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I disastri della guerra

Vittorie e sconfitte,
avanzate e ritirate
devastano il territorio
aggredito e fatto a brandelli,
sempre più simile
a un cumulo di rovine.
(C. Magris, Non luogo a procedere, 2000)

Valter Giuliano
La guerra permanente pervade il mondo ed è, purtroppo, uno dei motori dell’economia di mercato cui ci siamo arresi, ben rispondendo alla legge del produrre per consumare e alla fine distruggere.
Peccato che in questo caso, oltre ai prodotti dell’industria bellica, i sistemi d’arma, si distruggano anche persone, territori, ambienti naturali, biodiversità.
La guerra continua si camuffa nelle mille forme carsiche dei cosiddetti conflitti locali cui non prestiamo alcuna attenzione e spesso neppure sappiamo esistano. Emergono solo quando non è possibile nascondere alla comunità internazionale le loro manifestazioni più clamorose, orribili e nefaste, allorché, quand’anche locali, non possono più essere mantenuti sotto traccia.
Intanto la malinconica conclusione di vent’anni di guerra in Afghanistan ci interroga sull’inutilità del confronto armato. Tutto è tornato come prima, non fosse per il dramma delle popolazioni locali, a cominciare dalle donne, e il sacrificio di tanti, troppi, giovani di diversa nazionalità usati dalle gerarchie militari per obiettivi che richiederebbero una profonda riconsiderazione sulle politiche di sicurezza e sulle strategie per affermare globalmente i principi della democrazia e i diritti fondamentali dell’Uomo (inteso come specie cui appartengono i diversi generi).
Anche di fronte a queste constatazioni che dovrebbero farsi opinione comune e condivisa dalla collettività umana, si riscontra lo stesso atteggiamento che per decenni abbiamo registrato nei confronti dell’irrazionale gestione del pianeta e delle sue risorse.
Si persevera nel continuare a percorrere vecchie strade per risolvere antichi conflitti che nel perseverante metodo violento messo in atto per affrontarli – ingrassando il settore delle industrie di morte – ha segnato ogni volta vittorie illusorie destinate a trasformarsi in sconfitte per la nostra sconsiderata specie animale, che dovrebbe meglio utilizzare la sua presunta intelligenza.
Impegnandola, ad esempio, proprio nel combattere la guerra e sostituirla con soluzioni concordate nonviolente dei conflitti e procedendo, nel contempo, ad attivare politiche di disarmo che consentano di deviare le ingenti risorse finanziarie oggi spese per il comparto militare-industriale verso politiche di riequilibrio delle ingiustizie sociali, capaci di risolvere i problemi della fame e della salute che assillano intere popolazioni.
Siamo convinti, da tempo, dello stretto legame tra impegno per tutela ambientale e difesa della giustizia sociale, dei diritti universali, e lotta contro le discriminazioni di ogni genere, per la pace contro la guerra.
L’ecologismo è questo. Oltre il conservazionismo, oltre il naturalismo, diventa un progetto politico che tiene insieme elementi che, separati, non hanno alcuna possibilità di affermarsi se non per piccole vittorie su singole battaglie che rischiano, tuttavia, di essere vanificate nel contesto generale.
Per questo l’ambientalismo politico è diventato ecologismo a indicare il riferimento alla testata britannica di The Ecologist, fondata nel 1970 e diretta da Edward Goldsmith. Riferimento per chi trasferiva sul terreno dell’impegno politico la questione ambientale letta con rigore scientifico.
Una visione del mondo in cui pace, ambiente, giustizia sociale sono coniugati insieme.
Dovrebbe accadere così anche per il Ministero della Transizione Ecologica, anche se fa storcere il naso e dubitarne che a guidarlo sia un ministro che proviene dalla dirigenza di una della aziende  leader nel settore della difesa e dell’aerospaziale...
A questo punto vogliamo proporre una riflessione sui disastri della guerra e sulle nefaste conseguenze che provoca sull’ambiente.
Per ricordare come gli effetti ambientali dei conflitti siano devastanti è sufficiente rammentare i casi delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, degli esperimenti nucleari a Mururoa, dei defoglianti a base di diossina – l’agente arancio – nella guerra di Vietnam, Laos e Cambogia e il più recente caso dell’uranio impoverito, che ha inquinato i territori balcanici dell’ex Jugoslavia, oltre che fare vittime tra i militari, compresi quelli impegnati nelle cosiddette Forze di pace. Simili impieghi (forse anche di uranio normale nelle testate dei missili) sembrano esserci stati anche in Afghanistan, in particolare nelle aree di Jalabad e Kabul.
Sulle radiazioni nucleari come sulle armi chimiche e batteriologiche che, pure messe ufficialmente al bando, pare siano state impiegare in Iraq piuttosto che in Siria e Libano, non è difficile immaginarne le conseguenze anche sull’ambiente naturale.
Ma i conflitti inducono pesanti ripercussioni sull’ambiente anche al di là del momento operativo degli attacchi e degli scontri. Ogni conflitto, infatti, lascia dietro di sé in ognuno dei luoghi che ne diventa teatro, milioni di tonnellate di rifiuti tossici, a cominciare da armi e munizioni, difficilmente smaltibili.
Ogni esercito che si ritira lascia nelle regioni coinvolte un’eredità la cui "emivita", potenzialmente  omicida, può estendersi per centinaia di anni, mettendo in pericolo l'ambiente, la salute e i mezzi di sussistenza di generazioni di persone. Dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001, si stima che l’esercito americano abbia scaricato 1,2 miliardi di tonnellate di carbonio in atmosfera (l’intera emissione annuale di carbonio del Regno Unito è di circa 360 milioni di tonnellate).
Uno degli inquinamenti costanti riguarda i cosiddetti gas serra, pericolosi cocktail di anidride carbonica, metano, protossido di azoto e gas fluoroclorurati (di cui il Dipartimento della Difesa degli USA è il maggior produttore al mondo). Dalle flotte militari ancorate negli scenari di guerra, composte da portaerei (con relativi squadroni aerei), incrociatori, cacciatorpedinieri, forze anfibie, si originano quantità spaventose di fuliggine di carbone, il cosiddetto carbone nero.
Gli Stati Uniti erano presenti con ben due gruppi di attacco nel Mar Arabo nella primavera del 2020. Nelle stesse acque è localizzato l’arsenale navale dell’Oman, che fa da scalo per gli aviogetti delle portaerei con relativi impianti per le riparazioni e per la raffinazione del carburante.
Le navi militari a gasolio – che si prevede saranno utilizzate per almeno ancora trent’anni – contribuiscono per più del 50% alle emissioni di gas serra nei luoghi in cui sono attraccate.
A ciò vanno aggiunti quelli che arrivano dalla combustione del cherosene e relativi additivi degli aerei da combattimento. Basti qui ricordare che un F35 consuma 0,6 mpg (miglia per gallone) e produce oltre 27 tonnellate di CO2 a ogni missione.
In fase produttiva la Loockheed Martin, attiva nel settore della difesa, ha prodotto, nel 2020, emissioni di gas serra e CO2 pari a 33 milioni di tonnellate.
Secondo una recente stima, le emissioni di gas serra delle forze armate statunitensi nelle "grandi zone di guerra" in Medio Oriente ammonterebbero complessivamente a più di 440 milioni di tonnellate per il periodo 2001-2018, e 282 milioni di tonnellate, per il solo Iraq, nel 2013.
Alle cause già accennate va aggiunta quella dell’incenerimento dei rifiuti delle basi, svolto con metodi non certo sostenibili. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha infatti adottato il sistema delle discariche di rifiuti tossici in pozzi di incenerimento a cielo aperto, sia nei campi temporanei che nelle basi ufficiali. Lì finiscono i 4,5 chilogrammi di rifiuti solidi prodotti ogni giorno da un soldato per essere smaltiti bruciandoli con cherosene o benzina. Nella base di Joint Basse Balad, la seconda più grande dell’Iraq, dov’erano di stanza 25 mila militari e 8 mila fornitori, sono stati prodotti oltre 140 t di rifiuti al giorno, il triplo di quelli provenienti dalla popolazione di Balad; il pozzo di incenerimento occupava 4 ettari e ha bruciato 24 ore ogni giorno, per anni, a partire dal 2003, alimentato da residui di cartucce, veicoli distrutti, dispositivi elettronici, amianto, elettrodomestici, imballaggi, deiezioni umane, corpi e parti di corpi provenienti dagli ospedali...
È stato stimato, inoltre, che questa enorme fossa abbia inghiottito, giornalmente, almeno 80 mila lattine di alluminio. Anche la base aerea di Taif e la base aerea di King Abdulaziz a Dhahran avevano fosse di incenerimento. Risulta evidente il perché l’aria di Baghdad, a soli 60 km sottovento, fosse considerata di qualità “pericolosa” con concentrazioni molto elevate di particelle tossiche (PM 2,5 in particolare), nettamente superiori alle raccomandazioni internazionali. Il rischio relativo di esposizione a lungo termine di mortalità per cancro ai polmoni a Baghdad è il più alto di qualsiasi città irachena. La correlazione è evidente e si debbono aggiungere una serie di altre malattie, tra cui leucemie, malattie cardiache, problemi respiratori, ecc.
Di questo tipo di inceneritori, secondo fonti ufficiali delle Forze armate americane, ne esistevano almeno 22 in Iraq, oltre 200 in Afghanistan, e nelle basi di Oman, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Doha, Barhain, Kuwait, Turchia (Batman e Incirlik), Gibuti, Siria e Uzbekistan. Nel 2019, le Forze Armate statunitensi hanno ammesso di avere ancora nove pozzi attivi nella regione, di cui cinque gestiti dagli Stati Uniti, due da appaltatori in Siria e uno dalle Forze Armate statunitensi in Egitto. Facile immaginare le tossine inquinanti emesse, con conseguenze non solo in atmosfera, ma anche nelle acque sotterranee, dove sono confluite gran parte delle sostanze chimiche fluorurate concentrate (Pfas) componenti delle schiume antincendio usate sin dagli anni Settanta. Siamo al cospetto di quelli che vengono chiamati "prodotti chimici eterni", che non si degradano mai e sono "bioaccumulabili": si infiltrano su ettari di suolo, creando serbatoi sotterranei e contaminano l'acqua potabile e i pozzi a valle delle basi sino a chilometri di distanza. Altamente mobili nell'ambiente, dal suolo, dalla polvere, dalle acque sotterranee e dall'aria, queste sostanze migrano anche verso i prodotti agricoli, i fiumi e il mare. Ingerite o inalate, si accumulano nel sangue e negli organi, causando cancro, danni al fegato o ai reni, malattie della tiroide, difetti alla nascita e problemi al sistema riproduttivo. Studi indipendenti hanno identificato 641 insediamenti militari negli Stati Uniti che sono probabili fonti di inquinamento per i siti remoti. Uno studio su più di 100 basi ha rivelato che 87 di esse avevano concentrazioni di sostanze per- e polifluoroalchilate cento volte superiori ai livelli di sicurezza tollerati. Per cinquant’anni, le basi navali hanno scaricato migliaia di galloni di tali contaminanti nei porti in cui si trovavano. Il governo degli Stati Uniti, prendendo atto di queste contaminazioni, ha previsto di investire quasi 3 miliardi di dollari nel suo territorio per i prossimi trent’anni per ripulire basi, aeroporti e strutture navali, sostenere i veterani che soffrono di effetti sulla salute, inasprire notevolmente le normative su questi sostanze e affrontare le conseguenze della contaminazione delle acque sotterranee nei comuni limitrofi. Ma fuori dagli States?
Le popolazioni intorno alle basi aeree di Futenma e Kadenma a Okinawa (Giappone) sono risultate esposte a livelli estremamente elevati di questo tipo di inquinamento. A sette miglia dalla base aerea di Ramstein in Germania, la concentrazione di queste sostanze nel fiume è 538 volte il livello che l'Unione Europea considera sicuro.
Dalle basi militari italiane nessuna notizia....
A questo scenario, già di per sé catastrofico sotto il profilo ambientale, si aggiungono gli inquinamenti diretti provocati dai conflitti in zona di intervento. Basti pensare alla conseguenze degli attacchi sui siti industriali ed energetici. Le immagini dei 732 pozzi di petrolio sabotati durante la ritirata di Saddam sono memoria recente quanto drammatica, insieme agli stimati 240-336 milioni di galloni di petrolio riversati direttamente in mare per ostacolare lo sbarco dell’esercito americano. Nel primo caso causarono l’aumento di tre volte dei casi di tumori in Kuwait e un aumento delle malattie neurologiche oltre che la contaminazione (in particolare di nichel e vanadio) del 98% delle produzioni locali di frumento e latte, elementi base del ciclo alimentare.
Ma non da meno sono le conseguenze delle polveri sottili che si sollevano ad ogni bombardamento su obiettivi militari e a volte anche civili, che vengono respirate dalle popolazioni e depositano poi residui tossici su ogni superficie terrestre, oltre che nelle acque e subito dopo in falda.
La città di Ramadi, in Iraq, fu più volte attaccata e infine rasa al suolo per l’80%. Secondo le Nazioni Unite ha lasciato 7 milioni di detriti, compresi ordigni inesplosi, da smaltire. L’Eufrate, che bagna la città, presenta elevati livelli di inquinamento dovuti a metalli pesanti; i fumi dell’inceneritore della città sarebbero responsabili, secondo il Presidente Biden, del tumore al cervello che ha ucciso il figlio Beau.
Mosul, liberata nel 2017, registra la presenza, sul suo territorio, di 11 milioni di tonnellate da smaltire...
Crediamo che a questo punto i disastri della guerra appaiano del tutto evidenti.
Eppure nel momento in cui scriviamo non regna la pace. Anzi, i rumori di fondo che giungono sempre più nitidi ci fanno sentire le guerre in atto e altre ne annunciano.
Quelle per il dominio delle risorse rare già le stiamo vivendo, altre come quella per l’acqua si prospettano a breve, da territori del Tigri e dell’Eufrate, del Giordano, del Nilo...
Ecco perché preoccupano le ultime rilevazioni del Sipri (Stokolm International Peace Research) che risultano, come sempre, inquietanti.
Perché, una volta di più, segnalano aumenti nelle spese militari, che sottraggono rilevanti risorse che potrebbero essere utilmente indirizzate in settori ben più importanti per il nostro futuro, a cominciare dal contrasto al surriscaldamento globale del pianeta.
E invece continuiamo stoltamente a giocare – immemori del profetico «l’unico modo di vincere è non giocare» – alla guerra.
Ma ecco i dati Sipri 2020.
La spesa militare, nel mondo, è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019, nonostante la diminuzione del Pil globale del 4,4%.
In prospettiva è previsto il superamento dei 2 mila miliardi.
Gli Usa sono al primo posto, con investimenti in spese militari pari a 778 miliardi dollari, con una tendenza in crescita del 4,4% rispetto al 2019. Il dato costituisce il 39% della spesa militare globale.
Al secondo posto troviamo la Cina con 252 miliardi di dollari, in crescita dell’1,9%.
Se volgiamo lo sguardo all’Italia, la spesa militare è di 25 miliardi di euro con un incremento dell’8,1% rispetto allo scorso anno e del 15,7% rispetto al 2019. Negli ultimi vent’anni è salita del 70%, nonostante non ci siano più gli oneri della leva militare.
Negli ultimi quindici anni ha consumato l’1,25% del Pil
Dal 2008 si è incrementata dell’1,40%, salito all’1,46% del 2013.
Rispetto al 2019 siamo a 28,9 miliardi di dollari con un aumento del 7,5%
E per il 2021 si prevede di arrivare all’8%, con risorse recuperate anche dal PNNR.
Secondo i dati del 2020 siamo all’undicesimo posto per spese militari e al decimo per esportazioni di armamenti nel quadriennio 2016-2020. Un settore, questo, che il Ministro della Difesa ha esaltato legandolo ai benefici economici e occupazionali. Nel 2020 sono state autorizzate vendite all’estero (non solo ai paesi Nato, ma anche verso Nord Africa, Medio Oriente...) di materiali di armamento per 3 miliardi 967 milioni di euro. Gli affari con l’Egitto ammontano, per lo scorso anno, a 991,2 milioni, con un incremento di 120 milioni rispetto al ’19 e comprendono, com’è noto, due fregate Fremm; all’emirato del Qatar, impegnato nella guerra in Yemen dal 2016, sono stati venduti sistemi bellici per 221 milioni di euro.
Qualche considerazione la vogliamo dedicare alle recenti determinazioni che il Governo dei “migliori” ha voluto disporre nei confronti dell’apparato bellico-industriale del nostro Paese, vergognosamente tra i primi nel commercio di strumenti di morte su cui si reggono interi comparti industriali.
E che ha destinato – alla faccia di sanità, pensioni, ambiente, difesa idrogeologica, cambiamenti climatici... – cospicue risorse alla guerra.
«Ci dobbiamo dotare – ha detto Draghi nella conferenza stampa del 29 settembre scorso – di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più nella difesa di quanto fatto finora, perché le coperture internazionali di cui eravamo certi si sono dimostrate meno interessate nei confronti dell’Europa».
Si parla sempre di Difesa, segno dell’urgente necessità di una bonifica delle parole (che vale anche per la tanto abusata sostenibilità), mentre nella realtà si investe in armamenti offensivi, come accade per i “prodotti” acquistati al “supermercato della morte” per la presunta difesa nazionale.
La giustificazione è «per assicurare sicurezza e stabilità».
Il Ministro Guerini ha presentato la lista della spesa per un totale di sei miliardi di euro da destinare alle armi nei prossimi anni.
Nella lista della spesa, oltre a quasi due miliardi per acquisto di droni, si registrano 246 milioni ai Carabinieri per elicotteri LUH e veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre, che computano altri 112 milioni.
Il Documento Programmatico Pluriennale 2021-2023 prevede un investimento di 168 milioni di euro, con una prima tranche di 59 milioni distribuiti in 7 anni, per «adeguamento del payload MQ-9», dove MQ-9 è la sigla che indica i droni Reaper e payload è il tecnicismo che nasconde la vera natura del “carico utile” (payload): i missili aria-terra Agm Hellfire, le bombe a guida laser GBU-12 Paveway o, in alternativa, le bombe a guida Gps CPU 38 Jdam.
La spesa serve ad armare i droni Reaper (Falciatore) in dotazione al 32° Stormo di Amendola di Foggia.
«In questo modo – ha commentato con una nota Rete italiana pace e disarmo – i droni italiani verranno trasformati da strumenti di sorveglianza e rilevamento, a sistemi da utilizzarsi direttamente in conflitto». Detto più semplicemente, da meri ricognitori a veri bombardieri.
«Si tratta – continua la nota della rete pacifista – di un sistema d’arma che ha cambiato drasticamente il volto della guerra, rendendolo più complesso, opaco e rischioso soprattutto per i civili: contrariamente a quanto propagandano i fautori dei velivoli a pilotaggio remoto, cioè i droni, diverse stime indicano infatti che gli “effetti collaterali”, cioè le vittime civili delle azioni militari effettuate con droni armati siano molto alte, in alcuni casi fino al 90%».
Ma soprattutto l’impiego di droni armati non è regolato da alcuna normativa internazionale e nazionale e, proprio per questo, “Rete pace e disarmo” ha chiesto al Governo di fornire tutti i chiarimenti sulla decisione presa dal ministero della Difesa e al Parlamento di aprire con urgenza un confronto sull’ipotesi di armamento dei droni.
Per non essere da meno, la Marina Militare italiana ha in progetto di dotare di missili Cruise i futuri sottomarini U212-Nfs e anche le nuove fregate Fremm. Lo si è appreso dalla Rivista italiana difesa, in cui il Capo di Stato maggiore della Marina Miliare, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha spiegato l’esigenza di migliorare gli strumenti di – si noti l’eufemismo – “naval diplomacy”.
I missili Cruise di fatto servono a «moltiplicare il raggio d’azione dei sistemi d’attacco con una portata di oltre mille chilometri» aumentando – ed ecco la spiegazione – la «capacità di deterrenza contro minacce d’ogni tipo»; «la possibilità di tutela dell’interesse nazionale si allargherebbe fino a includere l’intero territorio libico, con una possibilità di proiezione quasi illimitata».
Una vera e propria rivoluzione, se si considera che attualmente i missili Otomat arrivano al massimo a duecento chilometri di distanza e sono solo in dotazione alle unità di superficie.
Anche se non si conosce ancora la specifica tipologia di missili adottati e dunque neppure il loro costo (ma si stima non meno di un milione di dollari a missile), un fatto è certo: i Cruise statunitensi, con testate nucleari, sono noti per essere stati installati dal 1983 al 1991 nella base Nato di Comiso in Sicilia e contro quella decisione si mobilitò il movimento ecopacifista negli anni Ottanta. Analoga mobilitazione si ebbe contro il Muos, il grande orecchio tecnologico e di trasmissione della base americana di Niscemi,
Oggi il rafforzamento del sistema radar vede investiti 90 milioni per implementare e potenziare di una capacità nuovi sensori (radar e ottici) la Space Situational Awereness (SSA) e uno specifico centro operativo per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali.

Martedì 28 settembre, intanto, si è aperta all’Arsenale militare della Spezia la fiera militare-navale italiana SeaFuture 2021. Il salone è stato inaugurato in pompa magna dal ministro della Difesa, davanti a 47 delegazioni di Marine Militari di Paesi esteri e di 15 capi di Stato Maggior,e con il taglio del nastro tricolore ed il lancio dei paracadutisti del Comando Subacquei e Incursori.
Ideata nel 2009 come «la prima fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo e tecnologie inerenti al mare», a partire dalla quarta edizione del 2014 si è trasferita all’Arsenale Militare assumendo sempre più i connotati di un salone navale-militare per promuovere il defence refitting e gli affari delle aziende del settore “difesa e sicurezza”, alla faccia di sostenibilità ambientale e “blu economy”.
Nell’edizione 2021 la principale attrazione di SeaFuture non sono state certo le tecnologie sostenibili, bensì il supermissile Teseo Mk2/E, sviluppato per la Marina Militare.
La fiera, ha così, di fatto, sostituito la “Mostra navale italiana”, ovvero la “Mostra navale bellica” che si è tenuta a Genova negli anni Ottanta e che fu fatta chiudere grazie alla massiccia opposizione del movimento pacifista. Una transizione ecologica all’incontrario, che da luogo di dibattito sulla sostenibilità delle risorse del mare è diventato una vetrina del navale militare.
È innegabile che sia in atto un radicale cambiamento della politica estera e di difesa dell’Italia.
La “Direttiva per la politica industriale della Difesa” del Ministro Lorenzo Guerini dello scorso 29 luglio prevede di «disporre di uno strumento militare in grado di esprimere le capacità militari evolute di cui il Paese necessita per tutelare i propri interessi nazionali».
Cosa dice il Parlamento?
Temiamo poco o nulla, visto che dall’insediamento del Governo Draghi, come abbiamo visto, le spese militari sono lievitate.

La conclusione la dedichiamo all’inutilità della guerra, invitando a riflettere su vent’anni di impegno in Afghanistan a fianco degli Stati Uniti. Forza di pace anche quando – oltre a svolgere compiti civili quali la definizione di codici e procedure giuridiche, predisporre strutture sanitarie e per dare risposta alle esigenze educative, famigliari e professionali delle donne afghane – abbiamo svolto, non senza ambiguità, compiti di addestramento militare, risultato, alla verifica dei fatti, inutile.
Resta da domandarsi cosa resterà dell’impegno, del lavoro, dei sacrifici fatti da tanti italiani, militari e civili in questi venti anni. Più in generale, a cosa è servita la presenza, in Afghanistan, dell’Europa, della Nato, degli Usa?
Chissà se almeno sono stati diffusi semi di libertà, di democrazia, di tolleranza, di umanità. E se sapranno conquistarsi terreni fertili per far germogliare nuovamente la speranza nel popolo afgano.
Se, per contro, saranno destinati a inaridire bisognerà domandarsi su come costruire basi solide per risolvere i conflitti in maniera diametralmente diversa.
È la speranza che il movimento ecopacifista deve affrettarsi a riempire di contenuti pragmatici e praticabili.

Nota
I dati sulle responsabilità statunitensi sono tratti da uno studio che Bruce Stanley, professore emerito di relazioni internazionali all’Università di Richmond, ha pubblicato su OrientXXI.
Quelli relativi alle spese militari italiane sono tratte dal Documento Programmatico Pluriennale 2021-2023 del Ministero della Difesa.
Sulle questioni oggetto di questa nota e sulle prospettive del movimento ecopacifista è utile la consultazione del saggio curato dal Movimento Internazionale della Riconciliazione, La colomba e il ramoscello. Un progetto ecopacifista, Edizioni Gruppo Abele, 2021

COP 26, ennesimo fallimento annunciato

Riccardo Graziano
Un fallimento annunciato, l’ennesimo. Questo il bilancio sintetico della CoP 26 di Glasgow, la “Conferenza delle Parti” che per la ventiseiesima volta (!) ha provato, inutilmente, a mettere d’accordo i vari Paesi del mondo sulla necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra per contenere il riscaldamento globale in atto e mitigare i mutamenti climatici che rischiano di portare al collasso il pianeta.
Nonostante gli organizzatori del vertice – in primis i britannici, ma anche l’Italia ha dato un ampio contributo - e i rappresentanti di alcuni Paesi abbiano provato a sostenere la positività dell’accordo raggiunto, organizzazioni ambientaliste e attivisti mettono in risalto il sostanziale nulla di fatto ottenuto dopo giorni di estenuanti trattative, chiuse con una semplice enunciazione di buone intenzioni, senza impegni vincolanti, pianificazioni precise, date da rispettare, eventuali sanzioni agli inadempienti. Un documento generico e poco incisivo, impietosamente definito da Greta Thunberg come “bla bla bla”, parole inutili, zero fatti, mentre il tempo per arginare la catastrofe si riduce drammaticamente, rendendo sempre più incombente il punto di non ritorno.

A quasi trent’anni dalla Conferenza di Rio de Janeiro (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development, meglio nota come Summit della Terra, tenuta nel 1992) quando per la prima volta venne siglato un trattato che puntava alla riduzione delle emissioni di gas serra per rallentare il surriscaldamento globale, siamo sostanzialmente ancora al punto di partenza. Nonostante  l’ormai diffusa consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza di frenare l’effetto serra per evitare mutamenti climatici già avviati e potenzialmente catastrofici, i summit annuali delle CoP  da oltre un quarto di secolo si risolvono regolarmente in accordi annacquati e privi di efficacia, mentre il tempo per intervenire scivola via inesorabilmente.
Il perché accada questo ormai è chiaro ai più, e dovrebbe esserlo anche a coloro che si ostinano a organizzare questi incontri: la verità è che i vari Paesi non partecipano per trovare un accordo, ma semplicemente per difendere i propri interessi, dunque più che di “Conferenza delle Parti” dovremmo parlare di Conferenza “di parte”, dove ognuno pensa a tirare acqua al proprio mulino infischiandosene dei problemi altrui e puntando strenuamente a difendere lo status quo. A farne le spese sono – per ora - quelle nazioni che già oggi subiscono gli effetti dei mutamenti climatici, prime fra tutte le comunità insulari, che rischiano letteralmente di scomparire, inghiottite dall’innalzamento degli oceani, ma il cui grido d’allarme rimane impietosamente inascoltato.
Tuttavia, questo atteggiamento difensivo pecca di grave miopia, oltre che di mancanza di etica e solidarietà. L’India, per esempio, difende pervicacemente il proprio “diritto” a bruciare carbone per alimentare la sua crescita economica e a Glasgow ha ottenuto una modifica che recita “riduzione graduale” invece di “eliminazione graduale” del suddetto combustibile, responsabile del 40% delle emissioni totali di CO2. Il governo di Nuova Delhi sembra non rendersi conto dell’impatto che avrà sul suo territorio l’innalzamento delle temperature. Il sub-continente indiano, infatti, si trova già ora in una fascia climatica a temperatura elevata, cosicché un aumento anche di pochi gradi finirà per rendere inabitabili ampie porzioni del paese, provocando esodi e migrazioni di proporzioni bibliche. Stiamo parlando di uno stato che sfiora una popolazione di un miliardo e duecento milioni di abitanti. Se anche solo il dieci per cento di questa enorme massa di individui dovesse abbandonare le proprie case, avremmo 120 milioni di migranti climatici, un’enormità rispetto al numero dei profughi attuale, che pure determina già una serie di problematiche allarmanti.
Quest’onda migratoria, fatalmente, si riverserà anche sui Paesi ricchi, segnatamente USA e Unione Europea. I quali, dal canto loro, avevano promesso l’istituzione di un fondo da 100 miliardi di dollari per aiutare la transizione ecologica dei paesi meno sviluppati, finanziamento di cui si è persa ogni traccia o menzione.
Nel dettaglio, si registra una crescita dei membri della Powering Past Alliance, coalizione che punta all’abbandono totale del carbone, e del numero di Stati che, insieme a USA e UE, intendono diminuire del 30% le emissioni di metano, altro gas a effetto serra, entro il 2030. Nel complesso, l’obiettivo della neutralità carbonica, ovvero il pareggio fra emissioni e assorbimento di CO2, viene fissato al 2050 da Unione Europea e Stati Uniti, mentre la Cina lo dilaziona al 2060 e l’India addirittura al 2070. Secondo molti osservatori, troppo poco e troppo tardi.
Anche se alcuni stimano aumenti contenuti, fra 1,8 e 2,4 gradi centigradi da qui a fine secolo grazie alle misure preventivate, la maggioranza degli esperti prevede che, di questo passo, l’incremento sarà decisamente superiore, dell’ordine di 3-5 gradi centigradi, a seconda degli scenari. In entrambi i casi, il surriscaldamento globale è destinato a provocare un mutamento climatico accentuato, con sfumature che vanno dal preoccupante al catastrofico.

Vista la inconcludenza delle 26 CoP effettuate finora, e tenendo conto che le prossime CoP 27-28-29 si dovrebbero tenere rispettivamente in Egitto, Emirati Arabi Uniti e a Odessa, nella Crimea ex Ucraina attualmente occupata dalla Russia, cioè in casa di produttori di petrolio e gas ben poco sensibili alle tematiche ambientali, forse l’unico modo per rendere davvero utili questi summit globali sarebbe di non farli.
Almeno così si eviterebbero le emissioni di CO2 necessarie a organizzarli e attuarli, comprese quelle delle centinaia di voli privati con cui i potenti del mondo raggiungono le località che ospitano questi incontri, dove poi regolarmente non concludono nulla.

EEB - Dissonance at Davos

The World Economic Forum has woken up to the scale and urgency of the global climate and environmental crises, yet the business and political elites who gathered at Davos acted as though lofty words were enough to save the world, Khaled Diab explains.

https://meta.eeb.org/2020/01/29/dissonance-at-davos/

EEB - Burning questions about the new EU Waste Incineration Standards

The EU recently published a new set of environmental standards for waste incineration, raising the bar for one of Europe’s most controversial industries. But emissions from burning waste are still putting our health, the environment and the climate at risk.

https://meta.eeb.org/2020/01/09/burning-questions-about-the-new-eu-waste-incineration-standards/

EEB - Environment Ministers feel the heat in Brussels

Temperatures hit new record highs in parts of Europe as environment ministers meet to discuss a range of environmental issues.

https://meta.eeb.org/2019/06/27/environment-ministers-feel-the-heat-in-brussels/

IUCN - Almost half of World Heritage sites could lose their glaciers by 2100

Glaciers are set to disappear completely from almost half of World Heritage sites if business-as-usual emissions continue, according to the first-ever global study of World Heritage glaciers, co-authored by scientists from the International Union for Conservation of Nature (IUCN).

https://www.iucn.org/news/world-heritage/201904/almost-half-world-heritage-sites-could-lose-their-glaciers-2100

Il Pi.T.E.S.A.I.: un acronimo misterioso che nasconde una strategia energetica nazionale tutt'altro che sostenibile

Ing. Donato Cancellara
Associazione V.A.S. Onlus per il Vulture Alto Bradano
Coordinamento locale - Forum SiP per il Vulture Alto Bradano  
A.I.L. - Associazione Intercomunale Lucania

Premessa
La Regione Basilicata è da molto tempo terra di grande interesse da parte delle società legate ad attività petrolifere, allo smaltimento di scorie nucleari ed alla sistemazione di rifiuti in generale. Purtroppo, è una Regione fin troppo martoriata dalle attività ultra ventennali di estrazione idrocarburi contribuendo, ad oggi, per il 30% alle estrazioni di gas e per il 77.45% alle estrazioni di olio greggio su scala nazionale. Una Regione che ospita i due più grandi giacimenti petroliferi europei in terraferma (Val d’Agri e Gorgoglione) presentando (al 31 dicembre 2020) permessi di ricerca per una estensione complessiva di 74.564 ettari e  concessioni di estrazione per una estensione complessiva di 157.240 ettari.
Un prezzo, quello legato all'intera filiera petrolifera, troppo alto in termini di impatto ambientale e sanitario che non può lasciare indifferenti tutti coloro che rivestono un ruolo istituzionale nella nostra Regione e non solo.

Dalla C.N.A.P.I. al Pi.T.E.S.A.I.
Così come non si poteva rimanere indifferenti al tentativo di approvare una Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) che prevede, nella proposta ancora in itinere, svariati territori della Basilicata (tra cui Genzano di Lucania in primis) potenzialmente idonei ad ospitare il Deposito Nazione dei Rifiuti radioattivi, così non si può rimanere indifferenti alla proposta del Piano di Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI). Quest'ultima, al di là del suggestivo nome per nulla indicativo della sua reale portata, riguarda l'individuazione delle aree nazionali da considerarsi idonee per le attività petrolifere di ricerca, prospezione ed estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi. La proposta di Piano, elaborata dal Ministero dello Sviluppo Economico, ha inserito buona parte della Basilicata tra le aree idonee includendo la zona settentrionale quindi l'intera area afferente all'Unione Comuni Alto Bradano.
Con riferimento alla scadenza del 14 settembre per presentare osservazioni, in senso alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) avviata dal MiSE il 2 marzo 2021, è stata proposta una bozza di delibera contenente osservazioni tecniche da incardinare in un deliberato di Giunta dell'Unione dei Comuni Alto Bradano a cui afferiscono i Sindaci dei Comuni di Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania, Banzi, Acerenza, Tolve, Forenza, Cancellara e San Chirico Nuovo. La bozza è stata recepita dell'Unione dei Comuni, votata all'unanimità e pubblicata come Deliberazione n. 22 dell'8 settembre 2021.

Contenuto della Delibera
Nel deliberato viene evidenziato che il PiTESAI deve tener conto di tutte le caratteristiche del territorio: ambientali, paesaggistiche, geologiche, idrogeologico, morfologiche, urbanistiche (con particolare riferimento alle vigenti pianificazioni), senza dimenticarsi della componente sociale, economica e sanitaria. Viene ripercorsa la costante azione di difesa dell'intera area, finalizzata a contrastare l'attività industriale legata alle fonti fossili (liquide e gassose), dando continuità a quanto già avvenuto in passato, da parte di svariate Associazioni, dall'Area Programma Vulture - Alto Bradano e da diversi Comuni lucani. Particolare attenzione è stata rivolta alle due istanze pendenti sull'area nord della Basilicata: l'istanza del Permesso di ricerca idrocarburi denominata "Palazzo San Gervasio" della società AleAnna Resources LLC e l'istanza del Permesso di ricerca idrocarburi denominato "La Bicocca" della società Delta Energy Ltd.

Svariate le questioni evidenziate tra cui quella sismica evidenziando che l'area lucana, inserita nel PiTESAI, è caratterizzata da sismicità medio-elevata. Per sismicità elevata deve intendersi un'area contrassegnata da un valore previsto di picco di accelerazione (PGA - Peak Ground Acceleration) al substrato rigido, per un tempo di ritorno di 2475 anni, pari o superiore a 0,25 g. Tale valore risulta essere molto prossimo, in alcuni casi superiore, in diverse aree ricadenti nei Comuni di Acerenza, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Maschito, Montemilone, Oppido Lucano, Palazzo San Gervasio, Rapolla, Ripacandida e Venosa.  Aspetto, quello della sismicità, di particolare rilevanza se posto in relazione alla potenziale sismicità indotta o innescata da alcune tecniche di perforazione del sottosuolo e, soprattutto, dalla diffusa pratica di reiniezione delle acque di strato, come ampiamente illustrato nel Rapporto della Commissione ICHESE - Report on the Hydrocarbon Exploration and Seismicity in Emilia Region (2014) e nel recente lavoro Hydraulic-fracturing induced seismicity di R. Schultz, et al., Reviews of Geophysics (2020) con il pieno convincimento di tralasciare i "rassicuranti" lavori elaborati da coloro che hanno lavorato con alcune Società petrolifere, spesso finanziatrici degli stessi lavori di ricerca, in quanto da ritenersi (verosimilmente) in pieno conflitto di interessi.
L'area nord-orientale della Basilicata ricade nell'ambito dell'Ager Bantinus quale Zona di interesse archeologico di nuovissima istituzione da parte della Regione Basilicata, ai sensi dell'art. 142, let. m) del D.Lgs. n. 42/2004, limitrofa all'Ager Venusinus. Notevole l'interesse archeologico del corridoio della Via Appia rientrante in un recentissimo progetto ministeriale, approvato nel 2019, riguardante la valorizzazione dell'Appia Antica coinvolgendo le Regioni Lazio, Campania, Basilicata, Puglia. I Comuni della Basilicata interessati dal progetto ministeriale sono Venosa, Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania coinvolte dalle aree di interesse paesaggistico Ager Bantinus, Ager Venusinus e Comprensorio melfese.

È stato evidenziato che la tutela paesaggistica deve necessariamente andare oltre la semplice conservazione della visuale quindi oltre la libera visibilità del bene immobile oggetto di tutela diretta, mirando anche alla salvaguardia della consistenza materiale dell'ambiente nel quale l'immobile è inserito quindi la necessità di conservare la continuità storica e con essa quei connotati territoriali nei quali una Comunità ripone i propri valori identitari (Cons. Stato, VI, 6 settembre 2002, n. 4566; Cons. Stato, VI, 1° luglio 1999, n. 4270). È evidente che un'area, pur non rientrante nel buffer di rispetto di una specifico bene vincolato, ma facente parte dell’ambiente nel quale il bene è situato, andrebbe tutelato così come tutto ciò che si trova in vista o in prossimità dello stesso.
Inoltre, al fine di una corretta individuazione delle aree idonee, è stato sottolineata la necessità di considerare approfonditamente gli aspetti socio-economici legati, direttamente e/o indirettamente, alle attività previste dal Piano: la presenza di attività altamente invasive ed inquinanti, come quelle petrolifere, porterebbero inevitabilmente ad un ulteriore spopolamento delle aree interne, al deprezzamento dei valori agricoli medi dei terreni e dei prodotti agro-alimentari, la perdita di attrazione turistica. Aspetti che devono essere considerati, nell'individuazione delle aree idonee, al fine di non peggiorare irreversibilmente l'assetto socio-economico dell'itera area.
Al fine di una corretta individuazione delle aree idonee, evidenziare la necessità che si considerino approfonditamente gli aspetti socio-sanitari legati, direttamente e/o indirettamente, all'individuazione delle aree del Piano: impatti significativi sull'ambiente determinano inevitabilmente ripercussioni sulla saluta umana come già sperimentato nell'area della Val d'Agri interessata da una Valutazione di Impatto Sanitario legata alle attività petrolifere.
La presenza di attività petrolifere nell'area nord della Basilicata comprometterebbe l'ambiente, il paesaggio, la sicurezza e la salute dei cittadini esponendo i Comuni interessati al rischio di vedere danneggiate, irreversibilmente, le risorse ambientali ed agricole. Rischierebbero di essere compromesse anche le rilevanti ipotesi di sviluppo economico e sociale, creando uno sviluppo distorto che determinerebbe una desertificazione culturale e sociale, con l'aggiunta di gravi ed inaccettabili ripercussioni su un'intera area, il Vulture - Alto Bradano, che sta puntando su un sviluppo turistico sostenibile e su un'agricoltura di qualità.

Richieste di non idoneità dell'area
Con l'approvata delibera è stata dichiara la non idoneità, ad attività di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi, delle aree ricadenti in agro di Genzano di Lucania, Palazzo San Gervasio, Banzi, Acerenza, Tolve, Forenza, Cancellara, San Chirico Nuovo ed in aggiunta, la non idoneità in tutte quelle aree limitrofe rispetto alle quali vi sarebbero evidenti effetti, ambientali e paesaggistici negativi  che si intende legittimamente tutelare. È stato chiesto che non sia consentita alcuna forma di sopruso sul nostro territorio, mostrandosi coerenti con la strada di difesa della Terra e di contrasto a tutte le forme di depredazione della nostre risorse, senza distinguo tra progetti legati alle fonti fossili e progetti legati alle fonti rinnovabili in area agricola a scopo industriale, come è stato in passato per lo scellerato progetto del termodinamico, alle porte di Palazzo San Gervasio, che non presentava possibilità alcuna per poter essere definito sostenibile per l'irreversibile consumo di suolo e per i potenziali rischi ambientale che avrebbe creato un imperdonabile e devastante precedente per l'intera area.

Un Pianeta artificiale

Riccardo Graziano

Nel 2020 la massa delle “cose” artificiali prodotte dall’uomo ha raggiunto lo stesso livello della biomassa naturale. E negli ultimi mesi è probabilmente avvenuto il sorpasso. In altre parole, il peso delle nostre costruzioni – in primo luogo gli edifici di cemento, ma anche mezzi di trasporto, elettronica, vestiario ecc. – ha superato il peso di tutti gli animali e di tutta la vegetazione presenti sul pianeta. Di fatto, la Terra è oggi più artificiale che naturale, situazione che mostra in maniera evidente l’appropriatezza del termine “Antropocene” per definire la nostra epoca, anzi meglio la nostra Era.
In effetti, un simile cambiamento è qualcosa che non avviene nell’arco di una vita o di un periodo storico, ma letteralmente in un’era geologica, e la causa di tale cambiamento è antropica, da cui appunto la designazione di “Antropocene” applicabile all’era attuale, sul cui inizio non c’è accordo unanime fra gli studiosi, ma che vede nella nostra epoca, a partire dal XX secolo, il suo culmine in termini di impatto sul pianeta.

Queste considerazioni derivano dai dati contenuti in uno studio condotto da un team del Weizmann Institute of Science a Rehovot (Israele), coordinato dal professor Ron Milo, di cui è stata pubblicata qualche mese fa una sintesi sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature”.
Lo studio quantifica la biomassa, ovvero il peso di tutte le creature viventi del pianeta (animali terrestri e marini, vegetazione, microorganismi) intorno a 1,1 trilioni di tonnellate, quantità rimasta relativamente stabile nel corso degli ultimi decenni. Al contrario, le costruzioni e gli oggetti prodotti dall’uomo sono cresciuti progressivamente nel corso della storia, con un incremento smisurato nell’ultimo secolo, esattamente quello oggetto dello studio in questione, che analizza la produzione umana dal 1900 a oggi.
La stima dei ricercatori ci dice che, all’inizio del XX secolo, i manufatti artificiali erano quantificabili in 35 miliardi di tonnellate, all’incirca il 3% della biomassa naturale. Nel 2020 si è arrivati al pareggio, 1.100 miliardi di tonnellate naturali a fronte di altrettante artificiali, con la differenza che, mentre le prime permangono sostanzialmente invariate, queste ultime aumentano incessantemente di 30 miliardi di tonnellate all’anno. In pratica, con gli attuali ritmi produttivi, ogni anno aggiungiamo una quantità di massa artificiale equivalente a quella che l’umanità aveva prodotto nell’arco di tutta la storia fino al 20° secolo, un ritmo di crescita evidentemente insostenibile. È come se ogni persona vivente costruisse, ogni settimana, una massa artificiale superiore al proprio peso.

La parte del protagonista è appannaggio del cemento – e noi in Italia siamo un esempio lampante, con la nostra bulimia costruttiva che divora due metri quadri di terreno al secondo – seguito dagli altri materiali da costruzione. Se la tendenza attuale dovesse proseguire, cosa assai probabile vista la continua spinta all’edificazione di edifici e infrastrutture spesso inutili,  la previsione è che nell’arco di soli due decenni i fabbricati peseranno più del doppio della massa dei viventi. Una prospettiva allucinante per chi si occupa di difesa dell’ambiente, ma che dovrebbe allarmare anche il cittadino medio e allertare i decisori politici per convincerli a cambiare impostazione. Ma per ora non si intravedono segnali in questo senso: la legge per arrestare il consumo di suolo giace abbandonata in Parlamento da quattro anni, mentre per accelerare la “ripresa” post-Covid si è già alzato il solito coro dei sostenitori di “nuove infrastrutture”, un mantra che si ripete incessante da decenni.

Come se la situazione non fosse già abbastanza preoccupante dal punto di vista quantitativo, anche i dati qualitativi contribuiscono a rendere ancora più fosco lo scenario. Il 90% della biomassa risulta infatti composto da piante e nel complesso è relativamente stabile, nel senso che la crescita di vegetazione stimolata dagli elevati livelli di anidride carbonica in atmosfera è equiparabile alla massa perduta a causa della massiccia deforestazione, ma è evidente che la perdita di habitat caratterizzati da elevata biodiversità non può essere compensata da alberi e arbusti ricresciuti su terreni incolti o abbandonati. Inoltre, vale la pena sottolineare che la biomassa vegetale era probabilmente il doppio di quella attuale, prima che, con l’avvento dell’agricoltura, l’uomo iniziasse una progressiva opera di disboscamento per fare spazio alle sue coltivazioni, circa 12.000 anni fa, periodo nel quale alcuni studiosi individuano appunto l’inizio dell’Antropocene, che altri situano invece all’epoca della Rivoluzione industriale.
Inoltre, ci sono un altro paio di dati che rendono l’idea dell’alterazione qualitativa della biomassa. L’insieme degli esseri umani è al secondo posto in termini di peso fra le specie viventi, secondi soltanto all’insieme dei bovini da allevamento. E subito dopo di noi ci sono i suini. Più in generale, il peso degli umani e del loro bestiame è quasi 20 volte superiore a quello di tutti gli altri mammiferi e uccelli selvatici presenti sul pianeta. Quanto alla plastica, della cui invasività iniziamo finalmente a renderci conto, il suo peso è ormai superiore a quello di tutti gli animali terrestri e marini messi insieme.

A fronte di dati come questi, sarebbe il caso di iniziare una profonda riflessione sul nostro modello di “sviluppo” basato sulla crescita continua, perché dovrebbe essere evidente che un pianeta sempre più artificiale non può essere sostenibile e non è un buon posto per vivere, ammesso che sia ancora vivibile.

Fonte: https://www.nationalgeographic.com/environment/2020/12/human-made-materials-now-equal-weight-of-all-life-on-earth/

Il Verde (è) urbano

Sofia Filippetti

“Verde urbano”. Una definizione come questa sembra già un ossimoro, non è vero? Una contraddizione. Un elemento naturale accostato al termine artificiale per antonomasia, il colore delle foglie accanto al grigiore del cemento, le piante e le loro sembianze cangianti contrapposte agli spigoli delle architetture… Elementi che, a pensarci così, in maniera superficiale e strettamente etimologica, faticano a star bene assieme, che stonano – troppo differenti, troppo distanti, quasi inconciliabili. Eppure, se ci guardiamo attorno, dentro le nostre città, ogni elemento naturale è assimilabile al concetto di “verde urbano”, ed è sempre coesistito con la vita umana: antichi egizi, babilonesi, poi i greci, i romani, gli orti medievali, i giardini romantici, fino ad arrivare ai giorni nostri. Per “verde urbano”, infatti, si intende tutto quel che è effettivamente verde, i viali alberati, i parchi e i giardini, siano essi pubblici che privati, il verde attrezzato, le aree boscate… e così via. Il verde urbano, la sua gestione e disponibilità, è sempre stato connesso alla bellezza del contesto cittadino ed alla sua vivibilità in senso stretto e in senso lato. Sì, perché dobbiamo ricordarcelo molto più spesso di quanto già non facciamo: senza il verde, non c’è vita, non c’è la vita degli organismi aerobi, che hanno bisogno di ossigeno, non c’è la nostra vita.

Definire la complessità e la raffinatezza dei meccanismi biochimici, fisiologici, biologici, e di conseguenza delle caratteristiche e delle attività che le piante svolgono, è tutto fuorché semplice. Esseri affascinanti e di difficile interpretazione e studio ai nostri occhi, sono ancora poco conosciuti, nonostante tanto si sappia e si continui a scoprire. Tuttavia, ad oggi, per permettere una maggiore consapevolezza della loro importanza, insita nella loro stessa essenza, nel loro funzionamento, si parla di “servizi ecosistemici”. I servizi ecosistemici sono, sostanzialmente, la caratterizzazione delle funzioni ecologiche ed ambientali delle strutture verdi, che ci permettono di quantificare e definire in termini a noi più vicini, concreti, monetari, l’attività che questi organismi verdi e quieti svolgono. Dal singolo filo d’erba al viale alberato nella sua interezza, è possibile calcolare e prendere tangibilmente atto di ciò che le piante ci offrono. Tra esse si annoverano una gran quantità di azioni sottili e meravigliose, che permettono l’intero funzionamento del microcosmo e del macrocosmo di cui facciamo parte: stoccaggio del carbonio atmosferico, rimozione degli inquinanti atmosferici, regolazione della temperatura, protezione idrogeologica, capacità di infiltrazione delle acque piovane, protezione e fiorire della biodiversità, benefici a livello sociale e sanitario, produzione agricola, impollinazione…

Allora vien da sé l’immensità della importanza del verde e di quanto sia vitale il suo legame con l’urbano.
Grazie ai meccanismi biochimici e biologici insiti nelle piante, infatti, si ha la produzione di ossigeno, fondamentale elemento per la nostra sopravvivenza, oltre al sequestro di CO2 e di altri inquinanti troppo spesso prodotti ed immessi nell’aria dall’uomo (tra cui ricordiamo il PM, vale a dire il particolato atmosferico, principalmente presente nelle zone urbane), definendosi a tal modo un motore indispensabile anche per la depurazione dell’aria. Servizio ecosistemico, questo, che ha delle ricadute estremamente importanti e positive sulla salute umana: gli inquinanti aerei, infatti, essendo inalabili e respirabili, possono penetrare nei nostri polmoni, raggiungendo anche le profondità dell’apparato respiratorio, provocando, come già ampiamente dimostrato da numerosi studi scientifici, la possibilità di sviluppare malattie ed altre problematiche. Grazie all’azione delle piante, la concentrazione degli inquinanti è notevolmente ridotta nell’aria, diminuendo quindi in modo sensibile la possibilità di sviluppare effetti sanitari negativi. Si tratta, insomma, di una purificazione, di una pulizia dell’aria del tutto naturale e gratuita offerta dal verde, che in ambito urbano è ancor più spiccata, arrivando ad una riduzione della concentrazione del particolato atmosferico del 7-24% entro i 100 metri, oltre ad un considerevole sequestro della CO2 atmosferica locale.

Altra capacità delle piante è quella di ridurre la temperatura dell’ambiente circostante. Le città vengono definite come “isole di calore”, ovvero dei territori che, a causa dei materiali di cui sono principalmente composti, assorbono in maniera particolare la radiazione solare (basti pensare a quanto scotti l’asfalto esposto al sole in piena estate…), oltre al fatto che, per le loro caratteristiche costruttive, possono condizionare i flussi d’aria e di acqua, definendo a conti fatti un innalzamento della temperatura media urbana, che può essere fino  a 6°C superiore rispetto alle zone rurali. Gli alberi, con le loro chiome e la loro fisiologia, permettono una regolazione del microclima urbano attraverso l’evapotraspirazione (cioè l’insieme della traspirazione e della evaporazione, il passaggio dell’acqua, allo stato di vapore, dal terreno all’aria), offrendo ombra ed aumentando l’albedo (ovvero il potere riflettente di una superficie, per cui maggiore è l’albedo e minore sarà la radiazione solare assorbita da un determinato materiale); regolazione che, dunque, ha un effetto protettivo verso le ondate di calore con tutte le conseguenze negative, tra cui i colpi di calore a cui è esposta la popolazione umana.

Oltre ciò, vanno citate la protezione idrogeologica e la capacità di infiltrazione delle acque piovane, elementi indispensabili in uno scenario caratterizzato da piogge intense, che, attraverso la riduzione del deflusso diretto delle acque meteoriche, permettono una mitigazione importante degli eventi alluvionali, sempre più frequenti anche alle nostre latitudini, i quali possono avere una ricaduta importante a livello della popolazione umana.

In qualità di elemento fondante e fondamentale dell’habitat, poi, anche in ambito urbano, il verde permette la protezione e la promozione della biodiversità, offrendo le condizioni favorevoli alla sopravvivenza di diversi animali, come l’avifauna, gli insetti, i piccoli mammiferi, e, tramite l’incontro con l’umano, in questo contesto decisamente più frequente, consente lo sviluppo di una sensibilità e percettività circa l’importanza di preservare e proteggere tutte le specie viventi dalle diverse minacce.

Importanti sono inoltre i benefici sociali, anch’essi con una enorme ricaduta a livello sanitario, in quanto il verde urbano è di per sé occasione di incontro e di convivialità, oltre che uno stimolo al movimento e ad uno stile di vita attivo e, come dimostrato da diversi studi scientifici, importante per la salute mentale (interessante, inoltre, è la correlazione tra ambito naturale e maggior resa scolastica nei bambini presentanti ADHD, acronimo di “Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività”).

Dimentichiamoci dunque l’idea che il verde urbano sia semplicemente un arredo, un suppellettile della città: grazie alle sue caratteristiche, alle sue capacità ed alle attività che svolge in maniera continua, elegante e silenziosa, esso accompagna e plasma l’ambiente nel quale viviamo, rendendolo adeguato a livello ecologico, igienico-sanitario, sociale, psicologico, economico, oltre che piacevole per quel che concerne l’ambito estetico e paesaggistico!
Il verde in ambito urbano deve essere presente, anche adottando un’ottica di prevenzione e protezione della popolazione umana, soprattutto se si considerano gli elevati livelli di inquinamento e gli scenari che si prefigurano sempre più drammatici e frequenti, influenzati dal cambiamento climatico.
Ma è importante adottare uno sguardo che non sia unicamente egoistico, antropocentrico ed utilitaristico, perché il verde in ambito urbano deve essere presente, sì, ma deve anche essere curato. Curato in maniera adeguata e rispettosa, poiché se noi umani siamo vulnerabili alle alterazioni climatiche ed ecosistemiche, anche le piante lo sono, con malattie che si diffondono più velocemente a causa delle condizioni ambientali che favoriscono la diffusione, la presenza e una maggiore capacità di azione dei patogeni (temperature più alte sono correlate a cicli di sviluppo più efficienti per diversi patogeni) e dall’importazione accidentale di essi, con il manto stradale che non permette l’adeguato sviluppo delle loro radici per la ricerca dei nutrienti, con le difficoltà di crescita, le radici che non attecchiscono bene al terreno, la riduzione degli impollinatori e quindi la difficoltà nella riproduzione, la alterazione delle caratteristiche ambientali necessarie alla sopravvivenza, l’impossibilità di svilupparsi adeguatamente a causa dello spazio stretto, i continui stress dovuti al disturbo antropico… Dobbiamo proteggere, rispettare e piantare tutto il verde possibile, compreso quello urbano, soprattutto quello urbano, perché senza di esso mancherebbe il reticolo ed il respiro dell’intera città…

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
1. Millennium Ecosystem Assessment (MEA). http://www.millenniumassessment.org/en/index.html;
2. ISPRA. XV Rapporto Qualità dell’ambiente urbano, 2019;
3. World Health Organization (WHO). Urban Green Space Interventions and Health;
4. Hunter R.F. et al. “Environmental, health, wellbeing, social and equity effects of urban green space interventions: A meta-narrative evidence synthesis”, 2019;
5. Prashant Kumar et al. “The nexus between air pollution, green infrastructure and human health”, 2019;
6. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Comitato per lo Sviluppo del Verde. “Strategia nazionale del verde urbano - Foreste urbane resilienti ed eterogenee per la salute e il benessere dei cittadini”;
7. Città di Torino. “Piano strategico dell’infrastruttura verde”, 2020;
8. Città metropolitana di Torino, Silvia Novelli. “Apprendere per produrre verde”, 2020. http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/risorse/ambiente/dwd/green-economy/app-ver/presentaz-workshop-visite/silvia-novelli.pdf;
9. Rachel McCormick. “Does Access to Green Space Impact the Mental Well-being of Children: A Systematic Review”, 2017;
10. Christopher Coutts, Micah Hahn. “Green Infrastructure, Ecosystem Services, and Human Health”, 2015;
11. Riccardo Graziano, Pro Natura Notiziario - obiettivo ambiente. “Il decalogo “Rete Ambiente Clima” Torino”, 2020;
12. Stefano Gabrio Manciola. “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030”, 2020. http://www.veterinariaalimenti.marche.it/Articoli/category/attivita-trasversali/strategia-dellue-sulla-biodiversita-per-il-2030;

Salvaguardare la biodiversità per salvaguardare noi stessi

Riccardo Graziano

Gli allarmi sul declino della biodiversità si succedono sempre più pressanti, ma nonostante la gravità della situazione sia ormai evidente agli occhi degli scienziati, a livello di opinione pubblica non si sono ancora ben compresi i rischi legati a questa situazione, mentre i decisori politici stentano a delineare strategie improntate alla conservazione della biodiversità stessa, sia a livello globale, sia nel nostro Paese.
Con l’insediamento del Governo Draghi, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare è diventato Ministero della Transizione Ecologica, raccogliendo anche le deleghe in materia di energia precedentemente appannaggio del Ministero dello Sviluppo Economico. Si tratta di un dicastero strategico, dal momento che i fondi stanziati dall’UE sono vincolati alla messa in atto di politiche di riconversione ecologica a tutto campo, dall’agricoltura all’industria, dai trasporti alla produzione di energia. Senza dimenticare la vocazione originaria di tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, che dovrebbe restare centrale nelle azioni del Ministero, tanto che nel loro sito si legge: “La nostra prosperità economica e il nostro benessere dipendono dal buono stato del capitale naturale, compresi gli ecosistemi che forniscono beni e servizi essenziali. La perdita di biodiversità può indebolire un ecosistema, compromettendo la fornitura di tali servizi ecosistemici”. Dunque, uno dei compiti principali del nuovo dicastero dovrebbe essere la tutela della biodiversità nel nostro Paese.

Eppure, l’impressione è che questo non rappresenti una priorità nell’azione del Governo, focalizzato piuttosto sulla ripresa economica, anche con la riproposizione di ricette e modelli dettati dall’ideologia neoliberista che hanno già dato ampia prova della loro inefficacia e dannosità, sia sotto il profilo socio-economico, sia sotto quello ambientale. Per difendere la biodiversità si fa poco o nulla, come se non ci rendessimo conto che la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta è legata a quella delle altre forme viventi, per cui è nel nostro stesso interesse salvaguardarle, come ha ammonito lo stesso Papa Francesco, ricordandoci quanto sia folle e illusorio pensare di poter vivere sani in un pianeta malato.
È la biodiversità che consente di garantire cibo agli abitanti del globo, perché l’attuale sistema agroindustriale basato sulle monocolture è intrinsecamente fragile, troppo omogeneo e rigido per avere quelle doti di resilienza indispensabili per adattarsi al crescente riscaldamento globale e ai conseguenti cambiamenti climatici. Gestire le coltivazioni con logiche produttive industriali giova solo ai giganti economici del settore, che controllano il mercato dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e delle sementi (comprese quelle geneticamente modificate).

Inoltre, la spinta ad aumentare costantemente la produttività sottrae progressivamente spazio agli ambienti naturali, come nel caso delle piantagioni di palma da olio che prendono il posto delle foreste pluviali asiatiche o delle coltivazioni e degli allevamenti che stanno divorando zone sempre più ampie della foresta amazzonica.

Per quanto riguarda l’Italia, nel PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrebbe delineare le strategie per investire i fondi del Next Generation UE, si fa spesso riferimento al concetto di biodiversità, ma senza che traspaia alcuna azione concreta per la sua salvaguardia. Non si fa cenno, ad esempio, all’agroecologia, che prevede la riconversione in senso ecologico dell’attuale modello produttivo, salvaguardando i terreni agricoli e l’ambiente circostante attraverso l’uso attento delle risorse idriche, il recupero di pratiche tradizionali come la rotazione delle colture e il progressivo abbandono dei fertilizzanti e pesticidi chimici.
La perdita di biodiversità causata dall’agricoltura industriale è fotografata da numeri impressionanti: il 75% delle colture presenti a inizio ’900 è andato perduto, mentre tre sole specie – mais, riso, grano – forniscono attualmente il 60% delle calorie consumate dalla popolazione mondiale. Discorso analogo per l’allevamento, dove una razza su cinque rischia l’estinzione perché le industrie del settore puntano solo su quelle ad alta resa.

Ma ciò che avviene nel campo dell’agricoltura e dell’allevamento è solo un pallido riflesso di quanto sta accadendo all’ecosistema globale. Ormai la fauna selvatica è ridotta al lumicino e diminuisce costantemente come numero di specie e di singoli individui, parallelamente alla riduzione degli habitat e agli sconvolgimenti determinati dai mutamenti del clima.
Ad accendere i riflettori su questo tema è stato anche lo IUCN, il Congresso mondiale per la conservazione della biodiversità di Marsiglia [dal 3 all’11 settembre]. La manifestazione, organizzata con la presenza di oltre mille realtà fra attori istituzionali e Organizzazioni Non Governative, ha posto in evidenza l’urgente necessità di proteggere oltre un milione di specie a rischio estinzione. Occorre aumentare in modo esponenziale le risorse dedicate alla conservazione, implementando il numero e l’estensione delle aree protette a livello globale e sottoponendole a una sorveglianza e tutela reali.

In occasione del convegno è stata aggiornata anche la Lista Rossa dello IUCN, che elenca le specie minacciate e il livello del loro declino. Ha fatto notizia lo spostamento del varano di Komodo, la più grande lucertola del mondo, dallo status di “vulnerabile” a quello di “in pericolo”, ma purtroppo non si tratta di un caso isolato. A rischio anche due specie di squali su cinque, a causa delle tecniche di pesca non selettive: tra queste lo squalo mako e il pesce sega, che spesso finisce impigliato nelle reti a causa della sua protuberanza seghettata.
Segnali che rendono evidente l’avanzata di quella che gli esperti definiscono ormai apertamente la “sesta estinzione di massa”, a distanza di 65 milioni di anni dalla quinta, quella che spazzò via i dinosauri. Una catastrofe planetaria che rischia di cancellare anche la specie umana, che a dispetto della tecnologia non può sopravvivere senza l’interazione con gli altri viventi, anche se spesso ce lo dimentichiamo.

Eppure sono numerosi gli esempi di come la biodiversità contribuisca alla nostra esistenza: prodotti come pane, caffè, formaggio, vino e birra sono ottenuti dalla fermentazione ottenuta grazie a funghi, lieviti e batteri presenti in natura, oltre che negli stabilimenti di produzione. Ancora più rilevante il contributo degli impollinatori, prime fra tutti le api, che con la loro opera incessante (e gratuita!) sono alla base del 40% della produzione agricola. È evidente che se queste e altre specie di viventi dovessero estinguersi, come purtroppo sta avvenendo, anche per la specie umana la fine sarebbe inevitabile.