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ILVA di taranto: un caso locale e globale

Riccardo Graziano

Il caso dell’Ilva di Taranto è un perfetto paradigma di come troppo spesso il diritto al lavoro e il diritto alla salute vengano artificiosamente contrapposti per privilegiare i profitti. Ovvero di come gli interessi di pochi vengano anteposti al bene comune dei molti, non di rado con la complicità di ampi settori delle istituzioni e del sistema mediatico. Tuttavia, c’è chi si oppone con fermezza agli abusi di un sistema economico deviato e insostenibile, nel quale multinazionali senza scrupoli decidono di sacrificare territori e popolazioni in nome di uno “sviluppo” che ormai non è più tale sotto nessun aspetto, né sociale né economico, anzi impone pesanti costi e ricadute sulla salute delle persone e sull’ambiente.
L’opposizione allo strapotere economico diventa una rete di contatti e di persone che, pur a volte lontanissimi tra loro, scoprono di essere in ugual modo vittime di un sistema produttivo insensato, autoreferenziale, che spesso si regge solo grazie a sovvenzioni pubbliche e interventi legislativi ad hoc, che mirano a tutelare gli interessi del Capitale, mascherandoli con la scusa di salvaguardare posti di lavoro. Ma dopo gli anni ruggenti della globalizzazione incontrollata dell’economia, pian piano sta ora crescendo la globalizzazione della protesta verso le storture e i danni di questo sistema economico. Una protesta, appunto, che mette in contatto persone e comunità distanti fra loro, ma con una lotta comune da portare avanti. In questo modo si creano legami indissolubili e tenaci che, nel caso in questione relativo all’industria siderurgica, possono ben essere definiti “Legami di ferro”, esattamente il titolo del libro di Beatrice Ruscio (edito a cura di PeaceLink e il cui costo di 10 euro va a sostegno della campagna di informazione) che ci racconta i dettagli della vicenda, facendoci scoprire connessioni insospettate e allargando gli orizzonti dal caso specifico alla globalità.

Le vicende del colosso industriale tarantino sono state a lungo sotto i riflettori nel periodo in cui, a causa delle emissioni nocive che rilasciava in atmosfera, la fabbrica è stata posta sotto sequestro dalla Magistratura, per essere immediatamente dissequestrata con decreto urgente del Governo di allora, in quanto ritenuta sito di interesse nazionale strategico. Vale la pena entrare nel dettaglio, perché è quello il momento in cui la vicenda Ilva travalica i confini di Taranto e della Regione Puglia per diventare, appunto, una questione nazionale. Già nel 2008 la Regione aveva vietato il pascolo in un raggio di 20 chilometri dalla fabbrica, a causa della contaminazione da diossine e PCB (entrambi composti persistenti e cancerogeni) di terreni e bestiame. Fin da allora era parsa chiara la responsabilità dello stabilimento Ilva per il pesante inquinamento che interessava l’area di Taranto, sia sulla terraferma che nelle acque prospicienti, in particolare il Mar Piccolo. Ma invece di intervenire con provvedimenti severi che imponessero alla proprietà di sanare la situazione, i vari Governi iniziano a varare misure che consentono allo stabilimento di proseguire le attività nonostante i rischi per la salute.
Si comincia con l’Esecutivo capeggiato da Berlusconi il 4 agosto 2011, quando l’allora ministro dell’Ambiente (sic), Stefania Prestigiacomo, firma il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), sottoscritto anche da Regione ed Enti locali, che consente la prosecuzione delle attività purché vengano messe in atto 462 (!) prescrizioni volte a migliorare la sicurezza ambientale. Ma per carità, senza fretta, diamo pure qualche annetto di tempo, tanto l’inquinamento se lo respirano i tarantini, mica i parlamentari. In pratica, si certifica che l’Ilva può continuare a produrre inquinando, anziché imporre l’immediata messa in sicurezza o meglio ancora la totale riconversione produttiva. L’AIA prevede anche un cronoprogramma degli interventi, che naturalmente non viene rispettato, perché ovviamente la messa in sicurezza è un costo che va a erodere i profitti, che sono l’unica cosa che conta per la proprietà. E poi perché tanto si sa che lo Stato impone dei provvedimenti, ma poi mica si mette a controllarle se vengono attuati davvero.
Però ci pensa la Magistratura, con il Gip di Taranto che nel luglio 2012 pone sotto sequestro gli impianti, a causa dell’inadempienza aziendale rispetto alle prescrizioni stabilite. Ma ecco che il Governo, assopito quando doveva controllare la messa in atto dei provvedimenti, si risveglia efficientissimo quando lo stabilimento viene bloccato e provvede in un lampo a convertire in legge un apposito decreto salva-Ilva, che concede all’azienda altri 3 anni per adempiere all’80% delle prescrizioni iniziali. Inutile dire che anche stavolta le norme vengono sistematicamente violate, tanto c’è sempre pronto un nuovo decreto salva-Ilva, veloce e tempestivo come raramente accade nella legislazione italica.
Qualcuno ne ha contati ormai nove, di questi decreti. Non male, per uno stabilimento che ha appestato le campagne tarantine a tal punto da dover abbattere gli animali da pascolo e distruggere i prodotti dell’industria lattiero-casearia, compromettendo irrimediabilmente questo settore. Analogamente a quanto è accaduto per le colture di mitili e l’attività di pesca nelle acque del Mar Piccolo, a causa delle concentrazioni di sostanze tossiche ben superiori ai limiti di legge rilevate negli organismi marini, a loro volta eliminati perché insalubri per il consumo. Attività lavorative cancellate che evidentemente non sono mai entrate nel computo dei costi e benefici da valutare per decidere se tenere in vita una produzione che a sua volta compromette la vita delle persone.
È imperativo evidenziare, infatti, che gli effetti di questo inquinamento sono ormai ben noti a livello epidemiologico. Diossine e PCB sono composti di sintesi altamente tossici, persistenti e bioaccumulanti. Significa che non vengono distrutti dai processi metabolici, dunque risalgono la catena alimentari accumulandosi nei predatori primari, compreso l’uomo, in quantità assolutamente nocive per la salute, specie in relazione alla massa corporea. Ne consegue che i più esposti sono i bambini, che rischiano di assorbire queste sostanze tossiche fin dai primi giorni, perché sono state individuate anche nel latte materno. Perfino con l’atto più amorevole e naturale, una madre rischia di intossicare il figlio a causa dell’inquinamento ambientale in cui entrambi sono costretti a vivere da interessi economici ingiustificabili.
L’incidenza di queste sostanze tossiche è lampante anche sotto il profilo sanitario, in particolare oncologico, con le evidenze cliniche che denunciano “una mortalità per gli uomini in eccesso per tutte le cause – come evidenziato da uno studio epidemiologico riportato nel libro di Beatrice Ruscio – tutti i tumori (inclusi tumore del polmone e della pleura), le demenze, le malattie del sistema circolatorio […] respiratorio […] digerente […] “. Anche la mortalità infantile a Taranto è superiore alla media regionale e nazionale, in particolare nelle zone limitrofe agli impianti, come l’ormai tristemente famoso quartiere Tamburi e gli insediamenti limitrofi dei quartieri Paolo VI e Statte.
Insomma, è noto senza ombra di dubbio che a Taranto le persone, compresi i più piccoli, si ammalano e muoiono più precocemente che altrove in Italia a causa dell’inalazione delle polveri ferrose e degli altri inquinanti che continuano a provenire dall’Ilva. Ma non si interviene in maniera efficace per scongiurare questo pericolo, neppure ora che la proprietà è passata di mano, manco a dirlo, a un’altra multinazionale, che a sua volta non sembra essere molto sensibile ai danni sanitari e ambientali causati dalle sue produzioni in giro per il mondo.

Parte II
Dopo le vicissitudini della proprietà Riva, quando per anni l’Ilva ha prodotto un inquinamento ben superiore ai limiti di legge, nonostante blocchi e commissariamenti, l’acciaieria di Taranto è stata infine acquisita dal gruppo indo-francese ArcelorMittal, dopo una trattativa complessa, nella quale l’abbattimento delle emissioni inquinanti era uno dei punti centrali. Dunque, non è un caso se in questi giorni si è aperta una nuova crisi per l’azienda proprio su questo tema.
Nello specifico, a provocare lo strappo è stata la questione dell’immunità civile e penale che finora veniva garantita alle figure apicali (prima i commissari, oggi i vertici aziendali) per evitare loro di incorrere in reati ambientali nel periodo di transizione necessario ad attuare le prescrizioni anti-inquinamento. Ma l’attuale Esecutivo ha deciso di abolire questo trattamento di favore, probabilmente per evitare che questa garanzia di impunità inducesse a un minor impegno nell’attuare le disposizioni governative. Quindi un modo per “incentivare” i responsabili ad adottare velocemente le misure atte a salvaguardare l’ambiente e la salute dei cittadini, cosa che forse si poteva ottenere anche con uno stretto controllo sull’attuazione del cronoprogramma degli interventi, sanzionando le eventuali inadempienze contrattuali.
È possibile che sulla decisione del Governo abbia pesato negativamente la sistematica violazione dei tempi e delle normative da parte delle gestioni precedenti, fatto sta che i vertici della multinazionale hanno colto l’occasione per decidere il ritiro dall’accordo, ufficialmente proprio per questo strappo sulle tematiche ambientali. Ma potrebbe esserci dell’altro, perché il mercato dell’acciaio è in crisi in tutto il mondo, dunque questa potrebbe essere almeno in parte una scusa per abbandonare uno stabilimento che in realtà avrebbe anche qualche problema di sostenibilità economica. Per valutare correttamente il peso dei due fattori, economico e ambientale, in questa vicenda, occorre però ampliare lo sguardo oltre le ciminiere dello stabilimento pugliese, osservando la questione in un’ottica globale.
Perché purtroppo la storia di Taranto non è un unicum. Nel suo libro-inchiesta “Legami di ferro”, Beatrice Ruscio dedica ampio spazio a ricollegare la vicenda della città jonica con quella di Piquià de Baixo, popoloso insediamento della selva brasiliana originariamente circondato da una vegetazione rigogliosa, oggi colonizzato dall’industria siderurgica e ribattezzato Pequia, acronimo che sta per “Polo Petrol-Quimico de Acailandia”, il petrolchimico della terra dell’acciaio. Il minerale di ferro che pervade aria, strade e polmoni dei cittadini di questo sito (per noi) remoto è lo stesso che viene esportato a Taranto, le lavorazioni sono analoghe, la produzione di sostanze tossiche e l’impatto sulla popolazione e sull’ambiente anche.
Due comunità geograficamente distanti hanno scoperto di essere unite da uno stesso destino atroce, che si ripete in molte, troppe zone del globo: quello di essere scientemente e cinicamente sacrificate da un sistema produttivo che, in nome di uno “sviluppo” assiomatico - che si sovrappone al mero interesse economico - condanna determinati luoghi e popolazioni a pagare i costi di un modello produttivo obsoleto e insostenibile. Un’oscenità immorale sotto il profilo etico, un’ingiustizia sotto quello sociale, un disastro dal punto di vista ambientale e, come se non bastasse, non conveniente sotto l’aspetto economico.

Abbiamo già detto [nella prima parte di questo articolo] come a Taranto la stessa fabbrica che “garantisce” alcuni posti di lavoro nella siderurgia (peraltro sottoponendo i dipendenti a rischi sanitari inaccettabili) ne abbia in realtà cancellati innumerevoli altri nell’agricoltura, nella pastorizia, nel settore ittico e in quello della trasformazione degli alimenti, discorso che vale anche per tutte le altre comunità sparse per il globo che subiscono gli effetti di produzioni inquinanti o più in generale non ambientalmente sostenibili. Ma c’è dell’altro.
Nella prefazione al libro “Legami di ferro”, Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, sottolinea l’insensatezza di un sistema economico che pullula di storture, compreso un settore siderurgico con una capacità produttiva di 1,8 miliardi di tonnellate/anno a fronte di una domanda di sole 1,5 tonnellate. Quindi un settore che è strutturalmente in sovrapproduzione e che conseguentemente sovra sfrutta le risorse e produce ancora più inquinamento di quanto sarebbe “necessario” per soddisfare la domanda ordinaria. Dunque un settore che, analogamente a molti altri, a partire da quello cementiero-edilizio, ha la necessità di implementare artificiosamente la domanda.
Come?
Per esempio sostenendo l’indispensabile e strategica necessità di nuove infrastrutture e “Grandi Opere”. Guarda caso, esattamente la ricetta che ci viene propinata ciclicamente e da tempo immemore da Governi di diverso colore e da gran parte del sistema mediatico che influenza il pensiero della cosiddetta “opinione pubblica”, inducendoci a pensare che non esista alternativa all’attuale sistema economico-produttivo. E che dunque ci si debba rassegnare ai suoi effetti collaterali, anche quando incidono sulla salute delle persone e sulla salvaguardia dell’ambiente, pena la perdita dei posti di lavoro.
È esattamente la forma di ricatto che da sempre viene imposta ai cittadini di Taranto, costretti a scegliere se subire un inquinamento gravemente lesivo per la loro salute, o rischiare di veder chiudere la fabbrica e perdere migliaia di posti di lavoro. Senza mai prendere in considerazione due alternative perfettamente praticabili, anche se non semplicissime. La prima, continuare a produrre utilizzando tutti gli accorgimenti possibili per abbattere l’inquinamento, da porre in essere il prima possibile, anche se ciò dovesse comportare la riduzione o il fermo temporaneo della produzione, cosa che ovviamente inciderebbe sugli utili aziendali, ma la salute delle persone deve avere la precedenza.
La seconda, di pensare di riconvertire completamente la fabbrica, visto anche il surplus produttivo esistente nel mercato dell’acciaio, superiore alla domanda effettiva. Tanto per fare un esempio, un settore in rapida crescita è quello delle batterie per la trazione di auto elettriche, comparto nel quale in Italia (ed Europa) al momento regna un vuoto cosmico. È solo un esempio, naturalmente. Ma occorre anche tenere conto dei posti di lavoro che potenzialmente potrebbero essere recuperati in agricoltura o nel settore ittico, quelli cancellati a causa dell’inquinamento ambientale, ma che potrebbero essere ripresi se si risana il territorio. Purtroppo, nei conteggi di certa politica, imprenditoria e informazione pubblica, gli unici posti di lavoro che vengono presi in considerazione sono quelli della fabbrica. Una visione obsoleta, in un mondo di fatto già post industriale, eppure ancora largamente dominante, così come l’idea che in nome dei posti di lavoro si possa anche inquinare e mettere a rischio la salute delle persone.

Ma nel mondo continua a crescere un movimento, una rete di persone sempre più consapevoli che il diritto al lavoro non deve entrare in conflitto con il diritto alla salute e che non accetta più passivamente vecchie tesi volte a giustificare un modello produttivo insostenibile, difeso a oltranza dalle classi dominanti in nome dei loro guadagni. Persone che hanno compreso l’urgente necessità di ripensare radicalmente l’attuale paradigma economico e produttivo in un’ottica di sostenibilità. La storia di alcune di queste persone e comunità, che non si rassegnano a essere vittime di un sistema produttivo malato e si battono per un nuovo modello di sviluppo, è quella che ci racconta con empatia e partecipazione Beatrice Ruscio nel suo libro, annodando “Legami di ferro” sottili ma tenaci fra Piquià de Baixo e Taranto.

Per approfondimenti e aggiornamenti:
www.peacelink.it
www.legamidiferro.eu
www.beatriceruscio.eu

Tempesta sulla duna di Feniglia

Una delle più belle pinete italiane è stata danneggiata dal tornado del 16 novembre

Gianni Marucelli

Nella notte tra il 16 e il 17 novembre 2019, proprio nelle ore in cui il maltempo determinava una situazione di emergenza a Venezia e in altre zone d'Italia, un vero e proprio tornado si è abbattuto sulla Riserva Naturale della Duna di Feniglia (Orbetello), devastando quella che è considerata da molti una delle più belle pinete del nostro Paese.
Le riprese effettuate da un drone mostrano un triste spettacolo, divenutoci ormai da qualche anno familiare in conseguenza degli eventi estremi provocati dai cambiamenti climatici: grandi alberi divelti dalle radici o stroncati a metà dalla violenza del vento, i cui tronchi giacciono a terra, l'uno sull'altro, in una sorta di gigantesco gioco dello Shangai, che avevamo veduto, in scala assai più ampia, sulle Alpi tridentine e venete colpite dalla tempesta Vaia dell'ottobre 2018, oppure, qualche anno fa ed ancora in Toscana, nella splendida Foresta di Vallombrosa, in cui furono abbattute dal vento decine di migliaia di conifere (douglasie e abeti bianchi, in prevalenza).
Rispetto a questi due disastri, i danni nella pineta di Feniglia sono limitati: un migliaio circa di alberi d'alto fusto divelti o stroncati, più, naturalmente, il relativo sottobosco. Per le limitate dimensioni di questa pineta di pino domestico, però, si tratta di una ferita assai grave, che richiederà decenni per essere sanata.

La Duna di Feniglia è il cordone di terra, o tombolo, che delimita a sud la Laguna di Orbetello, una zona umida di primaria importanza sulle coste della Toscana; l'altro tombolo “gemello”, a nord, è quello della Giannella. Ambedue collegano il promontorio dell'Argentario al litorale tirrenico.
Più di tre secoli fa, su queste spiagge fu trovato, morente, uno dei più grandi interpreti della pittura italiana d'ogni tempo, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, abbandonato dalla barca da pesca che doveva condurlo sulle coste laziali.
Se questo evento è conosciuto da molti, assai meno risaputo è che, in quell'epoca, i due tomboli dovevano essere solo cordoni di sabbia coperti di vegetazione in prevalenza arbustiva, ossia lentisco, erica, fillirea, rosmarino, ginepro e altre specie tipiche della macchia mediterranea, con presenza di lecci, sughere, roverelle e ornielli in varie proporzioni. Per secoli la popolazione locale esercitò su questa zone i diritti collettivi di pascolo, legnatico, caccia e un po' di pesca, finché il Comune, a inizio Ottocento, non la vendette a privati, che la sfruttarono così intensamente da ridurla, in pochi decenni, a una landa spoglia, le cui sabbie minacciavano di interrare l'adiacente laguna.
Il pericolo di mandare in malora la fiorente attività di pesca in laguna, e il diffondersi della malaria, furono avvertiti dall'Amministrazione comunale di Orbetello, che decise di provvedere a consolidare, con il rimboschimento, la duna deserta. Ma l'opera era parecchio costosa, e nell'ultimo decennio del secolo XIX si decise di ricorrere all'autorità dello Stato, che, agli albori del nuovo secolo,emanò un'apposita legge (22.3.1900 n.195), demandando all'Amministrazione forestale il compito di eseguire i lavori; questa stilò un progetto che venne inizialmente finanziato con £ 262.000, un importo più o meno pari a un milione di euro.
Fu necessario, prima, procedere all'esproprio dei terreni privati, e solo nel 1913 fu possibile iniziare il lavoro.
Non fu affatto semplice, né banale, realizzare opere in graticciato per fermare lo smottamento delle sabbie, e poi, utilizzando le stesse, costruire una specie di cordolo a difesa delle superfici interne; nelle quali si sarebbero in seguito realizzate altre graticciate parallele alla prima, ed altre ancora, ad esse ortogonali, così da creare un reticolo fitto entro il quale seminare e far crescere il bosco. Il tutto per un fronte assai vasto, di circa 5 km, e per una profondità variabile da 500 metri a più di un chilometro.
Esistono ancora rare foto, scattate tra il 1912 e il 1928, dove è possibile apprezzare la desolazione del tombolo di allora, sul quale le piante originarie erano quasi del tutto scomparse.
Per il rimboschimento vero e proprio furono necessari circa 28 anni (terminò più o meno all'inizio del secondo conflitto mondiale): molte specie furono impiegate per “fissare” le dune (ginepro, lentisco, tamerice, euforbia, psamma, canna palustre, ecc.), altre per creare il bosco vero e proprio (pino domestico in prevalenza, ma anche pino marittimo, acacia, cipresso, olmo, pioppo canadese). L'impianto ebbe successo, ed al giorno d'oggi le piante sopravvissute al tornado hanno un'età che varia dai 75 ai 100 anni. Il sottobosco è abbondante e vigoroso, e in esso prospera una ricca fauna costituita da ungulati (daini, caprioli, cinghiali), istrici, lepri, scoiattoli, ghiri, svariati tipi di uccelli (quelli palustri, tra cui il cavaliere d'Italia, ovviamente dal lato della laguna).

Una strada sterrata, su cui è consentito l'accesso solo ai mezzi di servizio, percorre da un capo all'altro la Riserva, fiancheggiata da una serie di sentieri che permettono di andare dal mare alla laguna e viceversa. La spiaggia è libera, vi sono solo un paio di bagni organizzati, così come è libero l'accesso alla Riserva; passeggiare in quest'area boscosa e pianeggiante, col rumore della risacca dal mare e i richiami delle anatre dalla laguna,  per noi rappresenta una delle esperienze più rilassanti che sia dato vivere!
Dopo la tempesta, la priorità è senz'altro quella di rimuovere le piante cadute, per evitare che i tronchi diventino dimora di parassiti che attaccherebbero quelle ancora sane. Si dovrà quindi procedere a ricomporre il tessuto arboreo, ma per quello ci vorrà tempo e pazienza!

Requiem per il ghiacciaio del Lys

Toni Farina

Mi dicono che si vede da Milano, il Monte Rosa. E allora mi chiedo se i milanesi nella loro ansia quotidiana trovano il tempo per uno sguardo, un fuggevole sguardo, a quell’orizzonte di luce.
Tempo che invece trovano quanti passeggiano tranquilli in quel frammento di brughiera fra Romagnano Sesia e Fontaneto d’Agogna. Brughiera denominata Baraggia del Piano Rosa in omaggio a quella stessa montagna che qui fa capolino fra farnie e betulle.
Una montagna che talvolta rosa lo è davvero. Capita in certe albe d’inverno, quando il primo sole esce dalla foschia della pianura. Sale piano sull’orizzonte, laggiù a oriente, furtivo quasi, per non infrangere la notte con troppa violenza. E sulla montagna cala la luce, come un vestito.

Monte Rosa, monte dei ghiacciai
Il Monte Rosa che chiude l’orizzonte a settentrione è un’immagine iconica della pianura piemontese. Il riflesso della montagna nelle vasche di risaia è utilizzato a piene mani come promo turistico delle Terre d’Acqua. “Dal riso al Rosa” è lo slogan. Il valore aggiunto sta nel contrasto cromatico fra il candore “perenne” della montagna e il verde dei campi. Ma, come ben sanno gli esperti e gli abitanti delle sue valli, nel toponimo il cromatismo non c’entra, ma l’origine va cercata nel ghiaccio, nei ghiacciai. (“rosa” dal patois valdostano rouése, che significa ghiacciaio). Monte dei ghiacciai quindi, in omaggio alle estese colate glaciali che ne rivestono i versanti. Grandi plateau in alto, immani cascate di seracchi che precipitano nelle valli del versante italiano.
Uno spettacolo di potenza. Che rischia non avere molti anni di replica. I glaciologi parlano di tempi brevi, qualche decennio. Il tempo di una generazione. Poi di quelle cascate di seracchi rimarrà il ricordo, rinvigorito dalle immagini. Byte nella memoria dei dispositivi digitali.
La previsione si basa sulla rapidità con cui le colate glaciali hanno lasciato i fondovalle per ritirarsi in alto, sui salti che separano dai plateau sommitali. Trent’anni: è questo il tempo che il Ghiacciaio del Lys, nella valle omonima, o Val di Gressoney, ha impiegato ad arretrare di molti chilometri e centinaia di metri di dislivello, lasciando in sua vece due immani morene ed estesi laghi di colore azzurro-ghiaccio.
Trent’anni fa si arrivava comodamente in un’ora e mezza di cammino alla bocca del ghiacciaio dalla quale usciva il torrente. La sorgente del Lys era una passeggiata classica dalla località Staffal di Gressoney.

Requiem per un ghiacciaio
Titolo un po’ macabro ma efficace per una sorta di cerimonia semi-funebre che ha interessato nel week end 27-29 settembre sei località dell’arco alpino, dal Monviso al Montasio, in Friuli. Venerdì 27 è stato il turno del Ghiacciaio del Lys, in Valle di Gressoney, nel massiccio del Monte Rosa.
Scopo dell’iniziativa, sensibilizzare l’opinione pubblica, in Italia piuttosto distratta, su un fenomeno rapido e allo stesso tempo epocale che sta cambiando il volto della montagna. Ma che riguarda direttamente i cittadini della pianura, fruitori del paesaggio alpino ma soprattutto di quel servizio ecosistemico che va sotto il nome di “acqua”. L’iniziativa ha avuto il suo esordio in Islanda, e di lì è passata alle Alpi.
Perché il global warming non risparmia nessun angolo del pianeta. Non solo: le montagne e le calotte polari sono i siti più coinvolti, dove l’impatto è più evidente.
In Italia la manifestazione è stata organizzata da Legambiente in collaborazione con Cinemambiente e Dislivelli. Molte le adesioni e fra queste Mountain Wilderness.
Venerdì 27 in Valle di Gressoney una giornata luminosa ha accompagnato gli oltre 100 partecipanti ai 2400 metri del punto convenuto: la Sorgente del Lys. Per molti di loro si trattava della prima volta al cospetto di quello scenario. Ma molti altri, memori del recente passato, osservavano attoniti il Torrente Lys uscire non più da una grotta glaciale ma da un lago circondato da detriti morenici.

Gli interventi
Apertura d’obbligo per Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente, che ha spiegato le ragioni dell’iniziativa. Michel Isabellon, Arpa Aosta, e Michele Freppaz dell’Università di Torino si sono incaricati del supporto scientifico.
Non sono mancati momenti di coinvolgimento emotivo. Le note del corno delle Alpi, suonato da Martin Mayes, una toccante e austera “sinfonia” per il ghiacciaio dolente. Le parole di Davide Camisasca, guida alpina ed eccelso fotografo del Monte Rosa. La sua è stata un’autorevole testimonianza del tempo passato, quando il vigore del ghiacciaio rendeva la montagna più accessibile, meno insidiosa. Il tono delle sue parole tradiva intensa emozione.
Intorno al gruppo si assiepavano i tecnici di emittenti televisive, segno tangibile di un interesse mediatico per l’evento.

I ghiacciai fanno notizia
Un contributo è giunto dalla concomitanza con il possibile crollo del Ghiacciaio di Plampincieux, sul versante italiano delle Grandes Jorasses (la sinergia montagna-sciagura funziona sempre). Ma l’eco mediatica della manifestazione-cerimonia in Val di Gressoney ci sarebbe stato comunque. Segno che il problema è avvertito come tale.
Il rischio “polvere sotto il tappeto” però esiste. Dopo l’ennesima estate da record, con l’avanzare dell’autunno lo zero termico scenderà finalmente di quota. L’inverno poi (si spera) porterà neve, pietoso sudario per i ghiacciai sofferenti. E insieme alla neve calerà anche l’oblio. Sui ghiacciai sofferenti e sul climate change. A Greta, ai “suoi ragazzi” e a tutti noi il compito di tener deste le coscienze. In attesa della prossima estate rovente.
Nelle lunghe serate invernali possiamo esercitaci a pensare un nuovo nome per il Monte Rosa. Senza ghiacciai…

Come Greta ha portato noi giovani a batterci per la giustizia climatica

La nascita del più giovane movimento per l’emergenza climatica e i punti di con-tatto e azione con la più antica associazione per la difesa dell’ambiente in Italia.

Gaia Bottazzi e Pietro Furbatto

Era il 20 agosto del 2018 quando Greta Thunberg, una ragazzina svedese di 15 anni, si è seduta per la prima volta davanti al Parlamento svedese a Stoccolma esibendo il cartello “Skolstrejk för klimatet”, ovvero “sciopero scolastico per il clima”. Da lì il suo attivismo è stato capace di smuovere coscienze in stallo da decenni o che mai prima di quel momento si erano poste il problema del cosiddetto riscaldamento globale, termine al quale gli attivisti preferiscono emergenza climatica o crisi climatica per passare dalla constatazione della situazione all’azione imposta dall’emergenza nella quale viviamo. Si tratta di parole forti che rendono giustizia a un fenomeno globale drammatico e urgente, troppo spesso negato.
Peccato che le conseguenze del fenomeno che i leader mondiali negano e deridono siano già percettibili in modalità che non lasciano spazio a fraintendimenti e a parole morbide e diplomatiche. Per fare due esempi, in Mozambico poco più di due mesi fa è stata quasi rasa al suolo dal ciclone Idai la seconda città più popolosa del paese, Beira, provocando una devastante crisi umanitaria mentre la scorsa estate si è registrato un picco spaventoso nel tasso di incendi in Europa e Stati Uniti. Gli effetti e la concentrazione dei cataclismi degli ultimi anni, che nel 2018 hanno colpito 61,7 milioni di persone anche in Italia, introducono la necessità di interrogarsi e riflettere su una nuova questione, quella della giustizia climatica.
Chi è che paga davvero i danni dell’emergenza climatica? Se è vero che i paesi industrializzati occidentali e non sono i principali responsabili del surriscaldamento globale e della crisi degli ecosistemi,  è ugualmente vero he i paesi che ne pagano le conseguenze sono per la maggior parte i paesi poveri e in via di sviluppo. Questi sono più vulnerabili in quanto non hanno le risorse sufficienti per mitigare e adattarsi sia ai cambiamenti di lungo corso che agli effetti più violenti dell’emergenza climatica: i cataclismi. Allo stesso modo, all’interno di un paese sono le classi sociali più svantaggiate a subire gli effetti dell’inquinamento sulla salute e la qualità della vita.
Sulle orme di Greta, il movimento FFF si sviluppa a partire da una collettiva e graduale presa di coscienza dell’attuale situazione di ingiustizia climatica, unita ad un senso di sdegno verso un sistema di produzione fondato su sfruttamento, maltrattamento, produzione intensiva e sprechi. Rispetto all’associazionismo tradizionale, visto dai giovani come distante dal loro modo di comunicare e agire, l’elemento innovativo del movimento, in cui risiede la chiave del suo successo globale, è costituito dalla sua intrinseca spontaneità: le proteste di Greta hanno innescato una reazione a catena capace di coinvolgere persone provenienti da tutto il mondo unite contro un nemico comune, rappresentato da tutti coloro che negli anni hanno assecondato e incentivato politiche distruttive per l’ambiente, gli ecosistemi e l’uomo. La finalità di FFF è una sola: salvare l’uomo e le specie animali e vegetali. Questo è il punto di contatto tra l’associazionismo tradizionale e il movimento che possono coesistere e darsi forza nelle proprie specificità. Le modalità con cui i giovani si prefiggono il raggiungimento di tale obiettivo sono varie, proprio come vari e disparati sono gli attivisti che si riconoscono nel movimento e operano a suo nome: dalla promozione di abitudini alimentari sostenibili, al bando della plastica, alla nuova tendenza no fly (non prendere aerei per non inquinare), alle semplici ma costanti manifestazioni del venerdì in piazza, davanti alla sede del comune o del Parlamento. Questo essere costantemente presenti tra i giovani riempie un vuoto lasciato dalle associazioni tradizionali (per motivi anagrafici) che possono dar molto in termini di esperienza e conoscenza alla battaglia per la conservazione della natura e la mitigazione del cambiamento climatico in corso. In molte realtà l’FFF, è costituito infatti da un comitato interassociativo a organizzazione orizzontale di associazioni tradizionali che intervengono senza logo e da giovani indipendenti. In molti altri casi l’FFF è costituito solo da giovani indipendenti ed auto-organizzati. La maturazione del FFF sarà nella riuscita della protesta e nella realizzazione delle proposte. Tutte le modalità di protesta riflettono il desiderio di invertire un trend che ci porterà alla distruzione del mondo e, come immediata conseguenza, della nostra specie.
È in quest’ottica e in questo contesto che abbiamo deciso, pochi mesi fa, di lanciare un’iniziativa volta alla riduzione degli imballaggi di plastica nei supermercati: si tratta di una petizione sulla piattaforma change.org che 58800 persone hanno accolto e sostenuto.
a Federazione Nazionale Pro Natura, da noi contattata, ha sostenuto da subito la nostra proposta nella quale chiediamo ai supermercati di introdurre una sezione dedicata allo sfuso, in modo da facilitare i consumatori più responsabili ed invitarne altri a fare lo stesso.
Questa nostra azione nasce da una constatazione: il riciclo della plastica, non è efficace: per ogni chilo di plastica riciclata se ne producono otto, con danni immensi per il pianeta sia nel momento della produzione (per 1 kg di plastica PEC servono 2 kg di petrolio e 17 lt di acqua) che in quello dello smaltimento. I nostri oceani stanno soffocando: mentre nel Pacifico si è creata un'isola di rifiuti grande quanto gli Stati Uniti, 700 kg di plastica finiscono in mare ogni secondo. Isole di plastica e fondali inquinati sono stati recentemente documentati anche nel Mar Tirreno. L’emergenza climatica di cui l’inquinamento è una delle cause principali, è in atto anche da noi. Ancora prima del riciclo quindi, la vera priorità è la riduzione della produzione di materiale plastico. Il principale responsabile della produzione di rifiuti da imballaggio (2/3 del totale) è il settore agroalimentare ed insieme, come consumatori, possiamo fare in modo che la situazione cambi. La petizione propone quindi al legislatore e ai supermercati di cambiare radicalmente il modo in cui facciamo la spesa e introdurre lo sfuso nella nostra vita quotidiana. Esistono già esempi virtuosi ma l’azione richiesta prevede un passaggio di scala imposto dall’alto così come si fece per le sigarette, in cui i prodotti plastic free dominino i prodotti in vendita utilizzando materiali da imballaggio alternativi.
Questa petizione, così come le migliaia di iniziative che compongono l’attività di Fridays for Future nel mondo, è un modo per far sentire la nostra voce e pretendere un mondo più giusto, libero da sfruttamenti e sprechi. Non ci resta che sperare che FfF, con il supporto attivo anche della Federazione Nazionale Pro Natura, continui nel percorso che ha intrapreso e si mostri capace di coinvolgere sempre più persone nella lotta per la vita.

Qui il link della petizione:
https://www.change.org/p/introduciamo-il-reparto-sfuso-nei-supermercati

Tom delle Montange

Tom Ballard, il giovane scalatore morto sul Nanga Parbat, era di casa in Val di Fassa

Gianni Marucelli

È rimasto lassù, a quota 5900 metri, appena sotto lo Sperone Mummery del Nanga Parbat, la montagna del Destino, come molti la chiamano, insieme al suo compagno di arrampicata Daniele Nardi, in un momento qualsiasi del 25 febbraio scorso, giorno in cui si sono perduti i contatti radio col campo base.
Per un paio di settimane il mondo dell'alpinismo è rimasto col fiato sospeso, anche se le speranze
di ritrovare vivi i due non erano più consistenti di un fiocco di neve in primavera.
Alla fine, è stato possibile avvistare con un potente strumento i due corpi affioranti dalla neve.
Daniele Nardi, esperto alpinista, e Tom Ballard, giovane ma già noto per le sue imprese, avevano deciso di sfidare la Montagna Nuda, o Montagna del Destino, nella sua via più estrema, e in inverno. Lo Sperone Mummery, che porta il nome di un antico scalatore himalaiano, Albert Frederick Mummery, primo esploratore e prima vittima del Nanga Parbat, nel 1895, costituisce una via di ascesa alla vetta (8125 metri) non tecnicamente difficile, ma pericolosissima, mai percorsa con successo. Il perché è presto detto: sopra di esso, a circa 7000 metri, vi è una zona di seracchi e un plateau di ghiaccio, da cui possono staccarsi ad ogni momento devastanti slavine. Il tempo atmosferico, poi, cambia continuamente, come è proprio di queste altitudini, ed è difficile trovare una finestra temporale adeguata per dare l'assalto alla cima.
Logico, quindi, che lo Sperone Mummery costituisca un'irresistibile attrazione per gli alpinisti affascinati dalle sfide estreme: Daniele Nardi ci aveva già provato quattro volte, a violarlo, e per quattro volte era stato respinto.
Il lettore, però, a questo punto si chiederà come mai sto raccontando questa vicenda, recente e tragica, che ha trovato già grande spazio sui media di tutto il mondo.
Anche io, come tutti gli appassionati di montagna, sono rimasto colpito, nel marzo scorso, dalla scomparsa di Nardi e del suo giovane compagno scozzese, ma mi ero quasi dimenticato di loro quando, ai primi di luglio scorso, in Val di Fassa, mi sono imbattuto nella locandina di una manifestazione, la proiezione di un docufilm intitolato “Tom” e dedicato a Tom Ballard.
Il lampo di una domanda mi ha attraversato la mente: perché proprio qui, in una delle più note valli dolomitiche? La risposta l'ho avuta quella sera stessa, nella sala del Consiglio Comunale di Pozza di Fassa, ampia e affollata all'inverosimile. Quasi inverosimile è anche la storia di Tom, e troppo bella, nella sua purezza e nel suo amore per la montagna e la natura, perché io mi esima dal raccontarla.
Innanzi tutto: Tom passava buona parte dell'anno, col padre Jim, in due tende e un furgone, in uno dei campeggi ai margini del paese. Anche in pieno inverno. Il luogo era contrassegnato da una serie di tipiche bandierine tibetane, appese tra una tenda e l'altra, facilmente visibili dall'esterno. Allora mi sono ricordato: qualche anno fa le avevo notate e mi ero chiesto il motivo della loro presenza, ma non avevo approfondito, ed ora me ne pento.
I due vivevano poveramente, con la risorsa costituita dalla pensione di mille euro al mese di Jim, e si spostavano da anni, da una catena montuosa all'altra dell'Europa, per consentire a Tom, free climber e poi arrampicatore con tecnica “classica”, di scalare. Non potevano permettersi attrezzature costose: i chiodi da parete li forgia Jim utilizzando metalli riciclati, giacche a vento e altri indumenti, per lo più usati, vengono loro regalati da amici e conoscenti. Tom gira per le strade del paese in bicicletta, coi sacchetti per la spesa. Più per motivi economici che per scelta etica, non mangiano carne; sul loro fornellino da campo però bolle la pentola dell'acqua per la pastasciutta non meno che il pentolino per il tè. E Tom, in qualsiasi stagione, arrampica le più difficili pareti dolomitiche, preferibilmente in solitaria. Non ama la compagnia di altri scalatori, lo distrae dal suo rapporto viscerale con la montagna. Pochi anni fa, nonostante il suo carattere piuttosto chiuso e taciturno, Tom si fidanza con Stefania, una ragazza italiana, figlia, (ma poteva essere altrimenti?) di uno scalatore e anche lei arrampicatrice. Questo legame rafforza il suo rapporto con le nostre Alpi, che, in qualche modo, divengono “casa”, anche se questa, in senso proprio, è stata venduta, in patria, nel 2009, quando padre e figlio hanno deciso di vivere “l'avventura”, per adempiere anche un'antica promessa. Sì, una promessa fatta tra coniugi, negli anni '80. Perché Tom ha – aveva – anche una madre. E che madre: Allison Hargreaves, la regina delle scalatrici, che, incinta di sei mesi, lo aveva portato nel suo ventre a scalare la parete nord dell'Eiger, anche per sfidare i tabù antifemministi.
“Sono incinta, non sono mica malata!”, si narra dicesse ai giornalisti.
Tom Ballard, e più tardi la sorellina Kate, insieme a papà, accompagnano spesso la mamma nei campi-base, non più sulle Alpi, ma sull'Himalaya. Jim ed Allison, entrambi anticonformisti, si sono fatti dunque la seguente promessa: “Qualsiasi cosa accada, all'uno o all'altra, i nostri ragazzi dovranno avere una vita avventurosa!” Quando Tom ha appena sette anni, viene per il padre il momento di restar fedele alla parola data: Allison viene spazzata via dalla bufera, coi suoi compagni, mentre sta scendendo il K2, dopo aver conquistato l'Everest e tante altre vette.
Il DNA di Allison resta però nel sangue dei figli. I ragazzi continuano a girare il mondo col padre, e ambedue iniziano ad arrampicare. Tom sa perfettamente che il suo avvenire non potrà essere che la montagna. Con essa vive un rapporto simbiotico, intenso. Si sente veramente bene solo se è in parete, a risolvere come un'equazione difficoltà alpinistiche che a un altro sembrerebbero insormontabili.
Non gli importano la fama, la ricchezza. Nemmeno quando il suo nome comincerà ad essere noto nel giro, si intratterrà volentieri ai giornalisti. Infine, si sente pronto per un'impresa che nessuno ha mai compiuto: scalare in solitaria, durante i tre mesi invernali, esattamente tra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera, le sei pareti nord più ardue e famose dell'arco alpino. Comincia il 21 dicembre 2014 con la parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Per una serie di circostanze, senza nemmeno essersi portato dietro una torcia elettrica e un piumino adeguato, raggiunge la vetta ma non riesce a scendere prima di notte. La passa su una cengia, a rischio di congelamento. All'alba, Kate, Stefania la fidanzata e il padre lo vedono tornare e chiedere solo la solita tazza di tè. A seguirlo, finalmente, c'è anche un fotografo. L'impresa, e quelle che seguiranno, sono documentate da lui e da Tom stesso, e i filmati costituiranno il bellissimo docufilm che sto guardando in questa serata afosa di luglio, mentre ciò che resta di questo ragazzo di 31 anni giace sotto la neve del Monte del Destino.
Ma bisogna che elenchi le altre pareti di questa eccezionale impresa invernale: il Cervino, l'Eiger, naturalmente, il Piz Badile, le Grandes Jorasses, il Petit Dru.
Il 21 marzo 2015 l'impresa è finita, Tom Ballard è ormai nell'olimpo degli scalatori. Il documentario ci mostra un breve colloquio, avvenuto subito dopo, tra Tom e Reinhold Messner: “Allora, vuoi diventare uno scalatore professionista?”, chiede il grande alpinista a Tom. “Credo di sì”, risponde semplicemente il giovane.
Nel 2017, Tom accetta l'offerta di Daniele Nardi di andare con lui in Pakistan, viaggio che è un preludio al tentativo dell'anno dopo, sul Nanga Parbat.
C'è commozione, alla fine della proiezione, ed un lungo, lunghissimo applauso. Vicino a me, gli occhi velati di lacrime, è seduta Kate Ballard. La sua vita è ora in Sud Africa, è volata qui per questa cerimonia. La brava giornalista che conduce la serata la invita sul palco, le avvicina il microfono alla bocca. Kate dimostra veramente meno della sua età (25 anni), sembra un'adolescente.
Per un lungo minuto non riesce a pronunciar parola, poi mormora una frase in inglese.
La conduttrice traduce: “Fate come Tom. Vogliate bene alla montagna!”
E così sia.

Trentino: di fronte ai devastanti aspetti della tempesta dell'ottobre 2018

Gianni Marucelli

Dalla fine di ottobre del 2018, quando una furiosa bufera di vento ha investito l'Italia settentrionale, abbattendo intere foreste, non è non è ancora passato nemmeno un anno, ma per molti turisti che visitano le valli dolomitiche sembrano essere trascorsi secoli interi. Si guardano intorno smarriti, osservano le pendici dei monti dove, al posto del manto verde, spiccano ampie chiazze marroni, e si chiedono l'un l'altro: “Ma che è successo a quei boschi?”.
La memoria collettiva è diventata labile, si sa, e per un pubblico neppure ristretto certi eventi catastrofici, che solo per un caso fortunato non hanno provocato vittime umane, si riducono a qualche immagine televisiva, sbiadita nel ricordo.
Quando, poi, il nuovo aspetto dei monti si materializza davanti agli occhi, è uno shock del tutto inaspettato. È capitato anche a me, che pure sono ben informato, ascendendo il Passo di Costalunga e trovandomi di fronte quel che un tempo era il Lago di Carezza e la foresta che lo circonda(va): uno dei luoghi-simbolo delle Dolomiti è totalmente mutato, il lago una pozza nera circondata, e solo da un lato, da qualche filare di abeti miracolosamente rimasti in piedi.
Tutto il resto, assomiglia a una mano del gioco dello Shangai, tanto di moda quando ero bambino. Come i bastoncini colorati, lasciati cadere su un tavolo dalla mano di un ragazzino capriccioso, i tronchi degli abeti rossi, a decine di migliaia, giacciono a terra divelti, alcuni dalle radici, altri spezzati, con i monconi che si levano al cielo come gli arti amputati di un mutilato di guerra.
Lo stesso spettacolo si ripete in Val di Fassa e in Val di Fiemme, e si aggrava trasferendosi nella zona delle Dolomiti bellunesi, nel Cadore, nel Comelico e in tante altre vallate alpine.
La tempesta, che i meteorologi hanno chiamato “Vaia”, ha duramente colpito tutto il Triveneto, e in parte la Lombardia.
Recenti stime, della Federforeste e della Coldiretti, indicano in circa 14 milioni gli alberi abbattuti; i forestali calcolano 8,3 milioni di metri cubi di legname a terra.
Come abbiamo precisato, non è un danno che si può nascondere, né al quale si possa rimediare in qualche anno di duro lavoro. L'aspetto di molte valli è radicalmente cambiato, e tale rimarrà per decenni. Ma non si tratta solo di una catastrofe, per così dire, paesaggistica. I sentieri tanto praticati dai turisti in parte sono andati totalmente perduti, in parte sono chiusi al transito, perché, anche là dove i boschi sono rimasti apparentemente in piedi, molte piante sono a rischio di crollo, oppure ostruiscono il cammino, o ancora interrompono il passaggio dei torrenti.
Per fortuna, le numerosissime funivie portano i camminatori in quota, laddove l'assenza di piante di alto fusto ha lasciato l'ambiente pressoché intatto. Ma è una magra consolazione, soprattutto per le località che hanno subito i danni maggiori.
Il primo problema, la rimozione dei tronchi caduti su vie di comunicazione forestali o in altra posizione tale da pregiudicare le attività antropiche, è in via di risoluzione; il legname accumulato è tanto, ed è in vendita. Ma le leggi del mercato sono inflessibili, quasi quanto quelle di natura: il suo prezzo è diminuito fin quasi a dimezzarsi. Il dilemma ora si pone per tutti gli altri alberi caduti, in gran parte abeti, disseminati sulle pendici, anche assai ripide, e quindi difficilmente raggiungibili. Nel caso non fosse possibile rimuoverli nei prossimi 24 mesi, i parassiti li attaccherebbero rendendo il materiale inservibile.
Qualcuno afferma che le piante con apparato radicale ancora efficiente dovrebbero essere lasciate sul posto, per frenare eventuali smottamenti; per altri “fare pulizia” è necessario per assicurare la ricrescita naturale di nuovi alberi. Comunque, per la gran parte dei casi, si dovrà fare affidamento sulla rigenerazione spontanea del manto forestale, anziché sulle azioni di rimboschimento.
Una cosa è certa: la cospecificità e coetaneità delle piante, quasi tutte abeti rossi, è stata un fattore di debolezza di fronte ad un evento estremo quale la tempesta Vaia. I larici, che possiedono un apparato radicale più esteso e profondo, hanno resistito molto meglio degli abeti.
In questa fase di accelerati cambiamenti climatici, nessuno può assicurare che il disastro non possa ripetersi.
Bisogna armarsi di santa pazienza: per tornare a vedere queste valli quali sono state per decenni, fio a dodici mesi fa, sarà necessario attendere una trentina di anni. Per la percezione umana un tempo lunghissimo, una bazzecola per Madre Natura.

Giorgio Nebbia: l’eredità dell’impegno e della speranza

Valter Giuliano

Si è spento a Roma lo scorso 4 luglio Giorgio Nebbia, ecologista, scienziato, divulgatore, già docente di merceologia all’Università di Bari (1959 – 1995).
Nato a Bologna nel 1926, fu parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). Ma anche Consigliere comunale a Massa Carrara al tempo del caso Farmoplant. Il suo impegno in campo ambientale lo vide, agli inizi, in prima linea contro le frodi alimentari, per la tutela dell’acqua e nella ricerca nel campo delle energie rinnovabili.
«All’inizio della carriera universitaria mi occupavo dei problemi dell’acqua e dell’energia. Il professor Ciusa mi incoraggiò a sperimentare dei distillatori solari, poi passai allo studio dei processi di dissalazione, ai problemi e alla difesa dell’acqua – bene economico scarso – dagli inquinamenti. Nel 1965 avevo dedicato una parte del corso di merceologia proprio a questi temi: acqua come “prodotto”, come merce e come servizio; su quei temi scrissi, nel 1965, un piccolo saggio, con una parte storica, poi ampliato in una nuova edizione apparsa nel 1969».
In seguito lo ritroviamo militante antinucleare dalla Puglia a Montaldo di Castro; sull’argomento fece parte della Commissione sulla sicurezza nucleare in cui, con altri due membri,votò contro la relazione conclusiva proponendone una di minoranza - che criticava la sicurezza delle attività nucleari e ne denunciava i rischi - poi presentata alla Conferenza nazionale di Venezia del gennaio 1980.
Tra gli altri impegni, la battaglia per la rinascita della Valle Bormida contro l’Acna di Cengio e per il referendum contro la caccia e i pesticidi del 1978.
Preziosa e singolare la sua analisi dei problemi ambientali, che iniziava sempre dalla personale specializzazione, i cicli produttivi, ognuno dei quali inevitabilmente produce scarti.
Per questo era scettico non solo sull’abuso del termine ecosostenibile, ma anche nei confronti della cosiddetta “economia circolare” e dell’ultima moda arrivata, la “decrescita felice”.
Sottolineò che il sistema tende ad adattarsi e «l’attenzione per l’ecologia declinò presto a nuovi aggettivi, più accattivanti; comparvero termini come “verde”, “sostenibile” e, più recentemente “biologico”, da associare al nome di prodotti commerciali che un venditore vuole dimostrare “buoni”».
Lamentò, per contro, come in tutti questi fermenti ci fosse poca attenzione al fatto che non si tratta di capricci, ma di necessità, legate ai fenomeni della vita e all’esistenza dei limiti fisici del pianeta Terra. E suggeriva a opinionisti e governanti qualche buona lettura di biologia ed ecologia per capire come soddisfare bisogni umani vitali, senza sfidare le leggi che la natura impone e che non possono essere violate.
«Le cause della crisi ambientale – inquinamenti e impoverimento delle riserve di risorse naturali – vanno cercate nella produzione di merci sbagliate con processi sbagliati. Ciò significa che ciascun ciclo merceologico lascia la natura impoverita e genera scorie solo in parte riutilizzabili. Rileggendo con un briciolo di attenzione il libro I limiti alla crescita del Club di Roma, del 1972, non si fa fatica a riconoscere che le equazioni di crescita e declino (di popolazione mondiale, produzione agricola e industriale, inquinamento) basate sulla “analisi dei sistemi” di Forrester, non sono altro che rielaborazioni dei principi che risalgono alla metà degli anni trenta del Novecento».
Nei primi anni Settanta, periodo che definì “La primavera dell’ecologia”, «fui invitato da Civiltà Cattolica a partecipare alla preparazione dell’intervento della Santa Sede alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, che si tenne a Stoccolma nel giugno 1972. Partecipai all’assise internazionale in rappresentanza della Santa Sede come membro laico».
Le sue esperienze, le sue idee i suoi progetti li condivise sempre grazie alla sua attività di divulgatore, collaborando prima alla pagina “Scienza e tecnica” del quotidiano Il Giorno, poi sulla Gazzetta del Mezzogiorno oltre che su diverse altre testate periodiche.
L’impegno si manifestò altresì con la militanza nel WWF, in Italia Nostra e anche nel direttivo della Federazione nazionale Pro Natura (1991-1995) e nel suo Comitato scientifico, dopo aver scritto sulle pagine di questa testata a partire dal periodo della direzione Dario Paccino.
Sul Bollettino di Italia Nostra (n.136/137) pubblicò, nel 1976, lo stimolante saggio Alla ricerca di una società neotecnica.
Il suo affetto verso il movimento ambientalista è ben testimoniato da un altro capitolo della sua ricerca, quello dedicato alla storia di tutti i soggetti nazionali, dalle grandi associazioni ai gruppi impegnati localmente su singole battaglie a difesa dell’ambiente, del paesaggio, dei centri storici, della salute. Ancora oggi gli debbo gratitudine per aver firmato la bella introduzione con la quale accolse con entusiasmo il volume La prima isola dell’arcipelago, in cui ricostruii la storia della Pro Natura.
La sua attenzione agli archivi ambientalisti, a cominciare da quello suo e della moglie Gabriella che lo ha sempre supportato nel lavoro (la ricordiamo traduttrice, nel 1972 del saggio La morte ecologica) ha trovato efficace risposta nella “Fondazione Luigi Micheletti. Centro di ricerca sull’età contenporanea”, di Brescia, che pubblica online l’interessante rivista Altronovecento: Ambiente Tecnica Società, nata proprio su impulso di Giorgio.
Questi, in sintesi, i tratti di una vita di grande impegno, di un amico che è stato un Maestro, una Guida, per tutti coloro che hanno creduto dovere morale spendersi per cercare di fermare la corsa suicida del genere umano verso la distruzione.
Comunanza di pensiero, condivisione di valori, obiettivi, interessi, hanno contrassegnato la nostra conoscenza. Cementata dalla passione politica.
Ci sarebbe oggi - senza l’impegno di Giorgio Nebbia e di tutti coloro che, cogliendone l’insegnamento, hanno deciso di impegnarsi nelle tante battaglie a difesa del territorio, per le aree protette, per la salute in fabbrica - un movimento come quello di Greta che sta mobilitando tanti giovani nella difesa del loro futuro?
Se oggi continua la battaglia per la riconciliazione tra Uomo e Natura e resta un filo di speranza perché non sia persa, forse un po’ lo si deve a chi, come Giorgio e la “generazione di Giorgio” dagli anni Sessanta è impegnato nell’impresa di convincere la società e la politica che alcune decisioni non sono a favore degli ambientalisti, ma dell’intera collettività.
L’impegno che profondiamo ogni giorno a favore dell’ambiente non è a vantaggio (dovrei usare la parola profitto?) nostro. Ci impegniamo e ci battiamo per il futuro comune e, soprattutto, di coloro che saranno dopo di noi.
Di questo Giorgio era ben cosciente.
Spiace che si resti in pochi a saper guardare lontano.
La presunzione arrogante delle specie umana viaggia, veloce, verso il capolinea.
Così facendo nessuno si potrà salvare.
E subiremo il destino che la nostra indifferenza ha scelto.
Il sostanziale disinteresse internazionale nei confronti del dramma ambientale, segnalato ormai con insistenza dalla spia rossa dei cambiamenti climatici, sta segnando il destino dell’Umanità e delle prossime generazioni.
A cominciare da quella di Greta, icona mediatica utilizzata e già, in parte, forse archiviata.
Perché seguire le sue indicazioni significherebbe sconvolgere il nostro sistema che camaleonticamente finge di adattarsi ridefinendo ogni azione come “ecosostenibile”.
La sostanza che emerge del suo condiviso pensiero è che per affrontare la crisi ambientale non sono più sufficienti piccoli correttivi.
L’esigenza è di un autentico radicale cambiamento che deve coinvolgere l’impianto generale su cui si regge la società degli umani.
Un totale cambio di orizzonte che sconvolge desideri, aspirazioni, ambizioni, prospettive.
Una rivoluzione antropologica in cui i valori materiali regrediscono per lasciare spazio a quelli della convivialità e del benessere non come ricorso a strutture e strumenti artificiali ma dello stare bene, in sintonia e in equilibrio tra psiche e corpo, tra se stessi e gli altri.
Giorgio non ha mai smesso di credere che questa prospettiva facesse parte del possibile, fino all’ultimo.
Il tributo migliore che gli possiamo fare è continuare a crederci.
Fino all’ultimo.

Note
1. Le citazioni sono tratte dal libro-intervista Non superare la soglia (Edizioni Gruppo Abele, 2016)
2. Per approfondire il pensiero di Giorgio Nebbia suggerisco di consultare: http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia

Consumi di pesce

Riccardo Graziano

Mangiare pesce fa bene. Ce lo dicevano sempre le nostre mamme. E medici e nutrizionisti lo confermano: è buona norma inserirlo nella dieta settimanalmente, anche più volte, per beneficiare dell’apporto di grassi polinsaturi e proteine nobili. Ma occorre prestare attenzione ad alcuni accorgimenti. Tutti sanno che il pesce deve essere fresco, ma non tutti sanno che anche i prodotti ittici hanno una loro stagionalità, come la frutta e la verdura, cosa della quale sarebbe bene tenere conto, per rispettare il mare e i suoi cicli biologici naturali. È consigliabile anche scegliere specie a ciclo vitale breve, perché tendenzialmente contengono meno contaminanti e metalli pesanti rispetto a quelle più longeve, che restano esposte agli agenti  inquinanti per più tempo. Discorso analogo per le specie ai vertici della catena alimentare, nelle quali possono accumularsi le sostanze nocive contenute nelle loro prede.

Queste sarebbero le norme da tenere a mente per tutelare la nostra salute e lo stesso ecosistema marino, ma le statistiche relative ai consumi disegnano una realtà differente. Lo rende noto una ricerca di Ismea presentata in occasione di Slow Fish, la manifestazione dedicata alle risorse ittiche organizzata da Slow Food. Secondo i dati presentati, nel 2018 il mercato ha subito una flessione del 2% rispetto all’anno precedente. Questo perché il pesce è tra i prodotti alimentari che risentono maggiormente delle oscillazioni del potere d’acquisto delle famiglie. Tuttavia, alcuni indicatori in controtendenza mettono in rilievo dei cambiamenti nelle scelte dei consumatori, come nel caso del salmone, specie di importazione fino a poco tempo fa considerata un genere di lusso che oggi invece è molto presente sulle nostre tavole, sia come prodotto fresco, sia inscatolato.
Anche la praticità di utilizzo detta le scelte dei consumatori che, oltre alle conserve alimentari, privilegiano i surgelati, in particolare filetti e bastoncini, rispetto al fresco, che è sceso al di sotto della metà come percentuale di mercato, perché ovviamente è più semplice e rapido acquistare un prodotto pronto da mettere in padella, piuttosto che uno da eviscerare, sfilettare eccetera. Altro elemento non trascurabile è che ormai l’80% degli acquisti avviene presso la Grande distribuzione, a scapito del commercio al dettaglio. Ma il dato forse più preoccupante è che nell’ultimo decennio continua a crescere la quota delle importazioni (principalmente di provenienza comunitaria, ma anche extra-europea) che nel 2018 ha raggiunto quota 1,35 milioni di tonnellate, per un controvalore di 5,9 miliardi di euro, circa un terzo in più rispetto a inizio decennio.

Questo quadro di analisi rispecchia, anche nel caso degli acquisti di pesce, la stessa tendenza al consumismo ormai presente in tutte le categorie merceologiche, comprese quelle alimentari. La scelta si orienta in base a prezzo, praticità d’uso, facile accessibilità e, naturalmente, indirizzi dettati da chi controlla il mercato. La qualità scivola in secondo piano, mentre la sostenibilità ambientale non viene nemmeno presa in considerazione.
Altrimenti non si spiegherebbe la crescita di un pesce come il salmone, un tempo raro e pregiato perché frutto della pesca negli impetuosi mari del nord, oggi dozzinale prodotto di allevamento, imbottito di antibiotici e nutrito con grandi quantità di pesce che potrebbe invece finire direttamente sulle nostre tavole: occorrono infatti circa cinque chili di pescato trasformato in mangime per ottenere un chilo di salmone. Uno spreco insostenibile, dal punto di vista ambientale, ma il comparto alimentare ormai ragiona in termini industriali e privilegia un prodotto a “più alto valore aggiunto”, come fosse un oggetto qualsiasi.
Una logica che non dovrebbe valere per il cibo che introduciamo nel nostro organismo. Siamo quello che mangiamo, rammenta un noto motto popolare. Dunque per vivere in salute dovremmo porre maggiore attenzione alla nostra dieta. E, così facendo, in maniera naturale e senza sforzo finiremmo anche per prenderci cura del pianeta, in grave crisi ecologica proprio a causa dei nostri stili di vita poco ecosostenibili e delle nostre scelte quotidiane troppo spesso errate.
Al contrario, un consumatore attento e consapevole è anche un ottimo custode dell’ambiente, oltre che, naturalmente, della propria salute e del proprio benessere.

La direttiva Seveso in Basilicata

Dal centro di pre-raffinazione petrolifero di Viggiano alla centrale termodinamica di Palazzo San Gervasio

Donato Cancellara, Presidente Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano

Si parla spesso della Basilicata per i suoi boschi, per le sue acque, per la sua biodiversità agrozootecnica e per i suoi paesaggi. Tuttavia, la nostra Terra è sede di due rilevanti Siti d'interesse Nazionale (SIN), ai fini della bonifica, e di attività a Rischio d'Incidente Rilevante (R.I.R.) rientranti tra quelle previste dalla tristemente nota Direttiva Seveso III (2012/18/UE) recepita dall'Italia con il D.Lgs. n. 105/2015.
Nella Regione Basilicata sono presenti 10 stabilimenti a Rischio d'Incidente Rilevante: 8 in provincia di Potenza e 2 nella provincia di Matera. Sicuramente, il più noto stabilimento suscettibile di causare incidenti rilevanti è il Centro Olio Val D'Agri (COVA) dell'Eni S.p.A., nel Comune di Viggiano, quale impianto di trattamento degli idrocarburi estratti dal più grande giacimento dell'Europa Occidentale.
Non è un caso che il copioso sversamento di petrolio dal COVA di Viggiano, di circa due anni fa, venne qualificato come incidente rilevante dal Ministero dell'Ambiente, ai sensi dell'art. 25 del D.Lgs. n. 105/2015, rendendolo ufficiale all'Eni, al Comitato Tecnico Regionale Basilicata (CTR), agli Uffici competenti della Regione Basilicata, alla Prefettura di Potenza, all'Arpab ed all'ISPRA con nota del 19.06.2017.
Un incidente che causò "la contaminazione e la compromissione di 26.000 metri quadri di suolo e sottosuolo dell'area industriale di Viaggiano e del reticolo idrografico" a valle dell'impianto COVA, in seguito allo sversamento di 400 tonnellate di petrolio. È recentissima la notizia riguardante la sospensione per 8 mesi dal servizio dei pubblici uffici per 5 componenti del Comitato Tecnico Regionale (CTR) della Basilicata così come previsto dall'ordinanza del gip, eseguita il 6 maggio scorso dai Carabinieri del NOE, su disposizione della Procura della Repubblica di Potenza. Secondo gli inquirenti, le prescrizioni precauzionali non vennero ottemperate dal gestore dell’impianto COVA ed il CTR non intervenne con provvedimenti inibitori e sanzionatori, diventando, secondo il costrutto accusatorio, concausa dell’evento di dispersione del greggio nell’ambiente circostante.

A margine di queste notizie, come Associazione ci siamo chiesti come sarebbe diventata l'area Nord della Basilicata - a ridosso del Comune di Palazzo San Gervasio - se fosse stato realizzato l'impianto industriale, folcloristicamente conosciuto come "solare termodinamico", anch'esso sottoposto alla famigerata Direttiva Seveso come il COVA di Viggiano. L'impianto si classifica come «stabilimento di soglia superiore» per la presenza di sostanze pericolose in grandi quantità: oltre 2 mila tonnellate olio diatermico e circa 38 mila tonnellate di sali fusi classificabili come comburenti. Ovviamente, per coloro che vivono del "tutto a posto", non vi era nulla di cui preoccuparsi. Alcuni sostenitori dell'impianto rassicuravano dicendo che il termodinamico aveva ottenuto anche il Nulla Osta di Fattibilità condizionato, in data 3.12.2013, da parte del CTR della Basilicata dopo aver analizzato il Rapporto Preliminare di Sicurezza elaborato dalla società Teknosolar Italia 2 S.r.l. Proprio quel rapporto oggetto di studio da parte del Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU) chiamato nuovamente ad esprimersi sul ricorso n. 307/2016 presentato, dinanzi al TAR Basilicata, dalla Teknosolar Italia 2 S.r.l. Infatti, risale al 9 aprile scorso, l'Ordinanza n. 355 con la quale i giudici amministrativi hanno ritenuto di prolungare ulteriormente la vicenda del contenzioso "Teknosolar vs. Regione Basilicata", chiedendo un supplemento di perizia al fine di acclarare se i documenti riguardanti le emissioni di inquinanti in atmosfera nonché il Rapporto Preliminare di Sicurezza, strettamente connesso alla Direttiva Seveso, potessero essere ritenuti idonei a modificare l'esito degli accertamenti cui era già pervenuto il CTU nella sua perizia depositata il 30.05.2018. Una richiesta di integrazione che ci ha lasciati perplessi nella forma con cui è stata richiesta, ma sicuramente è una semplice sensazione da parte di chi potrebbe pubblicare un inedito volume sulle tante acrobazie del termodinamico in Basilicata. Un volume che potrebbe essere intitolato: quando l'arroganza e la mancanza di rispetto si scontra con una realtà locale spesso sottovalutata!

Tanto è stato fatto per evidenziare le imperdonabili mancanze nell'analizzare gli scenari incidentali ipotizzati nel Rapporto Preliminare di Sicurezza (rilascio di olio diatermico con innesco e conseguente scenario di incendio; rilascio senza innesco di olio diatermico con possibile origine ad un potenziale danno ambientale) anche e soprattutto per la descrizione sommaria della geologia ed idrogeologia del sito interessato dall’intervento. Alquanto irrealistico pensare di caratterizzare un'area di oltre 226 ettari con soli 6 sondaggi diretti e con la valutazione della permeabilità del terreno su due soli campioni. Irrealistico ritenere che l'irrisorio numero di sondaggi potesse condurre ad attendibili analisi del rischio per la stima delle conseguenze incidentali legate al percolamento di olio diatermico nel sottosuolo interessato, nella sua interezza, da una strategica falda a pochi metri dal piano campagna. Decisamente surreale l'aver eseguito, nel periodo estivo, le indagini per la caratterizzazione idrogeologia senza che venissero considerate le condizioni più conservative. Quelle condizioni che non sono riscontrabili in un periodo torrido, come quello del luglio 2012, a scarso apporto di acqua per le ridotte precipitazioni meteoriche e per il suo maggior emungimento dai circa 20 pozzi artesiani presenti nell'intera area oggetto di indagine.
Emblematico osservare come il D.Lgs. n. 105/2015 all'Allegato C, punto C.4 "analisi degli eventi incidentali", prevede di "valutare le conseguenze degli scenari incidentali in base alle condizioni meteorologiche caratteristiche dell'area in cui è insediato lo stabilimento, con particolare riferimento a quelle più conservative"; al punto C.4.4 prevede una "descrizione dettagliata dell'ambiente circostante" ed un "modello idrogeologico-idrologico del sito volto alla individuazione delle vie di migrazione delle sostanze pericolose nel suolo, in acqua superficiali e sotterranee".
Rilevante fu anche l’inadeguata pubblicazione dell'avviso di avvio del procedimento di V.I.A. con conseguente comunicazione non efficace della presentazione del Rapporto di Sicurezza Preliminare. Infatti, la società Teknosolar Italia 2 s.r.l. depositò il 13.11.2012 lo Studio di Impatto Ambientale pubblicando il relativo avviso di avvio della procedura di V.I.A. senza alcun cenno alle problematiche di incendio rilevante nonostante l'art. 24, comma 2, lett. c) del D.Lgs. n. 152/06 precisi l’obbligo di fornire notizia del progetto con una breve descrizione dello stesso e dei suoi possibili principali impatti ambientali. Ciò rese inevitabilmente inadeguata la pubblicazione e, conseguentemente, non efficace la comunicazione così come previsto,  oltretutto, dall’art. 23 del D.Lgs. n. 334/99 e ribadito dall'art. 24 "Consultazione pubblica e partecipazione al processo decisionale" del D.Lgs. n. 105/2015.
Abbiamo avuto fiducia che quanto evidenziato potesse essere motivo di una indipendente riflessione da parte del CTU nel supplemento di perizia richiesto dal TAR Basilicata. Supplemento di perizia pervenuto nei termini previsti e, come ormai abituati all'atteggiamento di chi non sa chinare la testa ammettendo la propria disfatta, dopo pochi giorni sono pervenute osservazioni da parte della società Teknosolar. Il risultato è stato quello di una inevitabile richiesta di proroga, da parte del CTU, affinché possano essere valutate le osservazioni ricevute, esplicitare le proprie controdeduzioni e integrare la relazione di consulenza.
Nuova udienza pubblica a Novembre prossimo! Sarà la volta buona perché si capisca che chi è causa del suo mal pianga se stesso? Speriamo che la vicenda si concluda nei prossimi mesi così da evitare di dedicare anche un solo minuto in più ad una vertenza ambientale complessa per il contenuto del progetto, per l'iter procedimentale, per i soggetti coinvolti e per i tanti interessi movimentati che come uno tsunami dovrebbe avere un unico esito dopo il ritirarsi dell'onda anomala: lasciare macerie per fortuna immateriali e non tangibili sul nostro territorio che ostinatamente abbiamo difeso da un irreparabile danno. Un danno inestimabile che avrebbe interessato la vera risorsa non rinnovabile patrimonio della collettività: il nostro Suolo.