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I 50 anni della Riserva Naturale Montagna di Torricchio

Franco Pedrotti

Il 14 ottobre sono ricorsi 50 anni dell'istituzione della Riserva Naturale “Montagna di Torricchio” ad opera dell'Università di Camerino. La Montagna di Torricchio è stata un feudo del granduca Giovanni Maria Varano fino al 1527, anno della sua morte. Quando nel 1545 il ducato di Camerino è stato annesso definitivamente allo Stato Pontificio, la Montagna di Torricchio venne assegnata al Vicariato di Camerino. Nel 1819 veniva acquistata da Antonio Conforti di Camerino e successivamente passò alle famiglie Piscini e Lucchetti e nel 1940 al Marchese Mario
Incisa della Rocchetta. Il Marchese usava la Montagna di Torricchio per il pascolo estivo delle pecore, che vi risalivano dalla campagna romana. Nel 1959, durante il Congresso nazionale sulla protezione della natura, organizzato a Bologna dal Prof. Alessandro Ghigi, l'Avv. Antonelli espresse il desiderio del Marchese di “esaminare la possibilità di dare sviluppo in senso faunistico alla Montagna di Torricchio, che presenta qualche nucleo residuo di alto fusto, abbondanza di acqua, praterie meravigliose”.

Nel 1968 ho visitato per la prima volta la Montagna di Torricchio, accompagnato dal Geom. Raniero Paganelli di Camerino, che era l'amministratore del Marchese; era il mese di luglio, a Torricchio c'era il gregge delle pecore e al Casale Piscini si producevano formaggio e ricotta. Abbiamo visitato anche la faggeta sulle pendici del Monte Fema, in parte di alto fusto, e ormai pronta per il taglio, come mi disse Paganelli; egli mi accennò anche al desiderio del Marchese di fare di Torricchio “una riserva per la protezione della natura”.
Poco tempo dopo ho avuto occasione di incontrare il Marchese a Roma, nella sede dell'Associazione italiana del W.W.F. di cui era presidente. Abbiamo parlato anche di Torricchio e così egli prese la decisione di fare una donazione della sua proprietà all'Università di Camerino, allo scopo di destinarla ad area protetta. L'atto di donazione è stato firmato il 27 aprile 1970, la registrazione dell'atto di donazione il 14 ottobre 1970, giorno nel quale L'Università ne è diventata proprietaria. Il 1970, fra l'altro, era stato dichiarato “anno europeo della conservazione della natura” mentre gli Stati Uniti proclamavano, il 22 aprile 1970, la “giornata della Terra”.
A partire dal 14 ottobre 1970, l'Istituto di Botanica dell'Università di Camerino, al quale era stata demandata la gestione della proprietà appena acquisita, ha applicato a Torricchio le seguenti norme di carattere protezionistico: divieto di pascolo, divieto di taglio del bosco, divieto di transito escluso lungo le strade vicinali. Fin dal 1970 l'Università di Camerino ha assunto un guardiano per la sorveglianza. Il divieto di caccia è stato applicato nel 1971 con l'istituzione dell'oasi faunistica. Il vincolo paesaggistico è stato applicato nel 1972.
La riserva è stata formalmente istituita con il Decreto Rettorale del 26 febbraio 1973 e quindi con il Decreto del Ministero Agricoltura e Foreste del 7 aprile 1977. Nel 1979 è stata inclusa nella rete europea di riserve biogenetiche. Nel 1984 la Regione Marche ha riconosciuto la Riserva Naturale Montagna di Torricchio di interesse regionale. Nel 1994 è stata inserita nell'elenco ufficiale delle aree naturali protette dell'Italia, a cura del Ministero dell'Ambiente.
La Montagna di Torricchio gode, dunque, di un regime di tutela che risale esattamente a 50 anni fa. Molti sono stati i visitatori illustri della riserva; fra di essi ricordo il Prof. Jean-Paul Harroy (Università di Bruxelles), nella sua veste di Presidente della Commissione internazionale per i parchi nazionali dell'Union Internationale pour la Conservation de la Nature, il Senatore Giovanni Spagnolli, quando era Presidente del Senato della Repubblica, il giornalista Antonio Cederna, Fulco Pratesi, Presidente dell'Associazione italiana per il W.W.F., il Rettore Luigi Labruna con il Direttore amministrativo dr. Scarperia, e moltissimi professori e protezionisti italiani e stranieri.

Cosa ha fatto in questi 50 anni l'Università di Camerino a Torricchio? L'approccio è di due tipi, uno passivo e l'altro attivo.
Quello passivo è consistito nell'abbandonare la Montagna di Torricchio ai processi dell'evoluzione naturale, in modo che il bosco potesse svilupparsi senza mai essere tagliato, gli alberi vecchi potessero cadere sul suolo a causa di colpi di vento e di parassiti e decomporsi in loco, la fauna potesse vivere liberamente all'interno della riserva, le praterie non venissero più sfalciate e pascolate. Quello attivo comprende due aspetti: il primo è consistito in interventi di carattere protettivo, come la costruzione di un recinto lungo i limiti della riserva, l'esecuzione a scopo sperimentale di un impianto di faggi sulle pendici del Monte Cetrognola, il mantenimento del Casale Piscini, la costruzione di una stazione meteorologica nei pressi del Casale, l'installazione di un “sentiero natura” per i visitatori che dalla località Le Porte sale fino al Casale (la visita alla riserva è permessa soltanto lungo la strada vicinale che attraversa tutta la riserva), l'organizzazione di stages a scopo didattico, l'organizzazione di convegni e congressi sul tema delle aree protette e della protezione della natura (tutti hanno avuto luogo a Camerino), la pubblicazione di libri sulla riserva.

Il secondo aspetto è consistito nello svolgere ricerca scientifica nella riserva, luogo ideale per tale scopo, dato che il suo territorio è sottratto a qualsiasi tipo di intervento da parte dell'uomo. Le ricerche eseguite si riferiscono a diversi settori delle Scienze naturali (geologia, geomorfologia, botanica, ecologia vegetale, zoologia, faunistica, ecc.) e sono raccolte nella serie “La Riserva Naturale di Torricchio”, edita dapprima dall'Istituto di Botanica e quindi dal Dipartimento di Botanica ed Ecologia di Camerino, di cui dal 1976 ad oggi hanno visto la luce 13 volumi; ultimamente sono state giustamente privilegiate le grandi riviste internazionali, per cui si può dire che oggi Torricchio è conosciuta in tutto il mondo.

Diritti d'uso civico: tutela paesaggistica, governo del territorio e ricadute in ambito edilizio - urbanistico

Ing. Donato Cancellara
Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano
Coordinamento "Salviamo il Paesaggio" per il Vulture Alto Bradano

Gli usi civici rappresentano una materia molto dibattuta, solo in alcuni casi volutamente trascurata, con notevoli ricadute sulla società civile per le inevitabili ripercussioni sulla pianificazione comunale, provinciale, regionale nonché nei trasferimenti dei terreni gravati da diritti d'uso civico e nel loro incauto utilizzo anche per fini edificatori. Gli usi civici, ma in generale i demani collettivi, si rivelano particolarmente ostici per il loro regime caratterizzato dalla inalienabilità, inusucapibilità, indivisibilità e perpetua destinazione agro-silvo-pastorale. Gli usi civici hanno la capacità di coinvolgere, in alcuni casi di sconvolgere, la vita di singoli cittadini, degli amministratori, dei tecnici, degli avvocati, dei commercialisti, dei notai che sempre più di frequente devono approfondire una vasta materia oggetto di pronunce da parte della Consulta su questioni di legittimità costituzionale inerenti disposizioni regionali volte al riordino degli usi civici tramite specifici istituti giuridici che disciplinano i procedimenti amministrativi dell'alienazione, della legittimazione, della liquidazione, dello scorporo, del mutamento di destinazione e della tanto osteggiata sclassificazione quindi estinzione degli usi civici.

1. Gli usi civici: per alcuni un problema nel governo del territorio.
Sempre più spesso singoli Cittadini ed Istituzioni si imbattono nella problematica legata a terreni gravati dai cosiddetti usi civici quali diritti reali "promiscui" costituiti sulla proprietà altrui, pubblica o privata, e spettanti ad una collettività di persone.
Utilizzare il termine "problematica" deriva, molto spesso, dalla conoscenza frastagliata della materia in termini normativi con annesse ripercussioni su aspetti edilizi ed urbanistici in generale.
Si parla volutamente di terre gravate da usi civici (o terre gravate da usi della collettività) con la consapevolezza di non creare confusione con le terre di proprietà di una comunità che a loro volta si distinguono in terre civiche (o terre della cittadinanza) ed in terre collettive (o terre della comunità discendenti dagli antichi originari del luogo). Mentre le terre gravate da usi civici sono terreni di proprietà altrui, sulle quali una pluralità di persone (una collettività) ha il diritto di specifici utilizzi (pascolo, caccia, pesca, ...), le proprietà collettive (terre civiche e terre collettive) appartengono alla comunità e andrebbero inquadrati come beni privati pur essendo assoggettati ad un regime di utilizzo pubblico. Si intravede la complessità dello scenario rispetto alla semplificazione offerta dall'art. 42 della Costituzione che distingue la proprietà, sic et simpliciter, in pubblica e privata.
Occorre fornire immediatamente poche e semplici nozioni che si ritengono essere fondamentali per non perdere l'orientamento della bussola in una materia ostica e per molti aspetti resa poco chiara da parte di chi, probabilmente, non vuole interferenze nel Governo del proprio Territorio e mira a by-passare la questione usi civici tramite leggi regionali che consentono la scalssificazione cioè l'estinzione degli sui civici tramite norme che inevitabilmente si pongono in contrasto con la legislazione statale e con la Costituzione per un mancato rispetto nella ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regione. Sappiamo che "nascondere la polvere sotto il tappeto" o peggio ancora cercare di eludere le norme nazionali vigenti, non è mai stato un modo saggio di affrontare una problematica così come spesso ricordato dalla Corte costituzionale nei giudizi di legittimità in via principale e, soprattutto, in via incidentale.  
La materia ha una importanza rilevante poiché qualunque atto pubblico di trasferimento della presunta proprietà, riguardante un terreno gravato da "usi civici",  è considerato nullo. Da ciò deriva l'importanza di verificare, prima di acquistare un immobile ed in generale prima di un qualunque suo trasferimento (bonario o forzato), la presenza di eventuali usi civici. Infatti, come sintetizzato in modo chiaro ed inequivocabile nella sentenza n. 1369 del 7 febbraio 2013, T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I Ter, la presenza di usi civici "necessariamente comporta la nullità di qualsiasi ipotesi di trasferimento che veda coinvolti soggetti privati, e ciò indipendentemente dalla circostanza che la stessa risulti riconosciuta in pronunce emesse da organi giudiziari ordinari. Come ripetutamente affermato in giurisprudenza, i beni aggravati da usi civici debbono essere, infatti, assimilati ai beni demaniali. La particolarità del regime a cui sono sottoposti i beni in esame determina che, al di fuori dei procedimenti di liquidazione dell'uso civico e prima del loro formale completamento, la preminenza del pubblico interesse che ha impresso al bene immobile il vincolo dell'uso civico ne vieta ogni circolazione (cfr., in tal senso, Cass. Civ., Sez. III, 28 settembre 2011, n. 19792; T.R.G.A., 17 ottobre 2005, n. 284) e, pertanto, ogni atto di cessione tra privati di un tale bene - pur se riconosciuto come intervenuto - è affetto da nullità (Cass.Civ., Sez. III, 3 febbraio 2004, n. 1940). In altre parole, in materia di terreni soggetti ad uso civico non possono costituirsi proprietà private senza un titolo proveniente dall'autorità che ha il potere di disporne (principio questo a cui si riconnette, tra l'altro, anche l'irrilevanza di stati di prolungato possesso - Trib. Cassino, 7 aprile 2010; App. Roma, Sez. IV, 8 novembre 2006)".
Secondo quanto enunciato si comprende la necessità di un attento lavoro di riordino in materia di usi civici, da parte di ciascuna Regione tramite la collaborazione di ciascun Comune per il proprio ambito di competenza territoriale. Secondo il parere di chi vi scrive, anche un "semplice" certificato di destinazione urbanistico dovrebbe essere esaustivo ai fini della presenza o meno di usi civici in seguito alle rilevanti ricadute edilizie - urbanistiche che gli stessi determinano. Sarebbe utile seguire l'esempio della Regione Veneto dove è stata accertata l'inesistenza di terreni di uso civico su 268 Comuni, su un totale di 563. Per i rimanenti 295 Comuni la situazione relativa all'accertamento delle terre di uso civico è la seguente: n. 62 Comuni per i quali sono state completate le operazioni di verifica e accertamento ai sensi dell'art. 4 della L.R. 31/94; n. 86 Comuni per i quali sono state attivate le operazioni di verifica o accertamento ai sensi dell'art. 4 della L.R. 31/94; n. 137 Comuni che non hanno ancora promosso le operazioni di verifica o accertamento ai sensi dell'art. 4 della L.R. 31/94; n. 10 Comuni per i quali è stato effettuato un aggiornamento catastale dei terreni elencati in Decreti Commissariali.

2. Istituti giuridici per far cessare gli usi civici.
Svariati sono usi civici, tra questi vi sono i diritti di uso civico su proprietà di privati ed i diritti di uso civico su proprietà pubbliche. Gli  istituti giuridici che consentono la cessazione degli usi civici solo la legittimazione e l'affrancazione. Chiaramente, la natura giuridica del terreno viene attestata tramite una specifica certificazione rilasciata dall'Ufficio Usi Civici della Regione di competenza territoriale.
La legittimazione è l’istituto in base al quale viene riconosciuto e quindi trasferito il diritto di proprietà nei confronti degli occupanti. La legittimazione è di competenza della Giunta Regionale ai sensi dell’art. 9 della legge n. 1766/1927 e viene formalizzata con provvedimento di legittimazione del Presidente della Giunta regionale. Il rappresentante del Comune normalmente viene delegato per l’atto notarile di legittimazione. Il provvedimento di legittimazione conferisce al destinatario la titolarità di un diritto soggettivo perfetto, di natura reale, e cioè il diritto di proprietà come noi lo conosciamo, costituendone titolo legittimo per la trascrizione a suo favore. Con la legittimazione cessa la qualificazione demaniale del bene, e il diritto acquistato è un diritto di proprietà. Per la legittimazione occorre che ricorrano tre requisisti, previsti dall’art. 9 della legge n.1766/1927 che ripropongono quanto previsto dalla legislazione napoleonica circa l'abolizione del feudalesimo: 1. l’ occupazione ultra decennale dei suoli; 2. la non interruzione dei demani civici; 3. l’apporta al suolo di sostanziali e permanenti migliorie.
L’affrancazione è quell'istituto, differente dalla legittimazione, con la quale il soggetto proprietario viene affrancato dall’obbligo del diritto reale di uso civico. Il procedimento di affrancazione degli usi civici (su proprietà di privati) è del tutto simile a quello esistente per l’affrancazione dei livelli e confluiti nel meccanismo di liquidazione proprio dell’enfiteusi. Occorre sempre una delibera consiliare del Comune di competenza territoriale. L’affrancazione libera dal vincolo il proprietario che diventa così pieno effettivo e totale proprietario di diritto privato del terreno. L’affrancazione è a titolo oneroso occorre pagare un certo numero di annualità pregresse, di solito dieci, cosiddetti canoni di uso civico.

3. Rilevanza costituzionale dei diritti d'uso civico.
I riferimenti normativi, in materia di usi civici, sono rappresentati dalla legge del 16.06.1927, n. 1766 (considerata legge fondamentale sugli usi civici) e dal Regio decreto del 26.02.1928, n. 332  "Approvazione del regolamento per la esecuzione della legge 16 giugno 1927, n. 1766, sul riordino degli usi civici nel Regno". Per coloro i quali hanno poca dimestichezza con questioni di diritto, si ritiene utile precisare che non devono affatto meravigliare le parole "regio decreto" poiché, nel nostro ordinamento giuridico, abbiamo svariati Regi decreti quali atti normativi - aventi forza di legge - ed in particolare l'attuale versione del Codice Civile è stata approvata con Regio decreto 16 marzo 1942 - XX, n. 262 e costituisce, insieme alle leggi speciali, una delle fonti del diritto tuttora vigente nel nostro ordinamento giuridico.
In aggiunta alla legge fondamentale n.1766/1927 ed al R.d. n. 332/1928 occorre ricordare che i beni d'uso civico sono sottoposti a vincolo paesaggistico ai sensi dell'art. 142, comma 1, lett. h) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 "Codice dei beni culturali e del paesaggio" che considera aree tutelate ope legis "le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici", sino all'approvazione del piano paesaggistico così come dettato dall'art. 152 del medesimo decreto. È del tutto evidente che l'aver annoverato gli usi civici tra i beni soggetti a vincolo paesaggistico, ha inequivocabilmente determinato il dover considerare tali beni in un regime di tutela avente rango costituzionale essendo l'art. 9 della Costituzione, in particolare il suo comma 2, uno dei principi costituzionali associati alla tutela del Paesaggio. La ratio legis sarebbe da ricercare in una marcata volontà di assegnare alle aree, gravate da usi civici, un regime di tutela che potremmo definire rafforzato avendo la tutela paesaggistica una previsione costituzionale.
È necessario non confondere la tutela con la valorizzazione paesaggistica essendo la prima materia di competenza esclusiva dello Stato mentre la seconda materia concorrente Stato - Regioni. Secondo il d.lgs. n.42/2004 la "tutela consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un'adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantire la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione" mentre la "valorizzazione consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale". In tale ottica si comprende l'ampio raggio d'azione dello Stato in materia di competenza legislativa sugli usi civici ed in particolare l'importante ruolo sulla loro individuazione, lasciando alle Regione competenza in materia di valorizzazione nell'ambito della normativa di dettaglio che deve necessariamente incardinarsi in quella cornice normativa che resta di competenza statale. Ci troviamo evidentemente di fronte all'art. 117 della Costituzione quindi alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Sono di tutta evidenza le inevitabili ripercussioni degli usi civici in ambito urbanistico quindi nell'ambito di quella materia concorrente Stato-Regioni chiamata: Governo del Territorio. A tal riguardo, ricordiamo che le sentenze n. 303/2003 e 307/ 2003 della Corte Costituzionale hanno chiarito che il termine "urbanistica non compare nel nuovo testo dell'art. 117 della costituzione (n.r. dopo la riforma del Titolo V) non autorizza a ritenere che la relativa materia non sia più ricompresa nell'elenco del terzo comma: essa fa parte del governo del territorio".
Negli ultimi anni si è aggiunta la legge 20 novembre 2017, n. 168 "Norma in materia di domini collettivi" che ha finalmente fornito una netta distinzione tra le terre di originaria proprietà collettiva (lett. a), quelle derivanti dalla liquidazione dei diritti di uso civico (lett. b), quelle derivanti dallo scioglimento delle promiscuità (lett. c) e quelle appartenenti a famiglie discendenti dagli antichi originari del luogo (lett. e). Svariate fattispecie raggruppate tutte nella dizione "domini collettivi". La legge n. 168/2018 ha per la prima volta sancito, tramite l'art. 1, che la Repubblica riconosce i domini collettivi in attuazione degli articoli 2, 9, 42, secondo comma, e 43 della Costituzione. Ciò significa che non sarà più la giurisprudenza a tutelare la proprietà collettiva, ma una legge dello Stato prevedendo all'art. 2 che "La Repubblica tutela e valorizza i beni di collettivo godimento".

4. Permanenza del vincolo paesaggistico nel solo caso di liquidazione usi civici.
All'art. 3, comma 6, della legge n. 168/2017 si precisa che il vincolo paesaggistico previsto dal d.lgs. n.42/2004, permane sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici. Ciò ha generato in alcune Regioni un po' di confusione poiché non si è compresa la distinzione tra l'istituto della legittimazione delle occupazioni (procedimento amministrativo disciplinato dall’art. 9 della legge n. 1766/27) e l'istituto della liquidazione degli usi civici (procedimento amministrativo disciplinato dell’art. 5 della legge n. 1766/27). Il mantenimento del vincolo paesaggistico è riferito solamente a quest'ultima fattispecie che prevede l'estinzione dei  diritti di uso civico esercitati su terre private, tramite scorporo o corresponsione a favore del Comune di un canone annuo di natura enfiteutica. Di solito la liquidazione avviene tramite l’istituto dello scorporo, sistema in cui il compenso agli aventi diritto per la liquidazione degli usi consiste in una parte del fondo gravato da usi civici da assegnarsi al Comune per l'esercizio dei diritti da parte della collettività. In questo caso è di tutta evidenza che sulla parte di terreno scorporata ed assegnata al Comune, come ricompensa per la liquidazione, continua a permanere il vincolo paesaggistico. Quanto esposto, circa la permanenza del vincolo paesaggistico, non riguarda la legittimazione delle occupazioni tramite l'istituto dell'alienazione che comporta l'estinzione degli usi civici tramite sdemanializzazione del terreno.   

5. L'espropriazione per pubblica utilità e gli usi civici.
Altro tassello fondamentale per comprendere la valenza degli usi civici è rappresentata dalla loro incommerciabilità, non usucapibilità, non espropriabilità quindi dall'impossibilità di qualche trasferimento di proprietà, bonario o forzato, prima dell'esito positivo riguardante la  sdemanializzazione del terreno. Ciò viene confermato, secondo una interpretazione giurisprudenziale maggioritaria, dall'art. 4, comma 1 del D.P.R. n. 327/2001 secondo cui "i beni appartenenti al demanio pubblico non possono essere espropriati fino a quando non ne viene pronunciata la sdemanializzazione". Inoltre, nel caso di terreno gravato da usi civici e nel pieno possesso del Ente comunale con l'intenzione di avviare un'attività edilizia, diviene necessario il ricorso al mutamento di destinazione d'uso così come previsto dall'art. 12 della legge n. 1766/1927.    

6. L'abusivismo edilizio in terreni gravati da usi civici.
Occorre ricordare che i terreni gravati da usi civici sono da ritenersi sempre a vocazione agricola e tale deve essere la loro destinazione urbanistica in un Piano regolatore comunale. Per una definizione più puntuale è opportuno precisare che i terreni gravati da usi civici sono soggetti al vincolo di destinazione agro-silvo-pastorale così come tutti i domini collettivi. Da ciò deriva l'impossibilità di qualunque attività edilizia, in presenza di usi civici, fino a quando gli stessi non vengono dichiarati estinti, tramite specifico procedimento amministrativo ai sensi della legge n. 1766/1928, consentendo quindi il mutamento di destinazione d'uso dei terreni da agricolo ad edificabile. Da ciò deriva che non può essere rilasciato alcun permesso di costruire su un'area gravata da usi civici poiché qualunque opera edilizia si configurerebbe come abusiva.
Nel caso di opere edilizie realizzate nel passato, in presenza di usi civici (quindi abusive), si pone il problema circa una loro possibile sanatoria. La procedura di rilascio della sanatoria edilizia, in caso di edificazione abusiva su aree gravate da usi civici, prevista dal c.d. primo condono (art. 32 della legge n. 47/1985) risulta essere del tutto sovrapponibile con quella prevista dal c.d. secondo condono (art. 39 della legge n. 724/1994). Discorso a parte quanto previsto dal c.d. terzo condono secondo cui le opere realizzate su terreni gravati da usi civici non sono suscettibili di sanatoria ai sensi dall'art. 32, comma 27, lett. g) della legge n. 236/2003 così come modificato dall'art. 4, comma 125 della legge n. 350/2003. Ovviamente, nei vari casi analizzati, resta immutata la necessità di attivare una procedura di sdemanializzazione del terreno e che la stessa si concluda con un esito positivo.

7. I Piani paesaggistici ed il recepimento degli usi civici.
I Piani paesaggistici regionali vengono adottati ed approvati da parte dell'Ente Regione. Trattasi dell'art. 143, comma 2, del d.lgs. n. 42/2004 a precisare che le Regioni, il Ministero ed il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (M.A.T.T.M.) possono stipulare intese per la definizione delle modalità di elaborazione congiunta dei piani paesaggistici in regime di copianificazione quindi di collaborazione congiunta tra Stato e Regione. Il Piano è oggetto di apposito accordo fra pubbliche amministrazioni ed approvato con provvedimento regionale entro il termine fissato nell'accordo.
L'elaborazione del piano paesaggistico prevede la ricognizione, quindi individuazione, delle aree di cui al comma 1 dell'articolo 142 del d.lgs. n. 42/2004, loro delimitazione e rappresentazione in scala idonea alla identificazione, nonché determinazione di prescrizioni d'uso. Tra le aree rientrano, alla lettera h), quelle assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici.
Il Piano paesaggistico rappresenta uno strumento di primaria importanza nel Governo del territorio e come tale da coordinare con altri strumenti di pianificazione così come previsto dall'art. 145 del d.lgs. n. 42/2004. A tal riguardo, l'art. 145 del citato decreto precisa che i piani paesaggistici non sono derogabili da parte di piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico, sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette. Inoltre, i Comuni, le Città metropolitane, le Province e gli Enti gestori delle aree naturali protette conformano o adeguano gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale alle previsioni dei piani paesaggistici, entro i termini stabiliti dai piani medesimi e comunque non oltre 2 anni dalla loro approvazione.
Quanto esplicitato ha una ricaduta notevole sui Piani Regolatori Generali (P.R.G.) poiché gli stessi devono necessariamente ed obbligatoriamente conformarsi alle disposizioni del Piano paesaggistico regionale. Se il Piano paesaggistico dovesse contenere, come spessissimo accade, disposizioni sugli usi civici - quindi terreni individuati nel piano come beni gravati da usi civici - lo strumento urbanistico comunale deve adeguarsi e recepire tali indicazioni sia nella cartografia sia nelle norme tecniche: i terreni soggetti ad uso civico, così come individuati dal Piano Paesaggistico, sono necessariamente a vocazione agricola (come precisato nel paragrafo precedente) e conseguentemente non possono avere una destinazione d'uso diversa da quella agricola. Qualora il P.R.G. preveda di destinare tali aree ad interventi edilizi, quindi prevede un cambio di destinazione da agricolo ad edificabile, è necessario intervenire preventivamente ai sensi dell'art. 12 della legge n. 1766/1927 che consente il ricorso all'Istituto giuridico dell'alienazione o del mutamento di destinazione d'uso di terreni gravati da usi civici.   

8. La scassificazione: perdita del vincolo demaniale civico.
Più volte la Corte Costituzionale si è pronunciata manifestando il suo dissenso alla sclassificazione quindi sulla sdemanializzazione, da parte dell'Ente Regione, di terreni gravati da usi civici. La sentenza della Corte Costituzionale n.113 del 31.05.2018, riguarda l'illegittimità costituzionale della legge della regione Lazio sulle alienazioni ed in particolare sulla incostituzionalità dell’art.8 delle legge della Regione Lazio 3 gennaio 1986, n. 1 " Norme per l’alienazione di terreni di proprietà collettiva di uso civico edificati o edificabili". I giudici costituzionali evidenziano che la sdemanializzazione dei beni collettivi deriverebbe direttamente dalla legge regionale denunciata mentre, sotto il profilo civilistico, la materia degli usi civici sarebbe disciplinata (in regime di specialità rispetto al codice civile) da norme statali, quali la legge 16 giugno 1927, n. 1766 ed il regio decreto 26 febbraio 1928, n. 332. Alle Regioni sarebbero state trasferite (d.P.R. 15 gennaio 1972, n. 11 e d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616), le sole funzioni amministrative, sicché la Regione Lazio non avrebbe mai potuto invadere la competenza legislativa dello Stato ex art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione ed inoltre, compiere tale invasione in contrasto con la legislazione statale già esistente.
Altrettanto meritevole di attenzione, la sentenza della Corte Costituzionale n. 210 del 18.07.2014 riguardante il giudizio di illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge della Regione autonoma Sardegna 2 agosto 2013, n. 19 "Norme urgenti in materia di usi civici, di pianificazione urbanistica, di beni paesaggistici e di impianti eolici", nella parte in cui non prevede la tempestiva comunicazione del Piano straordinario di accertamento e degli altri atti modificativi dei vincoli di destinazione ai competenti organi statali, affinché lo Stato possa far valere la propria competenza a tutelare il paesaggio con la conservazione dei vincoli esistenti o l’apposizione di diversi vincoli, e affinché, in ogni caso, effetti giuridici modificativi del regime dei relativi beni non si producano prima, e al di fuori, del Piano paesaggistico regionale.
Pienamente condivisibili le considerazioni dell'avvocatura dello Stato secondo cui la norma impugnata, nel delegare i Comuni ad una ricognizione generale degli usi civici esistenti sul proprio territorio e nel prevedere la progressiva sdemanializzazione dei terreni sottoposti ad uso civico, non si limiterebbe a disciplinare la materia degli usi civici sul territorio, ma ne prevederebbe la sostanziale cessazione, interferendo sulla conservazione e sulla tutela dell’ambiente e del paesaggio, la cui cura spetta in via esclusiva allo Stato, ai sensi degli artt. 9 e 117, secondo comma, lettera s), Cost. Inoltre, l’automatismo della sdemanializzazione appare misura eccessiva e sproporzionata rispetto al fine che la legge persegue (il riordino degli usi civici) e si traduce in uno svuotamento del nucleo essenziale della tutela del paesaggio e dell’ambiente imposta dall’art. 9 Cost. e attuata dalle disposizioni del testo unico sui beni culturali ed ambientali. La norma impugnata, dunque, oltre a palesare una illegittimità sostanziale, incorre nel vizio di incompetenza legislativa, atteso che la normativa regionale priva il sistema di tutela del paesaggio e dell’ambiente del presidio costituito dagli usi civici e, in tal modo direttamente incide, invadendola, la competenza esclusiva dello Stato in materia.

9. Recente giudizio di incostituzionale di una disposizione regionale in materia di usi civici.
Emblematico, allo stesso tempo chiarificatore, la recentissima questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d'Appello di Roma, sezione specializzata degli usi civici, in merito all'art. 53 della legge della Regione Calabria 29 dicembre 2010, n. 34 secondo cui i diritti d'uso civico, così come previsti da una specifica legge regionale, siano da ritenersi cessati quanto insistono su aree di sviluppo industriale così come individuate da P.R.G.
La Corte d’appello di Roma ha ritenuto evidenziare che la sottrazione e l’affrancamento di terreni gravati da usi civici può avvenire solo con le formalità e nei limiti previsti dalla legge n. 1766 del 1927 e dal Regio decreto 26 febbraio 1928, n. 332. Conseguentemente, uno strumento urbanistico comunale non può arbitrariamente cancellare la presenza di usi civici su terreni che, senza una preventiva procedura prevista dall'art. 12 della legge fondamentale degli usi civici, non possono avere una destinazione d'uso differente da quella agricola. Infatti, fa notare la Corte d'Appello, con il D.P.R. 15 gennaio 1972, n. 11 (Trasferimento alle Regioni a statuto ordinario delle funzioni amministrative statali in materia di agricoltura e foreste, di caccia e di pesca nelle acque interne e dei relativi personali ed uffici), sarebbero state trasferite dallo Stato alle Regioni le sole funzioni amministrative connesse alle ipotesi di liquidazione degli usi civici, ma non la stessa potestà di emanare norme unilaterali derogatorie di quelle statali, attraverso l’introduzione di nuove ipotesi di cessazione degli usi civici, non previste dalla normativa statale.
In definitiva, viene ribadita la spettanza alla competenza esclusiva statale (sono citate le sentenze della medesima Corte d'Appello di Roma n. 178 e n. 113 del 2018) in materia di “sclassificazione” demaniale dei beni di uso civico, con conseguente illegittimità delle disposizioni che prevedano decisioni unilaterali del legislatore regionale, suscettibili di pregiudicare la pianificazione concertata Stato-Regione in materia paesistico-ambientale.
La Consulta, recependo in toto quanto evidenziato dalla corte d'Appello di Roma, con sentenza n. 71 del 12 febbraio 2020, dichiara l'illegittima costituzionale della norma regionale impugnata considerata in contrasto con l'art. 9 della Costituzione, in materia di tutela paesaggistica, ed invadente la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia dell'ordinamento civile di cui all'art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.

10. Conclusioni.
La materia degli usi civici dovrebbe rivestire un ruolo di primaria importanza nel governo del territorio per tutte le ricadute edilizie ed urbanistiche che essa comporta. Le Regioni ed i singoli Comuni dovrebbero investire maggior tempo e risorse nel riordino degli usi civici al fine di evitare che rimandando lo studio dell'articolata e frastagliata problematica, la stessa diventi sempre più complessa ed ingestibile per le future generazione. Gli usi civici andrebbero affrontati in modo sistematico e con una reciproca collaborazione tra Comuni e Regioni al fine di poter guardare la storia passata, compresa quella delle terre gravate da usi civici e dei domini collettivi in generale, in modo sereno e non come una pesante "palla al piede" che ostacola il nostro futuro.

Giù le mani dal Parco Nazionale del Gargano

Vincenzo Rizzi

Era il 1998 quando salendo per i tornanti che da Manfredonia portano a Monte Sant'Angelo, notai un anziano signore curvo che, lentamente, arrancava sul ciglio della strada, rinchiuso nel suo paltò mentre il vento di tramontana lo sferzava. Il cielo era cupo e foriero di pioggia, mi fermai e gli chiesi se voleva un passaggio per il paese. Lui accettò, e mentre continuavo a guidare verso Monte, mi chiese in dialetto montanaro che ero venuto a fare. Gli risposi vagamente che dovevo andare in Foresta per fare dei rilievi per conto del Parco… Lui mi guardò perplesso, poi dopo un lungo silenzio mi chiese «ma poi sto parco l'hanno fatto?»
Dopo tanti anni, sinceramente, mi viene da rispondere con un grande e deciso NO.
Il parco è rimasto sulla carta, ben pochi sono stati gli interventi finalizzati a incrementare le conoscenze e a tutelare effettivamente il suo immenso patrimonio, ben poco è stato fatto per bloccare il crescente consumo di suolo. La cosa che più di altre attesta questo fallimento è la mancanza di strumenti di pianificazione tesi a proiettare il territorio nel futuro attraverso chiare linee di sviluppo, ecocompatibili e in grado di tutelare e valorizzare le risorse naturali.

Se andiamo ad esaminare con precisione tutte le risorse spese dall'Ente, ci accorgiamo che principalmente queste hanno finanziato interventi legati a eventi e iniziative che rientrano più nella sfera degli Enti di Promozione Turistica e delle Pro Loco. Il tutto in un'ottica priva di respiro.
Un parco di sagre e concerti, eventi di certo non condannabili come tali, ma che lasciano perplessi se rappresentano, insieme ai classici calendari, le principali attività su cui si l’Ente investe le sue residuali risorse, tenuto conto che gran parte del suo budget serve per coprire i costi della pianta organica. Una pianta organica ridondante di alcune figure professionali e completamente sfornita di altre, forse più utili per costruire un anima e un senso di appartenenza all’Ente.
Un Ente che ancor oggi non ha un albo fornitori, per cui incarichi e forniture rispondono a regole arcaiche di difficile lettura per chi non è all'interno di quel sistema.
Di certo la presenza di un tessuto sociale inquinato da una potentissima e diffusa mafia non ha certo agevolato le attività del Parco e le conseguenze di tale oscura presenza, forse le scopriremo negli anni a venire. Sta di fatto che ben tre comuni del Parco sono stati sciolti per mafia e diverse persone di riferimento per il territorio hanno ricevuto l'interdittiva antimafia, tra cui anche alcuni dipendenti dell’Ente.
Insomma, un quadro le cui tinte non fanno presagire l’avvicinarsi della primavera ma piuttosto, prendendo in prestito la frase di una serie televisiva di successo (Il trono di spade): L'inverno sta arrivando.

Interessante è anche dare uno sguardo alle Associazioni ambientaliste e alle singole figure di intellettuali che sono state gli artefici tra gli anni ’70 e ’90 della nascita del Parco. Un periodo avvincente di lotte che, grazie alla legge 394/91, hanno permesso l'istituzione dell'Ente Parco Nazionale del Gargano. Appare naturale porsi la domanda: ma quale ruolo hanno svolto poi le associazioni nella fase gestionale? Bene, la risposta è che hanno avuto un ruolo marginale, in parte dovuto alle costanti conflittualità interne al movimento, dove le singole Associazioni erano più prese al recupero di risorse economiche per il mantenimento delle proprie strutture sovradimensionate di personale dopo la sbornia di consensi avuti negli anni ’80.

Tutto questo ha permesso alla sempre eterna classe politica locale, ampiamente schierata storicamente con gli anti parco, di appropriarsi e poi rimanere saldamente al governo del Parco.
L’abilità di questi politici è stata ed è la capacità di far credere all'opinione pubblica che i fallimenti veri o presunti del Parco siano opera degli ambientalisti, quando questi in realtà sono stati totalmente esclusi da qualsiasi possibilità di condizionare le decisioni dell’Ente.
Basti pensare, al semplice fatto, purtroppo mai contestato dalle Associazioni ambientaliste, che le nomine che a livello nazionale vengono fatte per la costituzione dei Consigli Direttivi degli Enti Parco, non poche volte non rispondono ai criteri previsti dalla legge, che richiede specifiche competenze da parte dei consiglieri nel campo della conservazione della natura.
Non a caso, uomini politici garganici hanno più volte manifestato la propria avversità alla nomina di un ambientalista ai vertici dell'Ente, quale Presidente o Direttore del Parco.
Questa aspra polemica ha portato fratture profonde nel consiglio direttivo dell'Ente Parco, che da una parte vede i componenti dell'area che chiamerei “tecnico-scientifica” contrapporsi duramente con l'altra anima, quella “politica”.
Il risultato di questa mancanza di dialogo è stato sancito dalla nomina dell'attuale Presidente che, di certo, non si può considerare un ambientalista, e che ha manifestato più volte valutazioni critiche, per esempio sui cambiamenti climatici e sulla giovane Greta Thunberg, che rappresenta la bandiera di una nuova consapevolezza sui rischi che tali cambiamenti comportano per il nostro pianeta. Affermazioni sulle quali mi piacerebbe conoscere l'opinione del Magnifico Rettore dell’Università di Foggia e del Ministro Costa.
Per non parlare delle prese di posizione a favore di strade o la proposta di rivisitazione della norma regionale che vieta, in aree protette, l’abbruciamento dei residui vegetali derivanti da lavorazioni agricole, pratica universalmente ritenuta obsoleta e pericolosa.
L'incapacità del centrosinistra di formalizzare una candidatura competitiva alternativa a quella del prof. Pazienza evidenzia la debolezza culturale di questa componente politica, che, non accettando il dialogo con il mondo ambientalista, non è riuscita con lucidità ad individuare, anche eventualmente nella stessa Università di Foggia, personalità vicine per sensibilità politica e in grado di competere con il curriculum del candidato proposto dall'area politica vicina alla Lega. Eppure, senza ombra di smentita, queste figure sono presenti e hanno un profilo curriculare ben più vicino alle indicazioni date dal Ministro dell’Ambiente.
Forse ancor più deprimente è stato il tentativo di procedere, senza una chiara impostazione meritocratica, alla scelta della terna per il direttore del Parco, il cui esito finale è stato l'allontanamento di questa giovane dottoressa evidentemente non in linea con i desiderata della attuale presidenza.
Per non parlare di come sia stata distrutta dall’Ente Parco l’Oasi Lago Salso, realtà che tanto poteva esprimere in termini di risorsa del territorio e che invece, pur di schiacciare gli odiosi nemici ambientalisti del Centro Studi Naturalistici Onlus – Pro Natura, doveva essere chiusa e rottamata, coprendo questo avventato atto con fumose e inconsistenti proposte di ipotetico rilancio, insomma una trama degna di essere scelta da Ken Loach per un suo film.
Così come la politica ha operato per eliminare Marco Lion, già rappresentante delle Associazioni Ambientaliste nell'ambito del Consiglio del Parco.
Di certo plaudo allo sdegno dei parlamentari che hanno depositato delle interrogazioni sulla questione dell'allontanamento della Direttrice, ma se si fossero interessati prima a quello che stava accadendo, nell’avvilente ragionamento politico con cui è stata costruita la terna dei direttori, per non parlare di quanto stava accadendo all’Oasi lago Salso, forse quest'ultimo atto non si sarebbe consumato.

Probabilmente, c’è ancora tempo per invertire la rotta, ma è necessario che la politica del centro sinistra e del centro destra di Capitanata diventi inclusiva e apra un vero dialogo con le forze culturali residuali ancora presenti sul territorio, a partire dalle Associazione ambientaliste. E anche le stesse Associazioni la smettano di competere in maniera insana, screditandosi e godendo meschinamente delle altrui difficoltà.
Perché anche in questo caso rimane valido il pensiero del pastore Martin Niemölle: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare».
Ora è necessario intervenire, attraverso un'operazione verità.
Dobbiamo avere il coraggio di scoperchiare questo sepolcro imbiancato e di assumerci anche le nostre responsabilità per i troppi silenzi, chiedendo un commissariamento forte, foriero di una reale rifondazione dell’Ente.
Chiamatemi pure pazzo visionario, visto che ancora credo, malgrado i molteplici fallimenti di questo Ente, nel fatto che potrebbe finalmente diventare il più importante strumento di sviluppo del nostro territorio, in grado di trainare il rilancio della Capitanata attraverso parole chiave come cultura, legalità, tutela, identità, ospitalità, ecc.
C'è tanto da ricostruire sulle macerie ancora fumanti, ma la domanda è: avremo la capacità e la volontà di farlo? Ai posteri l'ardua sentenza.

Sequestro di anidride carbonica

Riccardo Graziano

È noto che l’anidride carbonica (CO2) è il principale gas responsabile dell’effetto serra, causa di quel riscaldamento globale che a sua volta sta provocando mutamenti climatici dalle conseguenze già oggi disastrose e potenzialmente catastrofiche in un futuro drammaticamente vicino. È noto anche che, per evitare tutto ciò, dovremmo abbattere le emissioni di CO2, sostanzialmente riducendo l’utilizzo di combustibili fossili e arrestando la deforestazione che sta distruggendo gli ultimi polmoni verdi e serbatoi di biodiversità del Pianeta. Ma nonostante il fatto di essere perfettamente a conoscenza della situazione, stiamo tuttora viaggiando in direzione contraria a quello che dovremmo fare.
Prima dell’avvento dell’era industriale, a cavallo fra XVIII e XIX secolo, la concentrazione di CO2 in atmosfera era intorno alle 280 parti per milione (ppm). Da allora si è registrato un aumento progressivo che, nell’arco di poco più di due secoli, ha portato a superare la soglia simbolica delle 400 ppm, un valore mai raggiunto negli ultimi 800.000 anni. Una tendenza ancora in corso, che vede un incremento medio annuo di 2,2 ppm e attualmente fa registrare il nuovo record di 415 ppm, senza accennare a fermarsi. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica è in linea con l’andamento delle emissioni, che nel 2018 sono state calcolate nell’ordine di 55 miliardi di tonnellate di CO2, con un incremento del 2% rispetto all’anno precedente.
Nel 2020, a causa dello stop forzato imposto dalla pandemia, si prevede una diminuzione delle emissioni di circa il 7%, più o meno in linea con quella che dovrebbe essere la decrescita annuale da qui al 2030 per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e contenere l’incremento della temperatura globale a +1,5°C al 2100. Tuttavia, è chiaro che quell’obbiettivo non può essere perseguito grazie a quarantene provocate dall’epidemia o imponendo chiusure alle attività produttive, perché il danno socio-economico sarebbe devastante. Inoltre, occorre sottolineare che la concentrazione in atmosfera di CO2 ha comunque subito un incremento di 2,48 ppm. Quindi la quantità totale di anidride carbonica presente in atmosfera è di fatto aumentata, anche se in misura minore che negli anni precedenti.
Per tradurla con un’immagine pratica, è come se l’atmosfera fosse una vasca che rischia di traboccare perché il rubinetto è ancora aperto, anche se con una portata minore di prima. Per evitare di tracimare, bisognerebbe chiudere il rubinetto, ovvero azzerare le emissioni di CO2, cioè principalmente rinunciare del tutto ai combustibili fossili. Una strategia al momento inattuabile e che comunque richiede tempi medio-lunghi, vista la nostra attuale dipendenza da tali fonti energetiche.  
Dunque, come fare per ridurre la presenza di CO2 in atmosfera senza incidere pesantemente sui sistemi economici e produttivi?
Per tornare all’esempio della vasca, l’alternativa è… togliere il tappo, che nel caso dell’atmosfera significa mettere in atto le tecniche già oggi disponibili di “sequestro” dell’anidride carbonica in eccesso, cioè sostanzialmente quella di origine antropica, ovvero prodotta dall’uomo con le sue attività alimentate a combustibili fossili.
Il sequestro di CO2, tra l’altro, è coerente con i principi dell’economia circolare, che prevede l’utilizzo degli scarti di produzione come “materia prima seconda” per altri cicli produttivi. Nel caso dell’anidride carbonica, lo “scarto” sono i fumi di scarico, dai quali è già possibile oggi recuperare la CO2 e purificarla grazie a composti chimici o materiali naturali, per poi riutilizzarla per altre produzioni, basti pensare all’industria alimentare, che mette in commercio milioni di confezioni di bevande gasate, le cui “bollicine” sono composte appunto di anidride carbonica.
Attualmente, le tecniche per la cattura della CO2 utilizzano solventi chimici o processi fisici basati su filtri, in grado di restituire l’anidride carbonica a diversi livelli di purezza, a seconda del reimpiego al quale sarà destinata. Per esempio, dal trattamento della frazione organica dei rifiuti (FORSU) si può ricavare, oltre al compost utilizzato come fertilizzante, anche la CO2, nonché metano che può essere immesso in rete o bruciato per produrre energia.
Per quanto riguarda l’anidride carbonica, le prospettive di riutilizzo si concentrano su due indirizzi complementari. Il primo punta a ulteriori ambiti di impiego nel già citato settore alimentare, il secondo prevede di ricombinare chimicamente la CO2 per produrre combustibili o altri materiali, scenari entrambi che dipendono da un’attività di ricerca e sperimentazione tecnologica a più livelli.
Nello specifico, citiamo a titolo di esempio il progetto Engicoin dell’azienda torinese Asja, che sfrutta delle “fabbriche microbiologiche” per inserire l’anidride carbonica in un processo di produzione di bioplastiche di elevato pregio. Sempre Asja è capofila del progetto Saturno, con il quale, in collaborazione con altre aziende piemontesi d’avanguardia, si sta realizzando una bioraffineria per trasformare i prodotti di scarto, tra i quali la stessa CO2, in nuova materia prima, secondo i principi dell’economia circolare.
Progressi tecnologici che aprono prospettive interessanti per gestire l’eccesso di anidride carbonica in atmosfera, ma che non devono farci dimenticare che resta imperativo puntare sulla riduzione delle emissioni di questo gas, perché i soli processi di cattura non possono garantire l’abbassamento della sua concentrazione, né tantomeno del conseguente “effetto serra” responsabile del riscaldamento globale.

Tratto da Agendadomani (www.agendadomani)

Un'occasione esigente

Longino Contoli Amante

Forse, l’esplosione del COVID19 ci costringe a riconoscere alcune fragilità umane (e italiane) attuali (Colosso dai piedi d’argilla?!), da tanti, da tempo denunziate ma da pochissimi recepite.

SOVRAPOPOLAZIONE: Popolazione moltiplicata in un secolo, non più in equilibrio con il territorio. Densità elevatissima e disomogenea (aree urbane vs rurali).
Piramide demografica squilibrata: alta senilità e scarsa fecondità.
Non meccanismi automatici di controllo demografico, ma scelta individuale egoistica.
Non “metapopolazioni” (subpopolazioni in parte separate), ma “villaggio globale”; ciò comporta, già ora e più ancora in prospettiva, la riduzione ad uno solo dei nuclei di sopravvivenza; dunque, l’impossibilità di selezione di gruppo ed il prevalere del “caso” sulla ”necessità” (v. Monod), pregiudizio per le potenzialità evolutive della specie (cfr. Tab e Fig).

CRESCITA ASOCIALE: Complessificazione sociale, con massa critica socio-economico-funzionale troppo alta (società urbana).
Crescita senza limiti (produzione > consumo > produzione, in retroazione positiva insostenibile).
Più interazioni, meno tempo per pensare, a vantaggio degli slogan acritici consumistici.

CICLO BIOLOGICO NON RESILIENTE: Non stress fisiologici coevolutisi, ma patologici e soggettivi, spesso assillanti e senza tregua (effetto “Dolce vita”, di Fellini? Si vedano le luci di notte in Italia, ai massimi della biosfera).
Non selezione naturale individuale, ma spesso politica e/o censuale; da ciò, carico genetico crescente.
Biomassa individuale eccessiva e squilibrata (sistemi adiposo e muscolo-scheletrico eccessivi vs gli organi viscerali); effetto “Grande abbuffata”, di Ferreri?

ESPANSIONE E GLOBALIZZAZIONE INSOSTENIBILI: Non “effetto rifugio” dai rischi; diversificazione ecologica e culturale in scomparsa; meno margini di sicurezza contro imprevisti globali.
Non fluttuazioni ad alta frequenza, che proteggono da quelle a bassa frequenza (impreviste).
Inquinamento sempre più sfuggente ed insidioso (ad es.: polveri sottili).

INDIVIDUALISMO, PIU’ EGOISMO, MENO SOCIETA’: Effetto “carpe diem!”, prima dei divieti. Contro i pericoli esterni, effetto “polli di Renzo” (Manzoni), non “stormi di storni”…!
Se si sta male, si tende a celarlo: effetto “parla più piano…!”, de “Il padrino”?

IL PARADOSSO: DA TROPPI UOMINI EGOISTI A SUBUMANI: La storia naturale ammonisce: da troppi individui, con l’affollamento, la specializzazione, la localizzazione, l’isolamento dall’esterno, i collegamenti interni guidati, la non – libertà individuale si va verso i subindividui entro il superorganismo egemone ed inconoscibile (effetto “Tempi moderni”, di Chaplin)…

INSOMMA: Che, ormai ci resti solo la scelta fra la tanto avversata ma saggia “decrescita felice” (Latouche) od il… crollo infelice? Ma già, da più parti, si parla e s’auspica che si possa presto “ricominciare”… a commettere gli stessi errori…
CHE IL “COVID19” CI AIUTI... A NON RICOMINCIARE, MA A CAMBIARE? CI AIUTI…
…Ad effettuare un’attenta diagnosi di ciò che avviene, prima di azzardare ipotesi di recupero e ripartenza…
…A svilupparci in qualità, più che crescere in quantità, nella folle spirale “produzione > consumo”…
…A coesistere con gli “altri – da – noi”, e non sbranarci con gli “altri – di - noi”…
…A privilegiare ciò che sta sopra, su ciò che sta sotto, gli occhi…
…A sbraitare di meno, spesso in una selvaggia gara di “tonsille”, (irrispettosa delle idee altrui!) più che in un pacato confronto di pensieri; si pensi al “limbo” degli “spiriti magni” del passato che, secondo Dante “…parlavan rado, con voci soavi…”…
…A ritrovare la dignità di nomi e concetti, contro l’ipocrisia di sinonimi e circonlocuzioni di comodità (non correttezza!) “politica”…
…Per chi ha la fortuna della fede, l’eroismo dell’ateismo o, perlomeno, l’equilibrio della laicità, ad abbattere dall’altare degli schermi (di TV, computer, cellulari ecc.) e dalle prediche dei suoi sacerdoti (ad es.: la pubblicità, alla quale ormai tutti si genuflettono) l’idolo “denaro”, il nuovo vitello d’oro del nostro tempo disperato…
…A ritrovare il tempo per pensare, mentre oggi ci resta solo l’attimo (tra un “divertimento e l’altro” della “distrazione di massa”) per restare suggestionati dagli slogan consumistici e dalla gasata euforia di un ottimismo di maniera, acritico, presuntuoso e, soprattutto, servile…
…A ritrovare il valore della rinunzia, unico antidoto laico alla disperazione; rinunzia soprattutto al superfluo, destinato in breve a diventare più indispensabile del necessario…
…A ripristinare il disprezzo sociale verso chi sfrutta ed inganna il prossimo…
…Ad accettare e rispettare i propri doveri, una volta tutelati i diritti…
…Ad accettare con dignità la vita e pure la morte (come prezzo, obbligato per noi metabionti, da pagare alle future generazioni)…
…Ad evolvere, infine, fino a specie compiutamente “K - selezionata”, il nostro paradigma esistenziale?

UN’OCCASIONE ESIGENTE: Contro ogni crisi, la vita evolve, ma esige un chirurgico taglio selettivo di ciò che non è adatto alle nuove circostanze.
Anche le antiche formule di saggezza esigevano una severa rinunzia agli errori presenti: “…cor semper penitens et emendationem vitae…spatium verae et fructuosae penitentiae…”.
Non è più il caso ed il tempo dei medici pietosi che producono piaghe purulente…
Abbiamo ancora l’arma del dissenso sociale, politico ed economico; speriamo di saperla usare!

Trasporti, puntare a emissioni zero

Riccardo Graziano

Con l’arrivo della stagione invernale, peggiorano i livelli di inquinamento un po’ ovunque, ma in particolare nelle aree metropolitane. Per evitare sforamenti dei livelli quotidiani di emissioni inquinanti e relative sanzioni (come quella appena comminata all’Italia dall’UE) vengono dunque presi provvedimenti di limitazione del traffico - in particolare riguardo alle autovetture private diesel - che regolarmente innescano una serie di polemiche.
Il fatto è che, come sempre nel nostro Paese, la questione viene gestita con una logica emergenziale, per cui si interviene solo quando si è costretti e con provvedimenti temporanei, che lasciano il tempo che trovano. Ma dal momento che ormai tutti dovremmo aver capito che si tratta di un problema ricorrente, dovrebbe essere altrettanto chiaro che servono soluzioni strutturali: occorre puntare verso un nuovo paradigma della mobilità, che tenda a diminuire progressivamente le emissioni del parco circolante, fino a portarle a zero entro il 2040. Una necessità che, paradossalmente, è stata compresa assai meglio da una discreta parte della classe politica, piuttosto che dai cittadini, i quali sembrano preoccuparsi di moltissime cose, ma non delle sostanze tossiche che inalano a ogni respiro.
Naturalmente, non dimentichiamo che il settore trasporti, a livello comunitario, è responsabile “solo” del 27% delle emissioni totali di gas serra e che quindi occorre agire anche in altri ambiti per ridurre le emissioni climalteranti. Un intervento apprezzabile, in questo senso, è il superbonus del 110% per gli interventi di efficientamento energetico degli edifici, che dovrebbe aiutare a ristrutturare il patrimonio edilizio in modo da renderlo meno energivoro. Ma occorrerebbe anche riconvertire più velocemente il settore energetico verso le rinnovabili, e ridisegnare la PAC, la Politica Agricola Comunitaria, in modo da supportare produzioni agricole maggiormente sostenibili dal punto di vista ambientale.
Tuttavia qui vogliamo concentrarci sul settore trasporti in quanto responsabile anche dell’emissione di sostanze nocive, quali particolato fine PM 10 e PM 2.5, monossido di carbonio e ossidi di azoto, questi ultimi in particolare emessi soprattutto dai motori diesel, motivo per cui vengono bloccati per primi e in maggior numero. Perché quando diciamo che si deve arrivare a emissioni ZERO, intendiamo dire che per prima cosa il parco circolante non deve emettere alcuna sostanza tossica o a effetto serra nella fase denominata TTW, Tank To Wheel, dal serbatoio alle ruote, salvo poi mettere in conto le emissioni per produrre l’energia necessaria al moto, quelle prese in esame dal ciclo WTT, Well To Tank, dalla sorgente al serbatoio.
Per fare questo occorre puntare in via prioritaria su un efficiente sistema di trasporto pubblico e sulla crescita della mobilità attiva e/o micro mobilità. Ma è anche indispensabile sostituire progressivamente le motorizzazioni con motore a scoppio con veicoli elettrici, nei quali la batteria prende il posto del serbatoio, l’efficienza del propulsore è almeno doppia se non tripla e dal tubo di scappamento non esce nulla, anzi non c’è nemmeno.
Per mettere in atto una traslazione di tale portata verso un paradigma radicalmente nuovo nella mobilità occorre muoversi su più fronti, in maniera graduale e decisa al tempo stesso, in modo da compiere la transizione entro il 2040, nell’arco di un ventennio. Un lasso di tempo che qualcuno giudicherà utopia, ma che è solo questione di volontà politica e consapevolezza della cittadinanza. Del resto, in un recente passato è bastato molto meno tempo perché le vetture “automobili” sostituissero quelle trainate da cavalli, o la Vespa e la 500 sostituissero le bici. Quindi anche oggi il cambiamento è possibile oltre che necessario. Il problema semmai è renderlo accettabile, agevole e infine desiderabile. In questo senso, un grosso aiuto arriva dagli incentivi messi in campo dal Governo e da alcune Regioni per “rottamare” i veicoli più obsoleti e sostituirli con vetture meno inquinanti, ma troppo spesso si permane nell’errore di includere fra questi ultimi anche i motori a scoppio di ultima generazione. Intendiamoci, i motori termici più recenti inquinano meno di quelli del secolo scorso, ma non possono competere con un propulsore elettrico né in termini di efficienza, né di costi di manutenzione, né di emissioni. Quindi, che piaccia o no, se si vuole che la pioggia di soldi spesa in incentivi abbia una reale efficacia, questi devono essere destinati solo alle auto “con la spina”, ovvero quelle che possono attaccarsi a una presa di corrente.
È il modello adottato dalla Norvegia, il Paese di gran lunga più avanzato su questo percorso, che si avvia ad avere in tempi brevi oltre la metà del parco circolante elettrificato. Altre nazioni puntano più sulle restrizioni, annunciando limitazioni progressive per i motori a scoppio, a partire dai diesel: è di poco tempo fa l’annuncio del premier britannico di voler anticipare i tempi in questo senso, vietando l’immatricolazione di nuove vetture endotermiche entro il 2030, sulla stessa linea adottata da tempo da metropoli come Parigi, Madrid, Atene e Città del Messico.
Passi importanti, ma, come si diceva prima, resta il problema delle emissioni necessarie a produrre l’energia che poi servirà a muovere i veicoli a batteria. È possibile rendere l’intero ciclo WTW, Well To Wheel, dalla sorgente alle ruote, a zero emissioni totali di gas serra entro il 2040?
Secondo un rapporto pubblicato da Climact e New Clima Institute, commissionato da Greenpeace Belgio, non solo è possibile, ma è anche fondamentale per contenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi, valore indicato dagli esperti per scongiurare o perlomeno mitigare i cambiamenti climatici.
La tabella di marcia è chiara e relativamente semplice, nel senso che i passi da compiere sono tecnicamente alla nostra portata: “l’Europa – dice Greenpeace deve alimentare i trasporti attraverso le energie rinnovabili, evitare i biocarburanti e ridurre significativamente la sua quota di emissioni di gas serra, trasformando il modo in cui le persone e le merci si muovono”. L’intervento sul settore dei trasporti, sottolinea Greenpeace, è prioritario perché “mentre le emissioni di gas a effetto serra (GHG) provenienti da altri settori hanno subito un rallentamento o un calo, le emissioni dei trasporti Ue hanno continuato a salire. Nel 2017, le emissioni legate ai trasporti sono aumentate del 28% rispetto al 1990.
Quindi, come si diceva, occorre investire nel trasporto pubblico, nella creazione di nuove infrastrutture dedicate alla mobilità ciclistica e pedonale e nell’elettrificazione del settore (a partire sempre dai mezzi pubblici), fino ad arrivare al bando totale dalle nostre città dei veicoli con motore a scoppio entro il 2040. Ma la strategia di Greenpeace guarda oltre: “bisogna anche avere il coraggio di eliminare i voli a corto raggio e di fermare tutti gli investimenti nel settore dei trasporti ad alta intensità di carbonio, come nuovi aeroporti e autostrade”.
Paradossalmente, proprio questo periodo di crisi legata alla pandemia può essere la molla per agire. In molti Paesi, case automobilistiche, compagnie aeree e di navigazione, a causa del crollo dei fatturati, prevedono licenziamenti a tappeto mentre richiedono cospicui finanziamenti pubblici per salvarsi. È dunque imperativo che tali sussidi, e tutte le misure finanziarie e normative relative al comparto trasporti, siano indirizzate verso una totale riconversione del settore, assolutamente necessaria e indifferibile

Tratto da Agendadomani (www.agendadomani)

Lettera aperta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Egregio Signor Presidente,
siamo da sempre decisi sostenitori delle misure precauzionali anti Covid19 e scriviamo anche a nome di tutti coloro che, grazie all’istruzione e all’educazione ricevute proprio in questo Paese, hanno imparato ad amarlo e ad apprezzarne i valori aggiunti.
Le informazioni portate avanti in questi mesi sia dal Governo da Lei presieduto, sia dagli organi di stampa hanno puntato a presentare l’unica possibile lotta contro il virus nella vaccinazione, che tutti speriamo arrivi quanto prima, ma che comunque richiederà tempi lunghi. Invece, fin da subito si dovrebbero sostenere quei comportamenti individuali che portano al rafforzamento delle difese immunitarie e quindi alla prevenzione del contagio. Ad esempio, si sa che alla base della salute c’è un “nutrimento sano”: l’infiammazione silente si spegne con gli antiossidanti e le vitamine del buon cibo e si accende con il cibo-spazzatura che non dovrebbe trovare spazio non solo sulle nostre tavole, ma anche nei messaggi pubblicitari. Perché non si informa la popolazione dell’importanza di una alimentazione sana e corretta?
Altrettanto importante ai fini della prevenzione, come ci ricordano alcuni studi scientifici emersi nel corso della prima ondata della pandemia, è la qualità dell’aria che si respira, troppo spesso scarsa a causa di inquinamento (es polveri sottili che abbassano le difese immunitarie e contribuiscono a veicolare particelle virali), particolarmente elevato proprio in questo periodo di nuova recrudescenza della pandemia. Questo anche a causa di pratiche del tutto inutili e dannose quali gli abbruciamenti all’aperto di biomasse vegetali, consentiti con deroghe da parte dei Comuni alle normative vigenti che vietano tale pratica nel periodo invernale nelle zone più soggette ad inquina-mento atmosferico. A questo proposito è bene ricor-dare che da pochi giorni la Commissione UE ha rimesso in mora il nostro Paese proprio sulla qualità dell’aria.
Ma anche la cultura e la bellezza dei paesaggi naturali incontaminati e delle opere d’arte, insomma tutto ciò che eleva lo spirito e ci arricchisce, non dovrebbe essere proibito, ma incentivato con le dovute precauzioni e attenzioni. Quindi, perché chiudere i teatri, i cinema, le mostre, gli incontri culturali, le attività fisiche? Contribuiscono al benessere e, quindi, al rafforzamento delle difese.
Aria sana, cibo sano, movimento, libero pensiero sono “vaccini” di cui siamo già dotati: con la loro implementazione, forse, il PIL potrà essere rivalutato in BIL, Benessere Interno Lordo. Ne guadagneremo tutti e saremo meno angosciati.
Purtroppo nei mesi scorsi non è stata organizzata una buona Medicina del territorio; si è ancora in tempo. Grazie ai medici di base si evita l’intasamento degli ospedali e l’angoscia collettiva.
Le chiediamo infine di smetterla di usare il termine “distanziamento sociale”, quando la parola corretta è “distanziamento fisico”; abbiamo già abbastanza sobillatori di odio; non è il caso di incrementare il concetto che l’altro è diverso (magari perché portatore di virus) e quindi va guardato con sospetto!
Non ignoriamo la sofferenza dei ricoverati in gravi condizioni e il loro numero elevato. Siamo convinti, però, che perseguire il “Bene Comune” attraverso le misure sopraesposte contribuisca a ridurre le infezioni virulente.
Poi vorremmo che si parlasse di SALUTE prima che di SANITÀ, quest’ultima orientata da troppi interessi economici. Abbiamo bisogno di fiducia che deriva da evidenze scientifiche, non di dogmi da pensiero populista. Abbiamo bisogno di ricostruire l’organizzazione sanitaria pubblica, la ricerca, la scuola, la cultura vera, la giustizia. Abbiamo bisogno di selezionare il personale accademico, politico e amministrativo per competenza, indipendenza, responsabilità, ma anche per etica. Il Paese è ricco di teste pensanti spesso emarginate, ignorate, criminalizzate, ridicolizzate; è tempo che vengano utilizzate per il Bene Comune.
Buon lavoro.

Domenico Sanino, presidente Pro Natura Cuneo
Bruno Piacenza, presidente Legambiente Cuneo
Mario Frusi, presidente Medici per l’Ambiente Cuneo

Amiata: un parco nazionale per l'antico vulcano

Gianni Marucelli

Svetta, imponente, sulla Toscana meridionale, a mezza strada fra il Tirreno e l'Appennino, costituendo, coi i suoi 1734 metri, forse una delle più alte vette d'Italia che non si inseriscano nelle catene montuose alpine e appenniniche.
La forma a cono lo fa intuire, anche da molto lontano, per quel che realmente è: un antico vulcano estintosi milioni di anni fa, che ancora conserva nel sottosuolo fenomeni tipici del vulcanesimo.
Il termalismo, ad esempio, le cui acque erano conosciute già dagli etruschi, e poi sfruttate a fini terapeutici fino ai nostri giorni; la geotermia, utilizzata ormai da decenni per la produzione elettrica; le pericolose pozzolane.
Parliamo del Monte Amiata, amministrativamente suddiviso tra le province di Grosseto e di Siena, e tra molti Comuni che sorgono sulle sue pendici, più o meno tutti situati nella “fascia delle sorgenti”, tra i 700 e i 900 metri di altezza.
Il comprensorio è, per certo, uno dei più interessanti della Toscana, sia per quanto riguarda l'aspetto storico e storico-artistico che per quello prettamente naturalistico.
Per circa un secolo (fino ad anni piuttosto recenti) l'antico cono vulcanico ormai spento è stato universalmente conosciuto per la produzione mineraria del cinabro, elemento da cui si estraeva il mercurio.  Chiuse le miniere, di cui resta il pericoloso retaggio di un inquinamento del suolo ancora irrisolto in alcune zone, fortunatamente molto limitate, la bellissima copertura boscosa del monte (in prevalenza faggete a partire dai mille metri), la presenza di acque termali, la ricchezza rappresentata dagli antichi borghi caratteristici,  pievi, castelli, hanno assicurato a questo territorio una vocazione turistica (anche invernale, per gli impianti sciistici presso la vetta: ma ormaied ormai il suo  l'elemento bianco scarseggia) di tutto rilievo, di cui una delle componenti è anche l'eccellente gastronomia. Purtroppo, le presenze turistiche sono ora limitate ai due mesi della stagione estiva, mentre la montagna meriterebbe ben altra attenzione in tutte le stagioni.
Si è riproposta quindi la marginalizzazione, ormai storica, di questo territorio, la cui importanza è invece cresciuta dal punto di vista ambientale: infatti, esso costituisce un vero e proprio “serbatoio idrico” per la parte meridionale della Toscana, con le numerose sorgenti che danno vita al Fiume Fiora, al Paglia, al Vivo, all'Orcia ecc.
Un patrimonio che va assolutamente difeso: già negli anni Ottanta del secolo scorso si era (invano) parlato della costituzione di un Parco Nazionale dell'Amiata. In questi decenni la finitima Val d'Orcia è stata dichiarata dall'UNESCO “patrimonio dell'Umanità”, ed oggi il suo brand, se vogliamo parlarne in termini commerciali, è universalmente noto.
Adesso, la proposta di tutelare strutturalmente il territorio amiatino è stata ripresa dai Comitati locali, sorti tra la gente per evitare che nuove, imminenti minacce (di cui parleremo in dettaglio in un prossimo articolo) aggrediscano la montagna.
La proposta di costituire un Parco Nazionale viene ora avanzata con l'appoggio scientifico del Comitato Parchi Nazionali e Riserve Analoghe, nato nel lontano 1977 ad opera dello “storico” direttore del Parco Nazionale d'Abruzzo, prof. Franco Tassi, che ne è ancora l'animatore.
Proprio per iniziare una capillare opera di divulgazione di questa proposta, si sono tenuti questa estate una serie di incontri, cui hanno partecipato naturalisti, associazioni ambientaliste, politici e cittadini. Sabato 12 settembre chi scrive ha partecipato all'ultima di queste manifestazioni, portando il saluto della Federazione Nazionale Pro Natura e la formale adesione alla proposta di Parco del Monte Amiata da parte di Pro Natura Toscana, organo di coordinamento delle associazioni Pro Natura della Toscana.
Il prof. Tassi che, instancabile, coordinava l'evento ha manifestato la sua soddisfazione per questa adesione; presto, è previsto lo svolgimento di un vero e proprio Convegno sull'argomento a cui ovviamente saremo presenti.

IL MANIFESTO DEL MONTE AMIATA
VERSO IL PARCO NAZIONALE: PER UNO SVILUPPO DUREVOLE E PARTECIPATO DEL TERRITORIO

L’Amiata è da sempre considerata una delle zone più affascinanti del sud della Toscana.
Ricca di biodiversità possiede uno dei bacini idrici più importanti del centro Italia che rifornisce circa 700.000 utenze, acque calde e centri termali conosciuti e apprezzati in tutta Europa. Ha 5 riserve naturali, siti di interesse regionale e comunitario nelle varie zone a tutela di aree di pregio naturalistico-ambientale; è ricoperta fino alla parte alta del cono vulcanico da una faggeta naturale tra le più significative d’Europa. Ha sviluppato in passato una economia legata al turismo, all’artigianato, ai prodotti locali, agroalimentari. Ha attratto e continua ad attrarre visitatori e turisti non solo per le sue bellezze naturali, ma anche per la sua arte, storia, cultura, borghi medievali, rocche, castelli. È una terra di grande spiritualità, monasteri, chiese, abbazie, eremi; meta di pellegrinaggio (la via Francigena). Possiede rilevanti siti archeologici dal paleolitico agli etruschi; siti di epoca romana.

L’Amiata è definita fin dall’antichità la Montagna Madre per la ricchezza delle sue risorse, la montagna che nutre, accoglie, ristora; apprezzata da Papi, Re, Imperatori. Era candidata in passato dalla Regione Toscana a diventare un Parco Nazionale a tutela e valorizzazione delle enormi risorse ambientali, storiche e culturali.

Come movimenti ecologisti e associazioni del territorio stiamo portando avanti da tempo il progetto del Parco Nazionale del M. Amiata con crescenti adesioni e consensi consapevoli che l’Amiata deve uscire fuori dalla marginalità ed essere al centro di un dibattito regionale e nazionale.

Nonostante i forti vincoli idrogeologici e paesaggistici, la ricchezza di risorse primarie, l’Amiata ha subito e continua a subire aggressioni che stanno mettendo in pericolo l’intero assetto idrotermale, la sicurezza, il paesaggio e stanno indebolendo l’alto pregio naturalistico e culturale del territorio.

L’istituzione del PARCO NAZIONALE DEL M. AMIATA può diventare lo strumento essenziale per valorizzare e tutelare il territorio nonché per coordinare progetti e puntare ad obiettivi più elevati per qualità ecologica e socioeconomica.

COMITATO SALVAGUARDIA AMBIENTE del MONTE AMIATA
AMIATAECO PER UNA NUOVA CULTURA DEL TERRITORIO

Il cinghiale: vittima innocente

Anche la scienza oggi riconosce che il cinghiale è oggetto di sfruttamento a spese della collettività e a vantaggio di pochi, i cacciatori

Roberto Piana

I giornali riportano frequentemente notizie di campi devastati o incidenti stradali causati dalla specie cinghiale (Sus scrofa). Il cinghiale è davvero il nemico che i media dipingono? Perché il cinghiale si è così diffuso?  Perché gli interventi di contenimento disposti da Città Metropolitane e Province non consentono di ridurre i numeri di presenza della specie e i conseguenti danni all’agricoltura?
Qual  è la causa di questa diffusione? Numerosi studi scientifici dimostrano che è la caccia la causa dei danni arrecati da questa specie e che le attività di controllo basate sugli abbattimenti non sono efficaci, anzi comportano l’aumento dei danni.

La presenza del cinghiale oggi in Italia
“Nel periodo medioevale il cinghiale era diffuso in gran parte del nostro Paese. A partire dal 1500 cominciò tuttavia, a causa delle uccisioni da parte dell’uomo, un declino, che culminò all’incirca un centinaio di anni fa, quando la specie, ad esempio, risultava del tutto assente nell’Italia nord-occidentale. Pare che proprio nel 1919 alcuni esemplari provenienti dalla Francia ritornarono in Piemonte e Liguria, dando il via ad un processo di ricolonizzazione che, dapprima lentamente, ma via via sempre più velocemente ha portato alla situazione attuale. Le cause dell’espansione del cinghiale sono fondamentalmente due: la prima è l’accresciuta disponibilità di territorio a lui congeniale, grazie all’abbandono di boschi e campi (soprattutto in aree montane e collinari) e alla grandissima capacità di adattamento della specie. Ma altrettanto, se non più importanti, sono state le massicce immissioni, compiute a scopo venatorio da Associazioni di cacciatori, ma anche da Amministrazioni pubbliche, che si effettuarono a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso e che sono durate (quasi) fino ai giorni nostri.”
Così iniziava un recente articolo di Piero Belletti, Segretario Generale della Federazione Nazionale Pro Natura e studioso dell’argomento.
In Piemonte le prime squadre dei cinghialai si formarono negli anni 70 e 80 del secolo scorso e si distinsero le Province di Torino e Cuneo per le immissioni a fini venatori effettuate sia con soggetti d’importazione, sia successivamente con soggetti d’allevamento.  Negli anni il numero di cacciatori interessati alle forme di caccia collettiva al cinghiale è andato aumentando anche per la riduzione numerica delle altre specie selvatiche di interesse venatorio.
I limiti di carniere sono andati aumentando negli anni con l’incremento delle prede a disposizione e parallelamente sono aumentati i danni alle attività agricole, gli incidenti stradali e le presenze dei cinghiali anche nelle aree periurbane e urbane.
Per cercare di contenere il proliferare della specie sul territorio le Pubbliche Amministrazioni hanno negli anni affiancato alla consueta attività venatoria anche attività di controllo cruento con l’utilizzo di personale delle Province, guardie volontarie e cacciatori formati come “selecontrollori”. I sempre maggiori numeri degli abbattimenti non hanno tuttavia conseguito i risultati prefissati e non hanno determinato una riduzione dei danni all’agricoltura, anzi ne hanno causato l’aumento.
Il numero esatto dei cinghiali presenti in Italia non è noto, ma alcune stime ritengono che complessivamente la presenza si aggiri intorno a 600.000 individui, mentre altre parlano di numeri molto maggiori tra uno e  due milioni di individui.
Per comprendere le ragioni del fallimento delle attuali politiche contenitive della specie, basate quasi esclusivamente sugli abbattimenti, per proporre strategie efficaci, nuove e incruente, tendenti a contenere la presenza del cinghiale, il “Tavolo Animali & Ambiente” di Torino ha organizzato nella mattina del 20 giugno 2020 un convegno on line dal titolo: “CINGHIALE è ora di cambiare. La parola alla scienza. Strategie diverse per una convivenza pacifica con la fauna selvatica”.
Il “Tavolo”, costituito da otto associazioni ambientaliste e animaliste (ENPA, LAC, LAV, LEGAMBIENTE Circolo l’Aquilone, LIDA, OIPA, PRO NATURA, SOS GAIA) ha invitato a relazionare studiosi di rilievo nazionale.
Il convegno, moderato dal giornalista de La Stampa Gianni Giacomino, è stato presentato da Rosalba Nattero, Presidente di SOS Gaia ed ha visto la partecipazione del Prof. Massimo Scandura (Università di Sassari), del Prof. Andrea Marsan ((Università di Genova), della D.ssa Elisa Baioni (SISSA di Trieste), del prof. Alberto Meriggi (Università di Pavia), di Piero Belletti (Pro Natura), del Prof. Andrea Mazzatenta (Università di Chieti). Roberto Piana (LAC) ha raccolto le conclusioni.

Hanno seguito il convegno 242 spettatori e le visite alla pagina e al filmato sono state 2.840.
L’intero convegno è visibile da chiunque sul sito di Animali & Ambiente al link: 
http://www.animaliambiente.it/video.html.
In aiuto a chi ha poco tempo e non può seguirlo per intero, soprattutto per incentivare la condivisione, si trova la videoregistrazione da diffondere divisa per ogni intervento dei relatori sul sito web della LAC all’indirizzo:  
https://www.abolizionecaccia.it/blog/2020/06/convegno-cinghiale-e-ora-di-cambiare-la-parola-alla-scienza/
Per tutti è l’invito di darne diffusione per far capire che l'attività venatoria è il vero problema, non la soluzione.

Il convegno è iniziato proprio con l’illustrazione dell’attuale presenza del cinghiale sul territorio nazionale a cura del Prof. Massimo Scandura, zoologo, docente presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Sassari.
Studioso degli aspetti genetici delle popolazioni animali selvatiche, il Prof. Scandura ha illustrato come nel tempo si sia diffusa in Italia la popolazione del cinghiale e come, a causa soprattutto di introduzioni e ibridazioni, siano andati contraendosi e in gran parte sparendo i nuclei originari presenti nella nostra penisola. Quei pochi sono ormai rimasti confinati nella realtà di Castelporziano, in Toscana, con la residua presenza del cinghiale maremmano e in Sardegna che, essendo un’isola, ha visto l’affermarsi di una popolazione sarda di cinghiale con caratteristiche proprie. Tuttavia anche la popolazione sarda, pur isolata dal continente, vede oggi una situazione complessa costituita da un mosaico di realtà che hanno intaccato la sottospecie dell’originario cinghiale sardo. Questi mutamenti sono stati causati dalle immissioni con soggetti di diversa provenienza e dalle ibridazioni con maiali allevati allo stato semiselvatico.
La caccia ha contribuito ad alterare la diffusione e la composizione delle popolazioni selvatiche, non solo a causa delle immissioni a fini venatori, ma anche  attraverso effetti diretti che si possono riassumere  in au-mento della mortalità, destabilizzazione della struttura demografica (più giovani, meno adulti), stimolazione di un investimento riproduttivo precoce, aumento della poliandria, la frequenza di paternità multipla nelle cucciolate e l’aumento delle dimensioni medie delle cucciolate.
In sostanza, fatto riconosciuto ormai da molti studiosi del settore, l’abbattimento degli animali viene rapidamente compensato dalla specie attraverso l’aumento riproduttivo e l’occupazione di nuove aree con la creazione di nuovi gruppi famigliari.

I danni all’agricoltura e alle attività antropiche causati dal cinghiale
Il cinghiale ha abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne, si ripara nelle aree boscate nelle quali ricerca acqua e fango. Vive in gruppi guidati da una femmina matriarca, mentre i maschi adulti conducono una vita solitaria avvicinandosi al branco solo nel periodo dell’accoppiamento.
Il cinghiale è onnivoro e la sua dieta è costituita prevalentemente da frutta, semi, funghi, ghiande, castagne, nocciole, tuberi. Non disdegna insetti, vermi, crostacei, roditori, uccelli, carcasse di animali morti. Oltre all’uomo suoi nemici sono i grandi carnivori, in Italia rappresentati dall’orso e dal lupo.
Lo scavo del terreno svolto con il muso, detto grifo, alla ricerca di fonti trofiche causa danni anche estesi ai prati e alle aree coltivate così come la ricerca di cibo nei coltivi è causa di gravi perdite di raccolti e conflitti con gli agricoltori. Il mais, i frutteti, l’uva sono gli obiettivi prediletti dalla specie.
Con l’aumento della presenza del cinghiale sul territorio nazionale i danni economici causati da questi ungulati hanno raggiunto cifre elevatissime dell’ordine di milioni di euro. Di qui nasce la demonizzazione della specie.
L’attraversamento delle strade è causa di incidenti dei quali l’animale è la prima vittima. Uno studio del 2010 della Provincia di Cuneo ha verificato l’aumento considerevole degli incidenti stradali che vedono coinvolto il cinghiale durante la stagione venatoria autunnale a causa degli spostamenti causati dalla caccia e dai cani soprattutto.
I danni causati dal cinghiale, così come quelli causati da tutta la fauna selvatica che è patrimonio dello stato, devono essere risarciti dalle Amministrazioni interessate.
Con l’ ordinanza n. 13488 del 29 maggio 2018 la Corte di Cassazione VI Sezione Civile ha statuito che la responsabilità  per i danni “ debba essere imputata all’ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministra-zione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, con autonomia decisionale sufficiente a consentire loro di svolgere l’attività in modo da poter amministrare i rischi di danni a terzi che da tali attività derivino”.
Non sempre è facile individuare quale sia il soggetto istituzionale al quale rivolgersi per ottenere il ristoro del danno (Regione, Città Metropolitana, Provincia, Ente di gestione dell’area protetta, ecc…) così come in molti casi, come quella degli incidenti stradali, l’onere di dimostrare un comportamento colposo dell’ente è a carico del danneggiato in virtù delle regole generali sul riparto dell’onere probatorio dettate dall’art. 2.697 C.C.
La mancanza di opportuna segnaletica stradale che avvisi del pericolo di attraversamento da parte della fauna selvatica, la mancata imposizione di opportuni limiti di velocità per i veicoli, la mancata manutenzione delle recinzioni delle autostrade e delle arterie di veloce scorrimento  possono determinare la responsabilità dell’ente o della società che gestisce la strada.
Per quanto riguarda gli agricoltori onesti vi è da dire che questi preferirebbero riuscire ad effettuare i raccolti piuttosto che ottenere successivi risarcimenti.
La strada da percorrere è allora quella che porta alla riduzione dei danni e nel contempo a favorire una pacifica convivenza tra specie umana e specie animali selvatiche. Mentre nazioni nordeuropee sono molto avanti nello studio di strategie alternative agli inutili abbattimenti in Italia, e in Piemonte in particolare, viviamo ancora il Medioevo.

Il cinghiale non è specie pericolosa per l’uomo
Anche sulla pericolosità del cinghiale quale animale aggressivo e pericoloso per le persone devono essere sfatati luoghi comuni. Il cinghiale è specie che non aggredisce l’uomo a meno che non si senta attaccato o tema per i cuccioli e non gli venga consentita possibilità di fuga.
I rari casi di attacco alle persone  finora  verificatisi sono tutti stati causati da comportamenti sconsiderati di esseri umani. In testa vi sono gli attacchi a cacciatori e bracconieri che feriscono solo l’animale non consentendogli vie di fuga; poi ci sono i tentativi di cattura di cuccioli, che determinano la reazione della cin-ghialessa. Veri pericoli li corrono solo i cani da caccia o cani sfuggiti al controllo del proprietario che aggrediscono l’animale il quale reagisce per legittima difesa. Non è raro che si verifichi durante le battute di caccia anche lo sventramento di cani, evento che dovrebbe già essere sufficiente per indurre da subito  la Regione a vietare l’uso dei cani per la caccia al cinghiale, così come è previsto per tutti gli altri ungulati.  Purtroppo la ricerca da parte dei mezzi di comunicazione della notizia sensazionale ha diffuso una falsa immagine di questo meraviglioso e intelligente suide quale “pericolo pubblico”. Nulla di più falso.
La presenza del cinghiale nelle aree periurbane e urbane è dovuto agli spostamenti e al nomadismo indotto dalla caccia oltre che dalla presenza di fonti trofiche (rifiuti di residui alimentari) abbandonati lungo le strade.
Le responsabilità della specie umana vengono riversate sugli animali da un giornalismo dozzinale e irresponsabile.
La D.ssa Elisa Baioni - Master in Comunicazione della Scienza 'Franco Prattico' Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste – nel corso del Convegno on line di Torino ha affrontato i diversi aspetti del modo in cui i media presentano al pubblico la questione cinghiale.
In due macro categorie, “Presentare il problema” e “Affrontare il problema”, la D.ssa Baioni ha analizzato le storture della odierna comunicazione che di fatto non affronta gli aspetti etici legati al rapporto con la specie selvatica e nemmeno presenta in modo adeguato i risultati scientifici. Le esigenze di enfatizzazione degli eventi al fine di favorire l’attenzione del lettore riduce a percentuali irrilevanti le informazioni scientifiche sul tema.

L’attività venatoria e l’attività di controllo sono due cose molto differenti
La caccia o attività venatoria
La Legge n. 157/1992 inserisce il cinghiale  tra le specie cacciabili di cui all’articolo n. 18.
La caccia costituisce una concessione della Regione a chi è in possesso della licenza e rispetta le regole e i limiti della legge nazionale e delle leggi regionali. L’animale abbattuto durante l’esercizio venatorio appartiene a colui che lo ha abbattuto.

Il cinghiale viene cacciato con tecniche diverse:
a) in battuta con l’ausilio di una muta di cani e con i cacciatori appostati lungo il perimetro che circoscrive la zona di intervento. Trattasi della famigerata “braccata” operata da squadre organizzate di cacciatori. In alcuni casi in luogo della muta di cani viene utilizzato un solo cane detto “limiere”.
b) in battuta come nel caso precedente, ma senza i cani;
c) alla cerca o da appostamento da parte di un solo cacciatore con o senza cane;
d) alla cerca o da appostamento attraverso la cosiddetta “caccia di selezione” senza l’ausilio di cani. Si intende per “caccia di selezione” l’assegnazione al cacciatore del capo da abbattere individuato sulla base del sesso e dell’età.
Tutte queste modalità di caccia devono rispettare il periodo di tre mesi in autunno-inverno, le zone di divieto (oasi, aree di ripopolamento e cattura, parchi, distanza da vie di comunicazione, abitazioni e stabili adibiti a luoghi di lavoro, eccetera), l’orario diurno e le altre modalità previste dalla legge.  
Solo la “caccia di selezione” può essere prevista dal calendario venatorio tutto l’anno. La caccia così come prevista dal legislatore non ha finalità di contenimento della specie né di riduzione dei conflitti  tra la specie cinghiale e coloro, agricoltori in primis, che dalla presenza del cinghiale possono essere danneggiati.
La caccia assolve unicamente agli interessi ludici (ed economici) dei cacciatori.
Vi è da dire poi che non pochi cacciatori nel previsto periodo tra l’autunno e l’inverno disdegnano la caccia al cinghiale dedicandosi ad altre specie. Essi sanno che potranno poi sparare ai cinghiali, assumendo il ruolo di “selecontrollore”, in tutti gli altri periodi dell’anno. Anzi, meno animali si abbattono durante la regolare stagione di caccia e più ricchi saranno “i piani di controllo” successivi.

L’attività di controllo
L’attività di controllo è prevista dall’art. 19 della L. 157/1992 che recita:
“Le regioni, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agroforestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia. Tale controllo, esercitato selettivamente, viene praticato di norma mediante l'utilizzo di metodi eco-logici su parere dell'Istituto nazionale per la fauna selvatica. Qualora l'Istituto verifichi l'inefficacia dei predetti metodi, le regioni possono autorizzare piani di abbattimento. Tali piani devono essere attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali. Queste ultime potranno altresì avvalersi dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti di licenza per l'eserci-zio venatorio, nonché delle guardie forestali e delle guardie comunali munite di licenza per l'esercizio venatorio durante tutto l’anno.”
Gli abbattimenti possono essere autorizzati con appositi atti amministrativi solo in caso di inefficacia dimo-strata dei metodi ecologici preventivi e incruenti. Tuttavia gli abbattimenti oggi costituiscono pressoché l’unico metodo utilizzato per contenere la presenza della specie. Il fallimento di questa illegittima scelta è sotto gli occhi di tutti e solo chi non vuol vedere può negarlo. Il numero degli animali uccisi ogni anno au-menta e parallelamente aumentano anche i danni.
L’attività di controllo poi non potrebbe essere delegata ai cacciatori in quanto tali e ben sette sentenze del-la Corte Costituzionale hanno sancito la tassatività dell’elenco dei soggetti autorizzati previsto dall’art. 19 della L. 157/1992.  
Eppure in Piemonte e in tutta Italia questo principio viene spesso aggirato e il controllo viene affidato a cacciatori che abbiano superato un esame e definiti “selecontrollori”.
L’utilizzo di cacciatori “selecontrollori” per l’attività di contenimento della specie non ottiene i risultati di riduzione dei danni perché il cacciatore è l’unico soggetto che non ha alcun interesse ad operare per ridurre la specie sul territorio.
Poiché la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello stato, gli animali abbattuti durante l’attività di controllo continuano ad appartenere allo stato e la loro carne può essere alienata solo con le modalità con cui viene alienato il patrimonio indisponibile dello stato e cioè il bando pubblico. Eppure molte delibere delle Province riportano espressioni illegittime simili a questa: Le carcasse dei cinghiali sono assegnate a coloro che li hanno abbattuti quale contributo forfetario per le spese sostenute.
L’illecita commistione tra caccia e controllo consente di fatto la possibilità per il cacciatore non solo di andare a caccia tutto l’anno, ma anche di esercitare il suo divertimento nelle zone che gli sarebbero interdette.

Gli abbattimenti non servono per ridurre la presenza del cinghiale né per ridurre i danni
Lo studio sulla tendenza degli abbattimenti e sui rimborsi dei danni nel Parco regionale del Ticino lombardo condotto dal Prof. Alberto Meriggi - docente di Etologia dell’Università di Pavia – riferito  agli  abbattimenti tra il 1998 e il 2018 ha dimostrato che all’aumentare degli abbattimenti aumentano proporzionalmente anche i danni.

Cinghiali - Correlazione abbattimenti-danni nel parco del Ticino

Il devastante metodo della braccata, durante la quale mute di cani stanano gli animali dalle aree loro vocate, causa la dispersione sul territorio degli esemplari e la disgregazione dei branchi. La braccata, così come le battute, è causa di grave danno anche per le altre specie selvatiche. I cacciatori e i “selecontrollori” abbattono solitamente gli esemplari adulti di maggiori dimensioni perché producono una maggiore quantità di carne.  I piccoli e gli esemplari giovani vengono meno presi di mira perché saranno le prede dell’anno seguente. Il branco è solitamente condotto dalla femmina anziana (quella di maggiori dimensioni) che solitamente è tra le prime vittime. Essa, con messaggi ormonali, riesce a regolare quella che gli studiosi chiamano “sincronizzazione dell’estro” delle femmine giovani.  La sua uccisione determina la destrutturazione del branco, la dispersione dei giovani, la formazione di nuovi branchi e l’anticipazione del periodo fertile dei soggetti giovani.  Aumenta il tasso riproduttivo della specie e conseguentemente il numero degli animali. La specie sopperisce in breve tempo alle perdite.
Con la dispersione dei cinghiali causata dalla caccia e dalle attività di controllo aumentano gli attraversamenti stradali e gli incidenti, mentre cresce la colonizzazione delle aree periurbane e urbane.
Il Prof. Andrea Mazzatenta dell’Università di Chieti nella sua relazione ha ben spiegato il fenomeno.
“Dall’analisi dei dati pubblicati da Regione Abruzzo, Provincia di Chieti e Ambito Territoriale di Caccia (ATC) del vastese emerge che lo sforzo di caccia profuso non ha restituito i risultati attesi Al contrario all’incremento della pressione venatoria (Fig.1) corrisponde l’aumento del danno da cinghiale (Fig. 2 ) e il rischio di danno in particolare nel Vastese.”

Correlazione danni-abbattimenti

A tutto questo si aggiunge la militarizzazione del territorio, il pericolo anche per gli esseri umani a causa delle armi a grande gittata utilizzate, il disturbo per le altre specie animali.

Le proposte delle associazioni ambientaliste e animaliste del “Tavolo Animali & Ambiente”
Le associazioni del “Tavolo Animale  Ambiente” nel 2018 hanno presentato alla Città Metropolitana di Torino un documento ricco di proposte alternative agli abbattimenti. Gli interessati possono prenderne visione al link: http://www.animaliambiente.it/campagne/PIANO-DI-CONTENIMENTO-DEL-CINGHIALE.pdf
Ne riassumiamo i contenuti principali. L’obiettivo, anche attraverso procedure graduali, è di arrivare a superare gli abbattimenti e poter giungere a pacifica e incruenta convivenza tra la specie umana e le altre specie animali del pianeta. L’auspicabile divieto di caccia alla specie richiederebbe un intervento legislativo di difficile realizzazione, ma alcune misure possono essere assunte immediatamente.
- Vietare l’uso dei cani sia nell’attività di caccia al cinghiale e sia nelle attività di controllo.
L’utilizzo dei cani disperde gli animali, incrementa il pericolo di incidenti stradali, determina una destrutturazione delle popolazioni, la creazione di nuovi branchi e la colonizzazione di nuove aree con aumento e non diminuzione dei danni. E’ una opzione a costo zero.
- Divieto di abbattimento delle femmine adulte.
Evitare l’uccisione della femmina dominante che guida il gruppo consente di non destrutturare le popolazioni e di favorire la “sincronizzazione dell’estro” nelle femmine giovani.
- Divieto dell’allevamento, del trasporto, del commercio di cinghiali vivi.
Cercare di impedire le possibili fughe nell’ambiente, volute o involontarie, di cinghiali è essenziale.
- Tutela delle colture e prevenzione dei danni.
Le moderne tecniche di difesa delle colture attraverso le recinzioni elettriche sono in grado di impedire l’accesso degli ungulati al campo coltivato. Sono ormai tantissime le realizzazioni effettuate con successo. Certamente il posizionamento dei recinti elettrici non può effettuarsi ovunque e richiede periodica manutenzione. Se correttamente posizionate e manutenute le difese elettriche offrono garanzia di successo vicino al 100% e costi gestionali sostenibili. Il Prof. Andrea Marsan dell’Università di Genova ne ha ampiamente parlato al convegno.
- Controllo della fertilità.
La somministrazione anticoncezionale iniettabile è già disponibile anche se richiede la temporanea cattura degli animali. Negli ultimi vent’anni i vaccini contraccettivi sono stati sempre più perfezionati e oggi una monodose causa infertilità nell’animale per almeno 3-5 anni dopo la somministrazione. La somministrazione iniettabile oggi disponibile ci auguriamo sia presto sostituita da quella per via orale.
Le difficoltà risiedono principalmente nelle modalità di distribuzione in maniera equilibrata nella popolazione. Viste le grandi cifre sborsate dagli enti pubblici per il rimborso dei danni, sicuramente conviene investire nella ricerca per azzerarli.
- Attraversamenti stradali.
Le vie di comunicazione contribuiscono alla frammentazione del territorio e registrano un impressionante numero di incidenti che vedono coinvolte e vittime le specie selvatiche. Oltre ai danni materiali dei mezzi coinvolti non sono rari gli incidenti con feriti o morti umani.  La Regione Piemonte aveva iniziato ad affrontare il problema studiando modalità sicure di attraversamento delle strade da parte della fauna selvatica. La pubblicazione della Regione Piemonte e di ARPA “Fauna selvatica ed infrastrutture lineari” datata 2005 lasciava ben sperare. Poi però alle buone intenzioni non sono seguiti i fatti.
La pubblicazione è scaricabile dal sito di ARPA al link:
http://www.arpa.piemonte.it/pubblicazioni-2/pubblicazioni-anno-2005/fauna-selvatica/capitoli-1-4.pdf
In Europa ci può insegnare molto il Belgio che negli anni ha realizzato ben 66 ecodotti che consentono agli animali l’attraversamento in sicurezza delle vie di comunicazione e la drastica riduzione degli incidenti stradali. Le strade a scorrimento veloce dovrebbero essere realizzate in modo da non consentire alla fauna di guadagnare l’asfalto e nello stesso tempo garantire modalità di attraversamento sicuro per gli animali. Invece di scavare gallerie inutili di 57 chilometri nella montagna l’ammodernamento in questa direzione delle esistenti vie di comunicazione creerebbe posti di lavoro e salverebbe vite umane e animali.
Il Piano Faunistico Venatorio dell’Emilia Romagna prevede lungo le strade più a rischio di collisioni con la fauna la sistemazione di sensori luminosi e dissuasori acustici che allertano animali e automobilisti del reciproco avvicinarsi, al fine di aumentare la sicurezza sulle strade.
I sensori già sono stati sperimentati dal 2014 nelle province di Rimini, Modena, Reggio Emilia, Piacenza con incoraggianti risultati. Sulle SS.PP: n. 23 e n. 12 del Reggiano si è assai ridotto il numero di incidenti gravi. Il superamento del conflitto con le specie animali selvatiche e con il cinghiale in particolare risiede nella ricerca e nella sperimentazione di strade nuove “ecologiche” e rispettose degli animali, come d’altra parte prevede l’art. 19 della L. 157/1992, troppo spesso aggirato dalle nostre Istituzioni.
Si appendano i fucili al chiodo e si cerchi di realizzare strategie volte alla pacifica convivenza con le forme di vita e con il pianeta che ci ospita.