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Uomo e cinghiale, un rapporto difficile

Domenico Fulgione
Dipartimento di Biologia, Università degli Studi di Napoli Federico II

Questa storia inizia un milione di anni fa, quando per il Paleartico gironzolavano diverse forme di cinghiale. Il nostro Sus scrofa invadeva l’occidente, un suo parente stretto, Sus strozzi, che già frequentava la zona, si sarebbe speciato in Sus celebensis (poi finito a Solowesi), e Sus verrucosus, che segregò a Giava.
In quel periodo, noi sapiens non eravamo ancora usciti dall’Africa, comunque nostri lontani parenti già cacciavano e consumavano grossi mammiferi. Homo erectus non aveva particolare interesse per questi suidi, ritrovati solo per l’1% nei resti di questo abile cacciatore.
Homo erectus pare fosse molto attratto dai mammut, strano a pensare, ma probabilmente avevano carni più saporite e e riempivano più dispense.

Con l’avvento del Neanderthal le cose cambiano di poco: i resti di cinghiale nei ritrovamenti di questo ominide si aggirano intorno al 9%. Si deve andare a 120 mila anni fa per osservare la prima ondata di sapiens in Europa, questi amano utilizzare le mandibole dei cinghiali nelle cerimonie sacre (ritrovate nei pressi dell’attuale Turchia). Sebbene sembra ancora non piaccia particolarmente, la percentuale di ossa di cinghiale negli insediamenti oscilla tra 1 e 5 %.

Sapiens, lo sappiamo, è di bocca buona, ma neanche lui sembra volersi cimentare con quelle dure e pericolose bestiacce. La carne doveva essere legnosa e poco saporita, rispetto a quella degli attuali animali, forse come quella dei facoceri, suini africani praticamente immangiabili, se si fa eccezione per giovani e femmine, che sono utilizzati in Polonia per una specie di salsiccia impastata con grasso di maiale, il kabanosi. Oltre a non essere apprezzati come pasto, probabilmente erano prede poco accessibili. Molto difficili da catturare, anche oggi i cacciatori sanno che devono assestare bene il colpo, perché in molti casi la pallottola è fermata dalla spessa corazza costituita di pelo e fango. E che un animale ferito è meglio evitarlo. Non possiamo escludere nemmeno fossero animali  feroci, se si considera che un eroe come Ulisse, se poteva vantarsi di una ferita significativa, era quella inferta da un cinghiale.

Con il periodo neolitico le cose cambiano rispetto a quello dei cacciatori-raccoglitori. Sboccia l’amore, cinghiali resi mansueti vengono domesticati in maiali, che abitano in pianta stabile villaggi e seguono carovane migranti.
A differenza di capre, mucche e pecore, i cinghiali non sono ruminanti, che trasformano la produttività primaria, i vegetali, in carne, pelliccia e latte. I maiali incarnano un ruolo nuovo e insostituibile. Loro sono quelli che trasformano in carne e pellame la spazzatura, gli scarti alimentari che si accumulavano ai bordi dei villaggi. Un sorta di primo riciclaggio della frazione umida.

Passano i millenni e la pratica di domesticare il cinghiale in gustosissimo maiale viene esportata per il Mediterraneo ed oltre. I maiali sono molto prolifici, arrivano a sfornare 12 cuccioli, in diversi periodi dell’anno. Così serve all’uomo. I cinghiali continuano ad ibridarsi con i maiali, trascinando alcuni tratti domestici nelle popolazioni selvatiche, la prolificità per esempio.

Con questa sorta di accettazione della bestia che non era mai piaciuta, il cinghiale inizia pian piano a rientrare nel carniere delle varie popolazioni del Mediterraneo. La caccia al cinghiale diventa divertente, e lo resterà per parecchio tempo. A questo punto si aggiunge una nuova e potente variabile: la transfaunazione. Popolazioni di cinghiale vengono spostate nel mondo perché possano essere cacciate. Inizia una sorta di rimescolamento che spariglia il pattern di variazione che si era definito a seguito di eventi evolutivi graduali, a seguito delle glaciazioni e altri fenomeni globali. Cinghiali balcanici compaiono nel rifugio italiano o in quello iberico, forme asiatiche iniziano a popolare le isole del Mediterraneo, e altri disastri di questo tipo in onore della dea Diana.

Di solito le popolazioni “spostate” non sempre trovano le condizioni ideali per insediarsi e crescere. Ma i cinghiali sono animali adattabili, potremmo dire addirittura pre-adattati. Si! Hanno una marcia in più. Per esempio, i piccoli sviluppano i recettori olfattivi già al cinquantesimo giorno di gestazione, quasi a metà dello sviluppo, per altri mammiferi bisogna aspettare le fasi finali che precedono la nascita . Attraverso il liquido amniotico, i futuri cinghiali percepiscono le varie sortite ambientali della madre, i cibi che assaggia, gli odori della natura. Quando, poi, questi ben istruiti cinghialotti verranno alla luce, avranno già un’idea di come è il mondo che li aspetta. Potranno così facilmente colonizzare nuovi territori.

Ma facciamo un po’ d’ordine, popolazioni pre-adattate, prolifiche per vari eventi di ibridazione con la forma domestica, rimescolate tra le varie forme paleartiche: tutto questo in un paesaggio che periodicamente cambia e a volte a loro favore. Infatti, in diversi periodi storici hanno ricevuto un altro importante assist dalla nostra specie, l’abbandono delle aree interne. Oggi, come durante il Medioevo, le grandi metropoli, come la struttura concentrata delle Città-Stato e dei Comuni fortificati, ha lasciato spazio all’avanzare del bosco e della foresta. Solo in Italia, dagli anni 50, le foreste sono aumentate di oltre il  70%. L’uniformarsi del paesaggio, unitamente alla persecuzione del principale predatore del cinghiale, il lupo, ha dato un impulso straordinario alle popolazioni di questo suide, che stanno vivendo un picco demografico, probabilmente senza precedenti.

Il lupo adesso pian pano si sta riprendendo, ma la sua preda ora è difficile da controllare, o forse no. Comunque, la natura è ciclica e vive di alti è bassi. Riconoscerli, anticiparli, significa avere la possibilità di gestire adeguatamente il patrimonio che lasceremo alle future generazioni.

L’attualità ci racconta di cinghiali che entrano nei supermercati, di cinghiali che strappano la busta della spesa alle signore per strada e di popolazioni estese senza limiti che escono dai boschi. Non c’è dubbio che sia una specie problematica nelle dimensioni attuali, non a caso si applicano sistemi di controllo anche nelle aree Parco. Sono diverse le aree protette italiane ed europee che hanno autorizzato un prelievo selettivo per “controllare” la popolazione di ungulati e decrementare i danni alle colture agricole. In alcuni fantasiosi casi si tentano catture o si sperimentano tecniche di sterilizzazione. Non pensando che le azioni gestionali devono fare i conti con l’impatto sui sistemi naturali nel loro insieme e che la normativa attuale sul benessere animale impone delle azioni sugli animali vivi che rendono impraticabili queste iniziative. Purtroppo l’emergenza cinghiale è anche foriera di strumentalizzazioni politiche, che tendono a spostare il consenso dagli attuali gestori verso nuove classi dirigenti. Manca una politica coordinata alla scala in cui esiste il problema, le varie iniziative sono spot che non cambiano l’equilibrio, sia in termini ecologici che relativamente alla dimensione umana, elemento tutt’altro che trascurabile, elemento su cui sarebbe necessario lavorare. L’insofferenza delle popolazioni umane verso la fauna selvatica è figlia di una cattiva educazione e informazione sulle funzioni ecosistemiche e le implicazioni etiche. Purtroppo siamo ancora immersi in una concezione uomo contrapposto al selvatico, il nostro e il loro territorio, il “diritto” di camminare per boschi senza adottare le precauzioni dovute. Probabilmente, è necessario lavorare su due fronti, da una parte cambiare, almeno nelle generazioni future, questo cattivo rapporto con la fauna selvatica, accrescendo la cultura, la divulgazione e il coinvolgimento nei progetti di conservazione dei giovani e delle popolazioni locali in genere. Dall’altra, devono essere individuati i motori ecologici, etologici ed evolutivi che hanno condotto a questa particolare condizione emergenziale, per definire le azioni utili a mitigare l’impatto. Consapevoli che conoscendo i fenomeni è anche possibile prevederne l’evoluzione a breve e lungo termine. Perché la natura è ciclica, secondo una periodicità che non è quella dei nostri tempi: a volte basta solo aspettare.

Alcune letture a cui fa riferimento il testo:

Fulgione, D.; Buglione, M. The Boar War: Five Hot Factors Unleashing Boar Expansion and Related Emergency. Land 2022, 11, 887.

Fulgione, D.; Rippa, D.; Buglione, M.; Trapanese, M.; Petrelli, S.; Maselli, V. Unexpected but welcome. Artificially selected traits may increase fitness in wild boar. Evol. Appl. 2016, 9, 769–776.

Maselli, V.; Rippa, D.; Deluca, A.; Larson, G.; Wilkens, B.; Linderholm, A.; Masseti, M.; Fulgione, D. Southern Italian wild boar population, hotspot of genetic diversity. Hystrix Ital. J. Mammal. 2016, 27, 137–144.

Maselli, V.; Polese, G.; Larson, G.; Raia, P.; Forte, N.; Rippa, D.; Ligrone, R.; Vicidomini, R.; Fulgione, D. A Dysfunctional Sense of Smell: The Irreversibility of Olfactory Evolution in Free-Living Pigs. Evol. Biol. 2014, 41, 229–239.

Fulgione, D.; Trapanese, M.; Buglione, M.; Rippa, D.; Polese, G.; Maresca, V.; Maselli, V. Pre-birth sense of smell in the wild boar: The ontogeny of the olfactory mucosa. Zoology 2017, 123, 11–15.

Buglione, M.; Troisi, S.R.; Petrelli, S.; van Vugt, M.; Notomista, T.; Troiano, C.; Bellomo, A.; Maselli, V.; Gregorio, R.; Fulgione, D. The First Report on the Ecology and Distribution of the Wolf Population in Cilento, Vallo di Diano and Alburni National Park. Biol. Bull. 2020, 47, 640–654.

Frantz, L.A.F.; Haile, J.; Lin, A.T.; Scheu, A.; Geörg, C.; Benecke, N.; Alexander, M.; Linderholm, A.; Mullin, V.E.; Daly, K.G.; et al. Ancient pigs reveal a near-complete genomic turnover following their introduction to Europe. Proc. Natl. Acad. Sci. USA 2019, 116, 17231–17238.

Lega, C.; Raia, P.; Rook, L.; Fulgione, D. Size matters: A comparative analysis of pig domestication. Holocene 2016, 26, 327–332.

I risultati del monitoraggio del lupo nelle regioni dell’Italia peninsulare 2020/2021. Un commento.

Ettore Randi
Unione Bolognese Naturalisti (UBN)

In conseguenza dei grandi cambiamenti socioeconomici che hanno interessato l’intera Europa e, per certi aspetti in misura ancor maggiore, l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi, estese regioni di montagna e collina, così come pure aree agricole poco produttive, sono state progressivamente abbandonate dall’uomo. Si è avviata una transizione ecologica, in buona parte spontanea, in piccola parte gestita, che ha portato a una rapida espansione di foreste, boschi e superfici incolte di vario tipo, ricostituendo ecosistemi in evoluzione in territori dai quali essi erano scomparsi da tempo. L’espansione delle foreste europee ha marciato al ritmo del 9% negli ultimi 30 anni, coprendo circa 230 milioni di ettari, il 30% della superfice terrestre dell’EU. Il patrimonio forestale si è accresciuto ancor più estesamente in Italia, aumentando del 75% negli ultimi 80 anni e ricoprendo il 40% circa della superfice terrestre (State of Europe’s Forests 2020. https://foresteurope.org/state-of-europes-forests/). Foreste e superfici verdi di vario tipo servono non solo a metabolizzare CO2 rilasciando ossigeno in atmosfera, ma anche, e forse soprattutto, ricostituiscono ecosistemi che vengono rapidamente colonizzati da innumerevoli popolazioni di piante, funghi e animali. Il report di Rewilding Europe “Wildlife Comeback in Europe: Opportunities and challenges for species recovery” (Ledger et al. 2022), appena pubblicato, documenta le tendenze demografiche di 50 specie di vertebrati (24 mammiferi, 25 uccelli e un rettile), tendenze che appaiono in buona parte positive a seguito dell’espansione sia degli areali che dell’abbondanza delle loro popolazioni. Molte di queste specie, soprattutto mammiferi, vivono associati ad ambienti forestali. Fra loro, il lupo. Il report di Rewilding Europe ci dice che gli areali e le dimensioni delle popolazioni europee di lupo sono in aumento al ritmo di circa l’1,9% all’anno. Si stima che attualmente (2022) vivano in EU almeno 20.000 lupi, suddivisi, per opportunità gestionali, in circa 10 popolazioni: penisola iberica nord-occidentale, regione alpina, penisola italiana, Alpi Dinariche e Balcani, Carpazi, regioni baltiche, Carelia, Scandinavia, Russia europea ed Europa centrale. Queste popolazioni in realtà non sono isolate, ma sono quasi ovunque connesse da lupi in dispersione e dal conseguente flusso genico (Figura 1).

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Il monitoraggio nazionale del lupo nelle regioni alpine nel 2020-2021

Francesca Marucco
Università di Torino, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi – DBIOS

La necessità di dati oggettivi sulla distribuzione e consistenza del lupo in Italia ha portato nel 2020 il Ministero dell’Ambiente ad incaricare ISPRA dell’attuazione del primo monitoraggio nazionale della specie, avvenuto per l’annata 2020-2021. Impresa epica che ha coinvolto migliaia di operatori e volontari formati in tutta Italia nella raccolta di dati standardizzati volti alla stima della presenza della specie. Il Progetto LIFE WolfAlps EU (www.lifewolfalps.eu) insieme a tutte le Regioni alpine ha contribuito a questo primo monitoraggio nazionale, coordinando il lavoro a scala alpina grazie all’Università di Torino (DBIOS) e al Centro referenza grandi carnivori del Piemonte. Questo monitoraggio ha coinvolto per la prima volta in maniera coordinata a scala nazionale una rete di operatori di Parchi regionali e nazionali, Province, Regioni, Carabinieri-Forestali, volontari, Associazioni che costituiscono ora un patrimonio unico, fondamentale non solo per la raccolta di dati scientifici sulla presenza del lupo e per una gestione ottimale della specie, ma anche per la conservazione dell’intera biodiversità italiana.

Contare i lupi, e ancora di più̀ i branchi, è molto complesso, perché i lupi si muovono su ampi territori e sono molto difficili da vedere e da campionare, anche per il più̀ esperto dei ricercatori. Il monitoraggio su larga scala è quindi svolto tramite la combinazione di metodi non invasivi, ovvero che non richiedono la cattura dell’animale: lo snow-tracking, l’analisi genetica sugli escrementi raccolti e il fototrappolaggio. Gli escrementi e le tracce di lupo vengono ricercati dalla rete di operatori percorrendo transetti (cioè̀ percorsi standardizzati su sentieri o strade) distribuiti su tutta l’area di interesse. Lo snow-tracking, ossia la tecnica di seguire le tracce di lupo nella neve con l’utilizzo di racchette o sci da alpinismo, viene molto sfruttato sulle zone montane in inverno. La raccolta degli escrementi di lupo è fondamentale per stimare il numero di lupi e seguire i loro spostamenti, perchè dagli escrementi è possibile ricavare il DNA utile a identificare il genotipo dei singoli animali per identificarli individualmente. Per coadiuvare le tecniche appena descritte, infine, vengono allocate fototrappole grazie a cui si ottengono fotografie e video del lupo nell’area di interesse. Infine tutti questi dati raccolti sono poi analizzati con modelli statistici per quantificare l’abbondanza della specie, cercando di stimare l’intera popolazione presente. Lo studio ha infatti richiesto l’integrazione di avanzate tecniche di indagine sperimentale sulla specie con i più recenti modelli di cattura-ricattura spaziale realizzati grazie a collaborazioni con la comunità scientifica internazionale. Tutto il campionamento è avvenuto in maniera coordinato e omogeneo sull’intero territorio nazionale, grazie all’adozione di un approccio scientifico comune, descritto nelle “Linee Guida e Protocolli per il monitoraggio del lupo in Italia” (https://www.isprambiente.gov.it/files2020/notizie/linee-guida-e-protocolli_monitoraggio_lupo.pdf). Nelle regioni alpine, in considerazione della conoscenza pregressa della specie e della rete coordinata di monitoraggio già esistente, attiva in modo continuativo dal 1999 al 2021, si è optato per il campionamento ambizioso del 100% del territorio. Come accennato, il Centro di referenza Grandi Carnivori (CGC) e l’Università di Torino (DBIOS) in contatto e in sinergia con ISPRA, hanno coordinato le regioni alpine e i partners del Progetto LIFE WOLFALPS EU, dando indicazioni sulla modalità di formazione degli operatori, sul campionamento, sulla raccolta ed archiviazione dei dati. Il coordinamento delle regioni alpine è stato concretizzato, quindi, con la creazione di un gruppo tecnico di referenti regionali, che hanno lavorato in modo sinergico e congiunto per la realizzazione del campionamento. Sono stati realizzati, tra settembre e novembre 2020, un totale di 25 eventi formativi. Il gruppo di personale istituzionale e volontario, che ha ricevuto una formazione specifica, costituisce ancora oggi il “Network Lupo Regioni Alpine”, operativo in modo continuo e capillare sul territorio per la raccolta di tutti i dati utili al monitoraggio della specie, che contribuisce sia al campionamento opportunistico (sempre e ovunque), sia al campionamento sistematico invernale lungo i transetti e/o con le fototrappole. Hanno partecipato al campionamento un totale di 1513 operatori del Network, afferenti a 160 Enti/Associazioni. Numerosissimi sono stati i dati raccolti: sono stati percorsi dagli operatori un totale di 40725 km e registrati 10672 dati di presenza attribuiti al lupo. In particolare, sono stati documentati 5636 escrementi, seguite 1604,5 km di tracce di lupo, catalogati 3226 video/foto. Sono inoltre stati recuperati 71 lupi morti. Molti dei campioni sono stati analizzati geneticamente da 5 laboratori di genetica tra loro coordinati, per un totale di 792 campioni analizzati con successo, che hanno fornito il profilo genetico dell’individuo (genotipo). Questi dati sono stati utilizzati per documentare le storie di ricattura dei singoli individui, indispensabili per la stima della consistenza della specie. I campioni, risultano associati a 449 genotipi unici, quindi a 449 lupi diversi (222 femmine; 213 maschi; 14 NA), che risultano essere la stima minima degli individui presenti in modo certo.

Grazie a questi dati, la distribuzione del lupo è stata stimata di 41600 km2 (37% del totale del territorio delle regioni alpine, quindi molte aree sono ancora libere). Il territorio montano delle regioni occidentali è quasi completamente occupato e i segni di presenza certi sono ormai confermati e frequenti anche in aree collinari e di pianura, dove la specie si è insediata stabilmente. Nel resto delle Alpi centro-orientali, seppur sia evidente l’espansione rispetto agli anni precedenti, in particolare lungo la fascia trentino/veneta, ci sono ancora molte aree alpine, sia di ambiente montano che pedemontano, dove il lupo non è stato ancora documentato. La stima della consistenza della specie è stata stimata di un minimo di 102 branchi e 22 coppie, la maggior parte dei quali presenti nella porzione occidentale. Nelle regioni centro-orientali 12 branchi, dei 25 documentati, sono di tipo transregionale presenti tra trentino e veneto. Vista l’elevata presenza di questi branchi transregionali, diventa difficile l’attribuzione di un branco o un numero di lupi a un unico territorio amministrativo, considerando la grandezza dei territori e le capacità di spostamento tipiche della specie. Questo esercizio è pertanto privo di significato dal punto di vista biologico per branchi condivisi tra zone ad alta frammentazione amministrativa. Per questo i numeri devono essere letti in primis in un’ottica d’insieme, successivamente, per facilità di interpretazione si sono distinte le due parti caratteristiche della popolazione delle regioni alpine: la parte centro-est e la parte centro-ovest. Con questa distinzione, biologicamente più corretta, il totale del numero di unità riproduttive per il centro-est delle regioni alpine è di 33 branchi/coppie, ed il centro-ovest di 91 branchi/coppie. Infine, grazie al campionamento genetico non invasivo intensivo e la quantificazione dello sforzo di campionamento, è stato possibile applicare modelli spaziali di cattura-ricattura per la stima esaustiva della consistenza della popolazione di lupo, con la collaborazione di tre Università specialistiche in materia (Norwegian University of Life Sciences, Università di Torino e Università di Chester). L'abbondanza dei lupi per l'intera area di studio (619550 km2), che comprende tutte le regioni italiane alpine, durante l'inverno 2020-2021, è stata stimata quindi di 946 individui (CI95%: 822-1099). Tutti i dettagli del lavoro sono riportati nella relazione “La popolazione di lupo nelle regioni alpine italiane” (https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/monitoraggio-nazionale-del-lupo/file-monitoraggio/report-nazionale-lupo-regioni-alpine-20_21.pdf).

In conclusione, la raccolta di dati di presenza del lupo, realizzata a scala nazionale in contemporanea per la prima volta nell’inverno 2020-2021, ha restituito una stima diretta di distribuzione e consistenza della specie, per la prima volta realizzata a scala italiana. Queste stime sono accompagnate da valutazioni quantitative di precisione (gli intervalli di confidenza), dato più raramente apprezzato dal grande pubblico, ma importantissimo e imprescindibile per la corretta interpretazione dei risultati, fondamentale per la pianificazione di future attività di raccolta dei dati e gestione della specie. In particolare, la limitata ampiezza degli intervalli di credibilità relativi alla stima della consistenza rappresenta un punto di forza dei risultati ottenuti per la rilevazione di variazioni significative future. Con questo lavoro, si è così superata la frammentazione amministrativa e metodologica, caratteristica dell’Italia, realizzando sotto il coordinamento di ISPRA un’unica indagine. Il campionamento ha comportato uno sforzo logistico, tecnico e di coordinamento molto ingente, che ha coinvolto operatori, istituzioni e associazioni di tutta Italia, che hanno collaborato per creare un network di operatori presenti in modo capillare e costante sul territorio nazionale. La creazione di una rete nazionale di operatori formati è uno dei risultati più importanti di questo lavoro, patrimonio importante per la conservazione della biodiversità a scala nazionale nel lungo termine.

Le nostre responsabilità nella deforestazione in Sud America

Piero Belletti

Che la situazione ambientale nel nostro Pianeta sia drammatica è cosa che, in tutta onestà, nessuno può mettere in dubbio. Così come è innegabile la responsabilità di ciascuno di noi nel contribuire alla distruzione di quel poco di natura che ancora è rimasta. Magari inconsciamente, ma ognuno di noi fa la sua parte.

Ce ne dà una chiara dimostrazione una studio effettuato da alcune ONG (“Fair Watch”, “Periodistas per el planeta”, “Madre Brava” e “Somos Monte Chaco”) sui rapporti tra deforestazione in Argentina e allevamento industriale in Europa. I risultati dello studio, curato da Nico Muzi, Riccardo Tiddi, Marina Aizen e consultabili sul sito https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2022/09/soia_chaco_ita_def.pdf, mostrano una realtà drammatica, anche se probabilmente poco percepita dai cittadini dei Paesi più ricchi, e ci inchiodano nelle nostre pesanti responsabilità.

La protagonista di questa vicenda è la soia, o meglio la farina che si ottiene macinando i suoi semi e che, essendo ricchissima in proteine, rappresenta la base per l’alimentazione di molti animali domestici. L’Italia produce meno di un quinto dei 3,2 milioni di tonnellate di farina di soia che utilizza nei suoi allevamenti intensivi. Il resto viene importato, per la maggior parte da Paesi dell’America, sia del nord (Stati Uniti), che del sud (Brasile, Paraguay ma soprattutto Argentina, con oltre 1,2 milioni di tonnellate). Tra l’altro, si tratta nella maggior parte dei casi di soia geneticamente modificata, quella la cui coltivazione è vietata nel nostro Paese, ma che entra comunque nella nostra alimentazione seguendo la via indiretta del consumo animale.

Ma l’aspetto ancor più preoccupante riguarda il fatto che per produrre queste enormi quantità di soia si procede al disboscamento sistematico di aree forestali o comunque naturali. È stato calcolato che, a partire dal 1996 (anno in cui la Monsanto lanciò sul mercato la sua soia OGM resistente al diserbante Roundup, a base di glifosato, guarda caso, prodotto dalla stessa Monsanto…), ben 14 milioni di ettari del Gran Chaco, una superficie più vasta della Campania, sono stati distrutti. Il Gran Chaco è una vasta regione contraddistinta da clima relativamente secco che si estende tra Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay, caratterizzata da una copertura forestale primaria e che ospita specie animali di grande valore naturalistico e protezionistico (come il lupo dalla criniera, il formichiere, l’armadillo, il tapiro, il giaguaro, ecc.), ma che si sta rapidamente riducendo, a causa soprattutto dell’espansione dell’attività agricola. Attività agricola che riguarda in massima parte proprio la coltivazione di soia, da destinare poi all’esportazione. Rendendo così noi occidentali, che quella soia importiamo per nutrire gli animali dei cui prodotti ci cibiamo, corresponsabili in quello che può essere definito un vero e proprio biocidio. Con conseguenze drammatiche anche sul clima. Infatti, non solo la foresta eliminata non è più in grado di assorbire CO2 e rilasciare ossigeno, ma la sua distruzione, che avviene quasi sempre ad opera del fuoco, libera in atmosfera quantità impressionanti di sostanze climalteranti. Poi avvengono i disastri, come quello recentissimo nelle Marche, e noi ancora a chiederci il perché…..

Ma torniamo al problema dell’importazione di farina di soia. L’Unione Europea, a novembre dello scorso anno, ha elaborato una proposta di Regolamento contro l’importazione di prodotti ottenuti a seguito della distruzione delle foreste naturali o comunque ottenuti a seguito di violazioni dei diritti umani. Secondo tale norma, gli importatori dovrebbero dimostrare, ad esempio, che i prodotti da loro commerciati non sono stati ottenuti su terreni disboscati di recente. A metà settembre il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza la proposta, rendendola addirittura più stringente rispetto a quanto emerso dal Consiglio dell’Ambiente dell’Unione lo scorso 28 giugno. I concetti di “deforestazione” e “degrado forestale” sono infatti stati resi più stringenti rispetto alle blande definizioni stabilite dal consesso dei Ministri per l’Ambiente, mentre l’elenco di prodotti interessati dal Regolamento è stato ampliato, aggiungendo a olio di palma, soia, caffè, cacao, legname e carne bovina anche gomma, mais ,pollame, carne suina e caprina, carta. Molto importante anche la norma che estende le responsabilità previste dal Regolamento a banche e altre istituzioni finanziarie europee, i cui investimenti non potranno riguardare progetti e società coinvolte nella distruzione delle foreste.

Naturalmente, le lobbies degli importatori hanno contestato la decisione europea, potenziando la loro attività per ostacolare l’applicazione del Regolamento, minacciando “gravi aumenti di prezzi e problemi di disponibilità per cereali e mangimi”.

Qualcuno potrebbe obiettare che con la coltivazione di aree boscate si garantisce lavoro e reddito a una delle popolazioni più povere del mondo. Come al solito le cose non stanno così: la trasformazione delle foreste in aree agricole non avviene ad opera delle popolazioni locali, bensì di grandi imprese, spesso a carattere multinazionale, che addirittura scacciano con la violenza le popolazioni indigene dalla loro terra. È quanto è capitato, con riferimento all’area del Gran Chaco, alle etnie Wichì, Pilagà, Qom, Vilela, Moqoit, giusto per fare solo alcuni esempi, che sono andate ad accrescere l’enorme massa di diseredati che vivono nelle bidonville ai margini delle grandi città, in condizioni che definire disumane è ancora riduttivo.

A ciò va aggiunto l’atavico problema della corruzione, che riesce a depotenziare anche quelle poche, laddove esistenti, misure di tutela approvate. Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista “Global Environmental Change”, ad esempio, afferma che nel decennio 2011-2020 la superficie argentina disboscata illegalmente all’interno di aree protette è stata addirittura superiore a quella coinvolta da interventi consentiti e legittimi….

Quindi la situazione è grave ed è difficile ipotizzare vie d’uscita. C’è comunque qualcosa che, nel nostro piccolo, ciascuno di noi può fare. Modifichiamo le nostre abitudini alimentari, riducendo il ricorso a prodotti di origine alimentare. Attenzione, non stiamo proponendo il veganesimo (opzione peraltro più che legittima), ma soltanto un’accurata scelta dei prodotti di cui ci nutriamo. Se sostituiamo nella nostra dieta almeno una parte delle proteine di derivazione animale con quelle vegetali, potremmo ridurre la consistenza degli allevamenti intensivi, che tanti problemi creano: dalla distruzione del territorio all’emissione di gas serra, dall’inquinamento delle falde all’enorme consumo di acqua, senza trascurare, ovviamente, le indicibili sofferenze causate a milioni di animali. Meno allevamenti vorrebbe dire minor esigenza di mangimi e quindi minori importazioni di soia. Certo, questo potrebbe creare problemi al comparto agricolo. Se però si adottano opportune politiche di sostegno economico, si potrebbe favorire lo spostamento verso altre colture, meno energivore, come ad esempio il frumento, e la cosa potrebbe quindi risultare accettabile. Non solo: il frumento necessità di una quantità di acqua pari a poco più della metà di quella richiesta dal mais; inoltre, avendo un ciclo autunno-primaverile (si semina in ottobre e si raccoglie in giugno) la maggior parte delle esigenze idriche viene normalmente coperta dalle precipitazioni naturali. Ovviamente, affinché gli agricoltori siano invogliati in questo cambio di indirizzo colturale occorreranno adeguate politiche di sostegno ai prezzi del frumento. Ma siamo certi che alla collettività costeranno molto, ma molto meno di quanto siamo invece costretti oggi a spendere per sostenere attività economicamente altrettanto insostenibili, ma con in più anche enormi impatti ambientali.

Anche la nostra sicurezza alimentare ne trarrebbe grandi benefici: noi oggi importiamo grosso modo la metà delle circa 14 milioni di tonnellate di frumento che consumiamo. L’azzeramento, o quanto meno una drastica riduzione, della nostra dipendenza dall’estero per la più importante derrata alimentare non potrebbe che essere vista positivamente, come gli eventi bellici in Ucraina stanno ampiamente dimostrando.

Certo, si tratterebbe di una sorta di rivoluzione, certamente non semplice da attuare. Tuttavia ci troviamo in una fase di assoluta emergenza, per cui le soluzioni ai nostri problemi devono essere commisurate alla loro gravità.

Riciclo delle batterie al litio

Riccardo Graziano

Con l’aumento del numero di veicoli a propulsione elettrica alimentati da batterie al litio - come peraltro anche molteplici dispositivi elettronici - diventa imperativo iniziare ad occuparsi dello smaltimento di tali batterie una volta esauste. Senza dimenticare che il crescere della domanda di questo tipo di accumulatori implica anche la necessità di reperire nuova materia prima, possibilmente senza devastare il pianeta con centinaia di nuove miniere o terreni di estrazione. Il duplice problema dell’approvvigionamento di nuova materia prima e dello smaltimento delle batterie esauste ha una soluzione comune: il riciclo.

La richiesta di batterie al litio aumenta esponenzialmente: nel 2020, la domanda globale è stata di 282 GWh mentre la previsione per il 2030 è oltre dieci volte tanto, intorno ai 3.500 GWh. È chiaro che non si può pensare di martoriare il territorio per aumentare a dismisura l’estrazione di litio, componente principale delle batterie, nonché degli altri materiali che concorrono alla loro fabbricazione. È dunque necessario implementare un efficiente sistema di raccolta e recupero delle batterie esauste, analogamente a quanto già avviene con gli accumulatori al piombo, studiando nel contempo dei processi industriali che consentano di ottenere nuova materia prima a costi concorrenziali o addirittura inferiori rispetto all’estrazione in miniera, per salvaguardare l’ambiente e contenere i futuri costi di produzione.

Per fortuna, già da tempo c’è chi si occupa della questione, in primis Tesla, indiscusso leader mondiale della produzione di auto elettriche, dunque anche maggior utilizzatore delle materie prime necessarie, seguita a distanza dalle altre Case automobilistiche che iniziano finalmente a spostarsi verso l’elettrico, anche se con colpevole ritardo. Ma in Italia c’è anche un altro attore primario che si occupa del riciclo, semplicemente ampliando il raggio della propria missione aziendale: è il Cobat, il Consorzio batterie che già si occupa della raccolta e smaltimento degli accumulatori dei veicoli col motore a scoppio e che a livello europeo è fra i fondatori di Reneos, la rete dei sette maggiori operatori continentali del settore.

In un’ottica di economia circolare e di maggiore efficienza dei processi industriali di recupero delle materie prime contenute nelle batterie, Cobat e CNR – Centro Nazionale Ricerche – hanno recentemente registrato un brevetto relativo a un nuovo processo per il trattamento di batterie al litio che prevede l’utilizzo di un processo chimico idrometallurgico in grado di aumentare la capacità di recupero del litio e degli altri componenti degli accumulatori esausti.

In generale, il processo di recupero e riciclo dei componenti delle batterie si articola in tre fasi principali: smontaggio, recupero materiali e successiva purificazione. Il primo passo consiste nello smontare fisicamente la batteria, lavoro che deve essere eseguito da maestranze specializzate nell’operare su componenti ad alta tensione, che devono essere separati e messi in sicurezza prima di procedere alla frantumazione meccanica. In questa fase manuale si recuperano i materiali di rivestimento e componenti in ferro, rame e alluminio.

Successivamente si passa al recupero dei materiali preziosi, le “terre rare” che compongono il cuore della batteria, fra cui appunto il litio. I processi tecnici di questa fase sono lapirometallurgia (liquefazione ad alta temperatura che consente di ricavare anche nichel, cobalto e rame) e l’idrometallurgia, che prevede una serie di lavorazioni con solventi chimici. Le due tecniche possono essere utilizzate in alternativa o insieme, a seconda di cosa e quanto si vuole recuperare. In ogni caso, i materiali ottenuti non hanno un grado di purezza ottimale, per cui è necessario ricorrere alla terza fase, che è appunto la purificazione, in grado di restituire materie prime  riutilizzabili per nuovi processi produttivi, tra i quali naturalmente la produzione di nuove batterie. Un perfetto esempio di economia circolare.

Un confronto economico tra auto elettrica e a scoppio

Riccardo Graziano

La transizione dai veicoli con motore a scoppio a quelli con trazione elettrica è iniziata già da qualche anno ed è in costante crescita, tale da far prevedere che rappresenti il futuro della motorizzazione. Ma ci sono ancora molte resistenze che rallentano questa riconversione urgente e necessaria. Da un lato, le Case automobilistiche tentano di dilazionare i tempi per ammortizzare i costi di dismissione delle linee produttive dei veicoli attuali, cosa che avrebbero già dovuto mettere in previsione da decenni, invece di insistere con il comodo e remunerativo business as usual, anziché investire sulla nuova tecnologia elettrica. Ma dall’altro lato, anche molti consumatori continuano ad avere dubbi sul nuovo paradigma della mobilità, a volte per posizioni ideologiche basate su preconcetti, in altri casi semplicemente per questioni economiche, dal momento che le vetture BEV (Battery Electric Vehicle, come vengono definite tecnicamente le elettriche) hanno ancora prezzi di acquisto sensibilmente più elevati rispetto alle pari categoria con motori a scoppio.

Tuttavia, è noto che i costi di manutenzione di un’elettrica sono inferiori rispetto a quelli delle auto termiche, grazie a una maggiore semplicità costruttiva e di funzionamento, con un numero inferiore di componenti e di parti in movimento, iniziando per esempio dal cambio, non necessario perché il motore elettrico è sempre accoppiato direttamente alle ruote. Inoltre, i propulsori elettrici sono fino a tre volte più efficienti di quelli a combustibili fossili, quindi a parità di percorrenza necessitano di una quantità equivalente di energia di molto inferiore. Ecco dunque che il TCO - Total Cost of Ownership, costo totale di possesso - di un’elettrica può alla lunga rivelarsi inferiore rispetto a quello di una rivale con motore termico.

Ma in che modo si può capire quando e a chi conviene una BEV rispetto a una termica? Una risposta arriva da uno studio condotto da Rse (Ricerca sul sistema energetico, una società controllata dal Gse – Gestore Servizi Energetici) che ha preso in esame percorrenza, manutenzione e comodità per la ricarica come variabili principali da considerare, oltre naturalmente al prezzo di acquisto e ai costi relativi al possesso. Il dossier prende in esame varie casistiche ed è ricco di dati, articolato e approfondito, ma risente naturalmente delle vertiginose fluttuazioni delle quotazioni di combustibili ed energia dovute a molteplici fattori contingenti, oltre che a una considerevole dose di speculazione. Tuttavia, è una buona base per iniziare a farsi qualche conto.

Senza entrare troppo nel dettaglio e nei tecnicismi (per chi volesse approfondire, segnaliamo il sito ufficiale www.rse-web.it) possiamo dire che gli autori della ricerca hanno esaminato i segmenti di autovetture più comuni - citycar, utilitaria e berlina – giungendo alla conclusione che, al momento, la convenienza sta ancora dalla parte del fossile, anche se la differenza si assottiglia rispetto anche solo a qualche anno fa. La scelta risulta in pareggio nel momento in cui è possibile usufruire di bonus per l’acquisto di veicoli elettrici dell’ordine di 4-6.000 euro, già previsti e a volte superati da alcune manovre finanziarie in tal senso. La transizione diventa dunque prevalentemente una questione politica, nel momento in cui gli opposti schieramenti decidessero di confermare o meno la disponibilità di fondi per finanziare tali bonus, che nel recente passato sono andati esauriti in tempi rapidissimi, segno che molti consumatori sono già orientati verso quella scelta e attendono solo di poterla abbinare con la convenienza economica.

Ma nel caso la politica dovesse latitare o addirittura ingranare la retromarcia verso l’economia fossile – eventualità funesta, ma da tenere presente, viste le dichiarazioni di alcuni esponenti in lizza per arrivare al potere – anche i cittadini potrebbero valutare di fare la loro parte in ogni caso. La scelta di passare a un veicolo privato a zero emissioni va infatti oltre al mero aspetto economico. La discriminante principale, in questo caso, diventa la possibilità di poter alimentare la batteria presso il proprio domicilio o luogo di lavoro grazie all’energia rinnovabile, in modo esclusivo o perlomeno maggioritario. Per capirci, chi ha la possibilità di installare un impianto fotovoltaico sul tetto della sua casetta o del capannone dell’azienda, potrebbe immettere eventuali surplus di produzione direttamente nel “serbatoio” elettrico, viaggiando sostanzialmente gratis ed evitando emissioni nocive all’ambiente. In alternativa, si può scegliere di sottoscrivere un contratto con qualche operatore energetico che si impegna a fornire solo energia da fonti rinnovabili, in modo da azzerare le emissioni legate alla propria mobilità.
Naturalmente, ci rendiamo conto che un tale discorso implica la presenza di determinate disponibilità economiche, dunque non è per tutti, ma per molti sì. Anche più di quanto si pensa, visto che per quanto riguarda le berline si arriva a un sostanziale pareggio economico se si percorrono intorno ai 20.000 km all’anno e si mantiene il possesso per dieci anni, mentre con auto più piccole e/o con percorrenze inferiori il confronto rimane comunque in perdita.

Ma, come dicevamo, la differenza fra viaggiare a zero emissioni o sgasando notevoli quantità di inquinanti dal tubo di scarico è una scelta che dovrebbe andare oltre la semplice convenienza economica. Ognuno può fare le sue valutazioni e decidere quanto possono valere la qualità dell’aria che respiriamo nelle nostre città e più in generale la salvaguardia dell’ambiente dall’immissione di sostanze inquinanti.

Il Museo Laboratorio della Fauna Minore di San Severino Lucano (Potenza)

Valentino Valentini (entomologo e scrittore naturalista, direttore del Museo)

Negli incantevoli luoghi che la Natura ci ha preservato, a valere per tutti gli organismi viventi e non soltanto per i “sapiens”, una grande famiglia formata da piante, animali e esseri umani è cresciuta da secoli nel rispetto e in armonia.
Una perfetta simbiosi tra l’Uomo e la Natura ha permesso da tempo immemorabile di convivere in un pianeta sano e ricco di risorse, un legame fatto di rispetto, protezione e amore. Purtroppo le cose oggi sono cambiate, e, come sta dimostrando l’attuale pandemia, non si vive più quel legame, l’abbiamo perso. Inoltre le prospettive e la
“minaccia” d’un enorme aumento della popolazione umana già da qualche tempo stanno mettendo in primo piano una sommatoria di problemi ambientali, questo soprattutto perché la volontà e la possibilità dell’uomo di modificare (e inquinare) l’ambiente in cui vive si sono sviluppate molto, ma molto più in fretta della sua capacità di comprendere come funziona il nostro ambiente naturale, in modo da preservare il costante sviluppo della vita. Ciò posto, attraverso la dura lezione del Coronavirus oggi abbiamo l’opportunità di riconsiderare seriamente come facciamo “business” con la biosfera per rifondare la convivenza umana in senso ecologico, per rinsaldare la relazione Uomo-Natura, assumendoci la piena responsabilità nei confronti degli ecosistemi naturali.  
Ho motivo di ritenere che la realizzazione di un civico museo di scienze naturali e ambientali, costruito sulla falsariga di quanto realizzato in San Severino Lucano – stiamo parlando del Museo Laboratorio della Fauna Minore sul Parco Nazionale del Pollino – può avere l’ambizione di provare a ricucire quel rispetto e quell’attenzione per la Natura e per ogni vivente.  

Proviamo a descrivere brevemente in cosa consiste l’istituzione di un moderno museo di storia naturale e ambientale, un tipo di museo inesistente, peraltro, nelle estreme regioni meridionali.  
Il “Museo di Scienze Naturali è un’istituzione permanente al servizio della società e del suo sviluppo (oggi si parla anche e soprattutto di “sviluppo sostenibile”…), è aperto al pubblico e ha funzioni di ricerca, conservazione e valorizzazione di un insieme di beni naturali e culturali che acquisisce, conserva e soprattutto espone ai fini di studio, educazione e diletto, e serve ad integrare anche la scuola e la famiglia nell’orientare i ragazzi verso scelte di vita consapevoli e sostenibili”.  
A dispetto di quanto sopra nel nostro Paese la situazione dei musei naturalistici è tutt’altro che rosea: Franco Andreone, Conservatore del Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, scrive che in Italia i musei naturalistici costituiscono la “cenerentola” del mondo museale italiano, tanto che ciascuno fa storia a sé, chi dipende dall’Università, chi dalla Regione o dal Comune, chi addirittura dalla beneficenza o dalla Parrocchia, altri dalla “politica” che sostanzialmente se ne disinteressa, col risultato che ciascuno fa quel che crede o che può, senza una direzione univoca e coerente. L’ex presidente della S.E.I. (Società Entomologica Italiana) prof. Francesco
Pennacchio, ha scritto che: “da sempre le regioni centro meridionali del nostro Paese sono purtroppo tragicamente prive di musei e strutture di tipo naturalistico ove svolgere, soprattutto a favore dei ragazzi, quella fondamentale attività divulgativa di avvicinamento alla natura (che poi genera “bioempatia”), e che potrebbe spingerli, una volta adulti, a non ripetere gli errori commessi contro i beni ambientali  dalle generazioni che li hanno preceduti”. E su quel suo “tragicamente” ci sarebbe tanto da riflettere!  

La bioempatia, appunto, la capacità cioè di considerare le cose anche dal punto di vista della Natura, c'insegna ad apprezzare il modo in cui tutte le creature viventi, uomo compreso, sono interconnesse, ci fa scoprire tutto il buono, il giusto, il bello del ciclo della vita, il che non è poco visto i tempi che corrono.
Imparare la bioempatia attraverso la visita e la frequentazione di un museo di storia naturale moderno, dove non vi siano solo piante e animali morti e rinsecchiti ma soprattutto utili riferimenti alla struttura e funzioni degli ecosistemi naturali (E.P.Odum, 1969), oggi costituisce uno degli strumenti più avanzati e moderni per adeguarci anche alle direttive dell’Agenda Europea 2030 sulla Sostenibilità Ambientale, un complesso di principi che preludono certo ad un ritorno ai valori autentici dell’uomo, un uomo cui la modernità ha imposto invece ritmi che lo hanno pericolosamente allontanato dai suoi bisogni primari e fondamentali: natura, ambiente e salute.

Non dimentichiamo, inoltre, che la Direttiva UE più recente definisce un Atto del Ministero della Transizione Ecologica secondo il quale è necessario proteggere e migliorare la biodiversità a mezzo del mantenimento in salute del nostro territorio e degli ecosistemi, e implementare le azioni di salvaguardia degli “insetti impollinatori” in Parchi e aree naturali protette, ma con sguardo attento anche, e bioempaticamente, al resto del territorio delle estreme regioni meridionali a vocazione naturalistica.

La realizzazione di presidi culturali permanenti, muniti anche di adeguati laboratori didattici, potrebbe portare anche posti di lavoro e grandi benefici per il territorio e per l’ambiente, stimolando la popolazione e facendola crescere in bioempatia, oltre a rappresentare un’ottima meta per le visite scolastiche e un’importante attrattiva per quell’ecoturismo, oggi in via di maggiore sviluppo che, com’è noto, costituisce uno dei segmenti basilari del turismo “verde” nel nostro Paese.

Il Museo Darwin Dohrn (DaDoM)

Ferdinando Boero (Stazione Zoologica Anton Dohrn, Fondazione Dohrn)

Un Museo sull'ecologia marina, motore dell'evoluzione
Charles Darwin, con la selezione naturale, spiega l'origine delle specie in termini ecologici. La parola ecologia fu coniata da Ernst Haeckel in tempi successivi e non compare ne L'Origine delle specie; al suo posto Darwin usa: l'economia della natura. Nella prima edizione del saggio non c'è neppure la parola evolution, anche se il testo finisce con la parola evolved. Darwin non conosceva la genetica e la sua teoria necessitò di continue integrazioni: il neo-darwinismo prima, la sintesi moderna dopo, e molti altri contributi in tempi più recenti, dagli equilibri punteggiati all'evo-devo. L'impalcatura teorica realizzata da Darwin con la selezione naturale, un processo eminentemente ecologico, regge comunque tutti gli sviluppi successivi.
Nel 1872 Anton Dohrn, folgorato dalla teoria darwiniana, fondò la Stazione Zoologica, che oggi porta il suo nome, proprio per contribuire all'affermazione delle teorie evoluzionistiche attraverso lo studio della vita marina, promuovendo l'esplorazione della biodiversità e le ricerche sulla biologia degli organismi marini.
In questi 150 anni il contributo determinante della Stazione Zoologica alle scienze marine è riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale, ma non è noto al grande pubblico che, invece, ben conosce l'Aquarium.
Il Museo Darwin Dohrn (DaDoM) è stato concepito proprio per "raccontare" la Stazione Zoologica creata da Anton Dohrn, collegandola alla figura di Charles Darwin che ne ispirò la fondazione.

L'edificio e il progetto espositivo
Il DaDoM occupa la Casina del Boschetto, realizzata nel 1948 da un progetto degli architetti Luigi Cosenza e Marcello Canino: un esempio dello stile razionalista del dopoguerra. Rimasto abbandonato dalla metà degli anni Novanta, nel 2015 il Comune di Napoli ha ceduto l'edificio in comodato d'uso alla Stazione Zoologica Anton Dohrn.
Durante il restauro, completato nel 2019, un gruppo di biologi marini e museologi, coordinato da Ferdinando Boero, costituito da Elisa Cenci, Marco Signore e Andrea Travaglini, affiancati dall'architetto Maria Cristina Maiello, ha iniziato ad elaborare il progetto espositivo. Il Presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn, Roberto Danovaro, ha "monitorato" lo stato di avanzamento dei lavori fornendo continue indicazioni.
L'edificio ha un grande salone, ma il resto degli spazi è costituito da piccoli locali un tempo adibiti a diverse finalità. I vincoli architettonici non hanno permesso alcuna modifica strutturale e il progetto espositivo ha dovuto rispettare la pianta originale, tenendo conto anche delle norme di sicurezza previste in locali aperti al pubblico.
Nel 2015 Papa Francesco chiede la "conversione ecologica" nell'enciclica Laudato Sì e la Convenzione di Parigi pone le basi della "transizione ecologica" perseguita negli anni seguenti dalla Commissione Europea. La convergenza tra la massima autorità religiosa del Cattolicesimo e i Grandi di tutto il mondo segna una svolta culturale che, in Italia, ha visto anche l'inserimento di biodiversità ed ecosistemi nell'articolo 9 della Costituzione, accanto al paesaggio.
Come comunicare attraverso un Museo la necessità di una conversione e una transizione che riconoscano l'importanza dell'ambiente nell'impostazione del nostro vivere quotidiano?

Da ohhh ad ahhh
L'importanza della Natura è sottolineata in fiorenti attività di comunicazione, dai documentari, ai film, agli articoli su giornali e riviste. La strategia comunicativa si basa su organismi e habitat carismatici, attraverso i quali si intende sensibilizzare il pubblico con le "bellezze della natura". L'intento è di sollecitare ammirazione e stupore: la strategia ohhh (in inglese wow). Per quel che riguarda il mare, i testimoni sono i cetacei, le barriere coralline, i rettili marini, gli squali, le foche e poco altro. L'aspettativa era che, partendo dai carismatici, si sarebbe ottenuta la consapevolezza che molto altro "regge" gli ecosistemi planetari. Il passaggio dallo stupore alla consapevolezza avrebbe dovuto sollecitare una reazione ahhh da parte del pubblico, indotto quindi non solo a stupirsi della bellezza ma anche a prendere coscienza dell'importanza di moltissimi organismi sconosciuti ai più.
Questa transizione dallo stupore alla consapevolezza, però, non si è verificata. La conversione ecologica, e la conseguente transizione ecologica, richiedono un'evoluzione culturale che stenta ad affermarsi.

La chiesa dell'ecologia e dell'evoluzione
Le chiese sono stracolme di arte: affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate colorate, reliquie e presepi costituiscono un apparato comunicativo che illustra le "storie" e i dettami religiosi che vengono comunicati durante le funzioni. Le chiese sono "musei" dove si possono ammirare opere concepite per trasmettere concetti ed emozioni.
La conversione ecologica predicata da Francesco deve essere predicata: perché non usare la tecnica comunicativa adottata nelle chiese per trasmettere i principi dell'ecologia e dell'evoluzione in mare?
Una volta costruito il percorso concettuale che unisce tutte le sale del Museo, una schiera di artisti e grafici ha "interpretato" i vari concetti. Nel Museo si possono ammirare le opere di Massimo Colombo, Alberto Gennari, Ray Troll, Luis Rey, Gioacchino Cennamo, Asad Ventrella, Lorenzo Possenti, Giuseppe Bruno, Enrica D'Aguanno, Ester Vollono, e le botteghe d'arte Naturaliter e Fossil Design. Inoltre sono state utilizzate illustrazioni storiche realizzate dagli artisti della Stazione Zoologica, come Comingio Merculiano e Vincenzo Serino.

Le sale
1 - Darwin e Dohrn
All'ingresso del Museo i visitatori sono accolti dai busti di Anton Dohrn e Charles Darwin, inseriti in un'opera che mostra, in alto, la corrispondenza epistolare tra i due e, sotto, da una parte la casa di Darwin, in Inghilterra, e, dall'altra, la Stazione Zoologica sulla spiaggia di Chiaia. Darwin è nel suo studio, Dohrn è al microscopio. Entrambi sono in mare e, a fianco di Darwin, veleggia la Beagle, con cui fece il giro del mondo. Sotto Dohrn, invece, campeggia l'imbarcazione dei pescatori della Stazione Zoologica, intenti a raccogliere campioni per gli scienziati ospiti. L'Acquario, i tavoli di studio e i campioni venduti in tutto il mondo convogliano finanziamenti per il funzionamento della Stazione. A fianco di quest'opera, in una grande carta geografica, è tracciata la rotta del Beagle e tutte le "stazioni" visitate da Darwin. La cartina mostra anche le prime Stazioni marine che, nell'intento di Dohrn, avrebbero dovuto creare una rete osservativa analoga a una rete ferroviaria che, in effetti, è stata realizzata, spesso su ispirazione della "sua" Stazione di ricerca. Oggi sono centinaia, ma sono raffigurate solo le più antiche.
Di fronte, in una nicchia, c'è un disegno tratto dai taccuini di Darwin, in cui, dopo le parole I think (io penso), Darwin tratteggia il "corallo della vita": da un unico progenitore (la specie 1) si sono evolute tutte le altre specie, legate da discendenza comune. Le specie estinte sono i "rami rotti" del corallo. Davanti al disegno campeggia una grande colonia di coralli profondi (Dendrophyllia ramea) raccolta nel Golfo di Napoli.
Dohrn costruì la sua Stazione per confermare la teoria di Darwin e, per farlo, promosse la ricerca in mare. La sala successiva, quindi, racconta l'oceano: il palcoscenico dove si svolge la storia.

2 - L'Oceano
Al centro campeggiano diversi campioni di plancton gelatinoso, dominante nella colonna d'acqua, e, appesa al soffitto, una "statua" di Rhizostoma pulmo, il polmone di mare, la seconda medusa più grande del Mediterraneo, descritta da Macrì proprio nel Golfo di Napoli nel 1778. L'oceano comprende la quasi totalità dell'acqua presente sul pianeta, sia in forma liquida sia solida. Di fronte all'ingresso è raffigurato il Grande Nastro Trasportatore Oceanico, generato dalla formazione del ghiaccio polare. A contorno del planisfero si vede l'acqua marina che evapora, lasciando i sali in mare, sale in cielo e diventa nuvole e poi ricade al suolo come pioggia o neve, per poi tornare al mare.
Le previsioni del tempo mostrano che le perturbazioni atlantiche si spostano verso l'Europa. L'acqua che forma le nuvole è di origine atlantica: l'Atlantico bagna l'Italia! Il Po è in secca perché non piove. La pioggia che rifornisce di acqua il Po viene dall'Atlantico!
In un'altra cartina si mostra che il Mediterraneo è un oceano in miniatura, dove le acque fredde del Golfo del Leone, del Nord Adriatico e del Nord Egeo innescano correnti termo-aline analoghe a quelle che mettono in moto il grande nastro trasportatore oceanico.
In un'altra bacheca si mostrano reperti di animali misteriosi per i più, come i pirosomi, le cui colonie possono raggiungere anche i 15 m di lunghezza e che hanno generato le leggende dei serpenti marini.
L'Oceano copre il 70% della superficie del pianeta, ma non è una superficie, è un volume e rappresenta più del 90% dello spazio abitabile dalla vita che, a causa della profondità media (4.000 m), è per lo più privo di luce. Come può esserci vita in assenza di fotosintesi, il processo che sta alla base del funzionamento degli ecosistemi?

3 - La Neve Marina
La risposta si trova nella sala successiva, buia, uno schermo che prende un'intera parete mostra una "nevicata sottomarina". Gli organismi (dagli unicellulari alle balene) che basano la loro sopravvivenza sulla produzione degli esseri fotosintetici viventi nello spazio illuminato della colonna d'acqua, una volta morti precipitano verso le tenebre del fondo e sono decomposti dai batteri. Si forma così un particolato organico che, visto da un sottomarino, sembra proprio neve.
La neve marina sostiene i detritivori che se ne cibano, sia quelli sul fondo sia quelli che la intercettano durante la sua discesa verso l'abisso. I predatori si nutrono di detritivori. Sulle pareti bassorilievi di pesci, molluschi, anellidi, cnidari e crostacei: speciali luci esaltano le parti luminescenti. La sala è molto immersiva, e rappresenta la stragrande maggioranza dello spazio abitato dalla vita: il volume oceanico illuminato solo dalla luce degli organismi che lo abitano.

4 - Le risorgive idrotermali e l'origine della vita
Usciti dalla sala della neve marina, ci si trova di fronte alla ricostruzione di un "fumatore nero", un camino sottomarino da cui esce acqua ad altissima temperatura. Attorno ci sono enormi vermi, i pogonofori, anellidi privi di intestino che si alimentano grazie alla simbiosi con batteri chemioautotrofi. Attorno al camino ci sono crostacei, molluschi bivalvi, polpi. Queste comunità, diffuse lungo le dorsali oceaniche, sono nel buio perenne ma non vivono del detrito che piove dall'alto: traggono energia proprio dai batteri chemiosintetici e dalle reti trofiche, indipendenti dalla luce solare, che su essi si basano. L'energia arriva dal vulcanesimo sottomarino. Tra le più accreditate ipotesi sull'origine della vita c'è proprio quella che vede nei batteri chemioautotrofi gli antenati di tutti i viventi. La comparsa dei batteri fotoautotrofi che, producendo ossigeno, cambiarono le condizioni del pianeta, favorì l'evoluzione che ha portato fino a noi. I batteri, sia chemio- che fotosintetici, assieme ai batteri eterotrofi che digeriscono sostanza vivente, degradandola, sono ancora alla base dei processi vitali: senza di loro la vita "complessa" non potrebbe esistere. La complessità della vita, a partire da progenitori semplici, è aumentata moltissimo, ma le funzioni essenziali per i processi ecologici sono ancora a carico di esseri semplici, molto simili ai progenitori di tutti i viventi: i batteri sono gli organismi più importanti della biosfera!

5 - Le pagine di pietra
Nella sala successiva, tappezzata di strati rocciosi (le pagine di pietra), si viaggia nel tempo. Lo spiega una magnifica opera dove si vedono gli organismi del passato preservati nelle rocce. Si parte da "ora" e si scende per milioni di anni all'interno delle pagine di pietra che contengono le testimonianze di vite passate, attraverso le quali possiamo ricostruire come si sia evoluta la diversità biologica di oggi. I periodi geologici si susseguono, con i loro nomi, riassunti nelle ere che li comprendono, dal Precambriano al Paleozoico, continuando nel Mesozoico, e poi nel Cenozoico, fino all'Antropocene, pieno di spazzatura. Dentro gli strati ci sono i fossili.
La vita, a partire dalla sua origine, è sempre cambiata e i fossili ci raccontano la sua storia. Il primo evoluzionista moderno è Jean Baptiste Lamarck che, nel 1809, anno di nascita di Darwin, pubblica il Trattato di Filosofia Zoologica, in cui introduce il concetto di Trasformismo: la vita si trasforma nel corso del tempo, per una tendenza interna al miglioramento che porta al cambiamento. Il Trasformismo è l'Evoluzione. Un coetaneo di Lamarck, Georges Cuvier, non crede al trasformismo, è un fissista. Ma vede le stesse "trasformazioni" descritte da Lamarck, interpretandole in modo differente. Il Creatore cancella periodicamente tutte le forme viventi e ne crea di nuove: il catastrofismo. Ovviamente aveva ragione Lamarck. Nella sala sono esposti molti fossili, e modelli di come gli animali del passato avrebbero potuto essere da vivi. Un video che ricostruisce scene dal Cambriano anima la sala.

6 - La passeggiata nel tempo
Dalla sala delle Pagine di Pietra una tenda ci porta in un lungo corridoio. Le pareti sono decorate da un'opera che raffigura specie marine a partire dal Neogene fino all'origine della vita. Il visitatore cammina a ritroso nel tempo tra due pareti d'acqua stracolme di esseri del passato e, in pochi passi, ripercorre la storia della vita in mare. Le specie rappresentate sono moltissime, alcune popolari e ben conosciute, come trilobiti e megalodonti, altre sono meno note.

7 - L'evoluzione in mare
Qui entrano in scena la selezione naturale, spiegata graficamente in modo semplice, attraverso il concetto di variabilità delle caratteristiche degli individui di una specie che, in base al possesso di particolari "doti" (in questo caso una velocità superiore a quella di altri membri della stessa specie) hanno successo nel trasmettere le loro caratteristiche alle generazioni successive. La selezione naturale "rimuove" gli individui meno efficaci e la specie, con le parole di Darwin, "migliora". Ogni miglioramento di una specie, però, diventa un problema per altre specie. Entra allora in gioco la coevoluzione, esemplificata dalla corsa agli armamenti tra un predatore (un granchio) e una preda (un mollusco protetto da conchiglia). L'aumentare dell'efficacia di protezione, grazie alla sopravvivenza di individui con conchiglia sempre più spessa, porta alla prevalenza di predatori con sistemi di frantumazione della conchiglia, le chele, sempre più efficienti. Predatore e preda, per restare stabili-fermi nella loro interazione, sono costretti a correre. Il concetto è stato chiamato anche Ipotesi della Regina Rossa e, in Italia, potrebbe essere etichettato come l'Ipotesi Gattopardo: cambiare tutto perché tutto resti come prima. Ogni cambiamento genera altri cambiamenti: l'evoluzione è una reazione a catena che, una volta innescata, non si ferma più.
Ci sono esseri, però, che non hanno avuto bisogno di cambiare e, oggi, sono quasi identici ai progenitori di centinaia di milioni di anni fa: le meduse, i limuli, gli squali, le spugne, i nautili, per esempio, oltre ai già citati batteri. Ma ce ne sono altri che erano conosciuti solo come fossili e che, all'improvviso, sono apparsi quasi dal nulla, con individui quasi uguali ai loro progenitori: i fossili viventi!
La Latimeria chalumnae, rappresentata da un modello molto realistico, è un pesce dalle pinne lobate che rappresenta un gruppo di pesci ritenuti estinti da milioni di anni. Alle isole Comore, invece, questi pesci sono ancora presenti e testimoniano quelli che avrebbero potuto essere i primi passi che portarono dai pesci ai tetrapodi, i vertebrati con quattro arti. La nostra bis bis nonna (la latimeria), una statua a grandezza naturale, con i suoi colori, è in compagnia di Neoplilina galatheae, un mollusco monoplacoforo: un altro fossile vivente. Limuli, squali, meduse e nautili non sono fossili viventi: questa etichetta si applica a organismi ritenuti estinti da molto tempo e che vengono scoperti, vivi e vegeti, in qualche parte del globo.
Una vetrina dedicata ai molluschi, con grande varietà di forme e adattamenti, e un'altra dedicata ai nematodi, con adattamenti paragonabili a quelli dei molluschi ma con forme immutate, insegnano che l'evoluzione non necessariamente porta a grande varietà strutturale (come avviene nei molluschi) e l'architettura di alcuni gruppi (ad esempio nematodi e meduse) è talmente versatile da rispondere a diverse pressioni selettive senza necessità di cambiare.

8 - Vivere in mare
I paesaggi terrestri sono caratterizzati dalla vegetazione: gli animali più facili da osservare sono gli erbivori, mentre i carnivori sono più difficili da incontrare. Dove è la vegetazione nei paesaggi marini? Certo, alghe e piante marine crescono sul fondo e costituiscono la vegetazione. Ma nella colonna d'acqua? Lì vediamo solo carnivori. Un'opera spiega questa apparente incongruenza. Uno squalo bianco mangia un tonno, che mangia uno sgombro, che mangia una sardina... tutti carnivori che si mangiano tra loro. E gli erbivori? e le piante? L'opera ci mostra che tutti i pesci ossei hanno cicli biologici che prevedono stadi larvali e giovanili molto piccoli. Un grande tonno inizia la sua vita come piccolo uovo che poi diventa un embrione, una larva, un giovanile e, in quelle condizioni, è un esserino di piccole dimensioni. Le sue prede sono piccoli crostacei planctonici, ad esempio i copepodi, che non percepiamo visivamente, viste le ridottissime dimensioni. Sono loro gli erbivori, e mangiano fitoplancton costituito da diatomee e flagellati fotosintetici: l'erba! Le meduse mangiano i crostacei del fitoplancton e le uova e larve dei pesci, di cui sono grandi predatrici.
Tutti questi esseri prima o poi muoiono e sono decomposti dai batteri che li trasformano in sostanze elementari, i nutrienti, rimessi a disposizione dei produttori primari (il fitoplancton).
Gli ecosistemi marini si reggono su organismi piccoli (batteri, alghe unicellulari, piccoli crostacei e affini), che noi non possiamo vedere, ma che hanno importanza capitale.
Dove non c'è luce, nella stragrande maggioranza dello spazio abitato dalla vita, questi processi non avvengono, ma la sostanza organica proveniente dallo strato di acqua dove la luce è sufficiente per la fotosintesi precipita verso il fondo, carica di batteri decompositori: la neve marina che già abbiamo visto. I detritivori mangiano la sostanza organica e i batteri che la decompongono, e innescano una rete trofica a base di detrito. Le correnti discendenti portano ossigeno in profondità e innescano correnti ascendenti che portano i nutrienti verso la superficie, dove saranno utilizzati dai produttori primari. Gran parte della biosfera funziona così!
In questa sala ci sono anche i tre comparti principali dei sistemi marini: plancton, benthos e necton, e si mostrano anche le connessioni che li collegano attraverso i cicli biologici.
Le filtrazione, la più diffusa modalità di alimentazione degli animali marini, viene spiegata portando come esempio i mitili (le cozze) e le balene. Sono illustrate anche le altre modalità di alimentazione degli animali marini e i modelli di distribuzione del benthos, in base alla luce o all'idrodinamismo.

9 - Scienziati dell'evoluzione
Qui ci sono i busti di Ernst Haeckel e di Karl von Baer. Haeckel era il professore di Zoologia di Dohrn. Sviluppò la Legge biogenetica, l'ontogenesi ricapitola la filogenesi: lo sviluppo di un organismo (dall'uovo fecondato all'adulto) ricapitola la storia evolutiva della specie a cui quell'organismo appartiene e permette di identificare i suoi "antenati" (filogenesi). Von Baer coniò quattro leggi, oggi ritenute più attendibili rispetto a quella di Haeckel, che dicono esattamente il contrario. Non a caso, nella sala degli affreschi della Stazione Zoologica ci sono i busti di Darwin e di von Baer.
Haeckel era un maestro nella raffigurazione di alberi filogenetici che ricostruiscono i rapporti evolutivi tra gli organismi. Sulla parete accanto a quella con i busti troneggia una grande opera di Ray Troll: l'albero della vita. In basso a destra c'è la Stazione Zoologica, con Anton Dohrn che mostra l'albero a Darwin che, in mano, ha un corallo. Accanto c'è una tartaruga delle Galapagos che mangia una pizza!!!!
Dall'albero che mostra i rapporti filogenetici tra i vari phyla si passa alla parata della biodiversità marina, con 12 pannelli che raffigurano i phyla animali che vivono in mare, e le classi più importanti. I bozzetti sono esposti sulla ringhiera della balconata che dà sulla sala successiva.

10 - La sala polifunzionale
La grande sala che costituisce il perno di tutta l'esposizione è stata progettata per assolvere diverse funzioni, come suggerisce il nome. Le sedie sono facilmente amovibili e permettono una capienza di più di 120 spettatori. Sopra al palco, una grande parete funge da schermo per le proiezioni. Tolte le sedie la sala può servire per mostre speciali, workshop con molti tavoli, ricevimenti, e altre iniziative che richiedano ampio spazio. L'ingresso della sala, partendo dall'albero della vita, porta a una grande vetrata e a un colonnato. Appoggiata alla colonne troneggia la ricostruzione di una whale fall. I grandi cetacei, dopo la morte, affondano e i loro cadaveri si posano sul fondo, proprio come la neve marina. Uno scheletro di capodoglio lungo otto metri è stato utilizzato per ricostruire le fasi di predazione sul cadavere di un grande cetaceo da parte di squali, pesci, molluschi, crostacei e vermi marini.
Entrati nella sala polifunzionale, dopo aver costeggiato il capodoglio si arriva allo studio di Salvatore Lo Bianco, maestro della conservazione degli animali marini, seduto a una scrivania d'epoca con tanti preparati in liquido che si vendevano in tutto il mondo.
Facendo due o tre passi indietro, si ammira una parete alta sei metri che contiene migliaia di animali in liquido, recuperati dai fondi della Stazione Zoologica.
La sala polifunzionale servirà ad allestire mostre temporanee dedicate, ognuna, alle varie componenti della biodiversità marina. La prima, dedicata agli squali, ha previsto l'acquisizione di modelli a grandezza naturale di specie di squali mediterranei, compreso un grande squalo bianco. Sulla parete nord della sala troneggia un pesce luna, il più grande pesce osseo attualmente vivente, un re di aringhe, il più lungo pesce osseo, e un coloratissimo pesce re, oltre a una tartaruga liuto, il più grande rettile marino. Alcuni armadi a vetri contengono campioni a secco, un algario, e attrezzature storiche.
La sala può anche diventare un cinema e ospiterà festival cinematografici come il Pianeta Mare Film festival.

11 - Storia della biologia partenopea
Su una grande carta del golfo di Napoli sono indicate le storiche stazioni di campionamento dove il servizio pesca si recava per raccogliere i reperti richiesti dai ricercatori. Ci sono anche illustrazioni storiche che rappresentano organismi presenti nel  Golfo.
C'è anche una lista di specie descritte per la prima volta nel Golfo di Napoli. Inizia con Rhizostoma pulmo, il polmone di mare. Macrì la battezzò a partire da esemplari catturati nel Golfo, nel 1778. I primi ad essere descritti furono gli organismi più evidenti, come questa grande medusa bianca con la striscia blu. Seguendo gli anni di descrizione si può vedere che le scoperte si susseguono senza interrompersi mai. Nel 2021 sono state descritte specie sconosciute, trovate per la prima volta nel golfo di Napoli. L'esplorazione della biodiversità e la descrizione di specie sconosciute è da sempre una missione che caratterizza le attività della Stazione Zoologica. Una missione tutt'altro che compiuta.

12 - La scienza del mare
L'oceanografia biologica si effettua a partire da navi oceanografiche, mentre la biologia marina si vale delle stazioni marine. Questi due approcci sono complementari e non mutualmente esclusivi. Nelle stazioni di biologia marina, accanto allo studio della biodiversità, si usano gli organismi marini per compiere osservazioni ed esperimenti sui fenomeni basilari oggetto di studio della biologia, come la biologia dello sviluppo, la neurobiologia, la genetica e molto altro. Su una parete campeggiano i premi Nobel che sono passati dalla Stazione Zoologica e che hanno tratto ispirazione dalla cosiddetta "esperienza napoletana", grazie alla quale i ricercatori condividevano lo spazio dedicato alla ricerca, discutevano, si confrontavano, in un ambiente culturale ricchissimo.
C'è anche una lettera scritta al presidente della Stazione, Roberto Danovaro, da parte del Premio Nobel Tim Hunt, un componente del Consiglio Scientifico della Stazione Zoologica, deliziato dal vedere l'entusiasmo dei ricercatori e i loro risultati. La sala mostra anche antichi filmati che illustrano le attività "storiche" come la conservazione degli esemplari, e moderne attività subacquee. Ci sono alcuni veicoli sottomarini e si illustrano i vari approcci allo studio della biodiversità, da quello morfologico, più tradizionale, a quello genetico-molecolare, più moderno.
In questa sala è anche ricavato il piccolo negozio che vende libri e gadget ai visitatori.

13 - Il Museo Didattico
Una serie di tavoli e di microscopi e una lavagna collegata al computer permettono di effettuare esercitazioni pratiche in cui i visitatori, su prenotazione, possono effettuare osservazioni dettagliate su quanto hanno visto nel museo. Potendo anche toccare con mano alcuni oggetti esposti. Si tratta di uno spazio dedicato prevalentemente alle scolaresche, ma viene anche utilizzato per workshop scientifici e per particolari studi sulle collezioni presenti nel Museo.

14 - Il giardino
Fuori c'è una grande mascella di megalodonte, l'enorme squalo fossile di cui conosciamo solo i denti. Perfetta per fotografie di gruppo. Nel giardino, con vista su Capri e Posillipo, ci sono due sottomarini da ricerca, donati dall'associazione Mareamico. Invece di essere smantellati, sono ora una testimonianza storica di come si scendeva negli abissi qualche decennio fa. Sul retro, sempre in giardino, una grande scultura rappresenta un polpo che si arrampica sul muro di cinta.

Conclusioni
Il percorso espositivo segue una logica precisa e sviluppa un solo grande discorso, illustrato da tutto il materiale in esposizione. La bellezza di quanto esposto ovviamente tenta di strappare qualche ohhh e wow ai visitatori, ma il fine ultimo non è di stupire con immagini mirabolanti. Il museo vuole stupire i visitatori raccontando storie essenziali su fenomeni che non sapevano di non sapere, portandoli appunto a fare ahhh!!!!
Chi esce dal museo non deve solo essersi divertito, deve uscire sapendone di più. A questo fine ci sono le guide che spiegano il significato di tutto il percorso, perfettamente addestrate. E ci sono molti pannelli esplicativi che forniscono le necessarie chiavi interpretative, oltre a una guida in italiano e in inglese scaricabile con codice QR.
Questo primo allestimento del museo non è definitivo e sono molti gli argomenti che dovranno essere inseriti nelle varie sale, prima tra tutti la selezione sessuale, che troverà posto accanto alla selezione naturale e la coevoluzione.
Le conferenze, i congressi, i festival e le mostre tematiche già costituiscono un'offerta molto dinamica che garantisce novità ad ogni visita.
Il libro dei commenti, all'uscita che dà sul giardino, nel punto vendita di libri e gadget, è la migliore testimonianza della soddisfazione dei "clienti", per ora tutti entusiasti.

Il futuro dei Parchi nella voce dei protagonisti

A cura della Redazione

In una tavola rotonda virtuale abbiamo cercato di costruire un confronto tra alcuni protagonisti dell’impegno consolidato per la politica nazionale delle aree protette, sottoponendo loro nove domande sui temi dei parchi e di ciò che ruota loro intorno.

Non hanno bisogno di presentazione, tuttavia spendiamo qualche parola perchè tutti abbiano coscienza e conoscenza della loro autorevolezza su questo argomento.

Cominciamo con Giampiero Sammuri (GS), Presidente di Federparchi/Europarc, Associazione che riunisce i responsabili della maggior parte delle aree protette nazionali. Si tratta di 160 organismi di gestione di parchi nazionali e regionali, aree marine protette, riserve naturali regionali e statali.

Gianluigi Ceruti (GC), già Vicepresidente di Italia Nostra, poi parlamentare dei Verdi. È il padre della legge quadro sui parchi e le aree protette, la 394 del dicembre 1999.

Carlo Alberto Graziani (CAG), docente alla Facoltà di Giurisprudenza di Siena e Preside di quella di Macerata, già europarlamentare e Presidente del Parco nazionale dei Monti Sibillini, oggi presiede il Gruppo di San Rossore, Associazione che opera per sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica e degli amministratori nei confronti delle tematiche ambientali, in particolare quelle riferite alle aree protette.

Renzo Moschini (RM) del Gruppo di San Rossore è stato fondatore e Presidente. Ma prima ancora ha fondato Federparchi, oltre a esse stato Presidente della Provincia di Pisa e parlamentare per tre Legislature (1976-1987).

Dunque un parterre di tutto rispetto. Ecco le risposte alle nostre domande.

1. Tempo di anniversari per le aree protette. 150 anni per il decano internazionale, Yellowstone; 100 a dicembre per il nostro primo parco nazionale, il Gran Paradiso, e altrettanti a gennaio del prossimo anno per l’Abruzzo, ora Abruzzo Lazio e Molise. Ma 30 anni li ha anche compiuti, in sordina e senza festeggiamenti, la legge quadro nazionale sui parchi e le aree protette, cercata e inseguita per decenni e giunta in porto al Parlamento nel dicembre 1991 con il numero 394. Probabilmente c’è davvero poco da festeggiare, stante la situazione dei parchi e delle aree protette e della biodiversità nazionale e internazionale. Tutti concentrati su una nebulosa transizione ecologica – tanto invocata quanto poco perseguita – se non nella declinazione energetica e con qualche timido accenno al patrimonio di biodiversità del nostro paese. Come facciamo, nel registrare questa situazione, a introdurre un po’ di ottimismo e di speranza?

GS. Credo che un po’ di ottimismo possa derivare dai numerosi buoni risultati che hanno ottenuti i parchi, soprattutto in quella che è la loro mission principale, ossia la tutela della biodiversità. Basta guardare, ad esempio, la salvaguardia di numerose specie condotta in particolare dai due parchi centenari, il Gran Paradiso e quello d’Abruzzo, Lazio e Molise, che hanno messo in sicurezza lo stambecco, l’orso marsicano e il camoscio appenninico. Ma risultati importanti sono stati ottenuti da molti altri parchi nazionali e regionali, come l’Adamello Brenta, con la reintroduzione dell’orso nell’arco alpino, o il parco della Maremma che, insieme ad altre aree protette, ha consentito la reintroduzione del falco pescatore. Pensiamo inoltre alla salvaguardia di piante e altre specie vegetali rare e delicate, come il pino loricato del parco del Pollino o tante altre piante endemiche. Possiamo quindi affermare che, nonostante le difficoltà, i parchi nella loro mission primaria, quella della tutela della biodiversità, hanno ottenuto risultati significativi, anche grazie l’entusiasmo e alla competenza di quanti operano nelle aree protette.

GC. Certamente la transizione ecologica è più invocata che perseguita perché il Presidente del Consiglio (per certi aspetti dotato di eccezionali qualità e di esperienza) e il Ministro preposto alla cosiddetta transizione dimostrano di non avere sensibilità ambientale e credono di poter affrontare ogni problematica con il ricorso alla tecnologia. Certamente la tecnologia, se avanzata, può annullare l'inquinamento ove applicata alla fonte di una industria insalubre: in altre parole può essere efficace in taluni casi, ma non costituire il taumaturgico rimedio in ogni situazione. Il Ministro attuale deve sapere che talvolta bisogna ricorrere ai divieti come accade in ogni Paese avanzato.

CAG. È vero, la situazione attuale dei parchi, delle altre aree protette, della biodiversità nazionale e internazionale – cioè la situazione in cui oggi versa la natura nel mondo – non sembra poter indurre all’ottimismo. I dati che appaiono continuamente sulla stampa specializzata, ma anche quelli che leggiamo sempre più spesso sui mezzi di comunicazione di massa, ci mostrano la drammaticità del momento. Nel rispondere alla domanda, però, mi limito alla mia esperienza specifica, che è quella di chi da oltre cinquanta anni affronta questioni che riguardano i parchi e le altre aree protette, soprattutto italiane, dal punto di vista della gestione nei suoi aspetti concreti e teorici. Anche da questo punto di vista non possiamo avere motivi per essere ottimisti. Indico in maniera necessariamente sintetica quelle che mi sembrano le cause principali di una situazione molto critica:

a) le istituzioni – dal Ministero della transizione ecologica (anche quando si chiamava Ministero dell’Ambiente) a gran parte degli Assessorati Regionali all’Ambiente – hanno di fatto, e da tempo, rinunciato a prendere in effettiva considerazione i problemi della conservazione della natura;

b) nel dibattito della cosiddetta politica, cioè dei partiti, la natura è completamente assente. Sarebbe interessante verificare se e quale posto essa occupa nell’attuale campagna elettorale: certamente non è sufficiente lo scontato riferimento alla centralità della questione ecologica che, proprio per la sua genericità, è presente in tutti i programmi;

c) le Associazioni di protezione ambientale, anche quelle tradizionalmente più impegnate nella difesa della natura, dimostrano un forte disorientamento, che oggi le rende deboli e per di più incapaci di essere unitarie sulle questioni fondamentali;

d) Federparchi è sempre meno in grado di svolgere quel ruolo di riferimento generale che le competerebbe;

e) il sistema delle comunicazioni, tranne qualche rarissima eccezione, tratta i parchi e, in generale le aree protette, in maniera molto superficiale e spesso distorta.

È significativo quanto è accaduto e sta avvenendo in occasione dei 30 anni della legge quadro (dicembre 2021) e dei 100 anni dei primi parchi italiani (Gran Paradiso dicembre 2022, Abruzzo gennaio 2023). Nessuna seria analisi nel primo caso, a conferma di una profonda involuzione: dal fervore iniziale alla chiusura burocratica di oggi. Scontati e fortemente e autoreferenziali i festeggiamenti nel secondo caso, dove solo la riflessione storica apre squarci di luce (vedi il recentissimo libro di Luigi Piccioni Cento anni di parchi. Scritti sulla storia delle aree protette, ed. Università di Camerino).

Anche su questo specifico fronte dunque dilaga il pessimismo? A coltivare la speranza che si possa uscire da una crisi comunque profonda vi sono a mio avviso due elementi. Innanzi tutto l’esistenza di persone che, malgrado tutto, si adoperano con concretezza e coraggio, singolarmente o in gruppo, per salvare lembi di natura e nello stesso tempo per testimoniare alcuni principi fondamentali che sono proprio quelli contenuti nell’art. 9  della Costituzione. Si tratta di un fenomeno molto interessante per l’originalità e l’innovatività e anche per l’entusiasmo, la forza e la costanza dei protagonisti, quasi sempre donne: un fenomeno che si va diffondendo nel nostro Paese, ma che purtroppo presenta una sua debolezza strutturale data dal fatto che sia i singoli sia i gruppi si muovono isolatamente e i pochi tentativi di costruire reti e movimenti vengono strumentalizzati da forze esterne. Di qui la difficoltà di incidere sul piano politico e su quello della comunicazione. L’altro elemento di ottimismo lo traggo dal fatto che il grande movimento giovanile sviluppatosi in questi ultimi anni a livello internazionale, e anche italiano, continua a essere vivo e vitale, come ha dimostrato, tra le altre iniziative, il “Climate Social Camp” che si è svolto di recente a Torino: una nuova generazione reclama il diritto al futuro e chiede una vera transizione ecologica che esige un’inversione radicale di rotta prima che sia troppo tardi. Questo movimento non ha incontrato ancora la tematica delle aree protette e in particolare dei parchi, ma manifesta un forte desiderio di vivere la natura nella sua pienezza. Perciò l’obiettivo che il mondo dei parchi deve porsi è quello di individuare adeguati strumenti di comunicazione e innanzitutto quello di aprirsi a nuove idee e a nuove visioni che consentano di costruire rapporti con questo movimento. Grande è la difficoltà, anche perché a occupare la scena dei parchi, sia nei ruoli apicali sia nei dibattiti sempre più stanchi, sono solo maschi disorientati e nello stesso tempo incapaci di dare spazio alle donne che, benché silenti, sono le protagoniste delle esperienze più interessanti e innovative che si svolgono sul campo e proprio per questo in grado di cogliere la vera essenza dei parchi e la loro importanza fondamentale. Ma vorrei andare oltre perché penso occorra guardare a tutta la natura e che l’obiettivo fondamentale sia, oggi soprattutto, la cura della terra nella sua complessità. È questo del resto quanto ci indica con grande chiarezza la nostra Costituzione, quando, con l’art. 9, modificato all’inizio di quest’anno, fa riferimento alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi: la natura – ci dice – non ha confini e quindi può essere salvata, “anche nell’interesse delle future generazioni”, solo se si cura il territorio nella sua unitarietà.

E allora qual è il ruolo dei parchi e in generale delle aree protette?

La Carta di Fontecchio – presentata nel 2016 da molte delle più importanti Associazioni ambientaliste italiane – offre alcune indicazioni fondamentali. Soprattutto i parchi, che sono le aree protette più complesse e importanti, devono potenziare la loro funzione tradizionale di baluardo fondamentale di conservazione, in quanto sono eccezionali serbatoi di biodiversità, ricchi di paesaggi, di testimonianze storiche e artistiche, di bellezza; ma nello stesso tempo debbono porsi come veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile: modelli ricchi di sfaccettature, articolati, non interpretabili in senso esclusivamente economico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura, tensione verso la bellezza.

Mi permetto di riportare un passo particolarmente significativo della Carta sulla missione attuale delle aree protette: «Le aree protette indicano concretamente come la tutela del patrimonio naturale e di quello culturale sia un’opportunità straordinaria per il genere umano e non una spesa improduttiva: se questo segnale non è stato generalmente accolto fino a oggi è perché la società e coloro che ci amministrano nel suo insieme non hanno saputo investire energie, progettualità e risorse in tale direzione, accecati dai miti illusori di un progresso fondato solo sulla crescita dei consumi, svincolata da ogni altro valore. Le aree naturali protette sono grandi serbatoi di biodiversità che contribuiscono in maniera determinante ad arrestarne la diminuzione. Ma esse contengono e proteggono anche le tracce preziose e decifrabili delle vicende (pastorali, agricole, artigianali, insediative) della cultura e della creatività umana, altrove quasi completamente scomparse o alterate. Tracce che permettono di individuare i variegati e segreti alberi genealogici delle comunità e di impedire il pericolo delle fratture generazionali. Le grandi e piccole aree naturali protette sono altresì luoghi particolarmente idonei per scoprire, o riscoprire, il significato autentico del rapporto con la natura, per appagare l’aspirazione alla bellezza, per promuovere i valori che rendono armoniosa la vita delle persone: la sobrietà e il risparmio, il cammino e il silenzio, l’osservazione e i liberi orizzonti, il senso della comunità e le sinergie. Nelle aree protette grande è la possibilità di cogliere il senso profondo della natura che non conosce barriere fisiche e proprio per questo è in grado di abbattere le barriere esistenziali, sociali, geopolitiche che dividono l’umanità. Così i sistemi e le reti diventano strumenti in grado di salvaguardare, con la natura, i diritti delle persone, a partire dall’inclusione dei più deboli e degli emarginati, e i diritti dei popoli, a partire dalla pace tra le nazioni e dalla collaborazione tra gli stati».

Le aree protette non sono isole: sono veri e propri laboratori in grado di indicare soluzioni che valgono ben oltre i loro confini: perciò hanno un valore generale e assolvono a un ruolo fondamentale.

RM. È stato sempre difficile ricondurre le politiche ambientali ad un contesto nazionale, dove si potessero coinvolgere Parlamento, Regioni Speciali e Ordinarie, Enti locali (Comuni e Province).

Personalmente ricordo le vicende del Parco d’Abruzzo e del suo direttore, che tennero banco per lunghi periodi senza scomodare la politica.

I non molti appuntamenti politici nazionali infatti non ebbero vita facile, a partire dalle conferenze nazionali. Neppure l’approvazione della Legge quadro del 1991 aprì la strada alle aree protette marine, che stanno ancora faticando. Anche i parchi regionali, dopo un primo periodo di grande vivacità, immediatamente successivo all’istituzione delle Regioni a Statuto ordinario, con l’approvazione della legge quadro sulle aree protette segnarono una battuta di arresto. In particolare, risultarono mortificate le Regioni che più si erano distinte nella politica delle aree protette regionali. Ne so qualcosa essendomi occupato per anni del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli in Toscana. Qui ci sono vicende ancora aperte, quali la base militare a Coltano. Ma la stessa siccità, che sta attanagliando la penisola e non solo, con il riscaldamento del clima ripropone la necessità di un raccordo delle politiche territoriali, dove Parchi e aree protette terrestri, marine e fluviali hanno un ruolo decisivo.

La vicenda delle Province non può essere dimenticata, per i guai e i danni che ha provocato. Su questo tema la storia è lunga, quando prese avvio in Parlamento negli anno ‘70ed ’80, io mi opposi, anche come rappresentante del PCI nell’UPI e con Marisa Rodano, allora Presidente della Provincia di Roma, andammo a protestare anche dal Presidente del Repubblica che ci ricevette. Anche questo rimane un problema irrisolto nonostante il Parlamento abbia ritoccato alcune norme. Occorre ora ritornare ad una politica che sappia guardare al medio e lungo periodo per trovare la strada per affrontare le molteplici situazioni che ora chiedono urgenza di risoluzione.

 

2. Se trasferiamo la nostra attenzione dalla terra al mare le tinte si offuscano ancora di più, tranne lodevoli ma sparuti esempi. Le nostre acque sono sempre più impoverite da attività di sfruttamento tutt’altro che compatibili e sostenibili. L’industria della pesca declina le solite ragioni del profitto, con l’aggravante che si nutre di beni comuni cui attinge liberamente senza alcun investimento e solo con l’onere della raccolta. In più inquina, lascia reti a mare che compromettono l’ecosistema...

Non sarebbe il caso di arrivare a una disciplina più stringente che richiami i pescatori alle loro responsabilità?

GS. Non penso che la pesca sia il principale problema che ha oggi il mare. Credo che le minacce più gravi siano l’inquinamento da plastica e microplastiche nonché quello dell’innalzamento delle temperature, che altera le condizioni delle acque e incide profondamente sulla biodiversità marina. È comunque vero che ci sono dei casi di pesca illegale, che devono essere perseguiti con azioni incisive, anche perché vanno a ledere gli interessi di quanti svolgono l’attività di pesca nel rispetto delle regole. Bisogna essere più incisivi sia nei controlli che, soprattutto, nelle sanzioni. Con il costo a cui è arrivato il pesce, le sanzioni hanno quasi perso il loro valore di deterrenza.

GC. Tutti gli utenti del mare, a cominciare dai pescatori, debbono essere abituati, sin dall'inizio della loro esperienza di vita e di lavoro, ad usare forme di autodisciplina, ma il legislatore deve prevedere anche inosservanze e, quindi, stabilire sanzioni dissuasive. La pesca, in questo momento, ha bisogno anche di sostegni finanziari.

CAG. Quando prima ho fatto riferimento ai parchi e alle aree protette non ho distinto tra terra e mare, anche se devo riconoscere che generalmente quando si dibatte su conservazione della natura, su parchi e su aree protette si guarda soprattutto alla terra: così le aree marine protette finiscono per restare al margine dell’attenzione. È questo un limite molto grave che contribuisce in misura non marginale a rendere più debole la tutela. Faccio un esempio che mi sembra significativo: quando ci preoccupiamo per le sofferenze degli animali non pensiamo anche agli animali del mare, con la conseguenza, tra l’altro, che l’industria della pesca continua, tranne che in casi eclatanti, a operare pressoché indisturbata.

A parte questo esempio, è vero che lo sfruttamento del mare – sia delle acque sia dei suoi viventi – è sempre più intenso e drammatico, a causa di quelle tecnologie sempre più sofisticate che non significano necessariamente progresso e a causa della complessità dei problemi politico-istituzionali che il mare solleva, con la conseguenza che deboli sono le tutele, malgrado gli sforzi da parte di molte istituzioni nazionali e internazionali. Se lo sfruttamento impoverisce mare e terra, è nel mare che l’attacco ai beni comuni da parte delle attività antropiche diventa dominante: si pensi all’intero settore della pesca e a quello delle concessioni che riguardano gran parte del demanio marittimo. Si tratta di un fenomeno così esteso che può apparire normale, tale da giustificare la feroce opposizione alla necessaria riforma delle concessioni balneari.

In via generale ritengo che proprio la riflessione sui beni comuni può aiutarci ad affrontare il delicatissimo problema, partendo dal principio contenuto nella nota definizione di Stefano Rodotà (sono comuni quei beni “che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona” e che “devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico anche a beneficio delle generazioni future”) e sottolineando come per la concreta attuazione di questo principio, non ancora espressamente codificato, occorra un forte impegno da parte di chi opera per tutelare gli interessi generali. Il diritto alla natura è un diritto fondamentale, ora confermato dall’art. 9 della Costituzione, e quindi i beni funzionali all’esercizio di questo diritto, e perciò al godimento della natura, sono comuni. Le acque del mare sono bene comune proprio perché non sono solo produttive, ma costituiscono un elemento di conservazione della biodiversità, di contrasto all’effetto serra, di fornitore di ossigeno fonte di vita.

È questa la strada che il movimento ambientalista oggi deve percorrere e su questa strada le aree marine protette hanno un ruolo fondamentale.

RM. Nella società occidentale negli ultimi decenni è stato accettato, in maniera eccessivamente acritica, il concetto che il bene della società si raggiunge attraverso la libera concorrenza, cui non devono essere posti limiti di alcun tipo. Non vorrei ora soffermarmi sulle conseguenze, oggi sotto gli occhi di tutti, di quello che ciò ha portato in termini sociali e di svilimento e svuotamento della democrazia, sempre più ridotta ad un aspetto formale che nasconde il vero concentrarsi nel potere nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone, e che trova un indice inconfutabile nella percentuale sempre più bassa di coloro che partecipano alle votazioni, ma analizzare le conseguenze sull’ambiente, in particolare su quello marino. Infatti l’attività di pesca condotta in modo “industriale” dalle grandi compagnie ha come finalità il profitto, per massimizzare il quale si ignorano completamente le esigenze del mare e di chi in esso vive. Tale situazione ha raggiunto livelli tali che una parte degli stessi imprenditori si sta ponendo il problema della permanenza della risorsa ittica. Purtroppo le attività di pesca artigianali stanno seguendo gli stessi modelli di profitto e spesso operano, nel piccolo, con logiche ancora più distruttive. In questo quadro non è più prorogabile il rinvio di una seria politica internazionale di tutela dell’habitat marino e delle specie che in esso vivono, ponendo regole stringenti per l’attività di pesca e tutelando la piccola pesca che ancora molte popolazioni attuano come elemento di sostentamento, legata ad una tradizione che da sempre ha mantenuto l’attenzione e il rispetto per il mare e le specie che in esso vivono.

3. Il mare va tutelato per le risorse che spontaneamente può fornire ma che non possono esser razziate senza riguardo. Non vanno solo sfruttate ma coltivate. Ciò che può accadere solo con una sensibilizzazione generale sull’importanza delle acque libere come elemento non solo produttivi ma di conservazione della biodiversità ,di contrasto all’effetto serra, di fornitore di ossigeno fonte di vita. Le aree marine protette che ruolo possono svolgere e come possiamo chiedere siano rafforzate per quantità, qualità ed efficacia?

GS. Le Aree Marine Protette possono svolgere un ruolo molto importante, non tanto per la loro estensione, che è abbastanza limitata, ma per il ruolo di educazione e di diffusione di una cultura del mare attraverso comportamenti virtuosi. In ogni caso ricordiamo che le Direttive Europee dicono che bisogna arrivare al 30% di superficie marina protetta entro il 2030. Purtroppo le AMP sono le figlie povere del sistema dei parchi che fanno capo al Ministero. I parchi nazionali fruiscono di finanziamenti adeguati mentre le Aree Marine hanno dispongono di poche risorse, sia finanziarie che umane, e quindi abbiano grosse difficoltà nella gestione; nonostante queste difficoltà spesso svolgono azioni di eccellenza per quanto riguarda la tutela della biodiversità.

GC. L'attuale Ministro della Transizione Ecologica pensi ad attuare integralmente la legge 394/1991 istituendo le aree protette marine ancora sulla carta. Se correttamente gestite, esse possono esercitare un ruolo fondamentale nell'assicurare la protezione della fauna e preservare le acque per il richiamo del turismo nelle zone preposte nei pressi delle riserve marine. La salvaguardia ambientale ha anche ricadute economiche e sociali positive.

CAG. In Italia le AMP costituiscono, almeno potenzialmente, un fondamentale asse portante della protezione della natura, al pari dei parchi e delle riserve naturali. Sono però, tra le varie aree protette, quelle che hanno incontrato maggiori difficoltà, per la limitatezza delle risorse umane e finanziarie, per la complessità e la problematicità della gestione, per la forza degli interessi contrari alla conservazione, per gli ostacoli burocratici che si frappongono all’azione dei gestori, ma anche perché non sono stati risolti – e forse mai adeguatamente affrontati – i problemi di fondo che riguardano i rapporti tra aree protette di terra e aree protette di mare: l’estraneità delle AMP rispetto a molti degli Istituti contemplati dalla legge quadro sulle aree protette (legge 394 del 1991) costituisce il principale problema irrisolto.

Alla luce delle riflessioni di chi ha esperienza e competenza dirette in questo settore – mi riferisco in particolare a Fabio Vallarola – ritengo che occorra riconsiderare la classificazione generale delle aree protette sotto un duplice aspetto:

a) introdurre la figura del parco (nazionale e regionale) con estensione a mare e conseguentemente modificare il secondo comma dell’art. 19 della legge 394, secondo cui la gestione di un’AMP confinante con un parco viene attribuita al gestore del parco: quando un parco confina con un’area protetta di mare si deve invece procedere alla loro trasformazione in un’unica area protetta (rientrante appunto nella categoria dei parchi con estensione a mare);

b) distinguere, sul modello della distinzione tra parchi e riserve naturali, tra aree protette di mare più complesse, con diverse destinazioni d’uso, e aree più semplici, con esclusiva o prevalente destinazione a riserva integrale: le prime dovrebbero essere equiparate ai parchi nazionali per quanto riguarda, in particolare, l’autonomia e perciò dovrebbe essere previsto un soggetto gestore equiparabile all’Ente Parco; per le aree più semplici (destinate a riserva integrale) dovrebbe essere conservata l’attuale diversificazione di soggetti gestori, come del resto avviene attualmente per le riserve naturali. In questo quadro le AMP possono, al pari dei parchi, costituire un grande ed efficace laboratorio di esperienze diversificate e diventare un vero modello di gestione del mare.

RM. Le Aree Protette Marine sono state istituite per tutelare ambienti marini particolarmente ricchi di biodiversità, che spesso rischiavano di scomparire di fronte alla scarsa attenzione delle attività antropiche a tali ricchezze. Ma se osserviamo il numero e l’estensione di tali aree comprendiamo subito che, fatto salva un’azione puntuale comunque necessaria, la salvaguardia che le AMP possono attuare nei confronti della biodiversità non ha un peso effettivo di protezione. Se poi analizziamo l’organizzazione prevista dalla normativa italiana per la gestione di tale aree non possiamo non evidenziare la fragilità del sistema. Infatti, la struttura organizzativa non è definita a livello nazionale, ma è demandata a ciascun Ente di Gestione, ma i finanziamenti statali non possono essere utilizzati per gli stipendi dei dipendenti. Importante il ruolo educativo che in questi anni hanno svolto le aree marine protette, pur dovendo fare i conti continuamente con la fragilità che caratterizza le strutture. Occorre quindi superare le difficoltà derivanti da un sostanziale disinteresse dello stato per l’organizzazione delle AMP, dando modelli utili per la loro organizzazione, prevedere finanziamenti adeguati, allineando le modalità di rapportarsi e di finanziare tali aree alla stessa stregua dei parchi nazionali. Infatti oggi i finanziamenti dedicati alle AMP sono notevolmente inferiori a quelli per i parchi nazionali e tali finanziamenti non possono essere utilizzati per il costo del personale. Si capisce perciò che la struttura delle AMP è fortemente condizionata dal soggetto o dai soggetti gestori, che a differenza dei parchi, non è un soggetto autonomo, ma un soggetto esistente o un consorzio di soggetti esistenti sul territorio. Inoltre la politica nazionale delle AMP va inserita in una programmazione seria di difesa della biodiversità marina.

4. La legge quadro ha avuto modifiche infilate in vari provvedimenti omnibus per iniziativa governativa, sollecitata da interessi diversificati. Perchè non si torna a discutere con un dibattito serio, scientificamente e amministrativamente fondato? Intanto per capire come mai alcune sue parti fondanti e fondamentali sono state via via dimenticate o addirittura surrettiziamente stralciate anche con il silenzio del mondo degli amministratori della aree protette e la distrazione di parte del movimento ambientalista....

GS. Nella scorsa legislatura abbiamo provato ad aprire un dibattito, ma non si è sviluppato un confronto che tenesse presente le esigenze di chi, in prima persona, è chiamato a gestire le aree protette. Purtroppo ci si è divisi sugli slogan e su temi di bandiera, senza approfondire i nodi reali. Uno dei punti di maggiore contrapposizione è stato quello relativo all’abolizione dell’albo dei direttori, che pure non mi sembrava una questione centrale della legge istitutiva dei parchi. Si voleva riportare la scelta della figura del direttore alle modalità standard di tutta la Pubblica amministrazione, invece c’è stata una levata di scudi preconcetta che ha bloccato tutto. Adesso non ci sono le condizioni per una riforma organica, assistiamo, soprattutto con la legislazione di emergenza, prima per il Covid e ora per gli effetti della guerra, ad una serie di provvedimenti inseriti in decreti legge di varia natura dove troviamo alcune norme per i parchi, a volte sconclusionate e dannose, a volte utili e migliorative per la governance. Il tutto comunque senza alcun confronto con chi gestisce le aree naturali protette.

GC. Uno degli sport più praticati in Italia è quello di fare a gara per peggiorare la legge 394/1991. Il "dibattito serio, scientificamente e amministrativamente fondato" presuppone una diffusa educazione ambientale che, secondo me, oggi manca nella società italiana e quindi, anche negli amministratori pubblici, anche perché i programmi scolastici continuano ad ignorare i principi fondamentali del civile rispetto dell'ambiente, che è la casa di tutti. Che cosa aspettano i ministri della transizione ecologica e dell'istruzione ad istituire d'intesa, ad esempio, le "settimane verdi" nei Parchi per le scolaresche, come già invocava alcuni decenni fa Renzo Videsott? In mancanza, le benemerite associazioni come Pro Natura sono chiamate a svolgere necessariamente funzioni di supplenza.

CAG. Ho parlato prima di un dibattito su questi temi che si è trascinato sempre più stancamente: un dibattito, aggiungo, che ha tradito la tensione originaria contenuta nel libro di Giacomini e Romani, Uomini e parchi (v. l’edizione aggiornata a cura di Valter Giuliano, 2005, Franco Angeli ed.) al quale tutti dicono di ispirarsi, anche se non tutti l’hanno letto. È come se la lotta alla “legge sfasciaparchi” – cioè a quell’insieme di proposte di legge che nelle scorse due ultime legislature ha tentato, non riuscendovi, di smantellare alcuni dei punti più importanti della legge 394 – avesse stancato sia chi difendeva la legge, sia chi cospargeva di mine il suo cammino. A quella lotta che ha dato vita al Gruppo dei 30, al quale fanno oggi riferimento tanti operatori di aree protette e tante persone comunque a esse interessate, deve subentrare una nuova fase, consistente in una riflessione e in un confronto aperti, e soprattutto non ideologici, sulle questioni poste in questa domanda.

RM. La legge quadro sulle aree protette è nata in un momento di forte rilancio della politica ambientale e di forte partecipazione popolare. La legge ha scelto che alla guida dei parchi fossero insediati organi politici, per poter meglio calibrare le scelte sulle necessità e le caratteristiche dei singoli territori. Inoltre, alcuni aspetti innovativi contenuti nella legge programmavano una diversa organizzazione della tutela della diversità e dell’ambiente per tali aree, rispetto a quanto era maturato positivamente sino a quel momento. Un modello ,questo, fatto proprio dagli Stati mediterranei europei, ma diverso da quello dei paesi nordici, che hanno organizzato i parchi come “uffici operativi” del Ministero dell’Ambiente, quindi con una direzione politica centralizzata. Due modelli diversi, ma che si basano su situazioni e condizioni diverse. Una riflessione seria su tali modelli, e in generale sulla legge quadro, credo sia importante e penso che la sede naturale sia all’interno della conferenza nazionale delle aree protette, da me, e non solo da me, inutilmente, più volte auspicata e sollecitata, anche con lettere al Ministro

Sulla mancata attuazione di parti significative della legge 394/1991 vorrei ricordare, a titolo di esempio, la questione delle riserve naturali dello Stato, che avrebbero dovute essere gestite dagli Enti Parco. Su questo punto ci fu un grosso impegno di Federparchi, poi vanificato dalla opposizione dei gestori, fatto salvo poi, da parte degli stessi gestori, invocare sostegni economici ai relativi Enti Parco.

Inoltre, la legge quadro è stata emanata in un momento in cui c’era una forte spinta partecipativa da parte degli Enti locali, delle Associazioni e della popolazione. Gli organi erano stati pensati per permettere la più ampia partecipazione e condivisione nella gestione. Ma con il tempo alcune cose sono cambiate. Ad esempio, oggi alcuni parchi hanno difficoltà a convocare organi quali la Comunità del Parco per la rigidità delle norme e, in alcuni casi, il gran numero di partecipanti che rende difficile organizzare sedute con il raggiungimento del numero legale.

Credo sia urgente un serio momento di riflessione sulla legge quadro, e questo non può che avvenire coinvolgendo tutti i soggetti interessanti all’interno di una nuova conferenza nazionale sulle aree protette, per rilanciare una politica nazionale dei parchi e delle aree protette, accantonando la riduzione che ne è stata fatta, in cui il Ministero ha attuato solo una politica dei parchi nazionali.

5. Il rappresentante degli ambientalisti nel Consiglio direttivo del Parco Nazionale Gran Paradiso ha proposto di individuare una “montagna sacra” all’interno dell’area protetta, invitando ad astenersi dal raggiungerne la cima come atto simbolico di rispetto e di senso del limite. Un’azione paradigmatica da introdurre proprio per sottolineare, nel centenario dell’area protetta, la necessità della rinuncia e del senso del limite come elementi essenziali per mutare davvero l’atteggiamento degli umani nei confronti del pianeta, via maestra per salvare la nostra specie. Non sarebbe stato opportuno rivendicare anche qualche atto concreto di tutela? Ad esempio chiedendo a TERNA, che lo sta già facendo in alcuni territori, di valutare la possibilità di interrare l’elettrodotto internazionale ad alta tensione nel tratto in cui attraversa il pianoro del Nivolet, cuore del parco? Tra l’altro una straordinaria occasione di promozione pubblicitaria...

O qualcos’altro in grado di lasciare concretezza?

GS. Sulla “montagna sacra” non colgo in pieno il senso della proposta. Nei parchi c’è la zonazione, nelle zone A, quelle di riserva integrale, non si può accedere se non per fini scientifici. Più che un gesto simbolico sono orientato a intervenire in base alle esigenze di tutela della biodiversità. Nessun problema a chiudere l’accesso a determinate aree per proteggere una specie animale o vegetale. Personalmente l’ho fatto molte volte, ultimamente per la tutela della foca monaca o del falco pescatore. Proprio nel parco del Gran Paradiso, nel periodo di nidificazione del gipeto, non si possono svolgere scalate sulle cascate di ghiaccio nei pressi dei nidi. Quindi un parco deve scegliere con oculatezza e solo per motivi di tutela in quali punti interdire alla fruizione. Mi sembra importante intervenire sugli elettrodotti, anche se le linee elettriche che andrebbero isolate o interrate per prime sono quelle a media e bassa tensione. Queste, al contrario dell’alta tensione, hanno i fili abbastanza vicini e sono spesso una trappola per uccelli con ampia apertura alare che muoiono per elettrocuzione. Le linee di alta tensione, invece, hanno i cavi più distanziati e incidenti del genere non si possono verificare. In alcune aree sorvolate dal capovaccaio, ad esempio, si sono svolti interventi di messa in sicurezza degli elettrodotti grazie al progetto Life Eyptian Vulture, al quale ha partecipato anche Federparchi.

GC. Nel Centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso mi trovano perfettamente d'accordo le considerazioni e le proposte che la domanda pone.

CAG. Conosco bene la proposta di Toni Farina per il centenario dell’istituzione del Parco nazionale del Gran Paradiso, del quale è attualmente apprezzato consigliere. La proposta ha sollevato un interessante dibattito sul concetto di limite in montagna, soprattutto all’interno di Mountain Wilderness (v. il relativo sito). Anche io sono intervenuto per sottolineare un aspetto che non mi sembrava emergere dal dibattito: sul piano logico assegnare la qualifica sacrale a una montagna specifica significa escludere la sacralità per tutte le altre montagne; se soltanto una montagna è sacra, tutte le altre, inequivocabilmente, non lo sono e perciò possono essere violate da chi per qualsiasi finalità – sincera passione, affermazione dell’ego o avida speculazione – intende affrontarle in piena libertà, senza limiti. Vi sono poi altri aspetti da considerare e in particolare quello secondo cui questa visione elitaria, puntiforme, legata cioè alla scelta di un’unica montagna come sacra, contraddice la visione olistica che oggi emerge nella riflessione più approfondita intorno alla grande questione della conservazione e che, come abbiamo visto, è recepita dalla Carta di Fontecchio (per salvare il pianeta occorre “tutelare la natura nella sua totalità”). Avevo quindi proposto di scegliere una montagna non per attribuire solo a essa la qualifica, ma per farne il simbolo della sacralità di tutte le montagne e avevo suggerito – dal momento che il centenario riguardava anche il Parco nazionale d’Abruzzo – di scegliere come simbolo per questo parco il Balzo della Chiesa, montagna che si erge al centro della catena delle Camosciare, non solo per il suo nome, ma soprattutto per la sua bellezza e imponenza.

Comunque, al di là di questo dibattito e dell’uso del termine “sacro”, forse troppo enfatico per la nostra cultura, è giusto quanto la domanda propone: celebrare il Centenario con un atto concreto di tutela, ad esempio interrare l’elettrodotto internazionale ad alta tensione nel tratto in cui attraversa il pianoro del Nivolet, cuore del Parco del Gran Paradiso.

Non so se questa bellissima proposta avrà seguito. So invece, e ne sono costernato, che l’attuale gestione del Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise celebra il centenario di questo Parco, famoso anche per avere tutelato rigorosamente i suoi boschi negli ultimi 50 anni, aggredendo la Pineta di Villetta Barrea (rinomata internazionalmente per il suo Pinus nigra) con la pretestuosa giustificazione della sicurezza contro gli incendi e ponendo al centro della sua politica di gestione forestale non già la conservazione, gli equilibri ecologici e idrogeologici, il paesaggio, ma l’utilizzazione produttiva, cioè il taglio a fini commerciali.

A questo attacco scandaloso alla conservazione della natura, portato avanti nel più assoluto (almeno finora) silenzio ministeriale, occorre reagire con immediatezza e con forza, anche perché esso non è isolato, ma rischia, per l’importanza del Parco, di costituire un ballon d’essai per diffondere negli altri parchi e nei boschi più belli del resto del territorio la logica produttivistica del Testo unico in materia di foreste e filiere forestali (Tuff) emanato nel 2018. A tal fine a Villetta Barrea è stato costituito il Comitato civico per la difesa della Pineta (tel. 338 733 5978), cui aderiscono cittadini, amici della pineta, importanti botanici e zoologi: è anche l’occasione per verificare la capacità e la volontà delle Associazioni di affrontare unite un problema che per la conservazione è strategico.

RM. In questi anni abbiamo registrato nei nostri parchi una molteplicità di proposte e di iniziative lodevoli ed apprezzabili. I parchi non sono stati immobili, anche in una situazione generale che li ha sempre più marginalizzati. Questa proposta, sicuramente provocatoria, è comunque interessante, perché pone all’attenzione di tutti alcuni elementi. Il primo è che la finalità del parco è la conservazione della natura e questa può richiedere anche limitazioni al libero agire dell’uomo, non per il gusto di imporre limiti, ma per la necessità di preservare un bene, il patrimonio naturale, essenziale per la stessa sopravvivenza dell’uomo. Il secondo è che la transizione ecologica non ha i territori dei parchi come aree di sperimentazione, ma come modelli di equilibrio tra lo sviluppo dell’uomo e la natura. Non sono un punto di partenza per trovare soluzioni innovative più ecocompatibili, ma il punto di arrivo dell’equilibrio necessario per mantenere un ambiente adeguato alla stessa sopravvivenza dell’uomo. Terzo: il limite è connaturato con la vita dell’uomo, pur nel tentativo e nella ricerca di nuovi equilibri. Non è una invenzione di qualche appassionato della natura, ma è la condizione storica della vita umana, e il tentativo e la ricerca di spostarlo non sono nella vana illusione del suo annullamento, ma nella ricerca di nuovi e più avanzati equilibri. Ma, come dicevo, i parchi in questi anni hanno operato anche con iniziative e proposte molto interessanti e di alto livello. È mancato però un raccordo e una valorizzazione di tali iniziative, nonostante gli sforzi dei soggetti gestori e spesso degli uffici regionali e ministeriali preposti alle aree protette, perché le priorità politiche del nostro paese sono state altre e queste iniziative sono state relegate come elementi marginali e del tutto ininfluenti rispetto alle necessità del paese.

6. Parchi regionali. Allo sbando, ovunque. Nacquero nel momento in cui le Regioni seppero superare lo stallo nazionale nella politica della tutela dei territori ad alta qualità ambientale, riserve di biodiversità. La fotografia dell’oggi ci consegna un’iniziativa regionale nel migliore dei casi indifferente, per lo più intollerante quando non ostile. Il rischio è che i parchi regionali siano lasciati morire di inedia, decostruendo un contributo indispensabile alla tutela della biodiversità non solo nazionale ma europea. Quali leve per rilanciarli?

GS. I parchi nazionali hanno mantenuto ed anche incrementato i fondi disponibili, per i parchi regionali è stato il contrario, in maniera generalizzata.  La tendenza è quella di una diminuzione delle risorse, sia economiche che umane, ed è un grave errore perché i parchi regionali, per estensione, pareggiano i parchi nazionali anche se, mediamente, sono più piccoli. Alcuni di essi tutelano valori di biodiversità addirittura superiori a quelli di alcuni parchi nazionali. Non si capisce quindi perché i fondi del Ministero vadano solo ai parchi nazionali e, in parte, alle aree marine protette; eppure la biodiversità è dappertutto e non conosce i confini amministrativi. La legge 394 prevede il piano triennale delle are protette, il cui scopo è quello di sostenere il sistema nel suo complesso, ma sono venti anni che non viene più finanziato, mentre in precedenza forniva importanti risorse ai parchi regionali ed anzi stimolava, con il metodo del cofinanziamento, anche le Regioni a fare altrettanto.

GC. Anche per rilanciare i Parchi regionali occorre fare affidamento non soltanto su una rinnovata, forte azione propulsiva delle Associazioni nazionali tradizionali ma anche sull'apporto dei comitati locali formati dai nuovi eroi del nostro tempo, che affrontano anche sacrifici economici per sostenere e attuare direttamente iniziative di interesse generale.

CAG. Il problema del rilancio è grave ed è generale. Riguarda sia i parchi nazionali che quelli regionali, ma anche tutte le altre aree protette a partire dalle AMP. È vero, i parchi regionali, che pure hanno una loro storia gloriosa dovuta anche, nel passato, a un forte impegno delle istituzioni (basterebbe riferirsi a Piemonte Parchi e a Toscana Parchi), sono oggi allo sbando, forse con qualche eccezione. La gravità emerge dalla domanda successiva, che non è tanto una domanda quanto un’analisi sintetica, lucida e nello stesso tempo sconfortante della situazione in cui versano oggi tutte le aree protette. Sono anni che noi chiediamo alle istituzioni e ai partiti un rilancio: ma noi chi? In questa domanda si cela un nodo fondamentale. Noi siamo singole persone o singoli gruppi che ritengono strategica la questione aree protette, ma sempre di più avvertono la sordità delle istituzioni e dei partiti; che cercano di impegnarsi, ma non riescono a coordinarsi, a unire i loro sforzi. Molti di noi sono militanti di Associazioni ambientaliste, le quali però operano separatamente: alcune nell’assurda illusione di una tronfia supremazia, altre nella vana ricerca di percorsi da sostituire a quelli che una volta erano vincenti, altre ancora nella consapevolezza di una debolezza che a volte diventa marginalità; tutte nel quadro di una crisi generale del volontariato ambientale e precisamente di quel volontariato che opera sul campo.

Sono però convinto che oggi solo dalle Associazioni, unite in un effettivo movimento, possa derivare la svolta necessaria per il rilancio e che pertanto su di esse incomba un’enorme responsabilità. Se qualcuna, per complesso di superiorità o per incapacità, ritiene di operare per conto proprio o comunque decide di restare da parte, che siano le altre ad andare avanti nella consapevolezza che si apre per loro la possibilità, e il dovere, di svolgere una funzione di importanza storica. Tutto il resto, a mio avviso, è secondario.

RM. I parchi regionali sono nati immediatamente dopo l’istituzione delle Regioni, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso; hanno rappresentato il superamento dell’inedia statale nella politica delle aree protette, immettendo un approccio che fu preso a modello dallo stesso UICN. In questa politica si distinsero Regioni come il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia, il Lazio e la Toscana, solo per ricordarne alcune. L’approccio a volte era diverso e le soluzioni proposte quelle ritenute più adeguate per il singolo territorio. L’emanazione della legge quadro sulle aree protette, ma soprattutto la nuova politica attiva dello stato in materia di parchi e protezione della natura, segna una svolta, perché mette in difficoltà proprio le Regioni che avevano operato con più passione e intelligenza nella politica dei parchi. Infatti, all’attenzione e al lavoro di cesello operato dalle Regioni si sostituisce una politica di grandi finanziamenti operata dallo stato, che fa sì che i territori siano più sensibili all’istituzione di un parco nazionale piuttosto che regionale. Né le Regioni riescono a trovare quei finanziamenti che permettano loro di sostenere un confronto con quanto sta facendo lo Stato, che di fatto da una “politica nazionale dei parchi” che emerge nel primo piano triennale delle aree protette passa poi ad una “politica dei parchi nazionali” attenta di fatto solo ai parchi nazionali, finendo con l’abolizione dello stesso piano triennale. Le Regioni, dopo un primo momento di risveglio anche per quelle che non avevano operato con una specifica politica dei parchi prima del 1991, si sono avviate ad un ridimensionamento dei parchi, costretti dalle esigenze di restrizione finanziaria e dalle nuove urgenze e priorità. Le Regioni hanno cioè abbandonato una politica a lungo raggio, che aveva caratterizzato gli anni ’70 e ’80 del novecento per concentrarsi su obiettivi più immediati, o se vogliamo essere più prosaici obiettivi a misura di “risultati elettorali”. Non più politiche che vedevano i risultati in una prospettiva a lungo termine, ma politiche misurabili nell’immediato, per ottenere il massimo di consensi (è questa una delle contraddizioni della crisi democratica cui si accennava sopra). Per il rilancio della politica dei parchi occorre un cambio di passo da parte delle Regioni, non più al traino della politica nazionale o dei finanziamenti immediatamente ottenibili, ma con un’ottica di lunga visione sul proprio territorio e sugli effetti delle politiche attuate. I parchi possono essere rilanciati solo in quest’ottica quale elementi essenziali per un ambiente vivibile per l’uomo ed esemplificativi di quella transizione ecologica di cui oggi si parla tanto ma solo i termini “produttivistici”, in cui i parchi e le aree protette rischiano di essere i luoghi di sperimentazioni “per la transizione ecologica” che in altri tempi nessuno avrebbe sognato di fare all’interno delle aree protette. Le Regioni devono riprendere l’iniziativa e mettere in campo soluzioni innovative, come avveniva negli anni precedenti l’emanazione della legge quadro, ma questo è possibile solo se viene aperta una nuova stagione con una reale politica nazionale per i parchi e le aree protette.

7. Nell’informazione generalista, tra giornali main stream e televisione pubblica o privata, che pure qualche spazio sono stati costretti a destinarlo agli anniversari delle aree protette, si finisce sempre con il cadere in vecchi stereotipi, insistendo su temi tutto sommato abbastanza superati: la tutela delle specie a rischio (lo sono di più al di fuori che dentro le aree protette?), il bracconaggio e la caccia (temi ormai residuali), l’educazione ambientale, la valorizzazione dei prodotti tipici del territorio (inflazionato e dove tutto è ormai tipico)...

Ma i parchi, non dovrebbero essere la dimensione della sperimentazione verso modelli alternativi di convivenza con l’ambiente, di innovazioni tecnologiche e sociali, di sperimentazioni per una mobilità davvero sostenibile, un turismo davvero compatibile, la gestione davvero sostenibile delle risorse energetiche, idriche, alimentari... ?

L’impressione è che non si sappia più essere riferimento per pratiche di avanguardia accontentandosi di praticare la conservazione senza propulsione verso scenari di futuro.

In questo sembra assente anche una regia nazionale, ove il Ministero insegue le opportunità di finanziamenti europei senza una strategia che vada oltre e soprattutto tenga insieme i vari settori in una politica unitaria con visioni di prospettiva.

GS. Non concordo con l’affermazione che alcune specie a rischio sono più tutelate fuori dai parchi, al contrario, come negli esempi che ho citato, le specie in pericolo di estinzione sono molto più tutelate nelle aree protette. C’è il problema di tutela di specie che hanno una distribuzione molto più ampia che nei soli parchi e quindi vi è la necessità di sviluppare forme di tutela che siano efficaci anche al di fuori del perimetro del parco. È vero che i parchi devono essere un modello di sviluppo sostenibile, ma ricordiamoci sempre che la loro mission primaria è la tutela della biodiversità. Oggi in tantissimi parchi italiani (nazionali, regionali e AMP) si portano avanti interessanti strategie mirate per il turismo sostenibile. Abbiamo decine di esperienze virtuose e molte aree protette sono certificate con la CETS, la Carta Europea del Turismo Sostenibile nelle aree protette, che impone parametri e controlli specifici.

GC. Dopo la legge 394/1991 la casa editrice De Agostini mi affidò l'incarico di realizzare, insieme ad altri, una serie di documentari "home video" sui parchi nazionali e regionali. Durante alcune riprese nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna il presidente di un'associazione di albergatori mi chiese un incontro che concordai immediatamente. Mi aspettavo contumelie, doglianze e proteste, mentre il colloquio mi riservò, invece, un ringraziamento perché gli operatori del settore, dopo l'istituzione del parco regionale del crinale prima e di quello nazionale poi, avevano visto aumentare sensibilmente le visite specie dei rappresentanti delle generazioni più giovani.

CAG. Ho detto all’inizio che il Ministero della Transizione Ecologica (anche quando si chiamava Ministero dell’Ambiente) ha di fatto rinunciato a prendere in considerazione i problemi della conservazione della natura. Aggiungo che non si tratta solo di trascuratezza da parte del Ministero né di una semplice impressione. Mi rendo conto che la mia è una valutazione severa, ma essa si basa su fatti che riguardano sia i parchi, sia in generale la conservazione della natura e che ho sperimentato e continuo a sperimentare (e non solo certo il solo). Mi riferisco innanzi tutto al silenzio del Ministero sulle questioni fondamentali che oramai si prolunga da anni e di cui la mancata convocazione della terza Conferenza delle aree protette è solo un aspetto; ma penso anche al silenzio sulla gestione forestale nei parchi a cui ho accennato in precedenza. Mi riferisco anche alla debolezza della struttura interna che si occupa di natura e di aree protette. Mi riferisco poi, a titolo di esempio, all’incapacità di orientare il percorso della Regione Lombardia e delle Province autonome di Trento e Bolzano verso la configurazione unitaria del Parco nazionale dello Stelvio; all’indifferenza per quanto riguarda le tante opere che sono di una violenza inaudita nei confronti dell’ambiente montano, delle quali quelle per il Campionato del mondo di sci alpino svoltisi a Cortina l’anno scorso e quelle per i prossimi Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 sono clamorosa dimostrazione.

RM. I parchi nascono per la protezione attiva di ambienti ad alto valore naturale. Questo ha portato in un primo tempo ad accentuare le azioni di tutela: tutela delle specie a rischio, il bracconaggio, la caccia, l’educazione ambientale. Successivamente è stato valutato che era necessario promuovere attività compatibili, da qui la valorizzazione dei prodotti tipici, l’utilizzo turistico dei territori, ecc. Spesso si è dimenticato che la protezione è un’azione attiva che richiede un continuo adeguamento alle nuove esigenze, tenendo conto dei risultati (positivi e/o negativi) delle azioni messe in atto. Alla fine del secolo scorso, ai parchi è stato richiesto di attuare politiche che aumentassero il consenso nei loro confronti, e questo ha portato alla promozione delle attività compatibili (turismo, prodotti agricoli di qualità e tipici, piccolo artigianato, ecc.). Le azioni attuate per la ricerca del consenso sono state quelle più evidenziate nei parchi, dimenticando spesso di verificare la loro effettiva (e non solo nominale) compatibilità con la delicatezza dell’ambiente. Tale modello è quello più ricorrente e ricercato dai mezzi di comunicazione, trascurando le azioni, a volte davvero notevoli, che sono state attuate nei parchi per sperimentare modelli effettivamente compatibili. Di fronte a quanto ricercato dai mass media, i parchi stessi hanno iniziato per sottolineare soprattutto tali aspetti, dimenticando di evidenziare le azioni innovative che pure sono state attuate. Poi con il tempo la priorità di comunicazione è diventata priorità di azione. Questo evidenzia ancora la mancanza di una chiara politica nazionale dei parchi e delle aree protette.

8. La prima Conferenza nazionale sui parchi e aree protette data 1997; la seconda si celebrò a Torino nel 2002. Poi è seguita, nel 2013 quella sulla biodiversità. Non servirebbe un nuovo momento di riflessione e di confronto su questi temi? Anche per ridefinire strategie, ruoli, obiettivi... Per aggiornare le risposte che possiamo dare alle domande: Quale senso possiamo dare oggi ai parchi e alle aree protette? Quale funzione? Quale missione?

GS. Le prime due si sono svolte nella fase espansiva delle aree protette, c’era una grande tensione positiva verso la nascita dei parchi. Già nel 2013 c’era un’atmosfera un po’ diversa. Oggi sicuramente c’è un interesse minore rispetto ai parchi, riguarda il Governo, le Regioni, la politica in generale, anche i media non sempre sono attenti al tema. Come Federparchi teniamo periodicamente numerosi incontri ed assemblee sui temi di cui parliamo, ma certo vi è un calo di sensibilità soprattutto nel mondo della politica mentre, invece, i cittadini sono sempre più attenti alla natura. Basti pensare che il 5x1000 ai parchi nazionali è triplicato negli ultimi quattro anni. Se vogliamo è una situazione opposta agli anni ‘80 e ‘90, quando si aveva l’impressione che su queste tematiche la politica fosse più avanti dei cittadini, oggi sembra esattamente il contrario.

Siamo il paese europeo che ha la biodiversità più elevata, il maggior numero di specie sia animali che vegetali, una ricchezza enorme e una conseguente responsabilità in termini di protezione. Ovviamente, come già accennato, va portata avanti la sperimentazione di modelli di sviluppo da proporre al resto del territorio.

GC. Per attuare quanto la domanda opportunamente propone occorre prescindere dal Ministero della Transizione Ecologica e dal suo attuale titolare che è il frutto di una scelta sbagliata.

CAG. Ho prima fatto riferimento a un passo della Carta di Fontecchio per sottolineare come oggi i parchi e le altre aree protette, a partire dalle AMP, abbiano la missione di porsi come modelli di conservazione della natura e nello stesso tempo di sviluppo effettivamente sostenibile: modelli validi anche oltre i loro confini. Queste affermazioni però non bastano: dobbiamo con onestà riconoscerlo. Certamente le aree protette, e specialmente i parchi, hanno ottenuto e continuano a ottenere importanti risultati al proprio interno, ma non sono riusciti, se non in minima parte, ad “attaccare” il territorio esterno, a contaminarlo né a consolidare in via definitiva i propri rapporti con la istituzioni locali.

Eravamo sicuri che il modello parco si sarebbe potuto realizzare. Ma era e continua a essere un’illusione – la grande illusione – che nasceva da un equivoco: i parchi non sono né possono diventare, nella situazione attuale, veri modelli perché il loro sistema di governo (la c.d. governance), che è parte essenziale del regime speciale a cui essi sono assoggettati, non è applicabile al resto del territorio e quindi, inevitabilmente, inficia il modello. Non è applicabile, come la realtà sta dimostrando, per un principio che forse viene sottovalutato: secondo il nostro ordinamento, nel governo di un territorio la rappresentanza è quella ottenuta per via elettorale. A questo principio nessuno vuole rinunciare ed è giusto che sia così: nei parchi sempre più forte è la richiesta di una gestione con più ampia partecipazione dei rappresentanti locali eletti.

L’esperienza del terremoto del 2016 nell’Appennino centrale è stata per me illuminante: mi permetto di accennarne. Il terremoto ha avuto il suo epicentro all’interno di due parchi nazionali: il Parco dei Monti Sibillini e il Parco del Gran Sasso - Monti della Laga. Il 24 agosto ha distrutto Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto tra la Laga e i Sibillini, con oltre 300 morti; il 26 e il 30 ottobre ha colpito gravemente tutti i Comuni del Parco dei Sibillini, tra Marche e Umbria, distruggendo quasi completamente Visso, Ussita, Castelsantangelo sul Nera, Pievetorina, Arquata del Tronto, Castelluccio di Norcia. L’esistenza dei due parchi – proprio per il loro duplice obiettivo (conservazione e sviluppo) – sarebbe dovuta essere di importanza strategica per affrontare i problemi del dopo sisma, ma è stata e continua a essere completamente ignorata nel dibattito e nei progetti sulla ricostruzione e sul futuro delle popolazioni: di conseguenza non è stata presa in considerazione, se non in via del tutto marginale, dalle misure finora adottate.

Perché questa assenza quando è proprio l’idea di parco, della quale tutti dovrebbero essere sostenitori, a rappresentare una straordinaria prospettiva per quel territorio devastato dal sisma? Non è sufficiente accusare di latitanza o di incapacità gli Enti gestori, i Ministeri, gli Assessorati regionali competenti, le Associazioni ambientaliste, anche se l’accusa è fondata: avrebbero dovuto e dovrebbero essere i cittadini e i loro rappresentanti, a partire dai Sindaci, a far sì che l’idea del parco informi le fasi della ricostruzione e della rinascita. Se ciò non  avviene la ragione è molto semplice: le comunità locali non hanno introiettato quell’idea proprio perché le esclude dal pieno governo del territorio e perciò non la considerano come rientrante nel proprio bagaglio istituzionale. Le comunità, finché riterranno che i parchi appartengono a enti burocratici lontani dal tessuto sociale e costateranno che la loro partecipazione è solo marginale, non si approprieranno di quell’idea e non saranno perciò disponibili a impegnarsi per realizzarla.

Dalla riflessione sul dramma di un territorio e dalla considerazione che la grande illusione non riguarda solo i parchi coinvolti dal sisma, ma tutto il sistema dei parchi, traggo la conclusione che, se il parco deve essere un laboratorio dove si sperimenta un modello di gestione territoriale valido anche per l’esterno, diventa necessario superare un regime che viene vissuto secondo una logica di esclusione e non di inclusione.

Il passaggio a un pieno protagonismo degli Enti Locali non può però essere immediato, perché la gestione di tali Enti risponde attualmente a competenze, metodologie, sensibilità diverse da quelle che sono necessarie per la gestione di un parco e che, almeno in linea generale, non sono usuali per l’attuale classe di governo locale. Occorre quindi un periodo di transizione nel corso del quale sarà necessario porre le basi per una vera e propria conversione culturale e politica, che deve consentire di introiettare nuovi principi e di individuarne i concreti strumenti attuativi. Tra questi principi faccio riferimento ai seguenti:

a) i parchi sono beni comuni e la loro gestione deve essere svolta nell’interesse generale;

b) per la specificità e la complessità dei problemi da affrontare la gestione dei parchi deve essere caratterizzata da un approccio scientifico: i decisori devono tenere nel massimo conto l’apporto della scienza e servirsi di una direzione tecnico-amministrativa scelta per titoli e in grado di affrontare questioni in chiave interdisciplinare; 

c) per ogni parco devono essere fissati obiettivi e specificità che orientino e condizionino la gestione e sul raggiungimento dei quali l’autorità competente, statale o regionale, debba effettuare un’attenta valutazione e trarre le necessarie conseguenze.

Si apre così un percorso di crescita culturale e politica che deve essere partecipato per permettere alla comunità locale di percepire in tutta la sua importanza la vera essenza del parco. Al termine di questo percorso il parco diventerà  l’idea forte che la comunità avrà fatto propria, gli obiettivi e i problemi saranno inevitabilmente al centro dei dibattiti elettorali e delle sedute degli organi comunali, su tali obiettivi e su tali problemi si riverserà l’attenzione degli enti, delle associazioni, dei singoli soggetti che vivono in quel territorio o che comunque operano per quel territorio. Crescerà così il livello culturale e di consapevolezza civica dell’intera comunità; si innalzerà la qualità della gestione della cosa pubblica.

RM. Come dicevo prima, sono anni che auspico e sollecito, purtroppo invano, anche con lettere indirizzate ai Ministri che si sono succeduti alla guida del Ministero dell’Ambiente, la convocazione di una nuova Conferenza nazionale delle aree protette, per il rilancio del ruolo e della missione dei parchi. In questo momento, in cui è essenziale aver chiaro quale è la strada che deve essere percorso per attuare una “transizione ecologica” non governata dagli interessi economici, ma attenta a far transitare lo sviluppo umano con forme sostenibili per l’ambiente, le aree protette sono il “punto di arrivo” e il riferimento per la transizione ecologica, in cui l’equilibrio tra attività umana e ambiente è tale da<