Membro di
Socia della

Archivio Rassegna Stampa

Guerra in Ucraina

Riccardo Graziano

Giovedì 24 febbraio, alle prime luci dell’alba, le truppe russe hanno invaso l’Ucraina, attaccandola su più fronti, da nord, est e sud. Quella che i russi, con colossale ipocrisia, continuavano a indicare come “esercitazione” si è trasformata nella più grande occupazione di una nazione sovrana europea dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, l’equivalente dell’aggressione nazista e sovietica del 1939 contro la Polonia.
L’evento è di una gravità inaudita, sia per i cittadini ucraini, che subiscono in prima persona la violenza dei combattimenti, sia per l’Europa, dove si ripercuoteranno contraccolpi di notevole portata, sia per il mondo intero, dove iniziano a delinearsi con chiarezza nodi di tensione destinati a esplodere in conflitti fra i blocchi di potere che puntano a conquistare la supremazia planetaria.
Si tratta di un evento di portata storica e globale, destinato  a impattare anche sulle nostre vite, anche se al momento ce ne rendiamo conto solo in parte. Un avvenimento che presenta molteplici profili di complessità, sotto l’aspetto strategico, politico, economico, sociale e ambientale, che una rivista come la nostra, che si chiama non a caso Natura e Società, ha il dovere di analizzare. Perché sappiamo bene che la giustizia climatica non è raggiungibile senza giustizia sociale e viceversa. E sappiamo bene che, con le sfide ambientali che incombono, l’umanità dovrebbe utilizzare ogni risorsa disponibile per tutelare la propria sopravvivenza, anziché accelerare sulla strada della propria autodistruzione.
Data l’ampiezza della questione, ci concentreremo principalmente sugli aspetti più vicini alle tematiche ambientali e su come queste vengano “considerate” dai vertici del Cremlino, gli stessi che hanno pianificato e lanciato l’attacco contro l’Ucraina.
Una cosa però ci preme ricordare, al di là di ogni retorica: come sottolineava Gino Strada, uno che sapeva bene di cosa parlava, dopo decenni passati a praticare chirurgia d’emergenza in zone di conflitto, la guerra provoca morti, feriti, invalidi, traumatizzati. Il 90 per cento di queste vittime sono civili indifesi, di cui un terzo bambini. Persone che subiscono senza colpa le smanie di potere e le ambizioni di conquista del potente di turno, in questo caso Vladimir Putin, il nuovo zar di tutte le Russie, che accarezza il sogno di ricostruire l’Unione Sovietica.

L’impero del fossile
Da quando Putin si è insediato al Cremlino, ha perseguito con determinazione a tratti feroce la ricostruzione politica, economica e militare di un Paese in crisi profonda dopo il crollo dell’URSS e il saccheggio delle sue enormi ricchezze perpetrato attraverso la privatizzazione selvaggia di beni e aziende statali. Lo ha fatto puntando dal punto di vista politico sul sentimento nazionalista ferito e dal punto di vista economico sulla disponibilità di risorse fossili, in particolare gas e petrolio, da vendere a un mondo sempre più affamato di energia. Il colosso petrolifero russo Gazprom è fra i principali produttori ed esportatori di combustibili fossili, nonché fra i maggiori responsabili mondiali di emissioni di gas a effetto serra, fattore che è alla base dei cambiamenti climatici ormai evidenti. La transizione ecologica verso le rinnovabili, sempre più urgente, viene regolarmente ostacolata da una serie di Paesi le cui economie si reggono sulle fonti fossili, utilizzate in proprio o esportate che siano. La Russia è uno di questi Paesi, come ha dimostrato per esempio alla Cop 24 di Katowice, dove insieme al Kuwait, all’Arabia Saudita e agli USA di Trump, ha manovrato per annacquare gli accordi finali del vertice, anche perché sembra convinta di avere tutto da guadagnare dai mutamenti climatici, a scapito delle nazioni della fascia temperata che vanno verso la tropicalizzazione del clima o dei piccoli Stati insulari, che rischiano di essere sommersi dall’innalzamento degli oceani.

Gli amici del cambiamento climatico
Fino a oggi gran parte del territorio russo è stato caratterizzato da un clima estremamente rigido: la Siberia è sinonimo stesso di freddo glaciale e condizioni di vita estreme. Dal punto di vista di Mosca, il riscaldamento globale sembrerebbe vantaggioso, perché potrebbe trasformare le gelide steppe del nord da distese di muschi e licheni in terre fertili e coltivabili, su un’estensione tale da garantire una produzione in grado di soddisfare mezzo pianeta, mentre le attuali zone temperate vedrebbero il proprio clima tropicalizzarsi o peggio desertificarsi, come potrebbe succedere anche all’Italia. Già oggi grazie all’innalzamento delle temperature la produzione di grano in Russia è salita vertiginosamente, tanto da farla diventare il maggior esportatore a livello mondiale, proprio a scapito della quota della UE. Ne consegue che la classe dirigente moscovita non sembra minimamente preoccupata dal costante surriscaldamento atmosferico, nonostante sia potenzialmente nefasto anche per il loro territorio, che a causa di siccità prolungate e temperature anomale ha visto svilupparsi incendi devastanti nelle foreste boreali del Paese. Nel 2020 gli incendi hanno devastato un'area di 27,75 milioni di ettari, di cui il 64% erano boschi. Nel 2021 si stima sia andata ancora peggio, con circa 30 milioni di ettari in fumo, più o meno come se fosse bruciata l’intera Italia.

Inoltre, è noto che il surriscaldamento delle zone artiche provoca lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno un tempo perennemente ghiacciato, con tutte le conseguenze che questo comporta, a partire dall’instabilità che si crea sotto la superficie. Si sono già registrati vari episodi di sprofondamento del terreno, a volte con l’apertura di vere e proprie voragini. Finché questo accade in qualche zona spopolata, va ancora bene. Ma quando succede sotto le (per fortuna poche) zone abitate della regione, la questione cambia. La città di Vorkuta ha già visto quasi metà dei suoi edifici inclinarsi pericolosamente, a causa dell’instabilità del terreno. Ma ancor peggio è andata a Norilsk, dove sono collassate le fondamenta di un deposito di carburante che ha riversato 20.000 tonnellate di gasolio nei terreni e nelle acque circostanti, provocando danni per milioni di dollari. Più in generale, lo sprofondamento non uniforme del terreno provoca infossamenti, crepe e collassi in tutte le infrastrutture delle zone a cavallo del circolo polare, con la necessità di spendere milioni di dollari per rattoppare i danni. Il cambiamento climatico è dunque una minaccia anche per la Russia, così come per il resto del mondo, ma allo zar queste quisquilie non interessano: lui il mondo vuole dominarlo, mica preservarlo per le future generazioni.      

Ghiaccio bollente
Un altro degli effetti del riscaldamento globale è lo scioglimento della calotta polare artica, in rapida accelerazione. Da tempo il mondo scientifico e ambientalista ha lanciato l’allarme per il rischio di perdere questa zona glaciale, un vero e proprio “termoregolatore” planetario che contribuisce alla “climatizzazione” globale e che aumenta l’albedo della Terra, ovvero la sua capacità di riflettere i raggi solari: nel momento in cui la superficie ghiacciata si riduce, le acque scure del mare artico assorbono maggiori quantità di radiazioni e si riscaldano, facendo sciogliere ulteriormente la calotta. Un fenomeno dunque che si autoalimenta e rischia di far scomparire del tutto i ghiacci del Mare Artico, provocando conseguenze gravi e imprevedibili sulla circolazione delle acque e sulla flora e fauna marine. Uno scenario che preoccupa scienziati e ambientalisti, ma che la Russia vede invece come un’opportunità, perché consentirebbe di aprire nuove rotte commerciali nordiche e transpolari attualmente precluse dalla presenza dei ghiacci. Inoltre, con una buona dose di cinismo, la Russia ha pensato di approfittare dei tratti di mare già liberati dal ghiaccio per sfruttare giacimenti fossili sottomarini finora difficilmente raggiungibili. Qualche anno fa, la motonave Arctic Sunrise di Greenpeace aveva solcato quelle acque per manifestare pacificamente il dissenso verso le trivellazioni petrolifere nelle acque polari. La marina russa aveva immediatamente abbordato l’imbarcazione, ponendola sotto sequestro e imprigionando per varie settimane gli attivisti a bordo, ennesima riprova della “democraticità” dei metodi di Mosca e della sensibilità sociale e ambientale che si respira da quelle parti.

E-missioni di guerra
Un carro armato consuma in media 2 o 3 litri di carburante a chilometro, vale a dire 200/300 litri ogni 100 km. Per un’ora di volo, un elicottero da combattimento brucia circa 500 litri di carburante, un cacciabombardiere oltre 16.000. I mezzi di appoggio mediamente necessitano di un litro a chilometro. I carburanti emettono in media 2,5 kg di anidride carbonica per ogni litro bruciato. Utilizzando questi dati, il portale di meteorologia Nimbus nel 2003 aveva calcolato l’ordine di grandezza delle emissioni della scellerata guerra degli USA di Bush jr. in Iraq, quantificandolo in oltre 112.000 tonnellate di anidride carbonica al giorno, derivanti dai circa 45 milioni di litri di carburante utilizzati quotidianamente nei combattimenti [http://www.nimbus.it/articoli/2003/030325climaguerra.htm]. Il dispiegamento di forze in Ucraina da parte di Mosca è presumibilmente inferiore, ma ciò non toglie che le emissioni saranno elevatissime. Un brutto modo per implementare l’effetto serra e i mutamenti climatici derivanti dal surriscaldamento globale, ma come abbiamo visto la Russia è convinta di trarne giovamento...

Chernobyl e le sue sorelle
In Ucraina ci sono quattro centrali nucleari con quindici reattori, oltre a quella tristemente famosa di Chernobyl, protagonista del più grave caso di incidente avvenuto in questo tipo di impianti, con una fuga di radioattività che interessò tutta l’Europa e costrinse gli abitanti del luogo ad abbandonarlo per sempre. Le truppe russe puntano al controllo di questi siti strategici e sono abbastanza vicine a conseguire l’obiettivo, con risultati imprevedibili. Le centrali forniscono oltre la metà del fabbisogno energetico dell’Ucraina: se cadono in mano all’invasore, c’è come minimo il rischio di vedersi tagliare la fornitura elettrica. Ma occorre non sottovalutare il pericolo intrinseco di questi impianti, che se manomessi deliberatamente possono diventare un’arma atomica impropria in mano al nemico, con un potenziale letale di materiale esplosivo e radioattivo. Una debolezza strategica, insomma. L’eventualità che le centrali nucleari possano diventare bersagli sensibili e pericolosissimi in caso di conflitto è un’ulteriore fattore di rischio da mettere in conto, proprio ora che in Italia erano di nuovo spuntati parecchi fautori dell’energia atomica, che blateravano di centrali “sicure” senza avere la minima idea di cosa stessero parlando e non tenendo conto del fatto che per due volte i cittadini hanno bocciato il nucleare attraverso lo strumento democratico del referendum. Per ora, l’attacco militare alle centrali ucraine li ha bruscamente costretti al silenzio.

Dalla Russia con stupore
L’invasione russa ha improvvisamente zittito anche le voci di quei purtroppo non pochi politici italioti – a volte gli stessi sostenitori del nucleare – che esaltavano la figura dell’uomo forte Putin, salvo stupirsi oggi del suo comportamento da dittatore e assassino seriale, come se le guerre in Cecenia, Georgia e Crimea le avesse ordinate qualcun altro. In alcuni casi, sono gli stessi che invocano un intervento più deciso dell’Europa, dopo averla criticata per anni. Anche l’incoerenza, a questi livelli, rischia di diventare un’arma di distruzione di massa, però rivolta verso i propri cittadini, compresi quelli che votano per loro.

Il profugo che viene dal Nord
In questi giorni abbiamo assistito a un esodo di massa dei civili ucraini verso Occidente, improvviso e tumultuoso, con milioni di profughi. Abbiamo visto quale straordinaria e commovente catena di solidarietà si sia mobilitata per accoglierli, specialmente in Polonia, dove si registra l’afflusso maggiore. Questo tuttavia non ci fa dimenticare che, solo poche settimane fa, quei confini erano stati brutalmente blindati nei confronti dei profughi afgani, a loro volta in fuga dal regime dei Talebani, che in una scala della ferocia sono perfino superiori a Putin. Significa che la “fortezza Europa” accetta solo profughi “interni”? Che i rifugiati di guerra sono tali solo se la guerra si combatte in Europa? Strano concetto di accoglienza, peraltro ben esemplificato dalle parole di un politico norditaliota (guarda caso sostenitore del nucleare e pure di Putin, almeno fino a poco fa…) che sosteneva che vanno accolti solo i profughi delle “guerre vere”. Cioè? Le guerre in Afghanistan, Siria, Yemen e i molteplici conflitti africani non valgono? Eppure le persone muoiono anche lì, compresi donne e bambini. Urge un riesame delle pratiche di accoglienza e solidarietà, specialmente in vista del fatto che, entro pochi anni, questi esodi biblici aumenteranno in maniera esponenziale, a causa dei mutamenti del clima. Per ora, i “profughi climatici” sono una minoranza, ma sono destinati a crescere costantemente di numero. Cosa faremo quando milioni di persone saranno costrette a spostarsi dai loro territori? Li discrimineremo in base a provenienza e colore della pelle? Se scappano dalle inondazioni sì, se fuggono dalla siccità no? E se toccasse anche a noi? L’Italia è uno dei Paesi più esposti ai cambiamenti climatici. Pensiamoci, prima di sbattere la porta in faccia a qualcuno.

La quinta colonna
Infine, un accenno al nemico più insidioso da sconfiggere, una vera e propria “quinta colonna”, numerosa e ramificata in tutta Europa, che sostiene Putin e la sua guerra finanziandoli a piene mani. Siamo noi, tutti noi, che utilizziamo energia elettrica prodotta per quasi la metà col gas, di cui la Russia è il nostro maggior fornitore. Grosso modo, un quinto dell’elettricità che utilizziamo è prodotta col gas che ci vende Mosca, per non parlare del petrolio. Il miglior modo per frenare il conflitto sarebbe di non comprare più quel gas, tagliando una fonte di finanziamento vitale alla Russia. Ma non andando a comprare gas e petrolio da qualche altra parte, spostando semplicemente la nostra subalternità strategica verso qualcun altro. No, la strada giusta è quella di puntare verso le rinnovabili, che ci consentirebbero di produrre energia a casa nostra, con sole e vento, che di sicuro non ci applicheranno rincari. E nell’attesa di implementare la produzione delle rinnovabili, ridurre drasticamente i consumi. Ma saremmo capaci – e motivati – a fare delle rinunce per fermare la guerra? Saremmo disposti a condividere con i fratelli ucraini il disagio del coprifuoco, per consumare meno energia di notte? O perlomeno a ritoccare i nostri consumi senza troppo sconvolgimento, per esempio non giocando più nessuna partita di calcio in notturna, evitando così di accendere i riflettori, o altre cosuccie di questo tipo. Variazioni minime delle nostre abitudini, piccole limature ai nostri capricci e privilegi, che consentirebbero di dare un taglio ai consumi e limitare le importazioni di combustibili fossili, a cominciare da quelle provenienti dalla Russia. Un buon modo per rafforzare la bilancia dei pagamenti import-export ed evitare di finanziare dittatori e “stati canaglia”.

Ma al di là dell’indignazione, delle belle parole e delle frasi di circostanza, ce l’abbiamo davvero la volontà di farlo?



L’ambiente e gli animali entrano nella costituzione. Ma c’è proprio da festeggiare?

Piero Belletti

Lo scorso 8 febbraio la Camera dei Deputati ha approvato, praticamente all’unanimità e in forma definitiva, la Legge costituzionale che include la tutela dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali fra i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana. Sembrerebbe una buona notizia, visto lo storico disinteresse mostrato dal legislatore italiano nei confronti di queste tematiche. Ma è proprio così?

Una maggioranza schiacciante, tale da rendere inutile il ricorso al referendum popolare confermativo: così il Parlamento ha modificato la Costituzione della nostra Repubblica, inserendo tra i Principi Fondamentali alcuni dei temi che hanno sempre contraddistinto le nostre battaglie. Tra parentesi, stupisce non poco il silenzio che ha accompagnato l’intero iter procedurale: al di fuori dei luoghi di potere se ne è parlato pochissimo e la maggioranza della popolazione è venuta a conoscenza della questione a cose fatte. Forse (eufemismo…) si poteva ampliare preliminarmente il dibattito, coinvolgendo in misura molto maggiore i settori della società civile interessati. Il fatto che tutto sia avvenuto sotto traccia e quasi alla chetichella non giova certo alla trasparenza e alla irreprensibilità degli scopi dei proponenti. Ipotesi, questa, rafforzata dalla votazione, come detto quasi unanime. Quindi, anche gli esponenti delle forze partitiche storicamente contrarie ad ogni ipotesi di tutela dell’ambiente (ed altrettanto storicamente vicine a cementificatori, inquinatori, cacciatori, ecc.) si trovano d’accordo su queste modifiche costituzionali. Mah….
In ogni caso, a seguito delle modifiche approvate, la nuova Costituzione risulta essere la seguente (in grassetto le parti che sono state aggiunte):
Articolo 9 - La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.
Articolo 41 - L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.

I commenti sono stati molteplici e diversificati. Ovviamente, in ambito parlamentare, l’entusiasmo è stato generalizzato e gli aggettivi altisonanti si sono sprecati: “un passaggio storico” (il Presidente della Camera Roberto Fico), una giornata epocale (il Ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani). Anche molte Associazioni ambientaliste hanno espresso la loro piena soddisfazione.

Altre voci, invece, sono più critiche ed evidenziano almeno due considerazioni. La prima riguarda l’effettivo significato della modifica costituzionale. Fabio Balocco, avvocato e ambientalista della prima ora, scrive su “Italia Libera”1 che “nel concreto, non vi era nessun bisogno di mettere nero su bianco che la Repubblica tutela l’ambiente. L’art. 117 della Costituzione afferma già che lo Stato ha giurisdizione esclusiva su “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.” In pratica la tutela dell’ambiente, con la modifica, viene richiamata anche nei “Principi fondamentali” che sono gli articoli dall’1 al 12. Con l’aggiunta della tutela degli animali. La difesa dell’ambiente rientrava già appieno fra i compiti della nostra Repubblica. Ma non solo la tutela dell’ambiente c’è già nella nostra Costituzione, ma la Corte Costituzionale si è più volte espressa sull’importanza dell’ambiente come bene fondamentale della Repubblica, da privilegiare rispetto a quello economico. A parole. In realtà, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, in Italia ci si comporta in modo diverso”.
Ma l’aspetto più preoccupante riguarda per l’appunto la capacità, o meglio la volontà politica, di tradurre in fatti ciò che è stato scritto nella Costituzione. E qui i precedenti sono quanto meno inquietanti. Infatti, nel nostro Paese sono numerosissime le norme del tutto inapplicate. Oppure quelle in cui nel preambolo si afferma un principio, e poi nell’articolato si prevede l’esatto contrario o quasi.
Un classico esempio è la legislazione sull’attività venatoria (Legge n. 157 del 1992): nell’art. 1 si afferma che lo Stato tutela la fauna selvatica, nei successivi 36 si normano i modi per poterla sterminare….
Ancora Fabio Balocco ci presenta un altro esempio, quanto mai pertinente: “Nel 1939, in piena epoca fascista, furono promulgate le cosiddette “leggi Bottai”, dal nome del proponente. Un articolo dello storico Antonio Paolucci, sulla Treccani, afferma che la prima, sulla “Tutela delle cose di interesse artistico e storico”, del 1 giugno 1939 n. 1089, «era e resta un capolavoro di civiltà e di sapienza giuridica». Ad essa, pochi giorni dopo, seguì l’altra fondamentale legge Bottai, la n. 1497 del 29 giugno 1939,“Protezione delle bellezze naturali”, sulla scorta della quale una buona parte del paesaggio italiano fu vincolato. Inoltre, essa prevedeva, al comma 5, come efficace strumento di tutela per il futuro, il “piano territoriale paesistico”, che doveva essere redatto dall’allora ministro per l’Educazione nazionale. Ci fu la guerra, la norma rimase inapplicata, ma tale rimase anche con il passaggio dalla dittatura alla democrazia, anche con la Costituzione, anche con il suo art. 9. Occorre arrivare al decreto legge Galasso nel 1985 (ben quarantasei anni senza fare nulla, tanto era importante l’art. 9…) perché i piani, definiti adesso “paesaggistici” tornino di moda e siano di competenza delle singole Regioni. Norma poi mutuata dal Codice dell’Ambiente. Bene, ad oggi sono solo cinque le Regioni che il piano l’hanno adottato, ma di fatto esso non serve a nulla perché non ha posto dei reali vincoli al territorio oltre a quelli già esistenti.”
D’altra parte, è anche evidente che non basta elencare un principio nella Costituzione e sperare che la sua applicazione sia automatica e completa. Basti pensare alla solidarietà economica e sociale, all’uguaglianza di fronte alla legge, al diritto al lavoro, allo sviluppo della cultura, alla tutela del patrimonio storico e artistico, ecc.: tutti postulati compresi nei Principi Fondamentali della Costituzione, ma che sappiamo benissimo essere applicati quanto meno in modo parziale.

C’è poi un altro rischio, molto ben espresso da Alessandro Mortarino, uno dei fondatori del Movimento Stop al Consumo di Territorio, sul periodico online “Altriasti”2: “c’è anche il pericolo che, con la modifica costituzionale, la tutela del paesaggio possa trovarsi in subordine rispetto a quella ambientale e desta qualche preoccupazione il fatto che l’aggiunta «anche nell’interesse delle future generazioni» sia riferita solo alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi e non a quella del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Il collegamento con uno sviluppo “forsennato” degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (eolico e fotovoltaico a terra in primis) a danno del paesaggio stesso, è abbastanza automatico… Va aggiunto che la modifica costituzionale stride con i continui processi di “semplificazione” delle norme autorizzative (cioè tempi più rapidi), tanto a livello centrale quanto a livello regionale, e con il continuo e progressivo indebolimento delle Soprintendenze, cioè di coloro che dovrebbero controllare e autorizzare (che sono sempre più ridotti di numero e sempre più oberati, dunque meno in grado di tutelare). Di fondo – diciamocelo – resta la consapevolezza che nonostante il nostro “bellissimo” attuale articolo 9, in questi 75 anni il paesaggio italico abbia subito, ogni giorno, sfregi inenarrabili. Come poter pensare che la stessa sorte non subiscano anche l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi?”.

Su posizioni ancor più critiche è Carlo Iannello, giurista e docente universitario. Il quale scrive su “Italia Libera”3: “Il paesaggio ha una sua specificità perché eccezionale è il valore tutelato: la cultura espressiva dell’identità nazionale. Ambiente e urbanistica, invece, tutelano valori differenti che si aggiungono a quello paesaggistico, senza mai confondersi con esso, come la Corte costituzionale ha più volte affermato. L’ambiente tutela gli equilibri ecologici in favore delle future generazioni. L’urbanistica persegue l’ordinato assetto della vita sociale, per rendere ai cittadini i servizi essenziali. La possibile confusione tra questi concetti risiede nella circostanza che tutti insistono sul medesimo bene, il territorio. Ma questa circostanza non annulla le differenze. Il paesaggio, come osservato, è l’aspetto visibile del territorio. Ed è per questo motivo che la sua tutela prevale sulle altre. Si può e si deve tutelare l’ambiente e pianificare le città nel rispetto della parte visibile del territorio. Viceversa, lo stravolgimento della parte visibile del territorio, eventualmente richiesta da esigenze urbanistiche o ambientali, può attentare irreversibilmente al paesaggio. L’unico modo di conciliare le tre distinte tutele è dare prevalenza a quella paesaggistica, come prevede l’art. 145 del Codice del paesaggio. La pianificazione paesaggistica si impone su quella urbanistica e su quelle ambientali per la forza delle cose. La tutela dell’ambiente e le esigenze urbanistiche, anch’esse essenziali, devono essere soddisfatte nel rispetto del volto del paese, se si vogliono tutelare il paesaggio e i valori culturali che esso esprime”.

Ma forse l’aspetto più contorto della questione riguarda gli animali. Questi, infatti, secondo il Codice Civile continuano ad essere considerati “beni mobili”, negando quindi loro di fatto ogni riconoscimento come esseri senzienti dotati di un valore intrinseco, e non limitato all’uso o all’utilità che li caratterizza. Una contraddizione abbastanza palese, anche se su quale delle versioni prevarrà sussistono ben pochi dubbi. C’è quindi il timore che il nuovo dettato costituzionale di fatto si limiti a considerare i cosiddetti animali da affezione, tralasciando invece quelli selvatici e, in modo ancor più evidente, quelli che, con una terribile locuzione, vengono definiti “animali da reddito”.

In conclusione, il rischio che la montagna abbia partorito il classico topolino è molto reale: ovviamente starà ai politici fare in modo che le dichiarazioni di principio si trasformino, almeno in parte, in atti concreti. Molto dipenderà anche da noi, dall’opinione pubblica, e in particolare dalla sua capacità di trasmettere con forza e chiarezza ai propri rappresentanti politici la propria volontà. Ma su questo, consentitemi di avere molti, molti dubbi...

***
1. https://italialibera.online/politica-societa/modifica-art-9-della-costituzione-cosa-ce-di-storico-fico-o-addirittura-di-epocale-cingolani/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=gli-ultimi-articoli-di-italia-libera

2. http://www.altritasti.it/index.php/archivio/ambiente-e-territori/5108-articolo-9-della-costituzione-paesaggio-e-patrimonio-artistico-non-sono-piu-soli

3. https://italialibera.online/politica-societa/paesaggio-e-modifica-dellart-9-della-costituzione-uno-sfregio-frutto-di-un-ingenuo-errore/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=gli-ultimi-articoli-di-italia-libera

Imprenditori agricoli lungimiranti

Mentre è in corso la discussione per il Piano Strategico Nazionale che recepirà la nuova Politica Agricola Comune della UE -che si vuole, a parole più “verde” e innovativa, ma che, per quanto constatato dai rappresentati della Federazione nel tavolo di partenariato sociale ed economico, è la riedizione della rovinosa esperienza passata- offriamo ai lettori di Natura e Società il contributo di Paolo Mosca, che oltre a rappresentare la Federazione in diverse istanze (Tavolo Regionale piemontese per il Piano di Sviluppo Rurale, Coalizione #cambiamoagricoltura), è agricoltore biologico, agronomo e attivo propugnatore di un approccio agroecologico nello svolgimento delle pratiche agricole, quale sola strada per avviare una autentica transizione del sistema agroindustriale (che da solo rappresenta più del 15% del valore monetario dell’economia italiana e gestisce due terzi del territorio nazionale – somma superficie agricola e forestale – [dati CREA, Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria].
Al centro dell’approccio agroecologico vi è  l’agricoltura contadina, da intendersi in senso più estensivo e radicale di quanto inteso dal senso comune: Secondo il professor  J. D. van der Ploeg, docente di sociologia rurale presso l’Università di Wegeningen l’agricoltura contadina non si distingue da quella imprenditoriale per le sue caratteristiche istituzionali ma per uno stile di gestione. Lo stile contadino si caratterizza per specifici modi di rapportarsi con la natura e la società, di mobilitare, combinare e sviluppare le risorse e di organizzare e sviluppare la produzione.  Ecco dunque il senso dell’impegno di chi come il dottor Mosca si impegna quotidianamente a fornire prodotti alimentari e forestali sani e sicuri, nonostante le resistenze d un sistema basato sull’agrochimica, superato da decenni, che sopravvive solo in forza degli interessi economici di pochi e dell’inerzia politica dei più.

RICERCA PARTECIPATA E PRODUZIONE SOSTENIBILE NELLA NUOVA PAC
Paolo Mosca
Rielaborazione dell’intervento all’omonimo seminario Federbio del 18/03/21 (prima che si concludesse il trilogo sulla nuova Pac)

Io sono un agricoltore e vi porto oggi la mia esperienza che racconta la storia di un gruppo di agricoltori che hanno provato a reinterpretare l’agricoltura. Parlo di riso perché sono nato nelle risaie e sono interprete di una delle realtà risicole nell’area più importante d’Europa, la pianura vercellese, noi italiani siamo infatti i primi produttori risicoli in campo europeo. Vi riporto un modo di vedere la risicoltura valevole per un gruppo di aziende che hanno cercato di interpretarla in modo diverso da come è sempre stata vista, malgrado, ancora oggi, la maggior parte dei risicoltori proceda ancora in quella direzione. Uno dei punti su cui spesso gli agricoltori si arenano rispetto al cambiamento di modello produttivo è per esempio la questione delle erbe infestanti, dei parassiti e delle avversità. La stampa specializzata è piena, dalla prima all’ultima pagina degli annuari e delle relazioni degli enti pubblici e privati, di argomentazioni sul difficile, complesso, annoso problema della gestione delle erbe infestanti che attanagliano le coltivazioni. Se si gira pagina e ci si dimentica delle erbe infestanti, c’è un altro problema quello degli attacchi fungini. Mi riferisco al Brusone, questo importante agente patogeno che è una delle ragioni delle perdite di produzioni più rilevanti a livello mondiale. Se poi vogliamo ancora voltare pagina ci sono gli insetti. Per citarne uno, il Punteruolo acquatico, che non fa dormire sonni tranquilli agli agricoltori. Questo è quanto la risicoltura convenzionale si trova davanti quotidianamente ponendosi in una prospettiva di risoluzione del problema col controllo chimico come prima ed insostituibile arma di difesa. Se ci riferiamo agli attacchi fungini vi è poi in subordine alla prima soluzione, quella del controllo chimico per i più considerata un’arma insostituibile, una seconda tecnica di difesa che consiste nel scegliere varietà resistenti (in questo caso ci avviciniamo un pochino, se vogliamo, nella direzione della lotta biologica ) e, ancora, come terza possibilità, troviamo modelli di previsione per intercettare quelle che possono essere infezioni e poter intervenire (chimicamente) per tempo. Questo è un modello che ritengo superato, è un modello “Technology based” ovvero basato solo sulla tecnologia che, per come è architettato e come si è evoluto, oggi è completamente superato. Non dico che basare un modello sulla tecnologia sia errato, ci mancherebbe, però per come è architettato e si è evoluto questo modello è completamente superato perché l’innovazione di processo e prodotto è basata solo ed esclusivamente sulla tecnologia, questa è l’essenza che rende obsoleto l‘approccio.
La tecnologia gli agricoltori la acquistano come utilizzatori. E’ un modello che deriva dalla storia dell’evoluzione agricola degli ultimi 50 anni, dal dopoguerra, dalla rivoluzione verde. E’ un modello dove la ricerca e lo sviluppo sono centralizzati, sono svolti dalle multinazionali, dai centri di ricerca, e ricadono dall’alto verso gli agricoltori. Capite che in questo tipo di modello l’agricoltore è posto in basso e tutto il sistema è posto al di sopra di esso e fa cadere dall’alto tecnologia, consigli, pratiche e prospettive di sviluppo. E’ un modello top-down superato: “Technology based model”. che ha dimostrato la sua inadeguatezza nel rispondere alle sfide future, inadeguatezza in termini di sostenibilità sotto tutti i profili.
Il fatto che ci sia un’attesa costante da parte dell’agricoltore moderno nel ricevere tecnologia per risolvere i suoi problemi, che sono in costante crescita, è preoccupante. Si comprende facilmente questa dimensione se si guarda l’indice di una importante pubblicazione [53a Relazione Annuale 2020 Ente Nazionale Risi] uscita meno di un anno fa, redatta dal più importante ente di ricerca italiano in risicoltura: l’Ente Nazionale Risi.
E’ una pubblicazione di 140 pagine e, da pag. 6 a pag. 130 ci sono sostanzialmente solo prove di principi attivi, nuovi protocolli per l’intercettazione delle malerbe via via crescenti, e nuovi fertilizzanti.
L’agricoltore è posto in una posizione di attesa costante, attende che qualcuno gli dia gli strumenti per risolvere i problemi che questo modello agricolo di sviluppo man mano purtroppo ha creato.
Ma questo modello così come è congegnato e strutturato è davvero sostenibile almeno da un punto di vista economico? Io la risposta la cerco tra le righe di un altro importante lavoro [Il bilancio economico dell’azienda risicola] svolto egregiamente dai miei colleghi dottori Agronomi della sezione di Vercelli che ogni tre o quattro anni producono questo importante lavoro che riassumo in parole veramente semplici. Questo lavoro ci porta a capire che la media produttiva di risone tradizionale degli ultimi 15 anni è pari a 6,5 tonnellate per ettaro e, se andiamo a incrociare questo dato con una tabella qualche pagina più avanti, vediamo che nemmeno una produzione di 7,6 t/ha – quindi superiore a quella della media della risicoltura degli ultimi 15 anni – è in grado di portare in equilibrio economico ai prezzi di mercato, (fatto salvo il prezzo di 300 €/t dell’anno appena trascorso). Quindi si evince dal grafico che un’azienda di 50 ha non pareggia il bilancio nemmeno lontanamente, ma il particolare significativo è che nemmeno una azienda di 150 ha riesce a pareggiare, e ancora nemmeno una di 300 ha, come risulta dai dati di un anno e mezzo fa (Medie prezzi di mercato Camera Commercio Vercelli).
Che cosa ci siamo messi a fare io e altri agricoltori per rispondere a questi dati inquietanti che certificano la assoluta insostenibilità economica del modello risicolo attuale?
Ci siamo messi a pensare a un modello di sviluppo agricolo innovativo che rimetta gli agricoltori al centro della scena, basato sull’agroecologia, una parola che oggi ritorna molto di moda, che, con la sua declinazione di agricoltura biologica, confluisce sotto il cappello dell’agricoltura sostenibile – quella vera-.
Quando dico agroecologia intendo dire qualcosa di futuro e di molto lontano? Assolutamente no, forse bisogna semplicemente guardarsi un pochino indietro e fermarsi a ragionare un pochino. Io vengo da una tradizione agricola, la mia è una famiglia di agricoltori da alcune generazioni. Mio nonno, classe 1920, posso dire con assoluta certezza che aveva sulla punta delle dita i concetti base dell’agroecologia, molto più di mio padre classe 1950, nato nel dopoguerra nel momento della rivoluzione verde, che aveva potuto permettersi di perdere alcune di quelle conoscenze perché comodamente sostituite da strumenti più semplici ed economici da utilizzare, arrivavano in quegli anni fertilizzanti ed erbicidi che soppiantavano la zootecnia, le rotazioni, le mondine. Oggi bisogna andare a riprendere l’agroecologia e andarla a reinserire in un modello di sviluppo agricolo che guarda concretamente al futuro.
Nel nuovo modello che stiamo attuando, gli agricoltori e i ricercatori lavorano alla pari, c’è un approccio di spinta dal basso, sviluppano sul campo le soluzioni che gli agricoltori individuano come migliori e che , attraverso uno scambio reciproco, attraverso una diffusione delle conoscenze che tra gli agricoltori stessi, si sviluppano e trovano applicazione. E’ un modello che è ovviamente indipendente dall’intermediazione di terzi. Tutto questo è fondamentale, ridona libertà e autonomia all’agricoltura.
Vi porto l’esempio di questo progetto di ricerca che si chiama Riso Biosystem che coinvolge, oltre ad un gruppo di agricoltori, Università, Crea, Ente Risi con l’approccio dal basso descritto. Ha messo insieme alla pari le conoscenze degli agricoltori con quelle dei ricercatori dei diversi enti di ricerca e sviluppo per trovare soluzioni condivise. E che cosa ha fatto rispetto al modello tradizionale che vi ho descritto? Ha rimesso, al primo posto, la conoscenza, la biodiversità, sia in termini di biodiversità ambientale che quella della comunità in cui l’agricoltura insiste. Mettendo al primo posto la salute del suolo, e questo può essere misurato con degli indicatori. Utilizzando delle tecniche che tengano i suoli sempre coperti con colture dedicate (ultimamente si usano molto le cover crop) ad incrementare la fertilità dei nostri suoli, utilizzo del pascolo, utilizzo della rotazione, utilizzo delle minime lavorazioni e delle false semine. Si ritorna al concetto di agroecologia che dicevo prima.
In questo modo si possono trovare delle soluzioni. Si possono, ad esempio, trovare delle soluzioni per il controllo del brusone, uno di quei problemi che non fa dormire gli agricoltori di notte. Facendo le rotazioni, avendo una buona conoscenza dei suoli e adottando delle coltivazioni per cui si ristabiliscono degli input azotati equilibrati assolutamente organici soltanto derivati da cover crop, si può in questo modo, avendo un apporto bilanciato di azoto e di azoto organico tutto assolutamente derivato dalle cover crop, come dicevo, si può avere un controllo agroecologico del brusone. Per fare questo non servono i droni, non servono i sensori, non serve investire in tecnologie, non servono nuove o vecchie NBT, non serve chiedere a venditori di prodotti, perché l’agricoltore torna proprietario con le sue mani della propria produzione con la sua conoscenza che è il prodotto più importante e prezioso che egli possiede nella sua azienda.
L’altro problema è quello del controllo degli insetti che dicevo prima. Anche in questo caso si tratta di ricreare ecosistemi più complessi, e diversificati.
Più semplifichiamo il sistema, più i problemi vengono accentuati. Quindi ricreando nella gestione aziendale complessità ecologica si guadagna, anche in questo senso, nella gestione alternativa degli insetti. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo per esempio dato il via a un progetto di riqualificazione di un’importante zona umida. Una zona umida considerata dai più una zona marginale che non crea reddito e non ha nessuna rilevanza. In un’ottica di agroecologia e di tutto quello che abbiamo detto fino ad ora, un’area come questa inserita in un contesto agricolo mantenuta ed anzi valorizzata ha un valore agroecologico incredibile: 11 ettari, 3 diversi ecosistemi di rilevanza comunitaria e in quest’area, dove ovviamente ci sono specie autoctone in via di estinzione, ricreiamo quella complessità ecologica che serve all’agricoltura e andiamo ad attuare e a mitigare i problemi che nella risicoltura convenzionale si possono andare a creare. Si tratta di fare un passo indietro? No, io credo che si tratta invece di guardare molto lontano perché fare queste cose significa, per esempio, essere in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tanto millantati ma troppo spesso poco praticati.
Concretamente, significa essere in linea con una PAC verde e con il nuovo Green Deal. Vediamo che cosa, a titolo esemplificativo, si può mantenere e ottenere curando delle aree di interesse ecologico all’interno di un’azienda agricola: dal punto di vista degli animali, delle specie ittiche, degli insetti, dei pipistrelli, della flora e della fauna di ogni tipo. In quest’area abbiamo censito per esempio la testuggine palustre Emys Orbicularis, alcune specie ittiche molto rare, la farfalla Lycaena Dipsar, un tipo di pipistrello tipico delle zone umide – Pipistrellus Nathusii – e decine di altre specie importantissime dal punto di vista biologico e della biodiversità.
Questa è l’ interpretazione di una agricoltura attenta a questi aspetti. Se non basta lo spazio coltivato, se non basta l’area dedicata alla biodiversità ci sono poi tutta una serie di aree accessorie che ha un’azienda agricola: i bordi dei campi, l’interno dei canali irrigui, che possono essere gestiti con dei miscugli dedicati, con dei filari, con fasce tampone. Anche in questi casi si può creare biodiversità con un costo agricolo veramente basso e dall’output ambientale veramente concreto. Il risultato di questo approccio di ricerca partecipata di questo gruppetto di agricoltori che hanno condiviso le loro competenze insieme ai ricercatori è stato un’ importantissimo riconoscimento, perché questo lavoro che è stato fatto, direi innovativo dal punto di vista della metodologia, è stato pubblicato su Agricoltural Systems, che è un’importantissima rivista di agricoltura di livello internazionale. E questo è un primo riconoscimento. Se però poi andiamo nel concreto di quella che è la mia realtà agricola produttiva tipica di un agricoltore che deve produrre cibo, derrate alimentari, vi descrivo brevemente quella che è stata la mia esperienza di questi ultimi anni. In ottobre è stata seminata la cover crop per nutrire il suolo immediatamente dopo la trebbiatura. Durante l’inverno si è sviluppata questa cover crop che ancora a fine inverno è stata pascolata e quindi sono state rilasciate al suolo importanti quantità di letame. Direttamente su quella cover crop a maggio, la primavera scorsa, è stato seminato il riso semplicemente abbattendola, schiacciandola e seminando con una macchina il riso direttamente su di essa e a ottobre è stato raccolto il riso. Il risultato straordinario di questa operazione è che si è avuto il 100% di riduzione della dipendenza e dall’uso da fitofarmaci e fertilizzanti. Allora, in un’ottica di nuova PAC, di ecoschemi che vadano a premiare la ricaduta in output per la collettività, quanto vale per il pianeta e per la collettività questo approccio agro ecologico completo, profondo? Quanto vale la metodologia produttiva appena descritta rispetto ad esempio a una rispettabilissima precision farm o a una lotta integrata che riduce gli input chimici del 5, 10 o 20%? Questa è una delle domande che faccio e rispetto alle quali mi piacerebbe avere una risposta. Analizzando le produzioni poi, qual è l’output della nostra azienda? Abbiamo prodotto 5,6 tonnellate per ettaro di riso che è un’ottima produzione per il biologico. Ma, attenzione, di riso commodity? Io dico di no! Abbiamo prodotto un prodotto specifico, differenziato, diverso dalla commodity, un prodotto che ridà valore alla produzione. Allora noi dobbiamo anche scegliere quale mercato vogliamo intercettare. Se vogliamo metterci in competizione con una logica produttiva agricola mondiale globalizzata, quindi andare a competere sui mercati con delle commodities, o invece con un prodotto di valore intrinseco perché ottenuto rispettando logiche di tutela ambientale, della biodiversità, del paesaggio, un prodotto con un valore organolettico, nutrizionale, sociale per la collettività. Noi questo stiamo inseguendo. Noi abbiamo prodotto 5,6 t/ha di riso più tante tonnellate di biodiversità, di paesaggio, di presidio del territorio, “tonnellate” di sostenibilità, indipendenza e libertà che consentono a un’azienda viva dal punto di vista economico di rimanere sul territorio senza necessariamente dover fagocitare altra terra, altre aziende, per diventare di 300, 400, 500 ha per star dietro ai bilanci di cui dicevo all’inizio, ma che può rimanere della sua dimensione e in questo senso consentire anche agli altri di rimanere sul mercato.
Se una azienda rimane della sua dimensione senza doversi ingrandire in modo spropositato per far quadrare i bilanci, e quindi l‘agricoltore vive dignitosamente, c’è spazio per altri che loro volta rimangono e non scappano, con la loro dimensione, sul territorio, lo controllano lo presidiano e lo rendono più gradevole. Anche questo è sviluppo certo visto da angolazioni diverse. Cambiare modello è possibile ed è straordinariamente conveniente.
E’ conveniente in termini di felicità di un agricoltore che con le sue capacità, con strumenti semplici ma ben incardinati, con la conoscenza, con la condivisione con altri agricoltori , riesce ad ottenere una produzione in modo sostenibile. Dico che gli strumenti come la nuova Pac devono credere coraggiosamente in modelli alternativi. E qui veniamo all’annoso problema degli ecoschemi perché sono troppo strategici per essere una misura di aiuto diluita, indifferenziata, di ricaduta indistinta tra coloro che fanno qualcosa di più impegnativo e per coloro che invece si limitano al minimo base indispensabile. Io credo che su questo ci sia molto da fare. Lo dico per un’ultima volta, la conoscenza permette il cambiamento e rende appagato l’agricoltore senza nuovi obblighi o dipendenze tecnologiche, senza costi, senza caricarlo di mutui, senza caricarlo di spese, un agricoltore libero e indipendente, che è quello che ci serve! I risultati confermano una sostenibilità sociale, ambientale, economica e agronomica tangibile, misurabile. Tutto quello che vi ho detto è misurabile e dimostrabile. Io mi aspetto una Pac coraggiosa, fatta per tutti coloro i quali vogliono mettersi in gioco, vogliono mettersi a lavorare facendo quel passo in più, quel salto in più, quel qualcosa che gli permetta di produrre, come dicevo prima, non un prodotto indifferenziato, indistinto, anonimo, ma un prodotto che porta con sé un valore. Un valore che può essere ambientale, paesaggistico, di tutela.
Quindi sono un po’ contrario, nonostante questa mia posizione non sia condivisa da moltissimi miei colleghi, a mettere tanti soldi su operazioni, su temi, che tutto sommato dovrebbero essere la base di partenza per poi poter raggiungere degli obiettivi ben più ambiziosi. So di rappresentare una piccola parte dei miei colleghi agricoltori però, quando c’è un confronto con altri, la cosa che mi viene sempre da dire è: interpretiamo questi nuovi stimoli, vincoli, obiettivi che ci vengono imposti non come un maggior peso, onere, sulle nostre spalle. Utilizziamolo invece come fattore competitivo. Perché poter produrre dicendo “prodotto in un certo modo” è un fattore competitivo rispetto alla concorrenza mondiale. Quindi ben venga una Pac che alza un pochino l’asticella e premia chi vuole fare bene e più dell’impegno base. Io vedo, come ho cercato di spiegare, modelli diversi, modelli di sviluppo dal basso dove agricoltori e allevatori, trovano il modo per uscire da questa crisi.
Da questa crisi si esce trovando delle strategie commerciali, comunicative, trovando delle strategie come strumenti di sostegno messi a disposizione dalla Comunità europea, come strumenti messi a sostegno, forniti dai PSR. Se si utilizzano questi strumenti nel modo corretto forse si può fare a meno di tutte le soccide e di tutti i meccanismi capestro che relegano l’agricoltore ad un mero esecutore di ordini. Però bisogna decidere cosa si vuol fare da grandi e questo lo può decidere una politica lungimirante a livello europeo sicuramente.
Io credo fortemente nella libertà dell’imprenditore, nella libertà dell’agricoltore. Se l’agricoltore torna a capire che diventa forte, libero e indipendente rimettendo l’agroecologia al primo posto della sua strategia di sviluppo allora credo che ci possa essere un’agricoltura virtuosa per tutti, per chi la fa, per chi se la mangia, per chi la vive andandoci a fare le passeggiate la domenica. Un’agricoltura dove tutti hanno il loro tornaconto.
Se devo guardare alla mia esperienza penso innanzitutto che bisogna aver la fortuna di trovarsi nella condizione di poter condividere, cioè di trovare persone che ti raccontano come hanno trovato il modo di risolvere problemi in un’area diversa dalla tua ma tutto sommato simili ai tuoi. Da questo confronto nascono nella testa delle nuove idee/soluzioni. La grande fortuna che noi abbiamo avuto, quando dico noi intendo questo gruppo di aziende che si è messo a fare ricerca partecipata, è stata quella di avere messo insieme un certo numero di aziende che avessero un certo tipo di obiettivo, ciascuna con le proprie specificità, con le sue particolarità organizzative, con la propria dimensione aziendale, con la propria storia famigliare, di macchine, di manodopera, di posizionamento geografico. Ognuna diversa dalle altre ma tutte con l’obiettivo di fare quel salto in più.
Seconda fortuna quella di trovare una parte di ricerca che è stata disposta a relazionarsi alla pari. Cioè il ricercatore innovativo, come l’agricoltore, è una persona che con estrema umiltà si siede al tavolo, ascolta e propone, ma prima ascolta. Allo stesso modo l’agricoltore che vuole risolvere i problemi prima ascolta i suoi colleghi che li hanno visti magari con delle sfumature per poterli risolvere, ma prima ascolta. Attraverso questo meccanismo di partecipazione alla pari si possono veramente trovare delle soluzioni. Ormai abbiamo sviluppato, ricercato l’impossibile, siamo in esubero di tecnologie. Forse è veramente il caso di iniziare a mettere le idee, le esperienze a frutto e attraverso la condivisione trovare le soluzioni.
Probabilmente la nostra è un’esperienza fortunata. L’idea della partecipazione, del territorio, del coinvolgimento, questa è la prima chiave. La seconda sicuramente è la conoscenza. Io ho la fortuna di insegnare in un Istituto superiore Agrario, ai miei ragazzi cerco sempre di spiegare una cosa fondamentale che per fare l’agricoltore oggi come minimo ci vuole una laurea. Per aprirsi a quella che è la guerra della globalizzazione come minimo ci vuole una laurea. Quindi la conoscenza è un fattore fondamentale per poter interpretare la sfida dell’agricoltura a testa alta con la possibilità di risolvere i problemi e di avere una prospettiva rosea. Io vedo quelli meno preparati ad affrontare una transizione verso l’agricoltura biologica come massimo obiettivo ma anche obiettivi meno impegnativi come l’agricoltura integrata, vedo coloro che si approcciano a questa tematica con più inesperienza e forse in modo meno convinto, vedo farlo consigliando semplicemente la sostituzione di prodotti. Cioè se il prodotto che hai fin qui usato è tanto inquinante e vuoi fare agricoltura integrata usi il prodotto ammesso in agricoltura integrata, così stai facendo agricoltura integrata. Vuoi fare agricoltura biologica? Usi il prodotto, anch’esso registrato, per l’agricoltura biologica per risolverti quel problema e così stai facendo agricoltura biologica. NO! Quella è pigrizia. Purtroppo bisogna fare qualcosina in più: reinvertare il modello. Quello che ho cercato di descrivere prima. Risolvere i problemi in modo integrato, agroecologico vuol dire attuare una strategia aziendale di coltivazione e di difesa, di governo del suolo, della salute del suolo, del suo nutrimento e di tutta una serie di variabili che prescindono dall’utilizzo del prodotto. Il prodotto da impiegare deve essere l’ultimo dei problemi. Se davvero si attua una strategia agroecologica questa conta per il 95% e poi per il 5%, o anche meno, tutto il resto. Se si ha ben chiara questa proporzione allora si può puntare ad un modello sostenibile, altrimenti si tratta semplicemente di usare dei prodotti con un’etichetta diversa da quello che si è abituati a comprare.

Diamo un po' di numeri

Aquila Reale

Inquinamento del suolo
Un rapporto recente di Fao e Unep (Food and Agriculture Organization - United Nations Environment Programme, entrambi emanazioni dell’ONU) lancia un allarme sul crescente inquinamento dei suoli, tale da mettere a rischio la qualità del nostro cibo e della nostra acqua.
Le cause sono da individuare nelle attività estrattive, in particolare quelle legate ai combustibili fossili, nei processi industriali, nella produzione di rifiuti, nei trasporti e nelle pratiche agricole attuali, fortemente dipendenti dall’uso di prodotti chimici. Per quanto riguarda questi ultimi, lo studio evidenzia che tra il 2000 e il 2017 l’uso di pesticidi è aumentato del 75% a livello globale (circa 109 milioni di tonnellate di fertilizzanti chimici sparsi sul suolo). Cresce anche l’utilizzo di plastica in agricoltura, arrivata nel 2019 nella sola Unione Europea a 708 mila tonnellate, esclusi gli imballaggi (!).
A livello mondiale, la produzione industriale di composti chimici dal 2000 a oggi è raddoppiata, toccando i 2,3 miliardi di tonnellate, mentre le previsioni stimano un ulteriore incremento dell’85% da qui al 2030. Previsto anche un aumento nella produzione di rifiuti globale, dagli attuali due miliardi di tonnellate annui (!!) a circa 3,4 miliardi entro il 2050. La pandemia in corso, come ben sappiamo, ha contribuito a peggiorare di parecchio questa situazione, a causa dell’enorme quantità di dispositivi protettivi necessari, spesso monouso.
Secondo il rapporto, è imperativo invertire questa tendenza, puntando maggiormente su una attività di prevenzione, con la diminuzione della quantità di rifiuti prodotta, piuttosto che sulla bonifica a posteriori dei suoli inquinati, complessa e costosa. Una strategia che andrebbe attuata tramite precisi indirizzi in campo legislativo e amministrativo. Per esempio, introducendo al più presto una forma di tassazione sulla plastica, invece di rimandarla come ha fatto l’attuale Esecutivo dell’Italia...

Tutelare il pianeta è un doppio affare
Il pianeta è minacciato da tre gravi problemi ambientali: cambiamento climatico, perdita della biodiversità e inquinamento. Per evitare conseguenze catastrofiche occorre porre rimedio al più presto, il che sarebbe un affare anche in termini economici.
Lo ha reso noto un rapporto congiunto di Unep (il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente) e Fao (l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni unite) uscito qualche mese fa, secondo il quale occorrerebbe investire circa 200 miliardi di dollari in questo decennio per ripristinare gli ecosistemi compromessi. Una cifra apparentemente considerevole, ma che in realtà è solo un quinto rispetto alla somma delle spese militari annuali di USA e UE, dunque decisamente abbordabile per i bilanci degli Stati, vista la posta in palio.
Tanto più che il rapporto calcola che ogni dollaro investito nella salvaguardia del pianeta potrebbe produrre fino a 30 dollari di benefici, fra valore dei servizi ecosistemici preservati e prevenzione del danno climatico. Un investimento davvero vantaggioso, specialmente tenendo conto del fatto che già oggi – sempre secondo il rapporto – il degrado ambientale sta minando il benessere di 3,2 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione globale.
Lo studio ha calcolato l’apporto dei diversi ecosistemi (fiumi, foreste, oceani, terreni agricoli …) alla creazione di valore e le perdite legate alla loro compromissione, giungendo alla conclusione che ogni anno perdiamo circa il 10% della produzione economica globale. Al contrario, il loro ripristino produrrebbe benefici economici, maggiori possibilità di rispettare l’Accordo sul Clima di Parigi (contenimento dell’aumento medio della temperatura al di sotto di 2°C) e potrebbe evitare il 60% delle estinzioni di specie previste se dovesse continuare la tendenza attuale.
La sola pratica dell’agroforestazione, ovvero della gestione equilibrata di coltivazioni agricole e vegetazione spontanea, potrebbe aumentare la sicurezza alimentare di almeno 1,3 miliardi di persone,  praticamente la popolazione dell’intera Africa. Mentre tutelare le foreste di mangrovie, naturale barriera protettiva delle zone costiere, potrebbe mitigare i danni rivenienti dall’innalzamento delle acque degli oceani.
Insomma, tutelare il pianeta potrebbe portare ingenti benefici economici. E persino aumentare le possibilità di sopravvivenza della specie umana, allontanando il pericolo dell’estinzione di massa, nel caso a qualcuno interessasse...

Subsidenza

Riccardo Graziano

Da qualche tempo locuzioni come riscaldamento globale, cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacci, consumo di suolo ricorrono relativamente spesso sui mezzi di comunicazione, inducendo l’opinione pubblica a prendere coscienza di queste  problematiche. Ma si parla ancora poco di un fenomeno che a sua volta avrà conseguenze piuttosto serie nei prossimi anni: la subsidenza.

Un termine tecnico che indica l’abbassamento del suolo, a volte per cause naturali, ma ultimamente sempre più spesso per effetto dell’azione dell’uomo, che da un lato “appesantisce” il terreno con le sue costruzioni mentre dall’altro lo “svuota” prelevando risorse dal sottosuolo. È evidente infatti che una selva di grattacieli pesa molto di più di una foresta di mangrovie, come pure è chiaro che se continuiamo a prelevare in modo massiccio acqua o idrocarburi da riserve sotterranee, creiamo un vuoto, o comunque una depressione, che induce il suolo ad afflosciarsi,  con uno sprofondamento lento, ma costante, che può essere percepito e misurato anche su tempi relativamente brevi.
Se il fenomeno è legato a cause naturali, quali i movimenti geologici, c’è poco da fare, salvo registrare le variazioni di livello e verificare che non causino problemi a eventuali infrastrutture presenti. Ma se il problema deriva da attività antropiche, sarebbe il caso di porre in atto dei rimedi, anche perché in questi casi la progressione è più rapida, perché viaggia su scala umana, non geologica, quindi le tempistiche non si misurano certo in milioni di anni o millenni, bensì in anni o addirittura mesi. In pratica, significa che ogni anno il suolo si abbassa di qualche centimetro o addirittura di decimetri, su aree di grandezza variabile, ma comunque quantificabili fra le decine e le migliaia di chilometri quadrati.

Questo sprofondamento produce una serie di problemi alle zone interessate, sia in superficie che nel sottosuolo. In particolare, nelle aree urbanizzate le costruzioni possono subire lesioni strutturali tali da comprometterne le funzioni. Ma anche la compressione dei livelli sottostanti ha conseguenze non da poco: per esempio, la capienza delle falde acquifere viene compromessa in modo permanente, perché è come se i nostri “serbatoi” naturali venissero schiacciati, perdendo quindi di volume.
Inoltre, un suolo ribassato è più soggetto a rischi alluvionali, problema non da poco in un’epoca in cui sono sempre più frequenti gli eventi di precipitazioni violente, spesso indicate come “bombe d’acqua”. Questa vulnerabilità aumenta considerevolmente nelle zone costiere, specialmente in vista dell’innalzamento progressivo del livello dei mari.

In Italia, la splendida e fragile Venezia è l’esempio più lampante delle problematiche legate alla concomitanza dei due fenomeni, la terra che si abbassa e il mare che sale. Il fenomeno dell’acqua alta, fino a qualche anno fa visto generalmente come pittoresca attrazione per turisti curiosi, sta aumentando di frequenza e livello, producendo troppo spesso danni ai residenti. Di questo passo, nemmeno il MOSE, entrato di recente in funzione per qualche volta, potrà proteggere la città da questi eventi estremi, rischiando di renderla a breve invivibile per i suoi abitanti, costretti a spalare fango sempre più di frequente.
Il problema è presente anche poco più a sud, lungo il litorale ravennate, che si abbassa ogni anno di qualche millimetro. In questo caso, fortemente indiziati rispetto alle cause del fenomeno sono gli impianti di estrazione della zona, che da decenni pompano via milioni di metri cubi di idrocarburi dal sottosuolo.
Ma il fenomeno è di portata globale ed è spesso legato all’aumento esponenziale dei prelievi idrici, per soddisfare i bisogni di una popolazione crescente e di un’agricoltura ancora troppo legata ai consumi di acqua, tanto che l’Unesco ha di recente finanziato uno studio per valutare l’incidenza del problema e individuare possibili soluzioni. Secondo tale studio, entro il 2040 il 19% della popolazione mondiale sarà minacciato o danneggiato dal fenomeno della subsidenza.
In altre parole, fra meno di vent’anni, una persona su cinque – oltre un miliardo e mezzo di individui – avrà problemi perché la terra gli sprofonda letteralmente sotto i piedi, una prospettiva piuttosto preoccupante, specie se associata a tutte le altre problematiche ambientali (e non) che ci attendono nel prossimo futuro. Per esemplificare, il previsto aumento dei periodi di siccità prolungata indurrà presumibilmente a implementare i prelievi idrici, cosa che a sua volta aumenterà la subsidenza, che a sua volta ridurrà la capacità di reintegro delle falde acquifere, che a loro volta nelle zone costiere rischieranno di essere infiltrate dalle acque salate in risalita dal mare …. un circolo vizioso di problematiche intrecciate che complicherà non poco le nostre vite, in tempi relativamente brevi.

Non si tratta di previsioni pessimistiche dei soliti “ambientalisti catastrofisti”, ma della semplice proiezione di dinamiche in atto, che ad oggi già interessano 34 stati e 200 località, in prevalenza in Asia. Emblematico il caso di Jakarta, che in 10 anni si è abbassata di due metri e mezzo, tanto che il governo indonesiano sta valutando il trasferimento della capitale. Anche l’Iran vede sprofondare rapidamente le sue città, a causa dell’aumento dei prelievi idrici a fronte della crescita della popolazione. Discorso analogo per i due giganti demografici, India e Cina, che pompano enormi quantità d’acqua dal sottosuolo per soddisfare le esigenze della loro vasta popolazione.
In America il fenomeno interessa in particolare Stati Uniti e Messico, mentre in Europa, oltre a quanto già accennato per l’Italia, rischia grosso anche l’Olanda, il cui nome originario non a caso è Paesi Bassi, visto che un quarto del suo territorio è ormai sotto il livello del mare.

La subsidenza è dunque destinata a diventare nel giro di pochi anni un altro dei tanti problemi ambientali che ci affliggeranno, sempre a causa dello sfruttamento eccessivo del pianeta da parte dell’uomo, una tendenza distruttiva e autodistruttiva che al momento non pare accenni a fermarsi.

Fonte: https://science.sciencemag.org/content/371/6524/34

Trent'anni da rilanciare

Nell’anniversario della Legge quadro sui parchi e le aree protette. Intervista a Gianluigi Ceruti

Libero Sédola

Era il 6 dicembre 1991 e, dopo decenni di attesa, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga appose la sua firma in calce alla legge n. 394.
La legge quadro sui parchi e le aree protette era all’ordine del giorno, ed attesa dal movimento ambientalista e dal mondo scientifico, da decenni. Grazie alla presenza in Parlamento dei Verdi il risultato fu raggiunto.
Primo firmatario l’avvocato Gianluigi Ceruti da Rovigo, già vicepresidente di Italia Nostra.
Con lui abbiamo fatto una chiacchierata in merito a questi trent’anni dalla legge quadro, in un momento che, rispetto ad allora, registra una decisa riduzione di attenzione nei confronti dei parchi e delle aree protette. Nonostante si sia alla vigilia del Centenario della istituzione dei Parchi nazionali del Gran Paradiso e d’Abruzzo che, in un solidale abbraccio di simbolica fratellanza, hanno deciso di celebrare insieme il loro compleanno.
Per tutti noi che ci interessiamo di tutela dell’ambiente naturale il riferimento storico è la data del 1832; per la preservazione delle Sorgenti Calde (Hot Springs) dell’Arkansas gli Stati Uniti d’America introducono l’istituto giuridico dell’inalienabilità che nel 1905 sarà applicato con legge speciale anche alla Pineta di Ravenna. Nel 1864 il presidente statunitense Abramo Lincoln adottò un provvedimento di adeguata protezione delle ciclopiche sequoie delle Valli della Sierra Nevada, in California.
Finalmente con Act del giorno 1 marzo 1871 ecco l’istituzione, negli Stati Uniti d’America, del Parco Nazionale di Yellowstone (il Fiume Giallo delle Rocce, nell’appellativo dei nativi d’America), il primo parco nazionale del mondo.
A seguire l’Australia che nel 1879 costituì quello che oggi è chiamato Royal National Park; poi il Canada, nel 1887, con il Parco Nazionale di Banff; il Sudafrica con due riserve naturali che nel 1926 costituiranno il nucleo iniziale del Parco Nazionale Krüger, intitolato al presidente della prima Repubblica sudafricana
Per l’Europa occorrerà attendere il 1914, con il Parco nazionale svizzero della Bassa Engadina nel Cantone dei Grigioni.
Nel 1919, in Polonia, l’immensa foresta di Bialowieza fu destinata a riserva integrale.

E in Italia, dove comincia la storia?
«La storia delle aree protette italiane affonda le sue radici nel 1907, allorché l’insigne zoologo prof. Alessandro Ghigi suggerì l’istituzione, nella regione del Sangro, del Parco Nazionale d’Abruzzo, che il prof. Pietro Romualdo Pirotta, direttore dell’Istituto di Botanica dell’Università di Roma, rilancerà nel 1913 e il presidente della Società Botanica Italiana, prof. Lino Vaccari riproporrà. Finalmente,  nel novembre 1921, per iniziativa della Federazione Pro Montibus et Sylvis, veniva costituito, con atto di natura privatistica, l’Ente Autonomo del Parco Nazionale d’Abruzzo, che sarà riconosciuto dallo Stato con il R.D.L. n. 257 in data 11 gennaio 1923, convertito nella legge 1511 del 12 luglio 1923. Nel dicembre 1922 il Regio Decreto Legislativo 3 dicembre 1922, n. 1584, convertito nella legge 17 aprile 1925, n. 473, istituì il Parco Nazionale del Gran Paradiso, dopo che la Corona aveva rinunciato alla sua riserva di caccia. Successivamente, il nostro Paese si doterà di altri tre Parchi nazionali: in Calabria, nel Circeo e sullo Stelvio. Questa è la situazione dei Parchi nazionali italiani quando, nel 1952, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), per solerte iniziativa del suo presidente prof. Giovanni Polvani, costituisce una Commissione (attiva per alcuni anni) comprendente, oltre a uomini politici e docenti universitari di scienze naturali, rappresentanti di parchi nazionali e di giardini e musei zoologici, esperti designati da Touring Club Italia e Italia Nostra, con il compito di studiare una proposta di normativa unitaria dei Parchi nazionali esistenti e futuri, che fu predisposta e inviata nel 1962 al Presidente del Consiglio e ad alcuni ministri affinché diventasse un disegno di legge di iniziativa del Governo».

La strada per giungere a una legge di sistema che portasse ordine nella politica delle aree protette è stata travagliata e lunga.
«Nell’inerzia assoluta dell’esecutivo fu il professor Vincenzo Rivera, deputato, docente ordinario di Botanica nell’Università di Roma, a presentare il 4 ottobre 1962 alla Camera dei Deputati il disegno di legge n. 4158, che decadde con la fine della terza legislatura . Nella successiva legislatura, i deputati Paolo Rossi, Franco Restivo, Ugo La Malfa e Vittorio Badini Confalonieri raccolsero i risultati di un gruppo di esperti designati dall’associazione Italia Nostra, coordinato da Bonaldo Stringher  e presentarono, il 24 settembre 1964, il progetto di legge n. 1669, nel quale si contemplava la potestà legislativa in materia in capo alle Regioni nel proprio territorio: la differenziazione tra parchi nazionali e parchi regionali si fondava sulla rilevanza scientifica degli ecosistemi e della biodiversità. Ma anche in questo caso non se ne fece nulla. Con l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario (1970) iniziò, in questa materia, una lunga stagione di dispute dottrinali, giurisprudenziali e politiche, spesso conflittuali, fra sostenitori di contrapposte rivendicazioni istituzionali e di competenze tra Stato, Regioni e Enti locali, nonché di decisioni importanti della Corte Costituzionale. Nel 1972, durante la quinta legislatura, furono presentati al Senato due disegni di legge: n. 122 d’iniziativa del senatore Michele Cifarelli e altri e n. 473 del senatore Giacomo Samuele Mazzoli: proposte di legge-cornice che valorizzavano gli enti regionali, abilitandoli a costituire parchi e riserve naturali regionali. Opportunità che molte Regioni seppero cogliere. La prima iniziativa legislativa in materia da parte del Governo (per impulso del Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste senatore Giovanni Marcora) fu il disegno di legge n. 711 del 7 febbraio 1980, nato dalla collaborazione del Governo con WWF Italia, Italia Nostra e Club Alpino Italiano: unificato ad altri progetti, alimentò speranze per la sua organicità e completezza, ma decadde quando già era all’ordine del giorno dell’Aula. Nell’ottava e nella nona legislatura ulteriori proposte legislative non approdarono alla meta».

Nel 1986 si apre la decima Legislatura, poco dopo  la tragedia ecologica di Chernobyl e un’opinione pubblica improvvisamente attenzionata sulle questioni ambientali.
I Verdi arrivano in Parlamento con una buona rappresentanza. In cui ci sei tu.
«Preparai e presentai, il 26 novembre 1987, alla Camera dei Deputati, il progetto di legge numero 1964 sulle aree protette, con la collaborazione vitale ed essenziale della parte più sensibile della comunità scientifica e di appartenenti qualificati all’ambientalismo militante, assistei ad una vera e propria gara tra i deputati per apporre la propria firma in calce al testo depositato alla Camera. Infatti, oltre a chi scrive quale primo proponente, ben 37 furono i firmatari, di tutti i Gruppi parlamentari (ad eccezione di Südtirolervolkspartei, che alla fine però votò la legge, e di Union Valdôtaine)».

Quali sono i caposaldi della legge?
«La legge disciplina unitariamente, per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano, l’intera materia delle aree naturali protette terrestri e marine, detta norme e appresta risorse finanziarie per la loro istituzione e per il loro stabile funzionamento, anche delle aree regionali. Istituisce i Parchi nazionali terrestri: Cilento e Vallo di Diano (Cervati, Gelbison, Alburni, Monte Stella e Monte Bulgheria); Gargano; Gran Sasso e Monti della Laga; Maiella; Val Grande; Vesuvio. Inoltre, d’intesa con la regione Sardegna, il Parco nazionale di Orosei, Gennargentu e dell’isola di Asinara: qualora l’intesa con la regione Sardegna non si perfezioni entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge fu prevista l’istituzione del parco della Val d’Agri e del Lagonegrese (Monti Arosio, Volturino, Viggiano, Sirino, Raparo). Inoltre, con l’approvazione della legge, i Parchi nazionali del Pollino, delle Dolomiti Bellunesi, dei Monti Sibillini, dell’Arcipelago Toscano e di Falterona-Campigna e Foreste Casentinesi, non senza giustificazione denominati “parchi di carta” furono posti nelle condizioni di funzionare con un ente di gestione e dotazione finanziaria. Infine fu confermato e ampliato l’elenco delle aree protette marine stabilito dalla legge sulla difesa del mare. A oggi sono solo in parte realizzate, lacuna che voglio sperare possa essere colmata dall’attuale Ministro della Transizione Ecologica».

Due disposizioni, episodiche e disorganiche “in attesa dell’approvazione della legge-quadro sui parchi nazionali e le riserve naturali”, velleitariamente anticipatrici della legge n. 394/1991, approvate nel 1988 e nel 1989, si rivelarono negative perché, dopo l’emanazione dei decreti ministeriali di istituzione, le perimetrazioni provvisorie non furono operative (né potevano esserlo) e per questo suscitarono delusioni là dove avevano alimentato aspettative ed attese concrete nelle popolazioni interessate.
«Ecco perché si può con sicurezza affermare che soltanto con la legge 394/1991 e con i successivi decreti del Presidente della Repubblica, anche i Parchi nazionali delle Dolomiti Bellunesi, del Monte Falterona, Foreste Casentinesi e Campigna, dell’Arcipelago Toscano, dei Monti Sibillini, del Pollino hanno conseguito, per così dire, una certezza di status e un futuro, cessando di essere “parchi di carta”. In una condizione di precarietà è rimasto il territorio del Delta del Po tra Veneto ed Emilia Romagna. Il testo legislativo originariamente proposto non è stato integralmente confermato nel corso del dibattito parlamentare. Infatti un emendamento, approvato al Senato, ha escluso dall’elenco dei Parchi nazionali terrestri il Delta del Po, la cui sorte è stata affidata ad una futura intesa delle Regioni Emilia Romagna e Veneto tra le stesse e con lo Stato: intesa che non è mai intervenuta benché si tratti della più vasta zona umida italiana inclusa da Unesco nel progetto MAB, comparabile, per rilevanza naturalistica, ecosistemi e biodiversità, alle foci del Danubio in Romania, del Guadalquivir in Spagna e del Rodano in Francia, dove la preservazione dei valori naturalistici e paesaggistici è perseguita e convive con un turismo ricco e nel contempo correttamente disciplinato e rispettoso del patrimonio da conservare. Il Delta del Po non è ancora parco nazionale. Debbo ancora sottolineare il principio di “leale collaborazione”, inserito nella legge, che ha agevolato il superamento dei conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali».

I tentativi di scardinare l’impianto normativo si sono reiterati più volte perché la legge era in anticipo sui tempi per il livello generale, culturale ed etico-politico.
Alcuni sono andati a segno, come l’abolizione del Comitato Stato-Regioni e della Consulta Tecnica per le Aree Naturali Protette, che in dieci anni di vita aveva svolto un’attività consultiva intensa e preziosa, indirizzando al Ministro dell’Ambiente di turno anche pareri di propria iniziativa, che erano normativamente consentiti, ma forse furono talvolta più subiti che graditi.
Così anche per quanto riguarda le modalità per la nomina del Direttore del Parco, che nel testo inizialmente proposto doveva avvenire per titoli ed esami, mentre poi è rimasta la procedura concorsuale per soli titoli e il direttore viene scelto in una rosa di tre candidati proposti dal Consiglio direttivo tra soggetti iscritti all’Albo degli idonei alla Direzione.
Altri tentativi di stravolgere la legge, più penetranti e invasivi, sono invece rientrati.
«L’offensiva più insidiosa di una parte della società politica prese corpo nel 2016, quando il disegno di legge di un Senatore (Massino Caleo, NdR) fu approvato in prima lettura dal Senato ma poi non ebbe seguito per l’iniziativa apprezzabile di Giorgio Boscagli e di Francesco Mezzatesta, che costituirono il cosiddetto Gruppo dei Trenta, autore di un appello, allarmato e documentato, alle istituzioni, a cominciare dal Parlamento e dal Governo, tramite le associazioni di protezione ambientale e il periodico OASIS che riuscì a bloccare una serie di proposte che miravano – ad esempio – a compensare con royalties agli enti parco l’invasione di attività degradanti per l’ambiente e la salute o ad inserire rappresentanti di associazioni di categorie economiche nei consigli direttivi dei parchi nazionali, a scapito della presenza di qualificati esperti designati dalla comunità scientifica e dall’associazionismo naturalistico e chiedendo che i Presidenti non venissero scelti tra adepti dei partiti politici come tali ma tra persone specificamente competenti, esperte e indipendenti.
Più recentemente, in positivo si può registrare che in un provvedimento del 19 maggio 2020 sono state approvate procedure più semplici, più veloci e meno macchinose per la nomina dei presidenti e dei consiglieri dei Parchi nazionali e si è introdotta la parità di genere nei consigli direttivi.
Inoltre, per i Parchi nazionali sono state istituite le cosiddette Zone Economiche Ambientali (Z.E.A.) in cui si prevedono agevolazioni e vantaggi fiscali per i soggetti privati che intendano avviare nella zona consentita del parco attività imprenditoriali ecosostenibili come quelle di guide escursionistiche ambientali e di guide del parco (riconosciute).
La doglianza, che è stata opportunamente sollevata, riguarda l’esclusione dei parchi regionali dal beneficio particolare delle Z.E.A.
I benefici anzidetti si aggiungono a quelli che già la legge 394/1991 aveva apprestato con l’art. 7, assicurando la precedenza nei finanziamenti pubblici di una serie di opere a favore dei Comuni e Province ricadenti nel territorio del parco».

Sulla legge Fulco Pratesi, fondatore e presidente onorario del WWF, che con i suoi interventi sul Corriere della Sera ha spinto tanti di noi all’impegno ambientalista, il commento finale: «Credo che nessuno, nella esigua squadra di coloro che si sono battuti per tanti anni in difesa della natura, possa dimenticare la data del 6 dicembre 1991. Un avvenimento che può essere considerato l'apice e il fulcro di un'azione che ha portato l'Italia – con tutti i problemi a questa storia collegati – a far passare lo striminzito 0,6% di territorio protetto nel 1965 agli oltre 25 Parchi Nazionali e centinaia di altre aree tutelate che oggi coprono quasi il 20% della superficie del Paese».

Tornando al protagonista di questa intervista, Gianluigi Ceruti, pardon, il professor Onorevole Gianlugi Ceruti, ricorda che nel 1988 ebbe occasione di essere presentato al Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che fu informato dell’avvio del percorso della legge quadro che avrebbe poi controfirmato e promulgato. Il Presidente, dimostrò di conoscere a fondo l’argomento e, con espressione incredula al punto da poter essere quasi interpretata come scettica, gli elencò i nomi degli illustri parlamentari che si erano cimentati con la materia; e lui, pivello, neo eletto, davvero pensava di poter condurre in porto una legge attesa da decenni?
Poi, probabilmente pentito di aver frustrato le speranze e i progetti di un parlamentare, annunciò il suo appoggio. Non solo, ma a fine anno volle omaggiare l’On. Ceruti inserendo nel discorso di fine anno agli italiani, un accenno a quella che si sarebbe affermata come la “primavera dei parchi”. Potete immaginare la soddisfazione e l’incoraggiamento che quelle parole ebbero per Gianluigi che ebbe il privilegio di riceverle qualche ora prima del discorso a reti Rai unificate, grazie alla gentilezza e alla riconoscenza del Quirinale.
Le speranze di allora hanno avuto vita non troppo lunga.
Ma guai se oggi ci rassegnassimo alle avvisaglie di un incombente autunno.
Per i parchi e le aree protette è tempo di rifiorire archiviando le ultime stagioni sia a livello nazionale che in molte Regioni.
Gran Paradiso e Abruzzo si preparano a celebrare, insieme, l’anniversario centenario della loro istituzione. Furono tra il dicembre del 1921 e il gennaio del 1922 i primi parchi nazionali italiani.
Fu l’avvio di una politica, sempre claudicante, che contraddistingue, tuttora, il destino delle aree protette, mai definitivamente affermatesi come necessità imprescindibile per la tutela della ricca e preziosa biodiversità della penisola, unica garanzia di futuro.
Furono necessari settant’anni prima che il nostro Paese, o meglio il suo Parlamento, si convincesse  della necessità di normare la materia, nel frattempo rafforzata dalla nascita dei parchi regionali.
Dopo decenni di attesa da parte del mondo scientifico e ambientalista, la legge proposta e fortemente perseguita da Gianluigi Ceruti che, infine, approdò all’approvazione del Parlamento il 6 dicembre 1991, non poteva che essere accolta “magno cum gaudio”.
Ora è necessario continuare l’impegno perché la legge venga applicata in tutte le sue parti.
A Gianluigi e a coloro che sostennero la storia che qui ci racconta, deve andare la gratitudine di tutti. Per ciò che ha fatto e per quello che ne può derivare.

Continua l'imbroglio ecologico?

Riflessioni in occasione delle ripubblicazione del saggio di Dario Paccino

Valter Giuliano

L’inganno della transizione ecologica, incapace di assumere le decisioni drastiche che sono ormai necessarie e indifferibili, assomigliano sempre più a quello che Dario Paccino, nel 1972 definì, nel libro pubblicato da Einaudi, L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura.
Ieri come oggi il problema ambientale, da aggredire con urgenza per garantire la sopravvivenza della nostra specie – non del Pianeta, lui sopravvivrà benissimo – viene affrontato non alla radice ma nell’illusione che qualche leggero medicamento risolverà il problema.
Purtroppo non sarà così.
Rileggere il saggio di Dario Paccino (ripubblicato da Ombre corte, pp. 235, 20 euro, Introduzione di Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini, Sirio Paccino) ci restituisce, tutto intero, senza infingimenti e scorciatoie, la realtà del problema.
L’ “ecologo inquieto”, come lo definì l’amico Giorgio Nebbia, parlò di imbroglio non perché la crisi ecologica non esistesse, ma perché nel cercare di occuparsene si evitava accuratamente di porre in evidenza le cause strutturali che l’hanno prodotta, vale a dire i rapporti sociali di produzione e di forza.
Se non si tengono in debito conto questi fattori, si finisce con il  trasformare l’ambientalismo «in un’ideologia che copre e fa scomparire sia lo sfruttamento del lavoro sia i processi di messa a profitto della natura».
Più tardi scriverà che «la scienza e la tecnologia, che stanno a fondamento dell’attuale mondo produttivo, non sono divinità che l’uomo ha rintracciato girovagando nei giardini del sapere. Si tratta di modelli che il dominio in generale, e il capitalismo in particolare, hanno prescelto in funzione del controllo e del profitto».
Dalla rilettura del testo e dall’esame della situazione attuale, emerge la necessità di un ecologismo conflittuale, anche se non dogmatico, ben diverso da quello accondiscendente delle maggiori associazioni ambientaliste. È tempo di tornare a denunciare, con forza, il nesso tra assetto capitalistico del lavoro, salute, nocività in fabbrica e degrado ambientale.
Dario Paccino si fece carico di mettere in avviso che il rispetto dell’uomo e della natura è strutturalmente incompatibile con il modello di sviluppo capitalistico, con un’economia di mercato che produce a prezzi sempre più bassi beni di consumo sempre meno utili e con una obsolescenza programmaticamente sempre più breve.
A volte forzata da esigenze come lasciare libere le frequenze alla nuova tecnologia del 5G che spinge, in queste settimane, a rottamare milioni di apparecchi televisivi a fronte di una scelta che è possibile ci esponga a rischi sanitari pubblici non ancora certificati. Alla faccia del principio di precauzione e del presunto e gridato rischio vaccini! Non dobbiamo infatti dimenticare il tentato blitz ( per ora fortunatamente andato a vuoto di Italia Viva per far salire di dieci volte gli attuali limiti per l’elettrosmog (da 6 V/m a 61 V/m) e spianare così la strada all’operatore Vodafone dalla cui dirigenza proviene l’attuale ministro alla transizione digitale, Vittorio Colao.
Dario Paccino ribadiva con forza che l’ecologia pensata e tradotta politicamente senza aver presenti i rapporti di produzione e di forza sociali, rappresentava ipso facto un imbroglio.
Segnalò i rischi di un uso ideologico e mistificato della natura per sostenere e affermare la necessità di un’ecologia conflittuale, finalizzata a costruire un rapporto equo ed armonico tra gli esseri umani, le organizzazioni sociali e la natura.
Inutile sottolineare l’attualità del suo messaggio, in epoca di pandemia e transizione ecologica balbettata senza conseguenti azioni; basti citare, ad esempio, il recente rinvio di plastic e sugar tax e la ripresa del lavoro delle trivelle, nei nostri mari, per la ricerca di idrocarburi...
Tutti la invocano, ma, nella realtà, tutti si industriano per sbarazzarsi dell’ecologia e delle scomode regole che indica, per lasciare libro corso alla crescita.
Per farlo – ce lo ribadiscono le dichiarazioni di autorevoli esponenti del mondo dell’impresa – si recita, con qualche minima variante, la formula magica «crescita, riequilibrio sociale, sostenibilità» nel tentativo, sin qui riuscito, di gettare polvere negli occhi per proseguire a perseguire ancora l’inganno. Indifferenti alla stessa gigantesca contraddizione che divide i concetti di crescita (senza limiti) e sostenibilità.
È la stessa logica delle quote di compensazione dei gas serra climalteranti. Monetizzabili, a sancire che si può continuare a inquinare: è sufficiente pagare.
La dinamica del green business è salva. Tanto più se si investe nel comunicare la bugia.
Anche l’ecologia può essere asservita al mercato, rientrare nelle dinamiche di commercializzazione del meccanismo liberale. L’ecologia può persino diventare la nuova morale del Capitale. L’imbroglio ecologico può,dunque, continuare.
Fino a quando?
Ancora per poco, perché ridurre la vita a valore di scambio, a denaro, a mercato è illusorio. Il denaro con cui misuriamo ogni cosa non rappresenta un valore; sotto il profilo ecologico è il nulla.
È pura finzione e dunque pilastro debole su cui si regge un sistema facile a sgretolarsi.
La coscienza planetaria in atto, che trae ispirazione dal movimento ecologista, è destinata a mettere a nudo il bluff e a scatenare conflitti sociali che non potranno più essere dominati dalla tradizionali tecniche della paura e della divisione. Perché l’umanità scoprirà che il vero nemico non arriva dall’esterno, ma è dentro se stessa, è dentro di noi e va ricercata, innanzitutto, in questa folle e suicida sfida all’ambiente naturale che ci sostiene.
La risposta non può più essere ricondotta verso il conflitto nei confronti dell’altro da sé. L’unica risposta è la pace, da perseguire all’interno della stessa società umana e con la Natura ricondotta alla sua reale dimensione di valore in sé.
Dario Paccino si domandava, cinquant’anni fa, se non fosse che proprio nell’ecologia avesse trovato rifugio il vecchio dio dei padroni.
Quasi un’anticipazione di problemi che si sarebbero proposti con forza decenni dopo richiamando l’attenzione sui rapporti tra esseri umani e mondo circostante.
Il suo grido coincide con l’esordio dell’ecologia politica che butta senza sconti nelle regole della Natura la nostra specie, presuntuosamente proclamatasi al di sopra di esse.
È tempo di tornare a riflettere sui rapporti capitale-natura-società. È tempo di riconsiderare il fatto, anticipato da Paccino, che per affrontare davvero la crisi ambientale – che oggi ha nei cambiamenti climatici la cartina al tornasole di tutta evidenza – occorra riconoscere sino in fondo le cause strutturali che l’hanno provocata. E su cui l’Autore ci mise in guardia.
Quali sono? I rapporti sociali di produzione e di forza e i processi di messa a profitto della Natura.
Gli stessi che oggi si tenta di procrastinare camuffandoli sotto espressioni come “capitale natura” o “servizi ecosistemici”.
La vera risposta dinanzi alla crisi, ieri come oggi, dovrebbe essere invece l’assunto che occorra naturalizzare l’uomo e umanizzare la natura.
Concetto sul quale proprio questa testata è sorta e che ebbe in Paccino il suo primo direttore.
Anche l’impegno contro il nucleare «energia padrona, delle multinazionali, quintessenza del capitalismo», (che oggi fa nuovamente capolino), energia del capitale, scienza del padrone, forza produttiva per l’accumulazione e la riproduzione del capitale, strumento per l’accrescimento del plusvalore basata sulla crescita espansiva, senza limiti, rappresentò per Dario Paccino un tema che ne assorbì molte risorse intellettuali e al quale dedicò numerosi lavori tra cui ricordiamo i saggi La trappola della scienza. Tutti vivi a Harrisburg (La Salamandra, Milano 1979), e il romanzo Il diario di un provocatore (I libri del no, Roma, 1977) da cui fu tratto il film L'uomo della guerra possibile con la regia di Romeo Costantini, segnalato al Festival di Venezia del 1984.
Alla scienza e alla tecnologia che stanno a fondamento dell’attuale modello produttivo (La Trappola della Scienza, La Salamandra, Milano 1978) viene contrapposta un’altra scienza, capace di dare all’uomo una tecnologia di liberazione che sostituisca l’attuale finalizzata all’asservimento e al potere che si regge sulle guerre.
L’ecologia del padrone mette in circolo ogni volta il ricatto dell’alternativa tra inquinamento e disoccupazione, a cominciare dal disastro di Donora in Pennsylvania del 1948, passando dalle numerose situazioni analoghe sino alla nostra Taranto. È tempo di dire basta ed è tempo che su questo cose anche il Sindacato si dia una mossa.
Dario Paccino non fu tenero neppure davanti al movimento ambientalista più paludato e dei Verdi.
Nella critica verso l’arrivismo istituzionale di questi ultimi (I Colonnelli Verdi e la fine della Storia, Pellicani, Roma 1990) ripropose la necessità di un passaggio «dall’eco imbroglio ad un concetto di ecologismo conflittuale» ammonendo che «laddove sono tutti d’accordo sui grandi temi ecologici non c’è dubbio che il padrone stia consumando un altro imbroglio».
Per sbarazzarsi dell’imbroglio ecologico non è sufficiente mandare via il padrone, cioè le forze sociali, economiche e politiche che sostengono i meccanismi socioeconomici e socioecologici vigenti. Non è sufficiente la rivoluzione secondo la definizione classica. È indispensabile ridefinire radicalmente i rapporti socioecologici partendo da un’ecologia conflittuale che si ponga l’obiettivo di salvare l’umanità, non il capitale.
Secondo questa affermazione l’azione riformista e istituzionale dell’attuale movimento ambientalista e delle sua (presunta) rappresentanza politica è del tutto inefficace e dunque inutile.
Sarebbe interessante poter conoscere il pensiero di Dario Paccino sulla più recente declinazione del movimento rappresentata dai giovani di Fridays for future e di Extinction Rebellion.
Ma anche delle posizioni forti di papa Francesco che, in fondo, ci richiama alla stessa radicalità a proposito di economia ed ecologia, e dei cambiamenti necessari a salvare il Creato, in contrasto con riconversioni ecologiche che abusano dell’aggettivazione.
Per porre fine all’imbroglio ecologico occorre cambiare paradigma e prendere atto che il responsabile dell’incipiente catastrofe ambientale non sono i cambiamenti climatici ma il sistema che li ha causati. Altro che resilienza!
La vera riconversione ecologica non può prescindere dai processi di produzione e dai conflitti sociali che comportano.
Ma perchè ciò accada la strada appare ancora molto lunga e siamo ben distanti dall’imboccarla, quando dovremmo essere già ben oltre la metà del percorso se avessimo prestato ascolto ai moniti di quegli anni Settanta.
Si continua con la politica dello struzzo e in particolare nel nostro Paese, dove la politica e l’informazione sembrano sordi a quello che è ormai un allarme mondiale condiviso.
L’ultimo rapporto dell’Iccp ha guadagnato la prima pagina su tutti i principali quotidiani del mondo. In Italia solo La Stampa e nei giorni successivi Presa diretta della Rai e Milena Gabanelli sulle pagine del Corriere della sera, hanno ripreso l’argomento. Viviamo in un contesto in cui siamo bombardati dalle notizie, spesso fuori controllo; ma siamo divenuti incapaci di trasformare le informazioni che riceviamo per assemblarle e decodificarle, trasformandole in reale conoscenza.
Davanti alla crisi ambientale i media si salvano la coscienza prestando attenzione all’ecologia di maniera, ben ancorata nel sistema dominante, che si accontenta del naturalismo estetizzante.
Non basta più, nel momento in cui ci stiamo dirigendo verso la sesta estinzione di massa, la prima causata dall’uomo.
Per porre rimedio alla profonda alterazione del pianeta c’è bisogno di un’ecologia integrale. È necessario che diamo il giusto posto all’economia che è tra l’etica e l’ecologia. La pagina dell’ecologia deve essere la stessa dell’economia. E agli economisti occorre far prendere atto che sul pianeta non si sfugge alla leggi della natura che ci sono note sin dai tempi di Darwin: a) la legge della crescita, secondo cui ogni specie vivente è destinata ad aumentare; b) la legge del limite, per cui la crescita non può essere infinita perché è il resto della natura a fermare l’eccessiva proliferazione di una singola specie.
Non si può applicare solo la prima.
Allo stesso modo dobbiamo comprendere che se il Pil aumenta questo va sempre a scapito di qualcos’altro. Allora nei conti dell’economia vanno riportati sempre i costi sociali e ambientali: altrimenti siamo di fronte a una truffa.
Sono altri i parametri che dobbiamo assumere se vogliamo davvero andare oltre dichiarazioni di principio, di cui siamo ormai stanchi, che non trovano radicamento nella vita.
Luigi Ciotti, prete di strada, fondatore del Gruppo Abele e di Libera e sulla base della Laudato si’ animatore dell’esperienza di CasaComune il cui motto è «Laudato si’, Laudato qui», ammonisce: «Le due facce della medaglia che si chiama vita sono la tutela ambientale e la giustizia sociale».
Una medaglia della vita che deve essere la stella polare che guida questo straordinario momento di investimenti finanziari per il rilancio post pandemico e la risposta al riscaldamento del pianeta.
Perché accada abbiamo bisogno più di una Comunità (nel senso stretto che la parola esprime) europea che di una Unione e più di una casa comune che di una cassa comune.

I disastri della guerra

Vittorie e sconfitte,
avanzate e ritirate
devastano il territorio
aggredito e fatto a brandelli,
sempre più simile
a un cumulo di rovine.
(C. Magris, Non luogo a procedere, 2000)

Valter Giuliano
La guerra permanente pervade il mondo ed è, purtroppo, uno dei motori dell’economia di mercato cui ci siamo arresi, ben rispondendo alla legge del produrre per consumare e alla fine distruggere.
Peccato che in questo caso, oltre ai prodotti dell’industria bellica, i sistemi d’arma, si distruggano anche persone, territori, ambienti naturali, biodiversità.
La guerra continua si camuffa nelle mille forme carsiche dei cosiddetti conflitti locali cui non prestiamo alcuna attenzione e spesso neppure sappiamo esistano. Emergono solo quando non è possibile nascondere alla comunità internazionale le loro manifestazioni più clamorose, orribili e nefaste, allorché, quand’anche locali, non possono più essere mantenuti sotto traccia.
Intanto la malinconica conclusione di vent’anni di guerra in Afghanistan ci interroga sull’inutilità del confronto armato. Tutto è tornato come prima, non fosse per il dramma delle popolazioni locali, a cominciare dalle donne, e il sacrificio di tanti, troppi, giovani di diversa nazionalità usati dalle gerarchie militari per obiettivi che richiederebbero una profonda riconsiderazione sulle politiche di sicurezza e sulle strategie per affermare globalmente i principi della democrazia e i diritti fondamentali dell’Uomo (inteso come specie cui appartengono i diversi generi).
Anche di fronte a queste constatazioni che dovrebbero farsi opinione comune e condivisa dalla collettività umana, si riscontra lo stesso atteggiamento che per decenni abbiamo registrato nei confronti dell’irrazionale gestione del pianeta e delle sue risorse.
Si persevera nel continuare a percorrere vecchie strade per risolvere antichi conflitti che nel perseverante metodo violento messo in atto per affrontarli – ingrassando il settore delle industrie di morte – ha segnato ogni volta vittorie illusorie destinate a trasformarsi in sconfitte per la nostra sconsiderata specie animale, che dovrebbe meglio utilizzare la sua presunta intelligenza.
Impegnandola, ad esempio, proprio nel combattere la guerra e sostituirla con soluzioni concordate nonviolente dei conflitti e procedendo, nel contempo, ad attivare politiche di disarmo che consentano di deviare le ingenti risorse finanziarie oggi spese per il comparto militare-industriale verso politiche di riequilibrio delle ingiustizie sociali, capaci di risolvere i problemi della fame e della salute che assillano intere popolazioni.
Siamo convinti, da tempo, dello stretto legame tra impegno per tutela ambientale e difesa della giustizia sociale, dei diritti universali, e lotta contro le discriminazioni di ogni genere, per la pace contro la guerra.
L’ecologismo è questo. Oltre il conservazionismo, oltre il naturalismo, diventa un progetto politico che tiene insieme elementi che, separati, non hanno alcuna possibilità di affermarsi se non per piccole vittorie su singole battaglie che rischiano, tuttavia, di essere vanificate nel contesto generale.
Per questo l’ambientalismo politico è diventato ecologismo a indicare il riferimento alla testata britannica di The Ecologist, fondata nel 1970 e diretta da Edward Goldsmith. Riferimento per chi trasferiva sul terreno dell’impegno politico la questione ambientale letta con rigore scientifico.
Una visione del mondo in cui pace, ambiente, giustizia sociale sono coniugati insieme.
Dovrebbe accadere così anche per il Ministero della Transizione Ecologica, anche se fa storcere il naso e dubitarne che a guidarlo sia un ministro che proviene dalla dirigenza di una della aziende  leader nel settore della difesa e dell’aerospaziale...
A questo punto vogliamo proporre una riflessione sui disastri della guerra e sulle nefaste conseguenze che provoca sull’ambiente.
Per ricordare come gli effetti ambientali dei conflitti siano devastanti è sufficiente rammentare i casi delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, degli esperimenti nucleari a Mururoa, dei defoglianti a base di diossina – l’agente arancio – nella guerra di Vietnam, Laos e Cambogia e il più recente caso dell’uranio impoverito, che ha inquinato i territori balcanici dell’ex Jugoslavia, oltre che fare vittime tra i militari, compresi quelli impegnati nelle cosiddette Forze di pace. Simili impieghi (forse anche di uranio normale nelle testate dei missili) sembrano esserci stati anche in Afghanistan, in particolare nelle aree di Jalabad e Kabul.
Sulle radiazioni nucleari come sulle armi chimiche e batteriologiche che, pure messe ufficialmente al bando, pare siano state impiegare in Iraq piuttosto che in Siria e Libano, non è difficile immaginarne le conseguenze anche sull’ambiente naturale.
Ma i conflitti inducono pesanti ripercussioni sull’ambiente anche al di là del momento operativo degli attacchi e degli scontri. Ogni conflitto, infatti, lascia dietro di sé in ognuno dei luoghi che ne diventa teatro, milioni di tonnellate di rifiuti tossici, a cominciare da armi e munizioni, difficilmente smaltibili.
Ogni esercito che si ritira lascia nelle regioni coinvolte un’eredità la cui "emivita", potenzialmente  omicida, può estendersi per centinaia di anni, mettendo in pericolo l'ambiente, la salute e i mezzi di sussistenza di generazioni di persone. Dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001, si stima che l’esercito americano abbia scaricato 1,2 miliardi di tonnellate di carbonio in atmosfera (l’intera emissione annuale di carbonio del Regno Unito è di circa 360 milioni di tonnellate).
Uno degli inquinamenti costanti riguarda i cosiddetti gas serra, pericolosi cocktail di anidride carbonica, metano, protossido di azoto e gas fluoroclorurati (di cui il Dipartimento della Difesa degli USA è il maggior produttore al mondo). Dalle flotte militari ancorate negli scenari di guerra, composte da portaerei (con relativi squadroni aerei), incrociatori, cacciatorpedinieri, forze anfibie, si originano quantità spaventose di fuliggine di carbone, il cosiddetto carbone nero.
Gli Stati Uniti erano presenti con ben due gruppi di attacco nel Mar Arabo nella primavera del 2020. Nelle stesse acque è localizzato l’arsenale navale dell’Oman, che fa da scalo per gli aviogetti delle portaerei con relativi impianti per le riparazioni e per la raffinazione del carburante.
Le navi militari a gasolio – che si prevede saranno utilizzate per almeno ancora trent’anni – contribuiscono per più del 50% alle emissioni di gas serra nei luoghi in cui sono attraccate.
A ciò vanno aggiunti quelli che arrivano dalla combustione del cherosene e relativi additivi degli aerei da combattimento. Basti qui ricordare che un F35 consuma 0,6 mpg (miglia per gallone) e produce oltre 27 tonnellate di CO2 a ogni missione.
In fase produttiva la Loockheed Martin, attiva nel settore della difesa, ha prodotto, nel 2020, emissioni di gas serra e CO2 pari a 33 milioni di tonnellate.
Secondo una recente stima, le emissioni di gas serra delle forze armate statunitensi nelle "grandi zone di guerra" in Medio Oriente ammonterebbero complessivamente a più di 440 milioni di tonnellate per il periodo 2001-2018, e 282 milioni di tonnellate, per il solo Iraq, nel 2013.
Alle cause già accennate va aggiunta quella dell’incenerimento dei rifiuti delle basi, svolto con metodi non certo sostenibili. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha infatti adottato il sistema delle discariche di rifiuti tossici in pozzi di incenerimento a cielo aperto, sia nei campi temporanei che nelle basi ufficiali. Lì finiscono i 4,5 chilogrammi di rifiuti solidi prodotti ogni giorno da un soldato per essere smaltiti bruciandoli con cherosene o benzina. Nella base di Joint Basse Balad, la seconda più grande dell’Iraq, dov’erano di stanza 25 mila militari e 8 mila fornitori, sono stati prodotti oltre 140 t di rifiuti al giorno, il triplo di quelli provenienti dalla popolazione di Balad; il pozzo di incenerimento occupava 4 ettari e ha bruciato 24 ore ogni giorno, per anni, a partire dal 2003, alimentato da residui di cartucce, veicoli distrutti, dispositivi elettronici, amianto, elettrodomestici, imballaggi, deiezioni umane, corpi e parti di corpi provenienti dagli ospedali...
È stato stimato, inoltre, che questa enorme fossa abbia inghiottito, giornalmente, almeno 80 mila lattine di alluminio. Anche la base aerea di Taif e la base aerea di King Abdulaziz a Dhahran avevano fosse di incenerimento. Risulta evidente il perché l’aria di Baghdad, a soli 60 km sottovento, fosse considerata di qualità “pericolosa” con concentrazioni molto elevate di particelle tossiche (PM 2,5 in particolare), nettamente superiori alle raccomandazioni internazionali. Il rischio relativo di esposizione a lungo termine di mortalità per cancro ai polmoni a Baghdad è il più alto di qualsiasi città irachena. La correlazione è evidente e si debbono aggiungere una serie di altre malattie, tra cui leucemie, malattie cardiache, problemi respiratori, ecc.
Di questo tipo di inceneritori, secondo fonti ufficiali delle Forze armate americane, ne esistevano almeno 22 in Iraq, oltre 200 in Afghanistan, e nelle basi di Oman, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Doha, Barhain, Kuwait, Turchia (Batman e Incirlik), Gibuti, Siria e Uzbekistan. Nel 2019, le Forze Armate statunitensi hanno ammesso di avere ancora nove pozzi attivi nella regione, di cui cinque gestiti dagli Stati Uniti, due da appaltatori in Siria e uno dalle Forze Armate statunitensi in Egitto. Facile immaginare le tossine inquinanti emesse, con conseguenze non solo in atmosfera, ma anche nelle acque sotterranee, dove sono confluite gran parte delle sostanze chimiche fluorurate concentrate (Pfas) componenti delle schiume antincendio usate sin dagli anni Settanta. Siamo al cospetto di quelli che vengono chiamati "prodotti chimici eterni", che non si degradano mai e sono "bioaccumulabili": si infiltrano su ettari di suolo, creando serbatoi sotterranei e contaminano l'acqua potabile e i pozzi a valle delle basi sino a chilometri di distanza. Altamente mobili nell'ambiente, dal suolo, dalla polvere, dalle acque sotterranee e dall'aria, queste sostanze migrano anche verso i prodotti agricoli, i fiumi e il mare. Ingerite o inalate, si accumulano nel sangue e negli organi, causando cancro, danni al fegato o ai reni, malattie della tiroide, difetti alla nascita e problemi al sistema riproduttivo. Studi indipendenti hanno identificato 641 insediamenti militari negli Stati Uniti che sono probabili fonti di inquinamento per i siti remoti. Uno studio su più di 100 basi ha rivelato che 87 di esse avevano concentrazioni di sostanze per- e polifluoroalchilate cento volte superiori ai livelli di sicurezza tollerati. Per cinquant’anni, le basi navali hanno scaricato migliaia di galloni di tali contaminanti nei porti in cui si trovavano. Il governo degli Stati Uniti, prendendo atto di queste contaminazioni, ha previsto di investire quasi 3 miliardi di dollari nel suo territorio per i prossimi trent’anni per ripulire basi, aeroporti e strutture navali, sostenere i veterani che soffrono di effetti sulla salute, inasprire notevolmente le normative su questi sostanze e affrontare le conseguenze della contaminazione delle acque sotterranee nei comuni limitrofi. Ma fuori dagli States?
Le popolazioni intorno alle basi aeree di Futenma e Kadenma a Okinawa (Giappone) sono risultate esposte a livelli estremamente elevati di questo tipo di inquinamento. A sette miglia dalla base aerea di Ramstein in Germania, la concentrazione di queste sostanze nel fiume è 538 volte il livello che l'Unione Europea considera sicuro.
Dalle basi militari italiane nessuna notizia....
A questo scenario, già di per sé catastrofico sotto il profilo ambientale, si aggiungono gli inquinamenti diretti provocati dai conflitti in zona di intervento. Basti pensare alla conseguenze degli attacchi sui siti industriali ed energetici. Le immagini dei 732 pozzi di petrolio sabotati durante la ritirata di Saddam sono memoria recente quanto drammatica, insieme agli stimati 240-336 milioni di galloni di petrolio riversati direttamente in mare per ostacolare lo sbarco dell’esercito americano. Nel primo caso causarono l’aumento di tre volte dei casi di tumori in Kuwait e un aumento delle malattie neurologiche oltre che la contaminazione (in particolare di nichel e vanadio) del 98% delle produzioni locali di frumento e latte, elementi base del ciclo alimentare.
Ma non da meno sono le conseguenze delle polveri sottili che si sollevano ad ogni bombardamento su obiettivi militari e a volte anche civili, che vengono respirate dalle popolazioni e depositano poi residui tossici su ogni superficie terrestre, oltre che nelle acque e subito dopo in falda.
La città di Ramadi, in Iraq, fu più volte attaccata e infine rasa al suolo per l’80%. Secondo le Nazioni Unite ha lasciato 7 milioni di detriti, compresi ordigni inesplosi, da smaltire. L’Eufrate, che bagna la città, presenta elevati livelli di inquinamento dovuti a metalli pesanti; i fumi dell’inceneritore della città sarebbero responsabili, secondo il Presidente Biden, del tumore al cervello che ha ucciso il figlio Beau.
Mosul, liberata nel 2017, registra la presenza, sul suo territorio, di 11 milioni di tonnellate da smaltire...
Crediamo che a questo punto i disastri della guerra appaiano del tutto evidenti.
Eppure nel momento in cui scriviamo non regna la pace. Anzi, i rumori di fondo che giungono sempre più nitidi ci fanno sentire le guerre in atto e altre ne annunciano.
Quelle per il dominio delle risorse rare già le stiamo vivendo, altre come quella per l’acqua si prospettano a breve, da territori del Tigri e dell’Eufrate, del Giordano, del Nilo...
Ecco perché preoccupano le ultime rilevazioni del Sipri (Stokolm International Peace Research) che risultano, come sempre, inquietanti.
Perché, una volta di più, segnalano aumenti nelle spese militari, che sottraggono rilevanti risorse che potrebbero essere utilmente indirizzate in settori ben più importanti per il nostro futuro, a cominciare dal contrasto al surriscaldamento globale del pianeta.
E invece continuiamo stoltamente a giocare – immemori del profetico «l’unico modo di vincere è non giocare» – alla guerra.
Ma ecco i dati Sipri 2020.
La spesa militare, nel mondo, è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019, nonostante la diminuzione del Pil globale del 4,4%.
In prospettiva è previsto il superamento dei 2 mila miliardi.
Gli Usa sono al primo posto, con investimenti in spese militari pari a 778 miliardi dollari, con una tendenza in crescita del 4,4% rispetto al 2019. Il dato costituisce il 39% della spesa militare globale.
Al secondo posto troviamo la Cina con 252 miliardi di dollari, in crescita dell’1,9%.
Se volgiamo lo sguardo all’Italia, la spesa militare è di 25 miliardi di euro con un incremento dell’8,1% rispetto allo scorso anno e del 15,7% rispetto al 2019. Negli ultimi vent’anni è salita del 70%, nonostante non ci siano più gli oneri della leva militare.
Negli ultimi quindici anni ha consumato l’1,25% del Pil
Dal 2008 si è incrementata dell’1,40%, salito all’1,46% del 2013.
Rispetto al 2019 siamo a 28,9 miliardi di dollari con un aumento del 7,5%
E per il 2021 si prevede di arrivare all’8%, con risorse recuperate anche dal PNNR.
Secondo i dati del 2020 siamo all’undicesimo posto per spese militari e al decimo per esportazioni di armamenti nel quadriennio 2016-2020. Un settore, questo, che il Ministro della Difesa ha esaltato legandolo ai benefici economici e occupazionali. Nel 2020 sono state autorizzate vendite all’estero (non solo ai paesi Nato, ma anche verso Nord Africa, Medio Oriente...) di materiali di armamento per 3 miliardi 967 milioni di euro. Gli affari con l’Egitto ammontano, per lo scorso anno, a 991,2 milioni, con un incremento di 120 milioni rispetto al ’19 e comprendono, com’è noto, due fregate Fremm; all’emirato del Qatar, impegnato nella guerra in Yemen dal 2016, sono stati venduti sistemi bellici per 221 milioni di euro.
Qualche considerazione la vogliamo dedicare alle recenti determinazioni che il Governo dei “migliori” ha voluto disporre nei confronti dell’apparato bellico-industriale del nostro Paese, vergognosamente tra i primi nel commercio di strumenti di morte su cui si reggono interi comparti industriali.
E che ha destinato – alla faccia di sanità, pensioni, ambiente, difesa idrogeologica, cambiamenti climatici... – cospicue risorse alla guerra.
«Ci dobbiamo dotare – ha detto Draghi nella conferenza stampa del 29 settembre scorso – di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora, perché le coperture internazionali di cui eravamo certi si sono dimostrate meno interessate nei confronti dell’Europa».
Si parla sempre di Difesa, segno dell’urgente necessità di una bonifica delle parole (che vale anche per la tanto abusata sostenibilità), mentre nella realtà si investe in armamenti offensivi, come accade per i “prodotti” acquistati al “supermercato della morte” per la presunta difesa nazionale.
La giustificazione è «per assicurare sicurezza e stabilità».
Il Ministro Guerini ha presentato la lista della spesa per un totale di sei miliardi di euro da destinare alle armi nei prossimi anni.
Nella lista della spesa, oltre a quasi due miliardi per acquisto di droni, si registrano 246 milioni ai Carabinieri per elicotteri LUH e veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre, che computano altri 112 milioni.
Il Documento Programmatico Pluriennale 2021-2023 prevede un investimento di 168 milioni di euro, con una prima tranche di 59 milioni distribuiti in 7 anni, per «adeguamento del payload MQ-9», dove MQ-9 è la sigla che indica i droni Reaper e payload è il tecnicismo che nasconde la vera natura del “carico utile” (payload): i missili aria-terra Agm Hellfire, le bombe a guida laser GBU-12 Paveway o, in alternativa, le bombe a guida Gps CPU 38 Jdam.
La spesa serve ad armare i droni Reaper (Falciatore) in dotazione al 32° Stormo di Amendola di Foggia.
«In questo modo – ha commentato con una nota Rete italiana pace e disarmo – i droni italiani verranno trasformati da strumenti di sorveglianza e rilevamento, a sistemi da utilizzarsi direttamente in conflitto». Detto più semplicemente, da meri ricognitori a veri bombardieri.
«Si tratta – continua la nota della rete pacifista – di un sistema d’arma che ha cambiato drasticamente il volto della guerra, rendendolo più complesso, opaco e rischioso soprattutto per i civili: contrariamente a quanto propagandano i fautori dei velivoli a pilotaggio remoto, cioè i droni, diverse stime indicano infatti che gli “effetti collaterali”, cioè le vittime civili delle azioni militari effettuate con droni armati siano molto alte, in alcuni casi fino al 90%».
Ma soprattutto l’impiego di droni armati non è regolato da alcuna normativa internazionale e nazionale e, proprio per questo, “Rete pace e disarmo” ha chiesto al Governo di fornire tutti i chiarimenti sulla decisione presa dal ministero della Difesa e al Parlamento di aprire con urgenza un confronto sull’ipotesi di armamento dei droni.
Per non essere da meno, la Marina Militare italiana ha in progetto di dotare di missili Cruise i futuri sottomarini U212-Nfs e anche le nuove fregate Fremm. Lo si è appreso dalla Rivista italiana difesa, in cui il Capo di Stato maggiore della Marina Miliare, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha spiegato l’esigenza di migliorare gli strumenti di – si noti l’eufemismo – “naval diplomacy”.
I missili Cruise di fatto servono a «moltiplicare il raggio d’azione dei sistemi d’attacco con una portata di oltre mille chilometri» aumentando – ed ecco la spiegazione – la «capacità di deterrenza contro minacce d’ogni tipo»; «la possibilità di tutela dell’interesse nazionale si allargherebbe fino a includere l’intero territorio libico, con una possibilità di proiezione quasi illimitata».
Una vera e propria rivoluzione, se si considera che attualmente i missili Otomat arrivano al massimo a duecento chilometri di distanza e sono solo in dotazione alle unità di superficie.
Anche se non si conosce ancora la specifica tipologia di missili adottati e dunque neppure il loro costo (ma si stima non meno di un milione di dollari a missile), un fatto è certo: i Cruise statunitensi, con testate nucleari, sono noti per essere stati installati dal 1983 al 1991 nella base Nato di Comiso in Sicilia e contro quella decisione si mobilitò il movimento ecopacifista negli anni Ottanta. Analoga mobilitazione si ebbe contro il Muos, il grande orecchio tecnologico e di trasmissione della base americana di Niscemi,
Oggi il rafforzamento del sistema radar vede investiti 90 milioni per implementare e potenziare di una capacità nuovi sensori (radar e ottici) la Space Situational Awereness (SSA) e uno specifico centro operativo per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali.

Martedì 28 settembre, intanto, si è aperta all’Arsenale militare della Spezia la fiera militare-navale italiana SeaFuture 2021. Il salone è stato inaugurato in pompa magna dal ministro della Difesa, davanti a 47 delegazioni di Marine Militari di Paesi esteri e di 15 capi di Stato Maggior,e con il taglio del nastro tricolore ed il lancio dei paracadutisti del Comando Subacquei e Incursori.
Ideata nel 2009 come «la prima fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo e tecnologie inerenti al mare», a partire dalla quarta edizione del 2014 si è trasferita all’Arsenale Militare assumendo sempre più i connotati di un salone navale-militare per promuovere il defence refitting e gli affari delle aziende del settore “difesa e sicurezza”, alla faccia di sostenibilità ambientale e “blu economy”.
Nell’edizione 2021 la principale attrazione di SeaFuture non sono state certo le tecnologie sostenibili, bensì il supermissile Teseo Mk2/E, sviluppato per la Marina Militare.
La fiera, ha così, di fatto, sostituito la “Mostra navale italiana”, ovvero la “Mostra navale bellica” che si è tenuta a Genova negli anni Ottanta e che fu fatta chiudere grazie alla massiccia opposizione del movimento pacifista. Una transizione ecologica all’incontrario, che da luogo di dibattito sulla sostenibilità delle risorse del mare è diventato una vetrina del navale militare.
È innegabile che sia in atto un radicale cambiamento della politica estera e di difesa dell’Italia.
La “Direttiva per la politica industriale della Difesa” del Ministro Lorenzo Guerini dello scorso 29 luglio prevede di «disporre di uno strumento militare in grado di esprimere le capacità militari evolute di cui il Paese necessita per tutelare i propri interessi nazionali».
Cosa dice il Parlamento?
Temiamo poco o nulla, visto che dall’insediamento del Governo Draghi, come abbiamo visto, le spese militari sono lievitate.

La conclusione la dedichiamo all’inutilità della guerra, invitando a riflettere su vent’anni di impegno in Afghanistan a fianco degli Stati Uniti. Forza di pace anche quando – oltre a svolgere compiti civili quali la definizione di codici e procedure giuridiche, predisporre strutture sanitarie e per dare risposta alle esigenze educative, famigliari e professionali delle donne afghane – abbiamo svolto, non senza ambiguità, compiti di addestramento militare, risultato, alla verifica dei fatti, inutile.
Resta da domandarsi cosa resterà dell’impegno, del lavoro, dei sacrifici fatti da tanti italiani, militari e civili in questi venti anni. Più in generale, a cosa è servita la presenza, in Afghanistan, dell’Europa, della Nato, degli Usa?
Chissà se almeno sono stati diffusi semi di libertà, di democrazia, di tolleranza, di umanità. E se sapranno conquistarsi terreni fertili per far germogliare nuovamente la speranza nel popolo afgano.
Se, per contro, saranno destinati a inaridire bisognerà domandarsi su come costruire basi solide per risolvere i conflitti in maniera diametralmente diversa.
È la speranza che il movimento ecopacifista deve affrettarsi a riempire di contenuti pragmatici e praticabili.

Nota
I dati sulle responsabilità statunitensi sono tratti da uno studio che Bruce Stanley, professore emerito di relazioni internazionali all’Università di Richmond, ha pubblicato su OrientXXI.
Quelli relativi alle spese militari italiane sono tratte dal Documento Programmatico Pluriennale 2021-2023 del Ministero della Difesa.
Sulle questioni oggetto di questa nota e sulle prospettive del movimento ecopacifista è utile la consultazione del saggio curato dal Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista, Edizioni Gruppo Abele, 2021

COP 26, ennesimo fallimento annunciato

Riccardo Graziano
Un fallimento annunciato, l’ennesimo. Questo il bilancio sintetico della CoP 26 di Glasgow, la “Conferenza delle Parti” che per la ventiseiesima volta (!) ha provato, inutilmente, a mettere d’accordo i vari Paesi del mondo sulla necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra per contenere il riscaldamento globale in atto e mitigare i mutamenti climatici che rischiano di portare al collasso il pianeta.
Nonostante gli organizzatori del vertice – in primis i britannici, ma anche l’Italia ha dato un ampio contributo - e i rappresentanti di alcuni Paesi abbiano provato a sostenere la positività dell’accordo raggiunto, organizzazioni ambientaliste e attivisti mettono in risalto il sostanziale nulla di fatto ottenuto dopo giorni di estenuanti trattative, chiuse con una semplice enunciazione di buone intenzioni, senza impegni vincolanti, pianificazioni precise, date da rispettare, eventuali sanzioni agli inadempienti. Un documento generico e poco incisivo, impietosamente definito da Greta Thunberg come “bla bla bla”, parole inutili, zero fatti, mentre il tempo per arginare la catastrofe si riduce drammaticamente, rendendo sempre più incombente il punto di non ritorno.

A quasi trent’anni dalla Conferenza di Rio de Janeiro (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development, meglio nota come Summit della Terra, tenuta nel 1992) quando per la prima volta venne siglato un trattato che puntava alla riduzione delle emissioni di gas serra per rallentare il surriscaldamento globale, siamo sostanzialmente ancora al punto di partenza. Nonostante  l’ormai diffusa consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza di frenare l’effetto serra per evitare mutamenti climatici già avviati e potenzialmente catastrofici, i summit annuali delle CoP  da oltre un quarto di secolo si risolvono regolarmente in accordi annacquati e privi di efficacia, mentre il tempo per intervenire scivola via inesorabilmente.
Il perché accada questo ormai è chiaro ai più, e dovrebbe esserlo anche a coloro che si ostinano a organizzare questi incontri: la verità è che i vari Paesi non partecipano per trovare un accordo, ma semplicemente per difendere i propri interessi, dunque più che di “Conferenza delle Parti” dovremmo parlare di Conferenza “di parte”, dove ognuno pensa a tirare acqua al proprio mulino infischiandosene dei problemi altrui e puntando strenuamente a difendere lo status quo. A farne le spese sono – per ora - quelle nazioni che già oggi subiscono gli effetti dei mutamenti climatici, prime fra tutte le comunità insulari, che rischiano letteralmente di scomparire, inghiottite dall’innalzamento degli oceani, ma il cui grido d’allarme rimane impietosamente inascoltato.
Tuttavia, questo atteggiamento difensivo pecca di grave miopia, oltre che di mancanza di etica e solidarietà. L’India, per esempio, difende pervicacemente il proprio “diritto” a bruciare carbone per alimentare la sua crescita economica e a Glasgow ha ottenuto una modifica che recita “riduzione graduale” invece di “eliminazione graduale” del suddetto combustibile, responsabile del 40% delle emissioni totali di CO2. Il governo di Nuova Delhi sembra non rendersi conto dell’impatto che avrà sul suo territorio l’innalzamento delle temperature. Il sub-continente indiano, infatti, si trova già ora in una fascia climatica a temperatura elevata, cosicché un aumento anche di pochi gradi finirà per rendere inabitabili ampie porzioni del paese, provocando esodi e migrazioni di proporzioni bibliche. Stiamo parlando di uno stato che sfiora una popolazione di un miliardo e duecento milioni di abitanti. Se anche solo il dieci per cento di questa enorme massa di individui dovesse abbandonare le proprie case, avremmo 120 milioni di migranti climatici, un’enormità rispetto al numero dei profughi attuale, che pure determina già una serie di problematiche allarmanti.
Quest’onda migratoria, fatalmente, si riverserà anche sui Paesi ricchi, segnatamente USA e Unione Europea. I quali, dal canto loro, avevano promesso l’istituzione di un fondo da 100 miliardi di dollari per aiutare la transizione ecologica dei paesi meno sviluppati, finanziamento di cui si è persa ogni traccia o menzione.
Nel dettaglio, si registra una crescita dei membri della Powering Past Alliance, coalizione che punta all’abbandono totale del carbone, e del numero di Stati che, insieme a USA e UE, intendono diminuire del 30% le emissioni di metano, altro gas a effetto serra, entro il 2030. Nel complesso, l’obiettivo della neutralità carbonica, ovvero il pareggio fra emissioni e assorbimento di CO2, viene fissato al 2050 da Unione Europea e Stati Uniti, mentre la Cina lo dilaziona al 2060 e l’India addirittura al 2070. Secondo molti osservatori, troppo poco e troppo tardi.
Anche se alcuni stimano aumenti contenuti, fra 1,8 e 2,4 gradi centigradi da qui a fine secolo grazie alle misure preventivate, la maggioranza degli esperti prevede che, di questo passo, l’incremento sarà decisamente superiore, dell’ordine di 3-5 gradi centigradi, a seconda degli scenari. In entrambi i casi, il surriscaldamento globale è destinato a provocare un mutamento climatico accentuato, con sfumature che vanno dal preoccupante al catastrofico.

Vista la inconcludenza delle 26 CoP effettuate finora, e tenendo conto che le prossime CoP 27-28-29 si dovrebbero tenere rispettivamente in Egitto, Emirati Arabi Uniti e a Odessa, nella Crimea ex Ucraina attualmente occupata dalla Russia, cioè in casa di produttori di petrolio e gas ben poco sensibili alle tematiche ambientali, forse l’unico modo per rendere davvero utili questi summit globali sarebbe di non farli.
Almeno così si eviterebbero le emissioni di CO2 necessarie a organizzarli e attuarli, comprese quelle delle centinaia di voli privati con cui i potenti del mondo raggiungono le località che ospitano questi incontri, dove poi regolarmente non concludono nulla.