanno inviato le loro lettere di supporto all’Area protetta del Conero. Si sono mossi in tantissimi per sollecitare un cambiamento di visione, oltre a Donatella Bianchi da Presidente del WWF Italia. Anche l’ex Presidente Nazionale del Club Alpino Italiano, Vincenzo Torti, ha invitato gli amministratori a ripensarci. Lo stesso sollecito viene da Italia Nostra per voce della Presidente Ebe Giacometti, da Antonio Cherchi di Slow Food Nazionale e dal Presidente di Marevivo Rosalba Giugni, che è stata tra i primi promotori dell’area marina protetta a Capri. E poi anche SIP, il Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio. Insomma, l’attenzione che hanno ricevuto Ancona e la Regione Marche sulla questione area marina protetta non ha pari nella storia recente.

Nel tentativo di negare l’ondata di consensi, alcuni amministratori si sono addirittura improvvisati come esperti di mare, dicendo che non c’è nulla di pregiato. Insomma, il Ministero dell’Ambiente, il CNR di Ancona e dell’Università Politecnica delle Marche con la laurea in biologia marina più prestigiosa d’Italia dicono che si tratta di uno dei tratti di mare più belli del Paese da proteggere, ma per i nostri politici stanno sbagliando tutti, meglio farne un parco divertimenti per le moto d’acqua. E dato che la politica è democrazia, la cosa migliore sarebbe chiedere il parere ai cittadini di Ancona. Per questa ragione, dopo tutte le reticenze politiche, è nato un comitato promotore del referendum per l’istituzione dell’area marina protetta.
Ma una commissione istituita dal Consiglio Comunale di Ancona si è espressa negativamente sulla proposta di referendum per l’area protetta del Conero. Il quesito referendario era chiaro e inequivocabile: “È favorevole all’istituzione dell’Area Marina Protetta Costa del Conero nel tratto di costa compreso tra gli ascensori del Passetto e lo Scoglio denominato “La Vela” in località Portonovo, ai sensi delle leggi n. 979 del 1982 e n. 394 del 1991, per garantire … la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale dell’area marina interessata…?”.
La Commissione che, per regolamento comunale dovrebbe esprimersi solo sulla inequivocabilità del quesito, ha risposto dopo tre mesi (ovvero con enorme e ingiustificato ritardo) che il quesito non era accettabile poiché non era “chiaro”. E si è spinta oltre, suggerendo come correggerlo per far comprendere meglio ai cittadini i “veri rischi” dell’istituzione di un’area marina protetta. La Commissione ha scritto di proprio pugno i divieti che ne deriverebbero. Alcuni esempi? Dovrebbe essere specificato che nell’area marina protetta non si potrebbero più fare “attività pubblicitarie al di fuori dei centri urbani”. Oppure che sarebbe vietata “la raccolta e il danneggiamento delle specie vegetali, salvo nei territori in cui sono consentite le attività agro-silvo-pastorali”, inoltre non sarebbe più possibile “l’apertura e l’esercizio di cave, miniere e di discariche” e, dulcis in fundo, saranno vietati anche i “fuochi all'aperto”. Se fossero state accettate queste modifiche il quesito sarebbe stato, secondo il comune di Ancona, molto più chiaro (sigh!), ma certamente sarebbe risultato inammissibile legalmente e destinato a soccombere ad ogni ricorso al TAR, poiché si tratta di condizioni inapplicabili alle aree marine protette.
Insomma, una soluzione da azzeccagarbugli che ricorda i tempi peggiori della politica nazionale. Il caso si è ricoperto di tale ridicolo che sta travalicando la dimensione regionale, diventando un caso nazionale e presto sarà portato a modelli a livello internazionale, come esempio dell’incapacità e ignoranza delle Pubbliche Amministrazioni che parlano di ambiente, mettono la protezione del mare nei programmi elettorali e poi si rimangiano tutto. Proteggendo i nostri mari e la loro biodiversità nessuno pensa di togliere libertà o opportunità di crescita, al contrario, le esperienze di aree marine protette maturate nel nostro Paese e nel mondo concordano nel sostenere che si tratta di una grande occasione di sviluppo sostenibile e di ulteriore rilancio dell’economia locale a partire dal turismo. Peccato che i politici al governo delle amministrazioni locali della Costa del Conero non lo sappiano.

Quanto è attendibile l’ipotesi di 1000 miliardi di alberi?

Paolo Trost, professore di Fisiologia vegetale, Università di Bologna

1. CO2, emissioni, effetto serra, temperatura
Negli ultimi anni l’attenzione dei governi e delle élites della maggioranza dei Paesi di tutto il mondo si è venuta accentrando sulla questione del cambiamento climatico, uno dei molti e gravi problemi che affliggono in misura crescente il nostro Pianeta e l’umanità in particolare; forse quello che appare più preoccupante e urgente per la quantità e l’importanza delle conseguenze che ne derivano: dallo scioglimento dei ghiacci all’aumento dei livelli medi marini, dalla siccità alle alluvioni, dagli incendi alla desertificazione. Eventi “estremi” sempre più frequenti colpiscono direttamente le popolazioni e ormai minano interi settori dell’economia suscitando allarme; ma mai abbastanza da convincere per davvero la maggioranza della gente che tutto si sta svolgendo esattamente come gli scienziati avevano previsto più di trent’anni fa a causa delle emissioni da parte dell’uomo, e come alcuni (pochi ma irrequieti) pseudoscienziati politicamente o finanziariamente motivati ancor oggi si affannano a mettere in dubbio.
Il problema del cambiamento climatico è essenzialmente legato all’aumento in atmosfera dei gas serra (greenhouse gases, GHG), che agiscono da schermo alle radiazioni infrarosse rallentando in tal modo la dispersione del calore terrestre nella troposfera. Fra i GHG, primo imputato è il biossido di carbonio o CO2 spesso chiamato anche anidride carbonica (da cui il comune uso al femminile “la CO2”). L’aumento di gas serra nell’atmosfera porta ad un aumento della temperatura media del pianeta (che oggi è di circa 15 C°), perché quest’ultima dipende dall’intensità della radiazione solare (costante solare ca. 1,4 kW/m2), dalla distanza della Terra dal sole (ca. 150 milioni di km) e dalla composizione dell’atmosfera. La Terra gode di un effetto serra naturale che determina un aumento della temperatura media di circa 35°C al di sopra della temperatura di un corpo celeste come la Luna (temperatura media -20°C), che si trova a simile distanza dal Sole ma non possiede atmosfera.

La concentrazione di CO2 in atmosfera è cresciuta del 49% dal 1750 (prima dell’inizio della rivoluzione industriale) quando era circa 280 ppm (parti per milione) ad oggi. Nel 2021 è stata mediamente di 415 ppm. Mediamente perché la CO2 ha un andamento stagionale con un massimo nei mesi di marzo-aprile e un minimo a settembre-ottobre. L’oscillazione annuale è di circa 6 ppm, come venne documentato per la prima volta nell’esperimento detto “di Keeling” all’Osservatorio di Mauna Loa nelle Isole Hawaii (Figg. 1 e 2). Per effetto dell’aumento di quasi il 50% della CO2 atmosferica dal 1750, la temperatura media della Terra è aumentata di 1,1 C° rispetto alla media 1850-1900 (IPCC AR6; in realtà l’aumento riguarda soprattutto il periodo post 1960). Questo aumento non è affatto distribuito nello stesso modo nel Pianeta e non è percepito da tutti allo stesso modo: un abitante della Siberia, per esempio, potrebbe esserne contento. Ma non bisogna fare l’errore di sottovalutare questa differenza apparentemente modesta, tanto più che nella vita comune non siamo abituati a considerare delle variazioni di temperatura tutto sommato così piccole (nel corso di una giornata registriamo variazioni di 10 gradi o più, cosa saranno mai 1,1 gradi?). Al riguardo, può essere utile ricordare che l’aumento di 1,1 C° ha già portato allo scioglimento di metà della calotta polare artica nei mesi estivi, ha reso più frequenti eventi climatici estremi e potrebbe innescare degli effetti di retroazione positiva che sarebbe impossibile arrestare e potrebbero fare salire la temperatura molto di più. Un tipico esempio di retroazione positiva riguarda proprio lo scioglimento della calotta polare artica che come noto galleggia sull’acqua: il ghiaccio è bianco e riflette la radiazione solare mentre l’acqua è scura e l’assorbe scaldandosi. Lo scioglimento iniziale della calotta polare converte superficie chiara in superficie scura, in termini tecnici riduce l’albedo, e innesca un circuito di retroazione positiva che potrà arrestarsi solo quando il sistema avrà raggiunto un nuovo stato di equilibrio, peraltro difficile da prevedere.

Un altro esempio molto concreto riguarda lo scioglimento degli strati superficiali del permafrost, per esempio in Siberia, che porta alla liberazione del metano che il terreno congelato contiene in varie forme e in grande quantità. Non solo, lo scioglimento  del permafrost permette l’innesco di processi di metanogenesi biologica con rilascio di ulteriore metano a spese della biomassa. Il metano è un GHG 80 volte più potente della CO2, anche se molto meno concentrato in atmosfera, da qui la possibilità di un ulteriore loop di retroazione positiva dagli effetti potenzialmente devastanti.

Certo, la Terra ha vissuto periodi molto più caldi oltre che molto più freddi in tempi antichi, ma il presente cambiamento avviene ad una velocità che non ha precedenti. La civiltà umana si è sviluppata in un periodo interglaciale iniziato circa 12.000 anni fa e ha goduto di condizioni climatiche favorevoli e sostanzialmente costanti per molti secoli, perciò non sappiamo come potremmo adattarci a condizioni molto diverse. D’altra parte, il periodo interglaciale che stiamo vivendo prima o poi dovrà finire, e lasciare spazio ad una nuova glaciazione come è avvenuto nel recente passato. È anche possibile che il riscaldamento globale che stiamo vivendo possa interferire, ritardandolo, con l’inizio della prossima glaciazione, ma sono previsioni difficili da fare e si parla comunque di millenni. Non è il caso di farci troppo affidamento, mentre la catastrofe incombe.
Per convenzione, gas serra diversi ed anche più potenti della CO2 ma meno concentrati, come il metano (CH4) e l’ossido di biazoto (N2O), vengono espressi in termini di CO2 equivalenti (CO2eq), dove l’equivalenza sta proprio nell’effetto serra che inducono. Le unità di misura più comunemente usate sono le GtCO2 (miliardi di tonnellate di CO2 = 1015 grammi CO2 = Pg CO2) o le GtC o miliardi di tonnellate di carbonio (1 GtC = 3,664 GtCO2). In questo articolo si usa soprattutto l’unità di misura GtC a preferenza di GtCO2, ma resta inteso che si tratta pur sempre di una misura CO2 equivalente.

Perché la CO2 atmosferica è aumentata? La ragione è che le emissioni hanno superato gli assorbimenti (sink). Nell’ultimo decennio (2010-2021) le emissioni di CO2eq sono state mediamente di +10,6 GtC (=39 Gt CO2eq) dovute per l’89% (9,5 GtC) alla bruciatura di combustibili fossili (in ordine di importanza carbone>petrolio>gas naturale), e per circa il 10% (1,1 GtC) al cambio d’uso del terreno: che a sua volta dipende da due effetti contrapposti, cioè la deforestazione (che libera CO2 nella misura di +3,8 GtC) e l’abbandono di terreni agricoli (che consuma CO2 fissata dalla nuova vegetazione spontanea: –2,7 GtC). Questi dati, come quelli che seguono, sono ampiamente  condivisi dalla comunità scientifica internazionale e possono essere reperiti da diverse fonti, a volte con piccole differenze nei valori assoluti ma non nel loro significato generale. In questo articolo gran parte dei dati sulle emissioni di CO2 e sui depositi di carbonio provengono dalla pubblicazione “Global carbon budget 2021” (Friedlingstein et al., 2022).
Non è sempre stato così naturalmente. Nel 1960 le emissioni erano meno di un terzo di quelle attuali ed erano dovute in gran parte (46%) alla deforestazione, il resto ai combustibili fossili. Il cambio d’uso del terreno si è mantenuto abbastanza costante in termini assoluti negli ultimi 50 anni, ma è diminuito in termini relativi perché l’utilizzo dei combustibili fossili è molto cresciuto, ed ora è in assoluto il principale responsabile delle emissioni. E si noti che queste medie si riferiscono ad un decennio molto particolare che comprende il 2020, anno della pandemia, che ha visto una riduzione senza precedenti (del 5% circa) nelle emissioni di combustibili fossili. Purtroppo nel 2021 si è verificato un rimbalzo che ha quasi azzerato il risparmio dell’anno precedente.
Quasi il 50% della CO2eq emessa ogni anno nel decennio (10,6 GtC) è rimasto nell’atmosfera (+5,1 GtC = +19 Gt CO2eq per anno, che corrispondono a circa +2 ppm/anno). Il resto si distribuisce in due serbatoi (sink) principali: l’oceano dove la CO2 che si scioglie annualmente è stata pari a 2.8 GtC (contribuendo alla loro acidificazione) e le terre emerse, dove la CO2 viene fissata da organismi fotosintetici in biomassa che poi nel corso dell’anno non viene interamente respirata dagli eterotrofi (bilancio netto = +3,1 GtC). La differenza tra le emissioni e gli assorbimenti è di circa 1 Gt CO2eq all’anno (carbon imbalance). La capacità di agire da sink, sia dell’oceano che dell’atmosfera, è aumentata nel tempo in parallelo all’aumento delle emissioni. Per questo l’atmosfera non è mai stata il deposito principale della CO2 emessa in eccesso: il sistema Terra in qualche misura si adatta.

Negli ultimi trattati internazionali si è stabilito di voler contenere l’aumento della temperatura del globo entro i 2°C (Parigi) o meglio entro 1,5°C (vedi “Global Warming of 1.5°C. An IPCC Special Report on the impacts of global warming of 1.5°C above pre-industrial levels and related global greenhouse gas emission pathways, in the context of strengthening the global response to the threat of climate change, sustainable development, and efforts to eradicate poverty - SR1.5).
Il fatto è che l’emissione antropica cumulativa di CO2eq dal 1750 ad oggi è stimata in 687 GtC, con l’effetto di aver fatto innalzare la temperatura di 1.1 °C. Se vogliamo limitare l’ulteriore aumento a 1.5 °C, non dovremmo (probabilmente) emettere più di 116 GtC (= 420 Gt CO2eq), cosa che invece sicuramente faremo in soli 11 anni ai ritmi attuali di emissione di 10,6 GtC/anno. Gli stessi numeri diventano 1270 Gt CO2eq (=352 GtC remaining carbon budget) e 32 anni nel caso di +2 °C (dati Global carbon project 2021; i dati IPCC sono un po' più bassi: circa 300 GtC, di cui un massimo di 158 GtC che rimangono in atmosfera). Il problema è che la quantità di combustibili fossili che abbiamo a disposizione sotto forma di giacimenti già scoperti che aspettano solo di essere sfruttati è molto superiore a questi numeri; le riserve sicure sarebbero circa 2800 Gt CO2eq secondo una stima attendibile (Berners-Lee e Clark, 2013), abbastanza per tirare avanti 70 anni ai ritmi attuali, ma nuove riserve vengono scoperte anche ai giorni nostri. Se riverseremo impunemente nell’atmosfera 2800 Gt CO2eq la conseguenza potrebbe essere un aumento della temperatura di 5-6 gradi.
Le richieste energetiche della civiltà umana sono attualmente soddisfatte prevalentemente da combustibili fossili (attorno all’80%) che sono un disastro da un punto di vista ambientale. Dobbiamo trovare una soluzione alternativa nel giro di 10 anni, e siccome sarà molto difficile dovremmo per forza ridurne i consumi e trovare un modo per rimuovere CO2 dall’atmosfera, il tutto senza aspettare troppo tempo. E siccome le piante rimuovono CO2 dall’ambiente per effettuare la fotosintesi, ma poi quasi solo gli alberi accumulano stabilmente carbonio nel legno (mentre gran parte del fotosintato delle piante finisce col tornare prima o poi in atmosfera come CO2 o altro GHG), è verosimile che incrementando la superficie forestale del Pianeta si otterrebbe una riduzione dei GHG in eccesso. Come e in qual misura proviamo a vederlo.

2. Riserve di carbonio
In termini quantitativi gli organismi viventi, recentemente stimati in una biomassa di 550 GtC (=2000 Gt CO2eq) sono soprattutto terrestri (6 GtC biomassa marina) e sono soprattutto piante (450 GtC; 80% della biomassa planetaria), essenzialmente alberi (ca. 320 GtC di soprassuolo e 130 GtC di radici). Gran parte della biomassa arborea è metabolicamente poco attiva ed è costituita dalla parte legnosa (ca. 300 GtC), il resto è in parte fotosintetico e in parte no ma è comunque metabolicamente attivo e a turnover più rapido del legno; la parte puramente fotosintetica è probabilmente molto piccola, forse solo 1,5 GtC. Questi valori vanno confrontati con le poche GtC di organismi fotosintetici marini: nei mari le 6 GtC di biomassa totale sono dominate dai consumatori che costituiscono ca. l’80% della biomassa (soprattutto animali e protisti non fotosintetici). I produttori marini sono in media meno dei consumatori (20% = 1,2 GtC), soprattutto microrganismi fotosintetici come le diatomee e altre alghe unicellulari e cianobatteri, ma anche macroalghe e piante acquatiche, e sono a rapido turnover. La produzione primaria dei due sistemi, terrestre e marino, è simile (Falkowski e Raven, 2007) e anche la biomassa fotosinteticamente attiva è simile (1-2 GtC). La differenza sta nel fatto che solo le piante terrestri formano strutture di sostegno resistenti alla degradazione (lignine) che, a livello planetario, costituiscono una riserva di carbonio di 2 ordini di grandezza maggiore dello stock puramente fotosintetico (Bar-On et al., 2018, 2019).
Gli organismi terrestri generano sostanza organica che ritroviamo negli strati superficiali del suolo e che può essere più o meno resistente alla degradazione microbica, che tende a restituire il C all’atmosfera come CO2 (o in particolari condizioni, metano CH4, come nel caso del permafrost superficiale che si scioglie). La massa totale del carbonio organico nel terreno (soil organic carbon, SOC) è stimata molto superiore alla biomassa: si parla di 1700 GtC, cui aggiungere 1400 GtC a turnover molto più lento perché intrappolate nel permafrost (Friedlingstein et al., 2022).
Le piante (o meglio le piante C3, che sono la maggioranza) tendono a crescere di più se fertilizzate da CO2 in eccesso, e per questo la capacità di sink degli ecosistemi terrestri nei confronti della CO2 emessa da combustibili fossili sta aumentando con l’aumento delle emissioni stesse. Per quanto riguarda il SOC, la relazione tra aumento di CO2 e dimensioni di questo serbatoio tende ad essere meno lineare, ma come regola generale sembra che negli ecosistemi in cui l’aumento di CO2 atmosferica tende a far aumentare maggiormente la crescita delle piante, la crescita della SOC sia inferiore e può anche essere nulla o negativa. Viceversa, dove le piante crescono di meno, cresce di più il SOC (Terrer et al., 2021).

3. Superfici
La superficie terrestre è di 55 miliardi di ettari (gigaettari, GHa). Le terre emerse sono circa 15 GHa di cui il 70% potenzialmente abitabile (= 10,4 GHa) escludendo deserti, ghiacciai etc. In un recente lavoro (Bastin et al., 2019) sono state fatte delle stime molto accurate sulla base di dati satellitari (80.000 immagini) e utilizzo di intelligenza artificiale. Il ragionamento grossomodo è il seguente. Un po' più di metà della terra abitabile è ricoperta da foreste, se per foreste si intende ciò che la FAO definisce come una superficie di almeno mezzo ettaro coperta dalle chiome degli alberi per almeno il 10% e che non abbia al suo interno attività agricole né abitati umani. Sulla base di questa definizione, 5,5 GHa è la superficie forestale attuale; si calcola che la massima superficie a foreste del Pianeta potrebbe raggiungere gli 8,7 GHa. Si tratta di una superficie potenziale e teorica, perché dei 3,2 GHa in più rispetto alla superficie attuale 1,4 GHa sono già utilizzati per coltivazioni agricole. Quindi restano 1,8 GHa non coperti da foreste trattandosi di praterie, cespugliati, savane, terreni degradati e altro, che comunque presentano una copertura arborea inferiore al 10%. Questi 1,8 GHa sarebbero la superficie sulla quale si potrebbe far crescere nuovi alberi per aumentare lo stock di carbonio della biomassa (attualmente 550 GtC) e quindi trasferire del carbonio dall’atmosfera (attualmente 875 GtC sotto forma di CO2) a qualcosa di più stabile come il legno, benché non eterno.

Con un approccio diverso, ma sulla base degli stessi dati, la superficie forestale si può anche calcolare facendo semplicemente una stima di tutto ciò che è coperto dalla chioma degli alberi (la volta arborea). In questo senso un ettaro di foresta nel senso della FAO può corrispondere a 1 Ha di volta arborea se la copertura è del 100%, ma anche solo a 0,1 Ha se la copertura è del 10%. La stima finale cambia parecchio, perché in questo modo la superficie forestale mondiale diventa di soli 2,8 GHa e quella massima potenziale di 4,4 GHa. La differenza (1,6 GHa) deve essere decurtata della quota utilizzata dall’agricoltura. In questo modo si arriva al valore di 0,9 GHa che gli autori (Bastin et al., 2019) propongono come la stima migliore di superficie del Pianeta idonea a progetti di (ri)forestazione e “afforestazione”.
Il 50% di questa superficie si trova in 6 paesi, nell’ordine: Russia, USA, Canada, Australia, Brasile e Cina. E qui si sarebbe tentati da qualche considerazione geopolitica, magari all’ingrosso. Si può osservare, per esempio, che la Russia nel breve termine può essere avvantaggiata più che sfavorita dai cambiamenti climatici, per l’aumento di superficie coltivabile e di rese, l’apertura di rotte di navigazione artiche ed altri effetti ancora, e per questo al momento non pare molto interessata a collaborare a progetti internazionali di mitigazione. Peccato: perché dei 900 milioni di ettari passibili di riforestazione, 150 sono proprio in Russia.
Circa il numero di alberi che potrebbero crescere sui suddetti 0,9 GHa vi sono stime diverse e comprese tra 1000 a 1500 miliardi, considerando che gli alberi attuali sarebbero circa 3000 miliardi. Si noti che 1000 miliardi di alberi distribuiti su 0,9 GHa corrispondono a circa 6 mq per albero, che poi sarebbe la proiezione della chioma sul terreno; insomma, il valore di 1000 miliardi di alberi di cui spesso si legge è per così dire un po' tirato. Il valore di 0,9 GHa calcolato da Bastin et al. (2019) si avvicina alla proposta dell’IPCC (6° rapporto) di riforestare 1 GHa come misura per contenere l’aumento di temperatura entro +1,5 °C al 2050. Tuttavia, l’IPCC ha utilizzato il termine foresta nel senso della FAO (minimo 10% tree cover), quindi 1 GHa secondo l’IPCC corrisponde a 0,1-1,0 GHa di copertura secondo Bastin et al. (2019) a seconda del livello di chiusura della volta arborea che si intende ottenere.

4. Foreste e carbonio
Quanto carbonio potrebbero contenere 0,9 GHa di nuove foreste nell’accezione di Bastin et al. (2019)? In un’immagine statica, si calcolano 205 GtC, facendo semplicemente l’ipotesi che un pezzo di terreno riforestato assuma immediatamente la stessa copertura di un terreno adiacente forestato (la copertura varia con il tipo di foresta, se boreale è di solito del 30-40%, se tropicale 90-100%). Se sottraiamo 205 GtC all’atmosfera, la concentrazione di CO2 scenderebbe di circa 100 ppm (1 ppm = 2,1 GtC) tornando ai livelli del 1950 (ca. 310 ppm). Di fatto, 205 GtC sono circa un terzo delle emissioni antropogeniche dal 1750 ad oggi (660 GtC). Niente male, se fosse così.
Nella realtà noi possiamo al massimo piantare alberi che per crescere avranno bisogno di anni, nel corso dei quali i cambiamenti climatici continueranno a modificare le condizioni di crescita. In effetti, a prescindere dalla riforestazione, la superficie attualmente coperta da alberi di 2,8 GHa è destinata a diminuire da qui al 2050 a causa dei cambiamenti climatici (ca. -8% stando a Bastin et al., 2019), in particolare si prevede che la copertura aumenti nelle foreste boreali relativamente rade, ma diminuisca notevolmente nelle foreste tropicali ad elevata densità di volta arborea (altri studiosi però non sono così pessimisti). E come è ovvio, le nuove foreste ci metteranno decine di anni per raggiungere la condizione in cui una quantità significativa di carbonio (es. 205 GtC) sia stabilmente stoccata. Per dare un’idea, è comunque utile considerare che se le 205 GtC fossero davvero accumulate in 20 anni, l’accrescimento delle nuove piante potrebbe compensare completamente le emissioni di C nei medesimi vent’anni (al momento circa 10 GtC/anno). Il che vuole anche dire che se noi piantiamo alberi su 0,9 miliardi di ettari e continuiamo a riversare nell’atmosfera le stesse quantità di CO2, dopo vent’anni avremo fatto patta e punto e a capo. Viceversa, quello che sarebbe interessante sarebbe piantare alberi per guadagnare tempo rispetto alla catastrofe annunciata, tempo da utilizzare per trovare e applicare nuove soluzioni di contenimento delle emissioni.

5. Controversie
Le valutazioni di cui sopra si prestano a varie obiezioni, talune aspre. Secondo Lewis et al. (2019) il calcolo di 205 GtC è sovrastimato, mentre una quantità dell’ordine di 100 GtC è una stima molto più ragionevole e corrisponde grossomodo alla quantità di C che abbiamo perso con il cambio d’uso del terreno dall’inizio dell’agricoltura. Ciò in base all’idea che noi possiamo al massimo ricostituire le foreste che abbiamo tagliato, ma non trasformare per es. le praterie in foreste, se le praterie sono il risultato di milioni di anni di evoluzione. Skidmore et al. (2019) inoltre osservano che sulla base delle velocità di crescita conosciute 0,9 GHa di alberi appena piantati non possono accumulare 205 GtC in soli 30 anni - il tempo richiesto per contenere l’aumento della temperatura in +1,5 gradi entro il 2050, cioè fra 28 anni. Ci metteranno molto più tempo. Per raggiungere quella biomassa di 205 GtC bisognerebbe piantumare una superficie ben superiore (x 3,2) e del tutto irrealistica.

Nel calcolare 205 GtC in 0,9 GHa afforestati, è probabile che Bastin et al. (2019) sovrastimino di parecchio il contributo del SOC, supponendo che laddove si piantano degli alberi aumenti sia il C della biomassa che il C del suolo (SOC), in quanto parte dei prodotti della fotosintesi finiscono nel suolo. Veldman et al. (2019) obiettano, al contrario, che piantare degli alberi in ambienti come le praterie montane e le praterie temperate equivale a perdere SOC anziché incrementarla. Poi fanno notare che in molti ambienti (quali taiga e tundra), piantare alberi (scuri) equivale a ridurre l’albedo della superficie terrestre che è più forte quando è innevata, con effetti sulla temperatura. Infine osservano che ci sono praterie che sono così da milioni di anni perché gli animali erbivori (insetti e ungulati) e gli incendi impediscono la crescita degli alberi, e in questi ambienti raggiungere il risultato potrebbe avere gravi conseguenze in termini di biodiversità. Sulla base di queste considerazioni Veldman et al. (2019) propongono una riduzione delle 205 GtC a 42 GtC, e riconoscono che sarebbe comunque un buon risultato, ma certo non sufficiente se vogliamo veramente contenere l’aumento della temperatura a +1,5 °C entro il 2050.
Friedlingstein et al. (2019) fanno considerazioni in parte analoghe, e in particolare ricordano che ci sono ambienti non forestali che contengono tanto C quanto le foreste se si prende in considerazione anche il SOC, per esempio le praterie temperate dove la piantumazione di alberi porterebbe ad effetti che Bastin et al. (2019) avrebbero di molto sovrastimato.

In conclusione, molti esperti concordano che riforestare (o “afforestare”) 0,9 GHa di terra anche con il 100% di copertura arborea non porterà al sequestro di 205 GtC entro il 2050 ma molto di meno (da 42 a 100), e tuttavia ne vale la pena. E tutti concordano che non ha senso piantare alberi se non si riducono anche le emissioni. Infine, venendo brevemente alle proposte che circolano di questi tempi in Italia, si dovrà riconoscere che nuove piantumazioni di centinaia o migliaia di alberi all’interno di ogni città e tutt’attorno sarebbero estremamente utili e consigliabili per via degli effetti sul benessere fisico e mentale della gente, sulla vivibilità e salubrità dei luoghi (si pensi solo all’effetto sulla temperatura locale o all’abbattimento di gas e polveri sottili), ma non potrà in alcun modo risolvere i problemi globali dei gas serra e del clima: se non nel quadro di una gigantesca e intensa opera internazionale di creazione di nuove foreste. Di cui si vede la necessità e l’urgenza ma per ora poche tracce concrete.

Unità di misura e conversioni
1 Gigaton (Gt) = 1 miliardo di tonnellate = 1 × 10 15 g = 1 petagrammo (Pg)
1 kg carbonio (C) = 3,664 kg biossido di carbonio (CO2) (il C pesa 12 e la CO2 44: 44/12=3,664)
1 GtC = 3,664 miliardi di tonnellate CO2 = 3,664 GtCO2
1 ppm CO2 in atmosfera = 2,124 GtC
1 GHa = 1 miliardo di ettari (Ha) = 10 milioni (106) kmq

Numeri in sintesi
Massa di carbonio in atmosfera (2022): 875 GtC
Biomassa terrestre totale del Pianeta (alberi per l’80%): 550 GtC
Biomassa marina: 6 GtC
Massa di carbonio nel terreno: 1700 GtC
Emissioni antropogeniche annuali di gas serra in eccesso (in CO2eq): 10,6 GtC
Aumento annuo medio del carbonio in atmosfera (in CO2eq): 5,1 GtC
Terreni da rimboschire secondo Bastin et al. (2019): 900 milioni di ettari, 0,9 GHa (copertura completa)

Bibliografia essenziale
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Bar-On Y.M., Milo R. (2019) The biomass composition of the oceans: A blueprint of our blue planet. Cell 179, 1451-1454.
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Berners-Lee M., Clark D. (2013) The burning question. https://www.amazon.co.uk/burning-question-cant-burn-worlds/dp/1781250456.
Falkowski P.G., Raven J.A. (2007) Aquatic Photosynthesis 2a ed. Princeton University Press, Princeton.
Friedlingstein P., Allen M., Canadell J.-G., et al. (2019) Comment on “The global tree restoration potential”. Science 10.1126/science.aay8060.
Friedlingstein P., Jones M.W., O’Sullivan M., et al. (2022) Global carbon budget 2021. Earth Syst. Sci. Data, 14, 1917–2005 - https://doi.org/10.5194/essd-14-1917-2022.
Intergovernmental Panel on Climate Change AR6 2022.
Le Quéré C., Jackson R.B., Jones M.W., et al. (2021) Temporary reduction in daily global CO2 emissions during the COVID-19 forced confinement. Nature Climate Change | www.nature.com/natureclimatechange.
Lewis S.L., Edward T. A. Mitchard E.T.A., Prentice C. (2019) Comment on “The global tree restoration potential”. Science 10.1126/science.aaz0388.
Skidmore A.K. Tiejun W., de Bie K., Piles P. (2019) Comment on “The global tree restoration potential”. Science 10.1126/science.aaz0111.
Terrer C., Phillips R.P., Hungate B.A., et al. (2021) A trade-off between plant and soil carbon storage under elevated CO2. Nature 591, 599-603.
Veldman J.W., Aleman J.C., Alvarado S.T., et al. (2019) Comment on “The global tree restoration potential”. Science 10.1126/science.aay7976.

Gran Paradiso - Un Parco di animali, uomini e cose

Toni Farina
(Rappresentante delle Associazioni ambientaliste nell’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso)

Titolava così un audiovisivo da me realizzato nei remoti anni ’80 del secolo (e millennio) scorso. Diapositive in dissolvenza incrociata, preistoria insomma. Diapo marca Kodachrome 25 Professional, una risoluzione altissima e prezzo non da meno. Scatti centellinati, altro che selfie! E anche i tempi erano altri: lo sviluppo (compreso nel prezzo) era esclusiva di un unico laboratorio: in Svizzera, Losanna mi pare. Un mese minimo, quando si dice il piacere dell’attesa.
Per effettuare le riprese avevo il permesso di pernottare nei casotti di sorveglianza, e non posso non ricordare un soggiorno al Gran Piano di Noasca in un nevoso mese di novembre. La salita al buio con un amico, il vento gelidissimo che scendeva dal Colle di Moncorvè, la sorpresa della camera riscaldata dalla stufa accesa per noi dal guardaparco Aimonetto. Mitico, e mitici i suoi racconti. Quando si dice “i racconti del guardaparco” (nel Gran Paradiso non hanno la “i”).
Era in realtà tutta una scusa per frequentare quei luoghi, quelle valli, quegli angoli da “alba del mondo” (citazione: Enrico Camanni). Cosa che feci assiduamente per una decina di anni: ero stato soggiogato dal Gran Paradiso. Esperienza peraltro condivisa da molti, e dunque molti sanno di che parlo.
In ogni caso, alla fine l’audiovisivo fu realizzato e il risultato a sentir dire fu pure lusinghiero. Un parco di animali, uomini e cose: l’utopia, il sogno.
Contributo determinante per il buon risultato giunse dalle immagini fornitemi da Luciano Ramires, grande fotografo e novello guardaparco. Per tre anni, ebbi l’onore di proiettare d’estate il documentario nei centri visita, allora molto più improvvisati di oggi. Fu davvero un’esperienza. Che oggi, tornato nel Gran Paradiso sotto altre vesti meno esilaranti, torna utile. Una cosa è essere un “ambientalista da salotto” e basta, altro è essere un ambientalista da salotto che conosce il territorio del parco, tutto il parco, e questo nel Consiglio Direttivo un po’ ha contato.

Ritorno al Gran Paradiso
Chiedo venia per la premessa molto personale, ma non potevo esimermi. D’altronde è anche per l’affetto maturato verso quei luoghi che ho accettato la proposta di candidarmi consigliere, oltre all’ovvia scusante per “tornare lassù”. E i 15 anni di lavoro al Settore Parchi Naturali della Regione Piemonte sono stati fondamentali per capire molte cose, a partire dal fatto che le aree naturali protette possono svolgere la loro missione solo se inserite in una rete, ecologica e culturale (inscindibili!) che comprenda tutto il territorio, pianura antropizzata compresa (il fatto che i parchi siano una esclusiva delle aree marginali montane è un equivoco che perdura).

Cosa è cambiato in questi 30 anni nel Parco nazionale Gran Paradiso?
Risposta non agevole. Oggi il parco è una realtà consolidata, gli acerrimi contrasti del secolo scorso sono un ricordo e sono scomparse le scritte minacciose che nei citati anni ’80 facevano inquietante mostra sui muri delle gallerie della Val di Rhemes, così come a Pont Valsavarenche non si legge più la scritta “soyons maîtres chez nous” sulla facciata di una baita. D’altronde la Regione Autonoma Valle d’Aosta ha rinunciato almeno ufficialmente ai propositi di smembramento.
“Aver conservato indenne il territorio dagli stravolgimenti ambientali (grandi impianti di sci) costituisce oggi un valido fattore su cui puntare per il futuro”, ammette il Presidente Italo Cerise. La presenza del parco è dunque servita.
Nonostante le esigue risorse umane, grazie anche ai progetti Life Natura comunitari e alla professionalità dello staff tecnico-naturalistico, il Parco nazionale Gran Paradiso ha fatto bene il proprio lavoro di tutela delle specie naturali che gli sono state affidate. E lo stambecco (Capra ibex), specie simbolo dell’area protetta, ha ripopolato l’arco alpino.
Grazie anche all’evoluzione dei compiti dello storico corpo di vigilanza, il monitoraggio non si limita come un tempo al censimento degli ungulati, ma è un controllo complessivo sullo stato di salute dei vari habitat, ghiacciai compresi. Riconoscimenti internazionali certificano tale impegno.
Inoltre, il parco è un soggetto turistico autorevole e importante, la cartellonistica stradale posta a decine di chilometri di distanza dal territorio ne è conferma. Ma la conservazione è solo una parte della missione. Fondamentale, prioritaria anzi, ma che sempre più dovrebbe essere integrata da una incisiva ed efficace azione di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali. I parchi sono costruttori di cultura ambientale, è un compito previsto dalla legge quadro e dalle varie leggi istitutive che esigerebbe azioni coerenti e, soprattutto, maggiore fermezza nei confronti delle amministrazioni locali. Qui le lacune sono molte e si possono verificare in base al livello di presa di coscienza sui temi ambientali da parte dei comuni del parco. Si scoprirà così che cento anni di natura protetta hanno talora generato risultati opposti alla filosofia della sostenibilità. E se questo poteva essere spiegabile e, pur con qualche difficoltà, anche comprensibile (alla luce della travagliata storia del Parco Gran Paradiso) fino a una ventina di anni or sono, non lo è più oggi, soprattutto alla luce della consistente mole di risorse affluite a livello locale grazie ai bandi ministeriali, destinate alla mobilità sostenibile e alla coibentazione degli edifici pubblici.
“Non si governa il parco contro le comunità locali”. Questa la condivisibile linea, più volte ribadita dal Presidente Italo Cerise. Tuttavia, la pace sociale ha un prezzo e oggi meno che mai il parco si può considerare un fortino nel quale si pratica la sostenibilità mentre, appena fuori, si prosegue come se nulla fosse. Se il parco è un laboratorio dove si sperimentano modelli virtuosi, i risultati delle “sperimentazioni” devono uscire e permeare il territorio circostante. Se la cultura della sostenibilità non può conoscere confini non è ammissibile che un comune del parco sia titolare di costosi progetti che prevedono la realizzazione di un “domaine skiable” (si fa per dire) a 1400 metri di quota (Alpe Cialma, Comune di Locana), laddove le nevicate da tempo non danno alcuna garanzia di continuità. E che dire dell’improbabile seggiovia di Piamprato (Comune di Valprato Soana), che per inseguire una illusoria sostenibilità economica sarà integrata da un fun bob?
Di qua del torrente il parco, di là, a pochi passi, una big bench e il fun bob. Parco naturale e luna park. Diversificare l’offerta?
Ironie a parte, per tornare all’interno dell’area protetta, il recente esito delle elezioni comunali in Valsavarenche (non si è raggiunto il quorum) è un segno di tensioni ancora evidenti. Nella valle “laboratorio” per antonomasia, il cui territorio è interamente compreso nel parco, forse non si rimpiange più la funivia che nei desiderata avrebbe dovuto raggiungere la cima del Gran Paradiso, ma il passato continua a presentare i suoi conti. E ancora, sempre per restare dentro i confini, non è da tempo più tollerabile che la strada che sale al Colle del Nivolet sia ancora soggetta alle sole blande limitazioni previste dal progetto “A piedi fra le nuvole”. Una sperimentazione ormai ventennale senza il coraggio di andare oltre, quando si trovano realtà molto più avanzate in aree non parco.

Giro d’Italia, un’occasione persa
Per quanto riguarda la situazione “traffico” sulla SP 50 del Colle del Nivolet, almeno negli intendimenti l’arrivo di tappa del Giro d’Italia all’invaso del Serrù nel 2019 avrebbe dovuto costituire uno spartiacque. Ma a tre anni di distanza si può ben dire che così non è stato, perché di fatto nulla è mutato.
Mi preme ribadire che, contrariamente a quanto si sostiene, l’arrivo di tappa nel cuore del parco non è stata una grande occasione di sviluppo turistico riqualificato, ma l’esatto contrario. Ben altro e più coerente risultato, e non solo in termini di immagine, si sarebbe ottenuto fermando la tappa a Ceresole, fuori parco, e proseguendo con una pedalata aperta a tutti non agonistica in segno di pace fra Uomo e Natura. Fantascienza!
Neppure il Centenario, con tutta la sarabanda di eventi, è stato occasione di iniziative coerenti ed è solo grazie a una iniziativa del GAL Valli del Canavese che è andata in porto una chiusura ai mezzi motorizzati a fondovalle: mezza giornata soltanto perché una giornata intera non era localmente accettabile.
Anche grazie alle elezioni andate a buca nel Comune di Valsavarenche, tutte le ipotesi di nuove e più avanzate regolamentazioni sono rimandate al prossimo consiglio. Auguri, non sarà agevole…

Tirare le somme
A fine mandato è un’operazione opportuna. Premessa ovvia, ma va comunque fatta: conoscendo il contesto non mi facevo molte illusioni. Evitare il ruolo di rompiscatole e perseguire pochi obiettivi emblematici, cercando condivisione locale e all’interno del consiglio: la strada del Nivolet, la sede legale, il regolamento della fruizione. Questi i temi su cui mi sono maggiormente impegnato e sui quali avrei voluto raggiungere risultati: che però non sono arrivati! Fin dalla prima riunione capii che sarebbe stato arduo: i miei colleghi consiglieri si conoscevano tutti, realtà scontata per i rappresentati locali, meno ovvia per gli altri designati (Regioni, Ministero). Io ero l’alieno. Un primo, rapido scambio di battute sulla questione “Nivolet” mi fece capire la diversità di visione. “Non si può chiudere una strada senza dare dei servizi”, affermò un consigliere. Quali servizi? Igienici? Parcheggi? Navette? Sono questi i servizi principali che deve fornire un’area naturale protetta? Lo scambio era rivelatore di una differenza di approccio che ha permeato tutta la consigliatura.
Molta burocrazia, atti dovuti, mai un embrione di dibattito sul ruolo di questi enti. Da un lato, i rappresentati locali restii a uscire dal ruolo di sindaco e, sull’altro fronte, la mancanza di competenze e sensibilità sui temi ambientali propria dei grandi partiti (PD compreso), a cui spetta di fatto esprimere le altre rappresentanze.
Le ZEA - Zone Economiche Ambientali - sono un provvedimento lodevole, ma è l’equivoco culturale che sta alla loro base ad essere fuorviante: il parco come insieme di vincoli, un freno allo sviluppo da compensare con opportune risorse. E poi la retorica tipo “la montagna senza l’uomo muore”, così pervicace ancora oggi, quando il galoppante cambiamento climatico non mette a rischio tanto la montagna quanto l’uomo stesso, montanaro o meno.
Ma c’è ancora un altro aspetto, tipico di questo Paese, che mi preme rilevare: la debolezza dei movimenti di tutela della natura che, in stridente contraddizione con l’emergenza ambientale, faticano a esprimere una forza politica di peso. Per i rappresentati “ambientalisti” negli enti di gestione delle aree naturali protette, a parte poche e temporanee eccezioni, questo significa solitudine, isolamento. Un ruolo che spesso non va oltre una blanda testimonianza o poco più. Ma talvolta può anche accadere, e allo scrivente è accaduto, che tale isolamento istituzionale sia rafforzato dalle stesse Associazioni, i cui leader si interfacciano con Presidenti di parco o politici dimenticandosi di chi li rappresenta negli Enti. Il risultato per i rappresentanti è una ulteriore perdita di autorevolezza e di credibilità.
Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di mantenere contatti costanti con i miei designanti, mandando avvisi di ogni seduta di consiglio (sono pubblici) e inviando sintetici rapporti al termine delle sedute. Inoltre, ho organizzato momenti di confronto annuali, in presenza nel periodo ante covid (grazie a Pro Natura per la disponibilità della sede torinese), online, dopo.
Mi sembra giusto rilevare come, a metà mandato, ulteriori difficoltà siano sorte con le dimissioni del Direttore Antonio Mingozzi. La visione comune su molti temi era infatti un fattore importante, così come, pur nella distinzione dei ruoli, importante e utile era il confronto, in particolare sulle tematiche legate alla fruizione turistica. Tra l’altro, non secondaria, era la condivisione dell’idea della Montagna Sacra per il Centenario: con le sue dimissioni è venuto meno un alleato determinante.

Il Principe? Va in elicottero…
La notizia giunge mentre scrivo queste righe. Non mi dilungo perché, essendo ampiamente rimbalzata sui media, la vicenda è nota. Però una riflessione è d’obbligo. Come già accaduto con il Giro ciclistico d’Italia nel 2019, l’Ente di Gestione del Parco ha palesato mancanza di autorevolezza. Condizione tipica del nostro Paese: di fronte ai “grandi eventi”, o ai personaggi potenti (o presunti tali), molto semplicemente si calano le brache. E tutti gli enunciati cadono, le norme di tutela si aggirano o si derogano. Con il risultato in questo caso di una figuraccia globale. Ampliata dalla concomitanza del Centenario. Quale il messaggio per l’opinione pubblica? Che, come è noto, non va tanto per il sottile e confonde con facilità parco e Ente Gestore.
Se già l’iniziativa della Carta del Gran Paradiso (non del parco, quindi), lasciava molto a desiderare, il volo in elicottero di Sua Altezza Alberto II di Monaco verso la cima simbolo è stata la classica ciliegina sulla torta.
Un boccone avvelenato servito da Fondation Gran Paradis (organizzatore dell’evento), che l’ente gestore ha trangugiato con tutta l’esca.
Se l’autorizzazione era un atto dovuto, trattandosi di Capo di Stato, non meno dovuta sarebbe stata una presa di posizione pubblica sulla non opportunità dell’evento da parte dell’Ente. Oltre a evitare figuracce, non si sarebbero forniti argomenti agli anti-parco a prescindere. Che ancora abbondano, soprattutto nella Vallée.

Il Monveso di Forzo montagna sacra
Mentre si autorizza un volo in elicottero a sostegno della lotta ai cambiamenti climatici (una palese contraddizione!), non si aderisce a un progetto culturale come l’istituzione nel territorio del parco, in occasione del Centenario, di una Montagna Sacra per la Natura, sulla cui cima si invitano le persone ad astenersi dalla salita. Un progetto pensato per sensibilizzare sulla necessità del Limite, che non prevede alcun divieto, ma solo una libera accettazione.
Nessun divieto formale e nessun costo, eppure l’Ente di Gestione non ha aderito con motivazioni alquanto strumentali (la sacralità, i costi…). A parte lo scrivente, tutti i consiglieri si sono detti contrari, passando l’eventuale onere (onore) dell’adesione al progetto ai Comuni interessati dalla montagna individuata per le sue caratteristiche: il Monveso di Forzo, nell’omonima valle, laterale della Val Soana (comuni di Ronco e Cogne, quindi).
Un’incomprensibile e non giustificabile logica localista per un progetto di fatto universale: mai è accaduto nel mondo occidentale che un luogo fosse dichiarato sacro per la natura, invitando per questo le persone ad astenersi dal frequentarlo. Comunque, pur tra molte difficoltà, soprattutto di comunicazione, l’iniziativa prosegue, così come prosegue la raccolta di adesioni: si può aderire compilando il semplice modulo alla pagina web https://www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/. Sulla pagina si può leggere il progetto nella sua interezza, integrato dai nominativi dei componenti il comitato promotore e l’elenco degli aderenti (aggiornato in modo periodico).

Il regolamento del parco
Dopo un interminabile iter di approvazione, tre anni fa è entrato in vigore il piano del parco. Un piano che, proprio in virtù dei tempi di approvazione, è ormai da aggiornare. Il piano definisce la zonizzazione, individuando le zone A1 “Sistema di Alta Montagna” e A2 “Sistema aree naturali” che interessano oltre il 50% del territorio e nelle quali sono ammessi “usi naturalistici, escursionistici e alpinistici”, purché non arrechino danno agli habitat così come previsto nella Legge quadro nazionale 394/91.
Eventuali limitazioni a queste attività sono demandate alla revisione del Regolamento del Parco attualmente in vigore. Ed è proprio nell’ultima riunione di Consiglio (in scadenza) tenutasi il 31 agosto ad Aosta che è stato adottato il nuovo Regolamento che dovrà poi essere approvato dalle due Regioni e dal Ministero competente, previa osservazioni da parte della Comunità del Parco.
Il nuovo Regolamento adottato in Consiglio demanda a sua volta a eventuali determinazioni dirigenziali, ovvero del Direttore del Parco, eventuali limitazioni, anche di natura temporanea, a tali attività. Così come sono rimandati ad allegati tecnici una serie di aspetti quali le modalità di fruizione dei sentieri, lasciando ad esempio indefinita la spinosa questione delle biciclette sui sentieri.
Una scelta opinabile che di fatto scarica l’organo politico (il Consiglio) di responsabilità, lasciando alla struttura tecnico-dirigenziale tali incombenze.
Risulta evidente che senza una copertura politica da parte del prossimo Consiglio, ben difficilmente il Direttore si assumerà l’onere di porre limiti a forme di fruizione a elevato impatto, quali la fruizione su terreno innevato (sci alpinismo) che è di fatto libera in tutto il territorio. E questo a differenza, ad esempio, delle scelte ben più coraggiose e innovative fatte nel confinante Parco Regionale del Mont Avic.
Ancora a differenza del Parco Mont Avic, è lasciato in un ambito di indeterminatezza la possibilità di uscire dai sentieri che, stando al regolamento, “di regola” non è ammessa. Però è possibile “purché” non arrechi danno agli habitat. Spetta al corpo di vigilanza la valutazione di eventuali comportamenti scorretti.
Se ne deduce che, allo stato attuale, chi entra nel Parco per ragioni ludiche può in pratica andare ovunque e con qualsiasi mezzo, purché non motorizzato.
“Qui inizia il paese della libertà”, afferma Samivel nel suo manifesto per il Parco Gran Paradiso che, seppure un po’ sbiadito, si può leggere all’imbocco di molti sentieri. Sono passati più di 50 anni e le cose non sono mutate. Va detto che, subito dopo, nel suo manifesto Samivel afferma: “La libertà di comportarsi bene”. E qui si apre un mondo, o meglio un vuoto di norme, considerato che di fatto nel parco è mancante l’individuazione di aree wilderness codificate.

“Uno sguardo verso il futuro del parco”
Titola così l’articolo di apertura di Voci del Parco (notiziario del parco) dedicato in particolare al centenario, autore il Direttore Bruno Bassano. Sottotitolo: “Nuove prospettive di azione”. Leggendo l’articolo però, al di là di enunciati generici e scontati, è davvero arduo cogliere tali prospettive. Una latitanza che d'altronde sta caratterizzando tutti gli eventi legati a questo importante passaggio. Molta retorica, comprensibile abbondanza di prodotti tipici, ma il futuro, i prossimi 100 anni, rimangono fuori dalla finestra. Pochi gli appigli per far festa. Il futuro è materia per i posteri: i ragazzi che scendono in piazza chiedendo un clima che consenta la vita umana sulla Terra, un futuro possibile, non sono stati interpellati. Non hanno avuto finora cittadinanza nei festeggiamenti. Eppure, tra un coro e un assaggio di polenta, sentire il loro parere, i loro desiderata, sarebbe stata cosa congrua. Vedremo in quel che rimane, gli eventi proseguono fino al 2023. Forse qualcuno se ne ricorderà.

La sede dell’ente
È una delle questioni aperte. Il Centenario ormai agli sgoccioli è trascorso con la sede legale dell’ente collocata alla periferia sud di Torino, ospitata presso gli uffici di ARPA Piemonte, ex palazzine olimpiche, lascito di Torino 2006. Collocazione improbabile e “provvisoria” (da intendersi all’italiana), in attesa di altre e più consone e decorose scelte. Fatto sta che nessuno dei molti turisti che visitano oggi il capoluogo ex sabaudo sa che a Torino c’è la sede del primo parco naturale italiano. Chapeau!
In questi anni, in Consiglio, il nodo della sede ha fatto soltanto qualche timida apparizione. La ragione è semplice: si tratta di un nodo spinoso e squisitamente politico. Blandito in modo strumentale dalle Amministrazioni Locali che dimostrano anche in questo caso scarsa preveggenza e visione strategica.
Al di là della possibile “lotta fra poveri” (quale Comune? Quale Valle? Val d’Aosta o Piemonte?), la sede legale e di rappresentanza in un Comune del Parco (prospettata nella bozza di riforma della Legge Quadro nazionale 394 mai andata in porto), fortemente desiderata e sostenuta dal quasi intero arco di partiti (in questo caso accomunati da un certo populismo), è figlia di una visione non locale ma localista, incapace di andare oltre una trita e consunta frattura fra città e montagna. Incapaci di chiedersi: dove inizia davvero il Parco? Lassù nelle valli, oppure nell’antropizzata pianura che spinge sui monti in modo sempre più incalzante i suoi problemi di ardua vivibilità estiva e non solo.
Quando in Consiglio mi è capitato di sostenere che il Parco nazionale Gran Paradiso inizia a Torino (o ad Aosta) ovviamente sono stato guardato con sufficienza, poca o nulla volontà di capire o ragionare. Per il futuro è circolata una ipotesi “Ivrea”, interessante per la collocazione geografica. Si vedrà.

Sviluppo sostenibile o futuro possibile?
“Finalmente il parco non si limita a fare conservazione, ma sta creando sviluppo”. Una frase ripetuta con costanza dal Presidente Italo Cerise all’apertura degli eventi del Centenario. Quasi un lascito in chiusura del suo secondo mandato che peserà sicuramente sul suo successore. Al di là della trita reiterazione del dualismo “conservazione-sviluppo” (dovrebbe ormai aver fatto il suo tempo), occorre dare atto a Cerise del suo impegno in varie sedi, nazionali e internazionali, grazie al quale il Parco nazionale Gran Paradiso beneficia oggi di importanti riconoscimenti, a partire dall’inserimento nella Green List dell’UICN.
E ancora: “Neppure l’impegno dei guardaparco potrà proteggere lo stambecco-specie simbolo del parco dall’effetto dei cambiamenti climatici”. Così ha più volte affermato il Direttore Bruno Bassano, sempre nel corso degli interventi per il Centenario.
E allora? A fronte di tutto ciò, quale è il compito delle istituzioni “parchi naturali”, e degli Enti a cui sono oggi affidati, nell’epoca in cui lo “sviluppo sostenibile” è un mantra, un impegno delle Nazioni Unite e l’Agenda 2030 un impegno sottoscritto a livello planetario?
Nell’anno 2022 dell’era detta “Antropocene” quale è il ruolo del Gran Paradiso, primo parco nazionale italiano? Quale la missione nelle sue cinque valli?
Quale il programma per i 100 anni a venire? Quale il suo contributo a un futuro possibile? “Give future a chance”, per dirla con John Lennon. Finita la festa, questa sarà la domanda al partire dal giorno 4 dicembre 2022.
A conclusione del mio mandato è una domanda che faccio anche a me stesso e a chi mi seguirà. E la risposta va cercata subito.
Un parco di animali, uomini e cose: il tempo concesso non è più molto.

Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise - Una storia lunga cent'anni

Alberto D’Orazio
(già Presidente della Comunità del PNALM)

All’inizio fu una motocicletta che, nella luce rosa dei tramonti d’estate, rientrava nell’androne di un palazzo gentilizio del paese.
Era la motocicletta del guardaparco, che costringeva quel gruppo di ragazzini a interrompere i loro giochi sulla “via nova”: palestra, campo di pallone, piazza e luogo di transito delle poche macchine e della corriera che, ultima, segnava la fine della giornata e di poco precedeva il richiamo deciso delle mamme per la cena.
Era, quella moto, il simbolo di un’entità “importante” ma al tempo stesso distante, che stava sopra di noi. Qualcosa che stava dietro anche a quei cartelli di “divieto di caccia e pesca” che tanto facevano arrabbiare i più grandi perché impedivano loro di andare al fiume ad acchiappare le trote o in campagna a sparare alle lepri e alle quaglie. Pochi, per la verità, quelli che sparavano ma molto rumorosi.

A scuola ci raccontavano dei romani e dei loro cattivissimi nemici cartaginesi, del mulino che odora di farina, delle poesie di Edvige Pesce Gorini, di Renzo Pezzani e delle loro rime leggere da mandare a memoria, dei numeri per “far di conto”... ma nessuno ci parlava mai del Parco, di quell’entità astratta, lontana dalla nostra quotidianità che solo più tardi, molto più tardi, avremmo capito invece che veniva da lontano e molto lontano sarebbe andata perché non era altro che “noi”, il nostro fiume, quel morbido bestione bruno che andava nei frutteti a mangiar mele, entrava nei campi di granturco a far razzia di mazzocchi o di notte devastava gli stazzi per arraffare pecore, beffando i cani bianchi e creando guai ai malcapitati pastori, timorosi per dover giustificare la perdita al padrone del gregge, dormiente nella casa avita.

Sì, più tardi avremmo imparato che quella motocicletta, il guardaparco che la cavalcava e quei cartelli così poco amati, erano lì a difendere, a proteggere l’unica ricchezza comune che ci era stato dato di possedere: lo straordinario patrimonio naturale nel quale eravamo immersi.

Per quei boschi, per quegli splendidi e purtroppo assai rari esemplari di orso bruno marsicano, per quei campioni di eleganza che più in alto saltavano sulle rocce della Camosciara, per quelle coloratissime trote che guizzavano nel nostro fiume, per quelle maestose aquile che volteggiavano sulle cime dei nostri monti: per vedere tutte queste meraviglie, cominciarono ad arrivare i primi villeggianti insieme ai primi voraci appetiti.
La valle, così bella e così vicina alle due grandi città in espansione, Roma e Napoli, entrò presto nel mirino di una famelica e spregiudicata schiera di speculatori, in grado di attivare notevoli risorse finanziarie private e pubbliche, grazie al sostegno di un ceto politico, locale e nazionale, assetato di potere e di ricchezza.

Erano i primi anni sessanta, quelli dell’ottimismo e dell’acquisizione facile di aree pubbliche, favorita da sdemanializzazioni finalizzate alla realizzazione di insediamenti residenziali, alla costruzione di grandi alberghi e di impianti di risalita per lo sfruttamento della “risorsa neve” (come diremmo adesso).
Al consenso facile e in qualche modo giustificato delle popolazioni locali, illuse da una finalmente comoda possibilità di occupazione, si aggiunse la precaria situazione gestionale dell’Ente Parco, che favorì l’improvvisa intrusione di questi “corpi estranei” in un mondo fino ad allora immobile, ma sano e rispettoso dell’ambiente.
La ricostituzione dell’Ente avvenuta nel 1951 (dopo lo scioglimento degli anni trenta in ossequio al centralismo imperante all’epoca), portò al formale recupero dell’autonomia gestionale del Parco, autonomia fortemente osteggiata dalla Forestale che, maldigerendo la sottrazione dell’osso spolpato nel ventennio trascorso (con la soppressione dell’Ente Autonomo, la gestione era stata affidata alla Milizia Forestale), ambiva a riportare il Parco sotto il suo pieno controllo, con un occhio attento ai benefici che sarebbero derivati dalla realizzazione degli impianti di risalita e delle infrastrutture turistiche all’interno dell’area protetta.

Il conflitto che, nella sostanza, riguardava il modo di utilizzare il territorio, raggiunse l’apice alla fine della prima metà di quel decennio con il licenziamento del Direttore che stava provando a difendere il Parco dal diffondersi dell’illegalità.
Il suo forzato allontanamento fu la certificazione della crisi gestionale dell’Ente e della sua discesa verso il baratro dell’irrilevanza.
Nel conclamato quadro di debolezza strutturale che ne seguì, non fu infatti difficile, per una complessa rete di faccendieri romani e non, continuare a mettere le mani sul territorio, con intenti speculativi devastanti per l’Area Protetta.

Di tutti questi retroscena di potere, poco sapevano le popolazioni locali e forse poco volevano saperne. La speculazione edilizia portava lavoro, riduceva l’emigrazione, creava un relativo benessere che, per quanto effimero, mai avevano visto prima.
Il Parco continuava ad essere solo un insieme di cartelli di “divieto di caccia e pesca”, quasi sempre oggetto di violazioni che, solo in casi residuali, i guardaparco riuscivano a sanzionare.
I tronchi da utilizzo industriale dei boschi partivano con il favore delle tenebre, così come le trote pescate di frodo, raggiungevano altre e redditizie destinazioni, per vie traverse.
Era questa la situazione del Parco a quarant’anni dalla sua istituzione quando, quei ragazzi che giocavano per la strada interrompevano la partita al passaggio della moto del guardaparco e magari, la sera, durante la cena, cominciavano a sentir parlare di “un nuovo paese” che doveva sorgere nei pressi della Camosciara: Acranive.
Avevano già asfaltato la strada che collegava la Statale 83 al piazzale della Camosciara, luogo che, per quei ragazzi, aveva il sapore della sacralità, con i suoi boschi, il suo fiume e le sue deliziose cascate. Tutt’intorno, nel vecchio feudo, sarebbero sorte graziose villette (come nella piana di Pescasseroli) per il diletto dei ricchi cittadini e i consistenti ricavi per i costruttori.

Quello che stava accadendo nel Parco d’Abruzzo non poteva però lasciare indifferenti coloro che ne conoscevano la storia quarantennale, il valore simbolico e le radici antiche del rapporto tra le comunità locali e il parco.
La costituzione della prima area protetta italiana aveva infatti avuto come presupposto il rapporto con la popolazione locale e le sue istituzioni rappresentative. Fu infatti con la concessione in affitto di una piccola parte della Val Fondillo all’Associazione Pro Montibus et Silvis, da parte del Comune di Opi, che prese forma l’embrione e di quello che sarebbe diventato uno dei primi parchi nazionali italiani.

L’idea stessa di Parco era nata tra alcune personalità locali che avevano maturato una visione delle bellezze naturali, della biodiversità e della particolarità architettonica di quei piccoli villaggi montani, come un insieme da conservare e anche da “valorizzare” in una prospettiva di sviluppo dell’economia del territorio.
Fu il connubio tra due elementi fondamentali - l’idea progettuale maturata in ambienti di elevato spessore culturale e gli atti deliberativi delle amministrazioni locali (altri sei Comuni seguirono l’esempio di Opi) - a consentire di dare concretezza a quella nobile idea.
Un Parco quindi nato dal basso?
La risposta, seppur con qualche cautela, può essere affermativa. Anche se i protagonisti della fondazione del Parco rappresentavano allora una élite, espressione della società dell’epoca, caratterizzata da profonde diseguaglianze sociali, culturali e di censo.
Il coinvolgimento della popolazione locale non dovette essere facile né più di tanto cercato da parte delle amministrazioni comunali. Non era certo maturo il tempo per una democrazia partecipata quello dei primi anni venti del Novecento, come gli eventi politici, di lì a poco, avrebbero confermato. Rimane tuttavia l’importanza di un’iniziativa lungimirante che avrebbe segnato il futuro del territorio.

La consapevolezza del valore di quella storia e l’attualità di quella scelta indusse alcuni tra i più grandi esponenti del mondo dell’informazione, in particolare Antonio Cederna, a denunciare lo scempio che si stava perpetrando nell’interesse di pochi e a danno di un patrimonio naturale straordinario.
La rinnovata attenzione dell’opinione pubblica nazionale, la contemporanea affermazione di grandi movimenti politico sociali, la nascita del movimento ambientalista, indussero i decisori statali a porre fine alla precaria situazione gestionale dell’Ente, la cui debolezza aveva facilitato il dilagare della speculazione edilizia.

La nomina del nuovo direttore, avvenuta nel 1969, a distanza di quattro anni dal brutale allontanamento del precedente, rappresentò il punto di svolta per l’esistenza dell’area protetta.
Con l’arrivo di Franco Tassi, prese forma un nuovo stile gestionale con l’obiettivo di dare concretezza al “Piano di riassetto del Parco Nazionale d’Abruzzo”, elaborato in quegli anni dall’Associazione Italia Nostra, al quale lo stesso nuovo Direttore aveva attivamente collaborato.
Il Piano era basato su tre direttrici fondamentali: 1) fare in modo che l’infrastrutturazione viaria, sempre più ampia, lambisse soltanto il territorio del Parco senza attraversarlo; 2) congelare le due forme di turismo più impattanti dal punto di vista ambientale: il turismo residenziale e il turismo dello sci da discesa; 3) realizzare una nuova offerta turistica “valorizzando” il patrimonio ambientale e antropico esistente invece di sfigurarlo (Cento anni di Parchi di Luigi Piccioni, docente presso Unical e storico delle aree protette).

Non fu semplice sostenere la necessità di porre un freno all’uso speculativo del territorio proponendo in alternativa una crescita equilibrata del patrimonio alberghiero e residenziale dell’area, senza pregiudicarne lo straordinario valore naturale e paesaggistico.
Di questa necessità si fece carico anche una nuova leva di amministratori locali, quei ragazzini che avevano smesso di giocare a pallone per la strada ed erano diventati grandi, i quali, dopo aver conquistato la direzione dei comuni, vennero chiamati a cimentarsi con i problemi dei cittadini: il lavoro, i servizi, la coesione sociale, lo spopolamento, la domanda di futuro delle nuove generazioni.
Furono fondate cooperative, avviate attività economiche basate sul concetto “Natura è Sviluppo”, all’interno di un Parco visto finalmente come strumento di crescita per le comunità locali e non soltanto come un insieme di limitazioni e di divieti. Iniziative che imponevano l’affermazione di rapporti costruttivi con l’Ente di gestione, che stava vivendo una grande stagione di rilancio degli obiettivi istituzionali e di rinnovamento organizzativo. Una stagione che vide il coinvolgimento e la formazione all’interno dell’Ente, e non solo, di giovani protagonisti locali destinati, più tardi, ad assumere ruoli chiave nel mondo dei parchi italiani in via di espansione.

L’attuazione di nuove e più efficaci modalità di gestione e l’affermazione di un forte protagonismo a livello nazionale e internazionale, permisero al Parco d’Abruzzo di assumere un ruolo guida nel panorama ambientalista italiano divenendo un modello di riferimento per i nuovi parchi che avrebbero preso forma dopo l’emanazione della Legge Quadro sulle Aree Protette che avrebbe visto finalmente la luce nel 1991, a quasi trent’anni dalla formulazione della prima proposta legislativa.

La conquista della centralità strategica nell’ambientalismo italiano, unita ai successi nel perseguimento delle finalità istituzionali e nella difesa dell’area protetta dagli attacchi della speculazione edilizia , determinò di fatto l’assunzione di un ruolo sempre più pervasivo, da parte dell’Ente, che non sempre fu visto con favore dal territorio.
Il confronto non era di per sé facile, ma venne complicato da atteggiamenti di chiusura, talvolta autoreferenziali, che contribuirono a dare nuova linfa a incomprensioni e ritardi da parte delle comunità locali nell’acquisire definitivamente la consapevolezza che le potenzialità di crescita dell’economia dell’area erano legate soprattutto alla presenza del Parco. Né vanno sottaciute le responsabilità di alcuni amministratori locali nel cercare o subire rapporti clientelari che, negli anni, avrebbero arrecato danni gravissimi alla funzionalità dell’Ente di gestione.

Con il trascorrere degli anni, grazie anche alla già richiamata evoluzione della normativa che ha garantito la rappresentanza delle Comunità Locali nella struttura organizzativa dell’Ente, molte di quelle incomprensioni sono state superate. Il Parco ha potuto, negli anni novanta, ampliare notevolmente il suo perimetro, che ricomprende ora una parte significativa del territorio molisano, di grande valore naturalistico e culturale; conferma la propria estensione nella profondità delle valli che collegano il Lazio all’Abruzzo; lambisce la spettacolare valle del Sagittario; si allunga fin quasi al Fucino attraverso la splendida Valle del Giovenco. Un Parco Nazionale e, al tempo stesso, inter-regionale che ha voluto sintetizzare anche nella nuova denominazione, Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la propria varietà territoriale, culturale ed economica, unificata tuttavia da un patrimonio naturale di straordinario valore.
Una realtà importante anche dal punto di vista occupazionale, con un numero significativo di dipendenti che, tra diverse eccellenze e qualche criticità, rappresentano una risorsa da valorizzare e non soltanto una voce di costo nel bilancio dell’Ente.

Non va peraltro dimenticato il coinvolgimento di decine di giovani e meno giovani che, attraverso associazioni e piccole imprese, svolgono attività economiche come operatori nei centri di informazione, come apprezzate guide di montagna o come collaboratori nelle attività di educazione ambientale. Né va dimenticata la pluridecennale esperienza del volontariato, che ha impegnato giovani provenienti sia dall’Italia che dall’estero a sostegno delle attività del Parco. Una grande iniziativa che fece i primi passi già nel 1969-70 all’interno di quel grande slancio innovativo, di cui abbiamo fatto cenno, che rappresentò, di fatto, la seconda e decisiva fondazione del Parco, fortemente voluta e poi condotta con fermezza dal nuovo direttore che avrebbe guidato l’Ente per oltre un trentennio.
Un’esperienza che, nonostante le difficoltà della fine degli anni novanta, causate da problemi di ordine finanziario ed amministrativo, continua con successo pur nelle mutate condizioni generali.

Il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise si avvia a celebrare il suo centenario in un quadro nazionale che ha visto il moltiplicarsi delle aree protette, ma al tempo stesso l’accentuarsi di una attenzione verso l’ambiente sempre meno valoriale e sempre più economicistica. Anche se sarebbe ingeneroso non dare importanza all’accresciuta consapevolezza, da parte delle popolazioni locali, del valore del patrimonio naturalistico dell’area e della stessa funzione generale che esse svolgono nell’interesse nazionale.
Il livello delle aspettative del territorio nei confronti del Parco è elevato e rimane spesso difficoltoso trovare il giusto equilibrio tra le finalità istituzionali del Parco e le richieste di incrementare la crescita economica del territorio che, pur nella diversa situazione dei tre versanti (quello abruzzese, quello laziale e quello molisano), rimane sostanzialmente legata al settore turistico, con tutto ciò che ne consegue.

Persistono inevitabilmente problematiche importanti che possono determinare tensioni che non vanno trascurate: dalle competenze in materia di pianificazione territoriale ai burocratismi e alle inefficienze della normativa che ostacolano di fatto la funzione del Parco e non aiutano l’Ente a condividere le scelte con i territori; dalle scelte in materia di energie rinnovabili alle questioni legate all’allevamento e agli allevatori che, all’interno di regolamenti condivisi, debbono poter continuare a svolgere quel prezioso ruolo di presidio del territorio che da sempre li caratterizza; dalle modalità di utilizzo della “risorsa neve” alle problematiche relative alla gestione degli orsi confidenti che incrociano la funzione di tutela della pur modesta economia agricola e zootecnica che va sostenuta e adeguatamente indennizzata (in tempi rapidi) per i danni arrecati dall’orso e dalla fauna selvatica in generale.
Si tratta di questioni complesse che possono essere affrontate solo con la disponibilità al confronto e al riconoscimento dei diversi legittimi interessi. Scorciatoie dirigistiche e derive protestatarie (sempre in agguato) rapprenderebbero una inaccettabile regressione nei rapporti tra Parco e Comunità Locali.

Questi rapporti sono facilitati oggi da una maggiore apertura dell’Ente nei confronti delle istanze dei Comuni, che non deve però limitarsi ad astratte disponibilità all’ascolto, ma concretizzarsi nella ricerca di soluzioni condivise, a livello istituzionale, a livello territoriale (cioè con la popolazione, testimone dei valori di una tradizione antica che ha visto nella natura un “bene comune”), ma anche con l’opinione pubblica nazionale più sensibile alle tematiche della tutela del patrimonio naturale, sentita come interesse generale che non ha confini territoriali ma riguarda il bene della collettività e del pianeta.
Ed è proprio in questa prospettiva che viene ravvisata la necessità di un salto di qualità nella funzione dei parchi.
“Dalla istituzione dei primi due parchi nazionali (Parco Nazionale del Gran Paradiso, dicembre 1922, e Parco Nazionale d’Abruzzo, gennaio 1923), i parchi sono stati istituiti e gestiti secondo un canone fondamentalmente difensivo: si trattava quasi esclusivamente di difendere risorse, paesaggi, aree nei confronti delle aggressioni; tutto il resto era strumentale alle azioni di difesa. Con la introduzione della legge quadro, alle finalità tradizionali se ne sono aggiunte altre: applicare metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, storici, architettonici, delle attività agro-silvo pastorali e tradizionali; promuovere la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive compatibili”.

Tutte queste finalità modificano profondamente il ruolo dei parchi, i quali, da cittadelle assediate, dovrebbero diventare luoghi che si proiettano all’esterno, laboratori in cui si sperimentano attività produttive compatibili da realizzare anche nel resto del territorio, cioè luoghi in cui si sperimentano modelli di gestione territoriale in armonia con la natura che, in quanto tali, dovrebbero essere validi anche oltre i confini.

A cento anni dalla istituzione dei primi parchi nazionali italiani dobbiamo però constatare che essi, anche se hanno raggiunto importanti risultati al proprio interno non sono riusciti ad attaccare il territorio circostante, non sono riusciti a contaminarlo (Appunti per una riflessione critica sui parchi nazionali di Carlo Alberto Graziani, giurista, già Presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini).

Le attese, sotto questo aspetto, erano forse eccessive e non tenevano conto dei limiti del “sistema di governo” cui i parchi sono sottoposti. Tale sistema, grazie al ruolo della Comunità del Parco (organo dell’Ente di gestione introdotto dalla legge quadro de 1991), non è antidemocratico, ma come la realtà sta dimostrando, appare sempre più insufficiente, sia perché nel nostro ordinamento la rappresentanza è quella ottenuta per via elettorale sia perché la reale possibilità di incidere sulle scelte gestionali, da parte della Comunità del Parco, è condizionata dai limiti delle sue prerogative e dalla precarietà della sua rappresentanza all’interno del Consiglio Direttivo. La rappresentanza è infatti condizionata dai rinnovi delle Amministrazioni Comunali (troppo spesso non allineati con la durata in carica dell’organo) e dalle lungaggini burocratiche nelle procedure di nomina dei consiglieri designati e ciò incide sull’efficacia del funzionamento dell’organo e non favorisce un impegno costante e di qualità da parte degli Amministratori Locali chiamati a far parte del Consiglio Direttivo.

Se a tutto ciò si aggiungono le modalità di nomina degli altri componenti del Consiglio, caratterizzate da eccessi burocratici, centralismi paralizzanti e mai sopiti vizi di ingerenze partitiche che spesso privilegiano più la fedeltà ai decisori che la competenza, si comprende la difficoltà di proporre i parchi come modelli di uno sviluppo alternativo da applicare anche al di fuori dei loro confini.

Alcuni segnali che provengono dall’attuale esperienza dei parchi evidenziano oltretutto una preoccupante tendenza ad uniformarsi al modello di sviluppo dominante, che rischia di configgere con le loro finalità istituzionali e quindi con la loro stessa ragione di esistere.
L’attuale ossessione economicistica finisce per appannare la ragione stessa della esistenza dei parchi che è quella di “guardare alla persona in tutte le sue dimensioni (non solo alla dimensione economica) e alla natura di cui la persona è parte”.
La domanda è: al di là delle celebrazioni di un anniversario importante, i due parchi centenari saranno in grado di avviare al riguardo una riflessione che appare sempre più necessaria?

Ridare vitalità alle aree protette

La sfida dei prossimi anni

Mauro Furlani

Camerino: la prima sfida del 10%
Prima degli anni ’80 del secolo scorso la superficie totale delle aree protette in Italia era davvero ben poca cosa, anche se tra questa erano compresi parchi storici e di grande rilevanza naturalistica, come il Gran Paradiso, il Parco d’Abruzzo, lo Stelvio e poco altro, tutti istituiti molti decenni prima.
Gli anni ’80 mostrarono un grande risveglio naturalistico e protezionistico: sorgevano nuove Associazioni e nascevano, sfruttando l’humus molto fertile del fervore ambientalista del Paese, formazioni politiche con l’intento di raccogliere alcune delle istanze che stavano diffondendo nella società. Le stesse formazioni politiche tradizionali, allora ben inserite nel tessuto sociale e culturale del tempo, non potendo farsi sfuggire questo fermento sociale, accoglievano all’interno dei propri programmi molte delle istanze che emergevano prepotenti e diffuse all’interno della società.

La svolta decisiva in Italia, per quanto riguarda il rilancio delle aree protette, si ebbe durante e a seguito del Convegno di Camerino, voluto dal Prof. Franco Pedrotti. Il Convegno ebbe un risalto molto ampio, forse superiore a quanto gli organizzatori si sarebbero attesi.
Se riflettiamo sul numero delle persone e delle istituzioni che quel convegno ha coinvolto, ci rendiamo conto del clima culturale e dell’attenzione politica che stava nascendo attorno alle aree protette. Ai due giorni di lavoro parteciparono circa 400 persone, con 70 interventi; vi aderirono uomini politici e personalità di varie estrazioni culturali. Se pensiamo all’oggi, sembra proprio un’altra era…

Erano anche anni di crescita culturale, di discussioni sulle aree protette, sulla loro funzione ambientale e sociale, ma anche economica, di confronto reale, prima che il tutto si appassisse e venisse dirottato in ambiti virtuali, privandoli di quel coinvolgimento emotivo che caratterizzava quella fase storica.
Spesso erano anche momenti di scontro, soprattutto con il mondo venatorio, allora in espansione numerica e in fase di trasformazione anche culturale, che consoliderà la tendenza, già avviata negli anni precedenti, di una caccia consumistica ben lontana dalle tradizioni venatorie del passato. Scontro forte vi era anche con coloro i quali vedevano nella montagna un luogo da sfruttare per insediare strutture residenziali, affiancati dagli operatori turistici delle neve, con il rischio di ripercorrere le vie che hanno segnato lo sfruttamento delle coste. Anche se siamo decisamente fuori tempo, non traendo alcun insegnamento dell’esperienza, nel vedere taluni progetti attuali sembra proprio che quel modello non sia mai del tutto tramontato; al contrario, grazie ai fondi europei di Ripresa e Resilienza (PNRR), trova oggi maggiore vigore e aggressività.

Evocare l’istituzione di nuovi parchi nell’entroterra, le cui popolazioni erano già esasperate dalla marginalità a cui le aree montane li avevano da tempo costrette, era vissuto come un ulteriore motivo di costrizione e di espropriazione delle poche risorse residue, tutto a vantaggio di una crescente percentuale di popolazione urbanizzata e ritenuta privilegiata.
L’elaborazione culturale sulla protezione della natura di quegli anni, le proposte di istituire nuove aree  protette, non era riuscita a coinvolgere e a saldare un’alleanza e una condivisione di obiettivi così profeticamente auspicata da Valerio Giacomini nel suo libro Uomini e Parchi, laddove affermava che il grande significato di un parco è “ricercare nuovi comportamenti di compatibilità fra sviluppo antropico ed il mantenimento degli equilibri naturali, fissando i parametri qualitativi e quantitativi di tale compatibilità.”

Furono anni in cui la Natura era ancora in grado, all’interno delle Università e delle Associazioni ambientaliste, di formare culturalmente i giovani, i quali potevano realisticamente sperare di mutuare le loro conoscenze, passioni e oggetto dei propri studi, in prospettive professionali.

Tutto questo negli anni è venuto meno, con la conseguente rarefazione di studi di carattere naturalistico all’interno dei nostri Atenei, relegando, chi si occupava di natura, alla marginalità, alla sola attività di volontariato e a pura passione personale.
L’impossibilità di concretizzare le conoscenze e le competenze in ambiti professionali ha spesso costretto i giovani a una perdurante precarietà, a un allontanamento e un distacco anche da quel mondo associativo che aveva rappresentato motivo di crescita negli anni precedenti.

Come fatto cenno poco sopra, a seguito della spinta che proveniva dal sociale sono nate anche rappresentanze politiche. Per non farsi sfuggire questa cospicua percentuale di elettorato, i partiti tradizionali di allora infarcivano i loro programmi con obiettivi ambientalisti, spesso presi dalla società civile e dall’ambientalismo diffuso.
Malgrado i risultati sperati furono ben lontani dalle aspettative, la situazione appare ben diversa rispetto a oggi, dove a riempire gli stringati programmi elettorali è un nuovo lessico, spesso privo di significato.
Si abusa di termini come green, seguito da qualsiasi cosa con cui possa farci una rima adeguata, eco, prefisso seguito da una parola che possa apparire con un senso, sostenibilità, resilienza e via dicendo, catturati dall’informe società dei social i termini che in quel momento appaiono di maggior effetto.

Come espresse efficacemente Piero Belletti nell’intervento al convegno tenuto qualche anno fa a Trento, il riflesso di questo decadimento culturale si evidenzia, negli anni successivi al 1983, data della istituzione del Ministero dell’Ambiente, con l’impoverimento culturale dei vari Ministri che si sono susseguiti ai primi di elevato spessore. Apice di questa trasformazione si è infine raggiunto con il Governo Draghi, in cui il temine ambiente, forse non sufficientemente green o troppo impegnativo, è stato sostituito dalla locuzione ben più accattivante di Ministero per la Transizione ecologica. E l’ambiente che fine ha fatto? Sarebbe forse utile una riflessione anche all’interno delle Associazioni ambientaliste, alcune delle quali salutarono con interesse questa trasformazione.
Ritornando al Convegno di Camerino, forse l’Italia degli anni ’70 e ’80, con appena 1,5% del territorio protetto, percepiva il divario quasi umiliante con altre nazioni europee che già potevano vantare una percentuale nettamente superiore alla nostra: 20% in Germania Federale, 8% in Francia e così via con percentuali ben al di sopra di quelle italiane.

Quell’evento non fornì solo la spinta ideale che ha fatto compiere ampi passi in avanti, fu esso stesso il risultato di un clima culturale in fermento durato alcuni anni e fu altresì la base programmatica dei decenni successivi, ben lontani dalla realtà più complessa di oggi.

Fu proprio in occasione di quel convegno che venne lanciata la sfida del 10%, all’epoca quasi un’utopia.
Gli anni che seguirono furono particolarmente favorevoli a preparare il terreno al varo di numerose leggi, a partire da quella sulla difesa dei suoli del 1989, a cui seguì, due anni dopo, la Legge quadro 394 sulle aree protette e ancora la Legge 157 sulla Tutela della fauna omeoterma e il prelievo venatorio. Quest’ultima Legge sancì finalmente un principio cardine per la protezione della fauna in cui lo Stato avocò a sé la proprietà, sancendo la sua inalienabilità, derogando e consentendone, limitatamente ad alcune specie, il prelievo venatorio.

Il varo della Legge quadro sulle aree protette, il cui primo firmatario e relatore fu l’on Gianluigi Ceruti, aprì la strada alla grande espansione del numero di riserve Statali, ma soprattutto all’istituzione di nuovi Parchi nazionali. Nacquero, a seguito della applicazione della Legge ,il parco delle Foreste Casentinesi, dell’Appennino Tosco Romagnolo, della Sila fino a quello del Gennargentu e altri. All’interno della cornice normativa nazionale, le Regioni a loro volta legiferarono e istituirono Parchi di più limitata estensione.

In questi anni vi furono numerosi tentativi di modificare profondamente i contenuti della 394/91; tra questi il tentativo di introdurre royalties per lo sfruttamento di alcune risorse all’interno dei parchi. Se questa modifica fosse andata a compimento, i parchi sarebbero stati assoggettati economicamente ai potentati economici, decretandone probabilmente il loro definitivo deragliamento rispetto allo loro missione. Si pensi solo al rischio che correrebbero oggi, con la crisi energetica, e il peso economico delle grandi società di produzione di energie da fonti alternative come il fotovoltaico oppure l’eolico.
Un documento, frutto di mesi di discussioni serrate, fu presentato al Convegno di Fontecchio, in Abruzzo, e sottoscritto da quasi tutte le Associazioni nazionali; esso riassume i mesi di discussione e pone dei limiti invalicabili e dei motivi di discussione su eventuali interventi alla normativa vigente. https://www.pro-natura.it/lettore-news/la-carta-di-fontecchio.html

Le aree protette non possono essere oasi nel deserto
L’istituzione delle aree protette ha rappresentato un grande momento di crescita culturale e anche economica per le aree interne, nonché luogo di conservazione degli habitat e della biodiversità. È stato così possibile sottrarre dal degrado numerosi habitat e all’estinzione molte specie.
Si pensi all’orso marsicano, al camoscio in Abruzzo, allo stambecco nel Gran Paradiso o ancora al gipeto e altre. Se estendiamo questo ragionamento alle aree marine protette, troppo spesso dimenticate anche a causa del loro status amministrativo incerto, la cernia bruna del Mediterraneo tutelata nelle aree marine dell’Asinara, delle Tremiti, nelle Egadi e a Portofino, o ancora la foca monaca, o habitat come le praterie di posidonia e altre.

Negli anni, con l’affievolirsi della spinta emotiva e culturale, i parchi si sono trasformati sempre più spesso in aree a limitata autonomia, talvolta assediati da spinte localistiche conflittuali, fino a prevalere su quelle di conservazione.
Ciascuna amministrazione locale ha rivendicato la sua quota di proprietà e di autonomia. Il caso estremo si è visto con il Parco Nazionale dello Stelvio, tripartito tra la Lombardia e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Ad attenuare l’efficacia funzionale delle aree protette è la difficoltà di dialogo con le aree circostanti, anzi, spesso i parchi sono diventati dei fortilizi aggrediti al loro interno da spinte localistiche più attente agli aspetti promozionali, turistici che a quelli di conservazione, e assediati dall’esterno.
Ciò vale per i parchi nazionali, ma ancor di più per gli altri istituti, come le riserve statali, i parchi regionali, mai integrati funzionalmente tra loro e soprattutto con la Rete Natura 2000, che avrebbe dovuto, appunto, rappresentare una rete strutturale e funzionale.
Se le aree protette perdono la capacità di esportare all’esterno la loro missione di protezione e conservazione sono destinate a perdere la loro l’efficacia, avviandosi a una deriva e a un mesto declino.

Pochi mesi fa ci ha lasciati Edward Wilson, zoologo e grande studioso di formiche, padre della discussa teoria sociobiologica ma anche, insieme a McArthur, autore della teoria sulle biogeografia insulare.
Secondo la teoria di McArthur e Wilson il numero di specie che un’isola può contenere è in proporzione alle dimensioni dell’isola. Ciò significa che se un’isola è di grandi dimensioni, la maggiore disponibilità di habitat può accogliere un numero maggiore di specie.

Come si può comprendere facilmente, altri fattori contribuiscono a elevare il numero di specie: tra questi la distanza dalla sorgente da cui le specie insediate traggono origine e le condizioni ambientali generali, come il clima, le influenze antropiche, ecc. Per quanto riguarda la distanza dal centro di origine delle componenti biotiche è verificato che maggiore è la distanza che separa un’isola dal centro di origine e più lenta potrà essere la sua colonizzazione nel tempo.
Le isole, per altro, sono spesso anche uno scrigno di endemismi faunistici e floristici, proprio grazie al più o meno lungo periodo di isolamento geografico e dalla distanza che separa l’isola dalla sorgente principale delle sue componenti biologiche.
Negli anni il concetto di isola è stato notevolmente ampliato rispetto alla semplice dizione geografica, estendendo il concetto in termini biologici a tutte quelle aree che si trovano isolate dal contesto principale, almeno spazialmente.
Seguendo questa estensione possiamo dire che un’isola biologica può essere un lago, per pesci e anfibi; analogamente, per gli animali che si spostano sul terreno, anche una grande infrastruttura o lembi forestali isolati ecc. Dunque, un’isola biologica ha un significato ben più ampio di un’isola geografica.
In questo concetto, anche le condizioni orografiche possono rappresentare efficaci barriere per numerose specie. I tempi, se non geologici ma superiori a quelli storici, hanno fatto sì che le montagne sviluppassero e conservassero, un po’ come delle isole, numerosi endemismi.
Nella mia regione, le Marche, il piccolo lago di Pilato, relitto glaciale all’interno di un circo glaciale del quaternario, conserva un piccolo crostaceo anostraco, privo di esoscheletro, risultato dell’isolamento di alcune decine di migliaia di anni.

La teoria di Wilson e McArthur pone i primi dubbi sulla piena efficacia degli strumenti di protezione, se non inserite all’interno di una gestione del territorio più esteso. Gli effetti positivi di protezione tendono a diminuire se questi luoghi di naturalità sono inseriti all’interno di una matrice di territorio fortemente antropizzato. Questo ci costringe a un ripensamento delle aree protette, sia in funzione alle loro dimensioni e ai loro confini che alle strutture di collegamento funzionale con altre aree di naturalità.
Le aree di protezione, proprio per non perdere la loro efficacia funzionale, devono essere sottratte al rischio di isolamento e riuscire a connettersi con le aree limitrofe, ma anche con altre strutture di protezione, in una rete funzionale, organizzate come tessuti e organi in un corpo. La Rete Natura 2000 svolge in parte proprio questo compito: creare una rete di collegamento tra habitat, compresi quelli all’interno di aree protette.
 Senza alcun dubbio la promozione per l’istituzione di aree protette da parte di gruppi di persone, comitati e Associazioni è un fatto molto positivo, i cui vincoli e confini non dovrebbero essere subordinati a quelli amministrativi. Lo strumento di protezione è tanto più efficace quanto più riesce a superare i localismi, ovviamente dialogando con le amministratori locali, ma ponendo la conservazione come fine ultimo e prioritario.

La sfida 30/30
Recentemente l’Unione Europea ha emanato dei caposaldi per cercare di arginare la perdita di biodiversità, lanciando la sfida del 30% di aree terresti protette in tutta l’Unione, cui aggiungere una analoga percentuale di aree marine, entro il 2030.
Considerando gli istituti dei parchi e le superfici comprese nella Rete Natura 2000, l’obiettivo, seppure ambizioso, non sembra più ardito rispetto a quello che 40 anni fa pose l’asticella al 10%.
Finalmente le aree protette potrebbero di nuovo integrarsi con il mondo della ricerca e con quello ambientalista, riposizionandosi al centro non solo di una strategia di conservazione, ma come modello di sviluppo esportabile anche in contesti diversi rispetto alle aree protette.
Per portare avanti questa strategia serve coraggio, ma servono competenze tecniche e scientifiche, il supporto di Università, Istituzioni scientifiche, musei naturalistici, nonché del mondo dell’ambientalismo, fino ad ora quasi del tutto esonerati dalla gestione del territorio.

Il raggiungimento del 30% di aree protette entro il 2030 rimane un obiettivo puramente tecnico se non accompagnato da un altro, non meno importante ma forse più impegnativo: quello della percezione della natura vissuta dalle persone.
Negli anni questa percezione è stata completamente alterata. Pochi oggi possono dirsi non attratti dalla natura e mai farebbero scelte personali in contrasto con essa: dallo stile alimentare all’attrazione nei confronti di animali di affezione, fino ad assumere qualche comportamento salutista, usando un termine più di moda, green.
Non è certo casuale il grande successo e la tendenza sempre più diffusa da parte di alcune personalità dello spettacolo di utilizzare gli ambienti naturali come le spiagge o prati montani, per spettacoli o assembramenti di massa. È sufficiente inserire all’interno dell’organizzazione qualche accorgimento a buon mercato, come la sostituzione di bottigliette di plastica con contenitori in alluminio, qualche pannello solare ad alimentare assordanti casse acustiche, o cibi di provenienza bio e così via. Il gioco è fatto, la mistificazione consumistica e mediatica protratta.

Poco importa se per la produzione di un contenitore in alluminio è necessario un investimento energetico molte volte superiore a quello della plastica oppure se in un ambiente naturale l’inquinamento comprende anche quello acustico.
Poco importa poi se si interviene in un fragile ambiente naturale, come un prato di montagna o sopra dune costiere, modificandone per decenni le loro caratteristiche morfologiche, faunistiche e vegetazionali.

I cittadini che alimentano cinghiali o altri animali divenuti semidomestici alle periferie delle città, lo fanno nella assoluta convinzione che sia un comportamento del tutto naturale, ignorando come i propri comportamenti umanizzano, addomesticano animali che dovrebbero frequentare altri ambienti e non mendicare tristemente del cibo. Una percezione della natura diventa del tutto asservita e del tutto addomesticata.

Andrebbe ricostituito, all’interno di un sentire comune, un nuovo modo di pensare la natura: la percezione di una natura selvaggia, quel concetto di wilderness, di natura indisponibile, che ogni area protetta dovrebbe conservare, cuore pulsante e scrigno inviolabile al proprio interno.
Da questo arretramento dell’uomo da alcuni ambienti naturali nasce la proposta, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso di richiedere che almeno una “montagna sacra”, una sola, sia resa libera della nostra presenza.

Energia: come stanno davvero le cose?

Piero Belletti

Nel momento in cui scriviamo (fine agosto) non c’è telegiornale che non apra le trasmissioni con un servizio sul caro energia, con riferimento in particolare al gas. Innumerevoli le inutili e ripetitive interviste a persone (di solito esercenti o industriali) che affermano testualmente: “ecco la mia ultima bolletta: rispetto alla precedente è triplicata, anche se i consumi sono rimasti gli stessi”.

E qui sta il problema. Nonostante si parli, anzi si straparli, di green economy, di sostenibilità ambientale, ecc. i consumi non diminuiscono. Eppure appare evidente a tutti che l’unica strategia (o comunque la più importante) per cercare di attenuare i problemi in questo campo è proprio il risparmio energetico. Ma siccome non conviene, allora è meglio non parlarne. Oppure usarlo per prendere in giro la gente, affermando che il tal prodotto consuma meno energia del modello precedente, in modo da consentirci di ampliare la gamma di strumenti energivori per renderci più agevole la vita.

In realtà, tutti puntano sull’incremento dei consumi energetici: se poi questo vuol dire accentuare le cause scatenanti il cambiamento climatico, pazienza…. Se la temperatura aumenterà ancora, potenzieremo il nostro impianto di condizionamento; se mancherà l’acqua, la cercheremo sempre più in profondità oppure dissaleremo quella del mare, innescando perversi circoli viziosi di cui è fin troppo facile intuire le drammatiche conseguenze.
Ci sono le energie rinnovabili, dirà qualcuno. Qualcun altro ipotizza addirittura il ricorso al nucleare cosiddetto “pulito” (che è un evidente ossimoro…). Bene ha fatto Mario Tozzi a invitare i politici che, in questa aberrante e meschina campagna elettorale, propongono il ritorno al nucleare, a dirci anche esattamente dove le nuove centrali verranno costruite e dove le scorie radioattive da esse prodotte verranno immagazzinate.

Ma c’è un altro dato che dimostra come il discorso sull’energia venga manipolato. Tutti affermano che il ricorso alle energie rinnovabili dovrebbe migliorare in modo significativo l’impatto ambientale delle nostre attività. Lasciando per il momento perdere le considerazioni sul fatto che spesso le energie rinnovabili un impatto ce l’hanno eccome (pensiamo all’idroelettrico oppure al fotovoltaico su terreni agricoli), si avrebbero effetti positivi se le energie rinnovabili sostituissero quelle ottenute da combustibili fossili. Ma non è così: le energie rinnovabili oggi in pratica si aggiungono a quelle prodotte con metodi inquinanti e climalteranti.
Lo confermano i dati sui consumi di petrolio nel nostro Paese. Dopo un calo nel 2020 e nel 2021 (dovuto però alla pandemia e non certo a politiche ispirate e lungimiranti), nel 2022 siamo più o meno tornati ai livelli precedenti. Livelli che, almeno dal 2014 in poi, avevano mostrato un andamento crescente. Quindi, continuiamo a consumare (ben che vada…) la stessa quantità di petrolio del passato, anche se le disponibilità energetiche aumentano, grazie alla diffusione di quelle rinnovabili. Sarà il caldo, ma c’è qualcosa che non mi convince in questo ragionamento.

La fine del Mondo

L’Orologio dell’Apocalisse è a 100 secondi dalla fine del mondo. Ma cos’è l’Orologio dell’Apocalisse? E persino – cos’è la fine del mondo?

Riccardo Graziano

La prima risposta è semplice: l’Orologio dell’Apocalisse (in inglese Doomsday Clock, letteralmente l’Orologio del Giorno del Giudizio) è un’ideazione del 1947, agli albori dell’era atomica e della Guerra Fredda fra USA e URSS. Un gruppo di scienziati di Chicago propose di immaginare un orologio nel quale la mezzanotte rappresentasse la fine del mondo e le lancette venissero regolate in base al rischio e alla criticità del momento, per rendere plasticamente visibile all’opinione pubblica la gravità della situazione. All’epoca della sua istituzione, l’Orologio prevedeva solo la possibilità di olocausto nucleare a seguito di una guerra atomica ed era arrivato fino a meno due minuti dalla mezzanotte. Dal 2007, in un clima geopolitico mutato, vengono presi in considerazione anche altri scenari in grado di arrecare danni apocalittici all’umanità, quali i cambiamenti climatici ormai in corso. La posizione delle lancette viene fissata in genere una volta l’anno e ora siamo a meno 100 secondi, mai così vicini alla fine del mondo, almeno secondo l’opinione degli scienziati che si occupano di “spostare” le lancette a seconda del contesto, in base comunque a valutazioni piuttosto rigorose e supportate da fatti.

Ma veniamo alla seconda domanda: cosa intendiamo per “fine del mondo”?
Se pensiamo all’Universo, possiamo stare relativamente tranquilli: si espande da 14 miliardi di anni e continuerà a farlo per un tempo più o meno simile, dopodiché non si sa cosa succederà, perché i cosmologi non hanno ancora capito bene se continuerà a crescere o se collasserà su se stesso, magari innescando un nuovo Big Bang, ma abbiamo un tempo sufficientemente lungo per occuparcene.
Se invece pensiamo più modestamente al nostro Sistema Solare, anche qui non abbiamo grosse preoccupazioni: il nostro Sole è una “Nana Gialla”, una stella estremamente stabile che produce energia e calore bruciando idrogeno da 5 miliardi di anni e continuerà per altrettanto tempo a farlo, fino a quando esaurirà il combustibile. A quel punto, prima collasserà su sé stesso a causa della forza di gravità, poi la violenta compressione provocherà un’esplosione di potenza inimmaginabile, facendolo espandere alle dimensioni di una “Gigante Rossa” la cui circonferenza arriverà fino all’orbita terrestre, investendo il nostro povero pianeta e friggendo qualunque forma di vita vi fosse ancora presente. Ma anche qui, abbiamo ancora parecchio tempo per preoccuparci e non è il caso di considerarla un’urgenza.

Ma c’è un’altra “fine del mondo” da tenere in considerazione: quella dell’Umanità, intesa come estinzione di massa, o comunque della civiltà come oggi la conosciamo, con un collasso epocale in termini sia numerici, sia di condizioni di vita, o meglio di sopravvivenza. E qui i rischi ci sono, gravi e incombenti.
I mutamenti climatici sono ormai evidenti a tutti, tranne ai negazionisti di mestiere, come è anche chiara la nostra responsabilità diretta in ciò che sta accadendo, tanto che l’attuale epoca viene definita Antropocene, per rimarcare l’influsso dell’Uomo sul sistema terrestre. Siamo anche abbastanza consci del fatto che stiamo inquinando il pianeta, a partire dall’accumulo delle plastiche nell’ambiente. Più sfumata invece la percezione della perdita della biodiversità e dei rischi sistemici che questa comporta. Ma quella che manca quasi totalmente è la consapevolezza della gravità della situazione, tranne che fra gli addetti ai lavori e fra gli ambientalisti, che però ancora troppo spesso vengono etichettati come Cassandre, allarmisti, pessimisti e chi più ne ha più ne metta.
Purtroppo non è così. Come ha scritto giustamente qualcuno anche su queste pagine, la realtà non lascia più spazio al pessimismo. La situazione attuale ricalca quella preconizzata 30 o 50 anni fa dagli esperti che disegnavano scenari futuri a 30 o 50 anni. Le loro previsioni si sono puntualmente concretizzate, in alcuni casi in termini persino peggiori di quanto paventato. Chi scrive ricorda per esempio una conferenza sull’ambiente di oltre trenta anni fa, nella quale il relatore metteva in guardia sul fatto che con lo scioglimento dei ghiacciai e il modificarsi del regime delle precipitazioni, alla lunga le risaie del Piemonte avrebbero potuto trovarsi in difficoltà per carenza d’acqua nel periodo della coltivazione: ed eccoci qua, esattamente in quella situazione, con parecchi risicoltori in seria difficoltà, come peraltro molti altri coltivatori, messi in ginocchio da una siccità senza precedenti e successivamente colpiti da eventi meteorologici estremi, grandinate e alluvioni che hanno spazzato via in pochi minuti il lavoro di un’intera stagione.

Non siamo ancora ai livelli di una possibile carestia, ma il rischio diventa di anno in anno più concreto, specialmente in un Paese che continua insensatamente a cementificare e asfaltare i campi coltivabili e che nell’arco di pochi decenni ha ridotto drammaticamente la propria sovranità alimentare, ovvero la capacità di produrre sul proprio territorio il cibo destinato alla sua popolazione. Attualmente, siamo già costretti a importare l’equivalente del 38% del nostro fabbisogno di proteine e calorie. Ciononostante, continuiamo a erodere la nostra superficie coltivabile: lo stesso PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrebbe guidare la “transizione ecologica” prevede di sacrificare ulteriori 200.000 ettari di terre fertili per la produzione di energia “verde”.

Nessuno contesta la necessità di riconvertire la produzione energetica puntando sulle rinnovabili e abbandonando il più velocemente possibile le fonti fossili, anzi, gli ambientalisti lo sostenevano da decenni, ben prima che la guerra in Ucraina mettesse in luce la nostra dipendenza dalle forniture russe. Tuttavia, generare energia a scapito della produzione agricola non sembra affatto una buona idea, perché lo stesso conflitto ha messo bene in evidenza anche la nostra dipendenza dalle importazioni di grano da Russia e Ucraina, cosa della quale non avevamo contezza. Per essere davvero “resiliente“, una nazione dovrebbe prima di tutto puntare all’autosufficienza alimentare oltre che energetica, sfruttando con oculatezza le proprie risorse ambientali, a partire dall’acqua e dalle terre fertili per arrivare al sole e al vento, che dovrebbero diventare i nostri fornitori esclusivi di energia, senza però impattare sull’ambiente. Constatare che il PNRR non è sufficientemente incisivo in questa direzione, anzi che addirittura si muove in modo contraddittorio, non è per nulla rassicurante.

La situazione è persino peggiore se allarghiamo lo sguardo a livello globale. Pensiamo al fondamentale rapporto “I limiti dello sviluppo” commissionato dal Club di Roma al MIT di Boston, che proprio quest’anno compie 50 anni e che ha chiarito oltre ogni dubbio che non si può crescere all’infinito in un sistema finito, quale è il nostro pianeta. Gli scenari delineati da quello studio sono attualissimi e le previsioni si sono dimostrate azzeccate, alla faccia delle innumerevoli critiche che hanno cercato di delegittimare il rapporto in ossequio alla concezione “sviluppista” tuttora in corso. Dopo la flessione produttiva dovuta alla pandemia Covid-19, abbiamo sentito da più voci ripartire il mantra della “crescita”, vista come unica opportunità per garantire benessere. Evidentemente, non abbiamo ancora capito la situazione.

Eppure, i segni della catastrofe imminente sono già presenti, non sono nemmeno più “segnali premonitori”, tuttavia ci rifiutiamo di vedere le cose per quello che sono e, soprattutto, non sembriamo intenzionati a porre rimedio alla situazione, perché ciò significherebbe mettere in discussione le nostre abitudini e i nostri stili di vita, mutare radicalmente il nostro paradigma produttivo ed economico. Tutte cose che non vogliamo fare, anche se ci stanno portando verso l’autodistruzione. Perché ci sono seri motivi se gli scienziati hanno messo le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a soli 100 secondi dalla fine.

Il 2022, ci dice la cronaca, è l’anno più caldo e arido di sempre. Finora. Ma per visualizzare la situazione occorre un cambio di prospettiva: il 2022 rischia di essere l’anno più fresco e mite dei prossimi 30 anni, poi forse la situazione peggiorerà ulteriormente, ma di quello non è il caso di preoccuparsi, perché è possibile che ci estingueremo prima, a causa del collasso delle risorse planetarie, a partire da acqua e cibo, e delle guerre e dei conflitti che si innescheranno per accaparrarsi tutto il possibile. La conflittualità mondiale è in crescita esponenziale: russi contro ucraini, israeliani contro palestinesi, cinesi contro taiwanesi, bianchi contro neri, uomini contro donne, tutti contro tutti. Segno di un’umanità in declino che si auto divora nell’illusione di poter sopravvivere a scapito dell’altro, homo homini lupus e mors tua vita mea direbbero gi antichi. In alternativa, alcuni mega ricchi hanno pensato di blindarsi in Nuova Zelanda, paese ricco di risorse, probabilmente il più attento e avanzato in termini di tutela ambientale e, cosa non trascurabile, decisamente isolato dal resto del mondo. Un’isola felice dove i drammi globali impatterebbero assai meno che altrove. Ma le strategie di aggressione o fuga rischiano di essere entrambe fallimentari.

Il riscaldamento globale provocherà mutamenti climatici estremi, di cui i fenomeni attuali sono solo una pallida anteprima. L’alimentazione mondiale, basata su una varietà limitatissima di prodotti coltivati industrialmente, è totalmente priva della resilienza garantita dalla biodiversità: se le mutate condizioni climatiche dovessero impedire qualcuna delle monoculture su cui si basa il sistema agroindustriale, rischiamo di non avere un’alternativa in grado di sopperire ai mancati raccolti. L’accordo di Parigi prevedrebbe di contenere il surriscaldamento globale “ben al di sotto di 2°“, ma il modello di business che continuiamo a perseguire rischia di portare a un aumento medio anche di 3° - 3.5° nell’arco di questo secolo, con conseguenze inimmaginabili. Di sicuro, i ghiacciai sono destinati a scomparire nel giro di pochi anni, gradualmente o anche in modo traumatico, come ci ha mostrato la tragedia della Marmolada.

I mari saliranno inesorabilmente, nel 2050 il livello potrebbe essere più alto di 30 o 90 centimetri, a seconda degli studi. Se vi sembrano pochi, provate a chiederlo ai veneziani in un giorno di “acqua alta”. Oppure calcolate la porzione di territorio del Bangladesh destinata a diventare invivibile a causa di alluvioni o della salinizzazione delle falde acquifere, tenendo presente che sono 160 milioni in un territorio metà dell’Italia, quindi ogni Km quadrato perso vuol dire 1.000 profughi climatici. In circa trent’anni, la Grande Barriera Corallina australiana, culla di biodiversità oceanica, ha perso metà della sua superficie e rischia di scomparire del tutto, perché innalzamento e acidificazione delle acque uccidono i coralli. Entro il 2050 in mare ci sarà più plastica che pesce, lo dicono i numeri, ma noi pensiamo di aumentare ancora la produzione di plastica e sfruttiamo i banchi ittici più velocemente d quanto siano in grado di ripopolarsi. E sulla terraferma non va meglio.

La fotografia è quella di un pianeta al collasso, non più in grado di mantenere una umanità in crescita di numero e voracità. Tuttavia, lo scenario attuale è in genere quello del business as usual, avanti come se nulla fosse, continuando a segare il ramo su cui stiamo tutti seduti.
Eppure i rimedi li conosciamo da tempo: stop ai combustibili fossili, fermare il consumo di suolo, mangiare meno carne, elettrificare i trasporti utilizzando le rinnovabili, implementare l’economia circolare… Una pletora di buone intenzioni attuate solo in minima parte, insufficiente a cambiare il corso delle cose.

Noi, gli ambientalisti accusati di pessimismo, disfattismo e di “dire di no a tutto”, continueremo a impegnarci per invertire la rotta, per frenare il disastro, per salvaguardare l’ambiente, ma le forze a disposizione sono poche. Chi invece devasta ha dalla sua fiumi di denaro, potere e influenza su politici e sistema mediatico. Ma a pesare di più sul piatto della bilancia e a farci scivolare inesorabilmente verso il baratro è soprattutto l’inerzia, o forse il menefreghismo, della grande massa della popolazione, troppo incentrata su una quotidianità sempre più faticosa per vedere la catastrofe all’orizzonte.
A fronte di ciò, come detto, noi ambientalisti possiamo solo impegnarci in prima persona per quanto possiamo e informare l’opinione pubblica sulla gravità della situazione: siamo a meno 100 secondi dall’Apocalisse, dice l’orologio, mai così vicini. Tradotto, i dati e le previsioni di quelli che ci hanno già azzeccato in passato ci dicono che siamo a una trentina d’anni da un epocale collasso planetario, graduale o repentino che sia, che rischia di spazzare via le generazioni presenti, non quelle future. 0ra lo sapete. Se decidete di agire, fatelo alla svelta.

Due Parchi, cento anni, sei parole

Toni Farina

Due parchi: Abruzzo (Lazio e Molise) e Gran Paradiso. Cento sono gli anni trascorsi dalla loro nascita. Una ragione più che valida per fare festa. E sono stati soprattutto giorni di festa con tanto di taglio di torta quelli trascorsi a Roma da venerdì 22 a domenica 24 aprile all’Auditorium Parco della Musica. Tre regioni di incontri finalizzati soprattutto a enfatizzare i risultati raggiunti. In primis la salvezza delle specie simbolo dei due parchi, orso marsicano e stambecco che uniti vivacizzano il logo ideato per il centenario. E non sono risultati di poco conto, considerati i 69 anni trascorsi dal 1922 al 1991, anno di approvazione della legge quadro nazionale che ha dato finalmente origine a un sistema nazionale di aree protette.
Un evento nazionale che sarà seguito da eventi locali fino alla primavera del 2023. Sarà opportuno che in tali sedi non ci si limiti alle celebrazioni, ma si ragioni sui cento anni a venire che si annunciano tutt’altro che semplici.
L’evento nazionale che ha avuto eco mediatica soprattutto grazie alla presenza il primo giorno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Presidente non ha gratificato la platea con un intervento, ma la sua presenza è stata comunque un importante segno di attenzione istituzionale.
Officianti ufficiali della celebrazione sono stati i due presidenti: Giovanni Cannata, fresco di insediamento alla guida del Parco nazionale d’Abruzzo, e Italo Cerise che a settembre terminerà il suo secondo mandato alla guida del Parco nazionale Gran Paradiso. Dieci anni di impegno finalizzato in gran parte a consolidare il rapporto con le amministrazioni e comunità locali, a superare i dissidi che hanno caratterizzato la vita del parco. Obiettivo in buona parte raggiunto, considerata la folta presenza dei sindaci in sala, con tanto di fascia tricolore.

Molte le parole proferite negli incontri. Gli autorevoli intervenuti hanno ribadito concetti importanti, a partire dal valore della tutela della biodiversità, esaltato soprattutto da Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi: “l’Italia è il primo paese in Europa per varietà di specie naturali” (ma non è certo il primo per impegno nella loro tutela, aggiungo io).
Parole come un fiume in piena, dal quale ne ho tirate a riva quattro: laboratorio, territorio, governo, limite.
Laboratorio. I parchi “laboratorio di sostenibilità ambientale”, non è una tesi coniata di recente, ma nella tre giorni romana la tesi è stata ufficialmente sdoganata. Molti interventi hanno ribadito il concetto. Ma quanti l’hanno affermato con cognizione di causa? Perché se la missione dei parchi è questa, le risorse messe oggi a loro disposizione sono men che ridicole. Risorse finanziarie e risorse umane, la cui carenza è stata ampiamente ribadita dal Presidente Cerise.

Territorio. Termine che va per la maggiore, per i primi posti se la gioca con “sinergia” e “fare sistema”. Ascoltare il territorio, valorizzare il territorio, cose così, insomma. Ma, qual è il territorio di competenza di un parco? Soprattutto di grandi parchi come i festeggiati che interessano più regioni. Possono limitare la loro azione di governo all’area interna ai confini? Se così fosse la missione di cui sopra è fallita in partenza. Si pensi solo al turismo, alla mobilità dei flussi. Quando che nel consiglio direttivo del Gran Paradiso di cui faccio parte affermo che il parco inizia non a Ceresole o a Ronco, ma a Torino (per quanto riguarda il Piemonte), sono guardato in modo “strano”. Tuttavia, il flusso di visitatori motorizzati che preme ai confini dell’area protetta, fuggendo dalla città nelle torride domeniche estive è un problema la cui (difficile) soluzione va cercata fin dalla città o dalla pianura. E il parco volente o nolente è coinvolto.

Governo. O per meglio dire “governance”, termine tecnico che non poteva non entrare a buon diritto. Gli abissali ritardi nel rinnovo degli organi direttivi degli enti (presidente in primis) sono un vero handicap per la funzionalità degli enti. Ritardi in buona misura dovuti alla ricerca quasi paranoica della condivisione locale, con i veti incrociati e il bilancino a dosare l’alternanza fra regioni e comuni. E la competenza dei candidati quasi sempre messa nell’angolino.

Limite. Il termine ha in realtà brillato per l’assenza. A quel che ricordo soltanto direttore del Parco d’Abruzzo (Lazio e Molise) Luciano Sammarone ne ha accennato in una slide, facendo riferimento a forme di turismo in espansione, quale il turismo detto esperienziale o la fotografia naturalistica. Un segno questo di quanto tale termine continui a creare inquietudini.
A queste quattro parole ne aggiungo due che, al netto dei cali di attenzione, non ho udito negli interventi: libertà e pace.

Libertà. “Acque libere: uomini liberi - Qui comincia il paese della libertà”. Si incontrano queste parole su alcune bacheche collocate all’inizio di alcune frequentate mulattiere del Parco Gran Paradiso. Fanno parte di un manifesto dedicato al parco dallo scrittore e cineasta francese Samivel.
Subito a seguire però Samivel specifica: “La libertà di comportarsi bene”.
Come declinare questo invito oggi, 2022, anno secondo della transizione ecologica? Cosa vuol dire comportarsi bene in un parco naturale? Un luogo in cui Homo sapiens dovrebbe entrare in punta di piedi, perché la priorità andrebbe data agli altri esseri viventi. Per il Parco nazionale Gran Paradiso la risposta arriverà con l’approvazione del regolamento. Norme che dovranno sanare vuoti in diversi ambiti, da una puntuale pianificazione territoriale alla fruizione turistica. Norme che daranno un segnale per i 100 anni a venire.

Pace. Non so il terzo giorno di incontri, ma nei primi due questa parola non è giunta. Eppure, di questi tempi, un appello neppur troppo simbolico, alla pace fra Uomo e Natura sarebbe stato una bella cosa. Perché la pace fra uomo e natura non è poi molto diversa di quella fra uomini.
Auguri a noi e ai due parchi centenari. I prossimi cento sono un bel dilemma.

Appendice
C’è stata un’altra assenza durante la tre giorni romana: le associazioni di tutela ambientale. Gli “ambientalisti”. Nessun spazio è stato riservato alle associazioni negli interventi. Solo Legambiente aveva uno spazio espositivo dell’area detta “villaggio dei parchi”. Come interpretare tutto ciò?
Il movimento della protezione della natura è ormai obsoleto? Un fastidioso ingombro?
Un residuo del passato, di cui non si avverte più necessità? I parchi hanno dunque lasciato l’alveo originario per avventurarsi verso sorti magnifiche e progressive? Per una risposta non ci sarà da attendere 100 anni.

Transizione energetica: la vogliamo fare per davvero?

Riccardo Graziano

La transizione energetica è una necessità assoluta, sia in termini ambientali, sia in termini economici. L’Italia sembrerebbe esserne pienamente consapevole, tanto da aver istituito un apposito Ministero, che ha preso il posto di quello che era il Ministero dell’Ambiente. Sembrerebbe, appunto. Perché alle volte l’impressione è che il Ministro sia lì per ostacolarla, la transizione, o perlomeno per attuarla avendo come bussola di riferimento gli interessi di alcune compagnie energetiche, piuttosto che l’emergenza climatica. Infatti, suona abbastanza strano che per attuare il necessario e ormai indifferibile abbandono dalle fonti fossili che provocano l’effetto serra, si punti sul metano, gas fossile a elevato effetto serra. O che per diminuire la dipendenza dal gas russo si punti sul gas dell’Azerbaijan, paese contiguo alla Russia stessa. O ancora, che si indichi la soluzione miracolistica del nucleare di “quarta generazione”, che di fatto non esiste e che potrebbe essere operativo, forse, fra trent’anni, senza peraltro risolvere l’annoso problema delle scorie radioattive. Invece, dalle parti del Ministero si parla troppo poco di energie rinnovabili, che sono la vera soluzione ai problemi energetici del nostro Paese e la strada giusta per mitigare il riscaldamento globale, oltre a presentare vantaggi anche dal punto di vista economico e occupazionale.
Le ragioni per spingere in questa direzione sono essenzialmente tre: la necessitò di arginare la crisi climatica, la crescente competitività economica delle rinnovabili e il forte ritardo accumulato dall’Italia nel percorso di decarbonizzazione, che rischia di porci in difetto e farci sanzionare per il mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dagli accordi internazionali.

Il fatto che le rinnovabili rappresentino il futuro della produzione energetica è ben chiaro da tempo agli ambientalisti e a una fetta crescente di opinione pubblica, ma soprattutto lo hanno capito anche molti operatori del settore, che hanno fiutato ottime possibilità di business, specialmente in vista della pioggia di soldi in arrivo col PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, da attuare con i fondi previsti dalla UE.
Sono proprio questi produttori a premere sull’acceleratore e a mettere in risalto i vantaggi delle rinnovabili, fornendo forse la spinta decisiva verso la necessaria svolta energetica, da tempo auspicata dagli ecologisti. Ma non è tutto “verde” quello che luccica…

Partiamo dalle considerazioni economiche, che sono quelle più care ai produttori. Il prezzo dei contratti di acquisto a lungo termine di energia rinnovabile sono scesi a precipizio nell’arco di pochi mesi, passando da 270 €/MWh a 68 €/MWh, meno di un quarto rispetto all’autunno scorso. Inoltre, sul lungo periodo la IEA (International Energy Agency) prevede che almeno la metà degli asset (i beni di proprietà) delle aziende legate al fossile subiranno sensibili deprezzamenti già entro il 2036, abbassando la capitalizzazione di questi soggetti, motivo per cui anche le nazioni più retrive, Cina e India (che prevedono l’uscita dal fossile rispettivamente al 2060 e 2070) potrebbero decidere di anticipare la transizione, per evitare dissesti finanziari.

Accelerare sulla decarbonizzazione, oltre che una necessità ambientale, è dunque anche una scelta strategica vincente sul lato economico, con importanti ricadute positive tecnologiche e occupazionali. Le stime ci dicono che puntando in maniera decisa verso l’elettrificazione (nel settore della mobilità, nell’ambito domestico eccetera) nel 2030 il fabbisogno energetico italiano dovrebbe aggirarsi sui 340-350 TWh, anche se non è semplice calcolare i risparmi derivanti dall’aumento dell’efficienza e dalla progressiva dismissione delle raffinerie di combustibili fossili, impianti altamente energivori, oltre che fonte di inquinamento. Questo fabbisogno andrà soddisfatto aumentando la quota di rinnovabili nel mix energetico italiano, passando dall’attuale 40% al 72%. In termini assoluti, si tratta di passare dai circa 180 TWh prodotti col gas nel 2019 a 80 TWh nel 2030, mettendoci anche parzialmente al riparo dal’impennata dei prezzi di questo combustibile, che oggi pesa tantissimo sui rincari delle nostre bollette. Questi 100 TWh di differenza dovranno essere garantiti dall’installazione di nuovi impianti rinnovabili per 70 GW di potenza, essenzialmente fotovoltaico ed eolico, il cui prezzo è decisamente meno soggetto ai capricci del mercato, al limite un po’ a quelli del meteo. Per capirci, i rincari dei prezzi del gas hanno provocato un incremento della bolletta nazionale dai 44 miliardi del 2019 ai 75 del 2021, un aumento di 31 miliardi che ci saremmo risparmiato se avessimo già avuto un maggior apporto dalle fonti rinnovabili pari a quello previsto per il 2030, appunto 70 GW di potenza in più. Un obiettivo teoricamente a portata di mano, se si considera che Terna, il gestore della rete di distribuzione nazionale, ha già ricevuto richieste di allacciamento per 155 GW di nuovi impianti, più del doppio della cifra ipotizzata. La stessa Enel, maggior produttore nazionale, prevede 210 miliardi di investimenti “verdi” da qui al 2030 e l’uscita completa dal fossile nel 2040.

A fronte di ciò, i produttori lamentano la lunghezza degli iter autorizzativi (cinque anni il tempo medio per il via libera) e l’elevata percentuale di mancate autorizzazioni: su 42 pareri espressi dalle Regioni, 41 sono negativi, su 45 pareri espressi dal Ministero della Cultura, 35 sono negativi. Sempre i produttori pongono l’accento sulle calamità provocate dall’emergenza climatica, che ogni anno costano all’Italia miliardi di danni per compensare le devastazioni del territorio, sostenendo che la difesa del territorio medesimo passa proprio attraverso quegli impianti che spesso non vengono autorizzati per ragioni paesistiche e ambientali.

Ed è proprio qui che si annida il rischio che qualcuno ha giustamente intravisto nella modifica dell’articolo 9 della Costituzione, dove alla tutela del paesaggio si affianca quella dell’ambiente, anche a vantaggio delle “future generazioni”. Lo stesso rischio ancora più evidente nel “Decreto semplificazioni” studiato per eliminare i “lacci burocratici”, o nel continuo depotenziamento delle Soprintendenze. Il rischio, per dirla chiaramente, che il territorio e il paesaggio, elementi caratteristici e vincenti del Belpaese, vengano sacrificati per piazzare un po’ ovunque pale eoliche gigantesche o impianti fotovoltaici a terra, con la scusa di “tutelare l’ambiente a vantaggio delle future generazioni”. Secondo le previsioni dell’ISPRA – l’Istituto nazionale che si occupa di ricerca e protezione ambientale – e del GSE (Gestore Servizi Energetici) potremmo subire una perdita compresa tra i 200 e i 400 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui secondo Enel se ne aggiungerebbero altri 365 per nuovi impianti eolici.

E pensare che abbiamo una porzione enorme di territorio già ampiamente cementificato, asfaltato, impermeabilizzato, spesso già in stato di abbandono e degrado, senza necessità di devastare altro suolo. Sempre secondo l’ISPRA, la superficie di tetti dove sarebbe possibile installare pannelli fotovoltaici è sui 700/900 chilometri quadrati, quanto basterebbe per produrre i 70 GW in più che ci servono. Se poi aggiungiamo parcheggi e aree dismesse, possiamo valutare un’ulteriore superficie in grado di fornire altri 60 GW di potenza installata, senza consumare un metro di suolo. Eppure queste ipotesi non vengono minimamente prese in considerazione, mentre ci si ostina a voler occupare terreno vergine, che invece andrebbe riservato alla produzione agricola o alla tutela della biodiversità e dei servizi ecosistemici.

La sfida per le Associazioni ambientaliste è dunque quella di far capire all’opinione pubblica e ai produttori di energia che questa è la strada da percorrere, evitando il consumo di suolo e generando l’energia direttamente dove serve, sui tetti delle case e dei capannoni industriali o nei parcheggi dei centri commerciali, anziché in mezzo alle campagne. Facendo capire che non siamo quelli del “NO” allo sviluppo, bensì che vogliamo indirizzare il progresso in modo tale da ottenere la riconversione energetica senza danneggiare l’ambiente, puntando sull’innovazione tecnologica sia degli impianti di produzione e accumulo, sia della rete di distribuzione.